Destra di Popolo.net

NIENTE RESPIRATORI AI DISABILI: GLI USA DANNO UN’IMMAGINE AGGHIACCIANTE DI SE’

Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile

SONO MENO UTILI ALLA “VITA ECONOMICA”: EVVIVA IL LIBERISMO

Negli Usa, dove stanno fronteggiando la prima ondata della terribile e drammatica epidemia legata alla diffusione del Covid-19, hanno già  deciso chi potrà  avere accesso alle cure intensive e chi no.
Nel Paese dove chi non ha un’assicurazione privata viene lasciato al suo destino, si decide -ora- chi scegliere di salvare dalle complicazioni del nuovo coronavirus
La prima potenza globale offre al mondo questa agghiacciante immagine di sè, passando nell’arco di pochi giorni dalla negazione dell’emergenza globale, alla selezione della specie.
Come racconta Elena Molinari su Avvenire, più di 10 Stati, infatti, hanno fornito ai medici dei criteri guida per prendere la decisione più difficile e cioè chi attaccare al respiratore e chi no
A chi dare una speranza di vita e a chi toglierla. Liste che si fondano, nella maggior parte dei casi, su inquietanti discriminazioni.
Tra i criteri ci sono considerazioni di tipo intellettivo o discriminatorie nei confronti delle persone con disabilità .
L’Alabama, senza alcuna remora o vergogna, dichiara che “i disabili psichici sono candidati improbabili per il supporto alla respirazione”, mentre Maryland o Pennsylvania sostengono che chi soffre di “disturbi neurologici gravi” ha diritto solo dopo gli altri ad accedere alle cure salvavita.
In Tennessee le persone affette da SMA devono essere “escluse” dalla terapia intensiva. Ma la lista è lunga e fa spavento perchè, di fatto, esclude le persone   con disabilità  dall’accesso alle cure, considerandole meno importanti delle altre.
Vite minori. Vite sacrificabili in una situazione di emergenza e risorse scarse.
La Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità  impone agli Stati aderenti di assumere tutte le misure necessarie a garantire il pieno esercizio dei diritti, impedendo la violazione dei diritti umani e le discriminazioni.
La Convenzione stabilisce di promuovere, proteggere e garantire il pieno e uguale godimento di tutti i diritti e di tutte le libertà , promuovendo il rispetto per la dignità  umana. Qui, invece, si decide che le persone con disabilità  sono di serie b e possono essere sacrificate in una questa situazione.
Il corpo persona, con i suoi desideri, le sue ansie, i suoi affetti, diventa un corpo organismo che va lasciato morire perchè “meno efficiente” di un altro, “meno utile” alla vita economica di un Paese.
L’uguaglianza di tutti i cittadini viene fatta a brandelli in nome di una predominanza fisica e cognitiva determinata dallo Stato che, tutti, nessuno escluso, dovrebbe proteggere.
Fa paura e riporta indietro a tempi bui della storia dell’umanità  che pensavamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle. E lo facciamo nei confronti di persone, che più delle altre, soffrono questa drammatica crisi perchè più fragili e vulnerabili.
Ma ciò non toglie che siano persone singole, irripetibili che hanno diritto alla vita esattamente come tutti gli altri. Non sono solo la loro patologia ma sono persone, esseri umani, individui. Il principio di “unicità ” delle persone implica il rispetto della dignità  dell’individuo, in qualsiasi condizione che è autentica garanzia della democrazia. Se salta quel principio, salta anche la democrazia.

(da agenzie)

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IL SERVIZIO SU LEONARDO DEL 2015 DIMOSTRA SOLO CHE SALVINI E LA MELONI SONO DUE CIALTRONI

Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile

ADOMBRARE UN COMPLOTTO INESISTENTE DIETRO IL CORONAVIRUS E’ L’ULTIMO LIVELLO DELLA MISERIA UMANA

Pubblicare il servizio di TGR Leonardo del 16 novembre 2015 su un Coronavirus creato in laboratorio dai cinesi sulla propria pagina facebook per adombrare un complotto dietro COVID-19 è l’ultimo livello della miseria umana: i due maggiori leader dell’opposizione italiana, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, sono riusciti a toccarlo ieri sera.
Il messaggio che i due hanno messo online quasi in contemporanea — ma più probabilmente copiandolo uno dall’altro è una bufala e siamo curiosissimi di vedere se Salvini farà  firmare davvero a qualche leghista l’interrogazione urgente al ministro degli esteri che senza alcuna vergogna prometteva ieri sera.
Il servizio del 16 novembre 2015 andato in onda nella rubrica “Leonardo” della TgR che faceva riferimento a un super virus polmonare dai pipistrelli e topi studiato nei laboratori cinesi “è tratto da una pubblicazione della rivista Nature”, ha spiegato il direttore della testata regionale Rai, Alessandro Casarin, in merito alle polemiche, anche politiche, che si stanno innescando su questo cosiddetto ‘supercornavirus’ cinese.
Casarin aggiunge che “proprio tre giorni fa la stessa rivista ha chiarito che il virus di cui parla il servizio, creato in laboratorio, non ha alcuna relazione con il virus naturale Covid-19”.
Anche Roberto Burioni ha smentito: “L’ultima scemenza è la derivazione del coronavirus da un esperimento di laboratorio. Tranquilli, è naturale al 100%, purtroppo”. Il 17 marzo un articolo su Nature — di cui avevamo parlato — aveva smentito la scemenza:
“Le sequenze riguardano la «punta» più esterna di quei minuscoli organelli, quasi antennine, con cui il virus viene a contatto con le cellule, in questo caso le nostre. Sono state scelte in particolare due minuscole regioni di cui parleremo fra un attimo. Il risultato è chiaro. Il virus attuale è strettamente imparentato con gli altri virus del passato, appartenenti alla stessa famiglia. Le differenze sono piccole ma significative, originatesi probabilmente per mutazione spontanea. Non c’è nessuna evidenza che possano essere state prodotte in laboratorio.”
E giusto per completare, anche l’autore del servizio lo ha smentito
Quella che il nuovo coronavirus sia un prodotto sintetico è una delle prime fake news emerse insieme all’epidemia, ma non ha mai avuto nessuna prova scientifica, anzi. A generare la bufala è stata, lo scorso gennaio, un’intervista di un ex ufficiale israeliano al Washington Times, un sito di destra già  noto per aver rilanciato altre teorie cospirazioniste, come quella che l’ex presidente Usa Obama fosse musulmano.
Pochi giorni dopo lo stesso autore, Danny Shoam, ha smentito parzialmente, dicendo di non avere prove. A rafforzare le ipotesi complottiste c’era poi il fatto che a Wuhan esiste l’unico laboratorio di alta sicurezza della Cina, che però ha avuto l’ok ad operare solo nel 2018, tre anni dopo lo studio citato dal servizio di Tg3 Leonardo.
In realtà  tutte le ricerche condotte sul Sars-Cov-2 finora non hanno trovato prove di una presunta origine ‘sintetica’. Gli esperti hanno in particolare confrontato il gene per una proteina chiave nel processo infettivo, una proteina dell’involucro esterno del virus (chiamata ‘spike’, da punta o spina) che gli serve per attaccarsi, entrare e infettare le cellule umane.
Questa e altre “caratteristiche del virus, la sequenza genetica di RBD e la spina dorsale del virus — hanno concluso gli autori dello Scripps Research Institute di La Jolla — ci portano a scartare l’ipotesi della manipolazione di laboratorio come possibile origine del SARS-CoV-2”.
Al coro degli scienziati intervenuti per spegnere le preoccupazioni si è unito Walter Ricciardi, consulente del ministro Speranza e rappresentate Oms, sottolineando come l’ipotesi sia destitutita di ogni fondamento.
Con lui la virologa Ilaria Capua, che conferma come l’origine del virus sia assolutamente naturale, proveniente da “un serbatoio selvatico”. La sintesi che mette fine ad ore convulse arriva da Burioni: “Questa è una scemenza. Tranquilli, il coronavirus è naturale al 100%, purtroppo”.
Ma allora perchè i due leader dell’opposizione italiana hanno pubblicato una bufala non verificata sulla loro pagina facebook, anche se si poteva verificare in cinque minuti la falsità  delle affermazioni che avranno ripreso da qualche cretinissima catena su Whatsapp? La risposta è tutta in questa immagine: 27mila mipiace e 42mila condivisioni per il post di Salvini e sotto i commenti di due persone che dicono che sì, alla fine può essere, a mia moglie lo dicevo da tempo.
La verità  è che Salvini e Meloni, così come tanti altri, guadagnano like e condivisioni dal postare scemenze. E per questo continuano e continueranno a farlo. A loro non interessa in alcun modo fornire informazioni corrette se queste vanno contro la narrativa che i loro fans si aspettano da loro e la necessità  di acquisirne altri.
E oggi che i loro due partiti sono in aperta competizione, come risulta dai sondaggi, è anche normale che a una stronzata della pagina facebook del primo risponda una stronzata della pagina facebook dell’altra e viceversa.
E c’è anche un altro motivo che permette a loro di fare cose come queste: domani nessuno chiederà  conto a Salvini o a Meloni in televisione delle sciocchezze che dicono su Facebook, chiamando esperti a smentirli.
E finendo nei guai come invece è finito Zaia con i cinesi quando se n’è uscito con i topi vivi.
Se fossero a capo di un governo, Salvini e Meloni oggi si ritroverebbero al centro di una crisi diplomatica internazionale per quello che hanno postato su Facebook. Ma se fossero, appunto, a capo di un governo non posterebbero nulla di simile. Perchè il loro obiettivo finale lo avrebbero raggiunto.
A forza di stronzate, appunto.

