Marzo 28th, 2020 Riccardo Fucile
INVITI A INFETTARE ISRAELE E AD ARMARSI PER UNA GUERRA CIVILE… ENTUSIASMO PER IL DIFFONDERSI DEL VIRUS CHE SELEZIONARA’ I POPOLI
Tra gli esponenti di estrema destra, il collasso economico e sanitario causato dal coronavirus, viene
semplificato con la disinformazione e razionalizzato dall’imminente chiamata alle armi per reagire al caos globale.
Infatti, sin dalla dichiarazione di stato di pandemia, internet è stato invaso da un’accelerazione globale di violenza estremista.
Ad esempio, come evidenziato dal Counter Extremist Project, il 16 marzo, Simon Lindberg, leader del gruppo neo-nazista scandinavo Nordic Resistance Movement, posta su un blog un articolo per esprimere il suo “grande entusiasmo” per i risvolti positivi che il coronavirus porterà alla sua causa, generando, nel lungo termine, una “rivolta sociale”. Inoltre, un gruppo Telegram di estrema destra pubblica il video dell’eccidio di Christchurch che solo il 19 marzo riceve 40.000 visualizzazioni.
Mentre, sempre a marzo, la German Atomwaffen Division, un gruppo che professa il negazionismo dell’olocausto, crea un profilo social su Gab, comunicando agli attivisti di prepararsi al “conflitto imminente”.
Negli ambienti di estrema destra, questa guerra civile che sovvertirà i governi ha un nome: “Boogaloo”. Uno scenario apocalittico, reso verosimile dalle conseguenze catastrofiche del Covid-19 e che ha galvanizzato il network di attivisti, da anni in attesa di questo disordine mondiale tra manuali di sopravvivenza, strategie di guerriglia e istruzioni per la realizzazione e l’uso di armi ed esplosivi.
Il Boogaloo del coronavirus ha arricchito di credibilità la narrativa dell’estrema destra accelerazionista la quale auspica al collasso globale, la conseguente fine della democrazia e l’ascesa di un etno-stato governato dal principio di purezza della razza.
La purezza a cui aspirano gli accelerazionisti ha diverse applicazioni che, in questo momento storico, si rinnovano attraverso la pandemia.
Innanzitutto, l’eccessivo tasso di natalità dei migranti che sta sostituendo l’etnia bianca, inficiandone l’autenticità . Quindi, le teorie anti-globalizzazione e di difesa dei confini nazionali si arricchiscono del nesso tra l’incontrollato spostamento di esseri umani e il contagio del virus.
A questo proposito, il 13 marzo, il gruppo estremista Identità¤re Bewegung, posta sulla sua pagina Twitter le immagini della protesta dei suoi attivisti alla porta di Brandeburgo a Berlino scrivendo “Sia a causa del CoronaVirus che per l’assalto di migliaia di immigrati illegali. La protezione delle frontiere è un modo legittimo ed efficace per proteggere una popolazione.”
Il tema della separazione razziale fa da link anche ad un aspetto particolarmente pericoloso dell’attuale propaganda di estrema destra: l’utilizzo del Covid-19 come arma.
Premettendo che, negli Usa, dal 2017 i crimini d’odio contro gli ebrei sono aumentati del 37%, alcuni gruppi estremisti sono convinti che sia stato Israele a creare il virus in laboratorio per poi vendere il vaccino a tutto il mondo.
In reazione a quest’idea, secondo l’FBI, alcuni gruppi neo-nazisti stanno incitando attivisti che sono risultati positivi al Covid-19 a diffondere il virus nelle comunità israelitiche usando flaconi pieni di fluidi corporali o frequentando luoghi di culto o di raduno.
La difesa della purezza, nella narrativa fondamentalista, non riguarda solo l’etnia ma anche la tutela ambientale.
Precisamente, dallo slogan nazista che collega territorio ed etnia “blood and soil” (sangue e terra) all’utilizzo di tematiche ambientali per facilitare il dialogo con i più giovani (come probabilmente è avvenuto con l’avvicinamento all’estremismo per gli autori delle stragi di Christchurch o El Paso, l’eco-nazismo descrive l’incombente degrado ecologico in maniera apocalittica.
Le cause del deterioramento ambientale, secondo la narrativa estremista, sono da imputare all’eccessivo consumismo e al sovrappopolamento del pianeta. Le soluzioni, invece, contemplano anche il genocidio.
In quest’ottica, il Covid-19 diventa “la medicina della natura”, uno strumento “di bilanciamento” o utile a rovesciare l’economia mondiale.
Quindi, il Covid-19 unito all’infodemia estremista, ovvero la diffusione di informazioni mirate a suscitare panico e frustrazione, diventa un’arma.
Ricollegando narrative preesistenti, come l’esasperazione dell’anti-globalizzazione o la scarsa competenza dei governanti, ai drammatici risvolti attuali della pandemia, i gruppi di estrema destra delineano un futuro catastrofico da cui potranno trarre profitto e prevalere. Questo progetto fa largo uso della comunicazione, ma ha già incluso, e potrà includere vittime e violenza.
(da Business Insider”)
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Marzo 28th, 2020 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DELL’EX PREMIER: “NON POSSIAMO STARE CHIUSI IN CASA AD ASPETTARE IL VACCINO”
Matteo Renzi propone di riaprire gradualmente l’Italia, ma sbatte contro il muro degli scienziati. “Riapriamo. Perchè non possiamo aspettare che tutto passi” ha detto l’ex premier in un’intervista ad Avvenire, “perchè se restiamo chiusi la gente morirà di fame. Perchè la strada sarà una sola: convivere due anni con il virus. Serve un piano per la riapertura e serve ora. Le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua. Poi il resto. I negozi, le scuole, le librerie, le Chiese. Serve attenzione, serve gradualità . Ma bisogna riaprire” afferma Renzi.
Proposta che viene cestinata dagli scienziati che stanno seguendo in prima persona la diffusione della pandemia di coronavirus in Italia.
Fra questi,il virologo del San Raffaele di Milano Roberto Burioni, secondo cui “in questo momento la situazione è ancora talmente grave da rendere irrealistico qualunque progetto di riapertura a breve”.
