Gennaio 21st, 2023 Riccardo Fucile
COME SI CAMBIA IDEA IN UN ANNO E MEZZO
La difesa della compagnia aerea di bandiera, l’orgoglio per le livree tricolori sugli
aerei, etc.. sono da sempre un must, per la destra sovranista.
Non a caso, per mesi, dall’opposizione, Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia hanno tuonato, contro l’ipotesi che il governo Draghi cedesse le azioni di Ita (l’ex Alitalia) in mani straniere, in particolare in quelle di Lufthansa. Alla fine, però, sembra proprio che la vendita della compagnia di bandiera tricolore si concretizzerà. E per nemesi storica, a consegnare le chiavi degli aerei italiani al gruppo tedesco sarà proprio il governo Meloni.
I tentativi della destra di tenere alto il vessillo dell’italianità dell’ex Alitalia d’altra parte hanno radici antiche, basti pensare alla battaglia di Silvio Berlusconi, nel 2008, contro la vendita ad Air France. Il tutto a dispetto del fatto che da anni la compagnia fa registrare perdite disastrose e per provare tenerla a galla,- lo Stato ha impiegato miliardi di euro.
La nascita di Ita e la privatizzazione di Draghi
Da ultimo, nel 2021, il governo Draghi ha deciso di rottamare la vecchia Alitalia. Dalle sue ceneri è nata Ita Airways. Il controllo è stato assunto dal ministero dell’Economia, con l’obiettivo però di arrivare alla privatizzazione. Un’ipotesi contro la quale si è da subito scagliata Giorgia Meloni. Il 14 ottobre 2021, giorno dell’ultimo volo Alitalia, Meloni scriveva su Facebook: “Il governo Draghi e il management di ITA hanno massacrato la nostra compagnia di bandiera, la sinistra ha deciso di spolpare un asset strategico nazionale per trasformare Alitalia in una low cost, magari da svendere domani ai tedeschi di Lufthansa”.
La leader di Fratelli d’Italia però assicurava: “Fratelli d’Italia continuerà a lavorare per dare all’Italia un governo di patrioti che torni ad avere una grande compagnia di bandiera degna di una potenza economica, industriale e culturale come l’Italia”.
Il governo dei patrioti arriverà, ma le cose andranno molto diversamente.
Nei mesi successivi, gli strali di Fratelli d’Italia contro la privatizzazione di Ita sono continuati incessantemente. Tra i più attivi sulla materia, l’attuale vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che ad esempio spiegava come: “L’Italia che cede il trasporto aereo a terzi è come se l’Arabia Saudita cedesse la gestione dei pozzi di petrolio alla Cina”. Rincarava il capogruppo di Fdi in Commissione Trasporti Silvestroni: “La salvaguardia dell’italianità per una compagnia aerea di bandiera come Ita, pubblica al 100%, vuol dire fare gli interessi dell’Italia”.
Meloni contro Lufthansa
Le proteste si sono fatte ancora più rumorose dopo la caduta di Draghi a luglio 2022, quando sono iniziate a circolare le ipotesi che il governo uscente potesse concretizzare prima delle elezioni, la vendita di Ita a una cordata italo-tedesca, composta da Msc Crociere e Lufthansa, con quest’ultima in maggioranza. “Il presidente Draghi smentisca l’ipotesi di un’accelerazione del processo di vendita di Ita a Lufthansa”, avvertiva Meloni ad agosto 2022. E proseguiva: “Dal 25 settembre in poi tutto potrà cambiare e al rilancio della nostra compagnia aerea di bandiera penserà chi governerà”.
Le parole di quella che all’epoca era già la candidata più accreditata a vincere le elezioni hanno fatto ovviamente scalpore anche in Germania. Diversi commentatori sui giornali hanno consigliato ai vertici di Lufthansa di abbandonare la partita italiana, convinti che da palazzo Chigi, Meloni mai avrebbe permesso la cessione di Ita. ” La nostra pazienza non è infinita“, commentava infastidito il Ceo della compagnia tedesca, Karsten Spohr,
La presa di posizione della leader di Fratelli d’Italia di fatto ha bloccato la vendita di Ita. L’esecutivo Draghi ha lasciato cadere le trattative avviate (peraltro con una cordata diversa, da quella capitanata da Lufthansa), in attesa dell’insediamento della nuova maggioranza di centrodestra, che nel frattempo aveva vinto le elezioni. Era compito di Meloni e della sua compagine sovranista rilanciare le sorti della compagnia di bandiera, come annunciato. Invece…
Meloni vende a Lufthansa
A dicembre il governo ha varato un provvedimento che fissa nuove condizioni per la cessione di Ita. Condizioni evidentemente tutt’altro che indigeste per Lufthansa, che infatti il 18 gennaio scorso ha presentato una nuova richiesta, per rilevare una parte della compagnia. In un primo momento, l’offerta prevede l’acquisto di una quota di minoranza (si parla del 40 percento, per una cifra attorno ai 250 milioni, contro i 350 chiesti dal governo), con il ministero dell’Economia a mantenere la maggioranza delle azioni. La gestione operativa passerebbe, comunque, da subito in mano tedesca.
