Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile
DI MAIO 1: “NELL’INCONTRO CON MARRA GLI HO RIBADITO CHE DOVEVA LASCIARE L’INCARICO”…DI MAIO 2: “HO SOLO ASCOLTATO QUELLO CHE AVEVA DA DIRMI”… UNO DEI DUE DI MAIO HA MENTITO
Oggi i giornali hanno pubblicato il testo di un sms inviato a Virginia Raggi in cui Luigi Di Maio definiva Raffaele Marra “un servitore dello Stato”; il testo è stato poi inoltrato dalla Raggi a Marra e pubblicato oggi dai giornali tagliandone una parte (quella che si riferiva ai controlli di Pignatone).
Grillo ha pubblicato sul suo blog la chat integrale accusando i giornali di “bufala” e che non sarebbe vero che “Di Maio difese Marra”, ma l’esatto contrario.
In realtà vi sono due frasi che sembrano opposte: la prima è che a Marra viene riconosciuto di essere un “servitore dello Stato”, la seconda “penso che nel gabinetto non debba stare perchè ci eravano accordati (lui e la Raggi n.d.r.) così”. Salvo poi non prendere posizione in attesa che “Pignatone ci faccia sapere”.
Forzati i primi titoli, forzata l’assoluzione da parte di Grillo.
Ma dalla chat emerge piuttosto un’altra menzogna di Di Maio.
Cosa ha detto Di Maio a In 1/2 Ora?
” Fermo restando che io ho incontrato una volta quel signore, il MoVimento chiedeva a Virginia Raggi — e questo lo testimonia l’incontro — di rimuovere questo signore dal suo gabinetto già dall’estate del 2016. Quell’incontro serviva ulteriormente per ribadire che quel signore non aveva la nostra fiducia, la mia, quella di Davide Casaleggio e quella di Beppe Grillo, e dopo quell’incontro — in cui ho ribadito la posizione che dovesse andar via dal gabinetto — ho continuato a chiedere al sindaco di rimuovere questo signore”
Nell’sms inviato a Virginia Raggi invece dice di aver solo ascoltato quello che Marra aveva da dirgli.
Una delle due versioni è falsa.
Fermo restando che Di Maio conclude “Quanto alle ragioni di Marra, aspettiamo Pignatone e poi deciderete-decideremo”
Quindi in quell’occasione non può certo aver detto a Marra di lasciare la carica.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile
IL 10 AGOSTO LA RAGGI GIRO’ A MARRA L’SMS IN CUI DI MAIO ASSICURAVA IL SUO SOSTEGNO…ALTRO CHE “A LUGLIO DISSI DI MANDARLO VIA” COME HA SOSTENUTO IN TV
Luigi Di Maio ha mentito su Raffaele Marra, ex capo del personale del Campidoglio, detenuto da
cinquanta giorni a Regina Coeli perchè accusato di corruzione.
E su almeno due circostanze. Che Repubblica è ora in grado di documentare.
Non è vero che lo incontrò il 6 luglio 2016 nei suoi uffici alla Camera “per cacciarlo”, come ha sostenuto nella sua intervista televisiva di domenica scorsa a Lucia Annunziata nel suo “In ½ ora”, sollecitato sulle domande poste da questo giornale nei giorni scorsi.
Non è vero che fu l’ostinazione della sindaca Virginia Raggi a impedirne l’allontanamento.
E’ vero piuttosto il contrario. Perchè, ancora il 10 agosto 2016, oltre un mese dopo il loro incontro e nel pieno dello scontro interno al minidirettorio che ne chiedeva la testa, Di Maio sollecitava Marra a resistere perchè “servitore dello Stato”.
La prova della falsità della ricostruzione proposta da Di Maio sul ruolo politico che ha svolto nell’affaire dei “quattro amici al bar” è in due chat telefoniche, il cui testo è stato ottenuto da Repubblica .
Entrambe datate 10 agosto 2016 e custodite nella memoria dello smartphone di Raffaele Marra sequestrato al momento del suo arresto.
Di entrambe, l’avvocato Francesco Scacchi, legale di Marra, conferma l’esistenza, rifiutando tuttavia garbatamente ogni commento nel merito.
