Ottobre 13th, 2024 Riccardo Fucile
RETTORI CONDANNATI, AVVOCATI SOSPESI, DOCENTI NO VAX: ECCO CHI C’È DIETRO IL BUSINESS CHE ATTRAE MIGLIAIA DI STUDENTI ITALIANI
La Svizzera è l’hub preferito degli imprenditori italiani che vogliono allestire università private aperte al mercato nazionale, ma fin qui non sono riusciti ad ottenere l’autorizzazione necessaria a erogare sapere e formazione da parte del ministero dell’Università e della Ricerca.
Il Mur, abbiamo visto, ha girato alle procure competenti undici casi di atenei esercitanti sul nostro territorio senza carte in regole, undici ricostruiti nel 2024. A questi ora si aggiunge, per partire, Unicampus Hetg, azienda con tre soci italiani da noi residenti – a Manduria in provincia di Taranto, a Roma e a Borgo a Mozzano nella Lucchesia – e uno domiciliato a Lugano. La sede di Unicampus Hetg è a Ginevra, questo dal settembre 2023, ed è stata insediata in uno studio legale svizzero diretto da avvocati italiani.
Nella città della Svizzera francese, la società di formazione universitaria – iscritta al registro di commercio cantonale con 20.000 euro di capitale sociale – non possiede alcuna struttura, né uffici, né dipendenti. La segreteria operativa della società a responsabilità limitata si trova a Manduria, nella provincia di Taranto appunto, dove vive e risiede il segretario Giuseppe Dimitri, 43 anni, lui laureato a Lugano. A Manduria vive anche il presidente, e pro rettore, professor Nicola Muscogiuri, ideatore della struttura, già vicesindaco in quota Forza Manduria, vicino alla Lega di Salvini, commissario dell’associazione Noi Centro. In qualità di avvocato, nel 2014 Muscogiuri si è sospeso dal Foro di Milano.
Il Canton Ticino, 350,000 abitanti, nel 2005 ospitava dieci pseudo-università, più due riconosciute. Dopo alcuni interventi della magistratura, che fece emergere le triangolazioni con imprenditori italiani e atenei dell’Est Europa, l’amministrazione cantonale ha deciso di ampliare il catalogo dei termini protetti, sia per quanto riguarda la denominazione degli istituti che per i titoli conferiti. Diverse realtà, così, si sono trasferite a Ginevra e, soprattutto, a Zugo, oggi capitale del sapere comprato.
Per molti ex studenti, ottenuto il diploma di laurea, sono arrivati i problemi. Gennaro Ferrentino, laureato in Scienze economiche con la Univolta di Zugo, si è accorto che nessun’altra università riconosceva il titolo per proseguire gli studi. Era stato dirottato in Svizzera da Cepu. Un altro ex studente toscano, diplomato in Scienze della nutrizione con la Unitelematica Leonardo Da Vinci, è finito sotto inchiesta per abuso della professione di nutrizionista.
Tra gli indagati, anche il rettore dell’ateneo zughese, il Magnifico Torello Lotti. Secondo i Nas italiani, l’Università popolare Scienze della salute e nutrizionale del cuoco Simone Falcini e l’Unitelematica Leonardo da Vinci, registrate in Svizzera, avevano sede reale a Montespertoli, nella città metropolitana di Firenze, e avrebbero rilasciato diplomi e lauree non riconosciute dal ministero dell’Istruzione italiano.
Anche qui, e risaliamo alla sede di Zugo, il Senato accademico è composto da otto italiani che si sono formati in Italia. La Svizzera è un hub, una location dove avviare un’amministrazione, magari fittizia. Gli interessi economici e il mercato degli studenti sono da noi.
(da La Repubblica)
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Ottobre 13th, 2024 Riccardo Fucile
LE ANALISI DEL DNA SU ALCUNI RESTI SEPOLTI NELLA CATTEDRALE DI SIVIGLIA
Possiamo dire addio al vanto di avere un “italiano” quale scopritore delle Americhe? Forse.
Il documentario “Columbus DNA: His True Origin” trasmesso ieri, 12 ottobre, dall’emittente nazionale spagnola RTVE sostiene che Cristoforo Colombo fosse spagnolo ed ebreo.
