Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
ACCUSA DI CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE DI STAMPO MAFIOSO
Salvatore Casamonica e un avvocato del Foro di Roma sono stati arrestati in esecuzione di
un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma con l’accusa di concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso (articoli 110 e 416-bis del codice penale).
Secondo l’accusa i due, in concorso tra loro e con Fabrizio Piscitelli alias “Diabolik” — il noto capo ultrà ucciso il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti — hanno contribuito concretamente al perfezionamento di un accordo finalizzato a stabilire la pace fra il clan mafioso Spada e un altro gruppo criminale operante a Ostia capeggiato da Marco Esposito detto “Barboncino”, contribuendo, in tal modo, a conservare la capacità operativa degli stessi Spada.
L’AdnKronos scrive che l’avvocato arrestato è Lucia Gargano: è stata sottoposta agli arresti domiciliari
Secondo il magistrato Gargano “svolgeva il ruolo fondamentale di trait d’union tra Carmine Spada detto Romoletto e Fabrizio Piscitelli (ucciso il 7 agosto a Roma), i quali non potevano incontrarsi perchè il primo era sottoposto ad obbligo di dimora nel comune di Roma e il secondo a sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Grottaferrata”. Salvatore Casamonica si trova attualmente già in carcere al 41 bis.
Alla base dell’accusa c’è una cena in un ristorante di Grottaferrata che risale al 13 dicembre 2017. L’avvocato oggi arrestato era arrivato portando un po’ di ironia al tavolo: “…Ho paura di tutti questi delinquenti che stanno a questo tavolino… l’avvocato, mamma mia che coraggio che ha! Mamma mia… in mezzo a tutti questi scatenati…”.
Ma — come riporta il G.I.P. di Roma nell’ordinanza — “…la presenza dell’avvocato… non era affatto casuale”, tant’è che Casamonica e Diabolik iniziavano a parlare della necessità di avviare il processo di pacificazione fra le due fazioni egemoni nel territorio di Ostia solo quando il professionista giungeva al ristorante.
D’altronde, la pace da imporre sul litorale si inseriva in un momento storico particolarmente complesso per il clan Spada, dovuto allo stato di detenzione dei propri vertici Ottavio Spada detto “Marco” e Roberto Spada (per il fermo conseguente all’aggressione del giornalista della RAI Daniele Piervincenzi), alle limitazioni cui era soggetto il capo indiscusso della consorteria, Carmine Spada detto “Romoletto” (sottoposto all’obbligo di dimora e vittima di due tentati omicidi nel novembre del 2016) e al fatto che i capi e numerosi sodali del clan Fasciani, federati agli Spada, erano detenuti da anni.
Secondo l’accusa il clan di Barboncino voleva riprendersi Ostia approfittando del momento di difficoltà degli Spada. E aveva gambizzato Alessandro Bruno e Alessio Ferreri oltre a sparare contro la vetrina di un bar vicino a Roberto Spada e davanti alla porta di casa di quest’ultimo.
Per questo Piscitelli e Casamonica avevano deciso di fungere da garanti tra i due gruppi contrapposti. Non solo: nel corso dell’indagine, emergeva anche che il legale — il 19 giugno 2018 — nel corso del colloquio telefonico con il detenuto Carmine Spada, “obbedendo” alla esplicita richiesta di “Romoletto”, lasciava la cornetta in favore della sua convivente Emanuela Leone, consentendo al proprio assistito un colloquio non autorizzato.
Qualche mese dopo, nel novembre del 2018, sfruttando una breve evasione di un altro suo assistito, Alessio Lori — all’epoca ristretto agli arresti domiciliari presso il Centro di solidarietà “Don Guerrino Rota” di Spoleto (PG) — gli consegnava un telefono cellulare, 2 SIM e denaro contante al fine di permettergli, come lo stesso professionista dichiarava in una conversazione intercettata dal G.I.C.O., di “fare impicci”.
E proprio con quel telefono, nei mesi successivi, il Lori — sebbene in stato di arresto — riusciva a comunicare indirettamente con il noto narcotrafficante Arben Zogu, detenuto in carcere a Viterbo.
Ancora, durante una cena in occasione del Natale 2018, tenutasi a casa di un soggetto condannato definitivamente per narcotraffico e ristretto agli arresti domiciliari (con divieto di comunicare con persone diverse dai familiari), il G.I.C.O. intercettava un dialogo nel corso del quale l’avvocato — parlando a pregiudicati — teneva una specie di “corso d’aggiornamento”, illustrando alcune tecniche utili ad ostacolare le intercettazioni delle Forze di Polizia e spiegando, in particolare, come evitare l’inoculazione dei “virus” informatici nei loro cellulari.
