Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
LA PREMIER E’ CONVINTA CHE LE FONTI DEI GIORNALISTI SIANO ALCUNI DIRIGENTI
Rancori, invidie, vendette. Il partito irriconoscibile, trasfigurato in un nido di vipere, in cui tutti sanno tutto di tutti e ciascuno pretende. Altrimenti? Altrimenti se la canta con i giornali. È l’amara idea che si è fatta Giorgia Meloni dei suoi. Nelle scorse ore si è sfogata con alcuni strettissimi. Chi l’ha ascoltata la descrive terrorizzata da cosa è diventato FdI: non si tratta delle solite figuracce del gruppo dirigente «incapace», verità assodata anche a palazzo Chigi.
Il punto è che ce ne sono alcuni che hanno dimenticato che i panni sporchi si lavano in famiglia, come un tempo. Che hanno rotto l’antico patto di sangue. E siccome, appunto, tutti sanno tutto di tutti, come in un pugno di centurioni che insieme hanno attraversato l’inferno, ora c’è chi parla con i cronisti, spiffera veleni (ma non bugie). Per potere personale.
La storia insegna, e quella romana è sempre stata il loro decumano, che per questi veleni sono caduti papi e imperatori. L’ordine e il controllo sono il bene, l’entropia è il male. Oggi qualche “leaks” è letto come un annuncio di tragedia sul primo governo di destra-destra della storia della Repubblica.
Testate e gole profonde
La premier ha sempre avuto una debolezza per il complotto, la teoria con cui i suoi le nascondono i propri errori. Oggi i sospetti sono certezze. È certa che i media che hanno messo nel mirino FdI abbiano fonti interne. Report, Domani, Il Fatto, sono tre esempi pronunciati ad alta voce.
Primo caso: il servizio che andrà in onda domenica su Rai 3 sul ministero della Cultura, con il corredo di allusioni con cui è stato annunciato dal conduttore («due casi Boccia»), e che ha già fatto saltare il capo di gabinetto Francesco Spano, è sicura che sia stato soffiato dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano (il conduttore Ranucci smentisce).
Secondo e terzo caso: le inchieste sulla gestione «amichettale» di Cinecittà e le fughe di notizie dalle chat dei fratelli sarebbero opera di «infami» interessati a far saltare i nomi imposti dai ministri in questione (Adolfo Urso nel primo caso, Alessandro Giuli nel secondo). In FdI dunque è esploso il correntismo? No, peggio: si annida il virus, per dirla con la vicedirettrice del Secolo, Annalisa Terranova, di «risentiti, vendicativi, livorosi».
La febbre di crescita, in dieci anni dal 3 al 30 per cento, ha prodotto «gente che ha fame» (la citazione è da Gianni Alemanno quando è diventato sindaco di Roma). Un bubbone purulento. Può esplodere. Non c’è più «la compagnia dell’Anello, in cui uno guida e gli altri lavorano insieme», la citazione nostalgica è ancora di Terranova.
Nessuno si tiene più, le liti diventano pubbliche. Come quella di mercoledì in Transatlantico fra la sorella di Giuli, Antonella, storica responsabile comunicazione di FdI, portavoce di Francesco Lollobrigida e ora nell’ufficio stampa della Camera, e l’allievo di Fabio Rampelli, Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura, uno convinto che toccava a lui il ministero che è stato di Sangiuliano.
I cronisti hanno sentito, anche quelli dei giornali amici: lei lo accusava di aver parlato con i giornalisti, lui la sfidava, chiedeva se era una minaccia. Mollicone ha smentito lo scambio. Ma Giovanni Donzelli l’ha confermato, non si sa se per sbaglio o malizia: «Hanno già fatto pace».
Fuori dal girone infernale
Meloni stavolta ha provato a stare fuori dal girone infernale. Per proteggersi ha affidato la gestione del partito alla sorella Arianna e a Donzelli. Ma la prima non è ancora nel ruolo, deve ancora appoggiarsi all’ex compagno Lollobrigida, ex uomo forte di FdI, che conosce uno a uno eletti e militanti; il secondo, un miracolato planato a capo dell’organizzazione, è accusato di fare il padroncino.
Così la premier si è trovata a fare i conti di nuovo, in prima persona, con i guai del ministero della Cultura, dovuti in gran parte agli appetiti degli esclusi. La storia si è ripetuta, la seconda volta in farsa: l’affaire Boccia ha abbattuto Sangiuliano, malcacciato e dunque sospettato di vendette.
Con il pasticcio Giuli, la premier credeva di avere imparato la lezione: ha ostentato distanza. Ma tutti sanno che Giuli ha cacciato il capo di gabinetto Gilioli, irritando Ignazio La Russa, e nominato Spano, mettendosi in rotta con un pezzo di partito (non solo dunque gli omofobici prolife e cattolicissimi alla Mantovano) con il nulla osta di Giorgia per interposta Arianna.
