Destra di Popolo.net

AVEVA DEFINITO IL COVID-19 LA PUNIZIONE PER I GAY: POSITIVO IL MINISTRO FONDAMENTALISTA ISRAELIANO LITZMAN

Aprile 7th, 2020 Riccardo Fucile

AVEVA MESSO GLI INTERESSI DELLA COMUNITA’ ULTRA-ORTODOSSA DAVANTI A QUELLI DELLA POPOLAZIONE, DICENDOSI CONTRARIO A MISURE RESTRITTIVE

Secondo quanto riportato da Times of Israel, Litzman e la moglie Chava sono risultati positivi al coronavirus, anche se entrambi sono in buone condizioni.
Il ministro 71enne è il più alto funzionario israeliano a cui è stato diagnosticato il virus. La coppia è stata “adeguatamente trattata e isolata, sotto osservazione secondo le linee guida del Ministero della Salute”.
Il 1° aprile, quasi per uno scherzo del destino, è risultato positivo al Covid-19. Litzman ha svolto un ruolo di primo piano nella gestione della crisi pandemica, gestione che ha fatto molto discutere.
Il leader ultra-conservatore infatti è stato spesso accusato di aver messo gli interessi della comunità  ultraortodossa davanti a quelli della popolazione nella lotta contro la pandemia.
Secondo quanto riferito da Times of Israel, ha spinto per ritardare le severe restrizioni sulle riunioni pubbliche che avrebbero influenzato l’osservanza del festival Purim il mese scorso e ha combattuto duramente contro la chiusura delle sinagoghe.
I funzionari medici dei principali ospedali hanno anche scritto a Netanyahu chiedendo urgentemente di nominare una nuova figura professionale come ministro della sanità  accusando Litzman di aver “esposto e portato il sistema sanitario a un livello basso da un punto di vista organizzativo e operativo. In questo momento … è giusto che un professionista sia nominato a capo del Ministero della Salute — un medico con una ricca esperienza nella sanità  israeliana”, hanno scritto. “La salute viene prima di ogni altra cosa, sicuramente prima della politica.”
Secondo quanto riportato da Times of Israel, Yaakov Litzman non avrebbe rispettato le restrizioni del suo stesso ministero sul distanziamento sociale frequentando i luoghi di preghiera di gruppo nei giorni precedenti alla diagnosi.
Il test positivo di Litzman ha costretto quasi tutti i politici, i funzionari e i capi sanitari israeliani a entrare in quarantena precauzionale.

(da agenzie)

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REPORT E LA “ZONA GRIGIA”

Aprile 7th, 2020 Riccardo Fucile

COSA NON E’ STATO FATTO PER EVITARE IL DISASTRO DI BERGAMO… LE PESANTI RESPONSABILITA’ DELLA REGIONE CHE HA CEDUTO ALLE PRESSIONI DEI GRUPPI INDUSTRIALI CHE NON VOLEVANO LA ZONA ROSSA

