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GLI SPIRITATI DI GIORGIA MELONI, LA CORRENTE DELLA COLLERA

Maggio 21st, 2023 Riccardo Fucile

IL LORO VATE E’ LOLLOBRIGIDA: RITRATTI DEI NUOVI AVANGUARDISTI DI FDI

A Mentone, a Mentone!”. Un giorno se la riprenderanno e ai francesi porteranno via pure Nizza e la Corsica. Solo allora sarà “Open to meraviglia”. E’ Giorgia Meloni che traccia il solco, ma sono loro, gli avanguardisti a Mentone, gli intrepidi, che lo difendono. Sono i figli di una fiamma minore, oggi deputati e senatori di FdI.
Li ha selezionati il Vate di Tivoli, il ministro Francesco Lollobrigida, il patriota che, sollevando il calzone sulla gamba, mostra al mondo il polpaccio italico. E’ il polpaccio la specialità etnica. Si sono formati nelle barberie di provincia e hanno il prurito alle mani. Conoscono ogni tipo di barba, e di pizzo, e lo sperimentano sulle loro gote invincibili, anzi, direbbero loro, invitte.
Non sono mai stati raccontati perché sono ritenuti gregari, come lo erano, negli anni ‘20, gli Arpinati, i Dumini, i Vecchi, i Forni, i Gaggioli, i Caradonna, gli smanacciatori di professione, i concimatori di collera.
Gli intrepidi smanacciano, ma perché vogliono telecamere: “Venite, venite”. Sono i Foti, i Messina, i Mazzi, i Mollicone, i Merlino, gli Speranzon, i Deidda, i Liris, fratelli di audacia. Non sfasciano case del popolo, ma il muro del suono. Ripetono come dei posseduti: “Vergogna, vergogna”.
Sono ormai governo e devono tenere le mani a freno. Ma è forza castrata. A loro è stata assegnata un’altra missione. Lanciano granate, comunicati stampa, nei momenti difficili, quando l’opposizione disfattista si permette di criticare o irridere la premier e la sua famiglia. I giornalisti, alla Camera, li hanno visti scendere dall’autocarro durante il caso Cospito, dopo il Festival di Sanremo, il giorno seguente la pubblicazione della vignetta del Fatto Quotidiano contro Arianna Meloni.
L’ultimo episodio risale al giovedì del disonore, 27 aprile 2023, il giorno della bocciatura del Def a causa delle assenze di FdI, Lega e Forza Italia.
Vediamo il primo di loro, l’uomo che li passa in rassegna. E’ il capogruppo alla Camera di FdI, Tommaso Foti. E’ nato a Piacenza, ed è in Parlamento da ben sei legislature. Per anni è stata una presenza sobria, inosservata. Era il vicecapogruppo di Lollobrigida. Vanta il fondamentale duello con il noto “bolscevico” Gianfranco Pasquino, candidato di sinistra che nel 1996 ha stracciato alle elezioni grazie a “330 voti” di pollici italici.
Foti ha cominciato a imprecare, in Aula, come un agitato, negli ultimi mesi. Da allora si è distinto. Da allora è una presenza fissa in televisione. Il 9 marzo del 2022, alla Camera, presente Mario Draghi, si discute di riforma di catasto. Foti in quell’occasione lo “affronta”. Il verbo che gli intrepidi usano è infatti “affrontare”, verbo “maschio”. Basta guardare l’autobiografia di Foti. E’ un piccolo foglio. Si trova facilmente sul web. Tutta la sua vita è una battaglia. Questo è uno stralcio: “Nell’ottobre del 2014 non esito a rispondere alla chiamata a una nuova battaglia elettorale”. “Non esito”, “rispondo”, “battaglia”. A sette anni, e lo scrive lui, “rilascia” un’intervista al giornale parrocchiale “il Richiamo”. Draghi, quel giorno di marzo del 2022, rimase attonito dalla furia di Foti. Non lo conosceva e si racconta che a un ministro chiese: “Ma perché fa così?”. Tenendo con la mano destra la mascherina, rivolgendosi a Draghi, Foti urlò, a ripetizione: “La sua proposta è esilarante, lei oggi ha una maggioranza, lei oggi ha una maggioranza, che è interessata ai mercati finanziari piuttosto che a mercati rionali!”. Lollobrigida, compiaciuto, lo applaudiva. Quel formidabile pomeriggio, un intrepido, aveva superato la prova.
Durante l’approvazione della manovra, era dicembre, Foti pretendeva che i funzionari del Mef si “mettessero a disposizione” e se ne lamentava in Aula con gli spiritati di FdI. Li voleva andare a stanare a Via XX Settembre con l’olio di ricino.
Il giorno dopo la bocciatura del Def, invece, sapendosi responsabile, in parte, della figuraccia, e consapevole dell’ira della premier, Foti si presenta in Aula e “affronta” il Pd. Recupera dall’archivio i casi analoghi, casi di assenze che riguardavano i governi di centrosinistra, e li porta come prova. Vuole essere scagionato. Chiede scusa “alla premier”, al “popolo italiano”. Rovescia la sciatteria, sua, del governo, sulla sinistra che avrebbe peccato di mancato senso della responsabilità. La sinistra doveva, a suo parere, votare il Def che la maggioranza non aveva votato.
Il vicecapogruppo di Foti, “il lui sarà quello che sono io” è invece Manlio Messina. E’ nato a Catania, la città di Benito Paolone, il missino che agli avversari diceva “io ti mangio il cuore”. Messina è alla sua prima legislatura. E’ tra i riferimenti di Lollobrigida al sud. Prima della sua elezione ha ricoperto il ruolo di assessore regionale al Turismo. L’ombrellone è per gli intrepidi la sciabola. Si sono esercitati e hanno praticato scherma in questi assessorati. Come nel Psi esisteva la “corrente ferroviaria”, che faceva capo a Claudio Signorile, in FdI esiste oggi la “corrente turistica”.
Nelle regioni governate dal centrodestra, Lollobrigida ha un suo riferimento al Turismo. Grazie a questi assessorati, la “corrente turistica” di FdI ha costruito relazioni e protezioni. Messina, in Sicilia, è ricordato per i suoi assalti agli scienziati. Ma cosa importa? Chi lo ricorda? E’ passato. E’ passato? Era un no vax, un no pass e ha spiegato, magistralmente, sul suo profilo Facebook, perché si opponeva al green pass, ai vaccini.
La sua risposta, a chi lo contestava, è stata un raffinatissimo “Suca”. Rispondeva a un utente che gli consigliava di starsene al suo posto e di finirla con i complotti, di smetterla di ripetere che i vaccini non servivano. Messina gli ha consigliato di “leggere meno Repubblica”. Infine il saluto: “Adesso ammazzati che devo andare a farmi il bagno. Suca”. Messina si difese dicendo che, su Facebook, “lui usa quello slang”.
E’ il cesso alla turca, quello delle pompe di benzina, il vero obelisco degli intrepidi.
In precedenza, Messina si era dato alla grafica. Aveva postato, sempre sulla sua ringhiera Facebook, un fotomontaggio di Giuseppe Conte condotto in carcere, in manette, dai carabinieri. Da assessore si può definire, a ragione, il vero pioniere di “Open to meraviglia”, la campagna pubblicitaria lanciata dalla ministra Santanché, costata 9 milioni di euro. Messina, da assessore regionale, ha speso 24 milioni di euro per “diffondere” i tesori della Sicilia. Quanti manager della pubblicità sarebbero disposti a chiamare i direttori dei quotidiani, di rete, e invitarli a chiudere due occhi per poter avere anche solo le briciole di quei 24 milioni? Quanti? “Suca”.
Tutte le spese meravigliose di Messina le ha elencate Mario Barresi, firma de La Sicilia. Un solo spot a “Ballando con le stelle” è costato 400 mila euro. I 24 milioni di euro sono stati spalmati alle concessionarie Publitalia ‘80, (Mediaset), Rai Pubblicità, Rai Com e al gruppo Rcs di Urbano Cairo. Altri 2,2 milioni, da assessore, li ha utilizzati per allestire una mostra di 12 foto a Cannes, presso l’hotel Majestic. Il denaro è confluito in una società lussemburghese e stanno indagando tre procure, compresa quella europea. Quando il caso Cannes è scoppiato, Messina non era più assessore. Al suo posto, FdI ha preteso che fosse indicato il maresciallo dell’esercito Francesco Paolo Scarpinato, un Messina che si farà. E si farà. Ha tentato di replicare la passerella siciliana alla Croisette e ha aumentato anche il budget da 2.2 a 3.7 milioni di euro.
Scarpinato si è giustificato dicendo di non avere “nessuna colpa rispetto a una procedura di finanziamento predisposta nella scorsa legislatura”. Nella scorsa legislatura il presidente della Regione Sicilia era Nello Musumeci, attuale ministro del Mare di FdI, ministero che Meloni ha giustamente voluto istituire.
Gli intrepidi sono infatti “navigati” e credono davvero che questa volta si possa cambiare l’immaginario. Significa “svoltare”, amministrare denaro. Esiste un documento preziosissimo che lo teorizza. Il suo titolo è “Controegemonia”. Lo ha firmato Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica del ministro Gennaro Sangiuliano, ex coordinatore culturale di FdI del Lazio. In quell’articolo, da caverna intellettuale, si spiega che si devono “finanziare festival, rassegne, presentazioni, momenti di dibattito con autori nostri” perché, e continua, “presentare il libro di un grande nome televisivo vuol dire riempire le piazze ma a quale costo? Quello di aver finanziato chi da quel palco ci insulterà, ci sminuirà e farà, grazie al microfono che gli avremo dato, campagna elettorale per la sinistra”.