Ora Giuli accetterà lo ius imposto dal potentissimo Giovanbattista Fazzolari (anche lui smentisce) ovvero la velleità di controllo di palazzo Chigi? O può resistere, perché sa che «se viene giù Giuli viene giù tutto»?
Il caso Lazio
La guerra intestina contamina il partito regionale. Facciamo l’esempio di quello del Lazio, troppo vicino al potere romano per essere «un territorio»: è la prosecuzione del partito nazionale in altre stanze. Qui Arianna e Lollobrigida fino a qualche mese fa erano una cosa sola.
Ora sono due. E se alla Pisana c’è chi giura «che le questioni private non hanno mai sfiorato quelle politiche», altri ammettono di essere costretti a fare gli arlecchini servi di due padroni. «Io faccio il mio lavoro, loro decidano chi comanda», dice un consigliere regionale. I rampelliani, viene spiegato, sono insoddisfatti della gestione che fin qui è stata di Lollobrigida. Alle europee l’accordo con lui era che fosse eletto Stefano Tozzi, e invece qualcosa non ha funzionato: qualcuno ha tradito.
La premier non se ne vuole occupare, né vuole litigare con “papà” Rampelli, che non è il linea con i colonnelli ma con il quale lei ha comunque un antico debito di riconoscenza. E poi magari presto dovrà riconoscere che aveva ragione lui di diffidare di questi giovani «affamati»
Lei deve, vorrebbe, occuparsi del governo. Anche perché anche lì non va tutto bene. Il modello Albania si è trasformato in un flop continentale. Lo scontro con i magistrati non ha migliorato i rapporti con il Quirinale. La finanziaria è un guaio difficile da raccontare alla rovescia (vedasi la conferenza stampa rimandata).
Ora punta sulla vittoria in Liguria, per dimostrare che nonostante tutto la destra vince nel paese. Ma, riecco le spie, Report per domenica annuncia un’inchiesta sul sistema Toti. Andrebbe in onda a urne aperte. Nella sua Rai. Mentre i suoi litigano. E si sputtanano a vicenda.
(da editorialedomani.it)
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Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
DECISIVA LA PERIZIA E LA CONFESSIONE DEL FALSARIO: I REATI SONO RICICLAGGIO E CONTRAFFAZIONE”
La perizia sul dipinto è netta, la confessione del falsario piena. A inchiodare Sgarbi al quadro
rubato c’è pure la “pistola fumante”: un tubetto di tempera a olio white cremnitz da 250 ml acquistato nello storico colorificio “Poggi” in via del Gesù, a due passi dal Collegio Romano dove Vittorio Sgarbi faceva il sottosegretario di Stato alla Cultura.
Carbonato di piombo e olio di lino, marca Michael Harding. Allo scaffale costa 79,20 euro. A Sgarbi può costare da 4 a 12 anni di carcere. Il 3 ottobre scorso, la Procura di Macerata ha chiuso l’indagine sull’affaire Manetti, inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano e Report – che ci tornerà con un servizio in onda domenica prossima – poi diventata giudiziaria. L’ex sottosegretario di Stato giurava di aver trovato il dipinto così com’era nella soffitta della sua villa in provincia di Viterbo. Ora è imputato per riciclaggio, autoriciclaggio e contraffazione di opere d’arte e rischia per questo una condanna pesante.
“La torcia nell’originale non c’era, fu lui a chiedermi di aggiungerla”, ammette il pittore-falsario, che i carabinieri del reparto operativo Tutela Patrimonio hanno rintracciato, col suo bel tubetto bianco, in una dimora di gran pregio a Montecchio dell’Emilia, cuore della Val d’Enza. Citofonare, Pasquale Frongia.
In arte Lino, 66 anni, grande amico di Sgarbi, Frongia in Italia è poco noto ma in Europa è una vera celebrità, suo malgrado: pittore eccezionale, ma anche copista di fama internazionale, nel 2019 e ancora nel 2023 è stato raggiunto da un mandato di cattura europeo su ordine del Tribunale di Parigi. Mandato cui l’Italia per due volte si è opposta.
Nel 2024, però, Lino Frongia torna davanti ai magistrati italiani per il Manetti. Gli inquirenti arrivano a lui seguendo le tracce dei reporter sulla tela rubata nel 2013 da un castello di Buriasco, in provincia di Torino, ma riapparsa del tutto identica nove anni dopo a Lucca, nella mostra “I pittori della luce” curata proprio da Vittorio Sgarbi, come opera di sua proprietà. Identica, salvo il dettaglio di una torcia in alto a sinistra. Sequestrata a gennaio a casa di Sgarbi, la tela è stata sottoposta agli esperti dell’Istituto Centrale per il Restauro.
