Settembre 12th, 2023 Riccardo Fucile
AL MOLO C’È LA FILA DI BARCHINI CARICHI DI MIGRANTI, SONO GIA’ OLTRE 2.000 GLI OSPITI NELL’HOTSPOT
Trentatré sbarchi, a partire dalla mezzanotte, a Lampedusa dove il conteggio del numero delle persone arrivate è ancora in corso. Con i primi 15 approdi, 9 dei quali direttamente sulla terraferma, fra la spiaggia dell’Isola dei Conigli, Cala Croce e Guitgia, ma anche direttamente a molo Favarolo, sono stati conteggiati dalla polizia 477 migranti.
Ma ci sono migranti che sono ancora in fase di recupero in varie parti dell’isola. Ieri, in 24 ore, sull’isola ci sono stati 51 approdi con complessive 1.993 persone arrivate.
Quasi tutti i barchini soccorsi o giunti direttamente sulla terraferma fra ieri, quando ci sono stati 51 approdi, e la notte appena trascorsa, quando ci sono stati 33 sbarchi, sono salpati da Sfax, in Tunisia. Solo un paio di barchini in metallo, secondo quanto raccontato dalle persone arrivate a Lampedusa, si sono messi in navigazione da Monastir e da Sidi Mansour. I migranti giunti hanno dichiarato, per la maggior parte, di essere originari di Nigeria, Sierra Leone, Sudan, Ciad, Tunisia, Guinea e Camerun e di aver pagato, per la traversata, da mille a 5mila dinari tunisini a testa.
Nuovi atti di pirateria nelle acque della Tunisia. Dei migranti, rintracciati nella tarda serata di ieri nella strada di ponente di Lampedusa, dove erano sbarcati da soli, hanno raccontato ai militari della tenenza della Guardia di finanza di avere subito il furto dei motori dei barchini mentre erano in navigazione verso Lampedusa.
Trenta tunisini, tra loro cinque minorenni e sette donne, hanno riferito che lo scafista del natante di legno di 7 metri su cui erano in viaggio, dopo 4 o 5 ore di navigazione, è stato prelevato dall’equipaggio di un motoscafo che ha rubato uno dei due motori, quello più potente, del loro barchino. I migranti verranno riascoltati dalla Squadra Mobile della Questura di Agrigento, in servizio all’hotspot di contrada Imbriacola, che assieme ai militari delle Fiamme gialle indagheranno sul caso.
Sono oltre 2mila, anche se il conteggio della polizia è ancora in corso, gli ospiti presenti all’hotspot di Lampedusa che, appena lunedì aveva 19 persone al suo interno.
La Prefettura di Agrigento, per alleggerire la struttura di contrada Imbriacola, ha disposto il trasferimento di circa 600 persone con il traghetto di linea che in serata giungerà a Porto Empedocle. Ma è in arrivo anche la nave Diciotti della Guardia costiera che servirà per aumentare e accelerare i trasferimenti verso altri centri d’accoglienza. Ieri, con i due traghetti di linea, erano state già spostate 503 persone.
Non si arrestano gli arrivi di migranti a Lampedusa, con una decina di barchini che stanno raggiungendo l’isola, mentre altri sono in ‘fila’ davanti al molo Favaloro in attesa di potere sbarcare. Al momento è difficile contare gli approdi e quante persone sono già arrivate, mentre all’orizzonte si vedono altre imbarcazioni dirigersi a Lampedusa.
“Da settimane continuo a dire che ormai si tratta di un fenomeno epocale, con numeri non più sostenibili per la nostra isola”. Lo ha detto il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, sugli sbarchi nella maggiore delle isole Pelagie: da mezzanotte ci sono stati 58 approdi.
“Oggi probabilmente arriveremo a 100 sbarchi, non sono più numeri sostenibili da quest’isola – ha sottolineato Mannino – “non si era mai vista una cosa simile con decine e decine di barchini scortati o agganciati dalle unità di soccorso davanti al porto. E con i tantissimi che sono riusciti ad arrivare direttamente a Cala Croce o alla Guitgia”.
Le decine e decine di barchini, tutti in metallo arrugginito e mal saldato, potrebbero essere state lasciate al largo da più “navi madre”. E’ questa una delle ipotesi, vista la contemporaneità di arrivi, è al vaglio degli investigatori. Il mare nei prossimi giorni dovrebbe tornare a peggiorare, non è quindi escluso che nelle ultime 48 ore i trafficanti stiano cercando di ‘velocizzare’ i viaggi della speranza di uomini, donne e minori originari di Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Somalia, Liberia, Mali, Siria, Sudan, Gambia e Sierra Leone.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2023 Riccardo Fucile
LA LETTERA AL TRIBUNALE DI MILANO: “PROSEGUE LA DOLOSA MANIPOLAZIONE DELLE VOCI DI BILANCIO. LO STATO PATRIMONIALE SAREBBE È IN ASSOLUTO DISSESTO” – E CHIEDONO AI GIUDICI DI NOMINARE UN AMMINISTRATORE GIUDIZIARIO
Nessun rilancio di Visibilia Editore, nessuna «netta cesura tra il
vecchio organo gestorio e quello in carica». La governance attuale – che fino al misterioso suicidio faceva capo a Luca Giuseppe Reale Ruffino – di fatto opererebbe «in continuità» con la precedente, proseguendo anche nella «dolosa manipolazione delle voci di bilancio» che ha fatto finire indagata la ministra al Turismo Daniela Santanchè.