Ad attestarlo sarebbero alcune analisi del Dna fatte sui resti sepolti nella Cattedrale di Siviglia.
Le analisi
La trasmissione è andata in onda proprio in occasione del Columbus day, ricorrenza che celebra l’arrivo dell’esploratore nel nuovo mondo. Gli esperti, guidati da Miguel Lorente, hanno analizzato alcuni campioni prelevati dai resti conservati nella chiesa dove si presume, ma i ricercatori hanno diversi dubbi in merito, riposi l’esploratore.
Come riporta il Guardian, il team ha confrontato i prelievi con quelli di parenti e discendenti noti. «Oggi è stato possibile verificarlo con le nuove tecnologie, così che la precedente teoria parziale secondo cui i resti di Siviglia appartengono a Cristoforo Colombo è stata definitivamente confermata», aveva dichiarato Lorente giovedì ai giornalisti.
Sulla ricerca della nazionalità le analisi sono state molto complicate per la mole di dati, ma il risultato «è quasi assolutamente affidabile», ha aggiunto Lorente. L’esploratore sarebbe quindi spagnolo ed ebreo. La tesi che fosse nato a Genova nel 1451 sarebbe stata smentita.
(da Open)
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Ottobre 13th, 2024 Riccardo Fucile
IL PIATTO FORTE DELLA SERATA È STATA LA “SINFONIA N. 5” DI SHOSTAKOVIC … VEDERLO SUL PODIO, IN PERFETTA SINTONIA CON I MUSICISTI, È UNO SPETTACOLO NELLO SPETTACOLO
Ci sono serate destinate a rimanere nella storia di un teatro per le emozioni che provocano nel pubblico. Il concerto di Teodor Currentzis con la sua orchestra MusicAeterna, inserito nel cartellone del Festival Verdi, è stato come una specie di ciclone che ha travolto il Regio.
Si sapeva che non sarebbe stato un concerto qualunque. Il direttore greco si è presentato chiudendo teatralmente la partitura della sinfonia della Forza del destino, che era aperta sul leggio, per dare l’attacco all’orchestra, e si è subito intuito da quale elettrizzante vitalità saremmo stati investiti.
Mai sentita questa sinfonia così ben definita nei dettagli e con un finale tanto trascinante
Completavano la prima parte del concerto le Variazioni su un tema rococò di Caikovskij (solista al violoncello la bravissima Miriam Prandi, che ha risposto agli applausi con ben tre fuoriprogramma) mentre la Sinfonia n.5 di Sostakovic rappresentava il piatto forte della serata.
Currentzis è un direttore estremo: i tempi lenti sono a volte molto lenti (ma senza perdere mai l’intensità) e i tempi veloci sono spesso molto veloci (ma mai a scapito della limpidezza e della precisione), così come certi pianissimi risultano al limite dell’udibilità però sempre entro questa soglia e non suonano mai sfocati.
Vederlo sul podio è uno spettacolo nello spettacolo: la sua figura longilinea salta, si piega, si volta di qua e di là, con quelle lunghissime braccia che sembrano affondare nell’orchestra, quasi che volesse suonarla come uno strumento, le mani (dirige senza bacchetta) che comunicano ogni dettaglio, e una mimica facciale varia, a volte ammiccante, altre accigliato, altre ancora imperativo.
I suoi musicisti ne sono chiaramente galvanizzati, al punto da mettere nell’esecuzione un piacere e un impegno che è anche con evidenza fisico. Fra direttore e orchestra c’è un’intesa così assoluta da lasciare sbalorditi. Grande serata, si diceva, e se le Variazioni di Caikovskij sono state delineate nella loro eleganza, la “Quinta” di Sostakovic è emersa in tutta la sua drammaticità, con quel finale falsamente ottimistico che il suo autore definì “un giubilo forzato”. Agli interminabili applausi finali sono seguiti due bis dal balletto Romeo e Giulietta di Prokof’ev. Poi Currentzis ha dovuto prendere per mano il primo violino e trascinarlo via per far capire a tutti che il concerto era finito.