Il progetto di Lufthansa però prevede la possibilità esplicita di arrivare, in breve tempo, a controllare il cento per cento di Ita. Un’opzione che, secondo il piano, sarebbe la stessa azienda teutonica a decidere se esercitare, dopo aver verificato l’effettiva possibilità di risanare e rendere redditizia la compagnia. Il governo in questo caso potrebbe solo subire la decisione.
È chiaro che quella di Lufthansa è al momento solo un’offerta, che l’esecutivo potrà decidere se accettare ed eventualmente chiedere di modificare. La trattativa per arrivare alla concretizzazione dell’accordo sarà lunga e complessa. D’altra parte, il coltello dalla parte del manico è nelle mani di Berlino, perché quella dei tedeschi è l’unica proposta arrivata sul tavolo, entro la deadline fissata dal ministro Giorgetti.
L’unica vera alternativa per Meloni sarebbe quella di mantenere Ita nello pancia dello stato, una strada per cui servirebbero molti soldi, che il governo non ha, e che porterebbe a un improbo scontro con l’Europa. Così, con ogni probabilità, alla presidente del Consiglio non resterà che assistere al materializzarsi di quanto profetizzato il 14 ottobre 2021: la vendita (o la svendita) dell’ex Alitalia alla Germania. Chissà se, nella sua visione, Meloni si era resa conto che a realizzarla sarebbe stata lei.
(da Fanpage)
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Gennaio 21st, 2023 Riccardo Fucile
QUANDO SI TRATTA DI QUATTRINI, I SOVRANISTI PENSANO SOLO AI CAZZI PROPRI
Gli italiani bocciano Giorgia Meloni e il suo governo sul decreto Trasparenza sui carburanti e – in generale – su tutta la gestione del prezzo della benzina, che è inevitabilmente salito per via del mancato rinnovo dello sconto sulle accise.
Le polemiche vanno avanti ormai da tre settimane, visto che da inizio anno – quando ci si è accorti che il costo dei carburanti al litro è aumentato di quasi venti centesimi alle pompe – è cominciato un lungo rimpallo di responsabilità. Fin da subito è apparso chiaro che il motivo dell’aumento fosse la fine del taglio delle accise, ma il governo se l’è presa con la speculazione, mandando su tutte le furie i benzinai.
Nel sondaggio politico di Emg per la trasmissione Cartabianca, agli italiani è stata fatta anche la seguente domanda: “Il governo ha deciso di intervenire sul caro-carburanti con una norma sulla trasparenza dei prezzi ai distributori (che dovranno esporre il prezzo medio nazionale accanto a quello di vendita) e rinnovando i buoni benzina (per un valore massimo di 200 euro per lavoratore dipendente). Secondo lei è abbastanza?”. Insomma, la questione è chiara: il governo è promosso o bocciato sulla gestione del prezzo dei carburanti?
La maggioranza dei cittadini ha risposto no, che non è abbastanza. Parliamo, con precisione, del 52% del totale. Per il 28% le misure sono giuste, ma non sono sufficienti. Per appena l’8%, invece, il governo Meloni ha fatto abbastanza con le nuove norme sui carburanti. Il 12%, infine, non risponde alla domanda.
Dopo giorni di fuoco, con i benzinai che hanno confermato uno sciopero di due giorni e restano sul piede di guerra nei confronti del governo che – dal loro punto di vista – ha scaricato sui distributori la responsabilità dell’aumento dei prezzi, per Meloni e i suoi arriva un’altra bocciatura importante: quella dei cittadini che, sul caro benzina, hanno bisogno di più fatti e meno propaganda.
(da Fanpage)
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Gennaio 21st, 2023 Riccardo Fucile
LE AZIONI DEGLI ECOLOGISTI SMASCHERANO UNA VIOLENZA INVISIBILE
C’è un motivo se gli attivisti climatici che in queste settimane stanno
protestando nelle varie città europee ci tengono a rimarcare che le loro sono azioni integralmente non-violente, ed è che sanno che un istante dopo che avranno lanciato una latta di vernice, o bloccato una strada, o occupato un villaggio sgomberato, i media e la politica faranno a gara a etichettarli come vandali, eco-teppisti e fanatici violenti.
La nonviolenza è uno dei cardini dell’azione del movimento climatico, per rendersene conto è sufficiente calcolare il numero di persone che abbiano subito violenza durante queste dimostrazioni (tutti attivisti, aggrediti dalle forze dell’ordine o da persone che cercavano di interrompere la dimostrazione) e quante opere o edifici abbiano subito danni permanenti (nessuno, considerando che viene utilizzata vernice atossica e lavabile). O anche solo guardare per intero uno dei video diffusi sulle piattaforme social, che mostrano come gli attivisti avvisino le autorità prima di ogni blocco per far sì che eventuali ambulanze non rimangano imbottigliate.
Nonostante ciò queste persone vengano accusate sistematicamente di utilizzare metodi violenti da governi e compagnie che sono di fatto responsabili di una violenza effettiva. Non mi riferisco tanto ai poliziotti che a Luetzerath hanno caricato e manganellato gli occupanti, o alle escavatrici che hanno fatto a pezzi le abitazioni storiche e le case sugli alberi costruite per il presidio, ma piuttosto a un tipo di violenza strutturale e sistemica, che causa ogni anno enormi danni e migliaia di morti.