In Rai si traduce con fiction da produrre, attori e attrici di area da valorizzare. Ci sono già racconti giovanili della “nouvelle vague” meloniana che sono stati opzionati. La Rai di destra come può bocciare un progetto, un copione, scritto da un esponente della destra? Hanno perfino l’attenuante: “La sinistra lo fa da sempre”. Ed è vero. E’ la sinistra che ha imbruttito gli intrepidi. Hanno bevuto per anni cognac di disprezzo. Per anni si sono cibati dei resti che la sinistra gli lasciava. In Sicilia c’è un’espressione. Si dice: “Sembri un cane di bancata”.
A Palermo, i cani di bancata divoravano i resti, gli ossi dei carnezzieri, i macellai. La destra per anni si è nutrita di resti. Era scheletrica. Meloni, che gli ha aperto la dispensa, la porta del comando, deve adesso togliergli il cibo che rimane impastato sulle gengive. Ora che comandano sono invasati, vorrebbero sbranare la carne delle partecipate di stato, degli enti locali. Si vorrebbero ingozzare e ricevere pagine agiografiche, serenate. Desidererebbero vedere mostre sul futurismo a ogni angolo di strada. Non fanno altro che ripeterlo.
Al ministero della Cultura, il Bottai della controegemonia è Gianmarco Mazzi, già amministratore delegato della società Arena di Verona, autore di Adriano Celentano, “agente” di Massimo Giletti, direttore artistico per anni del Festival di Sanremo. Viene chiamato nell’ambiente “il Salzano minore”. E’ stato eletto con FdI, ma era in realtà un leghista, prima di unirsi alla colonna intrepida. Da allora, come il Molleggiato, quello della trasmissione (che Mazzi ha realizzato) “Francamente me ne infischio”, Mazzi se ne infischia, e se ne infischia perfino dei patrioti. Ad Atreju, la manifestazione di FdI , ha ordinato ai suoi nuovi amici di “fare silenzio perché lui altrimenti perdeva il filo”. Lo ha detto come un generale. La platea si è zittita davvero.
Per l’ultima edizione di Sanremo, che Mazzi ha ovviamente criticato, voleva che si intonasse la canzone “Giovinezza” insieme a “Bella Ciao”. Mazzi partecipa regolarmente a tutte le sedute spiritiche sulla nuova narrazione di destra e usa il suo ministero come fosse un box office. Impone ancora artisti ai teatri, piazza serate di Al Bano Carrisi ovunque. Non se n’è scritto a sufficienza, ma, a Verona, all’Arena, il suo fondaco, Mazzi ha organizzato un colpo di mano per mettere in minoranza il sindaco Damiano Tommasi, del Pd, in modo che Cecilia Gasdia, la sovraintendente, potesse restare al suo posto. Mazzi parla di esclusione decennale e non si capisce quale, dato che, almeno lui, la sinistra, lo ha sempre lasciato esprimere, lavorare, e guadagnare, in libertà.
Un altro spiritato, che ha diritto alla provocazione, è Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera. Mollicone è il rifugio del giornalista in crisi di idee che se ne serve quando è a corto di sfondoni. Funziona così. Dalla direzione, dagli uffici centrali dei quotidiani, arriva la chiamata: “Oggi ci serve uno di FdI che la spara, uno che fa uno sfondone”. Il giornalista distaccato a Piazza Colonna, alla Camera, risponde: “Mollicone”. Ogni giorno Mollicone si aggira a Piazza Colonna e si offre. Mollicone è il Gabriele Paolini di FdI, quello che l’inarrivabile Paolo Frajese prese a pedate. Paolini mostrava il preservativo, Mollicone fa invece il secondino della (sua) buon costume. Chi digita su Google la frase “FdI choc” si vedrà apparire come primo video quello di Mollicone sulla “maternità surrogata reato più grave della pedofilia”. Se si digita invece “Mollicone gaffe”, il motore di ricerca classifica in testa la frase “le coppie gay sono illegali”. Vittorio Sgarbi, sottosegretario alla Cultura, il 3 ottobre del 2019, in Commissione Cultura, alla Camera, rivolgendosi a Mollicone disse: “Sei un incompetente. Non capisci un cazzo. Ladro, capra, picchiatore fascista”. Mollicone si opponeva al prestito, al Louvre (ancora maledetta Francia), dell’Uomo vitruviano di Leonardo, prestito che favoriva la “diplomazia culturale”. La replica di Mollicone a Sgarbi è stata questa: “Quando hai un’audizione prendi un sedativo. Sei patetico”. Oggi Mazzi è sottosegretario, Sgarbi pure, e Mollicone presiede la Commissione Cultura.
Erano intrepidi anche i sottosegretari Delmastro, Gemmato e Donzelli, prima di iniziare, grazie ai giornali e per colpa delle loro frasi infelici, un percorso di rehab istituzionale. Al Senato, un intrepido è Guido Quintino Liris. Il 24 aprile si sente in dovere di avvisare che il turpiloquio di Lucia Annunziata su Rai 3 non resterà impunito. Invita i colleghi di FdI, della Commissione di Vigilanza Rai, a intervenire. E’ un medico ed è stato anche assessore regionale dell’Abruzzo. Riuscì a cumulare otto deleghe. Durante l’emergenza sanitaria chiese il reintegro, l’interruzione dell’aspettativa, per ottenere il trenta per cento dello stipendio, da medico, da aggiungere all’indennità politica. Pizzicato dal Pd dovette rinunciare. In Sardegna si esercita Salvatore Deidda, segretario regionale FdI, oggi deputato, che se potesse chiamerebbe ogni sezione, sezione Italo Balbo, come ha fatto a Terralba. E’ Roma, il Parlamento, la loro sala pesi. Da Venezia, ogni settimana, fa la spola il senatore Raffaele Speranzon, signore di Mestre, convinto, come è convinta l’assessore regionale veneta Elena Donazzan, che il Veneto possa diventare un bosco tolkeniano di FdI. Tutti e due riscrivono la storia recente, convocano giornalisti per dire che gli antifascisti furono la causa della nascita del terrorismo rosso. Altri intrepidi cercano di farsi largo, ma la concorrenza è tanta. Quanti sono?
C’è una giornalista che da oltre sei mesi, instancabile, li sta smascherando uno per uno. Gira le città d’Italia e ce li mostra, esatta e spavalda, “senza indietreggiare”, come direbbe Giorgia Meloni. Si chiama Roberta Benvenuto ed è inviata di “Piazza Pulita”, il programma di Corrado Formigli, a cui Meloni l’ha giurata.
Quando Benvenuto, pochi giorni prima delle elezioni, ha chiesto a Meloni: “Formigli le ha fatto un invito, verrà a Piazza Pulita?”, Meloni ha risposto: “No”. Quando Benvenuto ha chiesto “Perché no?”, Meloni ha ripetuto: “Perché no!”. Quando Benvenuto ha continuato: “Risponda però nel merito”, Meloni ha chiuso così: “Ho altre priorità”.
E’ stata Benvenuto, la prima, a illuminare la smorfia, quell’aria da sopracciò della presidente del Consiglio, quell’aria che le fa temere, ancora oggi, le conferenze stampa per paura di non controllarsi. Benvenuto non ha cercato i bonifici di chissà quale società con le espadrillas. Ha cercato gli occhi bolliti degli intrepidi, il loro desiderio di pericolo tenuto prigioniero dall’abito di governo, quell’irrefrenabile bisogno di azione.
Ogni faccia spiritata catturata è uno scoop, perché è indagine e pensiero. C’è un catalogo di video, con tutte le loro scuse banali. E’ quel catalogo il secondo volume dell’autobiografia Meloni. Ci sono fascisti smemorati, incapaci di argomentare, distrutti dal miglior giornalismo: “Ci crede nelle cose che dice?”; “Risponda”; “Perché ancora il braccio teso? Perché?”. Da una parte la pulizia delle domande e dall’altra parte i tizzoni accesi. Da una parte la serenità di chi li interroga e dall’altra la faccia da pellerossa con le frecce, la tensione di chi crede, ancora, che la vita sia uno schiaffone da schivare.
Meloni è oggi il loro fazzoletto bagnato sulla fronte, il “tranquilli, a loro ci penso io”. Si può arrivare al governo, ma quanto tempo serve e, soprattutto, si può cambiare davvero la natura? Per quanto tempo, Meloni potrà preferirgli i Descalzi, i Nordio, i Mantovano? Molti degli avanguardisti degli anni ‘20, dopo la conquista, si sentirono delusi. Per loro anche il regime era fiacco. Li aveva traditi. Meloni ha detto in passato che il M5s ha portato al potere degli scappati di casa, ma lei, chi ha portato al potere? Quando i suoi intrepidi si accorgeranno che Mentone resterà città francese, allora sì che le rimprovereranno la vecchiaia, le rimprovereranno di avergli rubato l’ardore che non tornerà mai più. Sarà “il governo mutilato”. Si scopriranno superati e si sentiranno reduci. Sarà allora che inizieranno a indossare i pantaloni alla zuava.
(da Il Foglio)

