Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
LEI POI CANCELLA IL POST MA LUI LA QUERELA: “VIVO E LAVORO ONESTAMENTE A GENOVA, PORTO SEMPRE RISPETTO PER TUTTI E IN QUESTA CITTA’ SONO RICAMBIATO, NON ACCETTO CHE QUALCUNO ESPRIMA PAROLE DI ODIO E DISPREZZO”
È bufera per le parole della consigliera municipale di Fratelli d’Italia, Cinzia Massa, nei confronti
del candidato in una delle liste a sostegno del dem Andrea Orlando, il consigliere comunale Simohamed Kaabour.
La consigliera meloniana di Bassa Val Bisagno ha affidato al suo profilo Facebook le seguenti dichiarazioni: “La sinistra sarebbe disposta a candidare in Liguria e in Italia tutta l’Africa giusto per fare un dispetto, ma in realtà si fanno un dispetto da soli. Non vi basta un africano in Parlamento, con tutte le accuse a carico dei suoi familiari? Ne volete uno anche in consiglio regionale?”, ha domandato.
Il post è stato poi cancellato, ma i consiglieri del Partito democratico nel Municipio hanno presentato un’interrogazione scritta sull’accaduto, mentre il destinatario dell’attacco da parte della consigliera di FdI ha annunciato che presenterà querela tramite il suo avvocato.
Simohamed Kaabour è consigliere comunale del Partito Democratico a Genova e candidato con la Lista civica Liguri A Testa Alta per Andrea Orlando presidente ed è di origine africana.
Da parte di esponenti locali del Partito democratico, ma non solo, sono arrivati i messaggi di solidarietà nei confronti del collega. La deputata Ouidad Bakkali ha scritto: “Solidarietà all’amico e compagno di tante battaglie. E spero che i liguri votino Andrea Orlando e Simo prenda una marea di preferenze per arrivare in consiglio regionale perché competente, appassionato e ama la sua Genova. Bene ha fatto a querelare, bisogna iniziare a contrastare questa cultura dell’odio razziale nelle sedi opportune”, ha aggiunto prima di rivolgersi direttamente alla consigliera: “Le ricordo che in Parlamento gli afrodiscendenti sono due, anzi tre e una è nel suo partito”.
Alla fine, anche Kaabour è intervenuto per commentare l’accaduto. “Ringrazio coloro che mi hanno scritto per esprimermi la loro solidarietà. Prima di esprimermi direttamente sulla spiacevole vicenda, vorrei sottolineare che fortunatamente vivo nella mia città e regione, e condivido impegni con molte persone che fanno del rispetto il loro metro di giudizio e principio di relazione. Questa vergognosa vicenda però, rivela la caduta nel punto più basso di alcuni e della loro maniera di fare politica perché guardano all’altro con disprezzo”, ha scritto sul suo profilo Instagram.
“Non credo e non pratico questo genere di politica, e mantengo rispetto per tutti coloro con cui mi relaziono, dentro e fuori dal consiglio comunale, ma non sono disposto a chiudere gli occhi di fronte a diffamazioni e demonizzazioni. Assistito dall’Avvocato Francesco Palli, presenterò querela perché ritengo necessario arginare questo tipo di imbarbarimento e dare il senso della misura a chi sceglie di scagliarsi contro l’altro senza giustificazione alcuna”, ha proseguito il candidato. “Ad ogni modo, certe esternazioni non scalfiscono la mia volontà a fare il massimo per la mia città e per la mia Liguria, e anche per chi non porta rispetto per me”, ha concluso.
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
“IO VITTIMA DELLA DESTRA OMOFOBA”: L’EX CAPO DI GABINETTO DIFENDE IL COMPAGNO E ATTACCA FDI
Francesco Spano si sente vittima della destra omofoba. E dice di non essere di sinistra, ma cattolico.
In due interviste rilasciate a Repubblica e Stampa, l’ex capo di gabinetto di Alessandro Giuli al ministero della Cultura replica alle accuse di conflitto di interessi sulla consulenza al Maxxi per il compagno Marco Carnabuci. E sostiene che le sue dimissioni non arrivano per l’inchiesta di Report. «C’è stato un attacco alla mia vita privata e alle mie scelte». Aggiungendo di voler difendere il confine tra critica e denigrazioni: «Io credo che sia legittimo, per ciascuno di noi, non condividere e financo disapprovare le scelte altrui, ma il rispetto per la vita degli altri, e per l’altro a prescindere, è un principio di civiltà invalicabile».