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
IL COLLEGA DEL CARABINIERE UCCISO HA MENTITO DUE VOLTE
Subito dopo la morte di Mario Cerciello Rega il comandante generale dei Carabinieri Giovanni Nistri invitò pubblicamente a non infliggere alla memoria di quel carabiniere una «dodicesima coltellata» con «inutili polemiche».
Il video dell’interrogatorio abusivo di Gabriel Christian Natale Hjorth, accusato insieme a Lee Finnegar Elder dell’omicidio, torna a mostrare chi esattamente sta infliggendo coltellate all’istituzione. E, tu guarda il caso, non si tratta dei giornalisti ma degli stessi carabinieri.
Carlo Bonini su Repubblica oggi racconta la persistenza di una cultura dell’omertà che continua ad abitare la pancia dell’Arma e che, come un riflesso pavloviano, considera intollerabile, pur di fronte alle evidenze di un abuso, che sono sempre personali evidentemente, anche solo l’idea di sottoporsi con lealtà e trasparenza al giudizio dell’opinione pubblica prima, di un giudice poi. Il video di quell’interrogatorio dice infatti qualcosa di più e, per certi versi, di peggio di quanto già noto.
Primo: che il 28 luglio l’Arma mentì sostenendo che il giovane americano fosse stato bendato e ammanettato a una sedia per «non più di 4, 5 minuti» soltanto «per non fargli vedere quanto lo circondava nell’ufficio» e per «impedirgli gesti di autolesionismo» . Secondo: che – come documenta la ricostruzione del nostro Daniele Autieri – quel video fu girato dal carabiniere Andrea Varriale, l’ultimo che avrebbe dovuto trovarsi in quella stanza.
Per una semplice ragione: era stato la vittima dell’aggressione di quel ragazzo bendato e ammanettato durante la quale era stato accoltellato a morte il suo commilitone e amico Mario Cerciello Rega.
Ebbene, oggi sappiamo che il carabiniere Varriale mentì su almeno due circostanze non esattamente laterali:
Mentì, sapendo di farlo, sulla nazionalità degli aggressori, che sapeva bianchi caucasici e non maghrebini, come disse nell’immediatezza del fatto.
E mentì negando di essere disarmato, per giunta coperto nella menzogna dal suo comandante di stazione (per questo oggi indagato).
Oggi sappiamo anche che Natale Hjorth fu bendato e ammanettato non per essere protetto, ma umiliato. E che allo spettacolo assistettero passivi (o complici?) otto militari di cui, inspiegabilmente, per altro, solo due risultano però indagati.
Ecco quindi, a distanza di qualche tempo, grazie al giornalismo (e a chi ha evitato di raccontare balle imboccato) abbiamo di fronte questo spettacolo di inadeguatezza. Per il quale, come sempre, non pagherà nessuno.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
L’OCCUPAZIONE ABUSIVA PRIMA DELLA LEGA E ORA DEL PARTITO DELLA MELONI: EVVIVA LA SEDICENTE DESTRA DELLA LEGALITA’
Repubblica Roma racconta oggi che c’è stato un deciso salto in avanti per l’appartamento che si
trova in via Giotto a Guidonia, confiscato ai clan legati alla camorra e alla Sacra Corona Unita e diventato all’epoca comitato elettorale della Lega per Salvini.
Adesso è una sede ufficiale di Fratelli d’Italia:
Da sede del comitato elettorale della “Lega per Salvini” a sede ufficiale di Fratelli d’Italia. Gli occupanti abusivi di case confiscate dal tribunale di Roma e assegnate al Comune di Guidonia, hanno solo cambiato bandiera ma non location.
Gli appartamenti sono sempre quelli di via Giotto, immobile che nel 2017 il tribunale aveva tolto a personaggi legati alla camorra e alla sacra corona unita, consegnato allo Stato che, a sua volta li aveva destinati a residenza per le forze dell’ordine. La Lega fino a qualche mese fa e da ieri Fratelli d’Italia se ne sono invece impossessati. Occupandoli.
Nell’agosto scorso in quello che viene chiamato il quartiere Pichini svettava una bandiera dell’Italia, l’adesivo col volto di Salvini attaccato sul muro e sul citofono un altro adesivo “Lega Salvini premier”, con scritto sopra a pennarello “Sbaraglia”.
Quando suoniamo il campanello ci viene incontro un uomo seminudo, vestito solo con un paio di slip, che dice di essere «convintamente leghista», che con Repubblica non parla, e che in quell’appartamento ci vive lui quando non ci sono eventi importanti per la Lega. Come l’appuntamento elettorale per le scorse europee.
Poi si disse che era pronto lo sgombero e che «Nascerà il villaggio della legalità a Pichini (questo il nome del quartiere dove sono le case sequestrate nel 2017 alla malavita, ndr) – aveva dichiarato il vicesindaco pentastellato Davide Russo – In questa zona di Guidonia Montecelio hanno messo le mani la camorra dedita all’estorsione, all’usura, al riciclaggio, al reimpiego di denaro e beni di provenienza illecita, al fraudolento trasferimento di beni e valori, con l’aggravante del metodo mafioso».