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TRA OSHO, CHIRICO E INCORONATA

Maggio 21st, 2023 Riccardo Fucile

LA RAI SOVRANISTA COME IL BAR DI STAR WARS

La nuova Rai meloniana è pronta, o quasi. Ci sono le ultime caselle da assegnare, le direzioni di genere e quelle dei telegiornali. C’è un clima di attesa dentro Viale Mazzini, il Consiglio di amministrazione che certificherà i nuovi incarichi è previsto per il 25 maggio. Ma sono troppi i volti nuovi a cui trovare un posto nella tv di stato, e per questo già si comincia a lavorare sul palinsesto estivo e della prossima stagione invernale.
Per declinare uno schema della nuova Rai Domani ha parlato con interni Rai e con chi gestisce il dossier nell’inner circle della premier. Ovviamente, bisogna partire dai vertici: da loro discenderanno tutti i nomi che conteranno nel servizio pubblico sovranista. Il primo da tenere d’occhio non è l’ad Roberto Sergio, ma è il direttore generale Giampaolo Rossi.
L’uomo di Giorgia Meloni in Rai, che in passato non ha nascosto le sue posizioni controverse su Vladimir Putin e George Soros (in tempi in cui anche Meloni era assai meno atlantista di oggi, va detto) può contare su un trio affidabile al suo fianco. Il primo sodale è il direttore di RaiNews Paolo Petrecca, dato ormai per riconfermato, habitué delle convention di Fratelli d’Italia che da tempo firma una all news in cui le clip diffuse da palazzo Chigi vengono spesso mandate in onda in versione integrale e senza commento.
Il secondo colonnello è Angelo Mellone, pure presidente della Lucana Film Commission e di Umbria libri. Intellettuale organico vicinissimo anche al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, con cui frequentava la curva della Lazio. Mellone avrebbe preferito Rai Cultura o Rai Fiction, ma per lui è pronto il posto da direttore del day time. La prima vittima della sua riorganizzazione sarà Serena Bortone, che dovrà dire addio alla fascia pomeridiana che pure aveva rivitalizzato in termini di ascolti dopo che per anni era rimasta saldamente in mano a Mediaset. Come alternativa, le sarebbe stata proposta la striscia di Marco Damilano su Raitre (che pure ha successo di pubblico) ma per il momento resta tutto da decidere.
Al posto di Bortone, Mellone vorrebbe Roberta Capua, in quota FdI. Oppure Milo Infante, che la Lega aveva collocato nel pomeriggio di Raidue: nonostante la ghiotta offerta, però Infante è restio a lasciare il suo pubblico, e non vuole rischiare la sfida degli ascolti con Bortone ricominciando da zero in un’altra fascia o su un altro canale.
Lo slot di Infante interessa però molto a Mellone, che vorrebbe piazzarci un factual corale (un approfondimento su storie di cronaca), dedicato ai fatti di giornata ma anche al costume. Tra le candidate più quotate come conduttrici o inviate, risulta a Domani, giornaliste come Roberta Morise, Bianca Luna Santoro e Gloria Aura Bortolini.
Il terzo uomo forte della nuova Rai è certamente Paolo Corsini, candidato alla direzione degli approfondimenti. Corsini è in Rai da decenni e si è conquistato sul campo la stima di colleghi e partiti: difficile quindi descriverlo come subalterno a Rossi, visto che può contare anche sull’appoggio della Lega, oltre alla benevolenza del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e quella di un nome di peso come quello di Bruno Vespa. Il conduttore di Porta a Porta, tra l’altro, ha ormai un solido rapporto diretto con Meloni, una circostanza che non fa felice Rossi.
Rossi, che internamente al centrodestra viene descritto come capo della fazione “estremista” contrapposto al più “moderato” ministro Sangiuliano, è uomo colto e conoscitore di Viale Mazzini, già in passato consigliere occulto di altri ad, Fabrizio Salini in primis. Ha le idee chiare sul da farsi. Tra i nomi che dovrebbero avere più spazio c’è quello di Annalisa Bruchi, che aveva condotto il programma Patriae con un altro intellettuale organico della destra sovranista, Alessandro Giuli, ma che può vantare anche ottimi rapporti con Forza Italia.
Anche la giornalista toscana Laura Tecce dovrebbe poter contare su una sponda più ampia di quella avuta finora: tra l’altro, nel suo nuovo programma Underdog, tra gli autori dovrebbe esserci Francesca Di Rocco, anche lei reduce di Anni 20, altro programma di Giuli. Si aprirebbero spazi maggiori anche per una giornalista del Tgr Sardegna considerata molto vicina a Rossi, Incoronata Boccia, e per Giulia Bonaudi, autrice in diversi programmi e con un ruolo anche in RaiNews.
Nei nuovi palinsesti sarebbe previsto anche un programma per Annalisa Chirico, gradita al dg ma spalleggiata pure da Igor De Biasio, consigliere d’amministrazione in quota Lega. Un ruolo di primo piano sarà assicurato anche a Salvo Sottile: solo un’intercessione di Marcello Ciannamea, candidato alla direzione del prime time, ha evitato che il suo programma fosse allungato a danno di Storie italiane di Eleonora Daniele, in onda su Raiuno prima di lui. Anche l’attivismo sul ritorno del concorso di Miss Italia in Rai è da ricondurre a Sottile: il conduttore dell’ultima edizione, trasmessa soltanto in streaming sui canali del concorso, era stato proprio il giornalista siciliano.