(da “NextQuotidiano”)

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I DIECI ERRORI DELLA REGIONE LOMBARDIA SUL CORONAVIRUS

Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile

SOTTOVALUTAZIONE DEL RISCHIO E INCAPACITA’ ORGANIZZATIVA

Il Fatto Quotidiano oggi riepiloga in un articolo a firma di Davide Milosa e Maddalena Oliva i dieci errori della Regione Lombardia sul Coronavirus SARS-COV-2 e su COVID-19.
Ecco qua la pletora di “sottovalutazioni del rischio e incapacità  organizzativa” di Attilio Fontana e Giulio Gallera:
1. Gli incontri a Roma.   L’Unità  di crisi di Regione Lombardia si è addirittura riunita il 9 gennaio pe rla prima volta. Cosa si decide? Fino al 20 febbraio ben poco.
2. Prevenzione inesistente. Manca un piano pandemico regionale: sul sito,l’ultimo disponibile è quello contro il virus N1H1. Data: 2009.
3. Ospedalizzazione di massa. Quando scoppia il “caso Mattia”, la battaglia è già  impari. Il virus è ovunque in Lombardia. Le terapie intensive vengono invase e, nonostante se ne fosse parlato a livello centrale già  tre settimane prima, la Regione punta sugli ospedali. “È stato un disperato inseguimento all’ospedalizzazione, ma le epidemie non si vincono negli ospedali:quando arrivano lì sono già  perse”, spiega una fonte molto qualificata. Con la logica dei più ricoveri possibili, dimenticando la medicina sul territorio, gli ospedali sono andati in collasso.
4. Ospedali veicoli di contagio “accidentale”.   La scelta della Regione ha trasformato i presidi sanitari in vettori per la diffusione del virus anche tra gli operatori. Tanto che la percentuale degli infetti tra i medici in Lombardia è la più alta (13%, a livello nazionale è il 9%). I casi degli ospedali di Codogno e di Alzano Lombardo (Bergamo) —chiuso dopo i primi casi e poi inspiegabilmente riaperto —hanno dimostrato che, nonostante le buone prassi di medici e infermieri, il virus ha viaggiato dal pronto soccorso ai reparti.
5. Mancate zone rosse. Nei primi giorni di crisi il Basso Lodigiano diventa zona rossa. Il “modello Codogno” funziona. La Regione però tergiversa sul focolaio della bassa Valseriana, dove i casi sono ormai esplosi. “È evidente —spiega il professor Massimo Galli d e l l’ospedale Sacco —che la chiusura di Nembro e Alzano avrebbe ridotto la diffusione”.
6. I medici inascoltati. Un medico di Bergamo —lo ha raccontato il Wall Street Journal— il 22 febbraio ha provato a farsi ascoltare, mandando una lettera in Regione per consigliare la costituzione di strutture Covid dedicate. La Regione rispedirà  al mittente la proposta, salvo ripensarci giorni dopo. Un gruppo di medici sempre di Bergamo scrive al New England Journal of Medicine: “Questo disastro poteva essere evitato con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità , sul territorio”.
7. Nessuna sorveglianza epidemiologica. Non c’è stata, fino a ora, nessuna mappatura epidemiologica, attraverso la ricostruzione dei contatti dei positivi.
8. Tamponi ai sanitari. Tra i target sfuggiti c’è la categoria più esposta: il personale sanitario. Spiega Stefano Magnone, medico a Bergamo e segretario regionale dell’Anaao : “All’inizio i tamponi venivano fatti anche al personale asintomatico. Molti erano negativi e il problema è stato sottovalutato. Adesso si mandano al lavoro medici con febbre non superiore a 37,5 e senza nemmeno fare loro il tampone. Forse perchè si teme che i positivi siano così tanti, da sguarnire ulteriormente di personale i presidi ospedalieri”.
9. Personale non sufficiente. Dicono i medici in trincea: se tu Regione mi fai aumentare i posti letti in terapia intensiva, ma il personale resta sempre lo stesso, allora mi uccidi. Se non di virus, di fatica.
10. La vocazione al privato. Il “peccato originale”de l modello Lombardia. Una galassia, quella del privato accreditato che, tranne alcune eccezioni, non sembra aver risposto a questa emergenza.