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Lo scorso 12 gennaio uno studio pubblicato da Naomi Oreskes e colleghi sulla rivista Science ha rivelato l’esistenza di documenti che provano come il colosso petrolifero americano ExxonMobil fosse a conoscenza dei rischi connessi al consumo di combustibili fossili almeno dagli anni Settanta. Non solo sapevano che un aumento di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera avrebbe determinato un incremento delle temperature globali, avevano anche azzeccato le previsioni su come questo incremento si sarebbe sviluppato. È sufficiente confrontare le curve dei grafici di previsione con quelle degli effettivi incrementi di CO2 e temperature globali, infatti, per rendersi conto di come gli studi condotti internamente dall’azienda fossero sostanzialmente accurate e in linea con le previsioni dell’IPCC.
ExxonMobil dunque è stata tra i primi a conoscere l’entità del problema, ciò nonostante ha deciso di continuare con le proprie attività di estrazione e raffinazione. Almeno fino a quando, verso la fine degli anni Ottanta, il problema climatico si impose all’attenzione del pubblico: a quel punto la più potente azienda petrolifera al mondo si impegnò attivamente a screditare quanti premevano per un contenimento dell’espansione fossile.
Che Exxon, come altre aziende fossili, abbia investito energie e denaro per sabotare l’azione climatica non è una novità. I documenti raccolti nel 2015 dalla campagna ExxonSecrets parlano chiaro: tra il 1998, anno in cui fu siglato il Protocollo di Kyoto, e il 2015 l’azienda ha finanziato con oltre 33 milioni di dollari decine di persone e organizzazioni che si sono poi impegnate a diffondere narrazioni negazioniste e a screditare le campagne di informazione climatica. Non è un caso che Exxon oggi sia al centro di diverse cause climatiche, e per quanto i suoi funzionari si sbraccino per assicurare che l’azienda abbia sempre agito in modo cristallino, i documenti reperiti da Oreskes e colleghi fanno calare ogni maschera: sebbene fin dagli anni Settanta gli studi condotti internamente rivelavano che la combustione di idrocarburi avrebbe causato “drammatiche ricadute ambientali”, ancora nel 2013 l’allora CEO della compagnia Rex Tillerson sosteneva tranquillamente che ci fossero ancora incertezze riguardo all’impatto dei combustibili fossili.
“È davvero deplorevole che l’azienda non solo non abbia tenuto conto dei rischi impliciti in queste informazioni, ma abbia invece scelto di sostenere idee non scientifiche per ritardare l’azione, probabilmente nel tentativo di fare più soldi”, ha dichiarato al Guardian Natalie Mahowald, scienziata del clima della Cornell University.“Se includiamo gli impatti dell’inquinamento atmosferico e del cambiamento climatico, le loro azioni hanno probabilmente avuto un impatto negativo su migliaia o milioni di persone”, ha aggiunto
La violenza strutturale della crisi climatica
Non possiamo prevedere con esattezza quanti e quali danni farà la crisi climatica di qui ai prossimi decenni (per quanto possiamo prevedere quali limiti planetari verranno superati e che tipo di degradazione comporteranno), in compenso sappiamo che tipo di danni abbia fatto negli scorsi decenni e che tipo di degradazione stia comportando oggi. Sappiamo, ad esempio, che le ricadute della crisi climatica hanno già colpito l’85% della popolazione terrestre; sappiamo che già oggi il 37% delle morti legate alle ondate di calore sono attribuibili al cambiamento climatico; sappiamo che la crisi climatica è attualmente un’emergenza sanitaria, che incide sull’insorgenza di malattie cardiovascolari e infettive, che esacerba le problematiche psicologiche e influisce sull’aumento dei casi di suicidio; sappiamo che almeno 2 miliardi di persone vivono in luoghi privi di adeguata fornitura idrica e che più di 4 miliardi affrontano situazioni di scarsità idrica per almeno un mese l’anno; sappiamo che la crisi climatica sta compromettendo la produzione di cibo e aumentando il rischio di conflitti, e che per queste ragioni già oggi almeno 20 milioni di persone hanno dovuto abbandonare il posto in cui vivevano.
Quando veniamo a sapere che una persona è stata ferita o uccisa, o costretta a lasciare la casa in cui ha sempre vissuto, o a rinunciare al cibo e all’acqua, o a vedersi licenziata senza giusta causa, o indotta a suicidarsi, non esitiamo a mettere sul tavolo il termine violenza; e questo perché è possibile individuare un responsabile diretto di quella violenza. Nel caso della crisi climatica, però, tracciare questa connessione è praticamente impossibile, dal momento che i responsabili sono sempre indiretti, sono difficilmente circoscrivibili a un solo attore, e il più delle volte nemmeno prendono atto di come questa sofferenza sia conseguenza delle loro azioni.