Spazio forse anche per Federico Palmaroli, in arte Osho, compagno della parlamentare di FdI Augusta Montaruli (da poco pregiudicata) e per Pino Insegno. Ma pure per Francesco Specchia, ad oggi brillante caporedattore di Libero, è previsto un nuovo programma ad hoc. Per far entrare i suoi in azienda Rossi farà riaprire il processo di immatricolazione Rai: per collaborare con il servizio pubblico da esterno c’è bisogno del cosiddetto “primo utilizzo”, una sorta di codice identificativo che negli ultimi anni è stato concesso sempre più di rado.
Se vorrà imporsi come vero e unico padrone della Rai di Meloni, Rossi avrà certamente bisogno del sostegno dei nuovi arrivati. E non sbagliare troppi programmi. I nuovi volti che intende spingere sono però poco conosciuti, qualcuno segnala flop epocali di Bruchi o Tecce, e il peso specifico leggerissimo dei tele-sovranisti candidati alla rivoluzione Rai. Si vedrà. Nelle manovre per costruire il nuovo servizio pubblico il ruolo di Sangiuliano, che sarebbe potuto essere un altro punto di riferimento nelle vicende di Viale Mazzini, è invece più defilato rispetto a quanto i retroscena raccontano. Il ministro è stato cercato da molti ma ha detto la sua soltanto nella partita dei telegiornali, esponendosi in particolare per il rampelliano Nicola Rao.
Il suo successore al Tg2 dovrà però fare a malincuore le valigie, probabilmente per andare a dirigere il settore Comunicazione e Relazioni esterne. Non la prenderà bene: il sogno del Tg1 è quasi sfumato, dove ha trovato posto per volere diretto della premier il direttore dell’Adnkronos Gian Marco Chiocci, che si è dovuto difendere non tanto dagli attacchi della stampa avversa, quanto dal fuoco amico (Rao e ad ex camerati) che ha cercato di azzoppare la sua corsa.
Infine, vanno segnalate le mosse di Sergio, amministratore delegato della Rai per il prossimo anno. Democristiano di formazione, è uomo d’esperienza, i maligni dicono «per tutte le stagioni». Quel che è certo è che l’ad è in buoni rapporti con tutto l’arco parlamentare, ma in particolar modo con l’ultimo simbolo vivente della Dc, Pierferdinando Casini. Non è dunque un caso che Alberto Matano continuerà a condurre senza problemi La vita in diretta, che aveva ottenuto durante il governo Conte II: che Matano sia amico personale dell’ex presidente della Camera è cosa nota, tanto che il senatore ha anche partecipato alle nozze del conduttore.
L’ad spiega agli amici che non vuole apparire come la marionetta di Rossi (che tutti danno nuovo ad tra un anno, quando la legge gli permetterà di sedersi sulla poltrona più ambita). Una certa autonomia si è vista durante la prima riunione dopo il suo insediamento: i primi programmi di cui ha proposto il rinnovo sono stati Report e Mezz’ora in più. Una mossa che gli ha assicurato la tolleranza del M5S (che stima molto Sigfrido Ranucci) e del Pd, ma che ha fatto sollevare più di qualche sopracciglio agli estremisti meloniani che speravano di spazzare via con il lanciafiamme i programmi considerati ostili.
PER UN MICROFONO IN PIÙ
Agli altri partner di coalizione, alla fine, sono andate quote importanti della tv pubblica: Forza italia incassa la direzione del Tg2 con Antonio Preziosi e il rilancio di Check up, programma caro alla consigliera d’amministrazione in quota azzurra Simona Agnes, ma anche più spazio per Serena Autieri.
La Lega porta a casa anche la direzione del centro studi Rai per Francesco Giorgino, che però tornerà anche in video con un approfondimento in seconda serata. Un programma simile a quello che dovrebbe andare a Monica Setta, pure spalleggiata dall’area del Carroccio.
Resta poi il grande desiderio di riportare in Rai Nicola Porro, ma il conduttore di Quarta Repubblica ha mille dubbi. In quota Lega c’è anche Francesco Pionati, lanciato dal consigliere De Biasio e destinato con molta probabilità alla direzione di Radiouno.
Ma la grande crociata leghista si consumerà sul prossimo festival di Sanremo: intanto, è stato tolto di mezzo il direttore del prime time Stefano Coletta, destinato alla direzione sviluppo progetti speciali, che assomiglia, dicono in Rai, alla immaginaria fiction Machiavelli di Boris, quella che mai si realizzerà. Ma su Coletta pende anche la spada di Damocle dell’esposto Agcom contro il suo festival. A fine mese è prevista la delibera sulla questione della pubblicità occulta (anche per Instagram) e sul “caso Blanco”. La decisione potrebbe comportare anche un provvedimento sanzionatorio.
Il centrodestra spera poi in un grande ritorno: quello di Enrico Ruggeri, che nel 2020 era già stato su Raidue. Una storia tutta da cantare, come si chiamava il suo programma allora.
(da agenzie)

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CALENDA: “RENZI È PORTATO A PENSARE CHE CHI GLI SIEDE DI FRONTE SIA MOLTO STUPIDO”

Maggio 21st, 2023 Riccardo Fucile

“OGNI GIORNO, DA ITALIA VIVA CI ARRIVANO RANDELLATE. LA BOSCHI DICE CHE SONO PAZZO. LA PAITA CHE SONO INDECENTE. RENZI SOSTIENE CHE HO PRESO LE PILLOLE SBAGLIATE. CI AVEVO DAVVERO CREDUTO AL PROGETTO DEL TERZO POLO”… LA STILETTATA: “MATTEO FACESSE PIÙ POLITICA, ED ELIMINASSE CERTI IMPEGNI DI EXTRA BUSINESS”