I dati ufficiali sui decessi da Coronavirus? Andrebbero moltiplicati per dieci, dodici volte. Parola di Claudio Cancelli, sindaco di Nembro, il paese della Bergamasca che ha il più alto tasso di contagiati in Europa.
Pronunciate davanti alle telecamere della trasmissione Report di Raitre che ieri sera ha mandato in onda un servizio sulla “zona grigia”, termine col quale si è soliti indicare quelle situazioni in cui la commistione di interessi influenza la scelte della politica senza esporsi in prima linea, che ha portato la provincia di Bergamo, la Val Seriana, in particolare, ad essere la zona d’Italia più colpita dalla diffusione del Covid-19.
La trasmissione di Sigfrido Ranucci ha ricostruito, nel suo stile di sempre, con testimonianze inedite, quello che è successo a Nembro, Alzano Lombardo, nella stessa Bergamo, dove, ad influire su scelte sbagliate di cui si paga ancora oggi il prezzo in termini di vite umane, sono stati gli errori della politica regionale e la pressione esercitata dagli industriali, che si sono opposti, fino a quando hanno potuto, alla dichiarazione di zona rossa per la Val Seriana per poter continuare la produzione negli stabilimenti di una delle aree più industrializzate del Paese.
Tanto che il 28 febbraio, l’associazione di categoria, invita i propri iscritti a utilizzare i propri canali social per infondere ottimismo all’insegna dell’hashtag “Yeswework”, per tranquillizzare gli investitori stranieri e diffonde un video che trasuda ottimismo.
Nella stessa data, il presidente locale di Confindustria Marco Bonometti, intervistato per radio su un canale Rai, dice che “la gente può tornare a vivere come prima”. Peccato che a smentirlo siano i contagi, passati in una settimana dai primi due registrati ad Alzano Lombardo, a 220. E che ad oggi, nella provincia di Bergamo, i positivi si stiano avvicinando a quota diecimila, tanto che oggi gli stessi industriali ammettano: “quel video è stato un errore”.
Ma perchè Bergamo e la sua provincia sono così flagellate dalla pandemia? Cosa è accaduto? E soprattutto cosa non è successo per evitare il disastro.
Sempre Report ha ricostruito il percorso della catastrofe sanitaria partendo da dove si sono registrati i primi due casi di Coronavirus, l’ospedale di Alzano Lombardo.
Era il 23 febbraio scorso, poche ore prima a Codogno una anestesista del pronto soccorso dell’ospedale locale aveva individuato nel 38 Mattia il “paziente 1”. Nel pronto soccorso dell’ospedale bergamasco, invece, l’attività  è proseguita senza che nulla fosse fatto, secondo quanto dichiarato a Report da un infermiere che vi presta servizio, senza cioè che venissero suddivise “zone sporche e zone pulite”.
Quarantotto ore di ritardo che si aggiungono al fatto che una paziente positiva al Coronavirus viene mandata in reparto.
A raccontare la storia il figlio della signora deceduta, Francesco Zambonelli, che al programma di Raitre ha raccontato: “Mia madre si era recata in ospedale per uno scompenso cardiaco, ma durante gli altri ricoveri non aveva mai avuto febbre, invece questa volta ha avuto anche crisi respiratoria e dopo due giorni di agonia è morta”. Sempre l’infermiere del pronto soccorso di Alzano: “Ci sono stati così pazienti che sono stati gestiti senza la consapevolezza di quello che stava succedendo”.
In altre parole, per giorni è stata prolungata la promiscuità , che è da sempre la migliore alleata del virus, con accessi al pronto soccorso di persone che magari vi si recavano per altre patologie e venivano a contatto con contagiati (consapevoli o meno).
Il virus nella Bergamasca è stato poi favorito dalla mancata realizzazione della zona rossa.
Per Andrea Agazzi, segretario dei metalmeccanici della Fiom Cgil di Bergamo, “Confindustria sicuramente ha giocato la sua partita”. E una conferma arriva anche da Camillo Bertocchi, sindaco di Alzano: “Sono stato sommerso di telefonate per questa cosa”. La “cosa” era la dichiarazione di zona rossa che la Val Seriana si aspettava ma che non è mai arrivata perchè confluita nell’arancione attribuito a tutta la Lombardia l’8 marzo.
Dall’altro capo del telefono, e non solo con Bertocchi, ma anche con gli altri sindaci, compreso quello del capoluogo Giorgio Gori, spesso c’erano amministratori dei più grandi complessi industriali della zona, a partire da Piero Persico, titolare dell’omonima azienda, leader nella produzione di natanti (nei suoi cantieri nasce “Luna Rossa”).
Ma nella zona insistono altri colossi, come la Brembo, 2,6 miliardi di euro di fatturato, che ha relazioni molto intense con la Cina, la Tenrais e la Abb. Per non parlare della miriade di piccole e medie aziende.
Molte hanno perfino cambiato il codice Ateco (quello attribuito dalle Agenzie delle entrate ad ogni settore merceologico) per provare a rientrare tra quelle ritenute essenziali e quindi non interrompere la produzione.
A Bergamo quindi, per gli industriali, o si produce o si muore. Fuori dal perimetro delle zone industriali, intanto, si muore soltanto, Soprattutto nelle residenze sanitarie assistite.
Per Melania Cappuccio direttrice sanitaria di Casa Serena, gli ospiti delle usa bergamasche decedute a causa del Coronavirus sono almeno 500, il 10 per cento del totale delle 65 residenze. Ma in Lombardia è strage di anziani anche a Milano, al Pio Albergo Trivulzio (70 morti), a Lodi, all’rsa Santa Chiara (52 deceduti), a Mediglia, nel milanese (più di 60). Come è potuto accadere? Spiega la dottoressa Cappuccio: “Tutte le RSA avevano deciso di chiudere, poi la Regione Lombardia “consiglia” vivamente di tenere aperto per no seminare panico. Ma non arrivano nè mascherine nè tamponi, tanto che ad ammalarsi sono anche parenti e personale sanitario, io in un giorno ho avuto 102 addetti in malattia, un terzo di tutto il personale”.
Ma come mai i tamponi non arrivano? Il presidente leghista della Regione Lombardia in una conferenza stampa del 26 marzo si giustifica: “La regione ha seguito tutti i protocolli dettati dall’Istituto superiore di sanità ”. Ormai, si sa, che il gioco del rimpiattino è il preferito del Pirellone, che avrebbe potuto autonomamente dichiarare zona rossa la Val Seriana, come hanno fatto altre regioni, e far eseguire più tamponi, seguendo l’esempio del Veneto.