A rilanciare la battaglia sono gli azionisti di minoranza che, in vista della discussione della causa civile nell’udienza del 14 settembre, hanno depositato una nota al Tribunale di Milano, chiedendo non solo di «ordinare l’ispezione dell’amministrazione al fine di verificare la sussistenza delle irregolarità denunciate», ma anche di «revocare amministratori e sindaci e nominare un amministratore giudiziario della società».
Già nell’estate del 2022, era stato il gruppo di soci, che rappresentano più del 5 per cento del capitale, con gli avvocati Antonio Piantadosi e Dario Cantoro, a denunciare le presunte gravi irregolarità dando il via anche all’inchiesta su Santanchè, finita nel registro degli indagati per falso in bilancio e bancarotta fraudolenta. La pm Maria Giuseppina Gravina e l’aggiunta Laura Pedio, titolari del fascicolo, si sono costituite nel giudizio civile.
E il 22 giugno hanno depositato le consulenze del professore Nicola Pecchiari che dimostrano – sottolineano i soci di minoranza – che «laddove i nuovi amministratori avessero proceduto a una seria revisione delle voci di bilancio, lo stato patrimoniale sarebbe evidentemente di assoluto dissesto», nonostante «la più che rosea rappresentazione fornita dall’organo gestorio» dopo l’approvazione anticipata della semestrale.
Le voci di bilancio alterate «quantomeno a partire dal 2016 – quando secondo le valutazioni Pecchiari, tra svalutazione degli avviamenti e dei crediti, il patrimonio netto negativo era di fatto pari a 4 milioni di euro – non sono infatti mai state modificate dagli attuali amministratori».
Soprattutto si sottolinea che il contratto di accollo sottoscritto da Santanchè rispetto al debito da oltre un milione e 800 mila euro di Visibilia in liquidazione Srl, salvata dal fallimento grazie a un accordo con l’Agenzia delle entrate, «era stato condizionalmente sospeso all’accoglimento da parte del Tribunale della domanda di omologa degli accordi di ristrutturazione».
E questo non solo «non risponde a un’utilità della società, ma è chiaro indice del permanere di rapporti e interessi coltivati con la vecchia controllante, il cui capitale sociale è detenuto al 95 per cento ancora da Santanchè». Del resto, anche «il compianto Ruffino, aveva già in passato detenuto una partecipazione rilevante in Visibilia Editore, concorrendo ad approvare il bilancio di esercizio del 2019», tra quelli finiti sotto la lente dei pm. Ancora, i soci denunciano la mancata trasparenza nel recesso del contratto col fondo Negma e soprattutto «delle verifiche effettuate in merito alla provenienza dei fondi versati nelle casse di Visibilia». Per non parlare della «irregolare» scalata di Ruffino in Visibilia, che ha superato il 70 per cento del capitale senza promuovere l’Opa, rendendo necessario il recente intervento della Consob.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2023 Riccardo Fucile
“LO STATO TERRA’ LE MANI IN MOLTE TORTE”
L’idea di avviare una fase di privatizzazioni delle partecipate dello Stato, lanciata dal ministro Giancarlo Giorgetti nei giorni scorsi, rischia di essere «un granello, piuttosto che una montagna» secondo il Financial Times. È scettico il quotidiano economico britannico che le offerte che il governo Meloni si prepara a mettere sul mercato possano rivelarsi buoni affari. Scetticismo che già emerge dal titolo “Svendite italiane: lo Stato terrà le mani in molte torte”. Laddove palazzo Chigi dovesse rinunciare a pezzi di qualche «cimelio nella sua soffitta», difficilmente un esecutivo come quello guidato da Giorgia Meloni deciderà di rinunciare a tenere un piede dentro le grandi aziende di Stato, quindi a mantenerne il sostanziale controllo. Gli esempi più evidenti vengono da casi come Telecom, dove il governo è pronto a investire almeno 2 miliardi per partecipare all’acquisizione della rete da parte del fondo Kkr. Un’infrastruttura strategica che per il governo non può finire in mani straniere. E di certo il governo Meloni non ha dimostrato particolari simpatie per il libero mercato, spiega ancora il Financial Times. Almeno dopo i casi con relative polemiche sulla tassa sugli extra-profitti delle banche. Senza dimenticare il decreto voluto dal ministro Adolfo Urso che punta a imporre un tetto alle tariffe delle compagnie aeree.
