Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile
L’ENNESIMA ORDINANZA INCOSTITUZIONALE DEL SINDACO BITONCI NON NASCONDE PER CASO LA NECESSITA’ DI PERMETTERE AI RISTORANTI PADAGNI DI USARE OLIO TUNISINO, POMODORI MAROCCHINI E CARNI DELL’EST EUROPEO PER IL RESTANTE 40% ?
«Prima i Veneti». Schiere di aspiranti primi cittadini marchiati Lega Nord, nati e cresciuti in seno alla
ridente Padania, ci hanno ricamato sopra intere campagne elettorali.
Dalle case, alle scuole, al lavoro. La padovanità e la trevigianità , tanto per fare un esempio, sono diventate valore aggiunto per avere un alloggio, un banco a scuola e quant’altro.
Massimo Bitonci, primo cittadino di Padova, con l’ultima ordinanza, ha superato se stesso: ha declinato il primato veneto in chiave alimentare.
Da «domani», chiunque voglia aprire un bar, un ristorante, un chiosco, dovrà esporre sul bancone il 60 per cento di prodotti veneti doc: dal baccalà ai bigoi in salsa, dall’oca in onto alla polenta in tocio passando per la sopa coada.
«È consentito esclusivamente l’insediamento e il trasferimento di attività artigianali/commerciali di preparazione e/o vendita di prodotti alimentari, qualora l’esercente ponga in vendita nella misura di almeno il 60% di prodotti filiera veneta o comunque tipici del territorio e della tradizione storico culturale della città di Padova e della Regione Veneto» si legge all’articolo 4 bis del provvedimento, che sarà probabilmente quello che farà scattare l’ennesima denuncia e relativo annullamento.
L’obiettivo è chiaro, tanto che l’ultima trovata di Bitonci è già stata soprannominata ordinanza anti-kebab.
C’è un ma: se la legge è uguale per tutti, nel menu di un qualsivoglia nuovo ristorante giapponese non potranno mancare le sarde in saor o il bisato in tocio (anguilla in umido, per i non appassionati del genere)….
«Per esser chiari, è una norma antikebab che la nostra giunta ha deciso di intraprendere per difendere le attività che vendono prodotti di qualità » ha sottolineato il braccio destro di Bitonci, Eleonora Mosco, presentando i contenuti del regolamento.
In sostanza, chiunque vorrà aprire un’attività nel centro storico di Padova che preveda il commercio d’asporto (kebabbari, pizzerie, gastronomie, generi alimentari, rosticcerie e take away), dovrà dimostrare di vendere almeno il 60% dei prodotti provenienti dalla filiera veneta. La giunta si è premurata di annunciare che «sono previste deroghe».
Ma, manco a dirlo «verrà effettuata un’analisi caso per caso», partendo comunque dal veto della giunta. Un regolamento che è solo l’ennesimo spot demenziale della Giunta leghista e che non reggerà alla prima contestazione di fronte a un tribunale.
Sorge una domanda spomtanea: perchè poi solo il 60% di prodotti della filiera veneta?
Forse per permettere ai ristoranti padagni di usare olio tunisino, pomodori marocchini, arance spagnole e carni polacche per il restante 40%?
(da agenzie)
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Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile
IN 25 PAESI DEL MONDO E’ IL LAVORO CHE MANCA LA PIU’ GRANDE PREOCCUPAZIONE… A SEGUIRE CORRUZIONE, POVERTA’ E CRIMINALITA’
Disoccupazione, tasse e corruzione: eccole, le tre divinità del male che spaventano i nostri sonni.
La trimurti delle paure è stata fotografata da un sondaggio Ipsos-Mori: “Cosa preoccupa il mondo?”, hanno chiesto i sondaggisti dell’istituto in 18.014 interviste effettuate tra il 26 agosto e il 9 settembre in 25 paesi, mostrando un lungo elenco di alternative e chiedendo di indicarne tre.
Ed è venuto fuori che non è il terrorismo ma la disoccupazione il grande incubo collettivo del pianeta, e per nessuno come Spagna e Italia lo è così tanto: il 66% degli intervistati italiani l’ha inserita tra le tre preoccupazioni principali, molto più della media mondiale in cui è ferma al 38%; e poco meno della Spagna, che guida la classifica con il 70%.
La crisi c’è e fa paura, il lavoro invece continua a non esserci e anche questo spaventa eccome.
Ma è sulle tasse che non abbiamo rivali. Quello sì che è un incubo tutto italiano: lo ha inserito tra le tre paure più grandi il 40% degli italiani, affidandogli il secondo posto tra le preoccupazioni che non ci lasciano dormire, e peraltro in crescita dell’un per cento da luglio ad agosto.
Molto, troppo più della media mondiale in cui le tasse sono solo l’ottava preoccupazione indicata dal 16% degli intervistati.
E stacchiamo tutti di una bella spanna, i secondi sono i canadesi con il 32%, poi belgi e francesi con il 28%.
E non poteva che esserci la “corruzione politica e finanziaria” al terzo posto delle nostre preoccupazioni, ma qui siamo in buona compagnia: nel mondo è addirittura la seconda preoccupazione più percepita con il 33%, dove tuttavia pesa pur sempre un punto percentuale in meno dell’Italia in cui è al 34%.
