Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
“YOU’IL NEVER WALK ALONE” DIVENTA UN INNO PER LA PALESTINA
I colori rosso, nero, bianco verde, hanno dominato le tribune del Celtic
Park nella terza partita del girone dei gironi Champions League, la sfida tra Celtic e Atletico Madrid.
Le bandiere della Palestina sono state distribuite all’esterno dello stadio ai tifosi, che le hanno poi sventolate a migliaia nei minuti precedenti l’inizio del match.
Ma non solo, alcune centinaia di supporter si sono coordinati e hanno indossato dei copri-pioggia colorati a formare una grande bandiera palestinese umana, e un’altra di stoffa di notevoli dimensioni è stata notata anche dai cronisti della Bbc, mentre veniva srotolata nel settore della Green Brigade.
Come ulteriore gesto a sostegno della popolazione della Striscia di Gaza, i tifosi scozzesi hanno intonato il loro inno You’ll Never Walk Alone in una versione rivisitata e dedicata esplicitamente alla Palestina.
(da Open)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
“AI FESTINI CON LA COCA LA MAGGIOR PARTE ERANO POLIZIOTTI E CARABINIERI, UNA VOLTA HO VISTO ANCHE IL LEGHISTA PIANA, C’ERA ANCHE UN ASSESSORE”
Una delle escort coinvolte nel caso dei festini a base di cocaina a Genova ha provato a vendere uno dei video a La Verità. L’inchiesta della procura di Genova pone sotto la lente l’imprenditore Alessandro Cristilli e l’albergatore Christian Rosolani. Entrambi sono finiti agli arresti con le accuse di sfruttamento della prostituzione e spaccio. Mentre il vicepresidente della giunta regionale Alessandro Piana è finito sulla graticola perché avrebbe partecipato a uno degli happening (lui ha smentito). La trattativa, spiega oggi il quotidiano, è stata lunga ed è improvvisamente naufragata. Ma dopo qualche giorno la stessa escort ha fatto sapere di aver venduto ad altri sia le sue memorie che i filmati.
Il caso e i filmati
La vicenda comincia il 12 ottobre. La prostituta si presenta all’hotel Shangri La di Roma con il compagno imprenditore. Sostiene di sapere tutto della vicenda e in effetti è citata nell’ordinanza che ha portato in carcere Rosolani e Cristilli. «Ho tanto da raccontare. Ma mi deve garantire l’anonimato», dice all’inizio. «Sono entrata in rapporti intimi con diversi personaggi. Mi dica cosa mi offre. Io mi sono assunta le mie responsabilità, sono stata schedata come prostituta. Adesso un amico poliziotto mi ha convinta: “Tu le cose le sai, vai e vedi cosa ti offrono”». Dice di aver subito un interrogatorio e che nell’occasione ha riconosciuto due agenti presenti come suoi clienti. «Quando l’ho dichiarato, chi mi stava facendo le domande ha detto al collega: “Chiudi il pc, il verbale termina qui”. E allora io ho ribattuto: “Ma così non vale”».
La clientela
Secondo la prostituta la maggior parte della sua clientela erano poliziotti, finanzieri e carabinieri. Poi parla dei video: «Io ho delle immagini fooorti, ma non tanto a livello sessuale. Forti per il personaggio che si vede e per la droga. Ci sono belle scene». Ma non è Piana: «No, ma io facevo ‘sti video quasi per caso e gli altri si raccomandavano: “Non li pubblicare mai!». Prosegue: «Piana l’ho visto una sola volta. La data della festa non me la ricordo. Con lui non ho fatto sesso. Ma c’era, anche se non ho le prove, né un messaggio, né un video». E riguardo la cocaina, la escort conferma: «A quelle feste si andava solo per quello».
Poi parla di un suo cliente: «C’è un personaggio di cui non mi viene in mente il nome, un personaggio di quel genere, forse un assessore. È stato con me nella casa di appuntamento e a delle feste. Un giorno, lavoravo in un bar della Foce, me lo sono trovata davanti con la moglie intento a fare colazione. Quando mi ha vista è diventato verde».
