Marzo 23rd, 2020 Riccardo Fucile
SOLO 50 AVEVANO LE MOTIVAZIONI AUTORIZZATE PER LO SPOSTAMENTO
La polizia ferroviaria aveva cerchiato in rosso due orari, a breve distanza l’uno dall’altro. Nel
pomeriggio del 22 marzo, i due Frecciarossa in partenza per Napoli e Salerno avevano circa 170 prenotazioni.
Alla fine, a partire saranno in meno di 50, tutti in regola in base alle nuove disposizioni del dpcm. Il resto dei passeggeri è stato rimandato a casa: non c’erano motivazioni valide che giustificassero i loro spostamenti. Ma, come abbiamo visto dalla portata di questi numeri, non c’è stato — stavolta — un tentato esodo.
Certo, anche numeri che restano nell’ordine delle duecento persone possono essere importanti nel contenere un’emergenza su larga scala come quella del coronavirus.
Ma le scene di assalto ai treni che si sono verificate due settimane fa restano ormai un ricordo, anche se i danni di quanto accaduto quindici giorni fa vengono pagati proprio in queste ore, con l’estensione di contagi anche in altre aree d’Italia.
Non sono mancati momenti di tensione. Qualcuno ha provato ad aggirare i controlli, qualcun altro è andato via in lacrime per il ‘respingimento’ sulla banchina della stazione di Milano, altri ancora hanno reagito male al divieto.
Nel bilancio, alla fine, c’è anche una denuncia per danneggiamento, perchè una persona — che aveva dichiarato di aver perso il lavoro e di non avere più un alloggio a Milano — si è accanito contro una colonnina antincendio. La polizia ferroviaria aveva appurato che aveva una prenotazione in un alloggio fino al 10 aprile.
Le persone che sono riuscite a partire, invece, avrebbero rispettato le prescrizioni del decreto: indifferibili motivi di lavoro o giustificati motivi di salute.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2020 Riccardo Fucile
IL DECRETO CONTE E’ UNA PATACCA, L’ENNESIMO GOVERNO PRONO AI POTERI FORTI
Secondo i sindacati, le maniche del governo sulle fabbriche ritenute essenziali, e quindi esentate dalla chiusura, sono state troppo larghe. Soprattutto in Lombardia. Per questo motivo è stato annunciato uno sciopero dei lavoratori per mercoledì 25 marzo. Gli operai metalmeccanici lombardi incroceranno le braccia per 8 ore, proprio per protestare contro questo ampio numero di attività che l’Esecutivo, come disposto con l’ultimo DPCM del 22 marzo, ha deciso di mantenere funzionanti durante questo periodo di emergenza sanitaria legata al Coronavirus.
Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl, ha spiegato che la decisione «è stata presa perchè si consideri la Lombardia una regione dove sono necessarie misure più restrittive sulle attività da lasciare aperte».
Dello stesso parere sono la Fiom e la e Uilm: «Il Decreto del governo ha definito i settori indispensabili che possono continuare le attività nei prossimi giorni. Riteniamo che l’elenco sia stato allargato eccessivamente, ricomprendendovi settori di dubbia importanza ed essenzialità . Contemporaneamente, il decreto assegna alle imprese una inaccettabile discrezionalità per continuare le loro attività con una semplice dichiarazione alle Prefetture. Tutte scelte che piegano, ancora una volta, la vita e la salute delle persone alle logiche del profitto: noi non ci stiamo».
Nel mirino, dunque c’è quell’elenco allegato al DPCM firmato domenica 22 marzo da Giuseppe Conte. Restano aperte, infatti, 97 imprese legate alla filiera della produzione e diffusione di beni di prima necessità . Secondo i sindacati del metalmeccanici lombardi, però, questa lista è fin troppo estesa e ci sono altre attività che potrebbero essere escluse da quell’elenco.