Già perchè in Italia le grandi paure sono chiare e precise, e non è affatto vero – per esempio – che il cambiamento climatico o il terrorismo siano tra queste: siamo rispettivamente al 7 e al 13%, molto meno preoccupati della media mondiale del 10 e 21%.
Alla fine, quando il sondaggio spara la domanda delle cento pistole, è un bello schiaffo quello che arriva dagli italiani. “Le cose nel suo paese stanno andando nella direzione giusta o in quella sbagliata?”.
Provate a indovinare la risposta…
Se il mondo è pessimista (62% di risposte per la direzione sbagliata), l’Italia è quarta in classifica tra gli scoraggiati senza fiducia: l’83% punta il dito verso la direzione sbagliata, e solo i francesi, i messicani e i brasiliani la vedono più nera di noi.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile
IL GOVERNO INGLESE SEMBRA NON AVERE ALCUNA PALLIDA IDEA SU COME GESTIRE LA SITUAZIONE…E LA STERLINA E’ ARRIVATA ALLA PARITA’ CON L’EURO
“Brexit means Brexit” aveva dichiarato nel luglio scorso Teresa May durante la campagna per la
leadership del partito conservatore.
Da allora, cosa significa in concreto Brexit è una domanda che non ha ancora trovato un responso chiaro.
O meglio, ho trovato talmente tante diverse e contraddittorie risposte, peraltro nessuna ufficiale (sic), che ormai da vuota retorica è diventata un’espressione idiomatica per indicare il “nulla”.
Da qualche giorno però, Brexit inizia a indicare un po’ di cose e sciaguratamente non sono proprio vantaggiose.
Che significasse “caos e anarchia”, questo già lo si sapeva. Il partito laburista lo aveva sperimentato da subito. Ora che la soap sulle elezioni del leader si è conclusa con un Jeremy Corbyn rafforzatosi e che ha già provveduto a fare l’ennesimo rimpasto della sua squadra (il terzo? ho perso il conto onestamente), si spera che si inizi a vedere una effettiva opposizione sui temi dell’uscita dall’Europa. E non solo francamente.
Ma ahimè non è parso così mercoledì a Westminster durante il question-time in cui Corbyn, sì incalzava il primo ministro su una serie di punti fra i quali anche la tutela dei lavoratori europei (cittadini no?), ma si dimenticava però di citare il white-paper che i suoi due ministri ombra (Emily Thornberry agli Esteri e Keir Starmer all’uscita dall’Europa) sempre ieri mattina avevano presentato alla stampa.
Insomma, a rimarcare – come se ce ne fosse bisogno – che la sua è una leadership “solitaria” (e direttamente in sintonia col suo ‘popolo’ direbbero nelle sezioni della Sinistra italiana).
Del resto quale è la posizione del Labour sui temi dell’immigrazione e dell’Europa non è stata per nulla chiarita al Congresso che si è chiuso lo scorso 29 settembre, con tanto di dichiarazioni contraddittorie fra il leader e i diversi suoi ministri. Tant’è.
Brexit purtroppo ha significato fin dal giorno dopo il voto anche razzismo e intolleranza. E senza andare a scomodare la nostalgia per l’Impero o le camicie nere di Oswald Mosley, basti ricordare che il voto del 23 giugno ha dato una sorta di legittimo mandato “democratico” a una parte della popolazione inglese (per fortuna molto minore ma non per questo meno pericolosa) a dare libero sfogo alla propria più acritica esterofobia, per dirla con un eufemismo.
I dati pubblicati a inizio ottobre dal home office non lasciano infatti spazio a interpretazioni.
In un contesto ipersensibile come il Regno Unito di oggi, il confine fra patriottismo e nazionalismo è ancora più labile.
Le prime pagine dell’Express negli ultimi giorni lo hanno superato ampiamente. L’irresolutezza e l’incoerenza del governo, poi, non aiuta.
Può apparire una forzatura tacciare di razzismo e antisemitismo l’infelice uscita di Teresa May al congresso del suo partito in cui di fatto ha stigmatizzato “i cittadini del mondo” (queste le parole esatte: ‘If you believe you’re a citizen of the world, you’re a citizen of nowhere. You don’t understand what the very word citizenship means’), una frase tuttavia che se analizzata al di fuori della stretta polemica politica non si può negare che sul piano intellettuale riproponga i topoi più inquietanti del secolo scorso (e ringrazio chi me lo ha fatto notare).
Non ci sarà invece bisogno di raffinate analisi per capire la ratio che stava dietro alla richiesta di escludere i ricercatori di nazionalità “europea” della London School of Economics dal team di consulenti che preparano i dossier per il governo o dalla proposta avanzata dal ministro degli interni di richiedere alle aziende l’elenco dei lavoratori non-britannici.
Di certo l’impressione che stanno dando non è delle più razionali, anzi sembra proprio che non abbiano la più pallida idea di cosa si debba fare e soprattutto di come gestire anche le più semplici questioni.