(da La Repubblica)
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Ottobre 13th, 2024 Riccardo Fucile
LA SUA POPOLARITÀ HA ACCESO DIBATTITI POLITICI SUL SENSO DEL GESTO E SULLA RIGIDITÀ E I LIMITI DELLA SOCIETÀ GIAPPONESE, DOVE È DIFFICILE RICEVERE COMPLIMENTI DA AMICI, FAMILIARI E COLLEGHI
C’è un uomo giapponese che, da qualche anno, loda le persone. Lo fa qui e là, per le strade
del paese; si ferma davanti a una stazione, in uno slargo, su un ponte, distende sotto il volto un cartone che recita così: sugoku homemasu , ovvero “Lodo moltissimo”, “Offro lodi sperticate”. A terra, accanto al suo fagotto, poggia un contenitore in cui, chi vuole ricevere il servizio, inserisce a propria discrezione un compenso.
La sua figura è a metà tra il mimo di strada (di cui si dichiara grande ammiratore e a cui pare essersi ispirato nell’ideazione del personaggio) e lo spettacolo di stand-up comedy. Con la sua parlantina accelerata, l’Uomo che loda descrive a raffica tutti gli aspetti eccezionali dell’interlocutore.
Tuttavia, a fare il censimento delle emozioni ricevute, ci si accorge che – dopo un iniziale momento in cui prendono il sopravvento l’assurdità, l’esagerazione e il grottesco ecco che subentra una timida gioia. Questo perché essere lodati ci commuove intimamente e ci turba insieme: siamo soliti ricevere complimenti soprattutto nell’infanzia oppure in gioventù, mentre in età adulta capita assai raramente.
Pare che egli abbia inaugurato quest’attività qualche anno fa e che, a poco a poco, abbia raccolto crescente interesse da parte dei media. Sebbene all’inizio le interazioni con la gente per la strada fossero minime, così come le cifre guadagnate l’intenso passaparola sui social network e, successivamente, i servizi televisivi e i documentari hanno reso l’Uomo che loda conosciuto a livello nazionale.
Ne sono scaturiti dibattiti pubblici sul senso del gesto e soprattutto riflessioni sulla risposta entusiastica, emotiva, spesso commossa della gente. Alcuni si sono spinti a leggere in questa figura urbana uno specchio capace di riflettere alcuni dei problemi più profondi della moderna società giapponese: più si cade a margine, infatti, più qui si fa complicato ottenere supporto, più ci si discosta dal modello condiviso e minore è la possibilità di ricevere approvazione, innescando così un meccanismo che mina l’autostima e azzera le energie necessarie alla ripresa.
Lo stesso protagonista di questa storia, l’Uomo che loda (che sappiamo soltanto avere 42 anni ed essere originario della prefettura di Ibaraki), in passato è caduto in rovina per via di una situazione economica dissestata, per un uso incauto del denaro già in seno alla famiglia e per un passato da giocatore che lo ha messo economicamente (ma soprattutto psicologicamente) sulla strada.
Ora, però, dichiara che la sua vita ha più senso e che non tornerebbe mai a lavorare in azienda. Elargire lodi e un lampo di felicità lo gratifica più di qualunque altra cosa. Altro punto preso in esame nell’analisi sociologica è il quantitativo di denaro che le persone pensano di dover elargire per ricevere il servizio: c’è chi inserisce nella cassetta solo una monetina, c’è chi vi infila una grossa banconota. Quanto valore diamo ai complimenti?
L’effetto più stupefacente, tuttavia, avviene quando inizia a crearsi una relazione tra l’Uomo che loda e alcuni clienti, i quali cercano sulle sue pagine online informazioni per sapere dove si recherà quel giorno, vanno a trovarlo e gli raccontano così l’evoluzione positiva di certe vicende.
Molti sono coloro che soffrono situazioni private e lavorative complesse ma, qualunque sia il posizionamento sociale, psicologico ed economico dei suoi clienti, basta rivolgere loro solo un paio di domande per comprendere come nella vita della maggior parte delle persone le figure di riferimento (familiari, amici, colleghi), quelle cioè più importanti, siano tendenzialmente avare di lodi. Sono proprio i genitori, i compagni di vita, i propri collaboratori a dare per scontati i propri meriti.