«L’elenco delle aziende essenziali deve ricomprendere solo quelle attività strettamente necessarie e indispensabili per il funzionamento del Paese — si legge nel comunicato firmato Fim, Uilm e Fiom — e non deve lasciare margini di interpretazione e discrezionalità : le aziende che svolgono attività non essenziali devono chiudere e i lor dipendenti devono poter stare a casa»
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2020 Riccardo Fucile
CONFINDUSTRIA PENSA AI SOLDI: “SI PERDONO 100 MILIARDI AL MESE” (MA QUANDO SEI MORTO SAI CHE SODDISFAZIONE…)
Le maglie del decreto sono troppo larghe: così si lasciano aperti settori non essenziali. È la
posizione di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, a proposito del lockdown parziale delle fabbriche deciso dal governo per arginare la diffusione dell’epidemia di Covid-19.
Il leader sindacale chiede un nuovo incontro oggi al governo: sul tavolo la questione della linea da tracciare tra attività produttive “necessarie” e “non necessarie”. “Non siamo contro, ma coerenti”, rimarca Landini.
“Noi oggi chiediamo un incontro al ministro dello Sviluppo economico che ha il potere di modificare il decreto e le categorie produttive che vi rientrano perchè ci metta mano”. E ancora: “Noi abbiamo bisogno soprattutto che la paura che oggi c’è tra le persone non si trasformi in rabbia perchè le persone rischiano di sentirsi di sole di fronte a una questione così importante. Noi stiamo dicendo: al centro deve esserci la salute e la sicurezza”.
Landini chiama quindi i lavoratori “alla mobilitazione fino allo sciopero, in quei settori produttivi e in quei territori dove non sono garantite le condizioni per la salute dei lavoratori”.
In merito al varo del decreto ieri sulle categorie produttive che si fermano, il segretario generale della Cgil spiega ai microfoni di Radio Rai: “Sono state aggiunte, grazie alle pressioni di Confindustria tutta una serie di attività che non rientrano tra quelle che devono essere ritenute essenziali, quindi noi diciamo che in questa fase deve assolutamente venire prima la salute dei cittadini”.
Alla domanda se lo sciopero non rischia di essere un boomerang per il sindacato in un momento come questo che l’Italia sta attraversando, il leader sindacale risponde: “No, lo sciopero non rischia di essere un boomerang perchè noi non proclameremo lo sciopero nei settori essenziali ma per dare un futuro al paese”.
Anche Annamaria Furlan, leader della Cisl, chiede “coerenza e serietà ”: “tutte le attività non necessarie vanno fermate”. “Ci vuole serietà ” perchè “si rischia di svilire il lavoro che abbiamo fatto nella notte di sabato ma anche di vanificare una scelta vitale per il Paese. Torniamo alla serietà e togliamo tutto quello che non è indispensabile. Dobbiamo fermarci per poter ripartire”, dichiara ad Agorà su RaiTre.
“Mai nella mia vita ho chiesto di chiudere aziende, ma in questo momento è necessario sospendere la produzione di beni non essenziali”, insiste Furlan. “Noi chiediamo solo coerenza e serietà : ci vuole serietà , quando si concordano le attività necessarie non è che, nella notte, s’iniziano ad aggiungerne senza peraltro nemmeno confrontarsi e avvisare”.
Boccia (Confindustria): “Economia di guerra, -100 miliardi al mese”. Sciopero generale? “Non capisco su cosa”
“I sindacati dicono che si fa poco e sono pronti allo sciopero generale? Non capisco su cosa. Dico loro di guardare alle cose con grande buon senso, è un momento delicato e il mio appello è di passare dagli interessi alle esigenze, lavoriamo insieme a loro per condividere l’obiettivo di quel decreto”.
Così il Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, intervistato a Circo Massimo su Radio Capital, commenta la possibilità che i sindacati proclamino lo sciopero per chiedere misure più restrittive nella chiusura delle fabbriche.