“Pensare di riaprire le scuole è prematuro” commenta il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco, “giusto pensare al futuro ma serve molta attenzione. Dovremmo convivere con il fatto che pandemie come questa possono anche tornare, è accaduto con la Spagnola. Questo virus non ce lo toglieremo dai piedi velocemente, ma in questa fase è necessario agire per poter arginare la dimensione di morti che c’è stata in Lombardia”
“Pensare di riaprire le scuole il 4 maggio è una follia e fare proclami in questo momento è sbagliato” dice all’Adnkronos Salute l’epidemiologo dell’università di Pisa Pierluigi Lopalco, presidente del Patto trasversale per la Scienza (Pts).
“Dobbiamo essere cauti e dare illusioni se non abbiamo dati – rimarca Lopalco – oggi abbiamo solo una flebile speranza in Lombardia, ma ad esempio a Milano la situazione non è ancora sotto controllo. Come facciamo a riaprire le scuole se non lo abbiamo certezze. Non diamo false aspettave e speranze”.
“Come epidemiologo devo guardare la salute pubblica e ora occorre rallentare e arrestare l’epidemia” commenta Gianni Rezza, direttore del dipartimento Malattie Infettive dell’Iss:,“Non possiamo tenere l’Italia chiusa per sempre, ma occorre vedere prima vedere gli effetti delle misure importanti messe in campo dal Governo. In questo momento non si può dire nulla non prima della fine del mese. Poi si posso studiare provvedimenti magari ‘stop and go’ o misure complementari. Vedremo cosa accadrà ”.
“Riaprire prima di Pasqua? Governo e Parlamento decidano prima quante vite umane vogliono sacrificare per far ripartire economia. Renzi dalla tragedia di Bergamo non ha imparato proprio nulla” commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe.
Calenda, leader di Azione, attacca: “Caro Matteo Renzi, la tua dichiarazione è poco seria. Potremo riaprire quando la curva inizierà a flettere seriamente. Altrimenti il lockdown sarà stato inutile e dovremo riapplicarlo al primo riaccendersi di un focolaio”.
Il capo politico del M5s Vito Crimi commenta a Skytg24: “Non vorrrei che quella di Renzi sia di nuovo un’uscita del tipo ‘apriamo tutto’, ‘chiudiamo tutto’. Bisogna ragionare con intelligenza e progressione. Conte ha dimostrato di saper affrontare con moderazione e tempestività la questione”.
Nicola Fratoianni di Sinistra italiana-Leu si chiede: “Su quali basi scientifiche il senatore di Italia Viva fa queste affermazioni? Non abbiamo bisogno di apprendisti stregoni irresponsabili”.
Mario Adinolfi del Popolo della famiglia: “Folle intervista di Renzi, che al 2,2 nell’ultimo sondaggio, prova a fare il Craxi della trattativa quando tutti erano per la fermezza”. Mentre la giornalista Selvaggia Lucarelli in un tweet lo invita a farsi un giro negli ospedali lombardi.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2020 Riccardo Fucile
SONO IN ISOLAMENTO PER IL CONTAGIO CHE HA COLPITO LA NONNA (MORTA) E LA MADRE
Due fratellini molto piccoli di età sono chiusi in casa da giorni, in isolamento sanitario per
coronavirus, da soli, a Montevarchi (Arezzo), e per assisterli si è mossa una particolare catena di solidarietà ed assistenza della cittadina.
Come riporta La Nazione i bambini, in età scolare, da elementari, sono in quarantena da soli dopo che per Covid-19 la nonna, 80enne, è morta giovedì scorso nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Arezzo, e sempre nello stesso ospedale è ricoverata anche la madre, un’operatrice sanitaria le cui condizioni sono in netto miglioramento.
Il padre non c’è, quindi, adesso, tutore dei bambini per questa fase complicata è diventato lo stesso sindaco di Montevarchi, Silvia Chiassai Martini.
L’assistenza quotidiana ai due fratellini viene fatta da alcuni parenti, da persone della parrocchia che consegnano il cibo per pranzo, merenda e cena, da volontari.
Nel giardino sotto casa, adeguatamente sanificato, staziona giorno e notte un camper, con un volontario a turno, pronto ad accorrere in caso di emergenza.
Un operatore da fuori parla con i bambini affacciati al balcone. Inoltre i piccoli mantengono i contatti con la madre attraverso le videochiamate.
Durante la notte è attivo un numero con un operatore sempre a disposizione per qualsiasi problema dovesse presentarsi.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 28th, 2020 Riccardo Fucile
SERVE IL CORAGGIO DI ISOLARLA PER DUE SETTIMANE
Non è ancora troppo tardi. Non può esserlo. Bisogna fare in modo che non lo sia.
Con la bizzarra eccezione dell’Antartide e dei suoi 4 mila ricercatori, non c’è angolo del pianeta che non stia sperimentando il flagello del coronavirus.
Non c’è persona o personaggio, per quanto ricco e potente, che possa assicurarsi l’immunità .
E non c’è alle viste nè una cura nè un vaccino che consentano di arginare l’avanzata di una pandemia che lascerà dietro di sè cicatrici profondissime e imprevedibili mutamenti di scenari globali.
L’unica trincea che al momento appare sicura è l’isolamento in casa.
Dopo il primo sbarco in Cina, l’Italia è stata per molte settimane l’epicentro occidentale dell’attacco virale ai nostri polmoni e alla nostra civiltà . Ne stanno pagando un prezzo atroce intere categorie umane, soprattutto anziani, medici, infermieri, abitanti di città focolaio, persone sole rimaste ai margini della rete di assistenza.
Il primato dei contagi è passato agli Stati Uniti, presto la Spagna si avvicinerà agli standard dei nostri quotidiani bollettini di guerra, l’ombra nera si allunga anche in Germania, Francia e Gran Bretagna.
Nel suo diario da una quarantena su Repubblica, Paolo Rumiz scrive: “Mai come oggi ne esce chi sa cantare in coro”. Non sembra la piega che sta prendendo l’Europa, per fermarci nel nostro cortile.
Vorrebbe essere, almeno nelle intenzioni, la strada scelta dall’Italia, con misure via via più stringenti, estese senza differenze all’intero territorio nazionale. Ma le differenze nell’intensità del contagio ci sono eccome e forse sarebbe arrivato il momento di tenerne conto. La Lombardia, per esempio.
Nonostante la comprensibile volontà di diffondere un po’ di ottimismo da parte del governatore Fontana (“Penso che stia iniziando la discesa”), la regione locomotiva del Paese da sola conta ormai, e non da oggi, più della metà sia dei contagiati sia dei morti totali.
La parte d’Italia dove tutto è cominciato (21 febbraio, paziente uno a Codogno) si è trasformata in poco più di un mese nella bocca del vulcano dove si concentra il rosso più acceso dell’intera nazione.