Ora c’è la Meloni.
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
RENZI E’ L’OMBRA DI SE STESSO E LE STA SBAGLIANDO TUTTE
Possiamo dirlo? Italia Viva è un esperimento politico finora del tutto fallimentare, a quasi sei mesi dalla sua nascita.
Era nato per drenare consensi e voti al centrosinistra disilluso, all’area moderata e al centrodestra, e tuttavia non è possibile finora attribuirgli nulla di tutto questo.
Doveva essere il nuovo partito libero e scevro dalle dinamiche del Pd, il nuovo partito liberale ed europeista anti-Matteo (Salvini), argine al populismo, e invece è il vuoto cosmico. Il nulla.
Incapace di penetrare e di incidere, Matteo Renzi — ahimè — le sta sbagliando davvero tutte. E il suo partito, svuotato il contenitore, privo di personalità , senz’anima, non ha strategia giacchè lo stesso Renzi ha smarrito completamente una strategia degna del Rottamatore che aveva colpito nel segno e che ci aveva lasciati ammaliati. Più che Italia Viva Italia Morta
Non fosse per i parlamentari che fece eleggere con le liste che lui stesso compilò scrupolosamente e impose nelle notti precedenti al 4 marzo 2018, in occasione delle elezioni politiche che hanno cambiato gli equilibri di potere, oggi Renzi sarebbe completamente fuori gioco.
Ripete spesso di voler essere un semplice senatore, ma oggi somiglia più a quei politici che un tempo voleva giustamente e a tutti i costi rottamare.
Aggrappato a quel poco di potere che gli è rimasto, outsider d’eccellenza, picconatore, ai margini ma sempre protagonista, lui e il suo partito fanno da ago della bilancia in parlamento. Ma la festa prima o poi, presto o tardi che sia, finirà e allora le cose si faranno sul serio.
Di quel celebre duello con Matteo Salvini a Porta a Porta, e della sua promessa di fare di Italia Viva un partito nuovo e determinante, oggi si vede ben poco. Il Pd da cui è fuggito al cospetto sembra un partito forte e coeso (e il segretario Nicola Zingaretti una vittima del suo gioco delle tre carte).
Ma come, doveva essere il nuovo Macron italiano — con i consensi dell’Ue e dei leader mondiali — e oggi l’unica battaglia significativa di Italia Viva, per quanto nobile, è la prescrizione? E, no, non basta una timida proposta di bonus cultura.
In termini di consensi attribuitogli dai sondaggi, quella di Iv è stata finora un’operazione politica più simile a quella a cui ha dato vita Carlo Calenda che ad un vero partito rinnovatore e collegiale. Del resto Italia Viva, è, Renzi. Un 3 per cento e poco più.
Oggi Iv è un contenitore vuoto, non portatore di alcun valore se non di quelli più ovvi e per questo a tutti riconducibili. Questo vuoto lo avevamo per la verità già intravisto durante il lancio di Italia Viva lo scorso ottobre alla Leopolda di Firenze.
E proprio in quella occasione avevamo già messo in dubbio la sua natura e il suo contenuto politico. Ammiccante ma per nulla convincente: salvo spendere tantissimo sui social.
Le dure parole di Luciano Nobili nei confronti del Pd sono eloquenti e rappresentative della tensione Renzi-Pd/M5S. Ma è proprio da questo guardarsi in cagnesco che Italia Viva perde credibilità perchè ‘vive’ — si fa per dire — e si nutre in larga parte di rancore e disillusione nei confronti del Pd. Che paradossalmente, senza nulla fare, ne esce vincente.
Non vuole che si parli di lui, ma si innervosisce se non è al centro del dibattito; non vuole far cadere il governo ma di fatto minaccia di farlo cadere un giorno si è un giorno no. Renzi ha finito per essere l’ombra di se stesso, di quel campione che era cinque anni fa, incapace neppure di raccogliere l’eredità di un Berlusconi moribondo. Si è sentito tradito da tutti e ha mollato tutti, anche chi gli ha prestato il fianco più del dovuto. Erano i suoi uomini, oggi non ha più nemmeno quelli
Possiamo solo auspicare che Renzi rinsavisca e torni Matteo Renzi. Se così fosse, saremo qui ad aspettarlo. Perchè è con buona probabilità ancora oggi l’unico vero leader politico davvero in grado di cambiare l’Italia. A tratti lo ha dimostrato. Poi si è perso nella sete di potere. Un po’ come tutti in questa era breve di leader (soli) al comando.