(da “NextQuotidiano”)

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BORRELLI E’ NEGATIVO AL TEST SUL CORONAVIRUS, MA ALCUNI MEDIA AVEVANO ANNUNCIATO CHE ERA POSITIVO: E’ UNO SCONCIO

Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile

INTERVENGA IL GARANTE DELLA PRIVACY: LE NOTIZIE SULLA SALUTE DELLE PERSONE   NON SI POSSONO DIVULGARE, SALVO CHE NON SIANO GLI INTERESSATI A FARLO… E IN QUESTO CASO SI DIVULGANO PURE NOTIZIE FALSE

Angelo Borrelli è negativo al tampone rino-faringeo per la ricerca di coronavirus. L’indagine epidemiologica si era resa necessaria a seguito dei sintomi febbrili avvertiti nella giornata di ieri dal Capo della Protezione Civile, che attualmente continua ad accusare un lieve stato influenzale e continuerà  a lavorare dalla sua abitazione in costante contatto con il Comitato Operativo e l’Unita’ di Crisi. Il Dipartimento della Protezione Civile continuerà , come sempre, a garantire la massima operatività  e a lavorare senza sosta sull’emergenza in atto.
Ma la cosa divertente è che nonostante ci vogliano ore per avere il risultato del test del tampone, ieri Dagospia lo aveva già  dato per malato
E non finisce qui. Perchè stamattina il Corriere della Sera in prima pagina aveva scritto la stessa cosa
C’è da segnalare che nell’articolo dedicato alla vicenda e firmato da Fabrizio Caccia il quotidiano aveva invece scritto correttamente che l’esito del test del tampone doveva ancora arrivare
Vale appena la pena di ricordare che i risultati dei test del tampone, così come qualunque notizia che riguarda la salute delle persone, non sono per niente pubblici anche se si tratta di personaggi che rivestono ruoli istituzionali.
Se sono loro stessi a divulgarli, va bene. Ma nel caso in cui non lo siano — e questo pare proprio quel caso — ci sarebbe un garante della privacy da allertare in Italia. Sempre se siamo rimasti una democrazia anche nell’era del Coronavirus.

(da agenzie)

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IL GOVERNATORE FONTANA SCAMBIA L’OSPEDALE DI CREMA PER QUELLO DI PIACENZA

Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile

POI QUALCUNO LO AVVISA E LUI CANCELLA IL POST

Attilio Fontana ha pubblicato e cancellato da Facebook e Instagram un post in cui parlava dell’ospedale da campo di Crema “pienamente operativo” e “dotato delle migliori tecnologie sanitarie, con 32 posti letto ai quali si aggiungono 3 postazioni per la terapia intensiva” perchè la foto che illustrava il post era quella dell’ospedale di Piacenza.
Gli scatti dei post ormai cancellati sono stati pubblicati da Selvaggia Lucarelli su Twitter.
L’ospedale — 40 posti letto che possono arrivare fino a 60, di cui tre in terapia intensiva — vede al lavoro da questa mattina 40 tra medici e infermieri militari: funzionerà  come pre-triage per l’ospedale di Piacenza, cercando di far fronte alle emergenze che verranno segnalate.
Ventuno le tende allestite all’interno del Polo di Mantenimento Pesante piacentino, una caserma che si trova poco distante dall’ospedale di Piacenza.
L’opera è stata realizzata in tempo record da personale della difesa — 72 ore di lavoro — e arriva dopo la struttura inaugurata venerdì scorso a Cremona dalla sanità  militare.