(da “NextQuotidiano”)

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QUANTI MORTI ABBIAMO AVUTO PER MANCANZA DI MASCHERINE?

Aprile 7th, 2020 Riccardo Fucile

SE LE AVESSIMO AVUTE (INSIEME AI TAMPONI) DALL’INIZIO DELL’EPIDEMIA OGGI NON PIANGEREMMO MIGLIAIA DI MORTI… IL DISTANZIAMENTO E’ DIVENTATO UN ALIBI PER NASCONDERE LE MANCANZE INIZIALI

All’inizio ci era stato , ripetutamente e con insistenza, che le mascherine non servivano. Invece, a quanto pare, faranno parte del nostro modo di essere per i prossimi anni.
La prima osservazione è che hanno un enorme potenziale come oggetto di moda. Quelle di adesso sono veramente brutte. Gli stilisti dovrebbero pensare a un design più accattivante sfruttando il loro fascino sado-maso.
Possibile che le nostre case di moda non abbiano pensato a investire in mascherine fashion? Si spende tanto per le lingerie che si mostrano solo in casi molto particolari mentre le mascherine sarebbero come gli occhiali. sempre in mostra. Possono rivelare la nostra personalità  più nascosta…Quando avremo le mascherine griffate? Quando quelle sexy-leopardate? Acquisteranno lo stesso fascino perverso degli stivali o delle scarpe con il tacco a spillo? Quando oscuro oggetto del desiderio?
La seconda osservazione è che indossare le mascherine significa cambiare totalmente il nostro modo di essere. Nascondono totalmente il sorriso. Ora il riso è una manifestazione tipicamente umana. Per gli altri animali mostrare i denti è un segnale di minaccia. Per noi, solo per noi, indica felicità . Perchè lo facciamo? Me lo sono chiesto ma non ho mai avuto una risposta convincente. So solo che fa parte della nostra genetica.
Ma se la mascherina ci coprirà  il volto come faremo ad esternare i nostri sentimenti? Sopratutto noi latini che parliamo con il volto come potremo comunicare se gran parte di esso sarà  coperto? Avremo mascherine che potremo modificare in modo da esprimere i nostri sentimenti, o rischieremo di perdere l’espressività  del volto? E diventeremo simili, ad esempio, agli inespressivi anglosassoni che non parlano nè con la faccia, nè con le mani e nè con il corpo? Che brutto destino…
A pensarci bene, il coronavirus cancellerà  pure il contatto fisico: niente più strette di mano per non parlare di baci ed abbracci. Il coronavirus ci modificherà  “geneticamente” tanto da farci avvertire la necessità  di avere un nostro spazio vitale come fanno ad esempio i popoli nordici? Smetteremo di ammassarci? Non so, per noi Italiani è così naturale mostrare la vicinanza a qualcuno, con un contatto fisico…
E allora come ci saluteremo? Facendo un inchino come gli orientali od alzando un braccio come facevano gli antichi romani? Certo alzare il braccio ricorda il fascismo e il nazismo, ma l’inchino è molto, troppo lontano dalla nostra cultura.
Alzare il braccio era un gesto da guerriero, significava avere la mano lontano dalla spada. L’inchino è mostrare la nuca a una persona, dire che uno si sottopone all’altro dandogli potere di vita e di morte. Un po’ troppo per noi.
Forse si troverà  un altro gesto più vicino alla nostra cultura ma che non ricordi tempi bui per la libertà .
Quello che è sicuro è che impareremo ad indossare le mascherine quando saremo raffreddati come segno di rispetto verso gli altri.
Sono morte troppe persone per mancanza di mascherine. Non potremmo mai dimenticarlo. Nelle case di cura per anziani in Lombardia è stata una strage. Senza mascherina è stato contagiato il personale sanitario che ha portato il virus nell’ospizio e quindi morte e desolazione.
Morti su morti che potevano essere evitati solo se ci avessero fornito mascherine che ancora non abbiamo. La folle burocrazia Consip ci ha impedito di rifornire il paese in tempo…
Queste sono le gravissime responsabilità  della politica. Se avessimo avuto mascherine e tamponi fin dall’inizio, una mattanza di queste dimensioni non sarebbe avvenuta. Le norme di distanziamento sociale che ci stanno imponendo, eccessivamente ed inutilmente draconiane, secondo me, sono solo uno strumento di distrazione di massa per non farci riflettere sul fatto che abbiamo avuto un numero eccessivo di morti, molti più morti di qualunque altro stato…
E tutto per colpa delle mascherine che nè avevamo e nè ci avevano detto d’indossare.