I filmati
Nei filmati «ci sono io che vesto da donna *** (uno dei personaggi citati nell’inchiesta, ndr). Era la sua passione. Aveva perso una penitenza e gli ho messo le calze a rete, il rossetto. Era seduto sul gabinetto con un collare. Gli dicevo: “Fai il mio cane “. Se lo faccio pubblicare gli rovino la carriera». E poi «alcuni invitati che pippano, le penitenze…». E il sesso? «Mi creda, ben poco, roba da ragazzini drogati… gente nuda con le calze a rete. Facevano questi giochetti, queste partite a biliardo, uomini contro donne. Una sana tr… non se la faceva nessuno». Tutte le volte che andava le davano mille euro
(da Open)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
ANCHE FORZA ITALIA LO SCARICA: NON E’ IN QUOTA NOSTRA, LO HA VOLUTO LA MELONI
Per dire quanto si vogliono bene, Gennaro Sangiuliano e Vittorio Sgarbi,
basti ricordare che nel totogoverno di ottobre il critico d’arte pressò a più riprese il Cavaliere, pur di arrivare a capo del Collegio Romano. “Volevo fare il ministro della Cultura. Volevo un placet di Berlusconi, ma lui ha in mente solo la Ronzulli”, si lamentò poi Sgarbi.
Al suo posto trovò Gennaro Sangiuliano. Che aveva il placet di Giorgia Meloni. Così fu che il critico d’arte dovette acconciarsi a fare il cadetto. E’ l’inizio di una convivenza movimentata.
A Sgarbi, il neoministro dà deleghe pesanti – a partire dai musei e dai parchi archeologici, e poi l’arte contemporanea e la sicurezza – e uno staff consistente, di otto persone. Ma lo obbliga a riferire ogni iniziativa. “Il Sottosegretario di Stato, prof. Vittorio Sgarbi informa il Ministro in ordine alle attività svolte in ragione delle funzioni delegate”. Raccomandazione non rispettata, evidentemente. Tra i due inizia una fitta corrispondenza di amorosi sensi.
Così quando Sgarbi, forse pensando di interpretare il sangiulianesimo con una tirata a favore dei direttori italiani, mette al bando i direttori stranieri. “Adesso se ne vanno. Siamo arrivati noi e se ne vanno loro”, dice. Pochi minuti e Sangiuliano lo stoppa. “Gli stranieri non vanno discriminati. Se sono bravi devono poter lavorare da noi”.
Oppure quando Sgarbi, novello sottosegretario, vorrebbe l’amico Morgan a capo di un dipartimento della musica. Il ministro: “Non so se Morgan ha i titoli”. Sgarbi lancia i musei gratis. E Sangiuliano: “Sono assolutamente contrario”. Deng, deng, deng.
A giugno il caso più noto, quello del turpiloquio al Maxxi. Fatti noti: Sgarbi e Morgan sul palco, ospiti di Alessandro Giuli, show con battute da bar, offensive al punto che le dipendenti scrivono una lettera di protesta. Sangiuliano lo sconfessa pubblicamente. “Sono da sempre e categoricamente lontano da manifestazioni sessiste e dal turpiloquio”, scrive a sua volta.
Nulla a che vedere col muro contro muro di queste ore. Il Fatto Quotidiano scrive che Sgarbi avrebbe incassato per varie consulenze 300mila euro in nove mesi, fatturate da due società gestite dal portavoce e dalla compagna. Lui smentisce, con una nota dettagliata. Ma quel che più conta è che Sangiuliano si è già mosso per mettere in mora il sottosegretario. Il ministro, in un colloquio col Fatto, taglia i ponti. Si dice “indignato, mai avrei pensato che Sgarbi si facesse pagare per queste cose”.
Annuncia di aver mandato le carte all’Antitrust, che ha aperto un dossier. E di aver segnalato i fatti a Giorgia Meloni, che ha nominato Sgarbi. “Deve essere lei a intervenire”. Quanto a lui, Sangiuliano mette in chiaro: “Non l’ho voluto io, lo tengo a debita distanza, mi tocca rimediare ai guai che fa in giro. Lo vedo una volta ogni tre mesi, perché voglio averci a che fare il meno possibile”.
Il sottosegretario prova a edulcorare. Ai giornalisti racconta che l’intervista di Sangiuliano “e’ un falso, che sono generiche parole di circostanza tradotte in un’intervista”. Altro che j’accuse del ministro, Sangiuliano con lui è stato “straordinariamente affettuoso”. A Bologna, dov’è in visita ispettiva alla torre Garisenda, dopo il terremoto in Emilia, Sgarbi rassicura sulla torre – nessun danno – e sul suo destino: “Ho sentito Sangiuliano 12 ore fa, e mi ha fatto venire a Bologna dimostrando un affetto straordinario. E’ tutto falso”, dice, e mostra anche un biglietto ricevuto dal ministro.