(da agenzie)

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BRESCIA METTE AL MURO LA REGIONE LOMBARDIA: “LA GIUNTA LOMBARDA HA FATTO I TAMPONI, QUI A BRESCIA NON SI FANNO”

Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile

“SIAMO ALLLO STREMO, ABBIAMO MILLE MORTI E SEIMILA CONTAGI, MA NELLE CASE CE NE SONO DIECI VOLTE DI PIU'”

“Noi siamo allo stremo. I dati non sono così entusiasmanti come si dice. Noi abbiamo   mille morti, raddoppiati dalla scorsa settimana, e seimila contagi ma nelle case ce ne sono dieci volte di più. A Brescia abbiamo chiesto l’ospedale medicale, la chiusura del territorio, i medici, arrivano altrove ma non qui”:
Laura Castelletti, vicesindaca di Brescia, interviene oggi ad Agorà  in diretta insieme a Giulio Gallera, assessore al Welfare della Regione Lombardia, e mette al muro la gestione dell’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19 da parte della Giunta di Attilio Fontana.
Castelletti punta il dito sui tamponi, come hanno fatto ieri 81 sindaci dell’hinterland milanese: “Noi abbiamo bisogno dei tamponi. Quando l’assessore Mattinzoli si è ammalato la giunta regionale è stata tamponata per dire che erano negativi. Abbiamo bisogno che le persone a casa e i loro familiari vengano tamponati. Sul territorio questo intervento è necessario”.
A Brescia la collaborazione pubblico privato ha permesso di recuperare posti letto per i malati di Coronavirus e grazie a questo “non c’è necessità  dell’ospedale da campo”, ha detto ieri l’assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera in diretta Facebook. Circa il 20% — 150 su 700 — dei nuovi operatori sanitari selezionati dalla Lombardia con un bando lanciato per supplire alla necessità  di personale per fronteggiare il Coronavirus sono stati inviati nel bresciano, ha aggiunto: “Più del 20%, 150 su circa 700, del personale che abbiamo recuperato sono andati sul territorio bresciano per sostenere gli ospedali. Non ci vogliamo fermare qui: nei prossimi giorni aspettiamo nuovi nominativi dalla Protezione Civile e parte dei rinforzi sarà  destinata a Brescia”, ha spiegato.
Numeri che non sembrano aver convinto i primi cittadini, visto che ieri 81 sindaci della Città  Metropolitana di Milano hanno firmato un appello rivolto alla Regione Lombardia in cui chiedono un cambio di strategia contro il Coronavirus SARS-COV-2, con l’attivazione della sorveglianza attiva che prevede di fare i tamponi a tutte le persone con sintomi riconducibili al COVID-19, soprattutto le persone che sono a casa ammalate e non ricorrono all’assistenza ospedaliera.
La lettera è stata firmata da sindaci del centrosinistra, del centrodestra, di liste civiche ad eccezione di quelli della Lega.
I primi cittadini denunciano come l’epidemia sia più diffusa di quello che appare dai dati ufficiali. Il numero di contagiati “è molto più alto e comprende i molti cittadini a casa con sintomi riconducibili al Covid19 — si legge -. C’è inoltre la situazione delle persone sottoposte a quarantena il cui numero è sottostimato e che quindi rappresenta un aspetto del contagio largamente fuori controllo”.
Per questo i sindaci prendendo a modello l’esperienza della Regione Veneto, chiedono a Regione Lombardia di attivare la “sorveglianza attiva”, che prevede di fare i tamponi a tutte le persone con sintomi riconducibili al Covid19, soprattutto le persone che sono a casa ammalate e non ricorrono all’assistenza ospedaliera, “e in base al risultato di sottoporre conseguentemente a tampone i familiari e tutte le persone con le quali sono entrate in contatto”. Infine nell’appello i sindaci hanno ribadito la “assoluta necessità  di sottoporre periodicamente al tampone i medici di base”.
Qual è il problema con i tamponi in Lombardia? Come abbiamo spiegato, sono 28.761 le persone contagiate dal Coronavirus SARS-CoV-2.
I casi attualmente positivi (il totale include i guariti e i deceduti) sono 18.910. Ma sono davvero poco meno di 20mila in tutta la regione le persone che hanno contratto il coronavirus?
Gli open data della Protezione Civile ci informano che in Lombardia sono stati eseguiti (alla data dell’aggiornamento del 23 marzo) 73.242 tamponi. Il che significa che solo una piccolissima percentuale degli abitanti della Lombardia (oltre 10 milioni di persone) è stata effettivamente sottoposta al famoso test.
Fermo restando che non è assolutamente detto che ogni singolo tampone corrisponda ad un paziente diverso. Ad esempio è probabile che pazienti considerati guariti o le persone messe in isolamento domiciliare vengano sottoposte più volte al test per confermare la negativizzazione del tampone.
Sappiamo che la Regione ha stipulato un accordo con la Copan Diagnostics di Brescia (che produce i kit) per la vendita di 200 mila tamponi a settimana per un totale complessivo di un milione e mezzo. La stessa azienda è in grado di produrne dieci milioni a settimana. I tamponi insomma non mancano, diversa invece è la questione relativa alla capacità  di eseguire le analisi: il sistema semplicemente non ce la fa.
A Brescia si registra uno dei bilanci più gravi della pandemia di coronavirus. Sono al momento 156 i morti nella sola città , oltre 900 nella Provincia, “ma questi sono solo quelli accertati” dice ai microfoni di Radio24 Emilio Del Bono, sindaco della città  conosciuta come la Leonessa d’Italia per la strenua resistenza agli austriaci nel Risorgimento.
“Nell’emergenza serve personale medico e infermieristico. La condizione dei nostri medici ospedalieri è spaventosa – prosegue – Ci sono medici che sono ormai 3 settimane che non fanno pausa e che lavorano 12 ore al giorno. Oggi dovrebbero arrivare i primi 20-25 medici in provincia di Brescia dopo che Roma ha comunicato alla Regione Lombardia i primi 50 medici. Il mio appello alla Regione Lombardia è stato di trasferire la maggioranza dei medici nella Provincia di Brescia, visto che non abbiamo avuti segni confortanti in queste ultime giornate”.