Si vede a occhio nudo su qualsiasi mappa: la macchia più intensa del Covid-19 sta in un cerchio stretto tra Milano, Bergamo e Brescia, con un alone macabro che si estende fino a lambire i confini di Veneto e Piemonte.
Un grande vecchio della ricerca scientifica come Silvio Garattini proprio ieri ammoniva: “Bisognava chiudere prima, ora a pagare sono personale sanitario e operai”.
Per poi aggiungere una verità scomoda ma ineludibile: “Il senso della vita viene prima del senso degli affari. Ma qualcuno ha invertito le priorità “.
Il risultato di questo ribaltamento di valori, giustificato dal tentativo di scongiurare almeno in parte il collasso economico annunciato, sta temperando assai poco la deriva della crisi produttiva mentre sta aggravando di molto l’inventario delle vittime.
Anche dopo l’accordo con i sindacati che ha portato a un restringimento delle attività consentite, nell’industriosa Lombardia circolano ancora, quotidianamente, centinaia di migliaia di lavoratori, soltanto in parte legati all’indispensabile filiera che garantisce alimentari, sistema sanitario e farmacie.
Sono donne e uomini che escono di casa, raggiungono la fabbrica o il magazzino o l’officina con mezzi pubblici o propri, si offrono a infinite possibilità di contagio, e quindi tornano a sera in abitazioni dove magari li aspettano familiari che stanno rispettando la consegna della lunga quarantena.
Non è il momento dei processi, nè dell’attribuzione di responsabilità . Ma è il tempo, questo sì, del coraggio di prendere decisioni forti.
Fatte salve le attività strettamente necessarie, andrebbe con responsabilità , e anche con urgenza, valutata l’ipotesi di chiudere in modo drastico l’intera Lombardia per due settimane, chiedendo un ulteriore ma non differibile sacrificio a chi ci abita, a chi ci opera, ai titolari di piccole e medie imprese comprensibilmente spaventati dall’idea di non riuscire a ripartire.
Qualsiasi ipotesi di ricostruzione dopo questo abisso passa attraverso decisioni nette che mettano in cima alle priorità la salvezza delle vite, e quindi il contenimento del contagio, attraverso l’edificazione di argini disegnati là dove il morbo più infuria.
Al di là di qualsiasi considerazione politica o finanziaria. Al di là di ogni calcolo di convenienza.
Salvare la Lombardia per salvare l’Italia. Prima che sia davvero troppo tardi.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 28th, 2020 Riccardo Fucile
PER LE IMPRESE DI ONORANZE FUNEBRI E’ ARRIVATO IL MOMENTO DI FERMARSI: “NESSUNO CI ASCOLTA, SIAMO FACILI PREDE E VEICOLI DEL VIRUS, CI DOBBIAMO FERMARE”
Per le imprese di onoranze funebri della provincia di Bergamo è arrivato il momento di fermarsi “e
tutelare così la vita e la salute dei cittadini”, è quanto si legge in una nota della “Lia” cittadina che raggruppa gli imprenditori del settore.
“Nonostante gli appelli (inascoltati) dei giorni scorsi, l’assenza di un monitoraggio sanitario sugli operatori da parte delle autorità , e la difficoltà nell’approvvigionamento di dispositivi di protezione, continuano ad esporre la collettività , soprattutto anziani, malati e disabili, ad un enorme rischio di contagio”, si sottolinea.
“Nelle condizioni attuali, chi entra ed esce quotidianamente dalle strutture sanitarie e dalle abitazioni dei parenti dei defunti, diventa infatti non solo una facile preda, ma anche un veicolo perfetto per la diffusione del virus Covid-19. A costo di mettere a rischio il futuro delle loro stesse aziende, gli imprenditori della categoria seguiranno la propria coscienza, interrompendo le attività nel giorno di lunedì 30 marzo”, si annuncia.
“Le uniche soluzioni affinchè il servizio possa continuare nel rispetto della sicurezza dei cittadini restano il monitoraggio degli operatori tramite tamponi periodici, così come dovrebbe essere per tutti gli operatori sanitari, e un canale di fornitura prioritario (a pagamento) di dispositivi di protezione individuale. È ora che siano le coscienze individuali ad entrare in gioco”, si sottolinea nel comunicato.
“Dopo aver più volte lanciato l’allarme, siamo chiamati a fare l’unica scelta responsabile per il bene della collettività . Abbiamo dato tutto quello che potevamo sul campo, ogni giorno e ogni notte, perdendo anche amici e colleghi. Vorremmo fortemente continuare con lo stesso impegno, ma in assenza di un intervento delle istituzioni, per noi la priorità è difendere la cittadinanza, della quale anche noi facciamo parte”, spiega Antonio Ricciardi, presidente categoria onoranze funebri Lia Bergamo.
“Chi oggi fa annunci sul garantire il servizio senza protezioni o controlli è un irresponsabile, o non ha ben chiaro a quali pericoli sta esponendo tutta la collettività . Non si tratta di garantire o non garantire un servizio. Si tratta di non contribuire alla diffusione di un virus che sta uccidendo centinaia di persone”, conclude Ricciardi.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 28th, 2020 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI BERGAMO: “SERVONO SCREENING MIRATI, ALMENO SUI SINTOMATICI E SUI LORO CONTATTI, BISOGNAVA CREARE LA ZONA ROSSA IN VAL SERIANA E PROTEGGERE DI PIU’ I MEDICI”
Buongiorno sindaco, siete, forse, la città più colpita d’Italia.
Lo siamo purtroppo, aldilà dei numeri che ascoltiamo al telegiornale, che rappresentano solo parzialmente la dimensione dell’epidemia e il dramma di tante famiglie.
Quale?
Il numero reale delle vittime è di oltre due volte e mezzo quello certificato ufficialmente.
È una affermazione clamorosa.
Purtroppo è la realtà .
Spieghiamo perchè.
I dati sui contagiati che vengono diffusi quotidianamente dalla Regione e dalla Protezione Civile riguardano solo coloro che sono risultati positivi al tampone. E i tamponi in Lombardia si fanno solo a chi si presenta in ospedale con sintomi molto seri.
E secondo lei è un dato ingannevole?
Quella è solo la punta dell’iceberg. Ci sono decine di migliaia di persone positive, solo nella mia provincia, che non entrano nelle statistiche solo perchè non viene fatto loro il tampone. Parlo di persone sintomatiche, poi ci sono gli asintomatici.