E mi limito al momento a inserire nell’ampia categoria dell’impreparazione l’idea di escludere il percorso della Brexit dal voto parlamentare, perchè in quel caso si tratterebbe di imporre una enorme ipoteca alla democrazia parlamentare e alla costituzione.
Lo “spettacolo” vero inizierà soltanto l’anno prossimo, a marzo, termine ultimo indicato da May per attivare l’ormai fantomatico articolo 50 e che darà inizio al vero percorso di “uscita” dall’Ue. Prepariamoci ai fuochi d’artificio dunque.
Cosa succederà alla sterlina e all’economia britannica nel frattempo?
Le stime più ottimistiche indicano la parità della moneta di Sua Maestà all’euro, di per sè una sorta di nemesi storica, mentre il costo totale del divorzio in termini micro- e macro-economici sale di vari punti ogni giorno nelle analisi del Financial Times.
Farà un po’ sorridere che la catena di supermercati Tesco a causa dell’aumento dei costi di importazione dovuti alla caduta della sterlina abbia eliminato dagli scaffali del proprio negozio online, oltre a una serie di prodotti di largo consumo, anche la Marmite (una crema a base di estratto di lievito di birra), ma è certamente indicativo di quale sarà il tasso di inflazione dopo Natale.
Nel frattempo però i turisti cinesi e russi che affollano Sloane street si potranno comprare l’intera ultima collezione di Louis Vuitton, che per lo stesso motivo ora par essere molto più conveniente in sterline che in dollari.
Sarà un dato accolto con favore da Downing street e dai Brexiteers?
Il conto più salato, tuttavia, non verrà dagli ex-partner europei i quali di fatto sono i veri attori nel decidere se sarà hard- o soft- Brexit.
Il premier scozzese Nicola Sturgeon aprendo il congresso dello Scottish National Party ha dichiarato che presenterà a breve una nuova proposta di legge per indire un secondo referendum sull’indipendenza scozzese.
Brexit forse significa anche “exit” in tutti i sensi.
Marzia Maccaferri
Docente di storia politica
University of London
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile
LA SOMMA DI ATTIVITA’ ILLEGALI E “NERO” E’ PASSATA DAL 12,4% AL 13% DEL PIL… QUASI 3,7 MILIONI I LAVORATORI IRREGOLARI
False dichiarazioni ai fini di sfuggire al fisco, lavoro in nero, affitti o incassi non dichiarati; ma anche produzione e traffico di droga, giri prostituzione e contrabbando di tabacco.
Tutto questo finisce in un calderone che la statistica chiama “economia non osservata”, proprio perchè non riesce a quantificarla puntualmente come avviene con il resto delle attività svolte alla luce del sole.
Ma riesce almeno a stimarla, come fa l’Istat, nella bellezza di 211 miliardi di euro di valore, il 13% del Prodotto interno lordo.
Per la stragrande maggioranza, 194,4 miliardi di euro, si tratta della fetta occupata dalle attività “volontariamente celate alle autorità fiscali, previdenziali e statistiche”, e nei restanti 17 miliardi di euro circa (1% del Pil) fanno capo all’industria illegale di droga, prostituzione e contrabbando.
Sono i dati contenuti nell’aggiornamento dell’Istituto di statistica, che certifica un preoccupante aumento dell’incidenza sul Pil di questo insieme di attività tra il 2011 e il 2014: dal 12,4 si è passati al 13%.
Sembrerà poca cosa, ma 0,6 punti di prodotto sono molto più della somma (0,2 punti) che sta al centro della “litigata” tra governo e Ufficio parlamentare di bilancio sulle stime di crescita per il prossimo anno.
Anche di più (0,4 punti) della “flessibilità ” massima che l’Italia spera di strappare a Bruxelles in queste ultime ore di scrittura della Manovra
Il lavoro dell’Istat dettaglia come i vari settori del sommerso contribuiscono a mettere insieme quella cifra monstre: “Il valore aggiunto generato dall’economia non osservata nel 2014 deriva per il 46,9% (47,9% nel 2013) dalla componente relativa alla sotto-dichiarazione da parte degli operatori economici. La restante parte è attribuibile per il 36,5% all’impiego di lavoro irregolare (34,7% nel 2013), per l’8,6% alle altre componenti (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta) e per l’8% alle attività illegali”, dicono gli statistici.
Da segnalare infine il “significativo aumento” censito dagli statistici dei lavoratori irregolari: sono 3 milioni 667 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 595 mila) e con un balzo rispettivamente di 180 mila e 157 mila sull’anno precedente.
“Il tasso di irregolarità , calcolato come incidenza delle unità di lavoro (Ula) non regolari sul totale, è pari al 15,7% (+0,7 punti percentuali rispetto al 2013).
Il tasso di irregolarità dell’occupazione risulta particolarmente elevato nel settore dei Servizi alla persona (47,4% nel 2014, 2,4 punti percentuali in più del 2013), seguono a grande distanza l’agricoltura (17,5%), il Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (16,5%) e le Costruzioni (15,9%)”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile
E SUL CASO REGENI: “MI SCUSO A NOME DEL MIO POPOLO”
In Egitto Naguib Sawiris è noto per non parlare a vanvera. 