(da agenzie)

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I CONTI NON TORNANO: CONTAGI TROPPO BASSI E DECESSI TROPPO ALTI

Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile

LO STUDIO SU UN PAESE VICINO A BERGAMO: IL NUMERO DEI MORTI REALI E’ QUATTRO VOLTE SUPERIORE A QUELLO UFFICIALE

Il sindaco di Nembro, Claudio Cancelli, e Luca Foresti, amministratore delegato del Centro medico Santagostino, si sono interrogati sul numero delle morti imputate al Coronavirus che hanno interessato la loro zona: il piccolo comune in provincia di Bergamo.
Nembro è la cittadina maggiormente colpita dal Covid-19. Anche se non è noto il numero delle persone contagiate, le morti attribuite al Coronavirus sono 31.
I due fisici, che conoscono bene il territorio, hanno analizzato il numero delle morti a Nembro nello stesso periodo rispetto agli anni passati.
In un articolo pubblicato sul Corriere hanno evidenziato come ci sia qualcosa di estremamente anomalo rispetto agli anni passati:
“Abbiamo guardato la media dei morti nel comune degli anni precedenti, nel periodo gennaio — marzo. Nembro avrebbe dovuto avere – in condizioni normali – circa 35 decessi. Quelli registrati quest’anno dagli uffici comunali sono stati 158. Ovvero 123 in più della media. Non 31 in più, come avrebbe dovuto essere stando ai numeri ufficiali dell’epidemia di Coronavirus. La differenza è enorme e non può essere una semplice deviazione statistica. Le statistiche demografiche hanno una loro ‘costanza’ e le medie annuali cambiano solo quando arrivano fenomeni del tutto ‘nuovi’. In questo caso il numero di decessi anomali rispetto alla media che Nembro ha registrato nel periodo di tempo preso in considerazione è pari a 4 volte quelli ufficialmente attribuiti al Covid-19. Se si guarda a quando sono avvenute queste morti e si confronta lo stesso periodo con gli anni precedenti, l’anomalia è ancora più evidente: c’è un picco di decessi ‘altri’ in corrispondenza di quello delle morti ufficiali da Covid-19”.
Quello che sottolineano i due fisici è molto importante e restituisce un quadro molto diverso rispetto a quello tracciato finora:
“Nell’ipotesi – niente affatto remota – che tutti i cittadini di Nembro abbiano preso il virus (con moltissimi asintomatici, quindi), 158 decessi equivarrebbe a un tasso di letalità  dell’1%. Che è proprio il tasso di letalità  atteso e misurato sulla nave da crociera Diamond Princess e – fatte le dovute proporzioni per struttura demografica – in Corea del Sud. Abbiamo fatto esattamente lo stesso calcolo per i comuni di Cernusco sul Naviglio (Mi) e Pesaro utilizzando esattamente la stessa metodologia. A Cernusco il numero di decessi anomali è pari a 6,1 volte quelli ufficialmente attribuiti al Covid-19, anche a Pesaro 6,1 volte. Impressionanti i dati di Bergamo, in cui il rapporto arriva addirittura a 10,4”.
In sostanza, in base alla loro analisi, esiste un sommerso che riguarda sia il numero di morti, sia il numero dei positivi.
E questo sommerso riguarda soprattutto — come è ragionevole supporre — persone anziane o fragili che muoiono a casa o in strutture residenziali, senza essere ricoverate in ospedale e senza essere sottoposte a tampone per verificare che fossero effettivamente infettate con il Covid-19.
“Nembro rappresenta in piccolo quello che accadrebbe in Italia se tutti fossero contagiati dal CoronaVirus — Covid 19: morirebbero 600 mila. I numeri di Nembro, inoltre, ci suggeriscono che dobbiamo prendere quelli dei decessi ufficiali e moltiplicarli almeno per 4 per avere l’impatto reale del Covid-19 in Italia, in questo momento. Il nostro timore è che non solo il numero dei contagiati sia largamente sottostimato a causa del basso numero di tamponi e test che vengono fatti e quindi della «sparizione» degli asintomatici dalla statistica, ma che lo sia anche – dati dei Comuni alla mano – quello dei morti”.

(da TPI)