Voi però avete trovato un altro modo di stimare le vittime dell’emergenza?
Abbiamo contato i decessi dei residenti in città dall’1 al 24 marzo, e abbiamo confrontato questo dato con la media dei decessi nello stesso periodo degli ultimi dieci anni. E quando lei fa questo raffronto cosa scopre? Emerge che il numero dei decessi di quest’anno dall’1 al 24 marzo è quattro volte e mezzo superiore alla media degli anni precedenti.
Incredibile.
Quest’anno ci sono stati 446 decessi, negli anni precedenti mediamente 98. Sono 348 in più. Per le statistiche ufficiali i decessi causati da Covid 19 sono “solo” 136: tantissimi, ma molti meno di quelli realmente avvenuti.
Quindi la differenza sono tutte vittime? Ma è un numero enorme.
Ci sono 212 decessi in più di quelli ufficialmente calcolati. Con i medesimi sintomi. E questo scarto non riguarda solo la città : si ritrova in tutti i comuni della provincia di Bergamo, in alcuni casi anche più vistoso.
Dentro questo numero, dunque, si nasconde un altro fenomeno di dimensioni enormi.
È la dimensione reale di questa tragedia. Centinaia di persone morte nelle loro case, o nelle RSA, senza che sia stato possibile anche solo diagnosticare loro la malattia.
Se questi sono i caduti, significa che il contagio è ovunque.
Ne ho parlato con diversi esperti, tra cui mio fratello Andrea, che è un infettivologo. È possibile fare delle stime.
Quali?
A seconda del tasso di mortalità che si assume, gli esperti sostengono possa stare tra il 2% e l’1%, i contagiati in città potrebbero essere tra 17 e 35mila, la maggior parte dei quali fortunatamente con sintomi leggeri o con nessun sintomo. Nell’ipotesi di mortalità più bassa il virus avrebbe colpito già il 30% dell’intera popolazione di Bergamo.
Addirittura?
È difficile rendersi conto della presenza del virus quando si manifesta senza sintomi, ma ogni cittadino di Bergamo percepisce queste dimensioni: non c’è famiglia che non sia stata toccata, non c’è nessuno di noi che non debba preoccuparsi per un amico, un parente o un collega in gravi condizioni. Oltre ai tanti a casa con sintomi più leggeri. L’incidenza della malattia è molto, molto elevata.
Calcolando anche le forme più leggere e non censite.
Io avuto mal di gola per più di 15 giorni. Non avevo febbre ma forse era una manifestazione leggera del virus, chi può dirlo?
Non si riesce ancora oggi, nemmeno a Bergamo, a fare uno screening sui casi sensibili?
Penso che avrebbero dovuto prima, in forma molto più estesa.
Ad esempio a chi?
A tutti gli operatori sanitari in primis. E poi almeno a tutti i sintomatici e a tutti i loro familiari.
Anche adesso, per contenere il contagio?
Anche adesso, almeno per disporre le quarantene di chi va allontanato e proteggere chi va protetto. Mentre è tardi, secondo me, per usare i tamponi come strumento di mappatura, siamo purtroppo troppo avanti nella diffusione dell’epidemia.
Parlo a lungo con Giorgio Gori, ed ascoltarlo è come seguirlo in una anabasi, una lucida discesa agli inferi. Tuttavia, quando leggerete questa intervista non troverete un solo punto esclamativo: non ne usa mai, quando parla, neanche di fronte al dramma. È lo stile dell’uomo, una dote preziosa, in queste ore. Tuttavia, chiunque lo ascolti, non può non restare impressionato dalla capacità di sintesi del sindaco di Bergamo. Numeri e dati a memoria, analisi e ipotesi, e una capacità utile a tutti: quella di studiare il caso Bergamo per trasformarlo in un caso di scuola utile a tutti. Prendete questa intervista e i suoi focus — dalla mascherine ai tamponi, dagli ospedali alle bare — come la prima indagine sull’emergenza ai tempi del Coronavirus.
Ripartiamo dai tamponi. Che idea si è fatto su questo tema degli esami limitati che si ripropone di continuo?
È una policy, ma non la condivido. L’idea di farne poche migliaia — peraltro cambiando tutti i giorni la dimensione del campione, senza alcuna significatività statistica — non ci dice nulla nè sulla storia, nè sull’evoluzione della malattia, nè su chi quarantenare e quando. Mentre noi — oggi — dovremmo poter tracciare sia i casi sintomatici che tutte le relazioni più strette
Nella vostra condizione attuale è essenziale questo ultimo aspetto.
Certo. Viceversa in altre regioni bisogna impostare le cose in altro modo, perchè è ancora possibile circoscrivere e bloccare.
Ma chi è che ha dato questa direttiva in Lombardia?
Noi sindaci lo abbiamo chiesto al presidente Fontana.
E cosa ha risposto?
Che la Regione si attiene alle direttive dell’ISS e dell’OMS. Nella risposta che ha dato alla lettera degli 81 sindaci della provincia di Milano dice che la Regione si attiene alle disposizioni della circolare del Ministero della Salute del 22 febbraio.
Che effettivamente dice questo?
Dice di fare i tamponi ai soggetti sintomatici. Che è quello che chiediamo noi. Nessuno ha mai proposto di fare tampone di massa. E in ogni caso di circolare ministeriale ce n’è un’altra, del 20 marzo, ancora più chiara nel dire — gliela sto leggendo — che “è necessario identificare tutti gli individui che sono stati o possono essere stati a contatto con un caso confermato o probabile di Covid19”.
Quindi si dovrebbe cambiare la strategia?
Mi dico di sì. Leggo che il presidente Fontana ha annunciato che la Regione farà tamponi anche ai monosintomatici. Non capisco bene cosa voglia dire, posto che fino ad oggi non si facevano neppure ai plurisintomatici, nè quanti si pensa di farne.
Immaginiamo che si riuscisse ad applicare la direttiva del 20 marzo, e fare più esami, trovare i laboratori, tracciare tutti i casi di cui lei parla. Cosa avremmo in più?
Si potrebbero gestire in modo molto più efficiente le quarantene, isolando una buona parte dei portatori del virus. Oggi purtroppo si interviene — quando è possibile farlo — troppo tardi.
Perchè anche oggi, secondo lei il fattore tempo è decisivo.