E la perizia cosa dice? “Per materiali costitutivi, tecnica esecutiva e morfologica del degrado, il dipinto coincide con i frammenti consegnati dalla signora Buzio e si ritiene, pertanto, sia lo stesso provento di furto e oggetto di denuncia il 14 febbraio 2013”. E quello rinvenuto dai “depensanti” giornalisti, come ci hai definiti in pubblico, nella cornice? “In base a quanto rilevato, è possibile affermare che il frammento trapezoidale appartiene al dipinto raffigurante La cattura di San Pietro sottoposto a sequestro”.
Sgarbi potrà chiedere di essere sentito, presentare memorie e controperizie, ma quella redatta dalla consulente della Procura Barbara Lavorini appare granitica, tra rilievi fotogrammometrici, analisi biologica delle fibre, radiografie e sezioni multispettrali: “Per quanto concerne eventuali modifiche o aggiunte all’impianto pittorico originario – recita il documento tecnico – è stato possibile dimostrare che nella parte superiore sinistra del dipinto sono stati realizzati con pigmenti di produzione industriale nuovi elementi: la fiaccola accesa, il chiarore intorno a essa e le stesure che definiscono il contorno della colonna”.
Da qui le accuse di contraffazione di opere d’arte, riciclaggio derivante dal tentativo di nascondere la provenienza delittuosa del bene e autoriciclaggio, per aver esposto una copia commissionata agli ignari titolari della G-Lab di Correggio “a fine speculativo” poi esposta al posto dell’originale per attenuare la vistosità delle modifiche pittoriche e aumentare il valore della tela.
“Le misure sono diverse!”, ripeteva Sgarbi, ma mica tanto: tagliando la tela dall’interno della cornice ha perso 5 cm. “Il confronto tra quelle del dipinto di Sgarbi e quelle interne dei bordi recisi portano a ritenere che il supporto del dipinto sottoposto a sequestro sia la parte mancante di quello reciso, ancora vincolato al telaio”. Le sue condizioni sono compatibili con le foto che la mostravano arrotolata “come un tappeto” il giorno in cui fu consegnata a un casello autostradale al restauratore: “La radiografia – conclude la perizia – ha messo in evidenza una serie di danni di minore entità che si ritiene siano stati originati da un improprio maneggiamento della tela arrotolata”. Ci sarebbero forse gli estremi del danneggiamento, se non bastasse lo sfregio di una candela messa lì, mai esistita nella mente del Caravaggesco.
La posizione di Frongia, non indagato, è al vaglio degli inquirenti, gli autori del furto la faranno franca perché il reato è prescritto. In bilico quelle dei tanti – trasportatori, espositori, curatori etc – che a vario titolo hanno concorso a tutto questo. Le loro posizioni potrebbero essere trasmesse alle procure di competenza.
Per Sgarbi, invece, la chiusura indagini segna la fine dei giochi, delle balle e forse delle intemerate contro i giornalisti: “L’ho trovato così il quadro – ci urlava – dovete fare l’analisi del vostro buco del culo e troverete la merda che avete, mettetevela in bocca. Capre!”. Poche le opzioni che ha di fronte: confessare e patteggiare per avere una riduzione di pena, o affrontare un processo che si preannuncia lungo e in salita per lui. Al Fatto risulta che il suo legale, Giampaolo Cicconi (che, pur cercato, non ha risposto), abbia già preso contatto con quello della proprietaria del dipinto, l’anziana signora Margherita Buzio che a fronte di un risarcimento congruo potrebbe ritirare la sua costituzione di parte civile, alleggerendo così la posizione di Sgarbi sul fronte penale. Il ministero non si è costituito parte civile. Il sequestro potrebbe diventare confisca facendolo così rientrare nel patrimonio dello Stato. Con la sua candela a sfregio, e come monito a futura memoria.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
CECCANO, LA PERIFERIA ARRAFFONA DEL POTERE MELONIANO: “CHE CAZZO CE NE FREGA A NOI DEL DISSESTO IDROGEOLOGICO”
Servono soldi. Per fare soldi servono appalti, per fare appalti servono progetti, per fare progetti ci vogliono idee. Ecco un’idea: “Che cazzo ce frega a noi del dissesto idrogeologico?”. Nell’ufficio tecnico di Ceccano, 23 mila abitanti, un’ora d’auto dalla stanza che fu di Raffaele Fitto, al tempo titolare del Pnrr, il piano dei sogni e dei bisogni degli amministratori italiani, si discute di come traghettare un’altra manciata di euro (“trentamila, forse quarantamila, cinquantamila”) verso la contabilità parallela, verso il nero fumo delle mazzette.