Imprenditore con un giro d’affari di 3 miliardi di dollari, tycoon delle telecomunicazioni nonchè presidente della Orascom Telecom Holding, il 61enne copto Sawiris, amato e odiato dai connazionali, è uno degli uomini più ricchi del paese ma anche dei più ostinati.
Quando si schierò con la rivoluzione del 2011 fondò poi il partito liberale al Masriyin al Ahrar perchè i sogni di Tharir non svanissero nel velleitarismo.
Quando appoggiò la rivolta contro l’ex presidente Morsi si prese la responsabilità di avallare il ritorno dell’esercito con tutte le sue conseguenze, comprese le pressioni per cui mesi fa ha venduto l’emittente ONTV.
Quando ha promesso di comprare un’isola per i rifugiati e la Grecia gliela ha negata si è rivolto alla Basilicata, l’unica regione italiana, come ha rivelato La Stampa, disposta ad accogliere più immigrati di quanti le spetterebbero.
Come ha scoperto la Basilicata?
«Sono andato in Basilicata perchè ne apprezzo la politica di accoglienza e ho trascorso una giornata con il sindaco a pianificare un progetto che coinvolga cultura, turismo, agricoltura, industria. L’obiettivo è creare posti di lavoro per i migranti e per gli italiani, perchè solo se crei occupazione per tutti eviti le guerre tra poveri. La condizione, a cui tengo molto, è che, collaborando con la sicurezza, sia escluso chi ha ideologie radicali».
Quanto è disposto a stanziare?
«Non abbiamo ancora parlato di budget, siamo all’inizio. Ma io ci tengo. La mia idea originaria di comprare un’isola e destinarla ai rifugiati è naufragata sul rifiuto del governo greco. Avevo trovato 22 isole tutte private ma alla fine, sebbene avessi precedentemente incontrato il premier, sono mancati i permessi per ultimare l’acquisto».
La Basilicata sarà quell’isola?
«No, ma può essere una soluzione da riprodurre altrove».
Perchè s’interessa ai migranti?
«Perchè non voglio essere uno che guarda le catastrofi in tv e, potendo far qualcosa, non fa nulla. E perchè il successo imprenditoriale non mi basta: non vorrei essere solo un businessman famoso ma un nome associato a qualcosa di umanitario».
Perchè sono sempre di più i migranti che fuggono dall’Egitto?
«Perchè la situazione economica è pesante: il tasso di cambio incerto che spaventa gli investitori, il collasso del turismo, la burocrazia. Però attenti, in Egitto non mancano i posti lavoro: la gente scappa perchè vuole salari migliori di quelli egiziani, sogna 2000 euro al mese, 10 volte quanto prende in patria. Otto anni fa, dopo un terribile naufragio, offrii 10 mila posti di lavoro affinchè la gente non rischiasse più la vita. Si presentarono solo in 28, il salario era egiziano».
Difficile biasimare chi sogna…
«Partono in modo illegale, rischioso. L’UE dovrebbe creare zone sicure per i migranti, corridoi legali, quote. Se accetta tutti indiscriminatamente finirà per incoraggiare flussi indiscriminati e infiltrazioni dell’Isis o dei Fratelli Musulmani».
L’Egitto controlla bene le coste?
«La sicurezza è buona. Ma i flussi sono cresciuti. E noi egiziani non siamo propriamente famosi per l’accuratezza».
E’ possibile che il suo governo usi i migranti per far leva sull’Europa come faceva Gheddafi?
«L’Egitto non lo farebbe mai, è uno Stato vero, organizzato».
Sui rapporti tra Roma e il Cairo grava assai il caso Regeni.
«A nome del popolo egiziano voglio scusarmi con la famiglia e l’Italia per quanto accaduto a Regeni. Sebbene non sappiamo ancora chi l’abbia ucciso, per solo il fatto che sia accaduto in Egitto ne siamo responsabili».
Come va per i cristiani in Egitto?
«Molto bene. Per i copti questo è il miglior regime di sempre».
L’Egitto si è infatuato di Putin?
«Tutta colpa dalla pessima performance di Obama che, insieme alla Clinton, è reo della crescita dell’Isis. L’hanno visto nascere in Iraq, dove l’America aveva creato il caos, avrebbero dovuto occuparsene. L’arrivo di Putin, positivo o negativo, ha imposto un cambio di passo. Muoiono innocenti in Siria? Si. L’intervento russo è buono? No. Ma è meglio che stare fermi a guardare».
Ha puntato l’indice anche contro la Clinton. Meglio Trump?
«No. Ma l’America ha davanti la peggiore delle scelte possibili».
Riad sta mollando l’Egitto?
«Il principale obiettivo dei sauditi è combattere l’Iran, per farlo si solo alleati coi Fratelli Musulmani e hanno aiutato estremisti sunniti tipo al Nusra e l’Isis. Per noi la priorità non è l’Iran ma il terrorismo. Di certo non ci venderemo per soldi».