È domenica, mettetevi comodi. Avete presente Carlo Calenda, no? Avete idea di cosa stia succedendo tra lui e Matteo Renzi?
Allora: qui troverete la versione di Calenda (molto meno confusa — tranquilli — di quella, più celebre, che Mordecai Richler affida al suo Barney). La prima domanda è stata: senatore Calenda, quando ha parlato con Renzi l’ultima volta? «Un mese fa. Forse».
Il racconto di Calenda prosegue diluito in più sedute telefoniche, con dentro pure qualche WhatsApp per precisare, chiarire, aggiustare una virgola, un sospiro, un verbo che in altre circostanze avrebbe lasciato per assecondare il proprio istinto e invece adesso è tutto un bilancino, questo voglio finalmente dirlo, questo ancora no, non so se sono stato abbastanza chiaro, ma spero proprio di sì.
Perché Calenda, come ha scritto Giuliano Ferrara sul Foglio, è il ritratto della persona a modo, irascibile spesso per buoni motivi, incline al ragionamento, alla pedagogia politica, al gin tonic con la società civile, a starsene comodo in un fondo di moralismo valdese («Mia madre Cristina è valdese»), ma poi certe volte sceglie i tempi e i modi dell’agire tradito da un egocentrismo pericoloso. Che, stavolta, non può permettersi.
Azione e Italia viva sono sull’orlo del burrone. Calenda guarda giù e dice: «Vorrei fosse chiaro che tra me e Matteo, nonostante il contenuto di certi retroscena, non c’è un problema personale. Il tema, purtroppo, è politico».
Continui. «Ho già detto che, in ore così drammatiche per l’Emilia-Romagna e tutto il Paese travolto dalle inondazioni, non intendo scadere nella polemica spicciola. Purtroppo, ogni giorno, da Italia viva ci arrivano randellate. La Boschi dice che sono pazzo. La Paita che sono indecente. Renzi sostiene che ho preso le pillole sbagliate. E Il Riformista, il giornale da lui diretto, pubblica quotidianamente vignette e articoli contro di me e contro Azione. Sono già caduto una volta in errore, rispondendo con un post sbagliato. E me ne sono pubblicamente scusato. Credo però che sia arrivato il momento di un time out, se voglio salvare almeno la dignità».
Secondo lei, cos’ha in testa Renzi? «Non lo so. Ho letto che vuole rompere i gruppi. Ma i gruppi per noi non si toccano. Primo: perché sono il risultato di un mandato elettorale preciso. Secondo: perché i parlamentari stanno lavorando bene insieme. Se i gruppi si rompono, crolla ogni rapporto politico, non solo l’idea di un partito unico liberal-democratico».
Del progetto di Terzo polo resterebbero macerie. «Eppure, guardi: ci ho davvero creduto. E come me, tanti altri: a partire da Bonetti, Rosato e Marattin». È sensazione diffusa che Renzi stia realmente portando via un po’ di sangue ad Azione.
E che l’operazione politica di rafforzamento dei gruppi parlamentari di Iv sia cominciata con l’arrivo del senatore Enrico Borghi dal Pd. Non se ne era accorto? «Guardi: non sono scemo. Ma Borghi è un politico che stimo e, quindi, per lealtà, invece di porre un veto, l’ho accolto con calore».
Lei, anche nei talk televisivi, batte sempre sul concetto di lealtà. «Io sono rimasto dentro al percorso promesso agli elettori: Iv, no». Riepiloghi il percorso, dal suo punto di vista. «Decidiamo di andare insieme alle elezioni: Renzi mi dice che vuol fare un passo indietro, ha altro a cui pensare. E, infatti, nel simbolo, mettiamo il mio cognome.
Al nostro progetto credono ben 2 milioni e 400 mila persone. Subito costituiamo una federazione che dovrebbe portarci alla creazione di un partito unico. Inizio a lavorare molto bene con Rosato e Bonetti, ma ecco che, dopo nemmeno un mese, a dicembre, Renzi torna e si riprende Iv. Però ai comitati non viene, la federazione è a un punto morto. Allora gli ricordo che dobbiamo farlo, questo partito unico.
Risponde che non può prendere impegni sullo scioglimento di Iv, se non quando il congresso del nuovo partito sarà concluso: cioè, vuole vederne l’esito. Così arriviamo alle cronache recenti. Con lui che minaccia di rompere i gruppi se non è certo che andremo insieme alle Europee. Un po’ troppo, direi».
Ecco: le Europee. «Nessuna garanzia. Valuteremo come e con chi andare alle Europee in autunno. Ne discuteremo con tutti i partiti che aderiscono a Renew Europe, compresa Iv, ma solo se il clima tornerà ad essere civile». Non mi pare aria. «Beh, rilevo che, mentre io sono a Brescia a fare campagna elettorale per Azione, +Europa e pure per Iv, Renzi fa una conferenza stampa per attaccarci e annunciare che mi ha sfilato una deputata».
Carfagna e Gelmini restano con Azione? «Sì, assolutamente». Girano voci che… «Non sono voci: sono veline». Parliamo come se fossimo intercettati da Renzi.
Il problema di Calenda è che Renzi sa essere concavo e, di botto, convesso. Si è alleato con chiunque: 5 Stelle, Salvini, FI, Pd. Fa cadere governi. E ne prepara la nascita. Spariglia, inventa, sparisce, riappare. Bisogna chiederglielo, a Calenda, come abbia fatto a fidarsi.
«Dovevo tentare. Il partito liberaldemocratico lo faremo con chi vorrà farlo sul serio». Domani, per chi ci legge, c’è comunque la riunione dei gruppi al Senato. «Suppongo ci sia anche Matteo». Suppongo: un termine bellissimo. «Aggiungo un dettaglio sull’ipotesi di scioglimento: ricordo che, secondo il regolamento di Palazzo Madama, in caso di rottura d’un gruppo con un simbolo presentato in comune, per formarne uno autonomo servono nove senatori e non, come leggo sui giornali, sei. Il presidente La Russa dovrebbe dare una deroga ad personam».
Mi dice cosa pensa, realmente, di Renzi? «Dopo Draghi, è stato il miglior premier degli ultimi anni». Intendevo sul piano umano. «Persona molto intelligente. Portata a pensare che chi gli siede di fronte sia molto stupido. Facesse più politica, ed eliminasse certi impegni di extra business, sarebbe un valore aggiunto per il Paese».
Siamo ai saluti. Solo una curiosità personale: ma davvero le piaceva Bud Spencer? «Sì: perché era buono. Ma se c’era da menare, menava».
(da Corriere della Sera)

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IL M5S RISCHIA DI DOVER LASCIARE LA SUA LUSSUOSA SEDE A DUE PASSI DA MONTECITORIO: COSTA 12MILA EURO AL MESE DI AFFITTO, TROPPI PER UN PARTITO CON LE CASSE QUASI VUOTE

Maggio 21st, 2023 Riccardo Fucile

COLPA DEI PARLAMENTARI, CHE NON RESTITUISCONO PIÙ PARTE DELLO STIPENDIO. POI C’È IL CONTRATTO DI CONSULENZA CON GRILLO, 300MILA EURO ALL’ANNO CHE DOVRANNO ESSERE RITOCCATI AL RIBASSO. E POTREBBERO SALTARE GLI ASSEGNI DA 70MILA EURO A CRIMI E TAVERNA

Anche Giuseppe Conte è alle prese con il caro affitti. Solo che in questo caso non parliamo di una camera in qualche appartamento condiviso oppure di un monolocale. Il M5s rischia di non potersi più permettere la sua sede a Roma. Stanze lussuosissime, tra stucchi dorati e mobili di pregio, il tutto a due passi da Montecitorio. Il quartier generale di Via di Campo Marzio costa 12mila euro al mese di affitto, troppi per un partito con le casse irrimediabilmente vuote.
I grillini, però, non andrebbero in tenda come gli studenti che protestano contro gli affitti da capogiro, ma sono pronti ad accontentarsi di una sistemazione più umile, forse più consona allo spirito francescano delle origini. Magari più piccola, meno lussuosa, un po’ più distante dai Palazzi del potere. E infatti, ai vertici dei pentastellati, c’è chi ammette che sì, probabilmente «abbiamo fatto il passo più lungo della gamba».
Una situazione che fa il paio con le difficoltà di strutturarsi sui territori. Da qui i risultati deludenti alle amministrative e il nuovo record negativo registrato nella tornata del 14 e 15 maggio. Un 2% di media che ha fatto storcere il naso a molti eletti del M5s, che hanno parlato di dati «allarmanti».
Sono molteplici i fattori alla base della crisi economica dei Cinque Stelle. Il principale è la falla nel meccanismo delle restituzioni. Come rivelato giovedì dal Foglio, il nuovo sistema dei versamenti è impallato. I deputati e i senatori, di fatto, non si tagliano più lo stipendio. E tra i morosi figura perfino lo stesso Conte.
Il leader, però, sa bene che la gestione del partito è diventata troppo dispendiosa. Dunque, nell’attesa che riparta a pieno regime il meccanismo dei versamenti, lo stato maggiore ha cambiato di nuovo le regole. Dei 2500 euro al mese del taglio degli stipendi dei parlamentari, 2mila andranno nelle casse del partito e solo 500 euro saranno destinati alla collettività. Altro che restituzioni
Il piatto piange. Deputati e senatori hanno le idee abbastanza chiare sulle cause della crisi. «Il tour di Conte per le politiche è costato troppo», abbozzano gli eletti a taccuini chiusi. Poi c’è il famoso contratto di consulenza con Beppe Grillo. 300mila euro all’anno che rischiano di essere ritoccati al ribasso. «In campagna elettorale non si fa vedere, noi non lo vediamo e non sappiamo cosa faccia per il M5s», denunciano ancora i parlamentari.
Infine, ci sono le spese per il personale assunto dai gruppi di Camera e Senato. Complici il calo dei consensi alle ultime politiche e il taglio degli eletti voluto dal M5s, sono diminuiti anche i fondi a disposizione dei gruppi. E potrebbero essere coinvolti nella spending review pure gli ex di lusso assunti a Montecitorio e Palazzo Madama. Due esempi? Vito Crimi e Paola Taverna, entrambi a libro paga a 70mila euro all’anno.
(da il Giornale)