“Dobbiamo fare – aggiunge – tutto quello che c’è da fare per garantire le filiere essenziali e poi pensare a fare tutto quello che serve perchè le altre non chiudano definitivamente. E’ nell’interesse del paese. I codice Ateco che il governo ha indicato sono ancora più restrittivi di quello che ci aveva indicato il governo in una prima fase. I prefetti se alcuni codici non sono lì dentro o se riguardano beni essenziali possono tenerli aperti, più di questo cosa si deve fare? Se qualcuno abusa ci saranno i prefetti, se qualcuno abusa i sindacati facciano scioperi particolari, ma non lo sciopero generale”.
“Il 70% del settore produttivo chiuderà – spiega Boccia – Se il Pil è di 1800 miliardi all’anno vuole dire che produciamo 150 mld al mese, se chiudiamo il 70% delle attività vuol dire che perdiamo 100 miliardi ogni trenta giorni. L’economia non deve prevalere sulla salute ma dobbiamo far sì che tantissime aziende per crisi di liquidità non riaprano”.
“Abbiamo proposto di allargare il fondo di garanzia per dare liquidità di breve alle imprese, ne usciremo con più debito ma dovrà essere pagato a 30 anni come se fosse un debito di guerra, perchè così è. Poi vedremo quanto dura. Se sono 15 giorni è un conto, se sono mesi un altro”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 23rd, 2020 Riccardo Fucile
ALLA FINE SPUNTANO DECINE DI DEROGHE IMMOTIVATE SU PRESSIONE DEGLI INDUSTRIALI… ALMENO 3,5 MILIONI DI ITALIANI CONTINUERANNO A LAVORARE, ESENTATE DALLA CHIUSURA IL 35% DELLE AZIENDE
La coda velenosa del grande annuncio di Giuseppe Conte sulla serrata totale è tutta nell’allegato del decreto. Firmato 24 ore dopo.
Basta leggerlo, confrontarlo con quello diffuso ventiquattro ore prima. La lista delle fabbriche che non si fermeranno si è allungata. Ci sono ampie zone grigie che generano confusione, che non mettono un cittadino nelle condizioni, alle otto di sera, di capire se qualche ora dopo dovrà recarsi al lavoro oppure no.
Dice, l’allegato, che la serrata ha il tratto della sua gestazione: in affanno, una rincorsa invece che una preparazione attenta. Un tira e molla con gli imprenditorisu cosa è essenziale e cosa no, tra l’altro finito male e con il rischio di aprire una frattura sociale nel Paese nel bel mezzo di una pandemia.
La lista delle attività industriali e commerciali che potranno restare aperte, si diceva, è lievitata. Sono ottanta in tutto.
Le entrate last minute sono quelle degli studi dei professionisti: ingegneri e architetti, ma anche avvocati e commercialisti. Tutti al lavoro.
Le colf continueranno a recarsi nelle case dove prestano servizio e così farà anche il portiere del condominio.
Andranno avanti le attività per l’estrazione di petrolio e di gas naturale e anche tutte le attività dei servizi di supporto all’estrazione. E poi la fabbricazione di imballaggi in legno, quella di macchine per l’industria della plastica.
Il decreto arriva anche ad allargare le maglie per la riparazione, la manutenzione e l’installazione di tutte le macchine e le apparecchiature, che prima erano ammesse solo per alcune categorie.
Resterà aperto anche chi ripara gli elettrodomestici per la casa, pc e cellulari.
Poi c’è la voce 42: ingegneria civile. Un comparto così largo – dalla costruzione dei ponti all’impalcatura del palazzo di casa – che dà il senso di come la serrata si sia slabbrata. Tutto, tra l’altro, dal 25 marzo, e non più da lunedì, come annunciato ventiquattro ore prima.