L’altro ieri sono andato con il vescovo di Bergamo a rendere omaggio alle urne contenenti le ceneri di nostri concittadini cremati negli impianti di altre: erano 118, allineate sull’altare del famedio. E nella chiesa di Ognissanti, ordinate a terra, c’erano 94 bare. Non si può spiegare.
Lei la usa per darmi le proporzioni del dramma.
Sì, perchè immagino che per chi non vive qui sia più difficile comprendere. Per questo mi affanno a dire che va trovato il modo per rafforzare gli interventi sul territorio. Per quanti miracoli si siano fatti per ampliare la capacità di cura negli ospedali, aggiungendo decine di letti di terapia intensiva, non si può aspettare che i malati si aggravino al punto da doverli portare in ospedale.
Perchè è troppo tardi.
E perchè servirebbero centinaia di posti in più, che non ci sono. Dobbiamo arrivare prima. L’ordine dei medici stima che nelle case e nelle RSA della provincia ci siano quattromila casi di polmonite in corso.
E chi li assiste?
Da alcuni giorni la Regione ha istituito le USCA — unità speciali di continuità assistenziale -, piccole squadre di medici e infermieri che vanno a casa dei pazienti, verificano la saturazione del sangue, il bisogno di ossigeno. È la strada giusta. Ma sa quante sono? Otto per tutta la provincia. Servono più medici, più infermieri e più dispositivi di protezione.
Per proteggere medici e infermieri.
Le dico solo che di 700 medici di medicina generale della provincia se ne sono ammalati 144. Andare a curare a domicilio casa è un altro rischio. Non bastano le mascherine. I medici delle USCA debbono proteggersi da capo a piedi, sembrano degli astronauti. Serve un’ora di preparazione per ogni visita. I tempi e i rischi si dilatano.
E poi, per chi è casa, c’è il tema delle bombole.
C’è un grande problema con l’ossigeno: servono più di duemila bombole di ossigeno al giorno. Ognuno cerca di dare una mano, anche nel contattare i fornitori che si conoscono. L’ATS ha fatto un buon piano ma preoccupa la prospettiva.
Perchè?
I fornitori sono sollecitati ormai anche da altre province. C’è il rischio che non riescano a coprire tutto il fabbisogno.
Qui dove sta il problema?
Mi hanno spiegato che scarseggiano innanzitutto i contenitori, le bombole. Per recuperare le bombole vuote si sono attivati anche i carabinieri. Se ne occupa in prima persona anche il sindaco di Treviolo, che ha competenza provinciale sulla Protezione Civile.
E di nuovo si torna al problema di risalire la catena del soccorso per anticiparla.
Sarebbe forse utile attrezzare dei luoghi in cui assistere chi è in condizione pre-ospedaliera, ha bisogno di ossigeno e va allontanato dagli altri familiari. Come si sta pensando di fare negli hotel per chi esce dagli ospedali ma non può ancora rientrare a casa. Ci sono anche altri effetti collaterali del decorso domestico. Tante persone malate vivono in piccoli appartamenti in cui non è possibile separare gli ambienti. I familiari sono lì, necessariamente vicini.
Cioè a rischio contagio.
Altissimo.
E qui si ritorna alla tracciatura.
È esattamente quello che dicevamo prima.
Dicono che c’è anche il problema dei reagenti e dei laboratori, per gli esami.
Non so dirlo. Ma a questo punto, qui dove l’epidemia è così avanti, penso ci si debba concentrare anche su un altro tipo di test: quello che misurando il livello degli anticorpi può individuare chi è stato contagiato , anche in modo asintomatico, è soprattutto può certificare chi si è “negativizzato”.
Altrove si è fatto.
Mi pare in Corea. In questo momento mi risulta che diversi istituti di ricerca siano impegnati nella verifica di affidabilità di alcuni prototipi di questo tipo di test.
Spieghiamolo.
Non sono un medico ma provo a dirlo. La misurazione degli anticorpi consentirebbe di avere traccia del contagio pregresso, a cui è seguita una risposta immunitaria, ma anche ad avere la certezza che non sono più contagioso. E sarebbe importantissimo poterlo certificare.
Parla anche in prima persona.
Anche. Io ho chiuso in casa i miei genitori da un mese e ho paura di andarli a trovare perchè non so se potrei contagiarli.
Quindi esami anche senza tampone.
Non si tratterebbe di tamponi rino-faringei, se ho ben capito, ma di test ematici. Sarebbe ovviamente importante poterne realizzare in grande quantità .
Lei fece scandalo quando all’inizio della crisi disse che alcuni venivano lasciati a morire fuori dalle terapie intensive sovraccariche. Adesso sappiamo che era vero.
Dicevo quello di cui ero venuto a conoscenza. Non per accusare qualcuno ma per dire in quale enormi difficoltà si trovassero alcuni ospedali.
Da dove le arrivava quella notizia?
Da amici che lavorano negli ospedali e da altri che avevano perso il papà , o un parente, senza che fosse stato possibile intubarlo. Non voleva essere una accusa, ma una testimonianza delle drammatiche difficoltà in cui alcuni medici si trovavano ad operare.
Questo rischio c’è ancora?
Tante persone muoiono a casa, senza che sia possibile portare tutti nelle terapie intensive degli ospedali.
Il tappo negli ospedali e le persone che restano a casa?
L’offerta di cure intensive è stata quasi raddoppiata in Lombardia, e nonostante questo… L’esito, terribile, è lo stesso. È vero che si tratta quasi sempre di persone molto anziane, con altre patologie, ma se non si fossero ammalate avrebbero probabilmente vissuto altri dieci o quindici anni.
Gli ospedali sono saltati.
Guardi, io continuo a dirlo: in Lombardia c’è un ottimo sistema ospedaliero e ci lavorano delle persone straordinarie. Ma è vero questa cosa è più grande di noi, e che ci ha colto impreparati
Cosa non ha funzionato, dunque?
È la dimensione dell’epidemia, innanzitutto. E poi tutto precipita sugli ospedali, come ci siamo detti. La domanda è se si poteva evitare.
Come?
Va assolutamente trovato il modo di intercettare prima i malati, curarli a domicilio prima che le loro condizioni precipitino.
E i privati?
Ho letto il pezzo di Selvaggia Lucarelli su TPI. Ero d’accordo su tutto, non su questo punto. Almeno per quello che ho visto a Bergamo.
Come funziona da voi?
Qui i privati si sono fatti in quattro. All’Humanitas Gavazzeni abbiamo ormai solo malati Covid.
Però non basta per sorreggere il sistema?