(da TPI)
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Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
IERI GIORNATA DI ALTA TENSIONE, MA TUTTI SI FERMANO UN PASSO PRIMA DELLA ROTTURA
Alla fine della baldoria, dice tutto lo strumento scelto, un “disegno di legge”, che non è
propriamente una via celere. E dicono tutto le parole di Conte, tornate pacate dopo i ruggiti di giornata. Il premier, dopo l’ennesimo consiglio dei ministri notturno, si dice solo “dispiaciuto” per le assenze dei ministri di Renzi e “disponibile” al confronto con i parlamentari di Italia Viva, purchè mettano da parte lo schema del “prendere o lasciare”.
Insomma il lodo Conte sulla prescrizione, la famosa madre di tutte le battaglie, sarà contenuto nel più ampio disegno di legge sulla riforma del processo penale, una classica via parlamentare che consente una discussione lunga e articolata, e quindi di diluire il conflitto.
E il governo “valuterà ” se, invece, inserirlo in uno dei provvedimenti che, a breve, andranno in discussione. Il che tradotto vuol dire: la via maestra è una soluzione onorevole per tutti, se però Renzi continua nel suo atteggiamento da pokerista, il governo è pronto a dire “vedo”, nella convinzione che i numeri ci sono, perchè dal Senato arriverebbero segnali che c’è una pattuglia di responsabili pronti ad allungare la vita al governo (e alla legislatura).
È comunque una mossa. Non dirompente, ma una mossa. Bene, e adesso si attende, in questa storia infinita e incomprensibile ai più, la prossima mossa di Renzi, che si aspettava uno stop alla discussione, dopo lo strappo compiuto con la scelta di disertare il consiglio dei ministri: “Ci dica quello che vuole fare”.
Solo poche ore prima, sgualcito nella pochette e nell’orgoglio, l’avvocato di palazzo Chigi aveva definito ingiustificabile questo strappo, bollando come “opposizione aggressiva e maleducata” il Matteo di Italia Viva, con una insofferenza e una determinazione che a molti ha ricordato quella sfoggiata, il famoso 20 agosto.
Letta con le categorie di una volta, della politica come razionalità e delle antiche consuetudini repubblicane, la dinamica racconta di una crisi politica di fatto, perchè non c’è più una coalizione intesa come programma, vincolo politico, disciplina: la certificano i voti di Renzi con le opposizioni e le parole di Conte.
Tuttavia sempre secondo quelle categorie, la giornata di oggi avrebbe già fornito elementi sufficienti per prenderne atto. Per comprendere quel che sta accadendo, come ciò che è accaduto nell’anno precedente del governo gialloverde, occorre invece liberarsi degli studi e delle sedimentazioni profonde, e interpretare la crisi come rappresentazione. Come wrestling giocato soprattutto sul terreno della comunicazione.
In fondo, fate attenzione, Renzi ha picchiato, ma non ha in definitiva fatto così male, perchè è vero che i suoi ministri non sono andati al cdm, ma sarebbe stato più doloroso per tutti se fossero andati e avessero votato contro. Sarebbe stato impossibile non prendere atto della crisi, salendo al Colle. E in fondo, fate attenzione anche qui, anche Conte ha picchiato a parole, ma non ha scelto uno strumento che drammatizza la conta. Avrebbe potuto, ad esempio, optare per un disegno di legge ad hoc e metterci la fiducia.
E questo non è accaduto perchè Conte sa che se esce da palazzo Chigi non ci torna più. E Renzi sa che lo sa, e sa che non tutti i suoi nei gruppi parlamentari lo seguirebbero sulla strada di far cadere il governo, per questo gli ultimatum non sono mai tali ma sempre penultimatum, che consentono sempre un margine di ripresa, dando in pasto alle tifoserie le botte ma senza farsi male più di tanto.
E tutti sanno che tra un paio di mesi, dopo il referendum sul taglio dei parlamentari, è pressochè impossibile che si vada a votare perchè prevale ancor di più l’istinto di conservazione.
E nel frattempo ci sono le nomine, cemento di ogni governo, luogo di compensazione di parecchi malumori e aggressività . La volta scorsa proprio le nomine furono una delle ragioni che spinsero Renzi a far cadere Letta, e in quella partita riuscì a fare asso pigliatutto. Ora solo a marzo si rinnovano i vertici di Eni, Enel, Leonardo, Poste. In parecchi pensano che il vero tavolo che sta a cuore all’ex premier sia questo, più che una norma che stoppa la prescrizione dopo una condanna di secondo grado.
E non è un caso che Nicola Zingaretti si è tenuto alla larga dalle polemiche di giornata, presentando il suo programma per l’Italia, invitando a procedere con maggiore decisione alla verifica di governo, e annunciando una mobilitazione nella società italiana. È anche un modo per riportare un po’ di principio di realtà in una discussione lunare perchè i governi hanno senso se fanno le cose.