Il governo non sarebbe neanche più di tanto incentivato a vendere davvero i proprio gioielli di famiglia, da Eni a Enel, passando per Poste italiane, Leonardo, per citarne alcuni, considerando le regole di bilancio. Il Financial Times ricorda che le eventuali vendite di quote delle partecipate statali aiuterebbero a ridurre il comunque enorme debito pubblico italiano, che ormai supera il 140% del Pil. I possibili incassi dalle privatizzazioni sarebbero comunque «una goccia nell’oceano», spiega il Financial Times. Per questo il governo potrebbe limitarsi a quelle vendite «necessarie o facili da realizzare». Tra queste la vendita del 41% di Ita Airways a Lufthansa, Commissione Ue permettendo. C’è poi Monte dei Paschi, capitalizzata sul mercato a 3,2 miliardi di euro, di cui lo Stato detiene oggi il 64% e dovrebbe accelerarne la vendita. Infine potrebbero essere cedute quote di Poste e di Eni, ma sempre mantenendone il controllo. Nessuna di quelle sul tavolo «sono cattive idee», conclude il Financial Times che, alludendo a Nerone, scrive: «Ci troviamo più davanti al suonare la lira, mentre Roma brucia».
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2023 Riccardo Fucile
SMASCHERATO IL POLTRONIFICIO DI FRATELLI D’ITALIA: “NESSUNA NORMA CONTRO PERSONAM”
Il Tribunale di Napoli ha ordinato l’immediata reintegrazione del
Maestro Stéphane Lissner nell’incarico di sovrintendente (e, di conseguenza, anche di direttore artistico) del Teatro San Carlo di Napoli.
Lo si legge in una comunicazione del maestro Stéphane Lissner e del collegio difensivo composto dal giuslavorista Claudio Morpurgo (studio Morpurgo e Associati), dal costituzionalista prof. Giulio Enea Vigevani (università Milano-Bicocca e studio ACCMS) e dall’esperto di governance Pietro Fioruzzi (studio Cleary Gottlieb)
Norma «contra personam»
«L’ordinanza cautelare odierna del Giudice del Lavoro Dott.ssa Clara Ruggiero – si legge nel comunicato – ha deciso, infatti, che il decreto Legge 10 maggio 2023, n. 51 che era stato utilizzato per anticipare la risoluzione del rapporto di lavoro debba interpretarsi nell’unico senso che lo rende compatibile con i principi costituzionali e la previgente disciplina nell’ambito del quale suddetto decreto si colloca.
Ciò vale ovviamente anche per quella disposizione “contra personam”, che avrebbe trovato applicazione solo per il Maestro Lissner, che prevedeva la cessazione immediata per i sovrintendenti con più di settant’anni, indipendentemente dalla data di scadenza dei contratti in corso. Il tutto, come noto, per liberare il posto di sovrintendente del teatro per il dottor Fuortes e ottenere le sue dimissioni da amministratore delegato della Rai».
Dunque, con le parole del Giudice: «La revoca ante tempus, rispetto alla naturale scadenza, del contratto di lavoro in corso del Maestro Lissner avente ad oggetto l’incarico di sovrintendente e direttore artistico del Teatro San Carlo deve ritenersi illegittima non rientrando il suo caso nello spettro di applicazione della norma. L’ordinanza aggiunge che, qualora la disposizione fosse stata applicabile al maestro Lissner, sussistevano i requisiti per sollevare una questione di legittimità costituzionale del decreto legge del Governo».
Soddisfatto Stéphane Lissner: «Un atto di giustizia, dopo mesi trascorsi in un “limbo” che non meritavo io ma soprattutto non meritavano il Teatro San Carlo e la città di Napoli. Oggi, il Tribunale di Napoli ha dato il primo segnale, fondamentale, di come il mio licenziamento sia stato un atto illegittimo e ad personam, privo di quei contenuti di “civiltà giuridica” che devono guidare ogni ordinamento democratico. Vedo in questa decisione un legame inscindibile con la dimensione europea di cui l’Italia, Napoli e lo stesso Teatro San Carlo sono espressioni autentiche e costitutive. Ora, sono a disposizione per svolgere il mio incarico insieme alle straordinarie persone che lavorano nel Teatro».
Tutto nasce dalla vicenda che ha avuto come culmine il sollevamento del maestro Lissner dall’incarico di sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli, casella andata poi a essere ricoperto dall’ex ad della Rai Carlo Fuortes. Il quale, a sua volta, alla fine è come se avesse avuto quel posto come contropartita per la sua uscita dalla Rai con un anno di anticipo rispetto alla fine del mandato. Ma per far quadrare il cerchio il Governo ha utilizzato lo strumento del decreto legge, con cui è stata stabilita la decadenza dei sovrintendenti stranieri che abbiano compiuto 70 anni. La norma ha così messo fuori gioco Stéphane Lissner, che a gennaio ha raggiunto quei 70 anni che per decreto del 4 maggio rappresentano il limite di età per i direttori delle fondazioni lirico-sinfoniche. Un limite, va detto, che vale già per i colleghi italiani. Lissner però ha da subito evidenziato i suoi buoni risultati. E il contratto fino al 2025.
Ora la pronuncia del giudice del lavoro di Napoli che ha accolto in via cautelare il ricorso dell’ex sovrintendente e direttore artistico Stephane Lissner, che ha impugnato il “pensionamento” a 70 anni per effetto delle nuove norme varate dal Governo in anticipo rispetto alla scadenza naturale del contratto. In attesa di una decisione nel merito, Lissner risulterebbe quindi reintegrato nelle sue funzioni che però sono state già affidate all’ex amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, nominato sovrintendente a inizio agosto.