Spano spiega a Serena Riformato sul compagno Carnabuci: «È un libero professionista. Era consulente della Fondazione già prima che io vi tornassi come segretario generale. E ha svolto per il Maxxi attività diverse. L’incarico del 2023 fu assegnato sulla base di una procedura comparativa di offerte a cui furono invitati tre diversi studi legali. La sua risultò la più vantaggiosa. Io non presi parte a nessuna delle fasi di valutazione delle proposte, di aggiudicazione e assegnazione dell’incarico. Fu tutto gestito dall’ufficio legale».
Poi sostiene che «prima ancora della nomina, era già partito un processo di discredito personale e professionale che è andato ben oltre il legittimo diritto di critica delle scelte altrui». In una chat di FdI è stato definito pederasta: «L’epiteto che mi viene rivolto è gravissimo nella sua portata lessicale e, ancor più, nel significato. Ringrazio, anzi, il coordinatore di quella chat per aver prontamente stigmatizzato la cosa».
La coscienza politica
Sulle accuse di essere di sinistra replica a sorpresa: «Se posso usare un’espressione alta, direi che la mia coscienza politica si inserisce nella tradizione del cattolicesimo democratico. E forse recuperare un po’ di quella scuola aiuterebbe tutta la politica odierna. Ma questo è un altro discorso». Mentre «il tema dell’omofobia è gigantesco nel nostro Paese, ma ancor peggiore è il ricorso al discredito personale e del privato di una persona per fini strumentali, di potere, di audience, di quello che vuole. La domanda è: ci si rende conto del male che si fa alle persone? Alle loro vite? È giusto consentirlo?».
Amareggiato e addolorato
A Gabriella Cerami Spano dice di essere «amareggiato. Amareggiato come minimo. Sono addolorato ». Sul compagno insiste: «Si chiarirà tutto quanto prima. Credo che ci sarà a breve una verifica, che anche io ho chiesto in prima persona. Ma ripeto: non ho preso parte alla scelta. È stata aperta una procedura pubblica e se ne è occupato l’ufficio legale». E ancora: «Sono finito in un tritacarne politico ingiusto e ingiustificato. Mi sembra evidente che la reazione che si è scatenata e che ha portato alle mie dimissioni vada ben oltre la questione del contratto da consulente».
Sul ministro Giuli, che ha parlato di «mostrificazione», dice «Questa è una definizione usata dal ministro, non c’è bisogno di aggiungere altro». Infine: «Era un incarico che mi apprestavo a svolgere in maniera seria come ho sempre fatto. Non faccio politica, il mio era un ruolo tecnico, eppure sono finito in una questione politica. Per me è sempre stato un onore lavorare nelle istituzioni del Paese».
(da Open)
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Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
IMPUTIAMO ALLA MELONI IL TONO SPOCCHIOSO E ARROGANTE CON LA QUALE CELEBRA IL NULLA, LA VOCE DELLA PROPAGANDA E’ ODIOSA
Potremmo perdonare a Meloni la sua manovretta economica risicata, faticosa, magra, con quei tre
euro di aumento sulle pensioni minime che tintinnano come monetine in fondo a un secchio vuoto? Certo che potremmo.
Lo Stato è da molti anni in tempi di lesina, la ricchezza italiana è dei privati, non di una mano pubblica disprezzata, frodata dall’evasione e spesso ridotta ad assumificio da classi dirigenti poco degne.
Solo uno sciocco potrebbe pretendere che all’improvviso piovessero dal cielo banconote, ospedali nuovi, stipendi degni per gli insegnanti, ponti e strade rifatti, prenotazioni per le visite mediche entro le 24 ore.
Se non la perdoniamo non è dunque per la pochezza di quello che è riuscita a combinare insieme ai suoi. Altri, prima di lei, hanno fatto le nozze con i fichi secchi.