Se non per ribadire che il suo assistito “parlerà , parlerà di tutto, perchè ha intenzione di farlo e non ha cambiato idea”.
“Ma solo quando sarà messo in condizione di conoscere con esattezza il materiale istruttorio raccolto dalla Procura” nell’indagine che lo vede indagato con la Raggi per abuso di ufficio.
Il che significa non oggi, come chiesto dalla Procura, nè comunque prima del deposito degli atti a conclusione dell’indagine.
E veniamo alle due chat, dunque.
E’ – come si diceva – mercoledì 10 agosto 2016. Quel giorno, in Campidoglio, è in calendario la votazione in Aula Giulio Cesare della mozione di sfiducia dell’allora assessore all’ambiente Paola Muraro presentata dalle opposizioni (verrà respinta con 24 no).
Ma, soprattutto, sono quelli i giorni dell’incrudelirsi del dibattito interno al minidirettorio M5S aperto dalle nomine con cui la Raggi ha definito il ruolo del suo cerchio magico, degli “amici al bar”. Salvatore Romeo, capo della segreteria. Daniele Frongia, vicesindaco. Raffaele Marra, vicecapo di gabinetto.
Per questo, Marra è nervoso. Di più. Ossessionato da quello che, da settimane, percepisce come uno stillicidio sulla sua persona.
Alimentato soprattutto dal “fuoco amico” della componente lombardiana del M5S, che chiede il suo immediato allontanamento dalla stanza dei bottoni del Campidoglio. Alle 8 52 minuti e 42 secondi di quel mercoledì mattina, la sindaca, il cui nickname di chat è “Mio Sindaco”, apre con un emoticon la conversazione: “:) Buongiorno”. Marra le risponde dopo un quarto d’ora. Con un riferimento alla prova dell’aula di quel giorno. “Buongiorno. In bocca al lupo per oggi”. “Grazie”, risponde lei.
Marra fa passare qualche ora e, alle 13 11 minuti e 6 secondi, rientra in chat per un lunghissimo messaggio di sfogo.
Che, oggi, diventa cruciale per ricostruire non solo quali fossero in quel momento i rapporti di forza tra gli “amici al bar”, ma, soprattutto, per documentare quale ruolo politico di copertura avesse prestato Luigi Di Maio e quanto sia dunque posticcia la versione dei fatti offerta domenica scorsa alla Annunziata.
Scrive Marra alla Raggi: “Vorrei anche ricordarti che ho manifestato la mia disponibilità a riprendere l’aspettativa sin dal giorno in cui ho incontrato il vice presidente Di Maio a cui manifestai la mia disponibilità a presentare l’istanza qualora non fossi stato in grado di convincerlo, carte alla mano, sulla mia assoluta correttezza morale e professionale. L’incontro, come sai, andò molto bene, tanto che lui mi disse di farmi dare da te i suoi numeri personali. Cosa che per correttezza non ho mai fatto. Pensavo che quell’incontro potesse rappresentare un punto di svolta. Evidentemente mi sbagliavo”.
Il testo è chiaro. L’incontro del 6 luglio tra Marra e Di Maio era stato tutt’altro che la sgradevole occasione per un licenziamento (come vorrebbe l’avventurosa ricostruzione del vicepresidente della Camera). E non solo perchè questa fu la percezione di Marra. Ma perchè che così fossero andate le cose è la stessa Raggi a saperlo.
Non fosse altro perchè è difficile immaginare Di Maio che nel “cacciare” un dirigente capitolino lo invita contestualmente a farsi dare i propri numeri personali dalla sindaca. A che scopo, se non quello di dimostrargli piena fiducia e massimo accesso confidenziale?
Certo, si potrebbe dire: Marra, in quei messaggi, millanta. Racconta cose non vere dell’incontro del 6 luglio. Accredita, pro domo sua, una versione dei fatti dove la parola dell’uno (Di Maio) vale quanto quella dell’altro (Marra).
E, dunque, sarebbe arbitrario, o comunque opinabile, caricare Di Maio di un ruolo politico di “protezione” di cui non esisterebbe la prova regina. Anzi, lo sconforto di Marra potrebbe essere la prova che proprio Di Maio lo avesse mollato.
E, tuttavia, è la seconda chat in possesso di Repubblica che fa piazza pulita anche di questa (generosa) ipotesi.