(da La Repubblica)
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Ottobre 13th, 2024 Riccardo Fucile
AFFRONTARE LA FINE DI UNA STORIA D’AMORE HA EFFETTI NEGATIVI SUL LAVORO: DUNQUE PERCHE’ NON STARE A CASA IN QUEI GIORNI?
La vita va avanti anche quando finisce un amore: facile a dirsi, più complicato a farsi, soprattutto se sei nel pieno della crisi e la ferita è recente, aperta e sanguinante. Eppure, mentre sei intento a mettere cerotti e disinfettare, il mondo esterno ti vuole comunque sul pezzo, produttivo, disposto a fare le cose di sempre.
Certe incombenze non aspettano: c’è la spesa da fare, ci sono le bollette da pagare, ci sono i nipoti da accompagnare al calcetto. Insomma, c’è una vita quotidiana da portare avanti che include anche i doveri professionali. Al datore di lavoro non puoi presentarti in lacrime, col pigiama addosso e in mano un barattolo semivuoto di gelato (da mangiare rigorosamente a cucchiaiate guardando film melensi). Lui ti vuole efficiente e concentrato, possibilmente anche decentemente vestito. Ma c’è un Paese particolarmente attento ai bisogni dei lavoratori quando sono alle prese con una rottura: attento al punto da dare loro dei giorni di congedo.
Nelle Filippine non si lavora se si soffre per amore
Riconoscendo il bagaglio emotivo negativo che può derivare dalla fine di una storia d’amore, nel 2023 il signor Ricardo Dublado, amministratore delegato del Cebu Century Plaza Hotel nelle Filippine, ha messo a punto un’insolita politica con il personale. Ai suoi dipendenti lui dà cinque giorni di congedo retribuito per problemi di cuore (non quelli che cura il cardiologo, ma quelli provocati dalla fine di una relazione). Il periodo di ferie può essere preso una volta all’anno, a condizione che la rottura avvenga con una persona diversa ogni anno e non è convertibile in denaro. L’idea è nata dall’esperienza personale del signor Dublado stesso.
In un’intervista ha raccontato di sapere bene come ci si sente e cosa si prova, quando si soffre per amore. Non si ha granché voglia di andare a lavorare, di essere quelli di sempre: è difficile concentrarsi, dare la giusta attenzione a ciò che accade intorno. A lui è successo in prima persona nel 2018, quando la fine di una storia d’amore ha molto influenzato il suo rendimento sul posto di lavoro. “Il periodo di guarigione di un cuore infranto è di cinque giorni” ha spiegato, una stima calcolata sul suo vissuto. Ciò che gli è accaduto lo ha reso molto attento e sensibile sul fronte della salute mentale ed ha molto a cuore, oltre alla sua, anche quella dei suoi dipendenti. È lui stesso a farli contattare dalle Risorse Umane, quando coglie dei campanelli di allarme. Oggi il signor Dublado è felice accanto a una nuova donna: ha ritrovato l’amore nel 2019. Il suo consiglio ai cuori sofferenti è di non chiudersi nella solitudine: “Cercate qualcuno con cui parlare. Potete rivolgervi ai vostri amici o familiari”.
Un disegno di legge per chi ha il mal d’amore
L’iniziativa di Ricardo Dublado ha preso piede al punto da tramutarsi in un disegno di legge parlamentare, in cui si chiede di approvare tre giorni di congedo (non retribuito) per i lavoratori che hanno bisogno di un po’ di tempo per sé durante una rottura sentimentale. “Gli studi rivelano il notevole contributo che le rotture hanno sugli individui, influenzando il loro benessere emotivo e mentale, portando a una diminuzione della produttività, all’assente
In uno studio del 2023 condotto da ricercatori dell’Università del Minnesota, il 44% degli intervistati ha affermato che affrontare una rottura ha avuto un effetto negativo sul lavoro (crisi di pianto, depressione, difficoltà a socializzare coi colleghi). Tuttavia, una minoranza considerevole (il 39%) ha invece avuto un’esperienza diversa, affermando che è stato positivo, perché ha dato un’opportunità di rinnovamento, nuove energie, nuovi stimoli. Lo studio ha suggerito di offrire un aiuto alle persone che lottano con la separazione attraverso, per esempio, orari flessibili e lavoro da remoto:_ possono aiutare i dipendenti a gestire l’emotività e il carico emotivo a cui sono sottoposti.