(da Il Sole24ore)
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Settembre 12th, 2023 Riccardo Fucile
DAL PASTO DIMEZZATO ALLA CACCIA ALL’OFFERTA: RIEMPIRE IL CARRELLO IN TEMPO DI CRISI
La stagione gastropolitica si annuncia prodiga di ricette a ridotto contenuto calorico per tener testa all’esuberante incedere dei prezzi. “Tu cliente mi chiedi le vongole. Io allora ti rispondo: con un chilo cucino al massimo tre piatti. Ma un chilo me costa almeno 15 euro. La verità è che tu cliente vuoi smezzare, metà porzione a te e metà alla tua signora. Lo puoi fare ma su questa strada io ristoratore non ti seguo. Da me – per fare un altro esempio – se magna una buonissima frittura di calamari e gamberi. La questione è che da qualche mese se smezzano anche il secondo. Prima del Covid facevo 40 euro a cliente. Oggi arriviamo ai 40 se sono in due. I tavoli sono occupati, la gente vuole uscire ma s’accontenta di poco (a volte pochissimo). Io però sono già sotto di trentamila euro con l’Ama (l’azienda della nettezza urbana, ndr) perché i due anni di fermo mica mi sono stati retribuiti!”.
I tavoli di Ilario Mascia, da vent’anni sono all’angolo tra via Merulana, e qui c’è Roma e la penna di Carlo Emilio Gadda, appena sotto il teatro Brancaccio, e i sapori del melting pot culinario di Piazza Vittorio. “Prima aprivo le danze così: il cliente s’accomodava e io dicevo a voce c’è questo, c’è quello. E lui: porta, porta. Oggi scandaglia il menu come un palombaro”. Anche le mance, segno indiscutibile della crisi che morde, si fanno pigre. Vincenzo, cameriere anziano del ristorante mette a verbale: “Prima della guerra e del Covid facevo anche 200 euro al sabato. Ora è l’incasso fuori busta di una settimana, se va bene”.
Settembre è il mese dei supersconti per l’Italia in bolletta: da Carrefour fino al giorno dieci, da Lidl invece fino al trenta. I nativi digitali ritrovano sull’app Too good to go (“troppo buono per essere buttato”) l’indirizzo dei negozi che offrono sconti, la merce che si vende a prezzo di favore e l’ora in cui l’offerta è disponibile.
L’Italia infatti scivola lentamente, ma inesorabilmente, verso i discount. Il discount è l’acqua bassa dove nuotano non solo i cinque milioni di poveri e poverissimi, ma anche la lunghissima lista di chi non arriva ai mille per professioni che qualche anno fa garantivano il doppio e il triplo della remunerazione. Stagisti appiedati, tirocinanti fasulli, apprendisti abusivi. Il lavoro intellettuale, retrocesso a impegno quasi gratuito, codifica una nuova povertà che trova impossibile sfamarsi presso le catene dei supermercati d’élite.
“Elite” infatti, e siamo nella ztl metropolitana, è il più prestigioso e tra i più cari supermercati. Il Pam fa per i turisti. Poi si scende. Ecco Conad, media borghesia, un pit stop all’angolo della carne: “I primi dieci giorni del mese vendo bene il filetto, qualità premium. Arriva anche a 36,90 1euro al chilo”. Col passare dei giorni le tasche si fanno più leggere. E come i tassisti notano più auto ferme ai box, così Mimmo, titolare dell’angolo Conad più pregiato, annota: “A metà mese proseguiamo col macinato da 16 euro e poi scendiamo con le offerte fino agli 8,90 euro al chilo quando si è lì lì per arrivare al giorno 31”.
E allora la questione da gastronomica si fa politica perché, per esempio, Federico Petrucciani, titolare di un avviatissimo bar in piazza Carracci, quartiere Flaminio, ha deciso da lunedì 4 settembre di ridurre il costo del caffè e del cappuccino. “Sono il segno della nostra italianità, la cifra identitaria. Mi sono accorto che il costo della luce è ritornato normale e perciò ho voluto dare il mio piccolo contributo”. Federico, prima berlusconiano, poi supporter di Renzi e oggi nei paraggi di Giorgia Meloni. “Riduco il costo di caffè e cappuccino mica dello Spritz! Me lo posso permettere e lo faccio anche per un minimo dovere civico”. Il caffè da lui torna a 1 euro, tolti i 10 centesimi dell’ultimo rincaro. Cappuccino a 1,20 euro. Venti centesimi in meno. E c’è da dire che siamo al Flaminio, quartiere romano dove la conta dei benestanti è in netta superiorità numerica.
Scendere dal bus, salire sul tram, ridiscendere e attendere di nuovo il bus. La periferia è lontana e per arrivarci si fatica. Glory, nigeriana trentasettenne, vive alla Borghesiana. Prepara e vende in casa dolci africani. Una pasticceria alla buona, “arrivo a guadagnare 600 euro, e mi serve trovare il miglior prezzo possibile per la farina, le uova. Io qui al Casilino trovo la margarina a 85 centesimi per 250 grammi. Che è sempre conveniente ma sono 20 centesimi in più rispetto all’anno scorso. E il latte? Era 79 centesimi, ora 1 euro e 90 centesimi per un litro”.