Molto meno affettuosamente il titolare dei Beni culturali pochi minuti dopo lo smentisce ancora una volta su tutta la linea. “Non ho scritto a Sgarbi nulla. Non l’ho sentito al telefono. La nostra ultima telefonata è anteriore ai fatti raccontati dal Fatto”, dice.
Punto e a capo. Mentre Sgarbi ispeziona con l’aiuto del drone la Torre Garisenda, in Parlamento il M5s presenta una mozione di sfiducia e il Pd chiede a Sangiuliano di riferire in aula e di sospendere le deleghe al sottosegretario. Tecnicamente lui deve rassegnare le dimissioni nelle mani del presidente del consiglio, non in Parlamento. Ma le aule possono impegnare il governo a revocare il mandato. Una possibilità non remota. Al momento, nessuno sembra prendere a cuore la causa del sottosegretario.
Alla buvette del Senato Antonio Tajani strabuzza gli occhi: “Oddio e mo’ che ha fatto Sgarbi?”. Anche un uomo abituato alle mediazioni come il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani, di Fdi, svicola: “Non mi occupo di cultura, sono un uomo terra terra”, scherza.
Il capodelegazione di Fdi Francesco Lollobrigida se ne farebbe una ragione. “E’ un sottosegretario solo. Ce ne sono in tutto 65”.
Sgarbi sebbene non nominato in quota Berlusconi, potrebbe diventare la pietra di scambio nello scontro tra Forza Italia e Fratelli d’Italia. Lui a scanso di equivoci tiene a chiarire che non c’è “nessuna possibilità che si dimetta”. Vuole passare per il voto dell’aula. E a chi gli ricorda che nel caso delle consulenze è implicata anche la compagna, Sabrina Colle, fa un riferimento al caso Giambruno. “Il rapporto che c’è tra una cosa che riguarda una persona e quello che riguarda un’altra, è quello che il premier ha dimostrato sul suo compagno. Io non rispondo per Sabrina Colle”, dice.
Giorgia Meloni fa sapere di aver preso in mano il dossier “per approfondirlo”. Poi valuterà. Il duello Sangiuliano-Sgarbi è al primo atto. Se le opposizioni attaccano, Forza Italia non si straccia le vesti.
Il partito di Berlusconi non vuole politicizzare il caso. Come fece Sgarbi dopo il Maxxi, quando cominciarono a circolare voci su sue possibili dimissioni: “Sarebbe un atto fascista. Il ministero dovrebbe chiudere le porte per sempre”, disse. Oggi tra gli azzurri circola una valutazione diversa: “Sgarbi è Sgarbi. Non può essere incasellato. A onore del vero, non è al governo in quota Forza Italia ma per volere di Meloni”.
Più precisamente, Sgarbi è il leader di un partito meteora ma perfettamente in linea con l’incarico di sottosegretario: Rinascimento italiano. In virtù di questa leadership è entrato in maggioranza nel raggruppamento che fa capo a Maurizio Lupi, Noi moderati. In seno ai moderati potrebbe nascere una soluzione che eviti le dimissioni. Quando Lupi era al ministero delle Infrastrutture ebbe come sottosegretario Vincenzo De Luca, sottosegretario ma senza deleghe, perché il Pd era contrario a concederle.
Ora quel modello potrebbe essere rispolverato per Vittorio Sgarbi. Ma sono puntualizzazioni al limite della perversione. Deciderà Giorgia Meloni. In Transatlantico, a sera, il ministro Gennaro Sangiuliano sembra deciso ad andare avanti. “Io Sgarbi non l’ho chiamato e non gli ho scritto neanche un biglietto”, conferma. Ma allora come finisce? “Datemi qualche giorno e vedrete. E ora parliamo di Immanuel Kant e della critica della ragion pura…”. Ogni riferimento a Sgarbi è del tutto casuale.
(da Huffingtonpost)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
“VERGOGNOSO, MENO MALE CHE DOVEVI AIUTARE MADRI E FAMIGLIE”
Un coro di dissenso su Facebook: «Sono questi gli incentivi per chi ha figli?». L’Adiconsum: «Siamo alle comiche». Adoc: «Brutta notizia per un Paese in cui la natalità è un grave problema per il futuro»
Ma come? Sono una donna… sono una madre e poi aumenta l’iva sui prodotti per l’infanzia e gli assorbenti? Se è uno scherzo, è di cattivo gusto. Vergogna!».