Non basta se non si riducono i contagi e se non si curano prima i malati. Quando i pazienti arrivano negli ospedali le loro condizioni sono spesso disperate.
Altro dilemma: le mascherine.
Il presidente dell’Ordine degli infermieri di Bergamo oggi dice che le mascherine ancora non ci sono. È così, da quanto raccolgo anch’io. Sembra che ne debbano arrivare a milioni — dalla Protezione Civile, dalla Cina, dai donatori — ma ancora scarseggiano
Un disastro.
Abbiamo provato a rimediare. Martedì dovremmo avere le prime mascherine prodotte da aziende bergamasche che si sono riconvertite. Ma sottolineo: per chi è in trincea servono anche occhiali, camici, guanti e calzari. E ne servono in quantità industriali.
Ho visto che Armani ha convertito la produzione per fare camici.
L’ho ringraziato.
Ma se non arrivano dalla Protezione Civile come fate in Comune per i vostri approvvigionamenti?
Fino ad oggi abbiamo fatto fronte alle necessità più urgenti grazie alla generosità di alcuni amici. La Mediberg di Calcinate, produttore nazionale del nostro territorio, fornitore primario della Protezione Civile, ci ha regalato 4.500 mascherine. Le stiamo usando per i dipendenti del Comune che sono al lavoro, per gli autisti del trasporto pubblico e per quelli dell’azienda che si occupa della pulizia delle strade e della raccolta dei rifiuti. Oltre che per i volontari che portano la spesa a casa alle persone anziane.
Miracolo.
Solo un dettaglio, per dare l’idea: per questa farci avere questa piccola fornitura hanno dovuto infilarla in un turno supplementare notturno, altrimenti non avremmo avuto modo di proteggerci.
Quanti volontari avete per l’assistenza domestica?
Trenta squadre, 500 volontari impegnati nel dare assistenza alle persone anziane. Vanno a fare la spesa, portano i farmaci insieme ai volontari della Croce Rossa. Nelle squadre ci sono anche alcuni consiglieri comunali, tante storie belle che un giorno potremo raccontare.
E il nuovo ospedale da campo?
È in via di costruzione all’interno dei padiglioni della Fiera. Ci sono gli alpini al lavoro, ma anche lì tanti si sono offerti di dare un aiuto: soldi, materiali, strumentazioni. Qualcuno ha detto vi offro la cablatura, altri hanno tirato su le pareti…
Donazioni?
Tante: “Io regalo i pavimenti”, “io metto i miei artigiani”, persino i tifosi della curva si sono mobilitati. mercoledì sarà pronto.
Darà sollievo alla filiera ospedaliera?
Assolutamente sì. All’ospedale Papa Giovanni non c’è più spazio, anche avessimo altri ventilatori e il personale per gestirli. Bisogna alleggerire la pressione.
Il personale medico della nuova struttura arriva tutto da fuori città ?
Il “Papa Giovanni” è l’ospedale di riferimento. Poi ci sono medici italiani, una squadra di Emergency che si occuperà della terapia intensiva, e poi i russi: 32 militari organizzati in squadre da quattro: un medico generico, un infettivologo, un anestesista e un infermiere. Assistiti da un interprete.
Mi dica gli sbagli più gravi da cui imparare.
Non mi piace usare la matita rossa e blu. Parliamo di insegnamenti.
Il primo.
Bisogna proteggere adeguatamente i medici. Vedendo quanti se ne sono ammalati credo che non sia stato fatto alla perfezione. Se non si fa i medici e i sanitari diventano i primi veicoli di contagio.
E il secondo?
Detto col senno di poi, la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana.
Chi non l’ha voluta?
Io mi ricordo bene quei giorni tra il 2 e l’8, anche se sembra un secolo fa.
Cosa accadde?
Pensavamo tutti che la decisione fosse imminente, venne addirittura l’esercito a fare sopralluoghi.
E poi?
E poi non si è fatta. L’8 marzo è nata la zona arancione, estesa a tutta la Lombardia e ad altre 14 province.
Lei mi sta dicendo: il ritardo è stato di una settimana al massimo.
Una zona arancione non è una zona rossa. Quest’ultima avrebbe dovuto comprendere solo i comuni di Alzano Lombardo e Nembro, dove si era sviluppato un focolaio. Ma una settimana in questa guerra che stiamo affrontando può valere moltissimo.
Si dice che sia stato il territorio a resistere all’idea della zona rossa bergamasca.
Per motivi anche comprensibili. Io ritenevo che andasse fatta, e l’ho detto, ma capivo la preoccupazione dei territori interessati. Quella è una zona in cui ci sono centinaia di imprese.
Con chi ne ha discusso?
Con alcuni imprenditori amici che operano in quella zona, cercando di spiegare loro che la zona rossa non avrebbe significato necessariamente la morte delle loro aziende, come temevano.
E riusciva a essere persuasivo?
Non so. Ma dicevo una cosa di cui oggi sono certo. Se non si fosse fatta, poi sarebbe stato peggio.
Quanto riesce a discutere con suo fratello in queste ore?
Lo sento spesso. Lui è veramente in prima linea, come tutti i medici, nel suo caso al Policlinico di Milano. Lo sento anche per evitare di dire cose imprecise o avventate sui temi sanitari. Anche sul test degli anticorpi ho cercato di farmi spiegare da lui come possa funzionare
Lui è più o meno pessimista di lei?
Lo sento preoccupato. Il virus minaccia anche Milano. E bisogna fare di tutto per frenarlo prima
Ecco perchè lei insiste sullo screening mirato
L’incendio non deve divampare anche a Milano. È fondamentale.
Perchè non è accaduto?
Forse quei pochi giorni che si sono guadagnati rispetto a Bergamo, quando la Lombardia è stata chiusa, sono stati decisivi nel proteggere la città .
Chiudiamo questa intervista dove l’abbiamo iniziata. Il tempo.
Vede, è il mio pensiero ricorrente. Ognuno di noi oggi misura il destino della sua comunità sui giorni, sulle ore, o persino sui pochi minuti di vantaggio che riesce ad accumulare rispetto al metronomo impazzito della crisi.
Pensa mai a quando avrà di nuovo tempo?
Molto spesso. Una parte dovremo dedicarla a chi ci ha lasciato. A Bergamo abbiamo cercato di fare il possibile, ma so che è troppo poco.
Ad esempio?