Non è sembrato uno che vede una crisi imminente. Vede la paralisi, come effettivamente è.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
LA GIUNTA LEGHISTA TAGLIERA’ I FONDI PER L’ASSISTENZA DOMICILIARE A MIGLIAIA DI ANZIANI TORINESI
«In un sistema efficiente non possono sussistere disparità sociali ed economiche, quindi persone di serie A e di serie B. Lo spostamento di risorse è un’operazione a favore di tutti i cittadini piemontesi». A dirlo è Chiara Caucino, assessora alle Politiche della Famiglia, dei Bambini e della Casa, Sociale, Pari Opportunità della giunta di Alberto Cirio in Piemonte.
La ragione del contendere? I fondi regionali per l’assistenza domiciliare per i non autosufficienti.
La “redistribuzione” dell’assessore Caucino
La giunta regionale di centrodestra a guida leghista ha infatti fatto sapere tramite un comunicato stampa che «il modello torinese di assistenza domiciliare per i non autosufficienti, per quanto buono, non è al momento esportabile nel resto del Piemonte se non attraverso una diversa redistribuzione dei fondi».
Il che tradotto significa che invece che mettere più soldi nel welfare regionale la Regione ha deciso di togliere delle risorse destinate a Torino per distribuirle sul territorio.
Eppure qualche mese fa, ad ottobre del 2019, l’assessora Caucino dichiarava a proposito dello stanziamento di 45 milioni di euro al Piemonte nell’ambito del Piano nazionale triennale per l’assistenza alle persone non autosufficienti che il traguardo di rendere omogenee le prestazioni su tutto il territorio nazionale e la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni era “meno lontano” e soprattutto che «il welfare, se desideriamo avere una società più equa e solidale, non può essere percepito dagli attori politici come una ‘Cenerentola’, bensì deve essere inteso come la pietra angolare dell’azione amministrativa».
Parole sante, verrebbe da dire, se non fosse che il welfare, in Piemonte, sembra essere molto lontano da diventare una pietra angolare dell’azione politica della giunta. Nello stesso periodo la giunta Cirio sforbiciava anche i fondi per le borse di studio.
Come la “redistribuzione” taglia cinque milioni di euro a Torino
La decisione di “redistribuire” le risorse invece che aumentarle comporterà infatti un taglio di 5 milioni di euro per la città di Torino. Come annuncia l’assessora Caucino in una nota dove si legge che «per attuare il percorso di riequilibrio delle risorse, è stato previsto lo spostamento di 5 milioni di euro dal capitolo “Fragilità sociale”, attualmente ripartito solo sulla città di Torino, al capitolo “Servizi domiciliari per persone anziane non autosufficienti (l.r. 10/2010)”, che ne prevede invece una distribuzione su tutto il Piemonte». Rimangono invece invariati rispetto al 2019 i fondi destinati ai cittadini piemontesi non autosufficienti: 55 milioni erano e 55 milioni rimangono.
Secondo la maggioranza quello stanziamento è più che sufficiente per garantire la copertura del fabbisogno.
Per il MoVimento 5 Stelle piemontese invece così si lasciano senza sostegno migliaia di Torinesi non autosufficienti. Il consigliere regionale PD Domenico Rossi, Vice-Presidente della Commissione Sanità , politiche e sociali e politiche per gli anziani, parla della volontà di innescare una guerra tra poveri e spiega che la maggioranza sta cercando di nascondere il taglio alle risorse per coprire i fabbisogni dei torinesi parlando di redistribuzione.
Anche la sindaca di Torino Chiara Appendino si è fatta sentire.
Secondo l’assessora comunale al Welfare Sonia Schellino infatti su circa cinquemila torinesi che non autosufficienti che avrebbero diritto ad interventi di assistenza domiciliare mille o duemila potrebbero perderla a causa della “redistribuzione” voluta dalla giunta leghista.
Sindaco e assessora hanno così scritto una lettera all’assessora Caucino per chiedere un incontro anche con il titolare dell’assessorato alla Sanità Icardi: «riteniamo che il tema debba essere affrontato politicamente in modo più appropriato. Il fondo di cui si parla e che si vorrebbe ridurre non finanzia solo domiciliarità e disabili ma anche altre prestazioni, compresi alcuni interventi a favore di malati psichiatrici».
Un tema molto delicato, anche perchè — sottolinea Schellino a Repubblica — il Comune sta applicando i regolamenti regionali. E si chiede cosa potrebbe succedere a quegli anziani che dovessero trovarsi improvvisamente senza assistenza: «quanti anziani, impossibilitati a gestire la situazione per la perdita del servizio finirebbero per andare in pronto soccorso?».
Curiosamente l’assessore Icardi è lo stesso che qualche tempo fa ha fatto delle dichiarazioni favorevoli all’apertura di servizi di pronto soccorso privati, finanziati dalla Regione.