(da “NextQuotidiano”)

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LOMBARDIA: IN FILA DAVANTI A FARMACIE E POSTE PER LE MASCHERINE GRATIS CHE NON CI SONO

Aprile 7th, 2020 Riccardo Fucile

L’ANNUNCIO DI FONTANA DI DOMENICA HA GENERATO SOLO UN CAOS: LE MASCHERINE “OBBLIGATORIE” ANCORA NON CI SONO

Ieri abbiamo raccontato il pasticcio della Regione Lombardia sulle mascherine in farmacia, assicurate dal governatore Attilio Fontana domenica ma senza un accordo o un coordinamento con i farmacisti, che è arrivato soltanto ieri.
Oggi Repubblica racconta gli effetti della dèfaillance comunicativa della Regione: «Sì, forse qualche canale comunicativo non ha funzionato». Dopo aver snocciolato i numeri, i 3 milioni e 330mila mascherine in tessuto, tipo chirurgico («ma fatte bene»), in distribuzione su un territorio che conta dieci milioni di abitanti, l’assessore lombardo alla Protezione Civile, Pietro Foroni, concede: «L’annuncio della distribuzione delle mascherine gratis ha creato un po’ di agitazione, è vero, e magari l’attenzione a qualche particolare, da parte dell’Amministrazione, è venuta meno».
Eufemismi per raccontare una giornata di caos, di attese e rincorse.
Di spiegazioni da dare alle centinaia, migliaia di clienti in fila ai supermercati, alle Poste, dal tabaccaio e all’edicola, in banca e al banco del farmacista: pronti a ritirare la mascherina gratis prima di scoprire, loro malgrado, che non solo la protezione obbligatoria non c’è ancora, ma che arriverà  sotto Pasqua. E che non si sa a chi darla.
Tra il centralismo della Repubblica Popolare e la deregulation dell’arrangiatevi, il giusto mezzo lo dovranno trovare le associazioni di categoria. Che hanno scoperto ieri mattina di doverlo cercare. Anche chi, come i farmacisti, da giorni ragionavano su come e quando distribuire 330mila mascherine gratuite nelle dodici province, salvo scoprire di doverlo fare in fretta.
Tra domani e venerdì. «Cercheremo di impiegarci il meno possibile — spiega Annarosa Racca, presidente di Federfarma Lombardia — considerando che dobbiamo arrivare a tutti i 3mila esercizi. Anche se, comunque, ormai tanti cittadini si sono dotati di protezione».
La fornitura nei singoli punti vendita, però, spesso scarseggia: il 42,5% a Milano ne è priva, a leggere i dati di un sondaggio a campione distribuiti da Altroconsumo, e chi le ha, o le avrà , non sa come e a chi darle.
E va peggio nella grande distribuzione. «Non abbiamo comunicazioni di nessun tipo», ammettono da Coop Lombardia. «Vorremmo saperlo anche noi, se e quando arriveranno», fanno eco da Carrefour. E così Esselunga, Pam, Tigros, Sigma, Bennet, grandi e piccole catene e, a livello superiore, Federdistribuzione: chi e quando provvederà  alla consegna, quante, a chi sono destinate. Mistero.