È solo uno dei migliaia di commenti piovuti, anzi tuonati sui social dopo l’annuncio del governo Meloni di aumentare dal 5 al 10% l’iva su latte in polvere e preparazioni per l’alimentazione di bimbi, per assorbenti, tamponi e coppette mestruali.
Il coro di protesta è di tantissime donne e mamme italiane che in queste ore hanno sfogato la loro rabbia soprattutto su Facebook e X, increduli sull’incongruenza dei proclami della presidente Giorgia Meloni e delle decisioni assunte sui beni ritenuti da tanti «di prima necessità».
«Solo bugie», scrive una giovane donna, a cui fa da coro il parere di fuoco di un’altra utente di Facebook, che scrive «È così che voleva aiutare le famiglie e la crescita della natalità».
Il tema è proprio questo. «Una manovra fiscale che penalizza chi ha deciso di mettere sù famiglia è una manovra miope, anzi contraria all’invito a crearla o ampliarla una famiglia», scrive una giovane mamma emiliana. «È un governo in caduta libera», rincara la dose invece un papà.
C’è poi chi cerca di smorzare i toni, ricordando che il governo nella manovra ha fatto anche cose buone, ma è un coro dalla voce fine: questa retromarcia ha unito molte associazioni di categoria. Non solo di mamme, ma anche di papà e genitori separati, i single che da questa manovra speravano un alleggerimento, vista l’inflazione galoppante.
Tra queste l’associazione «Tocca a noi», che sul tema degli sgravi in questi anni ha fatto tour di sensibilizzazione che ora si vanifica con un raddoppio di Iva inaspettato.
«Ma questo non era il governo che parla di natalità, di necessità di fare figli? Con quali misure pensano di incentivare le nascite? Eppure durante la campagna elettorale per le politiche del 2022, nel programma elettorale la destra aveva inserito la “riduzione dell’aliquota IVA sui prodotti e servizi per l’infanzia”», fanno notare su Facebook gruppi di genitori con bimbi piccoli.
«Si tratta di scelte di civiltà, ma forse questo esecutivo guidato proprio da una donna è impegnato nel rendere più difficile e complicata la vita delle donne e delle famiglie».
Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, esprime così il suo dissenso su tutta la linea. «Con l’aumento di Iva sui prodotti dell’infanzia e la tampon tax, siamo alle comiche. Al di là del fatto che il provvedimento è stato un flop, visto che i commercianti non hanno traslato la riduzione dell’Iva sul prezzo finale, è chiaro che ora invece il rialzo dell’Iva farà aumentare i prezzi».
La presidente di Adoc nazionale, Anna Rea: «Una brutta notizia per un Paese in cui la natalità è un grave problema per il futuro. In un quadro economico per le famiglie già disastrato dal caro vita, crescere i figli costa: solo per l’acquisto dei pannolini, le famiglie spendono mediamente in un anno 726 euro l’anno a figlio. Per gli alimenti per bambini si sono registrati nel corso del 2023 aumenti del 15,2%. Occorre calmierare tutti i prezzi dei prodotti per l’infanzia e la cura monitorando a livello territoriale con le strutture che noi stessi consumatori abbiamo proposto da tempo e dotando di potere di intervento il Garante dei prezzi», conclude.
(da La Stampa)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
IL PONTEFICE RANDELLA ANCHE “QUEI GIOVANI PRETI CHE CERCANO ABITI RELIGIOSI CON I PIZZI”
«La Chiesa non è un supermercato» dice Papa Francesco in un
intervento in spagnolo durante la diciottesima Congregazione generale del Sinodo dei vescovi. Un monito che arriva proprio nel giorno in cui un sacerdote è stato arrestato per estorsione a Siracusa, dopo che avrebbe imposto una tariffa di 100 euro per celebrare i funerali nella sua parrocchia. È frequente che in diverse parrocchie italiane vengano chieste “offerte” in occasione di matrimoni e battesimi, ad esempio.