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AUTORITA’ BACINO DEL PO: IL 40% DELLE RISORSE MANGIATO DAL GOVERNO

Maggio 21st, 2023 Riccardo Fucile

TAGLIATI I FINANZIAMENTI ALL’ENTE

Il governo guidato da Giorgia Meloni ha tagliato, nell’ambito della legge di Stabilità approvata a dicembre scorso, il 40% dei fondi assegnati annualmente all’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po, l’ente interregionale che si occupa, tra le altre cose, della sicurezza idrogeologica di tutto il Nord Italia e, dunque, anche delle aree colpite dall’alluvione in Emilia-Romagna. L’Autorità dipende direttamente dal ministero de- ll’Ambiente. La drastica riduzione dei fondi ha portato nelle casse della struttura governativa ben 4 milioni di euro in meno rispetto al 2022, riducendo le entrate correnti dell’Authority dai 10 milioni dello scorso anno ai 6 milioni con cui sta affrontando il 2023. Un colpo d’ascia inatteso, tanto che la bozza interna di bilancio di previsione è rimasta sospesa in attesa di chiarimenti mai giunti dal ministero. Si parla, va ben specificato, dell’organismo che programma e indica gli interventi da effettuare nel territorio, né traccia i criteri di salvaguardia e ripristino. Dunque il taglio riguarda i soldi che servono per il funzionamento di questo “cervello” composto – in numero già insufficiente – da professionisti ed esperti, non dei fondi destinati ai lavori di manutenzione, gestiti quelli dalle singole Regioni.
Dal 2017 l’Autorità del Fiume Po ha inglobato anche l’ex Autorità dei bacini regionali romagnoli e quella del fiume Reno, competenti sulle zone attualmente alluvionate della Romagna e di parte dell’Emilia. Ne è derivato un allargamento esponenziale del bacino idrografico, che ora interessa un territorio vastissimo che va dalla Valle d’Aosta al Veneto fin giù alle zone più a nord di Toscana e Marche, dopo aver “sconfinato” pure in Francia e Svizzera. Il 19 aprile 2023, durante una riunione della conferenza istituzionale permanente, il segretario generale dell’Autorità, Alessandro Bratti, avvisava la viceministra all’Ambiente, Vannia Gava – presente all’incontro – che il taglio governativo avrebbe comportato “l’azzeramento degli stanziamenti per gli studi sul territorio, i servizi specialistici e le convenzioni scientifiche necessari per l’attività istituzionale di pianificazione”, oltre a rendere “non sostenibile – si legge nel verbale di cui Il Fatto è in possesso – la spesa per l’ordinaria gestione dell’Ente”, compresi i “costi per gli organi, per il personale, per utenze e sedi”. Un salasso in piena regola, secondo la visione dell’ente. Nelle comunicazioni di Bratti a Gava vi sono elencate anche quelle “progettualità” che rischiano lo stop: tra queste “gli studi specialistici a supporto dell’aggiornamento Pai (Piano Assetto Idrogeologico, ndr) dei bacini Reno, bacini romagnoli e Conca Marecchia”, ovvero le zone rimaste in questi giorni in ginocchio. Il Pai, che l’Autorità realizza insieme alle regioni, prevede pianificazioni come il “quadro degli interventi strutturali a carattere intensivo sui versanti e sui corsi d’acqua” e “gli indirizzi e dalle limitazioni d’uso del suolo nelle aree a rischio idraulico e idrogeologico”, tra cui “la delimitazione delle fasce fluviali sui corsi d’acqua principali del bacino”. Si tratta di una programmazione fondamentale per provare a prevenire fenomeni come quelli che hanno colpito in questi giorni l’Emilia-Romagna.
Il Fatto ha chiesto chiarimenti al ministero dell’Ambiente sulle ragioni che hanno portato al taglio dei fondi. Il dicastero guidato dal ministro Gilberto Pichetto Fratin fa sapere che la redistribuzione delle risorse avrebbe “risolto l’assenza di fondi per i restanti 2/3 del Paese, riconoscendo ulteriori finanziamenti a tutte le AdB (quindi per tutto il territorio nazionale) per consentire l’assunzione della nuova dotazione organica prevista dai medesimi Enti”. Tradotto: parte dei soldi di solito assegnati al Po sono stati utilizzati per soddisfare le esigenze, anche di personale, delle altre sei Autorità di bacino italiane (Alpi orientali, Appennino settentrionale, Appennino centrale, Appennino meridionale, Sardegna e Sicilia).
Non è tutto. Il ministero, nella nota inviata al Fatto, lamenta da parte dell’Autorità del Fiume Po anche una non meglio specificata “difficoltà gestionale”, che non avrebbe “consentito di sottoporre ancora alla Conferenza istituzionale permanente il bilancio per l’anno 2023 con i finanziamenti resi disponibile” e dunque di “prevedere le successive assunzioni di personale da autorizzare da parte dell’Ente vigilante (Mase)”. Contattato telefonicamente, il segretario generale Bratti conferma il contenuto del verbale ma, sulla presunta “difficoltà gestionale”, replica: “I bilanci sono in ordine, non c’è alcuna difficoltà gestionale. Esiste solo un taglio dei fondi. Il ministero non ha mai risposto nonostante i ripetuti solleciti di questi mesi”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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IN EMILIA ROMAGNA SONO CIRCA CENTO I COMUNI COLPITI DALL’ALLUVIONE: OLTRE 36MILA PERSONE SONO STATE COSTRETTE A LASCIARE LE LORO CASE. LE STRADE CHIUSE SONO CIRCA 500, MENTRE SONO 305 LE FRANE CENSITE