Si arriva al discount affamati, perché è sera e si è stanchi, ma anche allertati per le offerte disponibili. Giordana, commessa di 32 anni (“Guadagno 1.200 euro al mese”) illustra le offerte last minute: “Tutti i prodotti con scadenza inferiore a due giorni costano il 30 per cento in meno. Quelli con scadenza ancor più ravvicinata il 50 per cento”.
È una corsa senza freni e soprattutto un tuffo nella piccola fortuna quotidiana: bisogna trovarsi al momento giusto. Quando le banane un po’ annerite prendono la via dello sconto, e così gli ortaggi, la frutta, i detersivi. Arrivare a quel che costa troppo nell’ora in cui costa finalmente di meno.
Delizioso marketing per il popolo in difficoltà. Le porzioni si fanno più piccole ma la spesa al supermercato è salva: anguria baby, mini fuscello di fagiolini, scamorzetta, robioletta, chicchi di mozzarella.
Più poveri ma col colesterolo finalmente a posto.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 12th, 2023 Riccardo Fucile
NON SI E’ NEANCHE PRESENTATO ALLE URNE PER IL VOTO A GENOVA… E ORA IL SUO COMPENSO ANIMA LE DISCUSSIONE INTERNE
Giuseppe Conte l’aveva promesso e, parlando alla festa del Fatto ieri,
spiega di aver mantenuta la parola: il contratto di Beppe Grillo con il Movimento 5 Stelle è stato rinnovato. Il garante e fondatore del partito dalla primavera del 2022 ha una consulenza proprio con il ‘suo’ M5S; una cifra attorno ai 300 mila euro per “aiutarci nelle campagne elettorali, per quanto riguarda suggerimenti nella comunicazione, per elaborare proposte e progetti comunicativi”, parola dello stesso ex presidente del Consiglio.
Attorno a questo contratto sin dall’inizio si discute molto, dietro le quinte e non solo: in chiaro però c’è il lavoro stesso del comico per il suo Movimento, come visto ampiamente remunerato. E se si va a vedere ciò che produce in termini di contenuti beppegrillo.it, cioè la principale vetrina comunicativa di Grillo, il M5S di fatto non esiste. Ci sono alcuni temi e personaggi vicini al Movimento, questo sì: salario minimo, tutela ambientale, mobilità sostenibile, lotta alla povertà. Ma del simbolo dei 5 Stelle, o di inviti al voto in occasione di passaggi elettorali, non ce n’è traccia.
Anche la partecipazione di Grillo a eventi pubblici del partito è rarefatta, ridotta a minuscoli spot non sempre utilissimi, come quando ad esempio le sue parole sulle ‘brigate di cittadinanza’ lo scorso giugno alla manifestazione di Roma in difesa del reddito fecero più baccano che altro. E nel suo ultimo spettacolo, Io sono il peggiore? Anche lì il M5S viene citato solo per sbaglio. Una disaffezione plateale, come quando nella sua Genova al voto per il Comune, l’anno scorso, il comico disertò addirittura le urne. Il disamore sarebbe anche normalissimo, non ci fossero i soldi di mezzo.
Così la domanda ricorrente è una: cosa viene pagato davvero a fare Grillo? Se l’apporto è solo in termini di idee, di sicuro come visto sono costosissime. Oppure – e questa è la versione più gettonata dall’interno, ovviamente detta a bassa voce – la cifra è più che altro un sistema per tenersi buono lo scomodo garante. Il fondatore è assai ingombrante e imprevedibile, ancora oggi ogni sua esternazione fa notizia; con Conte è sempre stato un rapporto fatto di alti e bassi, se non di reciproco sospetto. Le Europee sono dietro l’angolo e avere Grillo a ruota libera non è un buon affare per nessuno. Meglio insomma rinnovare il contratto. I soldi dopotutto al M5S non mancano: il bilancio del 2022 si è chiuso con attivo di 126 mila euro.
(da La Repubblica)
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Settembre 12th, 2023 Riccardo Fucile
IL SOCIOLOGO CHE NON DIPENDEVA DA NESSUNO SE NON DALLA SUA MENTE
Quei sabato pomeriggio a casa sua volavano via in un attimo. Eppure, a risentire una ad una le registrazioni di quegli incontri, duravano due ore e mezzo ciascuno, a volte anche tre. Ubriacati dal fumo del sigaro che ad un certo punto si accendeva ed espirava buffescamente in direzione opposta al divano del salone dove sedeva, l’odore del caffè e il ciambellone fatto in casa dalla moglie Susi.
Alla sua sinistra, affissa al muro, una gigantesca televisione, a destra un grande trumeau con sopra e di fianco fogli, libri, riviste. Anche se non glielo dicevo, ogni volta ricercavo con lo sguardo pure la nostra, di rivista, là in mezzo tra quelle che leggeva e che conservava in perfetto stato.
Tutto ciò che so sul lavoro, sulla guerra, sull’economia lo devo a Domenico De Masi, che chiamavo “prof.” (in pubblico e in privato) perché “Mimmo” era troppo alla pari, per uno come me, davanti a uno come lui. Ho avuto la fortuna e l’onore di incontrare De Masi da vicino per soli due anni. Ma intensissimi.