Un fenomeno che Papa Francesco condanna: «È doloroso trovare in alcuni uffici parrocchiali “l’elenco dei prezzi” dei servizi sacramentali come in un supermercato. O la Chiesa è il popolo fedele di Dio in cammino, santo e peccatore, o finisce per essere un’azienda di servizi vari, e quando gli agenti pastorali prendono questa seconda strada, la Chiesa diventa il supermercato della salvezza e i sacerdoti semplici dipendenti di una multinazionale».
Bergoglio ha poi criticato anche quei «giovani preti» che può capitare di vedere nelle sartorie ecclesiastiche «che si provano abiti talari e cappelli o camici e rocchetti con pizzi».
Il Papa ha commentato con amarezza: «Basta, questo è veramente uno scandalo. Il clericalismo è una frusta, è un flagello, una forma di mondanità che sporca e danneggia il volto della sposa del Signore, schiavizza il santo popolo fedele di Dio».
(da Open)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
LA PATACCA MELONIANA: LA NORMA PREVEDE CHE, INVECE DI PAGARE, GLI ISTITUTI POSSANO ACCANTONARE A RISERVA, UNA STRADA GIA’ INTRAPRESA DA INTESA SANPAOLO E UNICREDIT
La tassa sugli extraprofitti delle banche rischia di avere un effetto boomerang sulle casse dello Stato. A dirlo è Unimpresa sula scia delle decisioni già prese dai due principali istituti di credito italiani, Intesa SanPaolo e Unicredit.
Nel suo percorso di conversione in legge il decreto Asset del governo Meloni è stato modificato, dando alle banche la possibilità di scegliere se versare allo Stato la tassa – una parte della differenza del margine di interesse maturato nel 2023 rispetto al 2021, fino a un importo massimo dello 0,26 calcolato sugli attivi, escludendo però i titoli di Stato – o destinare un importo pari a due volte e mezzo il suo valore per rafforzare il proprio patrimonio.
Un’opzione che, come si diceva, Unicredit e Intesa SanPaolo hanno già comunicato di voler perseguire. E se, come prevede Unimpresa, tutti o quasi gli istituti italiani dovessero seguirli, per lo Stato si tradurrebbe in una soluzione a «gettito zero».
Un bel problema, considerato che le previsioni di entrate erano pari a 3 miliardi e 248 milioni di euro. «Appare scontato un risultato insoddisfacente per il governo, dunque beffato», scrivono i rappresentanti delle imprese dopo una valutazione del loro Centro studi, «la decisione del primo e del secondo gruppo bancario del Paese, Intesa Sanpaolo e Unicredit, che ieri e oggi hanno annunciato di non voler pagare l’imposta, preferendo accantonare a riserva, come previsto dalla legge, un importo pari a 2,5 volte il teorico prelievo fiscale, spiana la strada a un comportamento che, salvo poche eccezioni, dovrebbe essere seguito dalla quasi totalità del settore bancario italiano». Una scelta tanto più necessaria per le banche quotate sui listini di Borsa, poiché il versamento dell’onere fiscale comporterebbe, per gli amministratori societari, rischi legali per potenziali ricorsi da parte degli azionisti.
L’accantonamento non favorisce i prestiti
Per questo, secondo Unimpresa, «siamo di fronte a una norma sostanzialmente neutrale sul piano fiscale, che non avrà alcun impatto tangibile sui bilanci bancari e sulle finanze pubbliche». La possibilità per le banche di accantonare a riserva invece d versare allo Stato non può essere spiegata con le motivazioni addotte dell’esecutivo. «Secondo quanto spiegato dal governo, le modifiche introdotte al decreto in sede di conversione hanno l’obiettivo di accrescere l’offerta di prestiti alle imprese e alle famiglie», segnala il consigliere nazionale di Unimpresa, Manlio La Duca, «tuttavia, l’attuale restrizione del credito non è legata tanto agli attuali livelli dei coefficienti patrimoniali, quanto all’aumento del costo del denaro che ha cagionato un incremento dei tassi d’interesse e, più in generale, un brusco peggioramento delle condizioni di accesso ai finanziamenti bancari». Il governo aveva stimato un gettito di oltre 3 miliardi, calcolando che l’attivo ponderato al rischio – Rwa – fosse intorno al 38% dell’attivo complessivo, ovvero un importo pari a 1.249 miliardi, di cui lo 0,26% – l’importo massimo fissato dal decreto – equivale a 3 miliardi e 248 milioni. Una cifra che, stando alle imprese, rischia di non essere neanche lontanamente avvicinata se, come previsto, altri istituti di credito dovessero seguire le decisioni già prese dai due colossi bancari.