Nel 1969, il sociologo norvegese Joahn Galtung coniò il termine “violenza strutturale” per indicare quel tipo di violenza che non si costituisce come un atto diretto nei confronti della corporalità o della psicologia di un individuo: “Quando un marito picchia la moglie abbiamo un chiaro caso di violenza personale; ma quando un milione di mariti mantengono un milione di mogli in condizioni di subalternità e ignoranza c’è violenza strutturale. Allo stesso modo, in una società in cui l’aspettativa di vita è due volte più elevata nelle classi più elevate rispetto a quelle più basse la violenza viene esercitata anche se non ci sono attori che possano essere ritenuti direttamente responsabili”
Esempi di violenza strutturale sono il razzismo, il sessismo e il classismo integrati in un tessuto sociale come il nostro. Ma questo concetto torna utile anche a inquadrare gli effetti della crisi climatica, per capire perché è utile leggere l’antropologo medico americano Paul Farmer, il quale, concentrandosi sulle condizioni delle popolazioni marginalizzate e subalterne, scrisse: “La loro salute precaria è il risultato di una violenza strutturale: la colpa non è né della cultura né della pura volontà individuale, ma piuttosto di processi e forze storicamente date (e spesso economicamente guidate) che cospirano per limitare l’agenzia individuale. La violenza strutturale si abbatte su tutti coloro il cui status sociale nega loro l’accesso ai frutti del progresso scientifico e sociale.”
Violenza invisibile e nonviolenza visibile
Se la crisi climatica fosse un fenomeno indipendente dalle azioni umane, non si potrebbe tecnicamente parlare di violenza strutturale. Ma poiché sappiamo che è direttamente imputabile all’aumento della concentrazione di gas serra, provocato in massima parte dalla crescita industriale dei paesi più ricchi, e poiché chi aveva (e ha) la possibilità di accelerare l’abbandono dei combustibili fossili è da decenni al corrente di questo nesso, allora possiamo concludere che le aziende fossili che si impegnano a mantenere in vita un sistema inquinante, e i governi (come quello italiano) che ritardano l’azione climatica, sono corresponsabili dell’inevitabile violenza strutturale che la crisi climatica infliggerà negli anni a venire e alle prossime generazioni.
“Identificare il cambiamento climatico come un problema di violenza strutturale – scrive Kevin J. O’Brien in The Violence of Climate Change – significa osservare che alcuni esseri umani stanno egoisticamente alterando l’atmosfera e che questi cambiamenti stanno causando dolore e sofferenza”.
Abbiamo visto come la violenza strutturale, la traiettoria che connette responsabili e vittime è praticamente invisibile. La crisi climatica non fa eccezione: le ricadute della crisi climatica possono essere registrate e scientificamente attestate, ma l’aumento delle temperature globali tende a esacerbare problematiche esistenti, più che crearne di nuove, e questo rende facile eliminare la questione climatica dall’equazione; come rende ancora più facile ignorarla a chi ancora non ne sta subendo gli effetti in maniera drammatica
È per questo che le azioni degli attivisti climatici sono importanti: causando un disturbo temporaneo ma dirompente, interrompono il flusso della quotidianità creando uno squarcio nella nostra illusione di normalità, rendendo visibile la violenza strutturale che già molte persone stanno subendo (anche in Italia). Non andremmo al lavoro, o a un museo, o alla prima della Scala con la stessa tranquillità se sapessimo che tipo di mostro stiamo nutrendo mantenendo intatto un sistema fossile. Le azioni climatiche dirompenti servono precisamente a sabotare questa pericolosa tranquillità.
In questi giorni, mentre i documenti citati da Oreskes e colleghi incendiano nuove polemiche, e mentre gli attivisti (tra cui anche Greta Thunberg) continuano ad essere arrestati e denunciati, Exxon Mobil ha annunciato l’intenzione di espandere la sua raffineria a Beamont in Texas, con l’obiettivo di aggiungere 250.000 barili al giorno (bpd) alla sua attuale produzione di 369.000 bpd, nel frattempo si prepara anche a lanciare il suo quinto progetto estrattivo in Guyana. Questi progetti riempiranno ulteriormente le casse del colosso petrolifero e andranno ad alimentare ulteriormente la violenza strutturale che sta flagellando il pianeta, eppure al momento rientrano ancora nell’alveo della legalità, e soprattutto, della normalità.
Quando vediamo degli attivisti bloccare la strada che stiamo percorrendo, o imbrattare di vernice la porta del Senato, o barricarsi in case di risulta per impedire la costruzione di una miniera, dovremmo sforzarci di superare gli automatismi e il fastidio, e ricordare che questa loro nonviolenza così visibile serve a smascherare una violenza invisibile; e con essa i suoi responsabili.
(da Fanpage)
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Gennaio 21st, 2023 Riccardo Fucile
LA LOTTA DI POTERE TRA L’ESERCITO E LE TRUPPE “IRREGOLARI” DI KADYROV E PRIGOZHIN
Secondo le stime degli Usa, il numero delle vittime russe potrebbe aver raggiunto quota 188.000 dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: il dato è stato rivelato al quotidiano Sun in occasione del vertice di Ramstein in Germania.
Il quotidiano ha attribuito le cifre a “fonti della Difesa”, dopo che il generale statunitense Mark Milley ha affermato che la Russia ha subito “un’enorme quantità di vittime, ben oltre 100.000”. Si ritiene che il numero di vittime includa sia le forze russe che il gruppo di mercenari Wagner. Oggi l’esercito di Kiev ha reso noto che i soldati russi morti sono 120.160, di cui 860 rimasti uccisi ieri.
Se l’obiettivo della conferenza di Ramstein era anche quello di mandare alla Russia una dimostrazione delle difficoltà che l’aspettano, e di tentare di spingere almeno parte dei militari verso un atteggiamento più realistico, a Mosca si parla insistentemente di una nuova chiamata dei russi alle armi, e forse della dichiarazione della legge marziale, in una svolta definitiva verso la guerra totale.