Consentiamo ai parenti — massimo dieci — di assistere alla tumulazione. E ho subito aderito alla proposta del presidente della Provincia di esporre bandiere a mezz’asta martedì 31 e fare un minuto di silenzio di fronte al movimento ai caduti. Accadrà in tutti i comuni d’Italia.
Ma lei sta pensando al dopo?
Dovremo trovare un modo degno, e simbolicamente importante, per onorare tutti quelli che sono caduti. Un grande omaggio
(da TPI)
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Marzo 28th, 2020 Riccardo Fucile
IN GIOCO LA TENUTA DEL PAESE
Il primo problema di oggi è l’emergenza sanitaria, ma si sta manifestando anche una crisi economica
e sociale che rischia di trasformare la paura in ansia, in frustrazione, in rabbia, soprattutto nelle aree più depresse d’Italia. Lo dimostrano alcuni episodi di intolleranza e malessere nei supermercati. Nel Governo emerge la volontà di iniettare liquidità nelle casse degli italiani, un sostegno che possa ampliare il reddito di cittadinanza nel pieno dell’emergenza coronavirus.
A proporre “misure universali e immediate di sostegno al reddito” è il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, esponente del Partito democratico, il quale non nasconde la “paura che le preoccupazioni che stanno attraversando larghe fasce della popolazione per la salute, il reddito, il futuro con il perdurare della crisi si trasformino in rabbia e odio.
Ci sono aree sociali e territoriali fragili ed esposte a qualsiasi avventura – afferma in un’intervista a Repubblica – Il bilancio pubblico si deve prendere cura dell’intero tessuto sociale. E lo deve fare adesso”.
Con il Cura Italia, prosegue, “abbiamo fatto molto, in pochi giorni la manovra di un anno. Ma ora dobbiamo mettere i soldi nelle tasche degli italiani a cui fin qui non siamo arrivati. Questa è la priorità del decreto di aprile. Così come va assicurata liquidità al sistema delle imprese per tenerlo in vita, bisogna tenere in vita la società . Liquidità anche per le famiglie, per chi ha perso il lavoro e non ha tutele” perchè, avverte Provenzano, è “in gioco c’è l’ossatura della democrazia”.
Come fare? Provenzano afferma che “il reddito di cittadinanza va esteso”. Il ministro spiega che “volevamo migliorarlo già prima del coronavirus, adesso diventa indispensabile”. In particolare bisogna “rafforzare il sostegno alle famiglie numerose. Rendendolo compatibile con il lavoro, per integrare il reddito se necessario”.
La ricetta di Provenzano, pertanto, è che chi ha perso il lavoro deve ottenere “una cifra equa rispetto alla cassa integrazione: 1.000-1.100 euro al mese” mentre in tutti gli altri casi ci “dev’essere un compenso che garantisca la dignità ”. Con quali soldi? “Ma le risorse vanno trovate” dice solo. E in questo senso gli eurobond “sono decisivi” in quanto “non possiamo indebitarci all’infinito” e quindi “bisogna lavorare anche a una riforma fiscale” nella quale “chi ha di più deve dare di più”. Torna lo spettro della patrimoniale, ma Provenzano spiega che “le formule per realizzare un fisco davvero progressivo possono essere inedite, ma l’obiettivo dev’essere chiaro: salvare il ceto medio. Sennò la polveriera esplode”.
Sull’altro fronte della maggioranza, nei 5 stelle, in un’intervista alla Stampa, il viceministro all’Economia Laura Castelli afferma che serve “un reddito di emergenza per tutti” e “servono 100 miliardi per ricostruire”. Perchè “la tenuta dell’Italia dipende da paure che vanno rassicurate. Siamo già al lavoro su una rete territoriale di assistenza” assicura Castelli. “Ci stiamo attrezzando, stiamo solo discutendo se darei i soldi direttamente ai cittadini, o sospendere alcune spese. Un esempio: ti do i soldi per pagare le bollette o ti sospendo le bollette? Io preferisco la prima ipotesi, così garantisco la continuità aziendale”.
Una sorta di helicopter money, come vuole fare Donald Trump negli Usa: “Garantire reddito a tutti, con uno strumento facile da usare. Su questo c’è accordo con l’opposizione. Chiamiamolo reddito di emergenza, o reddito straordinario. Stiamo pensaod di semplificare le procedure di accesso al reddito di cittadinanza, allargandolo a chi non ce l’ha, e senza le condizioni previste”. Sui tempi Castelli dice: “il prima possibile e la cifra sarà dignitosa”.
La viceministro avverte per esempio che “gli autonomi vanno equiparati ai lavoratori dipendenti” perchè “non possiamo permetterci una lotta sociale tra chi ha lo stipendio assicurato dalla cassa in deroga e chi no. Non ha torto chi dice che 600 euro previsti sono meno del reddito di cittadinanza”. Per le imprese, invece, ” Su Mario Draghi che chiede azioni rapide a sostegno di chi perde il reddito, Castelli dice che “forse è diventato un fan di M5S”, aggiungendo che “non possiamo rientrare nel patto di stabilità con le vecchie regole. Servono garanzie dall’Europa che poi non ci troviamo con la Troika in casa”.
Il rischio di rivolta è il timore di cui parla anche Matteo Renziin un’intervista ad Avvenire, che va controcorrente: “Riapriamo”. A Pasqua le fabbriche, il 4 maggio le scuole. “Perchè non possiamo aspettare che tutto passi. Perchè se restiamo chiusi la gente morirà di fame. Perchè la strada sarà una sola: convivere due anni con il virus”: è l’appello del leader di Italia Viva. “Serve un piano per la riapertura e serve ora. Le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua. Poi il resto. I negozi, le scuole, le librerie, le Chiese. Serve attenzione, serve gradualità . Ma bisogna riaprire”.
Renzi dice che “sono tre settimane che l’Italia è chiusa e c’è gente che non ce la fa più. Non ha più soldi, non ha più da mangiare. I tentacoli dell’usura si stanno allungando minacciosi specialmente al Sud. Senza soldi vincerà la disperazione e si accende la rivolta sociale. I balconi presto si trasformeranno in forconi; i canti di speranza, in proteste disperate”.