Maggio 21st, 2023 Riccardo Fucile

A RAVENNA SCATTA L’OK PER ALLAGARE I CAMPI PER SALVARE LA CITTÀ: LA “DIGA” COSTRUITA IN 31 ORE

I numeri in Emilia-Romagna sono spaventosi: circa cento i Comuni coinvolti, il triplo rispetto al terremoto del 2012; oltre 36mila persone costrette a lasciare la propria casa e trovare alloggio o da amici e parenti o nei centri d’accoglienza.
E nelle prossime ore nelle aree colpite dall’alluvione arriverà la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha deciso di anticipare il suo rientro dal Giappone dove era impegnata nel G7.
Le strade chiuse sono circa 500, mentre sono 305 le frane censite.
Gli allagamenti sono diventati quasi impossibili da contare. Praticamente tutta l’area che va da Bologna al mare è stata colpita: metà, quella in pianura, e finita sott’acqua, l’altra metà, quella in collina e montagna, è funestata dalle frane. L’allerta rossa rimane attiva anche per domenica: dovrebbe essere l’ultimo giorno di pioggia e dal pomeriggio è atteso il sole. Le piene dei fiumi sono in esaurimento, ma rimane altissimo il rischio di frane.
Sono 14 le vittime. E nella tarda mattinata si è sfiorata una nuova tragedia: un elicottero privato che volava per conto dell’Enel per cercare di risolvere la situazione delle migliaia di persone che sono ancora senza corrente elettrica e che stava tentando un atterraggio di emergenza, è caduto a Belricetto di Lugo, in provincia di Ravenna. Si è temuto il peggio, ma non ci sono state vittime: quattro persone sono rimaste ferite, portate via in eliambulanza
In gergo la chiamano «rottura controllata». Spacchi l’argine per alleggerire le pressione. Fai un taglio, crei uno sfogo. E così hanno fatto ieri i Vigili del Fuoco, in via degli Zingari, nel quartiere periferico della Basetta di Ravenna: un taglio sugli argini del canale Magni. Era pieno come mai nella sua storia, era molto minaccioso. Scendeva verso il centro della città. Ma se rompi gli argini, da qualche parte l’acqua si allarga. Nel caso specifico è finita nei terreni di proprietà della Cooperativa Cab Terra, cioè la cooperativa agricola dei braccianti del Ravennate.
È stato lo stesso presidente della cooperativa, Fabrizio Galavotti, a spiegare quello che stava succedendo con un post su Facebook: «La prefettura ci ha chiesto il permesso di tagliare il canale dove c’è l’idrovora e allagare i nostri 200 ettari in via Romea per cercare di alleggerire la pressione dell’acqua e salvare il salvabile, le idrovore non riescono a pompare tutta l’acqua che c’è. Naturalmente abbiamo acconsentito sperando che serva a qualcosa».
Questa è la storia. Un gesto di generosità, o meglio un gesto politico. Accettare un danno privato, per evitare un danno pubblico peggiore. «Quei lavoratori sono gli eredi dei bonificatori che hanno liberato queste terre dalle paludi», dice il sindaco di Ravenna Michele De Pascale. «Il loro profondo senso di comunità arriva da quella storia. E noi, adesso, non possiamo altro che dire questo: grazie».
(da agenzie)

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“A BAKHMUT SI COMBATTE ANCORA”: KIEV SMENTISCE MOSCA

Maggio 21st, 2023 Riccardo Fucile

ZELENSKY: “NON C’E’ PIU’ NULLA, SOLO MACERIE”

Dopo le dichiarazioni del presidente ucraino dal Giappone che sembrava rassegnato sul destino della città contesa con i russi, il suo portavoce ha ribadito che non c’è stata alcuna conquista. Nel centro un tempo abitato da 77mila abitanti comunque restano solo macerie
Le città di Bakhmut e Marinka restano «l’epicentro delle ostilità» sostiene lo Stato maggiore dell’esercito ucraino ancora questa mattina, 21 maggio, dopo che il capo del gruppo Wagner Yevgeny Prigozhin aveva rivendicato la conquista del centro ucraino nella parte orientale del Paese. Il comando militare ucraino insiste che la città non sia caduta nella mani russe e che le offensive sul quel fronte continuano. La viceministra della Difesa, Hanna Maliar, ha poi aggiunto che le forze ucraine hanno «semi-circondato» Bakhmut, confermando che «l’avanzata delle nostre truppe nei sobborghi lungo i fianchi è ancora in corso e rende molto difficile per il nemico rimanere a Bakhmut. Le nostre truppe hanno preso la città in semi-accerchiamento, il che ci dà l’opportunità di distruggerli. Pertanto – ha aggiunto la viceministra ucraina – il nemico deve difendersi nella parte della città che controlla. I nostri difensori mantengono il controllo sulle strutture industriali e infrastrutturali e sul settore privato nell’area Litak».
L’amarezza di Zelensky dal Giappone
L’ipotesi della caduta della città era tornata a crescere sui media internazionali dopo le dichiarazioni di Volodymyr Zelensky dal G7 in Giappone, dove il presidente ucraino ha detto: «Per oggi Bakhmut è solo nei nostri cuori. Dovete capire – ha aggiunto – che non c’è nulla», rispondendo a chi gli chiedeva ulteriori dettagli sulla presunta conquista russa della città contesa. Parole che secondo il portavoce del presidente ucraino, Sergii Nykyforov, sarebbero state fraintese dai media. In un post su Facebook, Nykyforov ha provato a chiarire: «Quanto alle risposte del Presidente dell’Ucraina alle domande su Bakhmut. Domanda del giornalista: “I russi dicono che hanno preso Bakhmut”. Risposta del Presidente: “Penso di no”. Così – ha scritto il portavoce – il presidente ha negato di aver preso Bakhmut». Come ricorda l’inviata del Corriere della Sera Marta Serafini, dopo sette mesi di battaglie, la città è completamente distrutta, con i soli condomini sovietici rimasti in piedi ormai disabitati in un centro che contava circa 77mila abitanti.
«La città stata distrutta dalla faccia della terra»
Proprio a proposito delle dichiarazioni di Zelensky, è il portavoce del gruppo orientale delle forze armate ucraine, Serhiy Cheravaty, a provare a dare una spiegazione più dettagliata sulla situazione sul campo: «Il presidente ha ragione: la città è stata sostanzialmente distrutta dalla faccia della terra. Il nemico la distrugge quotidianamente con massicci attacchi aerei e di artiglieria, e le nostre unità riferiscono che la situazione è estremamente difficile. I nostri militari detengono fortificazioni e diversi locali nella parte sud-occidentale della città. Sono in corso pesanti combattimenti».
E sulle rivendicazioni di Mosca, Cheravaty aggiunge: «La Russia attira l’attenzione su questa Bakhmut come se avessero preso il Dnipro. In effetti, non l’hanno presa fino alla fine. La città è distrutta, non porta loro alcun vantaggio militare o politico. Non hanno preso il distretto del centro in 9 mesi, stiamo cercando di pressare sui fianchi, di non dar loro pace e, se possibile, di contrattaccare».
(da agenzie)

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PERCHE’ NONOSTANTE LE PIOGGE RESTA ANCORA IL PROBLEMA SICCITA’