Nel frattempo, il disegno di legge di Suan sta facendo il suo corso, ma non è facile. Ci sono riserve dai parte dei lavoratori stessi. Un’analisi del Financial Times ha evidenziato che c’è la tendenza a dare la priorità ai soldi piuttosto che al dolore: preoccupa il fatto che sia un congedo non retribuito, quindi molti intervistati hanno detto che non ne usufruirebbero proprio per salvaguardare lo stipendio.
(da Fanpage)
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Ottobre 13th, 2024 Riccardo Fucile
ERA IN UN PERIODO DI FRUSTRAZIONE PER LA SUA CARRIERA, CONSIDERATA STAGNANTE: GLI PARE ARRIVATA A UN PUNTO DI STALLO, SENZA POSSIBILITÀ DI EMERGERE O AVANZARE
Le ricerche sui politici? «Mera curiosità». Quelle sui colleghi? «Ancora curiosità. Lo posso
affermare con certezza». Parenti? Amici? Conoscenti? Vicini di casa? «Molti erano anziani, poco avvezzi alla tecnologia. Mi chiedevano un aiuto e non volevo sembrare scortese».
Vincenzo Coviello, il dipendente “spione” che dalla sua postazione ha sbirciato i conti correnti di oltre 3500 persone in tutta Italia, si giustifica. «Guardavo per poco tempo», dice. Cinque minuti, dalle 16.21 alle 16.25, sul profilo della Premier. Qualcuno in più su quello di Mario Draghi. Certo è che per due anni nessuno si è accorto di nulla. E così il bancario ora è indagato per accesso abusivo ai sistemi informatici e di aver violato la sicurezza dello Stato. E la Banca per aver violato la legge 231 del 2001. Ovvero per non aver correttamente vigilato.
Vincenzo Coviello si difende. Lo scorso 30 luglio invia a Intesa Sanpaolo una memoria lunga e dettagliata. Inizia dalla vita professionale: successi e amarezze. Il Banco di Napoli, subito dopo il servizio militare, poi la filiale di Bitonto e il percorso di Gestore Small Business. Altre città: Giovinazzo, Corato, Bari, Barletta. Dal 12 aprile 2021 arriva a Bisceglie e gestisce la clientela business del settore agro-alimentare.
«Ho sempre dimostrato spirito di abnegazione», scrive. «Ma ho avuto l’impressione che gli ultimi due incarichi fossero meno qualificanti». Coviello, che racconta di aver gestito negli anni «un portafoglio di circa 220 aziende distribuito su una decina di piazze», si sente messo da parte. E lo racconta anche alla sua psicologa. La clientela di cui si deve occupare gli pare di «scarso rilievo economico». La sua stanza? «Isolata dal resto della filiale». La sua carriera gli pare arrivata a un punto di stallo, senza possibilità di emergere o avanzare.
Si intrecciano quelle ricerche. Quotidiane. Schizofreniche, almeno all’apparenza. Spaziano dall’entourage intorno alla premier ai ministri ai vip. Sul conto corrente di Noemi Bocchi, la fidanzata di Totti, trascorre appena tre secondi. Spia Flavio Briatore, Alessandro Gassman, Valeria Marini, Paolo Bonolis, Francesca Pascale, Paola Turci. E ancora Adriano Celentano, Antonello Venditti, Carlo Verdone, Rita Dalla Chiesa.
Un controllo su Andrea Agnelli e sulla Juventus Fc. Uno su Diego Armando Maradona e sul fratello Hugo Ernan. E un altro su Maurizio Costanzo. Ad un certo punto, nel lungo elenco al vaglio dei carabinieri della polizia giudiziaria di Bari, compare anche la Caritas.