(da “NextQuotidiano”)

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CORONAVIRUS A MILANO: I MORTI TRIPLICATI E L’APRILE DEL CONTAGIO

Aprile 7th, 2020 Riccardo Fucile

I CASI NOTI CRESCONO A RITMO DOPPIO RISPETTO AL RESTO DELLA LOMBARDIA… 4.645 I POSITIVI “UFFICIALI” IN CITTA’ MA PER GLI ESPERTI SONO 10-15 VOLTE DI PIU’

A Milano i morti di Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19 sono triplicati in un giorno. 112 deceduti, tre volte sopra la media, solo in città  e 600 in totale dal primo al 6 aprile. Segno che l’emergenza nel capoluogo lombardo deve ancora scoppiare e che ci si aspetta un aprile pesante.
Oggi il numero dei positivi a Milano e provincia è ormai di 11.538, poco meno della metà  (4.645) solo nel capoluogo.
La diffusione del virus preoccupa per due ragioni, spiega il Corriere della Sera:
La prima è demografica: parliamo di una popolazione di 3,2 milioni di abitanti nell’area metropolitana e di 1,4 nella sola città . I casi noti di Covid-19 crescono ad un ritmo quasi doppio rispetto al resto della Lombardia: il 4% nell’ultima settimana, contro un 2% nel resto della regione. Perchè il coronavirus ha in tutto il mondo una letalità  media vicina all’1%. Le cifre ufficiali, invece, indicano un tasso «milanese» prossimo al 14%. Per gli esperti è il segno che i positivi (asintomatici o curati a casa ma senza tampone) sono molti di più. Si stima almeno 10-15 volte tanto rispetto ai casi finora conosciuti.
Per comprendere come si stia muovendo l’onda del Covid-19 su Milano e quante vite si stia portando via nelle case, negli ospedali e nelle residenze per anziani, bisogna tornare indietro di un mese: alla prima settimana di marzo, sette giorni che possono essere considerati ancora «standard», un momento in cui il contagio dilaga, la malattia si insinua, ma i morti ancora non si«vedono»:
Quella settimana a Milano (dati Istat) muoiono 272 persone, dunque appena sotto la media storica dei 40-45 decessi al giorno.
Dall’8 marzo si può segnare la prima linea che segna un prima e un dopo: nella seconda settimana di marzo i decessi sono 393 (media di 56 al giorno), nella terza 374 (53 al giorno). A far alzare i dati sui decessi è una sola categoria, persone sopra i 75 anni. Incrociando fonti tra l’Istituto di statistica e l’anagrafe comunale, il Corriere è in grado di anticipare quel che sta accadendo in aprile, ed è un passaggio che segnerà  un altro confine, siamo nel pieno del periodo in cui l’epidemia sta portando le conseguenze più violente. Ieri a Milano sono morte 112 persone in un solo giorno.
Tra l’1 e il 6 aprile i decessi sono stati sempre tra i 100 e i 130 al giorno. Vuol dire oltre 700 morti in una settimana, quasi tre volte sopra la media.
Si tratta per ora di dati preliminari, ma sui quali la comunità  scientifica può già  fare una riflessione: «Milano si trova in una situazione particolare e per ora rimane un grande quesito aperto – riflette Carlo La Vecchia, epidemiologo e ordinario di Statistica medica alla «Statale» – con l’onda della mortalità  partita tra metà  e fine marzo, e che ha portato un eccesso superiore ai mille decessi, aprile di certo andrà  peggio». Il dato ufficiale, fornito dall’Unità  di crisi della Regione, è riferito ai soli casi di Covid-19 accertati.
Significa persone che sono state sottoposte al tampone, prima o dopo il decesso. In sostanza, visti i protocolli adottati in Lombardia, si tratta di malati che nella maggioranza dei casi hanno avuto un passaggio ospedaliero.
Il totale delle vittime «certe» di coronavirus è arrivato a 1.612 in provincia di Milano. Un numero alimentato dai focolai delle case di riposo dell’hinterland, come l’Rsa Borromea di Mediglia con 64 decessi, o la «Virgilio Ferrari» di via Dei Panigarola e la «Casa per coniugi» di via dei Cinquecento a Milano, dove le vittime sono un’ottantina.