Maggio 21st, 2023 Riccardo Fucile

COSA NON FUNZIONA E LE POSSIBILI SOLUZIONI

Le alluvioni in Emilia Romagna, il Po alla prima soglia d’allerta di riempimento, senza l’apertura della diga di Olginate il Lago di Como avrebbe esondato. Discorso simile per il bacino della diga di Ridracoli in Toscana. A guardare questo quadro sembrerebbe che la prossima estate in Italia ci sarà acqua da vendere. Abbastanza da far dimenticare la siccità degli ultimi due anni.
Eppure non è così, perché di tutta la pioggia caduta negli ultimi giorni, abbastanza per sei mesi in alcune zone, il nostro Paese non se ne farà nulla, o quasi. In Italia, infatti, solo l’11% dell’acqua piovana viene raccolto. Per confronto, in Spagna sono al 15%. Tutto il resto si disperde dai tubi, finisce in mare, nelle fognature, nel terreno, spiega il Messaggero avvalendosi di Massimo Gargano, direttore generale dell’Anbi, l’associazione dei consorzi di gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue. Il risultato è che del totale rimane appena il 4%.
«Milano è la città più piovosa d’Europa»
L’Italia riceve moltissima pioggia. Intorno a 300 miliardi di metri cubi all’anno. Nel 2019, anno particolarmente piovoso, ne sono caduti 328. Nell’asciutto 2022 appena 220. «Milano è la città più piovosa d’Europa con 1200 millimetri di pioggia in media e l’Italia tra i 27 Paesi dell’Unione Europea è quinta per precipitazioni dopo Croazia, Irlanda, Austria e Slovenia» spiega a la Repubblica Erasmo D’Angelis, già segretario generale dell’Autorità di bacino dell’Italia Centrale ed ex sottosegretario del governo Letta con delega anche alle dighe e infrastrutture idriche. «Pur essendo uno tra i Paesi europei in cui piove di più, siamo quello che immagazzina meno acqua in assoluto», aggiunge D’Angelis.
La dispersione idrica e la malagestione
E di quella raccolta non facciamo buon uso. La dispersione dei 600 mila chilometri di rete idrica tocca il 40%. Le acque reflue depurate non vengono utilizzate in nessun modo – né per lavare le strade, né per le coltivazioni – ma semplicemente gettate in mare. Metà se ne va per l’agricoltura, che però spreca il 70% di quella che utilizza con tecniche irrigue obsolete. Mentre l’industria raffredda i macchinari con acqua di falda purissima che dovrebbe essere riservata all’uso potabile. Insomma, di acqua ne è caduta tanta, ma fra pochi giorni sarà andata tutta a perdersi. E se d’estate non pioverà, senza neve sulle montagne, la situazione non sarà troppo diversa da quella dello scorso anno. Negli ultimi 20 anni ci sono stati nove periodi di siccità. Mentre prima erano uno ogni 15. Eppure poco o nulla è cambiato.
Le soluzioni
Le soluzioni nel medio e lungo termine, però, ci sono. «Con Coldiretti abbiamo lanciato il piano Laghetti per realizzare piccoli invasi, senza cemento, che raccolgono l’acqua dai torrenti. Sono posizionati a diverse altitudini e il salto da un bacino all’altro permette di produrre energia idroelettrica. Sono una scorta preziosa per gli agricoltori nei periodi di siccità», spiega Gargano, che tra gli interventi da attuare il prima possibile cita anche la manutenzione straordinaria della rete idrica. D’Angelis poi suggerisce di rimettere in sesto 321 grandi dighe che il nostro Paese attualmente non utilizza.
Oltre a questo sarebbe fondamentale – sostiene – snellire l’apparato degli enti che gestisce le acque: troppi e troppo scollegati. Volendo fare un passo ancor più in là, si potrebbe seguire l’esempio di Rotterdam (nella città olandese, a discapito di quanto si potrebbe pensare piove molto meno che a Milano), dove piazze come Benthemplein sono diventate piazze d’acqua. Ribassate rispetto al livello della strada, normalmente sono usate come spazi di aggregazione, con campi da gioco, panchine, e attività per bambini. Ma in casi eccezionali possono essere riempite d’acqua, per evitare che questa vada persa o allaghi le aree circostanti.
(da Open)

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CAROVITA, CLIMA, LAVORO FLESSIBILE: LE PRIORITA’ DI MILLENNIAL E GEN. Z

Maggio 21st, 2023 Riccardo Fucile

E PER 7 SU 10 COMPRARE CASA E’ UN MIRAGGIO

Tra le preoccupazioni che angosciano le nuove generazioni una spicca su tutte: quella per il carovita, alimentato dalla grande inflazione esplosa negli ultimi mesi per le conseguenze della pandemia e della guerra.
Lo rivela, o meglio lo conferma, l’ultima edizione del “Deloitte Global GenZ and Millennial Survey”, studio condotto su un campione di oltre 22 mila giovani in 44 Paesi del mondo, di cui oltre 800 in Italia. Dal rapporto emerge che il costo della vita è il grande protagonista delle apprensioni dei giovani: rappresenta la prima preoccupazione per quasi la metà dei Millennial in Italia (46%) e per il 38% della GenZ intervistata.
Un trend che non cambia estendendo il focus su una platea globale: anche per il 42% della media mondiale dei Millennial e per il 35% della GenZ il carovita è la prima preoccupazione. Ma non l’unica: rimane la questione climatica, che dovrebbe essere la priorità da affrontare secondo il 37% dei Millennial italiani e il 34% della GenZ. Chiude la rosa dei tre principali timori la questione della disoccupazione: un pensiero che angoscia il 29% della GenZ e il 26% dei Millennial italiani. Oltre a questi tre grandi temi, gli intervistati mettono sul piatto anche le questioni della scarsità delle risorse, della disuguaglianza e discriminazione, della stagnazione e delle disuguaglianze sociali in costante aumento.
Un difficile futuro
Fronti che tra loro risultano correlati, e trasformano in miraggio prospettive di vita concrete come mettere su famiglia o comperare casa. In linea con la media globale, il 50% della GenZ e il 47% dei Millennial vive di stipendio in stipendio e teme di non riuscire ad arrivare a fine mese. Oltre un terzo della GenZ (37%) e il 23% dei Millenial in Italia ha almeno un secondo lavoro con cui cerca di integrare la prima fonte di reddito. Ciononostante, il 71% della GenZ e il 73% dei Millennial pensa che sarà impossibile comprare una casa nel prossimo anno se lo scenario economico non migliora.
Il nostro Paese, infatti, si discosta negativamente dal resto del mondo per quanto riguarda la fiducia nel prossimo futuro: in Italia, il 71% dei Millennial e il 63% della GenZ ritiene che sarà molto difficile o impossibile mettere su famiglia (contro il 47% e il 50% della media globale). Causa inevitabile di frustrazione, dal momento che parallelamente cala la centralità attribuita alla carriera: per il 68% della GenZ e il 71% dei Millennial gli amici e la famiglia sono più importanti. Sebbene la vita professionale rimanga comunque un fondamentale elemento di identità per il 49% della GenZ e per il 62% dei Millennial.
Flessibilità nei tempi e nei modi di lavoro
Cambia nel frattempo anche il modo di intendere il lavoro, con una spiccata predilezione per la flessibilità: il 38% dei Millennial e 39% della GenZ vorrebbe la settimana lavorativa da 4 giorni mentre il 32% dei Millennial e il 28% della GenZ insiste sull’importanza di garantire la possibilità di lavorare da remoto. La maggioranza di GenZ (80%) e Millennial (79%) lascerebbe il proprio lavoro se costretta a tornare in ufficio a tempo pieno. La soluzione più desiderata (27% Millennial e 24% GenZ) è la piena flessibilità, ovvero la possibilità di stabilire in autonomia la postazione da cui lavorare.
A fronte di questo desiderio, tra gli intervistati oggi il 12% dei Millennial e il 13% della GenZ lavora completamente da remoto, il 19% dei Millennial e 21% della GenZ ha piena libertà di decidere dove lavorare, il 18% dei Millennial e il 23% della GenZ lavora sia da remoto che in ufficio secondo regole fissate dal datore di lavoro, il 10% dei Millennial e il 12 della GenZ è tornato in ufficio anche se potrebbe svolgere la propria mansione da remoto, il 41% dei Millennial e il 30% della GenZ svolge un lavoro che richiede la presenza fisica
Il tema della salute mentale
In generale, il 73% della GenZ e il 78% dei Millennial in Italia dichiara che il tema della salute mentale è rilevante quando prende in considerazione un nuovo datore di lavoro. Ma i risultati dello studio mostrano anche una discrepanza tra le due generazioni sul fronte della salute mentale: in Italia la GenZ risulta (leggermente) meno “stressata e in ansia” della media globale (44% ita vs 46% global), mentre è vero il contrario per i Millennial (42% ita vs 39% global). Risultati che risentono delle preoccupazioni legate soprattutto al proprio futuro economico e al benessere della propria famiglia. Elementi – congiuntura economica e disoccupazione – che, come detto, incidono pesantemente sul benessere psicologico dei più giovani assieme alla questione ambientale.
Tra i GenZ italiani il 63% (contro il 60% della media globale) dichiara di essere stato preoccupato o in ansia per il clima nell’ultimo mese. Un livello analogo si registra tra i Millennial: il 64% degli italiani, contro il 57% della media globale, si è preoccupato per il cambiamento climatico nell’ultimo mese. Per tamponare l’inquietudine, i giovani hanno adottato svariati comportamenti in grado di contribuire alla sostenibilità ambientale. Si va dall’evitare l’abbigliamento fast fashion alla verifica della sostenibilità dei prodotti acquistati, passando per una dieta vegana o vegetariana e l’efficientamento energetico della propria abitazione.
(da agenzie)

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