La proposta di Renzi è che “ogni tipo di richiesta di denaro va sospesa: tasse, affitti, mutui. Chi è stato chiuso regge se gli elimini le scadenze o se gli offri una straordinaria iniezione di liquidità . E’ la sola strada: lo Stato deve dare garanzie alle banche e le banche devono garantire liquidità . Senza chiedere modulistiche infernali, deve bastare un modulo di richiesta sulla base del fatturato dell’anno prima e la garanzia dello Stato”…
“Il Governo deve istituire immediatamente il reddito di quarantena per tutte le persone che sono rimaste prive di denaro” scrive su Twitter il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. “E’ necessario – aggiunge – immettere subito liquidità nelle loro tasche per consentirgli di avere beni di prima necessità . Napoli fa e farà la sua parte”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 28th, 2020 Riccardo Fucile
IPOTESI PATRIMONIALE PER AIUTARE CHI NON CE LA FA
Il ministro del Sud Giuseppe Provenzano rilascia un’intervista a Repubblica in cui chiede di estendere il reddito di cittadinanza per fermare la possibile rivolta sociale nel Mezzogiorno e immagina una patrimoniale per mettere a posto i conti:
«Con il Cura Italia abbiamo fatto molto, in pochi giorni la manovra di un anno. Ma ora dobbiamo mettere i soldi nelle tasche degli italiani a cui fin qui non siamo arrivati. Questa è la priorità del decreto di aprile. Così come va assicurata liquidità al sistema delle imprese per tenerlo in vita, bisogna tenere in vita la società . Liquidità anche per le famiglie, per chi ha perso il lavoro e non ha tutele».
Altrimenti cosa può succedere?
«In gioco c’è l’ossatura della democrazia. La polveriera sociale rimanda a una grande questione democratica. Viviamo giorni in cui per stato di necessità molte libertà sono compresse. Per ritrovarle dopo, dobbiamo affrontare le disuguaglianze anche nel momento dell’emergenza. Siamo entrati in questa crisi essendo già il Paese più diseguale d’Europa».
Pensa all’estensione del reddito di cittadinanza?
«Volevamo migliorarlo già prima del coronavirus, adesso diventa indispensabile. Rivedendo i vincoli patrimoniali, chi ha una casa familiare o dei risparmi in banca che non vuole intaccare oggi non può accedervi. Rafforzando il sostegno alle famiglie numerose. Rendendolo compatibile con il lavoro, per integrare il reddito se necessario. All’economia di sopravvivenza che non è solo al Sud, ma coinvolge anche autonomi, partite Iva proletarizzate, piccoli professionisti, occorre offrire una garanzia nella legalità ».
Di che cifra stiamo parlando?
«Per chi ha perso il lavoro dev’essere una cifra equa rispetto alla cassa integrazione: 1000-1100 euro al mese. In tutti gli altri casi dev’essere un compenso che garantisca la dignità . Bisogna creare lavoro buono con gli investimenti. Ma in attesa che questo avvenga la società va accompagnata. Nell’emergenza, servono misure universali e immediate di sostegno al reddito».
Di quanti miliardi parliamo?
«Non do numeri, ne parleremo nel governo, coi ministri competenti. Ma le risorse vanno trovate». Che sta succedendo nel Mezzogiorno? «Ricevo migliaia di lettere di persone disperate. Alcune sono strazianti come quelle di chi vive la tragedia sanitaria. Vanno stigmatizzati gli assalti ai supermercati, ma bisogna anche dire che molti allo stremo si rivolgono proprio alle forze dell’ordine, ai sindaci, alle istituzioni insomma. Ora conta superare l’emergenza sanitaria, sconfiggere l’epidemia. Per questo bisogna stare a casa. Ma chi è a casa deve poter mangiare».
Ecco le risorse: la patrimoniale.
«Ripeto, la parola d’ordine è: progressività . Quando sono nato io, nel 1982, l’aliquota più bassa era al 18 per cento e la più alta al 65. Oggi quella forbice si è ridotta e ha messo in ginocchio il ceto medio. Le formule per realizzare un fisco davvero progressivo possono essere inedite, ma l’obiettivo dev’essere chiaro: salvare il ceto medio. Sennò la polveriera esplode».
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2020 Riccardo Fucile
LA CHIAMATA AI SACCHEGGI CORRE SUL WEB
I primi disordini legati all’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19 e le voci sugli assalti ai
supermercati, tentati per la prima volta a Palermo un paio di giorni fa, fanno lanciare un allarme al Viminale e agli 007: c’è un rischio di scoppio di proteste sociali al Sud. Spiega oggi Alessandra Ziniti su Repubblica:
Da ieri mattina polizia, carabinieri e guardia di finanza stazionano davanti agli ipermercati di Palermo. L’ipotesi che si possa ripetere quanto già successo giovedì pomeriggio quando un gruppo organizzato si è presentato alle casse di un punto vendita Lidl con i carrelli pieni di provviste al grido: «Basta stare a casa, non abbiamo soldi per pagare, dobbiamo mangiare» non è affatto remota. Anche perchè la chiamata ai saccheggi dei supermercati di chi è rimasto senza un reddito corre veloce sui social e si aggiunge agli scippi per strada dei sacchetti della spesa in Campania, ai taccheggi continui di merce sugli scaffali, alle rapine ai punti vendita aperti.
In tutto il Mezzogiorno dove l’economia sommersa del lavoro nero che dà da mangiare a quasi 4 milioni di persone è già allo stremo senza sussidi in vista
«È una situazione molto delicata che seguiamo con estrema attenzione nei suoi profili di ordine pubblico ma da disinnescare innanzitutto con interventi sociali. È evidente che in una emergenza del genere le regioni del Mezzogiorno sono ad alto rischio», dicono al Viminale che ha già dato indicazioni ai Comitati per l’ordine e la sicurezza pubblica di accendere un faro speciale sulle situazioni più delicate.
Non c’è molto tempo per approntare interventi che evitino che all’emergenza sanitaria si affianchi quella sociale. C’è un report riservato dell’intelligence interna, arrivato a Palazzo Chigi, che segnala un «potenziale pericolo di rivolte e ribellioni, spontanee o organizzate, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia dove l’economia sommersa e la capillare presenza della criminalità organizzata sono due dei principali fattori di rischio».
Uno scenario disegnato mettendo insieme una serie di episodi già avvenuti in Sicilia, in Campania, in Puglia, dove ormai si rischia lo scippo dei sacchetti della spesa e dove non c’è giorno che una farmacia non subisca un assalto armato.
A Bari l’assessora Francesca Bottaloci è dovuta andare di persona a portare due pacchi della spesa ad una famiglia che aveva postato un video mentre gridavano dal balcone di casa:« Non abbiamo più soldi, non abbiamo più niente. Venite a vedere».
(da agenzie)
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