(da “NextQuotidiano”)

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CORONAVIRUS: QUANTO DURANO CONTAGIO E MALATTIA E CHI PUO’ INFETTARE

Aprile 7th, 2020 Riccardo Fucile

LE RISPOSTE DEL “CORRIERE DELLA SERA” ALLE DOMANDE PIU’ COMUNI

Il Corriere della Sera pubblica oggi una serie di domande e risposte su quanto durano il contagio da Coronavirus SARS-COV-2 e la malattia COVID-19 e quali categorie di persone che è venuta a contatto con il virus ci può infettare.
Per quanto tempo può durare Covid-19?
«Abbiamo persone che sono ancora ricoverate dal 24 di febbraio. Il tempo di degenza medio sui nostri primi 237 pazienti è stato di 19 giorni. La degenza media dei deceduti è di 8 giorni. È inoltre abbastanza certo che ci sono persone che stanno anche 4-5 settimane con sintomi lievi o nessun sintomo ma ancora espellono il virus e di conseguenza sono contagiosi. Poi ci sono quelli che pur con sintomi leggeri restano positivi per moltissimi giorni».
Si è contagiosi durante tutta la malattia?
«Sì è contagiosi, almeno teoricamente, per tutto il periodo in cui c’è diffusione virale. Ci sono persone che sono superspreaders, cioè che eliminano tanto virus, e altre che invece ne eliminano poco (sono quindi meno infettivi). Ma non è possibile saperlo: il tampone mi indica solo positività  o negatività , senza aggiungere altre informazioni».
Quando non si è più contagiosi?
«Il contagio è ragionevolmente escludibile nel momento in cui non c’è più infezione nei secreti nasali. La certezza la dà  il doppio tampone negativo a distanza di 24 ore. Per chi si è ammalato a casa, senza aver fatto il tampone, è presumibile che non sia più contagioso a partire da 14 giorni dopo la fine dei sintomi».
Il tema più importante è quello degli asintomatici:
Qual è la fase in cui si è più contagiosi?
«Teoricamente quando i sintomi sono al culmine e quando una persona continua a tossire o starnutire rilasciando virus. Ma questo non è del tutto definito perchè la quantità  di virus prodotto da ciascuno è assolutamente variabile ed è legata a fattori individuali».
Si è contagiosi anche del tutto asintomatici?
«Sì, anche gli asintomatici o coloroc he in quel momento sono asintomatici ma svilupperanno dopo i sintomi possono essere contagiosi. Ormai siamo certi che anche i soggetti asintomatici trasmettono l’infezione e molto dipende dalla loro carica nei secreti. Questo è un aspetto però che, nonostante i vari studi, non è ancora stato ben definito».
Un asintomatico può contagiarci al supermercato?
«In realtà  gli asintomatici sono particolarmente efficaci nel trasmettere l’infezione nel contesto familiare, proprio perchè non hanno la percezione di avere un problema. Mi riferisco soprattutto alla contaminazione ambientale attraverso il virus che anche con piccoli colpi di tosse o starnuti si deposita su maniglie, interruttori, superfici. Questo è un problema molto più accentuato a casa rispetto a un ambiente esterno in cui si è solo di passaggio. Inoltre sappiamo che il virus può permanere nelle feci, verosimilmente anche degli asintomatici, per cui ogni volta che si preme lo sciacquone si crea un aerosol di virus. L’operazione andrebbe fatta con il coprivaso chiuso».

(da “NextQuotidiano”)

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IL SINDACO DI SAN SEVERO: “A PASQUETTA METTO I POSTI DI BLOCCO AGLI INGRESSI DELLA CITTA’, VOGLIO VEDERE COME FANNO A FARE LA GITA FUORI PORTA”

Aprile 7th, 2020 Riccardo Fucile

IL VULCANICO PRIMO CITTADINO: “MASCHERINE A 10 EURO? SIETE DEGLI STROZZINI”

Il sindaco di San Severo, Francesco Miglio, ha promesso che nel giorno di Pasqua e Pasquetta blinderà  la città , dove si contano circa 60 casi positivi di Coronavirus e quasi 200 sotto osservazione in quarantena.
«Ci saranno posti di blocco in corrispondenza degli accessi cittadini in ingresso e uscita — ha tuonato all’Ansa — per evitare che possano esserci spostamenti per gite fuori porta e scampagnate».
Nella sua ultima diretta Facebook, dopo tante da antologia, Miglio si è scagliato contro chi specula sulla vendita delle mascherine: «Si devono vergognare coloro i quali in queste ore stanno vendendo mascherine che costano un euro a dieci euro. Siete degli strozzini».