Secondo gli attivisti e le ong internazionali la violazione dei diritti umani in Egitto è oggi peggio che sotto Mubarak.È così?
«Non è peggio ma neppure meglio. Gli arresti, le sparizioni, tutto questo è molto negativo e stupido. Non puoi incarcerare la gente per le sue opinioni».
Per questo ha venduto ONYV?
«Sono un uomo libero. Se interferisci con la mia tv non mi piace. Alla fine ONTV mi dava solo mal di testa, erano tutti scontenti, mi criticavano i governativi, gli attivisti, i pro Mubarak, dicevano che agivo contro il mio paese mentre io amo l’Egitto. Così l’ho venduta, Meglio fare qualcosa per i migranti».
Francesca Paci
(da “La Stampa”)
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Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile
IN CALABRIA E CAMPANIA L’ISCRIZIONE DI 1.000 STUDENTI EXTRACOMUNITARI EVITA LA CHIUSURA DEGLI ISTITUTI NEI PICCOLI COMUNI
Nei piccoli comuni le scuole chiudono per mancanza di studenti? A tenerle aperte sono gli extracomunitari.
Grazie a un migliaio di iscritti è da otto anni che gli istituti e i convitti (della Calabria prima e ora anche della Campania e della Toscana) riescono a sfuggire ai tagli delle sedi scolastiche.
Un progetto, condiviso con le istituzioni regionali e nazionali, che dal 2008 a oggi ha consentito di fronteggiare lo svuotamento demografico di antichi borghi e la conseguente riduzione del numero di studenti italiani.
«Il progetto si realizza a diversi livelli- spiega Salvatore La Porta, presidente dell’istituto calabrese di politiche internazionali, la onlus da cui è partita l’iniziativa-. Il primo è collegato alle scuole di italiano per stranieri che ospitano in estate studenti che vengono a imparare la lingua in piccoli comuni della Calabria, come Santa Severina, Diamante, Belvedere Marittimo, Tropea, Scilla».
Il secondo livello, invece, riguarda la frequenza quinquennale di studenti stranieri ad un intero corso di studi superiori. Dal 2008 sono stati formati in Calabria oltre mille ragazzi extracomunitari, proventi principalmente da Kurdistan iracheno, Egitto, America Latina.
Attraverso un accordo con il ministero dell’Istruzione e la Regione, sono stati individuati alcuni piccoli comuni della Calabria dove c’era una storica difficoltà a mantenere aperte le scuole per la diminuzione degli abitanti dovuta al calo della natalità e alla forte emigrazione verso le regioni del centro-nord.
«Grazie agli studenti stranieri, gli studenti locali hanno potuto continuare a frequentare le scuole superiori nei loro comuni di residenza», osserva Donatella Romitelli, collaboratrice del programma Pitagora Mundus-. Ciò crea anche una microeconomia locale perchè questi studenti vengono accolti e accuditi in strutture del posto. I comuni, i convitti e gli istituti scolastici li ospitano quasi gratuitamente e l’investimento ha ricadute economiche positive sull’economia di questi comuni».
Le borse di studio vengono erogate in base alla disponibilità delle scuole dei comuni calabresi di ospitare un certo numero di studenti.
Le disponibilità di posti vengono raccolte e proposte attraverso le ambasciate ai paesi in via di sviluppo.
Così la presenza di studenti stranieri ha permesso d tenere aperte scuole e convitti in piccoli comuni calabresi come San Demetrio Corone, Sant’Agata di Esaro, Scigliano, Diamante (istituto alberghiero), Santa Severina (liceo classico), Palmi (convitto) e anche in Campania a Salerno (convitto Tasso).
E adesso il programma verrà esteso alla Toscana e alle regioni del nordest.
«Gli studenti stranieri si iscrivono al primo anno delle superiori e dopo cinque anni arrivano al diploma sottolinea La Porta-.Dopo il diploma tornano nei loro paesi e diventano un ponte tra l’economia italiana e quella del loro paese di provenienza”.
I ragazzi trovano già lavoro in Italia durante le vacanze estive.
“Conoscono perfettamente l’italiano e, dopo il diploma, molti di loro vengono assunti da aziende italiane che lavorano con l’estero e che esportano nei paesi di provenienza degli studenti- aggiunge Romitelli-. Inoltre assumerli è un vantaggio per le aziende italiane perchè la presenza di personale locale è meglio a accettata in quei paesi. E sappiamo quanto grave sia il rischio di rapimento di lavoratori stranieri in alcune zone del mondo».
Il 18 dicembre un gruppo di studenti andrà a piazza San Pietro all’Angelus di papa Francesco, tra loro studenti paraguaiani selezionati dal ministero degli esteri paraguaiano nelle zone più povere del paese.
«Dal 2008 il programma Pitagora Mundus contribuisce a riattivare l’economia locale dei borghi calabresi- evidenzia La Porta-.Il paese di provenienza concorre alle spese degli studenti per viaggi aerei annuali di ritorno in patria, per i permessi di soggiorno, per le spese burocratiche e mediche, per le attività extradidattiche».
Nei piccoli comuni gli studenti ritrovano quell’ambito più a misura d’uomo e di tipo familiare che hanno lasciato nel loro paese.