Per tranquillizzare Marra e convincerlo a resistere perchè ha ancora il pieno appoggio di Di Maio, la Raggi, alle 15 48 minuti e 50 secondi di quel mercoledì 10 agosto, gli gira infatti, inoltrandoglielo, un sms che ha ricevuto proprio dal vicepresidente della Camera.
Anche questo di un’evidenza solare. Dove alle parole può essere difficilmente dato un significato alternativo a ciò che documentano.
Con il senno di poi, un azzardo quello della sindaca. Perchè quel messaggio rimane nella memoria dello smartphone che verrà sequestrato al momento dell’arresto.
Scrive Di Maio alla Raggi: “Quanto alle ragioni di Marra, lui non si senta umiliato. E’ un servitore dello Stato. Sui miei, il Movimento fa accertamenti ogni mese. L’importante è non trovare nulla”.
“Un servitore dello Stato”, cioè uno dei miei. Non male per un tipo che, a suo dire, aveva “cacciato” il 6 luglio.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile
BATTUTE OMOFOBE NEI SUOI SPETTACOLI… MESCOLARE COMICITA’ E COMUNICAZIONE POLITICA E’ UN’OPERAZIONE DA MAESTRO DELL’AMBIGUITA’… E SUI DIRITTI CIVILI IL M5S IN AULA SPARISCE SEMPRE
Beppe Grillo è un comico. Beppe Grillo è il Capo Politico di quello che è uno dei principali partiti politici italiani. Entrambe le figure, l’uomo politico e il comico, hanno un problema comune: le transessuali.
Per il comico si tratta di un banale espediente stilistico per far ridere con una battuta che sa di vecchio. Per il politico invece c’è qualcosa di più: una sottile vena di omofobia.
Lo spunto questa volta ce lo dà un video girato durante Grillo vs Grillo, lo stand up del leader del M5S trasmesso da Netflix dove il comico genovese e leader del MoVimento Cinque Stelle ci racconta che “una volta c’erano solo i travestiti e non c’erano i transgender” e che un trans è “una donna col belino” oppure “un uomo che parla tanto”. Fin qui battute non proprio originali, anzi, ma è comprensibile che Grillo sia ancora uno di quelli che credono che per far ridere basti dire qualche parola volgare o fare un commento sessista.
Grillo però si lamenta anche del fatto che “a fare una battuta su un transgender ti prendi dieci querele.. si incazzano”.
Il riferimento non troppo velato è ad un’altra vecchia battuta fatta da Grillo per commentare la candidatura di Vladimir Luxuria con Rifondazione Comunista. Era il 2012 e la vicenda è stata raccontata da Luxuria ai microfoni di Un giorno da pecora qualche tempo fa:
Di Grillo ricordo che quando si seppe della mia candidatura con Rifondazione Comunista andai a vedere un suo spettacolo, durante il quale lui disse: ‘Ma che fine faremo, ora che anche Rifondazione candida un travestito?’ Io ero lì e pensai: ecco, un altro omofobo pure qui
Ed in effetti cinque anni dopo non è cambiato poi molto, Grillo continua a fare confusione tra travestito e transgender (o transessuale) che in realtà sono due termini che indicano due cose distinte.
Senza contare che nella narrativa di Grillo il travestito è una specie di fenomeno da baraccone, un uomo in parrucca e reggicalze e che alla fine le transgender non sono poi così tanto diverse.
Ed è qui che sta il problema, perchè Grillo non capisce — o finge di non capire — che le transessuali non sono qualcosa di ridicolo grottesco ma sono persone che stanno compiendo un percorso di transizione e sono alla ricerca della propria identità di genere.
E se è vero che Grillo e i Cinque Stelle hanno sostenuto — a parole perchè nei fatti quando è stato il momento di votare al Senato non lo hanno fatto — la battaglia per le Unioni Civili è anche vero che Grillo, in nome della battuta facile, quella che acchiappa like e strappa condivisioni qualche tempo ha a retwittato (salvo poi cancellarle) alcune battute omofobe nei confronti di Nichi Vendola.
Naturalmente lui si giustificherà spiegando che quelle battute sulle persone transessuali sono state estrapolate dal contesto, che non era un comizio ma uno spettacolo di satira.