È per il tono spocchioso, trionfale, infine oltraggioso con il quale Meloni si autocelebra, totalmente dissonante rispetto alla realtà delle cose, alla lesina, all’arrabattarsi, al tirare di qua e di là una coperta così corta che non si capisce come non si sia ancora strappata.
Perché non dire agli italiani, in primo luogo ai suoi, “facciamo quello che possiamo, e sappiamo che quello che possiamo è poco”? Che cosa ci sarebbe di disonorevole nel parlarci come se fossimo adulti e senzienti, non una claque di ignoranti da gabbare o di bambocci da tenere buoni?
La voce della propaganda è odiosa. È la dichiarazione di morte della capacità di parlarsi sul serio. Dicono che Meloni sia “brava nel comunicare”.
Quando mai? È brava a vantarsi e a organizzare la fanfara.
Comunicare vuol dire rivolgersi alle persone senza megafono e farle sentire dentro una storia vera, non le comparse di una frottola.
(da repubblica.it)
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Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
LA FOTO DELLA SCHIENA E LE SPIEGAZIONI: “HA REAGITO SOLO PER DIFENDERSI, IN FONDO ERA A CASA SUA, NON MIA”
La foto della sua schiena graffiata dall’orso hanno fatto il giro del web. Eppure Andrea, boscaiolo e operaio comunale di Bleggio Superiore (Tn), 33 anni, non vuole che l’animale sia abbattuto o portato via dal Trentino. «Non uccidetelo, voleva solo difendersi», dice oggi in un’intervista a La Stampa. Nella quale racconta che il plantigrado lo ha «sorpreso d’improvviso alle spalle, mi ha buttato a terra e mi ha schiacciato ripetutamente con le zampe mentre io, mani sulla testa, cercavo di proteggermi. Strizza? Tanta».
La provincia è pronta alla «rimozione» degli orsi pericolosi. Come è successo per KJ1, il più vecchio esemplare della zona con i suoi 22 anni. E domenica 3 novembre è in programma una consultazione in tredici comuni della Val di Sole sulla convivenza con orsi e lupi.
Il boscaiolo e l’orso
Andrea cercava funghi quando ha incontrato l’orso: «Tutto bene, posso dire di essere stato fortunato. Certo non mi aspettavo scoppiasse un simile caso mediatico, io sono una persona riservata, non mi piace tutta questa attenzione». Spiega perché i segni sul suo corpo sono meno drammatici di quelli che si vedono di solito dopo le aggressioni dei plantigradi: «L’orso non mi ha aggredito, non mi ha graffiato. I segni che ho sulla schiena sono quelli provocati dalle unghie mentre mi schiacciava a terra con le zampe. Le sue unghie infatti non sono retrattili e quindi mi ha per forza segnato la pelle». Dice di non essersi accorto di averlo alle spalle. Poi d’improvviso «mi ha spinto, mi ha buttato a terra e io voltandomi ho visto il suo muso. Allora d’istinto ho portato le mani sulla testa per proteggermi».
L’aggressione e i graffi
E ancora: «Mi ha schiacciato con le zampe per quattro, cinque volte, come a dirmi “stai qui”. Ma, sia chiaro, non ha affondato le unghie. Probabilmente quella sua reazione era solo per difendersi, del resto ero io a casa sua e non il contrario». Il tutto è durato una decina di secondi. Poi ha perso il senso del tempo: «So solo che mi sono guardato attorno per verificare che non ci fosse più l’orso e solo allora mi sono rimesso in piedi. Ma non è affatto vero che mi sono trascinato sanguinante fino a valle a chiedere aiuto». E aveva messo in conto la possibilità di incontrarne: «Ci vado tutti i giorni nel bosco, sapevo che prima o poi sarebbe potuto accadere. Del resto si sa che orsi ce ne sono qui, bisogna solo avere un occhio di riguardo. Io, comunque, che sono abituato ad andarci da solo per boschi, forse ho dato troppa fiducia».