Che il Cremlino non si aspettasse nulla di buono è evidente dall’installazione delle batterie di difesa antiaerea nei centro di Mosca . Non è chiaro quanto la Russia consideri davvero imminente un attacco alla capitale, e quando si tratti invece di una manovra psicologica, visto che la propaganda ha anche ripreso a minacciare la guerra nucleare.
L’ex presidente Dmitry Medvedev ha ricordato nel suo canale Telegram che «le potenze nucleari non perdono mai le guerre cruciali», e il deputato della Duma Viktor Sobolev ha promesso una mobilitazione totale «quando il fronte si espanderà a Polonia e Baltici».
Dietro a questo attacco della propaganda si potrebbe nascondere uno scontro sui tempi e le modalità dell’offensiva. Nei canali Telegram degli «inviati di guerra» più falchi gira la voce delle dimissioni di Mikhail Teplinsky, comandante delle truppe d’assalto aviatrasportate russe: si sarebbe rifiutato di eseguire il piano di attacco di Gerasimov, per non sacrificare i suoi paracadutisti.
Al suo posto sarebbe arrivato il generale Oleg Makarevich, sgradito alle frange più estreme come i mercenari di Prigozhin e i ceceni di Ramzan Kadyrov, infuriati dai tentativi di Gerasimov di ridurre l’influenza dei loro eserciti «irregolari».
Il ridimensionamento dei mercenari aumenta però il rischio di una nuova mobilitazione per i russi comuni. Il portavoce di Putin Dmitry Peskov l’ha smentita, ma in diverse regioni russe sono ripartite le lettere di coscrizione.
Secondo la giornalista Farida Rustamova invece la mobilitazione non ci sarà: non perché il Cremlino tema una rivolta della popolazione, ma perché le autorità regionali «non sanno dove mettere quelli già reclutati». Secondo Milley, la Russia ha messo sotto le armi almeno 250 mila nuovi soldati, dopo aver perso più di 100 mila uomini, praticamente tutta l’armata con la quale aveva lanciato l’invasione di un anno fa.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2023 Riccardo Fucile
IL PROCURATORE CAPO DI PALERMO: “LA TRENTENNALE LATITANZA DI MESSINA DENARO SI DEVE ALLA COMPLICITA’ DELLA BORGHESIA MAFIOSA”
Ha detto il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, che la trentennale
latitanza di Matteo Messina Denaro si deve alla complicità della “borghesia mafiosa”. Noi, più modestamente, lo sapevamo da quasi quarant’anni che certi galantuomini palermitani, catanesi o trapanesi non ce la raccontavano giusta.
Eravamo infatti parte di quei dieci-quindici milioni di italiani che non si perdevano una puntata della Piovra, ancora oggi tra le fiction più famose nel mondo. Non seguimmo tutte e dieci le miniserie (dal 1984 al 2001) con uguale passione e fummo raggelati e delusi quando il commissario Corrado Cattani, o meglio il gigantesco Michele Placido, verrà ucciso poiché venuto a conoscenza di indicibili verità.
Legate proprio alla suddetta borghesia quando, nel crescendo narrativo, i tentacoli di Cosa Nostra si estendono alle logge massoniche, poi agli apparati statali deviati, infine alla mafia finanziaria delle banche internazionali e dei traffici illegali di armi e scorie nucleari.
Indelebile ci resta nella memoria il dibattito trasmesso in diretta, una sera, dai saloni del Circolo della Vela di Palermo. Un documento straordinario che le teche Rai dovrebbero restituirci, con tutte quelle figurine negazioniste al posto giusto, reali e attualissime. Gli immancabili imprenditori (o presunti tali) a protestare contro l’immagine negativa che veniva trasmessa “della nostra Sicilia bella”.
Gli altri esponenti della società incivile convinti che la mafia fosse soltanto una malvagia invenzione della stampa nordista. Mentre le loro eleganti signore assistevano alla “camurrìa” in quel silenzio omertoso e irridente che le donne siciliane frequentano da secoli. In fondo, lo stesso che abbiamo ritrovato nelle parole raccolte dagli inviati nelle stradine di Campobello di Mazara all’inevitabile domanda: ma come mai nessuno lo aveva riconosciuto? E così nel coro di “mai avremmo immaginato” solo un tale ha espettorato la verità oltraggiosa dell’“hanno fatto male a prenderlo, perché tanti ci hanno mangiato”.
La stesso, diciamo così, saper stare al mondo di cui fummo testimoni in un teatro di Caltanissetta gremito dopo una strage mafiosa. Applausi scroscianti in memoria delle vittime. Applausi scroscianti al ricordo degli antichi uomini d’onore (“che non toccavano donne e bambini”) a cura di un nostalgico notabile locale. All’uscita mi permisi di chiedere: ma voi applaudite proprio tutti? Caro signore, mi fu risposto, accà noi vivere ci duvimmu.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 21st, 2023 Riccardo Fucile
TOLGONO IL REDDITO AI POVERI MA ALLUNGANO LE CONCESSIONI BALNEARI ALLA LOBBY
Forte con i deboli e tappetino con i forti. Il partito della Meloni, che toglierà il Reddito di cittadinanza con cui sopravvivono tre milioni di poveri, ieri ha presentato un emendamento al decreto Milleproroghe per allungare ancora una volta le concessioni balneari.