Ma Grillo sa bene, e lo sappiamo tutti, che i suoi spettacoli sono anche comizi elettorali, ed è grazie a quegli spettacoli che ha diffuso le sue idee al pubblico di spettatori paganti che si è riunito in meetup e successivamente ha dato vita al MoVimento.
È interessante rilevare che Grillo, divertito dall’ambiguità dei travestiti e delle transessuali sia in realtà egli stesso un maestro di ambiguità : quella che mescola comicità e comunicazione politica, spettacolo e voglia di cambiare l’Italia.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile
“RICATTABILE DALLA RUSSIA”: E IL GENERALE MESSO A CAPO DEL NATIONAL SECURITY COUNCIL FA GIA’ LE VALIGIE… AL SUO POSTO POTREBBE ARRIVARE UN ALTRO CONDANNATO
L’Amministrazione Trump perde il primo pezzo, a poco più di tre settimane dall’inaugurazione uno
scandalo decapita il National Security Council, l’organo che elabora per il presidente le strategie militari e di politica estera.
“Ricattabile dalla Russia”: è questa l’infamante accusa che ha costretto alle dimissioni il generale Michael Flynn.
Lo stesso Dipartimento di Giustizia aveva dato poche ore fa l’ultimatum a Donald Trump, avvisandolo che la posizione di Flynn era ormai insostenibile.
Trump ha nominato Joseph Keith Kellogg Jr. suo consigliere della Sicurezza nazionale ad interim, in seguito alle dimissioni di Flynn.
Ad abbattere il generale, fresco di nomina come National Security Adviser della Casa Bianca, sono stati due elementi.
Primo: una o più telefonate e contatti compromettenti in cui aveva discusso con l’ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, la levata delle sanzioni su Mosca.
La telefonata era avvenuta quando ancora Flynn non si era insediato nel suo nuovo incarico, ma vi era stato già designato: come tale, le sue conversazioni erano obbligatoriamente intercettate dalle agenzie di intelligence.
Secondo passo falso, per certi versi peggiore: messo alle strette dal vicepresidente Mike Pence che voleva chiarimenti su quei negoziati segreti tra Flynn e l’alto rappresentante di Vladimir Putin, il generale mentì.
Alla fine, il Dipartimento di Giustizia diretto da Jeff Sessions ha convinto Trump che la posizione del suo consigliere strategico non era sostenibile: oltretutto, lo rendeva ricattabile da parte dei russi che ovviamente sanno tutto sui contenuti delle conversazioni private e possono rivelarli a piacimento.
Di qui la decisione e l’annuncio: un colpo duro per Trump, costretto a liberarsi di un fidato collaboratore a così poca distanza dall’insediamento dell’esecutivo.
Per Donald l’opzione Petraeus.
Tra i candidati a sostituire Flynn, il presidente ha in mente l’ex capo della Cia, il generale David Petraeus. Già durante la campagna elettorale Trump aveva lanciato segnali di apprezzamento per Petraeus, che si è guadagnato fama di ufficiale competente durante le sue missioni in Iraq e Afghanistan.
Il generale a 4 stelle arrivò ad essere nominato direttore della Cia nell’aprile del 2011 dal presidente Obama, ma fu costretto a dimettersi dall’incarico per un’inchiesta particolarmente imbarazzante.
Il generale si è riconosciuto colpevole di aver passato informazioni riservate sulle sue operazioni militari a una biografa, Paula Broadwell, che era diventata anche la sua amante. Petraeus fu processato e accettò una condanna a 2 anni: da allora si è sempre parlato di un suo possibile ritorno sulla scena, adesso il possibile coinvolgimento nell’amministrazione Trump.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile
TROVATI ELMETTI E BOSSOLI NI CASA A GENOVA… L’ARRESTO DOVUTO A CUMULO DI CONDANNE
Era stato già arrestato per avere cercato di creare una polizia parallela, la Dssa (Dipartimento di studi strategici antiterrorismo).
E Gaetano Saya, 60 anni, è finito di nuovo in manette per cumulo pene e reato di calunnia. Saya era ricercato dal giugno del 2014 e è stato intercettato dai carabinieri del nucleo operativo di San Martino oggi pomeriggio in un’abitazione di Genova Castelletto presa in affitto da un suo conoscente
Saya deve scontare una pena 3 anni e 10 mesi di reclusione per alcuni reati, fra cui una calunnia, commessi anni fa a Milano.