(da Open)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
“VUOI VEDERE CHE DIETRO GIAMBRUNO C’E’ GIAMBRUNO?” IRONIZZANO I DUE CONDUTTORI DEL TG SATIRICO
A Striscia la notizia non hanno resistito alla tentazione di tornare sul
caso di Andrea Giambruno ancora una volta.
Dopo i fuorionda diffusi dal tg satirico, la vicenda dell’ex compagno di Giorgia Meloni viene di nuovo affrontata ad inizio di puntata. Stavolta i conduttori Sergio Friscia e Roberto Lipari scherzano sui possibili motivi dietro l’esplosione del caso e la decisione presa da Mediaset di non far comparire più in video il giornalista: «Lo avrete saputo – dice Friscia – per dovere di cronaca ne parliamo: Andrea Giambruno non presenterà più Diario del giorno, ma lavorerà dietro le quinte».
Lipari quindi lo incalza: «Ma come? Proprio ora che poteva fare una puntata sulla Finanziaria, sull’Iva, su quota 104?».
Friscia risponde: «Vuoi vedere che il caso lo ha fatto scoppiare lui per evitare di parlare male del governo?».
Il collega aggiunge, accennando alle polemiche su presunti complotti e dossieraggio di Mediaset e di Antonio Ricci per attaccare la premier e il governo: «Vuoi vedere che dietro Giambruno c’è Giambruno? E anche davanti, e in mezzo, un threesome», citando alcune delle battute fatte proprio da Giambruno davanti ad alcune colleghe e riprese negli ormai famosi fuorionda.
Friscia quindi conclude: «C’erano delle cose che non andavano, perché la Meloni lo portava allo spettacolo di Pio e Amedeo, lo portava allo spettacolo di Pino Insegno, ma al Consiglio dei ministri dove si ride da morire non lo portava mai».
(da Open)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
DIETRO ALLE POSIZIONI DELLA PREMIER C’È IL PENSIERO DI GUSTAVE THIBON, CHE SOSTIENE LA FAMIGLIA ANTIMODERNA, PATRIARCALE, CON LA DONNA NEL RUOLO DI MOGLIE E MADRE
Dopo la trasmissione a “Striscia la notizia” dei fuori onda sessisti e boccacceschi di Andrea Giambruno, Giorgia Meloni e il suo ormai ex compagno ci appaiono come i protagonisti di un dramma tanto triste quanto frequente. Nella crisi del loro rapporto sono diventati simili a milioni di connazionali che hanno dovuto affrontare tradimenti, separazioni e divorzi.
In Italia le coppie che convolano a nozze diminuiscono costantemente (nemmeno Giorgia e Andrea si sono sposati e pure la mamma di Giorgia si separò), in Europa la Penisola è maglia nera dei matrimoni e i divorzi sono in crescita. Ma l’idea di far parte della nutrita truppa di italiani che manda all’aria la famiglia tradizionale, la premier non l’ha accettata.
E subito dopo i fuori onda di Antonio Ricci ha preferito denunciare l’esistenza di oscure trame per indebolire non solo lei ma anche il suo governo.
Sostiene la leader di Fratelli d’Italia che la famiglia, contro cui la sinistra complotterebbe, è sempre e comunque sacra: «La destra che ho in mente deve ripartire dalla famiglia, cellula vitale della società… è il luogo attraverso cui le generazioni si tramandano i vincoli, la storia. La disgregazione della famiglia non può che portare quella di una società nel suo complesso».
Cosa c’è all’origine di principi così forti? C’è il pensiero di Gustave Thibon: il filosofo-maestro di Giorgia, poco conosciuto, in questi ultimi anni è stato il gran regista che ha influenzato le scelte di Meloni in tema di rinascita della famiglia da foto-ritratto d’antan.
Il saggista, scomparso nel 2001, che fu sostenitore del regime di Pétain, si è schierato contro l’aborto, l’eutanasia, la manipolazione dell’identità sessuale, l’ideologia gender. È il teorico della famiglia come architrave della stabilità culturale e politica.
Per modellare il nuovo Stato populista e sovranista Meloni si è rifatta all’educazione dei giovani elaborata dal pensatore tanto amato. Il mondo è in declino, le baby gang compiono devastazioni, i giovani sono cinici? Questo avviene «perché i ragazzi non sono legati alla patria e alla famiglia», spiega Meloni nel libro-intervista «La versione di Giorgia», riferendosi al filosofo francese.