Per capirci: si tratta dei permessi con cui dei fortunati gestiscono da decenni le nostre spiagge, senza consentire a nessuno di subentrare e pagare il giusto per le aree demaniali.
La responsabilità di aver garantito un privilegio senza pari in Europa, va detto, non è solo delle destre, perché anche a sinistra si sono dati da fare per cristallizzare il sistema delle concessioni, ma adesso eravamo all’ultimo metro prima di far cadere questa sorta di diritto divino sui titolari di lettini e ombrelloni.
In realtà, tra i beni pubblici dove non si può nemmeno parlare di aste e libero mercato ce ne sarebbe un altro: l’utilizzo dell’etere su cui sta quasi gratuitamente seduto Berlusconi, ma figuriamoci se qualcuno si sogna di andare a bussare al padrone del vapore.
Restiamo perciò sui balneari, per i quali andavano determinate entro il 31 dicembre prossimo le sanzioni in caso di permanenza sul suolo pubblico senza aver fatto le gare.
Come se fine anno fosse domani, Fratelli d’Italia ha già concluso che non c’è tempo per i bandi e proposto l’ennesimo rinvio, per quanto la data fissata dal governo Draghi sia uno degli impegni presi con Bruxelles nel pacchetto del Pnrr. Un nuovo segnale, semmai ne servissero ancora, che con questo governo i privilegi dei soliti noti non si toccano.
(da La Notizia)
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Gennaio 21st, 2023 Riccardo Fucile
ECCO COME RICONOSCERLA E PERCHE’ FA AUMENTARE IL PIL
In Italia solo il Gestore dei Servizi Energetici di Enel e Eni fattura più del giro
d’affari della mafia. Questo è il quadro che emerge dall’ufficio studi della Cgia di Mestre che stima in 40 miliardi di euro – ovvero il 2% del Pil italiano, 10 volte tanto il patrimonio stimato di Matteo Messina Denaro – il volume d’affari annuo di «Mafia Spa».
Non si tratta di dati definitivi, ma certamente «sottostimati» assicurano dalla Confederazione Generale degli Artigiani, dato che è particolarmente complicato quantificare i proventi che la mafia ottiene dalle infiltrazioni in attività economiche legali. Il rapporto evidenzia come la malavita sia più presente «nei territori dove l’economia locale è fortemente condizionata dalla spesa pubblica».
Spesso questa condizione si associa a una propensione alla corruzione da parte di chi lavora nell’apparato statale, il che facilita l’attività della criminalità organizzata.
Le aree di maggior incidenza
La Cgia evidenzia alcuni reati spia, la cui incidenza è maggiore nelle aree a forte infiltrazione mafiosa. Se il numero di denunce per «estorsione, usura, contraffazione, la lavoro nero, gestione illecita del ciclo dei rifiuti e scommesse clandestine» è particolarmente alto, è molto probabile che l’attività della mafia sia radicata nel territorio in oggetto. La Cgia ribadisce come a vedere la maggior presenza della mafia siano il Mezzogiorno e le aree più ricche del Settentrione e del Centro.
Tra le province del Centro e del Nord con un’alta infiltrazione della criminalità organizzata vengono citate Roma, Latina, Genova, Imperia e Ravenna. Meno forte ma comunque preoccupante la presenza per Torino, Novara, Varese, Milano, Bologna, Ferrara, Firenze, Livorno, Ancona e Macerata. Meno a rischio, invece, le province del Triveneto, anche se sono in lieve controtendenza Venezia, Padova, Trento e, in particolar modo, Trieste. Basso rischio anche per Umbria e Valle d’Aosta, mentre completamente «immuni» sarebbero le province di Matera, Chieti, Campobasso e le realtà sarde di Olbia-Tempio, Sassari e Oristano.
Come il Pil italiano è “aumentato” grazie alla mafia
La Confederazione, poi, denuncia una discrepanza tra intenti dello Stato e legislazione. Che viene definita «imbarazzante. Dal 2014, l’Unione Europea, con apposito provvedimento legislativo consenta a tutti i paesi membri di conteggiare nel Pil alcune attività economiche illegali. Come la prostituzione, il traffico di stupefacenti e il contrabbando di sigarette», si legge nel documento della Cgia. Grazie a questa norma, continua il rapporto citando dati del 2020, all’Italia è stato possibile incrementare il proprio Pil 17,4 miliardi di euro in un colpo solo. Un aumento vicino all’1%.
«Da un lato lo Stato combatte e contrasta le mafie» – continua la Confederazione -. «Dall’altro riconosce a queste organizzazioni criminali un ruolo attivo di portatori di benessere economico. In buona sostanza è come se sul piano statistico ammettessimo che anche una parte dell’economia illegale riconducibile a Mafia Spa è «buona e accettabile». Oltre a questi, evidenzia il rapporto, nel Pil italiano vengono conteggiati anche 79,7 sono occultati «dalla sottodichiarazione». Mentre 62,4 miliardi spariscono a causa del lavoro irregolare e altri 15,2 miliardi sono altro nero come mance e affitti. Il rapporto definisce evidente che «una parte importante di questo stock (157 miliardi) sia riconducibile alle organizzazioni criminali di stampo mafioso».