Tredici funzionari inquisiti, un sindaco arrestato, una fidanzata inguaiata, un amore finito. Tutto merito della fiamma tricolore, il simbolo di Fratelli d’Italia col quale il luogotenente dei carabinieri Roberto Caligiori, nei secoli fedele, ha scardinato Ceccano, città rossa della Ciociaria, diventandone sindaco nel 2019 e riempiendo di gioia la sua leader Meloni, a cui è devoto.
Però, ecco il guaio: sarebbero 500 mila euro finora i soldi sequestrati al gruppo che col sindaco faceva squadra, “una macchina che corre” diceva lui intercettato e 500 mila nuovi pensieri per questa deriva di periferia integralmente meloniana, arraffona e indecente. Il sindaco, immaginiamo affannato, tartassava i dipendenti, li inchiodava alle responsabilità: “Le fatture? Sono pronti per fare le fatture?”. Il sibilo della funzionaria, ormai sfibrata da tanta efficienza: “Che ansia”.
Tu impresa mi fatturi, io Comune ti pago che tu mi possa girare istantaneamente la tangente. La macchina corre, la fiducia è salva, l’ottimismo della squadra sale, il circo funziona. A Ceccano servono ancora altre idee. Quindi? Puntare sui migranti. L’incredibile refugium peccatorum dei corrotti è infatti fare soldi sulla pelle degli ultimi degli ultimi. Quelli che la destra in televisione odia, quelli che Matteo Salvini accomuna a “cani e porci”. A Ceccano una sola cooperativa fruisce di finanziamenti per 1 milione e mezzo di euro, e gira il dovuto a chi di dovere.
Comica e tragica insieme la scenetta dei due innamorati, il sindaco e la funzionaria comunale, che devono valutare il posto migliore per inguattare una stecca. Lui confessa a lei che i soldi finora li ha nascosti “a cazzo di cane”. Lei, Elena Papetti, prima precaria nello staff e dopo un anno assunta al Comune a tempo indeterminato, propone: “Faccio una scatolina chiusa a chiave”. Poi interpella il dante causa: “Sei sicuro che non mi succede niente?”. Riflette e arriva al punto: “Sono proprio complice al cento per cento”. Infine, furba: “Li metto sotto la mattonella e poi la incollo”.
Come ai vecchi tempi. Ceccano, l’Italia di sempre.
(da il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
LA FEDERAZIONE DELLA STAMPA: “INDEGNO”… FORMIGLI: “SARA’ NERVOSO PER I FLOP, L’AZIENDA GIUDICHI”… IL DIRETTORE DE LA7: “DISPIACE VEDERE LA RAI RIDOTTA COSI'”
“Voi di Piazzapulita siete… no comment. Dite all’amico Formigli che si guardasse un pochino nella
coscienza, va… infame”. Sono le parole rivolte dal direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini, all’inviata di Piazzapulita all’uscita della festa del Tempo alla Gnam e riportate all’interno di un servizio mandato in onda nel corso della puntata di questa sera su La7.
“Lascio ai telespettatori ma anche alla Rai di valutare se questi termini siano degni di un altissimo dirigente di una televisione pubblica pagata da tutti i cittadini, compreso il sottoscritto”, ha commentato il conduttore Corrado Formigli in studio. “Io non ho il piacere di conoscere questo Corsini, ma lui mi insulta dandomi dell’infame senza che ci siamo mai incontrati, non ci siamo mai parlati nella nostra vita. Noi non lo abbiamo mai insultato – ha aggiunto – capisco che il direttore dell’approfondimento Rai sia molto nervoso per la serie impressionante di flop che ha inanellato, di cui è corresponsabile. Cosa dire? Io la coscienza ce l’ho pulitissima caro Paolo Corsini, anche perché sono sempre stato alla larga dai partiti e dai palchi elettorali e dei partiti”
“La stessa cosa non si può dire di lei. Forse lo spezzone che più la riguarda è proprio questo dove lei si definisce militante”, ha detto ancora Formigli lanciando una clip con l’intervento di Corsini alla festa di Atreju. “Credo che al suo insulto infame non ci sia altra risposta che questa e poi chi guarda giudicherà”, ha concluso.
“Le parole sono importanti – ha commentato su X il direttore di La7, Andrea Salerno – definiscono. Qui a La7 siamo quasi tutti figli del Servizio pubblico, ci abbiamo lavorato anni, anche con qualche notevole successo e contribuendo alla sua crescita editoriale. Dispiace vederlo così”.
E una presa di posizione è arrivata anche dalla Fnsi, per voce del presidente Vittorio Di Trapani. “Il direttore dell’Approfondimento Rai Paolo Corsini ha dato dell’infame al conduttore di Piazzapulita Corrado Formigli. Lo trovo indegno del ruolo che ricopre. Mi auguro immediate scuse da parte della Rai, e decisioni conseguenti”.
(da agenzie)
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