Secondo i dati della Fondazione di promozione sociale sono 25.652 i cittadini piemontesi malati non autosufficienti in lista d’attesa: di questi, 15.594 chiedono prestazioni domiciliari, 10.058 hanno richiesto un posto letto convenzionato in una struttura residenziale socio-sanitaria (Rsa).
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
RESTA UGUALE IL RUOLO DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA… SI OFFRE UN “REDDITO ALTERNATIVO” AL CHI VIVE DI TRAFFICI ILLECITI… RESTANO SEMPRE I DUBBI SUI DIRITTI UMANI
La bozza integrale della proposta di rinegoziazione del memorandum libico, ottenuta in
esclusiva da Avvenire, suggerisce una lettura tra luci e molte ombre. Si parla di diritti, ma con la lingua dei soldi.
Se a parole non mancano i buoni propositi e alcune richieste apprezzabili, come il «rilascio di donne, bambini e altri individui vulnerabili dai centri e alla chiusura di quei centri che, in caso di ostilità , siano più direttamente esposti al rischio di essere coinvolti nelle operazioni militari», per altro verso si nota subito come questa la liberazione di donne è bambini non è invocata come «immediata».
Già nel lessico si capisce come Roma non intenda chiamare le cose con il loro nome.
E per non offendere la controparte libica tocca leggere per ben due volte la definizione di «centri d’accoglienza» riferita a strutture per le quali sempre il governo italiano invoca «il superamento». Mai si parla di detenzione o campi di prigionia.
Così come mai ricorrono parole come «tortura», «abusi», «stupri», «riduzione in schiavitù», «vendita di migranti», invece adoperate dai dossier delle Nazioni Unite e dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres che più volte ha accusato le autorità libiche si essere direttamente coinvolte negli «orrori indicibili» a danno dei migranti.
Come a riconoscere che il traffico di esseri umani sia una fonte di entrate per intere aree, viene proposto di «avviare programmi di sviluppo, attraverso iniziative capaci di creare opportunità lavorative “sostitutrici di reddito” nelle regioni libiche colpite dai fenomeni dell’immigrazione irregolare, traffico di esseri umani e contrabbando».
L’Italia chiede «il pieno e incondizionato accesso agli operatori umanitari, che potranno rafforzare l’attività di assistenza umanitaria a favore dei migranti e delle comunità ospitanti».
E chiede anche la «progressiva», e anche qui non “immediata”, «chiusura dei centri non ufficiali in cui sono trattenuti i migranti irregolari».
Campi di prigionia, beninteso, gestiti direttamente dalle milizie e dai trafficanti di uomini e di cui non si conosce la dislocazione esatta, che evidentemente Roma ritiene sia invece nota alle autorità di Tripoli.
E probabilmente alludendo a figure come il comandante al-MIlad, nome di guerra “Bija”, che viene anche chiesta “l’esclusione dai centri del personale che non abbia adeguate credenziali in materia di diritti umani”.
Certo, occorre essere «consapevoli della sensibilità dell’attuale fase in Libia e della necessità di continuare a sostenere gli sforzi miranti alla pace e alla riconciliazione nazionale, in vista di una stabilizzazione che permetta l’edificazione di uno Stato pienamente democratico», si legge ancora.
E per rassicurare il governo riconosciuto del premier al-Sarraj viene ribadito che non sarà messo in discussione il Trattato di amicizia firmato da Berlusconi e Gheddafi a Bengasi il 30 agosto 2008, nonchè la Dichiarazione di Tripoli del 21 gennaio 2012 (governo Monti).
Su un punto Roma sembra insistere: «Rispetto dei trattati e delle norme internazionali consuetudinarie di diritto umanitario e sui diritti umani, inclusi i principi e gli scopi della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati».
La Libia, però, non ha mai firmato la Convenzione sui Diritti dell’Uomo. Ma l’Italia si impegna a «elaborare, con il supporto della Parte italiana e attraverso l’assistenza tecnica e il sostegno delle Nazioni Unite e della comunità internazionale, una normativa nazionale settoriale che garantisca il rispetto dei diritti di migranti e rifugiati»
Nessuno di questi propositi ha trovato un compimento negli anni precedenti, quando la situazione libica appariva relativamente meno conflittuale ed è davvero difficile immaginare che possa accadere adesso, quando perfino la tregua raggiunta tra i negoziatori del premier al-Sarraj e del generale Haftar, viene regolarmente violata.
Su altri punti, però, si concentrerà l’attenzione dei libici.