(da Open)
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Gennaio 21st, 2023 Riccardo Fucile
TERESA PRINCIPATO, EX PM ANTIMAFIA: “LE MIE INCHIESTE SULLA MASSONERIA IGNORATE DAI SUPERIORI”
L’ex magistrata Teresa Principato è stata procuratrice aggiunta a Palermo e pm antimafia. Oggi in pensione, ha dato la caccia a Matteo Messina Denaro per molto tempo.
Nei giorni scorsi aveva parlato delle connessioni tra l’ultimo dei Corleonesi e la massoneria. Sostenendo che i grembiulini hanno protetto la latitanza del boss. All’epoca però la pista fu abbandonata.
Secondo Prinicipato, perché le sue indagini furono ostacolate. «Pensai davvero che non lo volessero prendere», dice oggi a La Stampa. E ricorda: Sia io sia altri colleghi cercammo di convincere il procuratore a fermare i colleghi del gruppo agrigentino che volevano procedere all’arresto di un boss che secondo noi ci avrebbe portato dal ricercato. Avrebbero vanificato tutto. Anche i carabinieri del Ros ci parlarono. Invano».
Il caso Sutera
Principato si riferisce al caso di Leo Sutera. «Era un capomafia», ricorda oggi. «Appena uscito dal carcere incontrò Messina Denaro. Aveva anche il compito di farlo incontrare con due mafiosi palermitani. Lo fotografammo mentre estraeva da una pietra un pizzino del latitante. Lo lesse e lo rimise al suo posto». Per l’indagine utilizzarono persino i droni. Ma i colleghi di Agrigento vollero arrestarlo in un’altra operazione. Il procuratore capo di allora, Francesco Messineo, le chiese se lei fosse certa dell’intercettazione che collegava Sutera a Messina Denaro. «Confermai, ma non si convinse. E successe un’altra cosa strana. Seppi che poco dopo, in quei giorni, si recò in aula bunker dove venivano effettuate le intercettazioni sulle ricerche del boss. Chiese a un ufficiale di sapere se ve ne fossero di interesse». Successivamente lei portò il caso al Consiglio Superiore della Magistratura. Che però non intervenne.
Un’indagine ostacolata
Prinicipato parla esplicitamente di un’indagine ostacolata: «La cattura non era ritenuta prevalente. Per questo successivamente mi concentrai sulla pista massonica. L’inchiesta condusse ad evidenze di logge cui erano iscritti questori, medici poliziotti. Indagammo col Gico ma non fu facile nemmeno stavolta. Si sollevavano dei dubbi sul collaboratore che ci stava portando dentro quelle storie, che ritenni fondate in generale, ma non sulla pista massonica di cui lui faceva parte. Mi ritrovai in una riunione senza nemmeno il consenso dei colleghi. Completamente sola e inascoltata ospite, decisi di andare via in anticipo». Principato non crede che Messina Denaro si sia consegnato. Ma aderisce alla tesi di chi pensa che il boss fosse stanco e che gli convenisse farsi arrestare: «Aveva abbassato le difese. Lei se lo vede uno che per prudenza non incontra mai la figlia per 20 anni mettersi in coda per un tampone?».
(da Open)
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Gennaio 21st, 2023 Riccardo Fucile
L’INDAGINE DELLA GDF SULLE MISTERIOSE DIMISSIONI DEL CONSIGLIERE COMUNALE DI BRESCIA ACRI
L’hanno chiamata “Operazione Acri”. Così l’hanno battezzata sia gli alti dirigenti
di Fratelli d’Italia che l’hanno concepita, sia i finanzieri milanesi che l’hanno scoperta e investigata.
Acri, il cognome di Giovanni Francesco Acri: dimessosi all’improvviso nel giugno del 2021 dal Consiglio comunale di Brescia «per esclusivi motivi professionali», lasciando il seggio a Giangiacomo Calovini, in quel momento organico all’esecutivo nazionale di Fratelli d’Italia col ruolo di vice responsabile del dipartimento “Italiani nel mondo”.
Stesso partito, correnti diverse. Per i magistrati di Milano, l’operazione si è realizzata solo per l’accordo corruttivo che l’ha sorretta.
Per gli indagati che rischiano il processo — Acri, Calovini, l’europarlamentare Carlo Fidanza e l’ex deputato Giuseppe Romele — è stato invece il frutto di un patto politico. Un frutto, si vedrà, amaro, maturato in due incontri nella sede nazionale di Fdi e sotto l’ombrello dei vertici politici. Che Daniela Santanchè è stata costretta a ingurgitare. E di cui Giorgia Meloni «sapeva tutto».
Il sistema Fratelli d’Italia
Le carte agli atti della procura di Milano, depositate per la chiusura dell’indagine che anticipa le richieste di rinvio a giudizio, sono un balcone affacciato su Fratelli d’Italia, partito passato dal 3,7 per cento ad essere il più votato del Paese nell’arco di una legislatura. Leggendo, se ne osservano le tensioni nel gruppo dirigenziale, i conflitti tra i capicorrente smentiti a parole ma vivi nei fatti, gli interessi che prevalgono ora sull’uno, ora sull’altro. È uno spaccato inedito che dice molto di come vanno le cose nel ventre di FdI. L’operazione Acri, dunque.