E in questi piccoli centri il controllo sociale è maggiore.
«Sono studenti meritevoli che vengono scelti, nel loro paese in via di sviluppo, tra i ragazzi più bravi- puntualizza Romitelli-.Nei piccoli comuni calabresi vengono istruiti e formati. E così in zone difficili della Calabria le difficoltà diventano opportunità . E in questo modo il Mezzogiorno diventa come nel passato un anello di congiunzione tra civiltà ,come all’epoca della Magna Grecia».
Accordi di programma e intese di collaborazione sono state firmate con la regione Calabria, l’ufficio scolastico regionale e le province calabresi.
La scuola di Diamante, con la preside Concetta Smeriglio, è la capofila della rete di istituti E ora lo stesso progetto è stato esteso viene a Salerno e nei piccoli comuni della Toscana attraverso istituti scolastici e convitti.
Il progetto è stato adottato dal ministero dell’Istruzione e il 10 11 novembre si terrà un incontro a Diamante, in provincia di Cosenza, per istituire un gruppo di coordinamento nazionale.
Attraverso il piano presentato al viceministro degli Esteri, Mario Giro è allo studio la modalità tecnica per poter destinare l’1% dei fondi della cooperazione internazionale alla formazione dei giovani di paesi in via di sviluppo ai quali “Pitagora Mundus” permette di studiare.
«L’Agenzia della cooperazione e dello sviluppo è stata coinvolta con l’arrivo di 27 studenti somali- precisa La Porta-.
Il ministero degli Esteri della Somalia ha chiesto 27 borse di studio alla Farnesina che gliele ha concesse». In questo modo la cooperazione internazionale viene collegata all’istruzione.
«La filosofia è quella di non dare solo il pesce, ma anche la canna per insegnare a pescare- conclude La Porta-. Un progetto senza finanziamenti europei e statali. Siamo come la dieta mediterranea, facciamo sinergia di tutto, facciamo con tutto ciò che facciamo. Il prossimo passo accogliere i minori stranieri non accompagnati attraverso i comuni e i convitti che hanno dato la disponibilità ad ospitarli».
Giacomo Galeazzi
(da “La Stampa”)
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Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile
IL NO DELLA CGIL ALLA PROPOSTA DI ANDARE IN PENSIONE PRIMA E GRATIS CON 35 ANNI DI CONTRIBUTI
Si alza in extremis lo sbarramento per accedere all’accedere all’Ape agevolata: bisognerà avere almeno
30 anni di contributi se disoccupati e 35 se si è lavoratori attivi.
Lo ha riferito il segretario confederale Uil Domenico Proietti spiegando che su questi livelli minimi il sindacato sta ancora discutendo per cercare di abbassarli.
Una scelta che però non piace alla Cgil, che si aspettava requisiti di accesso molto più bassi. “30 anni per ape social? Il governo Renzi si rimangia la parola data (erano 20 anni di contributi). Sono inaffidabili”, ha detto il portavoce della segretaria della Cgil Susanna Camusso, Massimo Gibelli.
Secondo quanto riferito dal sindacato, potranno accedere all’Ape agevolata, la cui partenza è prevista l’1 maggio 2017 i disoccupati, disabili e alcune categorie di lavoratori impegnati in attività faticose purchè abbiano un reddito inferiore ai 1.350 euro lordi.
Per queste categorie il costo dell’anticipo pensionistico, attraverso un reddito ponte, sarà a carico dello stato. L’Ape partirà dal 1 maggio 2017.
Tra le categorie inserite nella platea dell’Ape agevolata, oltre ai disoccupati, i disabili e i parenti dei disabili, anche alcune categorie di attività faticose come le maestre, gli operai edili e alcune categorie di infermieri.
Tra i beneficiari anche i macchinisti e gli autisti di mezzi pesanti. Il governo quindi, secondo quanto spiega il sindacalista, scriverà ulteriori categorie oltre quelle previste già dalla normativa sui lavori usuranti.
Le risorse che saranno stanziate per il pacchetto pensioni ammonteranno a circa 1,5-1,6 miliardi per il 2017. Complessivamente saranno sei miliardi in tre anni.
In linea con le anticipazioni degli scorsi giorni, il governo ha riferito che la rata di restituzione del prestito in caso di anticipo pensionistico su base volontaria sarà pari a circa 4,5-4,6% per ogni anno di anticipo sulla pensione.
Proietti ha spiegato che il governo stanzierà delle risorse per questa misura, dato che il 4,5% annuo non copre il costo degli interessi dell’assicurazione e di una parte del capitale del prestito pensionistico, che sarà restituito in 20 anni una volta che il lavoratore sarà andato in pensione.
Al di fuori dei confini dell’Ape, potranno andare in pensione anticipata con 41 anni di contributi i lavoratori precoci, ovvero quelli che hanno 12 mesi di contributi versati prima dei 19 anni se disoccupati o se parte delle categorie previste per l’Ape social (lavoratori edili, maestre d’infanzia, alcune categorie di infermieri, etc).