Vincenzo Coviello cerca di ridurre la portata delle sue ricerche. Si racconta come ossessionato dal controllo. E i settemila accessi abusivi per spiare 34 politici, 43 vip e una settantina di dipendenti di Intesa Sanpaolo, perlopiù manager e dirigenti? La banca scopre le anomalie. Avvia un’indagine interna, scatta un procedimento disciplinare e l’8 agosto Coviello viene licenziato. «Per regolare questa mia compulsività, mi sono anche rivolto a uno psicologo. Ho preso dei farmaci». Coviello si scusa poi la rassicurazione: «I dati non sono stati né trasferiti né salvati e non sono nella maniera più assoluta tra i miei ricordi». Infine un laconico «non lo farò mai più».
(da La Stampa)
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Ottobre 13th, 2024 Riccardo Fucile
L’IGNOBILE LINCIAGGIO DI BIBBIANO HA ASSOLTO TUTTI I PRESUNTI COLPEVOLI, MA RESTANO IMPUNITI QUEI POLITICI E MEDIA CHE HANNO DIFFAMATO INNOCENTI PER MESI
I comunisti non mangiano i bambini, e dunque la vicenda comunque dolorosa e delicata di Bibbiano si sta avviando verso un drastico ridimensionamento giudiziario. Gli accusati non erano mostri sadici; nella peggiore delle ipotesi sono stati autori di forzature amministrative, o errori professionali; nella migliore, nemmeno di quelli. C’è una certa differenza, no?
Conforta constatare che la giustizia, per quanto criticata, farraginosa, imperfetta, possiede meccanismi di equilibrio e di autocontrollo. Ha tempi lunghi, ma ci arriva. Spiace dover ripetere che l’informazione — con le debite eccezioni — è messa molto peggio.
I “mostri” potranno avere un giudice terzo che restituisce loro la dignità. Non altrettanto possono sperare da quei giornali (parecchi) che li hanno massacrati per settimane, amplificando e aizzando l’abbaio vergognoso di esponenti politici ai quali, dei bambini, importa niente: importa solo colpire l’avversario con qualunque mezzo (ricostruisce bene quella infame cagnara Stefano Cappellini su questo giornale. Giova ricordare che Meloni fu in prima fila).
L’ho scritto molte volte, lo penso fortemente: il dibattito sulla giustizia non riguarda solamente il difficile rapporto tra politica e magistratura. Riguarda, o meglio riguarderebbe, anche il quarto potere, che si ritiene in diritto di sputtanare le persone senza che qualcosa di simile a un Appello o una Cassazione arrivi, alla fine, a rimettere ordine negli incartamenti.
Si chiama impunità. Fior di giornali la imputano al “potere” (concetto vago), ma la considerano normale per se stessi.
Bibbiano pesa, su di loro, come un macigno. Ma credono sia una piuma.
(da repubblica.it)
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Ottobre 13th, 2024 Riccardo Fucile
RIESCE A FAR INCAZZARE TUTTI NEL GOVERNO: “NON DECIDI TU”, IN PRIMIS SALVINI (“DIFENDERÒ IL MIO BUDGET”) CHE POI CONSIGLIA A GIORGETTI DI EVITARE LA PARTE DEL “CATTIVO”: “LA FACCIA DURA LASCIALA A MELONI”
Si dice pronto a «vestire la parte del cattivo». Il ministro dell’Economia Giancarlo
Giorgetti, dopo i già declamati «sacrifici per tutti», dalle banche ai proprietari di case ristrutturate col Superbonus, mette ora nel mirino i colleghi ministri. «Senza proposte per ridurre la spesa, ci penserò io», dice alla festa del Foglio. «Anche loro devono fare sacrifici, rinunciare a qualche programma, magari totalmente inutile». In gioco ci sono gli aiuti alle famiglie: «Meritano un trattamento migliore perché sostengono più spese, se hanno figli giovani o in età scolare.Speriamo di dare un segnale».
Appuntamento a martedì quando il governo approverà il Dpb, il documento programmatico di bilancio, la cornice della manovra da inviare a Bruxelles. Lì potrebbe esserci anche la sorpresa per i colleghi ministri: 3 miliardi di tagli alle spese dei dicasteri anziché i 2,4 miliardi già previsti per il 2025.