Un pomeriggio mi ha preso per mano, come ogni tanto faceva lui, e mi ha trascinato, letteralmente, sin fuori il terrazzo davanti il salotto della sua casa in corso Vittorio Emanuele. Non ricordo cosa stesse illustrandomi; quei pomeriggi per me – orfano come la mia generazione di leader, mentori, pensatori – furono il mio liceo, la mia università e il mio master messi insieme.
Questo signore elegante e signorile, affabile e affascinante, basso di statura ma altissimo di mente, è stato una delle persone più brillanti che io abbia conosciuto finora. Colto, forse troppo per scendere a patti con la superficialità dei nostri giorni, ironico e auto-ironico, sembrava il Nonno di Miracolo nella 34ª strada e invece andava a colazione con Lula, girava il Mediterraneo a bordo dello yacht extralusso del suo amico brasiliano erede della rete televisiva Globo, telefonava all’una di notte a premier, ex premier e ministri per donare loro cultura e istruzione. Pillole di saggezza talvolta rivelatesi decisive per la vita del nostro Paese.
Fu celebre una riunione di redazione di TPI in cui si connesse mentre era a bordo dello yacht ultra-lusso di Roberto Marinho. Ma come, si domandarono molti, De Masi – il sociologo degli ultimi, del salario minimo, del Rdc – a bordo di una barca da 100 milioni di euro? E invece sì, perché lui non aveva la necessità di fingere, come quelli che per essere coerenti al proprio pensiero limitano il loro stesso pensiero. In questo era grande: l’unico intellettuale che, dove lo mettetevi, stava. Non aveva la spocchia né tromboneggiava come quei baroni universitari. Toccava le cose con le mani e le trasformava. Era libero, la sua più grande forza. Non dipendeva da nessuno se non dalla sua mente.
Una delle cose che più mi colpirono fu la sua capacità, forse unica, di sapere organizzare il lavoro. Proprio e altrui. Disponeva di un metodo efficace, per molti semplicemente impensabile, studiato e limato negli anni, a partire dal Fordismo. Il metodo è cruciale, in qualsiasi ambito: ti permette di risparmiare tempo, di avere ordine mentale, imparare in fretta, aumentare la produttività. E di estendere quel metodo in larga scala a una serie infinita di attività, compreso il pensiero creativo. L’aveva acquisito negli studi e nella sua esperienza (cruciale) con l’amico Adriano Olivetti, prima in fabbrica, poi come consulente di vari progetti d’impresa.
Lui guardava e osservava tutto. Attentamente. De-strutturava il metodo e lo analizzava. Talvolta facendolo a pezzi, altre volte elogiandolo e migliorandolo. Il che ovviamente era una sorta di mental crisis breakdown per ciascuno dei suoi interlocutori. Ciò gli ha permesso di vedere con largo anticipo una serie di fenomeni che, come diceva lui, erano ormai il segno evidente della fine della società industriale e dell’avvento della società post-industriale: lo smart working, lavorare meno e meglio (a parità di salario), l’ozio creativo.
Ancora: il reddito di cittadinanza, o di esistenza, il salario minimo, il diritto a essere felici. Ciascuno di questi argomenti meriterebbe un trattato di sociologia politica e invece, fatto assai bizzarro ma tristemente vero, tutti i governanti di questo Paese lo hanno trattato – in fin dei conti – come una specie di folkloristico sociologo pieno di idee curiose ma semplicemente inapplicabili al Sistema. Perlopiù perché timorosi di mettere in discussione qualcosa più grande di loro o perché ciò che veniva proposto andava contro gli interessi che dovevano difendere. Un alieno incompreso e non voluto. Apprezzato ma scomodo, trasversalmente elogiato ma ugualmente inutilizzato. Da destra a sinistra, nessuno ha compreso che aveva davanti un leader e un ispiratore, capace di leggere il futuro.
Un aneddoto interessante emerge dal passato della sua famiglia. Al nonno (anche lui Domenico) non toccò sorte poi troppo diversa: fu – mi raccontò De Masi – l’uomo che per primo portò la luce elettrica in Campania, a Sant’Agata dei Goti, prima ancora che questa arrivasse a Napoli. Per farlo, visto che il Comune non finanziò il suo ambizioso progetto, dovette indebitarsi, deviare un torrente, costruire una fitta rete di fili sotterranea per portare la luce e illuminare, simbolicamente nel giorno del Battesimo di suo figlio (il padre di De Masi), tutta la città. Era il 1902. Il Comune non gli restituì mai quei soldi, ma l’amministrazione locale, cento anni più tardi, nel 2002, rese onore ai De Masi regalando la cittadinanza onoraria al prof.
Ciò che Domenico De Masi ha cercato e sta ancora cercando di fare con il suo lavoro è – agli occhi dei governanti e dei decisori odierni – al pari di quanto suo nonno, un secolo fa, dovette fare: convincere un’intera popolazione, abituata da sempre al buio, che era possibile vivere con la luce. Un’impresa incredibile. Impossibile da prevedere allora, impensabile non averla oggi. Ci auguriamo che non si debba aspettare ancora un altro secolo affinché chi decide apra gli occhi e capisca l’importanza del suo pensiero. Grazie prof.