Proietti ha spiegato che è “importante che sia passato il principio che con 41 anni di contributi si possa andare in pensione”.
In pratica i lavoratori precoci possono andare quindi in pensione con 41 anni di contributi, prima di aver raggiunto i 63 anni di età , limite previsto per l’accesso all’Ape agevolata. Il governo – ha aggiunto Proietti – ha anche confermato l’intenzione di togliere la penalizzazione (che sarebbe dovuta tornare nel 2019) per chi va in pensione prima dei 62 anni.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile
VOLONTARIO NELLA RSI, SIMBOLO DELLA GAUCHE, ANTISIONISTA: LA PARABOLA DELL’ESTREMISMO ATTRAVERSO IL NOVECENTO
Sarebbe un errore attribuire a Dario Fo – come fanno molti antipatizzanti – una volatilità ideologica, per le militanze dall’estrema destra all’estrema sinistra, fino ai cinque stelle.
Ma a guardare bene, la vita politica del Nobel ha seguito una linea di coerenza espressa attraverso un ribellismo giovanile simile a quello adulto e senile: il giuramento di fedeltà al manifesto di Verona, fondativo della Repubblica di Salò, contemplava la lotta per l’«abolizione del sistema capitalistico interno e contro le plutocrazie mondiali» che tanto assomiglia alla dichiarazione d’intenti del Soccorso Rosso, la struttura degli Anni Settanta che si riprometteva di «sostenere compagni incarcerati nel corso delle lotte antifasciste ed antimperialiste a livello nazionale ed internazionale».
Il linguaggio è soltanto leggermente diverso, da «plutocrazie» si passa a «imperialismo», ma è comunque una dichiarazione di guerra alla società occidentale, o almeno a quella maggioritaria, capitalista e liberale, che si è opposta prima al nazifascismo poi al comunismo vincendo entrambe le sfide.
Ora, va specificato che Fo ha sempre ridimensionato la sua partecipazione da volontario al fascismo della bella morte di Salò e sarebbe comunque ingiusto attribuire valore storico alle sentenze di tribunale che autorizzano a definirlo «rastrellatore».
Ma, insomma, una linea fra quelle due fasi della vita, disconosciuta la prima e rivendicata la seconda, è abbastanza visibile e anche dolorosa.
In uno spettacolo teatrale del 1972, al feddayn (che dava nome all’opera) si consegnava la dimensione di «nemico numero uno dell’imperialismo, del sionismo e della reazione araba».
Anni dopo, rifacendosi a un testo di Nelson Mandela, Fo ha paragonato la situazione dei palestinesi a quella dell’apartheid sudafricano e, ancora di recente, in un’intervista per i suoi novant’anni, ha sostenuto che gli ebrei si avvalgono della «loro brutalità contro chi segue altre religioni».
Sono frasi per cui Fo si è guadagnato esorbitanti accuse di antisemitismo, almeno per il Fo post-Salò, ma l’antisionismo, quello sì, era orgogliosamente rivendicato.
Ed era parte fondante dell’antimperialismo che lo ha condotto ad analizzare l’11 Settembre prima come una reazione dei poveri sui ricchi («questa violenza è figlia legittima della cultura della violenza, della fame e dello sfruttamento disumano»), poi a fare da voce narrante di un documentario cospirazionista scritto da Giulietto Chiesa, e secondo il quale gli attentati del Wto e del Pentagono erano strumento di un grande complotto a sfondo petrolifero. Proprio come succede sempre, disse Fo, «fin dall’omicidio Kennedy».
Per un intellettuale di tale formazione era naturale finire dalle parti di Beppe Grillo. Alla lunga il sugo è sempre quello: la realtà offerta è una realtà contraffatta: il mondo occidentale è basato sullo sfruttamento di pochi forti su molti deboli, e con la collaborazione della menzogna.
Del resto sono sentimenti ai quali è in parte ispirata la terribile lettera del 1971 all’Espresso – firmata da Fo e da parecchi altri – nella quale si giudicava il commissario Luigi Calabresi colpevole della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, e nella quale si proclamava una ricusazione di coscienza «rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni».
Era soltanto una grande recita a cura di istituzioni statali a cui non era più riconosciuta cittadinanza. Soprattutto al commissario Calabresi, che in quel coro furente era indicato come agente della Cia, e cioè avanguardia degli oppressori, gli imperialisti, gli oscuri nemici di sempre.
Mattia Feltri
(da “La Stampa“)
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Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile
CRITICATO E PERSEGUITATO, HA ESPLORATO NUOVI ORIZZONTI ARTISTICI
La giuria del Premio Nobel per la Letteratura cambia strada. Dopo il premio, strameritato, a Svetlana
Aleksievic, autrice del capolavoro La guerra non ha un volto di donna (Bompiani), vince Robert Allen Zimmerman, nato a Duluth, gelida pianura del Minnesota, nel 1941, in arte Bob Dylan.
Se la vittoria di Dario Fo per il teatro popolare, nel 1997, suscitò l’ira del critico Harold Bloom («Ridicolo!»), il successo di Dylan, nel giorno della morte di Fo, solleva lo sprezzo dello scrittore Alessandro Baricco: «Cosa c’entra Dylan con la letteratura?».