La cifra balla. Non si esclude che si possa salire anche oltre i 600 milioni extra. Dipenderà dalle esigenze di copertura di una legge di bilancio che oscilla tra 23 e 25 miliardi. La revisione della spesa pubblica ormai è un sentiero obbligato. Non solo perché rappresenta una riforma del Pnrr. Ma perché lo stesso Psb, il Piano strutturale di bilancio, ruota tutto attorno alla spesa da comprimere e tenere al di sotto del Pil per abbassare deficit e debito. Ecco dunque spiegata la velata minaccia di Giorgetti ai colleghi: «Se non mi dite dove intervenire, faccio io con i tagli lineari». Un 5% su tutti e via.
L’indolenza dei ministri accenderà presto casi politici. Non solo Matteo Salvini, vicepremier e capo della Lega nonché ministro di Infrastrutture e Trasporti: «Difenderò il mio budget». Ma anche il ministro della Sanità Orazio Schillaci che vorrebbe 4 miliardi per la sanità, ne otterrà forse la metà.
In queste ore i tecnici del ministero dell’Economia lavorano di forbici, oltre che di bilancino sui balzelli da potenziare (come Ires e Irap per banche e imprese). La spending review, la revisione della spesa, impatta molto sui ministeri: in quattro anni, dal 2023 al 2026, devono tagliare 7,6 miliardi (la metà a carico del solo ministero dell’Economia). Molti per ora sono solo tagli sulla carta. Di questo si lamenta Giorgetti. Anche gli enti locali da quest’anno al 2028 devono assicurare 600 milioni all’anno al bilancio dello Stato. Il conto potrebbe salire anche per loro.
Il clima gelido nel governo Meloni dopo la strigliata del ministro Giancarlo Giorgetti trapela dalla reazione del collega Francesco Lollobrigida. Il ministro dell’Agricoltura risponde subito al titolare dell’Economia Giorgetti che parla di “sacrifici da fare” e minaccia i componenti dell’esecutivo sui tagli al bilancio. Ministro Lollobrigida, allora, lei cosa risponde a Giorgetti chiedono i cronisti: «Mah, in realtà non ho sentito il suo intervento, cosa ha detto? I tagli? Ma noi all’Agricoltura siamo pronti, ci sono spese da rivedere, certo». Quindi ridurrà il suo budget e farà tagli? «No, non mi faccia dire cose che non ho detto».
La risposta a Giorgetti da FdI è già arrivata insomma. In realtà appena battuta dalle agenzie l’uscita del ministro dell’Economia il primo a stopparlo è stato il suo stesso leader di partito, il ministro e vicepremier Matteo Salvini, da Monza: «Sta per cominciare la sessione di bilancio, oggi (ieri, ndr ) incontro il ministro Giorgetti per difendere il mio budget». Come dire, altro che tagli. E a sostenere la linea è il capo partito del ministro, mica uno qualunque.
Ma in realtà tutti i ministri sono gelidi nei confronti dell’uscita di Giorgetti e dai toni da “maestrino” utilizzati: «Non siamo allievi suoi e non può fare la parte di chi ci bacchetta in questo modo», sibila un ministro contattato da Repubblica. La linea di tutti comunque è quella della cautela senza nessuna imposizione dall’alto: «Io sono contrario ai tagli lineari, un euro speso per un motivo non è uguale a un euro speso per un altro», dice il ministro dello Sport, il meloniano Andrea Abodi.
I ministri a capo dei dicasteri più ingombranti anche come spesa fanno spallucce. Gelo da parte del ministro della Difesa Guido Crosetto. Sulla richiesta di Giorgetti di fare tagli «se no interverrò io» risponde secco: «Mai sentita». Mentre dalle parti della Difesa si limitano a far notare che non sono arrivate richieste di tagli dal ministero dell’Economia.
Anzi, la Difesa ha appena presentato il suo bilancio nella commissione di merito alla Camera e dalla relazione emerge la richiesta urgente di nuove risorse, con un budget crescente per l’acquisto di armi, passato da 6 a 7 miliardi nell’ultimo anno, e con contratti in essere che vanno onorati e che valgono 22 miliardi di euro.
Alcuni ministri, a partire da quello interessato alla sanità, sono preoccupati e mettono le mani avanti: «A noi non sono stati chiesti tagli», dicono dal ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci, che in realtà dovrebbe avere due miliardi di euro in più rispetto allo scorso anno. Una cifra considerata insufficiente dalle Regioni, che chiedono almeno 4 miliardi in più per far fronte al costo dell’inflazione e assumere camici bianchi.