Comincia subito dopo le Amministrative di Brescia del 10 giugno 2018 in cui l’unico seggio per FdI, quello di Piazza della Loggia, è assegnato per una trentina di preferenze al medico calabrese Gianfrancesco Acri. È uomo della cordata lombarda che fa capo all’attuale ministro del Turismo Daniela Santanchè e all’ex senatore Mario Mantovani. Quell’unico posto fa gola a tanti, perché è la voce del partito all’interno della seconda città della Lombardia. Ci puntava Calovini, primo dei non eletti e candidato della cordata di Fidanza. Un voto che non gli va giù. A loro dire, infatti, Acri non partecipa quasi mai alle sedute in Consiglio, è assenteista. Dicono che frequenti malacarne, come pare emergere in un processo di Brescia in cui in un verbale si sostiene che al suo matrimonio fossero presenti esponenti della malavita calabrese. «Ma Acril’è en un mafius », scrive qualcuno nelle chat di FdI. E Calovini pare d’accordo: «Hanno costruito tutto attorno a un tavolo con Romele, Acri e qualche membro della criminalità organizzata». Vero o falso che sia, Fidanza e i suoi si convincono che vada rimosso. Sì, ma come?
La contropartita
La pandemia congela l’operazione fino a quando, siamo nel febbraio del 2021, Acri e il suo mentore Romele sembrano allontanarsi da Santanchè. È il momento perfetto per agganciarlo, ma la sua uscita di scena non sarà gratis.
«Abbiamo capito cosa vuole Acri?», chiede l’eurodeputato Fidanza, ipotizzando una soluzione. «Se serve per levarlo dai coglioni sono disponibile a dargli un vitalizio di mille euro al mese fino a fine legislatura (magari mettendo sotto contratto non lui ma uno/una che lui cidice) per agevolare la fuoriuscita».
Acri, Fidanza, Calovini si incontrano almeno tre volte a casa di Romele. Acri pone delle condizioni: essere nominato vice coordinatore di FdI a Brescia, la promessa di candidatura alle Regionali, l’introduzione con l’ambasciata russa e, cosa più importante, l’assunzione del figlio diciassettenne Jacopo nello staff di Fidanza. È il regalo che vuol fare al figlio avuto con la prima moglie, prima di trasferirsi in Russia.
Il tentativo di Santanchè
A Santanchè arriva la voce che Acri stia per tradirla con Fidanza: i due, non è un segreto, si sopportano a malapena. Santanchè contatta il consigliere comunale. «Mi spiace molto e ti dico di non credere alle promesse…», gli suggerisce. Calovini lo viene a sapere e si infuria. Per lui occupare una sedia nel Consiglio bresciano è propedeutico per aspirare al Parlamento (dove infatti verrà eletto nell’ultima tornata). Nella chat della sua famiglia si sfoga malamente: «Santanchè sta facendo di tutto per non farmi entrare in Consiglio. Quando morirà, perché morirà, cagherò sulla sua bara durante la cerimonia».
Il contratto da 800 euro
L’operazione Acri va in porto il 25 giugno. Jacopo Acri ottiene un contratto part-time da 795 euro lordi con Fidanza. Non va a Bruxelles: collabora dall’Italia dove deve ancora finire gli studi all’Istituto tecnico agrario. Nel momento esatto in cui riceve la copia del contratto su WhatsApp, e non un minuto prima, Gianfrancesco Acri si dimette consegnando la lettera all’ufficio del protocollo. «Il motivo è legato esclusivamente all’impossibilità per molteplici impegni di lavoro in Italia e all’estero”, spiega il medico calabrese, nella lettera scritta 96 ore prima da un collaboratore di Calovini.
Gli incontri in via della Scrofa
Non sono ancora le 8 di mattina quando il neo consigliere apre WhatsApp e si confida nella chat “Ristretto Vecchia Guardia”, i cui componenti sono amici ed esponenti FdI dei comuni del Bresciano. «Qualche dettaglio in più», scrive Calovini. «La trattativa sulla Loggia parte da lontano su oggettiva intuizione di Romele e Maffoni (ex senatore, ora sindaco di Orzinuovi, ndr). Ovvio che Acri si è dimesso con due o tre piccole contropartite benedette in due incontri in via della Scrofa alla presenza dei massimi dirigenti nazionali. Giorgia sapeva tutto».
Stando a quanto riferisce aRepubblica una fonte interna al partito, agli incontri romani era presente l’onorevole Giovanni Donzelli. Con lui c’erano Acri, Calovini, Romele e, una volta, anche Maffoni, quello dell’intuizione. Giorgia Meloni non c’era. Ma cosa sapeva dell’operazione bresciana? «Solo che era un normale avvicendamento politico», spiega la fonte. «Ignorava che Acri avesse chiesto l’assunzione del figlio. Né lo sapeva Donzelli». Poco dopo l’operazione Acri, Fidanza si auto sospenderà dagli incarichi di partito, per tutt’altra vicenda: le rivelazioni di Fanpage sulla lobby nera milanese. Una settimana fa, la procura, che su quell’inchiesta giornalistica aveva aperto un’indagine, ha chiesto per lui l’archiviazione.
(da La Repubblica)
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