La reazione negativa non va attribuita, interamente, al provincialismo di casa nostra, se anche il romanziere scozzese Irvine Welsh, autore di Trainspotting, esplode: «Scriteriato premio alla nostalgia per decrepiti hippie brontoloni».
Un Nobel alle spalle, Salman Rushdie twitta equanime «Da Orfeo a Faiz, canzoni e poesia sono legate intimamente. Dylan è il luminoso erede di questa tradizione bardica. Grande scelta Nobel», e coglie la novità .
L’anno passato si puntò sulla «cronaca» di Aleksievic, arte luminosa che da Erodoto alle pagine di Rodolfo il Glabro sulla caduta di Costantinopoli arriva a Bernard Fall e Michael Herr sul Vietnam, quest’anno sulla canzone d’arte.
Molti sul web citano artisti che avrebbero meritato di vincere, da Leonard Cohen con Suzanne a Lennon-McCartney, noi potremmo dire Tenco o Mogol.
Ma il Nobel seleziona un nome per un’intera cultura, e in Bob Dylan la medaglia d’oro a 18 carati e il bonifico di 8 milioni di corone, 940 mila euro onorano la musica unita al testo. Sara Danius, segretaria del Nobel cita «Omero e Saffo, tradizione di “poesia per le orecchie”».
Dylan se ne ride delle controversie, lo hanno accompagnato tutta la vita.
Lasciando la famiglia e la quieta Duluth — «a casa mia nessuno alzava mai la voce» – per New York e l’amore dell’italoamericana Suze Rotolo, Dylan vuole «rotolare come un sasso», non «affondare come un macigno», certo nella sua irridente giovinezza che «i tempi stiano per cambiare».
La caparbia fierezza, la cognizione del genio di bastare a se stesso, risuonano nelle rime di Don’t Think Twice, It’s All Right, misogine, aspre: «Hai solo sprecato un po’ del mio tempo prezioso, ragazza». La ragazza era la tenera Suze, scomparsa a 67 anni nel 2011, per tutti la bellezza avvinghiata a Dylan, trench bohèmien, sulla copertina del 33 giri The Freehweelin’ Bob Dylan.
Al giovanotto sicuro di sè – «Picasso aveva ribaltato il mondo dell’arte, io volevo fare lo stesso con la musica» – ma senza un cent, i dollari per produrre una canzone li trova l’amata, e già nota, Joan Baez, che chiede un prestito a Furio Colombo, columnist del Fatto allora manager Olivetti.
Colombo, pioniere dell’avanguardia italiana Gruppo 63, raccontava poi l’aneddoto agli amici, ridendo: «Ne nacque Blowin’ in the Wind, avessi il copyright sarei ricco!».
Con un contratto per la Columbia Records, 1962, Dylan diventa voce di una generazione, al Greenwich Village per i beatnik, alla Sorbona di Parigi per gli studenti 1968, a Praga, nelle cantine del futuro presidente Havel.
Dylan canta nel 1963 a Washington davanti ai dimostranti per i diritti civili e a Martin Luther King, ma la politica gli sta stretta, detesta quelli che un collega, Francesco Guccini, bollerà come «critici, personaggi austeri, militanti severi».
Nel 1965 si presenta a Newport, tempio della musica folk, con una chitarra elettrica Fender Sunburst Stratocaster, e i «militanti severi», fedeli alla francescana chitarra acustica, rumoreggiarono, malgrado le difese del maestro Pete Seeger.
Perseguitato, come quando tornerà alle radici cristiane e ebraiche o perfino rischierà la morte a Woodstock con la moto Triumph nel ’66, Dylan si lascia alle spalle i conformisti ed esplora, coraggioso e solitario, nuovi orizzonti.
Highway 61 Revisited, Blonde on Blonde sono gli lp, come si chiamavano allora, che ne conservano l’arte, ma anche in canzoni semplici come This Old Man, o nella partecipazione ai Traveling Wilburys con le icone George Harrison e Roy Orbison, il talento di Dylan risplende.
È difficile ricordare cosa sia stato Bob Dylan per i baby boomer, i nati tra il 1946 e il 1964.
Due collezionisti italiani, l’editore Carlo Feltrinelli e il critico jazz Fabio Caronna, si disputano il record della raccolta completa di «bootleg», incisioni pirata di Dylan, mentre su Linus, la rivista diretta da Oreste del Buono, per mesi e mesi i lettori polemizzano su un verso mal tradotto.
In una libreria antiquaria trovai il suo romanzo Tarantula con dedica di pugno a John Lennon: al mio stupore, il libraio confessò laconico «Yoko Ono l’ha dato al maggiordomo come liquidazione».
In lui il Nobel premia dunque anche i boomer, ma non nell’avida, cupida, gelosia, nelle migliori speranze da giovani, prima che la vita insegnasse, durissima maestra, «quante strade mai un uomo dovrà faticare prima che tu lo possa chiamare uomo», Blowin’ in the wind, Bob Dylan, 1963.
Gianni Riotta
(da “La Stampa”)
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