L’orso e l’uomo
«Hanno annunciato che verrà ucciso solo poche ore dopo che lo avevo incontrato nel bosco, per quanto ne avessi parlato solo con dei forestali. Hanno detto subito che lo abbatteranno e questo mi ha dato alquanto fastidio. Io non mi sento di dire che gli orsi vanno ammazzati, sterminati. No», dice Andrea. «A mio parere sarebbe meglio controllarli di più, monitorare i loro spostamenti e comportamenti. E fare in modo che la gente sappia da fonti certe quali sono le zone più a rischio, dove è più probabile incontrare l’orso. Insomma, adottare un sistema per avvertire le persone delle aree più pericolose». Mentre a quelli che hanno messo in dubbio l’aggressione replica così: «Che provassero loro cosa può fare un orso».
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
LA VICENDA COINVOLGE MOLLICONE E LE AMICIZIE DI ARIANNA E GIORGIA MELONI
«Dobbiamo rallentare. Trovare soluzioni, collaborare. Evitare che questa storia ci sfugga di mano e
metta in difficoltà il governo». Nella telefonata di ieri Giorgia Meloni ha cercato di catechizzare Alessandro Giuli. Che è sull’orlo delle dimissioni dopo il caso Spano. E le ha offerte alla premier. Che però da quell’orecchio non vuole proprio sentirci: «Dobbiamo restare compatti. Altrimenti la situazione rischia di finire fuori controllo». Ma intanto si delineano i contorni del nuovo caso Giuli, annunciato ieri da Sigfrido Ranucci nell’inchiesta di Report. Che parte da una mostra sul futurismo in programma a dicembre alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. E nella quale compare il FdI Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura a Montecitorio già protagonista di una lite con Antonella Giuli, sorella del ministro.
I retroscena di Corriere e Repubblica raccontano il colloquio tra Meloni e Giuli. Una telefonata che serve a placare lo scontro interno tra il ministro e Giovanbattista Fazzolari. Indicato, anche se lui ha smentito in più occasioni, come il nemico interno di Giuli. Insieme a Isabella Rauti, una delle personalità di FdI contrarie alla nomina di Spano. Intanto il ministro è alla ricerca di un capo di gabinetto. Diversi magistrati e membri del Consiglio di Stato hanno rifiutato l’incarico. Ora circolano i nomi di Cristiana Luciani, che lavora presso il Garante della Privacy ed è moglie del deputato meloniano Luca Sbardella, e di Valentina Gemignani, dirigente del ministero dell’Economia. Ma c’è un problema che riguarda Emanuele Merlino. Il figlio di Mario, esponente di Avanguardia Nazionale e poi fondatore del circolo anarchico XXII Marzo. E che potrebbe finire nell’inchiesta di Report.
Il caso Mollicone e Antonella Giuli
Intanto nel Transatlantico è ancora d’attualità la lite tra Antonella Giuli e Morricone. «Mi ha provocato ma ora mi dispiace», fa sapere lui. L’ex portavoce di Francesco Lollobrigida molto vicina ad Arianna Meloni. Che dopo la separazione si starebbe muovendo «con astuzia politica» per cercare il suo spazio tra partito e governo. Ma finora le seconde dimissioni di un ministro della Cultura dopo il caso Sangiuliano vengono escluse. «Il segreto di Giorgia è la stabilità», sussurrano da FdI. Mentre le storie sulle orge gay al ministero e sui gusti sessuali di Giuli sarebbero «solo gossip montato ad arte dalla sinistra». Ma un caso pronto a scoppiare c’è già. Ed è proprio quello della Gnam. Tutto comincia quando Sangiuliano annuncia la mostra sul movimento di Marinetti. All’epoca proprio Giuli propone al professor Fabio Benzi di portare quella organizzata al Kroller museum in Olanda al Maxxi.
La mostra sul futurismo
Ma il progetto non piace a Sangiuliano, che blocca tutto. E cambia progetto: arrivano i curatori Alberto Dambruoso (autore di un libro su Boccioni) e il giornalista del Tempo Gabriele Simongini. Il ministro crea un comitato scientifico nel quale entra anche il vignettista Osho, ovvero Federico Palmaroli. Ma delle 650 opere previste per la mostra ne vengono tagliate 300. E cominciano le pressioni per esporre le opere di Fabrizio Russo, che Report mostra mentre fa il saluto romano. Di Russo, spiega Repubblica, si dice proprio che sia vicino a Mollicone. Mentre queste tele risalirebbero agli Anni Cinquanta: fuori dal perimetro storico del futurismo. Ci sono proteste, ma in una chat Simongini avverte: «Chi non si adegua rischia. Perché loro sono lo Stato». Alla fine proprio Merlino comunica a Dambruoso il licenziamento.