(da Open)

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ALTRO SENZATETTO MULTATO A ROMA; MA UN PO’ DI BUON SENSO VOGLIAMO USARLO?

Aprile 7th, 2020 Riccardo Fucile

DATEGLI PRIMA UNA CASA SE VOLETE CONTESTARGLI CHE E’ USCITO DI CASA SENZA MOTIVO… IN ITALIA UN ESERCITO DI 50.000 INVISIBILI SENZA DIMORA E MEDICO DI BASE… “BASTA SANZIONI, LA POVERTA’ NON E’ UNA COLPA”

Sul verbale, alla voce dichiarazioni del trasgressore, ha scritto “vivo per strada”, ma questo non è bastato a evitargli una multa piuttosto salata.
Importo della sanzione: 280 euro se pagherà  entro 30 giorni, 400 euro se lo farà  entro 60 giorni.
Reato commesso: essersi spostato “in assenza di comprovate esigenze lavorative, assoluta urgenza o motivi di salute all’interno del Comune”.
Tra le 20 mila persone sanzionate in Italia nel fine settimana per essere state trovate fuori casa senza giustificato motivo, c’è anche il caso di un uomo senza fissa dimora, multato dai Carabinieri nei dintorni della Stazione Termini di Roma. Un caso che rivela, ancor di più, il paradosso dell’obbligo di “restare a casa” per chi una casa non ce l’ha.
A diverse settimane dal lockdown del Paese, malgrado i ripetuti appelli di Papa Francesco, casi come questo dimostrano come la questione dei senza fissa dimora non abbia trovato risposta e non sia ancora stata affrontata in maniera organica.
Così, di fronte a una persona la cui casa è la strada, la decisione su come agire è demandata ai singoli rappresentanti delle forze dell’ordine, il cui compito d’altronde è far rispettare le regole.
Siamo di fronte a un vulnus giuridico di cui si è già  parlato nei giorni scorsi, ma che con il passare del tempo assume contorni sempre più gravi. Non solo sul piano delle sanzioni, ma soprattutto su quello della sicurezza sanitaria, come può essere la gestione nel caso di un senzatetto con sintomi di Covid-19 o addirittura positivo.
Ne abbiamo parlato con Antonio Mumolo, presidente di Avvocato di Strada, associazione che da vent’anni si occupa di fornire tutela giuridica gratuita alle persone senza fissa dimora.
La onlus è presente oggi in 55 grandi città  italiane ed è composta da oltre mille avvocati volontari: il più grande studio legale d’Italia e anche quello che fattura di meno, perchè tutto avviene in forma rigorosamente gratuita.
“Ci arrivano — direttamente o indirettamente, tramite altre associazioni — decine di segnalazioni di multe a senza fissa dimora in tutta Italia”, dice all’Huffpost l’avvocato Mumolo, che non usa mezzi termini per definire quanto sta accadendo: “Multare una persona che non può adempiere a un ordine impossibile è un’assurdità  logica, prima ancora che giuridica. Quelle multe chiaramente le impugneremo tutte e le faremo tutte archiviare, dovendo però fare dei processi. E bisogna tenere conto che fino a una settimana fa quelle erano delle vere e proprie denunce, non dei verbali, per inottemperanza all’ordine dell’autorità , quindi una violazione dell’articolo 650 del Codice Penale”.
Un nonsense assoluto, denuncia la onlus. “Sulla base di questa situazione abbiamo scritto un appello che in tre giorni ha raccolto oltre seimila firme, indirizzato al presidente del Consiglio, ai presidenti di Regione e ai sindaci, in cui chiediamo di smetterla con le multe alle persone che vivono in strada, che sono oltre 50 mila oggi in Italia. Smettetela con le sanzioni: è una sciocchezza prima logica e poi giuridica. Chiediamo che il presidente del Consiglio e i governatori mandino una circolare ai prefetti e ai questori delle città  dicendo che non si multa una persona se è una persona senza dimora”.
Parliamo di 50 mila persone che in questo momento sono in giro: i più fortunati la sera trovano rifugio nei dormitori che però, nella stragrande maggioranza dei casi, la mattina chiudono. Queste persone sono in giro in cerca di cibo, servizi igienici, abiti.