L’Italia si impegna a sostenere finanziariamente, con corsi di formazione e con equipaggiamento la «guardia costiera del Ministero della Difesa», definizione che di fatto esclude le altre “polizie marittime”, pur lasciando aperta la porta al supporto degli «organi e dipartimenti competenti del Ministero dell’Interno», che a sua volta guida una propria milizia navale che nei giorni scorsi aveva ospitato un vertice con un rappresentante del nostro governo.
«La Parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della prevenzione e del contrasto all’immigrazione irregolare e delle attività di ricerca e soccorso in mare e nel deserto», si legge ancora. In questo contesto «le Parti si impegnano a sostenere le misure adottate dall’Unhcr-Acnur e dall’Oim (le agenzie umanitarie dell’Onu sul campo, ndr) nel quadro del piano d’azione per l’assistenza ai migranti in Libia e la Parte libica assumerà ogni utile iniziativa per facilitarne l’attuazione».
Di tutto questo, però, le agenzie Onu non sono state messe al corrente nè hanno potuto offrire osservazioni e suggerimenti.
(da “Avvenire”)
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Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
SALVINI SI RIMANGIA L’ACCORDO CHE PREVEDEVA LA CAMPANIA A FORZA ITALIA, LA PUGLIA A FDI E LA TOSCANA ALLA LEGA… ORA VUOLE UNA DELLE DUE REGIONI DEL SUD O MINACCIA DI ANDARE DA SOLO… GLI ALLEATI: “NOI ABBIAMO RISPETTATO LA PAROLA, VADA PURE A SCHIANTARSI DA SOLO”
“O scegliamo candidati condivisi, magari affidandoci alla società civile, oppure la Lega è pronta a correre da sola in tutte le Regioni”.
Le parole di Matteo Salvini, riportate da Il Giornale, sanciscono la spaccatura profonda nel centrodestra sui candidati alle prossime regionali, e confermano quanto anticipato da Anteprima24.it nei giorni scorsi: in Campania tra Lega e Forza Italia ormai è guerra totale, con Fratelli d’Italia che invece deve guardarsi dall’attacco di Salvini in Puglia.
L’accordo complessivo stipulato tra Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, prevede infatti che la candidatura a presidente della Puglia per il centrodestra vada a Fdi, che ha scelto Raffaele Fitto; in Campania tocca invece a Forza Italia, che punta su Stefano Caldoro.
Dopo la sconfitta della leghista Lucia Borgonzoni in Emilia-Romagna, e la vittoria della berlusconiana Jole Santelli in Calabria, però, la Lega vuole ridiscutere gli accordi: i sondaggisti hanno fatto sapere a Salvini che fino a quando non conquisterà una regione del Sud, la percezione che il Carroccio è diventato un partito nazionale non si estenderà a tutto l’elettorato italiano.
Così, dopo che Forza Italia ha fatto capire a Salvini di essere pronta a correre da sola in Campania se la Lega non rispetterà gli accordi nazionali, ecco che il segretario del Carroccio rilancia con la stessa minaccia.
Certo, alle regionali mancano ancora alcuni mesi, e la politica è l’arte della mediazione, ma la tensione nel centrodestra è altissima, e i colpi di scena, anche clamorosi, sono dietro l’angolo.
(da Anteprima24)
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Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI UNIRE LE FORZE CON IL GRUPPO DEI CONSERVATORI E ORBAN AL PARLAMENTO EUROPEO, MA IL PROGETTO SI INFRANGE SUL VETO POLACCO… E ANCHE LA MELONI ORA SI OPPONE ALLE MIRE DI SALVINI
Matteo Salvini non è nemmeno andato all’Europarlamento a festeggiare il suo gruppo europeo,
“Identità e Democrazia”, la formazione sovranista che con la Brexit è diventata quarta nella classifica dei gruppi in Aula, superando i Verdi.
Ora, dopo gli addii dei britannici e i nuovi ingressi, i sovranisti sono 76 e i Verdi sono 67. Un mutamento numerico che l’alleata francese, Marine Le Pen, ha ritenuto opportuno onorare, con una visita la scorsa settimana all’Europarlamento a Bruxelles, con tanto di incontro con tutto il gruppo di Identità e Democrazia, leghisti compresi.
Ma Salvini non è più contento della collocazione della Lega in Europa. Sogna un nuovo gruppo per i suoi 30 eurodeputati, come ha detto oggi nella conferenza all’Associazione Stampa Estera, anche a costo — ed è questa la novità — di mollare Marine Le Pen, si apprende da fonti leghiste.
Si sa, l’alleanza con la leader del Rassemblement National, pur celebrata da Salvini a ogni occasione e di fatto pilastro della sua campagna per le Europee, è stata un ostacolo alla formazione di un unico gruppo sovranista al Parlamento europeo, sogno leghista prima del voto di maggio.
L’inverno scorso, il leader polacco del Pis, Jaroslaw Kaczynski, ha respinto al mittente l’offerta di Salvini, quando il leghista si presentò a Varsavia.