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“TORNIAMO AL LAVORO MA SENZA GARANZIE DI SICUREZZA”

Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile

I TIMORI DEGLI OPERAI CHE RIENTRANO IN FABBRICA … AZIENDE NON INDISPENSABILI CHE PENSANO SOLO A FARE BUSINESS

I sindacati hanno raggiunto un accordo con il Governo e l’elenco delle aziende che rimangono in funzione dovrebbe essere ridotto.
Non è ancora esattamente chiaro come le aziende che rimarranno aperte riusciranno a fare rispettare le protezioni
Gianluigi Zanotti ha 36 anni ed è un metalmeccanico per un’azienda lombarda, non lontano da Milano. Salvatore Viola invece ha 54 anni ed è dipendente di una stamperia, anche lui nella regione che al momento rappresenta il focolaio del Coronavirus in Italia. Entrambi oggi hanno scioperato mentre i sindacati negoziavano con il Governo ed entrambi domani dovrebbero tornare a lavoro, nell’incertezza generale.
Al termine dell’incontro i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, si sono detti soddisfatti. L’elenco delle attività  che sono rimaste in funzione perchè ritenute essenziali, considerato troppo ampio dai sindacati, è stato rivisto.
Ma sia Gianluigi che Salvatore — come molti loro colleghi -continuano a nutrire dubbi riguardo la reale indispensabilità  del proprio lavoro e l’efficacia delle misure di sicurezza adottate dalle aziende.
A far paura sono anche i numeri: secondo i dati della Protezione Civile in Lombardia i casi positivi sono 32.346, e nella provincia di Milano, dove si trovano le aziende, sono 6.074 — il numero più alto nella regione dopo Brescia e Bergamo.
«Il punto è proprio questo» — spiega Gianluigi — «Noi riteniamo che l’attività  che facciamo non sia indispensabile. I nostro lavoro va avanti perchè la dirigenza ha ritenuto di dover continuare per motivi di business. È un tema di cui abbiamo discusso apertamente anche con loro». Necessarie o no, l’altro grande tema è la sicurezza sul lavoro.
«Lo sciopero di oggi è stato fatto per chiedere tutele negli ambienti di lavoro. Più sicurezza, più pulizia», spiega invece Salvatore, impiegato nella fabbrica di Melzo.
«La mancata costanza nelle forniture di prodotti come mascherine e guanti, la scarsa pulizia dei servizi igienici, il poco controllo: sono tutti problemi reali. Sappiamo che i materiali di protezione sono difficilmente reperibili ma sono comunque carenti. L’igiene degli spazi comuni è fondamentale: sono state fatte pulizie sotto pressione e con poca continuità , non pienamente nel rispetto del documento. E poi ci sono laboratori dove le distanze di sicurezza si accorciano».
Dopo l’accordo con il Governo i sindacati hanno esultato, annunciando in una nota congiunta che d’ora in avanti tutti i lavoratori che continueranno a svolgere il proprio lavoro dovranno essere dotati dei dispositivi di protezione individuale, come previsto nel Protocollo di Sicurezza. In più, ci saranno nuove verifiche: i Prefetti «dovranno coinvolgere le organizzazioni territoriali per la autocertificazione delle imprese che svolgono attività  funzionali e assicurare la continuità  delle filiere essenziali».
È meno chiaro, però, come faranno le aziende a reperire il materiale di sicurezza, come le mascherine, di cui hanno bisogno i lavoratori.
Da questo nasce il timore per i ritorno al lavoro. «I più preoccupati sono i genitori o i 20enni-22enni che vivono a casa con i genitori», spiega Gianluigi, che a 36 anni vive da solo e non ha questo problema.
«Le forniture delle mascherine sono lentissime, quindi si sa che in molti casi vengono utilizzate più a lungo di quanto dovrebbe accadere. Un altro punto evidenziato da molti colleghi è il fatto di spostarsi con i mezzi pubblici. La preoccupazione c’era, adesso non saprei dire…». «Lo stato d’animo è di tensione: si esce soltanto per fare la spesa, uno per famiglia», racconta invece Salvatore. «In questo siamo come il resto del Paese».