Tutte queste voci travalicano il senso del servizio essenziale, della fabbrica che deve restare aperta perchè altrimenti non arrivano cibo e medicine piuttosto che condurre allo stop dei trasporti. Premono su un allegato che è un coacervo di schegge impazzite. Doveva essere il contrario, e cioè una Bibbia, perchè in campo c’è la più grande restrizione delle libertà economiche nella storia della Repubblica.
Il decreto era chiamato ad assolvere un obiettivo preciso e cioè mettere in sicurezza i lavoratori a rischio di contagio nelle fabbriche, girando la chiave del Paese con più vigore rispetto a quanto fatto fino ad ora. Lo fa con il tratto del pasticcio che genera incertezza e irritazione.
Lo si capisce dalla reazione di Cgil, Cisl e Uil che tuonano contro il governo poco prima della firma del premier, quando arrivano alla consapevolezza che il quadro è cambiato. Alle nove di sera, quando il testo è finalmente definitivo, Annamaria Furlan, la numero uno della Cisl, apre l’allegato dal telefonino e sbotta: “Non va bene, è inaccettabile, non è quello che ci era stato comunicato”.
I sindacati leggono il decreto e confermano la linea, chiedono di modificare l’allegato. Una nota congiunta blinda il tutto: “Riteniamo inadeguato il contenuto del decreto e inaccettabile il metodo a cui si è giunti alla sua definizione”.
C’è l’invito diretto ai lavoratori a scioperare nelle aziende dei settori non essenziali. Sono mosse che tentano di riaprire un processo decisionale. E che allo stesso tempo provano a determinarlo. Uno sciopero è un atto durissimo, ostile, pesantissimo da sopportare per un governo che già fatica a gestire l’emergenza sanitaria provocata dal coronavirus.
Che il processo decisionale dell’esecutivo sia stato pasticciato e confuso lo dicono le 24 ore che sono intercorse tra l’annuncio e la firma del provvedimento.
Confindustria ha guidato fin dal mattino il fronte della necessità di riaprire e allargare quella lista che da palazzo Chigi era stata messa lì qualche ora prima per fare da pezza al grande errore dell’annuncio senza testo.
Con un atto formale, Vincenzo Boccia, il numero uno degli industriali, ha preso carta e penna e ha scritto a Conte. Un passaggio su tutti: “Bisogna consentire la prosecuzione di attività non espressamente incluse nella lista e che siano però funzionali alla con tenuità di quelle ritenute essenziali”. È il passaggio che ha premuto sull’esecutivo per riaprire i giochi, supportato dalla grande motivazione che le filiere vanno tenute attive e per farlo serve che tutte le aziende coinvolte restino aperte.
I contatti con palazzo Chigi si sono fatti frequenti durante tutta la giornata. Furlan si è sentita al telefono con Maurizio Landini e Carmelo Barbagallo. Dai contatti con il ministero dello Sviluppo economico e con quello del Lavoro, i tre leader sindacali hanno capito che la lista stava cambiando.
Il fuoco incrociato delle parti sociali si è alzato così su un premier già provato dalla necessità di chiudere in fretta perchè più le ore passavano e più divampavano le polemiche sull’assenza di un testo. Senza considerare quelle sull’annuncio fatto via Facebook. Alla fine il pressing degli industriali l’ha spuntata.
Lo strascico pesante esplode quando il testo vede la luce. Qualcuno, tra gli addetti ai lavori, ha fatto già i conti. I lavoratori ancora impegnati potrebbero essere 3,5 milioni, tra il 25% e il 40% della forza lavoro del Paese. Una serrata, ma non troppo.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2020 Riccardo Fucile
MA LA CATENA DEI CONTROLLI ESISTE O NO? E’ ORA CHE CHI SBAGLIA PAGHI
Emergenza coronavirus in pieno svolgimento, decreti che impediscono — sia a livello nazionale,
sia nelle singole regioni — di spostarsi da una regione all’altra d’Italia (addirittura da un comune all’altro, in virtù del dpcm del 22 marzo 2020), eppure le file a Villa San Giovanni per l’imbarco dei traghetti che arrivano in Sicilia sono presenti e sono state documentate in alcuni scatti pubblicati sulla propria pagina Facebook dal governatore siciliano Nello Musumeci.