Due i motivi: il primo, l’asse dell’allora ministro dell’Interno italiano con Le Pen, leader di un partito ben piazzato nei sondaggi in Francia, ma di opposizione.
Secondo, i legami con la Russia, vero e proprio tabù storico-politico in Polonia, problema che riguarda tanto Le Pen quanto lo stesso Salvini. Per questo non se ne fece nulla.
Gli eurodeputati del Pis ora sono nel gruppo europeo Ecr – i Conservatori e Riformisti che includono anche gli eletti di Fratelli d’Italia – quella destra nei cui confronti però non vale il ‘cordone sanitario’ che in Europa ha escluso tutta Identità e Democrazia dalle cariche nelle istituzioni europee.
Ecr è guidato dai polacchi, appunto, che hanno legami storici con la Germania, restano nell’orbita tedesca e soprattutto dipendono dai fondi europei. E poi sono al Governo nel loro paese e questo in Europa conta.
Inoltre, proprio per il no a Salvini, Kaczynski viene apprezzato dalle cancellerie europee che altrimenti adesso si ritroverebbero ad avere a che fare con un unico ‘gruppone’ anti-europeista.
È il motivo per cui, riferiscono fonti europee, non decolla la condanna del Consiglio europeo alla Polonia per violazione dello Stato di diritto, malgrado Varsavia abbia pure approvato la contestata legge che mina l’indipendenza della magistratura.
A quanto apprende Huffpost, il leader polacco non ha cambiato idea. Resta convinto di non voler formare un nuovo gruppo sovranista con Matteo Salvini.
La ragione è presto spiegata e sommata alle altre già citate rafforza il suo no: un nuovo gruppo verrebbe automaticamente guidato dalla Lega, che avrebbe la delegazione più numerosa. I polacchi dunque perderebbero il ruolo di guida che invece ora si sono assicurati nell’Ecr.
Malgrado queste reticenze, Salvini immagina questo nuovo grande gruppo europeo. Anche al punto di mettere fine all’alleanza con Le Pen, che pure ieri si è dimostrata solidale dopo il voto in Senato sul caso Gregoretti.
L’idea non è ancora matura. Ma il leghista non ha fretta, dicono i suoi.
Secondo il piano leghista, il nuovo gruppo dovrebbe comprendere anche gli eurodeputati di Fidesz, il partito di Viktor Orban sul quale pende l’espulsione dal Ppe. I tempi sembrano lunghi, tanto più che ultimamente i Popolari hanno rinviato il caso Orban, che appare destinato a restare sospeso nel Ppe fino al Congresso dell’anno prossimo.
Ma se dovesse lasciare i Popolari, l’ungherese dovrebbe entrare in un altro gruppo europeo. Di recente ha avuto un lungo incontro a Roma con Giorgia Meloni e soltanto il giorno dopo ha incontrato Salvini.
In molti danno per scontato un suo ingresso nell’Ecr, in caso di addio al Ppe. Ma non è detto che Orban non preferisca fondare, anche lui come Salvini, un gruppo ex novo con tutti i Conservatori e Riformisti e magari altri pezzi dei Popolari.
Infatti è questo lo scenario immaginato da Salvini. Un’idea che si poggia anche sul caos scoppiato nel più grande partito del Ppe: la Cdu tedesca, che ora è più che spaccata dopo l’accordo con l’ultradestra xenofoba dell’AfD in Turingia e le dimissioni della presidente Annegret Kramp-Karrenbauer. È un vero e proprio caso europeo, un problema anche per lo stesso Ppe.
Dal punto di vista sovranista, è il momento giusto per soffiare sul fuoco: al prossimo Congresso, in vista delle elezioni 2021, il partito di Angela Merkel deve decidere la futura linea politica e, soprattutto, la distanza da tenere verso l’AfD.
Se confermare il no assoluto della Cancelliera a qualsiasi dialogo con una formazione xenofoba oppure rompere il tabù dettato dal nazismo e dalla storia e avvicinarsi alla concorrenza di destra, come sarebbe nel dna di Friedrich Merz, rivale di Merkel, il primo a candidarsi alla leadership della Cdu per il prossimo Congresso.
Salvini insomma tenta di giocare su queste variabili, per uscire dall’angolo di un gruppo sovranista con 76 eurodeputati eppure ininfluente nelle istituzioni europee, perchè lasciato ai margini.
Contro di lui, il muro di Kaczynski e anche della stessa Giorgia Meloni, con cui i rapporti ultimamente non sono idilliaci. Il leghista oggi l’ha descritta come rappresentante della “destra radicale”.
In casa Fratelli d’Italia l’espressione non è piaciuta, ultima di varie scintille dell’ultimo periodo tra i due partiti alleati di un centrodestra che ancora cerca un accordo interno.
(da “Huffingtonpost”)
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