(da Open)

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“LA ZONA ROSSA DI FONDI E’ UN COLABRODO”

Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile

LA REGIONE LAZIO AVEVA EMANATO MISURE PIU’ RESTRITTIVE,ORA IL DECRETO DEL GOVERNO HA PEGGIORATO LA SITUAZIONE

Dal 20 marzo il Comune di Fondi è diventato zona rossa, anche se il mercato ortofrutticolo che rifornisce Roma e buona parte dell’Italia centrale è ancora aperto. Eppure, racconta oggi Il Messaggero,   ora è diventata una “zona rossa” soltanto a metà : dopo l’emanazione dell’ultimo Dpcm del 22 marzo si fatica non poco a capire quali siano le regole da seguire.
Qualcosa, già  nella giornata del 23, è cambiato nei controlli ai varchi. E così il vicesindaco, Beniamino Maschietto, si è rivolto alla regione chiedendo dei chiarimenti. La risposta ufficiale spiega che «la successione temporale del Dpcm del 22 marzo rispetto all’ordinanza della Regione Lazio consente di poter ritenere che la disciplina in ordine allo spostamento delle persone fisiche e alle attività  economiche sia quella relativa al provvedimento nazionale».
In sostanza il decreto nazionale avrebbe superato l’ordinanza, più restrittiva, della Regione Lazio emessa il 19 marzo.
Ora i cittadini possono spostarsi fuori comune, al pari di tutti gli altri sul territorio nazionale, per “comprovate esigenze lavorative o sanitarie”.
In pratica una commessa di un supermercato residente a Fondi può recarsi sul suo posto di lavoro in un’altra città  e un piccolo imprenditore può spostarsi, così come un meccanico o chiunque rientri nelle categorie autorizzate a lavorare.
Per questo motivo si registra un viavai che rende praticamente inutile il provvedimento preso dalla Regione per limitare i rischi dovuti all’altissimo numero di positivi al Coronavirus: 63 contagiati su 39.000 abitanti e centinaia di persone in isolamento.       ›
Restano inoltre altri punti da chiarire: i trasporti pubblici soppressi dall’ordinanza regionale (testualmente si legge: «soppressione di tutte le fermate di mezzi pubblici compreso il trasporto ferroviario») saranno ripristinati?
Fino a ieri nessun treno e nessun autobus Cotral fermava ancora a Fondi, anche se il limite dovrebbe essere caduto. Il paradosso dunque è che da Fondi ci si sposta, ormai con una certa facilità , ma solo con mezzi privati.

(da “NextQuotidiano”)

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