(da TPI)
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Settembre 12th, 2023 Riccardo Fucile
LA VITTIMA E’ LA GIORNALISTA SPAGNOLA ISABEL BALADO… LA MINISTRA IRENE MONTERO: “FINO A IERI QUALCUNO PENSAVA CHE FOSSE NORMALE UN ATTO DEL GENERE? SAPPIA CHE ORA E’ FINITA! E’ IL GRIDO DEL NOSTRO PAESE”
Martedì 12 settembre la polizia spagnola ha arrestato un uomo per
aver toccato il sedere a una giornalista galiziana, Isabel Balado, durante un collegamento per il programma televisivo “En boca de todos”. È stato quindi Nacho Abad, il presentatore della trasmissione, a chiamare immediatamente gli agenti per risolvere la situazione.
Come si vede dai video della trasmissione, diffusi sui social network, il giovane si è rivolto alla giornalista, le ha toccato il sedere chiedendole per quale canale televisivo lavorasse ed è rimasto al suo fianco mentre la donna continuava il suo lavoro.
Il primo a reagire all’aggressione è stato il presentatore che davanti alla telecamera ha detto alla giornalista: “Stai facendo il tuo lavoro come hai sempre fatto e arriva un imbecille che ti tocca il sedere senza alcun diritto. Onestamente, la cosa mi fa infuriare”.
Dopodiché è stata la stessa vittima a rimproverare l’aggressore: “Per quanto ancora vuoi chiedermi per quale trasmissione sto lavorando? Dovevi davvero toccarmi il sedere? Sto facendo un intervento in diretta, sto lavorando”. “Ti ho toccato il sedere? Scusami, non volevo toccarti”, ha risposto il giovane e poco dopo ha dato una carezza sulla testa della giornalista e si è allontanato.
Le immagini che mostrano la molestia sessuale sono diventate però subito virali sui social network e diverse persone hanno mostrato il loro sostegno alla giornalista, sia tra i colleghi della donna che nel panorama politico. La ministra delle Pari Opportunità, Irene Montero, ha ricordato su Twitter che toccare qualcuno senza consenso è violenza sessuale: “Ciò che fino ad ora era ‘normale’ non lo è più. “È finita” è il grido del nostro Paese per garantire il diritto alla libertà sessuale di tutte le donne. Tutto il mio appoggio a Isabela Balado. Solo “sì” significa “sì””, ha scritto.
“L’impunità con cui agiscono gli aggressori, anche in televisione o mentre il mondo intero guarda la finale di un Mondiale con i nostri corpi a disposizione, deve finire”, ha scritto invece la segretaria di Stato per l’uguaglianza e contro la violenza di genere, Angela Rodriguez .
Anche i colleghi di Balado hanno reso nota la loro indignazione: “Lavori, vivi, viene un uomo e ti tocca il sedere. Si concentrano su questo. “Non volevo toccarti il sedere”, dice. Se ne va toccandole la testa con condiscendenza, come se nulla fosse successo. È così ogni giorno, molti giorni”, ha commentato la giornalista Isabel Valdés.
Come già detto, l’uomo è stato prontamente identificato dalle forze dell’ordine e arrestato.
(da Fanpage)
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Settembre 12th, 2023 Riccardo Fucile
“È A METÀ TRA ‘GOMORRA’ E ‘PINOCCHIO’. HO ORIENTATO LA CINEPRESA DALL’AFRICA VERSO L’EUROPA, VOLEVO FARE UN CONTROCAMPO”…“HO TROVATO GLI ATTORI A DAKAR. NON HANNO MAI LETTO LA SCENEGGIATURA, LI LASCIAVO SCOPRIRE OGNI GIORNO QUELLO CHE SAREBBE SUCCESSO”
Tre anni, due mesi in Senegal e la determinazione a fare un film il più possibile «partecipato e contaminato», per non rischiare di appropriarsi di un’altra cultura. Ci è voluto tutto questo a Matteo Garrone per firmare “Io Capitano”, odissea e viaggio di formazione di due ragazzi senegalesi con il sogno di arrivare in Europa per migliorare le proprie esistenze.
Si colloca nella filmografia di Garrone in una posizione ben precisa: “A metà tra Gomorra e Pinocchio”
Qual era l’intenzione alla base del film?
«Volevo raccontare un controcampo. Io volevo provare a raccontare tutto quello che c’è prima e che noi non conosciamo. E volevo farlo direttamente dalla loro angolazione e dal loro punto di vista, orientando quindi la cinepresa dall’Africa verso l’Europa».
Quanto lavoro di ricerca ci è voluto?
«Anni, di ricerca ma anche di condivisione. Quando racconto una cultura che non è la mia preferisco girare un film assieme alle persone che racconto».
Lo fece già con Gomorra.
«Sì, cercavo di mimetizzarmi facendo lavorare anche persone del posto. Per questo film è stato fondamentale avere, sia in fase di sceneggiatura sia durante le riprese, l’aiuto e la testimonianza di ragazzi africani che avevano davvero compiuto quel viaggio. Io sono solo un tramite, ho messo a disposizione le mie competenze per dare voce a chi non ce l’ha, ai ragazzi che hanno attraversato il deserto, i campi di detenzione in Libia, il mare. Era fondamentale che nel film ogni fotogramma fosse autentico, senza di loro sarebbe stato impossibile».