Ci sono stati evidenti problemi controlli in Calabria.
Come è possibile, infatti, che tutte quelle macchine abbiano attraversato la regione, in presenza di un’ordinanza — firmata nella giornata di ieri — dalla presidente della regione Jole Santelli: «Ho appena firmato una ordinanza che prevede, con decorrenza immediata e fino al 3 aprile 2020, il divieto di ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dal territorio regionale — ha comunicato nella giornata di ieri -. Si potrà entrare o uscire dalla Calabria solo per spostamenti derivanti da comprovate esigenze lavorative legate all’offerta di servizi essenziali oppure per gravi motivi di salute».
Vista la decorrenza immediata del provvedimento, c’è stato senz’altro qualcosa che non ha funzionato per tutta la giornata di ieri, fino alla mezzanotte, quando il presidente della Sicilia è intervenuto con un post molto duro nei confronti delle file che si stavano creando all’imbarco dei traghetti. In più, occorre sottolineare che gli accessi via mare alla regione siciliana sono contingentati e che ci si può imbarcare soltanto previo invio di una mail agli uffici competenti.
Occorrerà stabilire, dunque, quanti veicoli erano in fila per comprovate esigenze e quanti, invece, in maniera non conforme alle disposizioni.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2020 Riccardo Fucile
CENTINAIA DI AUTO A VILLA SAN GIOVANNI PER IMBARCARSI PER LA SICILIA, TENSIONE NELLA NOTTE… L’IRA DI MUSUMECI
L’effetto-annuncio provoca una ressa agli imbarcaderi. Con centinaia di auto che tentano di tornare prima che la nuova stretta entri in vigore e un nuovo allarme del presidente della Regione Nello Musumeci. E la tensione che torna ad alzarsi. Folla nella notte a Villa San Giovanni e a Reggio Calabria: da oggi, infatti, è in vigore il nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri che vieta lo spostamento fra un comune e un altro, e così ieri centinaia di auto si sono presentate in coda al traghetto delle 17,20 per Messina.
Ora dopo ora, la ressa è aumentata, tanto che a mezzanotte Musumeci ha lanciato l’allarme: “Mi segnalano appena adesso che a Messina stanno sbarcando dalla Calabria molte persone non autorizzate – ha scritto il governatore sui social network – Non è possibile e non accetto che questo accada. Ho chiesto al prefetto di intervenire immediatamente. C’è un decreto del ministro delle Infrastrutture e del ministro della Salute che lo impedisce”.
Dalla settimana scorsa, infatti, l’ingresso via mare in Sicilia è subordinato all’invio di un’e-mail alla Regione. Le corse dei traghetti sono contingentate: ne partono 4 al giorno da Villa San Giovanni e altrettante da Reggio Calabria. Da ieri, inoltre, la presidente della Calabria Jole Santelli ha disposto la chiusura della propria regione in entrata e in uscita. Qualcosa nei controlli, dunque, non ha funzionato: “Pretendo che quell’ordine venga rispettato – attacca Musumeci – e che vengano effettuati maggiori controlli alla partenza. Il governo nazionale intervenga perchè noi siciliani non siamo carne da macello”.
I lavoratori, però, possono ancora passare. Tanto che a notte in corso è lo stesso Musumeci a correggere il tiro: “Ho appena avuto conferma dalla prefettura di Messina che saranno ulteriormente intensificati i controlli sullo Stretto – specifica il presidente della Regione – Possono passare, alla luce del provvedimento nazionale, solo i pendolari che svolgono servizio pubblico, come sanitari, forze armate e di polizia. Basta. Stiamo facendo sacrifici enormi e bisogna dare certezze a tutti i cittadini che questa fase è seguita con impegno”.
(da agenzie)
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