I ragazzi si presentano come «individui separati, avidi ed egoisti»? Il nuovo mondo sovranista «sarà costituito da persone in cui famiglie e nazioni sono sane e forti e da soggetti collettivi coesi, generosi, consapevoli e aperti».
Solo facendo della famiglia il centro della propria vita si possono rendere uomini e donne «pronti a inserirsi in un contesto globale più ampio». L’attaccamento alla famiglia e alla patria può «affrancare da cinismo e da egoismo» e il patriottismo familistico “buono” è epurato dagli elementi tossici che fecero del patriottismo novecentesco la fonte di tanti proclami guerrafondai.
La famiglia antimoderna, patriarcale, con la donna nel ruolo di moglie e madre, è per Meloni persino un baluardo contro l’immigrazione e la “sostituzione etnica”. Pure avendo questa concezione “alta” della famiglia, il presidente del Consiglio ha però visto il suo nucleo familiare fare una brutta fine, come molti altri analoghi legami.
Ma invece di chiedersi, sulla base della sua personale e recente esperienza, se non avesse sopravvalutato la capacità della famiglia tradizionale di contrastare quasi tutti i mali, incluse le sue strutturali fragilità, ancora una volta discetta di complotto.
«Famiglia, sesso biologico, appartenenza nazionale, fede religiosa, ogni ambito identitario è diventato velocemente e improvvisamente un problema», osserva Meloni per difendere Francesco Lollobrigida, il cognato nonché ministro che aveva additato il rischio di “sostituzione etnica”.
È la strada che Meloni non abbandona mai, anche quando per lei sta arrivando il momento della separazione: il 13 settembre, con il premier ungherese Orbàn, si effonde sulla famiglia come tutela del mondo occidentale: «Difendere le famiglie significa difendere l’identità, difendere Dio e tutte le cose che hanno costruito la nostra civiltà». A maggio, davanti al Papa, ha detto che parlare «di natalità, maternità e famiglia a volte sembra quasi un atto rivoluzionario».
La crisi che Meloni ha voluto ignorare ora irrompe prepotente, attraverso vicende personali, nella politica.
(da La Stampa)
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Ottobre 26th, 2023 Riccardo Fucile
LA PARLAMENTARE E’ VENUTA DA TIRANA A ROMA PER AFFRONTARE IL TEMA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA
Jorida Tabaku è una parlamentare dell’Albania. Da ieri, 24 ottobre, è in
visita ufficiale in Italia. La deputata, a Tirana, ricopre il ruolo di presidente della commissione per l’Integrazione europea ed è stata audita dall’ufficio di presidenza della commissione Politiche Ue di Palazzo Madama. A darne notizia è il sito ufficiale del Senato, ma anche il profilo Instagram dell’onorevole.
Tra una foto entusiasta del cappuccino bevuto nel centro storico di Roma e un’altra che la inquadra al dialogo con degli onorevoli alla Camera, Tabaku racconta di essere stata all’interno del Senato italiano. Ha discusso delle «prospettive di adesione dell’Albania all’Unione europea» e poi ha assistito a una parte dei lavori dell’Aula. Ed è qui che la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, ha commesso una gaffe, diventata virale sulla pagina satirica Aggiornamenti quotidiani dalla Terza Repubblica.
«C’è ancora l’albanese?», ha detto La Russa, non rendendosi conto che il microfono sul banco della presidenza era aperto. Poi, ricevuta la conferma dai commessi che la politica stava assistendo alla seduta dalla tribuna, ha affermato: «Approfitto per salutare l’onorevole Tabaku, presidente della commissione per l’Integrazione europea del Parlamento albanese che, accompagnata da una delegazione, ci sta facendo visita».
È verosimile immaginare che il presidente del Senato non abbia utilizzato quella sintesi concettuale, «c’è ancora l’albanese», per ragioni razziste.
È altrettanto vero, però, che domandare se un parlamentare di un Paese estero sia presente in Aula, utilizzando la nazionalità per identificarlo e non altre formule più rispettose, pone un tema di sgrammaticatura istituzionale.
Soprattutto se è il presidente del Senato a farlo. Soprattutto se il focus della visita è l’integrazione europea.
(da agenzie)
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