In casa i carabinieri hanno anche trovato alcuni reperti militari: due elmetti dell’Esercito italiano, bossoli esplosi di mitragliatrice e altre munizioni oltre a materiali che fanno riferimento alla Dssa, che non si possono detenere per cui Saya è stato anche denunciato a piede libero.
Ai militari ha detto che sapeva di essere ricercato.
Saya era leader del movimento Destra Nazionale-Nuovo MSI, guidato insieme alla consorte Maria Antonietta Cannizzaro e nel 2011 aveva partecipato al primo congresso nazionale del Movimento di Responsabilità Nazionale di Domenico Scilipoti.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile
“ATTO DOVUTO, HO FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA”
L’ex presidente della Camera e leader di An Gianfranco Fini è indagato per riciclaggio nell’ambito
dell’inchiesta che ha portato la Guardia di Finanza a sequestrare beni per 5 milioni alla famiglia Tulliani.
A Fini è stato consegnato un avviso di garanzia. L’iscrizione nel registro degli indagati di Fini, secondo quanto si apprende, scaturisce dalle perquisizioni a carico di Sergio e Giancarlo Tulliani eseguite a dicembre 2016.
Gli accertamenti bancari e finanziari sui rapporti intestati alla famiglia Tulliani, avrebbero portato alla luce nuove condotte di riciclaggio, reimpiego e autoriciclaggio posti in essere da Sergio, Giancarlo, Elisabetta Tulliani e Gianfranco Fini.
“L’avviso di garanzia è un atto dovuto. Ho piena fiducia nell’operato della magistratura, ieri come oggi” ha dichiarato Fini all’Adnkronos.
Nel dicembre scorso, l’indagine aveva portato all’arresto di Francesco Corallo, Rudolf Theodoor Anna Baetsen, Alessandro La Monica, Arturo Vespignani e Amedeo Laboccetta (poi scarcerato in sede di riesame), sospettati di essere a capo o partecipi di un’associazione a delinquere a carattere transnazionale finalizzata ai reati di peculato, riciclaggio e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.
Gli inquirenti sono convinti che il profitto illecito della associazione, oggetto di riciclaggio, una volta depurato sia stato impiegato da Corallo in attività economiche e finanziarie, nonchè in acquisizioni immobiliari. Ma sarebbe stato destinato anche ai membri della famiglia Tulliani.
Le perquisizioni a carico di Sergio Tulliani e del figlio Giancarlo, eseguite contestualmente all’ordinanza di custodia cautelare, oltre all’esito degli accertamenti bancari sui rapporti finanziari intestati ai membri di tutta la famiglia, avrebbero portato alla luce nuove condotte di riciclaggio, reimpiego e autoriciclaggio da parte di Sergio Tulliani e dei figli Giancarlo ed Elisabetta, compagna di Gianfranco Fini.
Dopo aver ricevuto, direttamente o per il tramite delle loro società offshore, ingenti trasferimenti di denaro disposti da Corallo ed operati da Baesten, privi di qualsiasi causale o giustificati con documenti contrattuali fittizi, i Tulliani avrebbero ulteriormente trasferito e occultato, attraverso operazioni di frazionamento della provvista illecita e movimentazioni reciproche, il profitto illecito della associazione utilizzando propri rapporti bancari, accesi in Italia e alla estero.
Oggetto di queste operazioni, tra l’altro, i 2,4, milioni di euro direttamente ricevuti da Corallo e successivamente trasferiti da Sergio Tulliani ai figli Giancarlo ed Elisabetta per essere reimpiegati in acquisizioni immobiliari nel comprensorio di Roma e provincia.
E c’è anche il rilevante plusvalore di oltre 1,2 milioni di euro, derivato dalla vendita del famigerato appartamento di Montecarlo, già di proprietà di Alleanza Nazionale di cui erano divenuti proprietari, di fatto, i fratelli Tulliani a spese di Corallo, che aveva anche provveduto all’intera creazione delle società offshore dei Tulliani.
(da “La Repubblica”)
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