Come ha scelto i due protagonisti Seydou Sarr e Moustapha Fall?
«Ho fatto un casting in Senegal, nella periferia di Dakar. Uno faceva teatro, ha fatto il provino e mi ha colpito, l’altro ha la mamma che era un’attrice amatoriale e gli ha trasmesso la passione».
Come comunicavate?
«Con l’interprete, loro parlano wolof. Capiscono un po’ il francese, il che ci ha aiutato quando raccontavo loro giorno per giorno come sarebbe andata la storia. Non hanno mai letto la sceneggiatura, li lasciavo scoprire ogni giorno quello che sarebbe successo nella loro avventura. Capivano il sentimento della scena del giorno, trovando parole loro o appoggiandosi alla sceneggiatura».
Che idea si è fatto di questo viaggio dall’Africa all’Europa?
«È un pezzo di storia contemporanea. Il dibattito politico di destra o di sinistra non mi interessa, credo sia sempre giusto salvare vite in mare perché è un principio fondamentale universale. Mentre stiamo parlando c’è qualcuno che sta in mare, o attraversa il deserto in Libia. Per rispetto loro, e di chi non ce l’ha fatta, trovavo necessario essere estremamente attento alla messa in scena, senza cadere in nessun tipo di auto-compiacimento».
Perché partire dalla storia di due ragazzi che rincorrono un sogno e non da tutti coloro che fuggono da guerre, torture e partono per necessità?
«Dai racconti dei ragazzi conosciuti in Senegal e in Marocco che hanno vissuto l’esperienza del viaggio mi sono accorto che è vero che c’è chi fugge da guerre e disperazione, ma è anche vero che questo tipo di migrazione si svolge più dentro l’Africa.
Se ne parla meno, ma l’Africa conta 54 Stati, quando sei disperato e non hai nulla è più facile raggiungere un Paese vicino. Poi il 70% della popolazione in Africa è giovane, a differenza nostra, e i giovani hanno sogni, desideri, voglia di conoscere il mondo».
Un mondo che vedono attraverso i social.
«La globalizzazione lì è arrivata forte come da noi, hanno una finestra costante sull’Occidente ed è normale e umano per loro desiderare di partire per un futuro migliore, per poter realizzare i loro sogni e aiutare le famiglie. Non sanno spiegarsi perché i loro coetanei possono venire in vacanza in Africa serenamente in aereo mentre loro devono rischiare la vita per raggiungere l’Europa. Un quesito legittimo che tocca un tema etico di giustizia a cui è difficile dare una risposta».
I centri di detenzione, la mafia libica, le scene di tortura. Come si è regolato per girarle?
«Ci sono diversi video che raccontano le morti nelle prigioni e nei deserti in Libia, quindi c’è stata tanta documentazione e in più con me c’erano i ragazzi che avevano davvero subito delle torture in Libia e mi aiutavano a ricostruire quel mondo, quell’orrore, con attenzione anche a dettagli e particolari che fanno la differenza».
Ripercorrere certe esperienze non deve essere stato semplice per loro.
«Rivivevano i fantasmi del passato con reazioni inaspettate anche per me: mi ha colpito profondamente l’enorme generosità di tutti. Anche durante le riprese, nel partecipare a scene pericolose con la jeep che saltava letteralmente nel deserto. Sentivo quanto per loro fosse importante testimoniare attraverso il film quella che era stata la loro odissea, che non sempre viene creduta».
«Ci volete far morire in mezzo al mare», grida il protagonista, mentre la guardia costiera italiana si rifiuta di soccorrerli.
«La guardia costiera non interviene perché le acque sono di competenza libica. L’indifferenza non è solo dell’Occidente, i libici sono i primi a specularci: tolgono a chi vuole partire tutto quello che hanno, come mostra il film, senza curarsi minimamente della loro sorte».
Perché ha scelto di non raccontare lo sbarco, i Centri di permanenza temporanea, il rapporto con gli italiani?
«Perché quello è un altro capitolo, io volevo raccontare solo il viaggio, gli sbarchi a Lampedusa visivamente sono raccontati molto più del viaggio in sé».
Ritiene che il suo sia un cinema politico?
«Nella misura in cui prova a mostrare le cose da un’altra angolazione. Resto dell’idea che “come” racconti una storia sia la cosa più importante. Nel raccontare le torture il Libia o i morti nel deserto non contano le informazioni – do per scontato che siano cose che il pubblico sappia già – ma come vengono raccontati quei mondi e quei personaggi, come si dà vita alla loro storia.
Io ho cercato di fare un film che fosse insieme un viaggio di formazione, una storia epica, un’odissea contemporanea e un film accessibile ai giovani. Mi piacerebbe portarlo ne le scuole italiane, ma spero anche che possa aiutare a far vedere ai giovani africani i peri- coli concreti a cui vanno incontro. Mi auguro sia anche utile qui in Occidente per sensibilizzare i giovani, e i meno giovani, e far capire più a fondo quanti privilegi abbiamo noi stando “di qua”».
(da agenzie)
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