Il ministro dello Sviluppo economico Adolfo Urso, che ha in mano tutti i capitoli sul sostegno alle imprese e alle filiere che valgono miliardi di euro, para il colpo: «Noi daremo, come sempre, le nostre indicazioni in merito ad eventuali tagli per evitare impatti negativi sulle misure efficaci di sostegno alle imprese — dice — non intaccheremo certo le misure a sostegno delle risorse che sono risultate efficaci».
La coperta in molti dicasteri è corta e arrivare a pochi giorni dalla manovra di bilancio con richieste così stringenti e “lineari” sui tagli sta creando non poca irritazione nel governo, anche per l’immagine che sta passando: di un ministro, Giorgetti, che vuole salvare il Paese e gli altri no. Ma a Salvini non piace invece l’immagine opposta e altrettanto possibile: quella del suo ministro cattivo e degli altri buoni. I due ieri si sono visti a Milano. Bocche cucite sul confronto, anche se il clima è stato più che sereno. Salvini avrebbe consigliato al ministro di non usare mai la parola “tasse” e di evitare di assumere lui il ruolo del “cattivo” e lasciare l’arduo compito di imporre tagli ad altri: in primis al la premier Meloni.
(da la Repubbica)
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Ottobre 13th, 2024 Riccardo Fucile
OBIETTIVO TENERE GLI ELETTORI DEL “GOP” LONTANI DAI SEGGI IL 5 NOVEMBRE… NON SOLO UN CAPO CRIMINALE, MA PARLAMENTARI DA MANICOMIO
I complottisti dell’uragano sono l’ultima conseguenza del tragico passaggio americano di Helene e Milton. Dopo le false accuse di Donald Trump, che aveva parlato di mancati aiuti alla popolazione da parte del governo americano, una sua fedelissima, la rappresentante del Congresso Marjorie Taylor-Greene ha rilanciato una teoria secondo cui i Democratici avrebbero pilotato gli uragani verso gli Stati Repubblicani per punirli, e tenere gli elettori lontani dai seggi il 5 novembre.
I meme ironici che mostrano un Joe Biden intento ad azionare uno “storm-atic”, un congegno generatore di tempeste, strappano un sorriso ma non allontanano l’angoscia in molti americani, colpiti da questa nuova ondata di complottisti.
La base trumpiana ha subito preso per vera la storia, denunciando la macchinazione elettorale dei Democratici. Ma adesso ha provocato una serie di minacce di morte nei confronti dei meteorologi americani, accusati di aver coperto il complotto liberal, parlando di Helene e Milton come fenomeni naturali e non manovrati.
Da anni la destra, a cominciare da Trump, sostiene che l’uomo non sia responsabile del cambiamento climatico, però ritiene che l’uomo possa cambiare le condizioni del tempo. La base trumpiana non vede incongruenze. La tragedia che ha provocato in due settimane centinaia di morti in sei Stati, dal North Carolina alla Florida, continua a essere usata come tema di scontro politico e di minacce.
Le notizie false sono dilagate su TikTok, Facebook e X, dove molti utenti hanno minacciato di uccidere i responsabili della Fema, l’agenzia federale per la protezione civile. Trump li ha accusati di non aver mandato soldi alle popolazioni colpite, perché i fondi sono stati dati tutti agli immigrati clandestini. Adesso il tycoon ha lanciato una nuova accusa: in North Carolina il governatore Democratico e i liberal stanno bloccando l’arrivo di aiuti, perché vogliono far soffrire la gente. E, naturalmente, i suoi follower hanno gridato allo scandalo. La teoria del complotto è stato rilanciato da persone che hanno fatto parte dell’amministrazione del tycoon.
“L’uragano Helene – sosteneva un post su X rilanciato da Michael Flynn, ex consigliere alla sicurezza con Trump – è un attacco provocato dalla manipolazione del tempo”. “Sì – ha detto la congressista Greene – possiamo controllare il tempo.È pazzesco che qualcuno continui a mentire, dicendo che non si può”.
(da agenzie)
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