“Sono persone senza alcun tipo di controllo — sottolinea Mumolo – perchè in Italia, quando si diventa poveri e si finisce in strada, si perde la residenza, e perdendo la residenza si perde anche l’assistenza del Servizio sanitario nazionale. Si ha diritto solo a prestazioni di Pronto soccorso. In questo caso, abbiamo 50 mila persone senza nessun presidio sanitario, senza nessun aiuto dal punto di vista della salute, perchè non hanno un medico di base”.
Un tema che è sollevato nell’appello. “O si dà  un medico di base, tenendo presente che il costo sarebbe veramente minimo, perchè parliamo di 50 mila persone su un Servizio sanitario nazionale che cura 62 milioni di italiani; oppure si stabilisce un presidio sanitario, un ambulatorio dedicato in ogni città  per le persone senza fissa dimora. Si stabilisce per esempio che un numero di medici va nei dormitori per lo meno a misurare le febbre a queste persone, a verificare se ci sono casi con sintomi, persone da mettere in quarantena. È un modo per garantire la sicurezza di tutti i cittadini”.
Avvocato di Strada ha diffuso anche un vademecum per spiegare ai senzatetto cosa devono fare nel caso in cui vengano fermarti: innanzitutto scrivere sul modulo “sono una persona che vive in strada”; in secondo luogo farsi dare una lettera o un documento dalla onlus presso cui si riceve assistenza.
E non è tutto: “Partirà  in questi giorni un’ulteriore lettera che manderemo come sportelli di Avvocato di Strada direttamente a sindaci e prefetti, ribadendo questi temi: non fate multe ai senza fissa dimora, anzi approntategli un tetto e fornite loro assistenza sanitaria”.
C’è un altro tema che sta emergendo con forza sulla tenuta del sistema di accoglienza.
A spiegarlo all’Huffpost è Alessandro Radicchi, presidente della Europe Consulting Onlus che gestisce Binario 95, polo sociale di accoglienza e supporto per persone senza dimora nei pressi della Stazione Termini di Roma: “Ci stiamo accorgendo che il sistema di accoglienza oggi ha un filtro unico. In base alle nuove regole, i centri non possono accogliere nuove persone, per cui chi è dentro resta dentro, chi è fuori resta fuori. Questo in un contesto in cui le persone povere stanno aumentando. Inoltre nel momento in cui l’ospite di un centro di accoglienza esce per qualsiasi motivo o la notte non fa ritorno nel centro, non può essere più accolto, in base alle regole. Con questo filtro solo in uscita, pian piano i centri si svuoteranno proprio nel momento in cui c’è più bisogno. È invece il momento di pensare di ampliare l’accoglienza, perchè con questa crisi aumenteranno notevolmente le persone povere”.
Qui non è questione di buonismo, ci tiene a sottolineare Mumolo: “O ci salviamo tutti insieme o non si salva nessuno. Se non volete farlo per giustizia sociale, fatelo per egoismo, però fatelo. Questa emergenza del coronavirus ha reso evidente a tutti che il diritto alla salute non è solo un diritto individuale garantito dalla Costituzione, ma un diritto collettivo che riguarda tutti. Se non curiamo i soggetti più fragili, non curiamo una parte della popolazione e questo vuol dire che non sconfiggeremo mai questo virus”.
Finora dal governo non sono arrivate risposte. “È chiaro che un sindaco da solo non può fare un granchè: è il governo centrale che deve dare dei fondi agli amministratori locali perchè possano implementare queste politiche”.
Politiche di cui, purtroppo, nel futuro prossimo rischia di esserci ancora più bisogno. “Forse questa crisi sta creando una consapevolezza collettiva di cosa sia la povertà . Forse finalmente si sta capendo che la povertà  non è una colpa da espiare, ma uno status, una condizione in cui chiunque di noi si può trovare”.

(da agenzie)

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