La similitudine con il caso Boccia
«La mia situazione non è molto dissimile da quella di Maria Rosaria Boccia», commenta lui con Report: «Anch’io ho ricevuto un incarico che non è stato poi formalizzato». Più di un anno di lavoro, durante il quale per conto del ministero ha avuto rapporti con musei e collezionisti di mezzo mondo, buttato al vento. E neppure retribuito. Per ragioni di ortodossia, «come neanche Mussolini ha mai fatto».
(da Domani)
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Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
“DOMANI” LI METTE IN FILA: DALL’AUTONOLEGGIATORE DI FROSINONE FABIO TAGLIAFERRI, TRAGHETTATO AD “ALES”, FINO A MANUELA CACCIAMANI A CINECITTÀ, PASSANDO DA MARCO MEZZAROMA, DE MITA JR,, ORAZIO SCHILLACI E FRANCESCO ROCCA… LA CILECCA DI MICHETTI E IL RAPPORTO CON ALESSANDRO GIULI (TRAMITE LA SORELLA DI LUI, ANTONELLA)
Non c’è solo Fabio Tagliaferri alla Ales. La ragnatela sulle nomine di Arianna Meloni inizia da Manuela Cacciamani al vertice di Cinecittà, arriva alla Rai con la protezione garantita ai dirigenti prediletti, passando per il suggerimento dei ministri, per esempio Orazio Schillaci.
E c’è chi, come Francesco Rocca, ha più che velatamente ammesso che la sua candidatura alla regione Lazio sia stata frutto della decisione della sorella della premier: «Probabile che sia stata lei a suggerire il mio nome. La conosco da moltissimi anni».
Arianna Meloni, la sorella più influente d’Italia, ripete a tutti di «non occuparsi delle nomine», perché si dedica all’organizzazione di Fratelli d’Italia di cui è capa della segreteria politica e responsabile tesseramento.
Certo, non è una sua funzione ufficiale e di sicuro non ha potere di firma. Eppure, quando si parla di incarichi a tutti i livelli, nei palazzi la frase è sempre la stessa: «Dipende da Arianna». E a destra scatta la difesa: «Non lo faceva anche la sinistra?».
Una delle ultime sponsorizzazioni di peso è stata quella di Cinecittà con l’amministratrice delegata Cacciamani. E, come raccontato da Domani, la sua società (di cui ha ceduto le quote al momento della nomina), la One More Pictures, ha ricevuto contributi pubblici da alcuni ministeri e ha beneficiato di una collaborazione con il MAXXI sotto la direzione di Alessandro Giuli.
Il tutto con un trait d’union in famiglia: Maria Grazia Cacciamani, sorella dell’imprenditrice-manager, oggi affianca il presidente del Lazio Rocca nell’ufficio di gabinetto.
Con Arianna Meloni l’amicizia si è consolidata nei giorni della campagna elettorale delle regionali nel Lazio. Le strade delle nomine della sorella della premier portano sempre in via Tuscolana, sede di Cinecittà.
Nel cda della società pubblica siede un altro protégé, Giuseppe De Mita, che era – in un primo momento – il principale candidato al ruolo di ad. Sempre con la benedizione della sorella della premier. Alla fine De Mita jr. si è accontentato della poltrona nel cda, restando anche in Sport e salute dove è consulente e in corsa per un posto da direttore nella società in cui è presidente un altro amico della famiglia Meloni: l’imprenditore Marco Mezzaroma.
Ma il filo di Arianna Meloni è arrivato a dirimere un’ulteriore questione, sempre per quanto riguarda il cda di Cinecittà, ma interna a Forza Italia: Enrico Cavallari era voluto dal capogruppo al Senato di FI, Maurizio Gasparri, mentre Antonio Tajani puntava su Annamaria Vecchione.
Si torna al punto di partenza, alla pietra angolare di tutte le nomine. La più rumorosa resta quella di Fabio Tagliaferri al vertice dell’Ales, una delle società più importanti legate al ministero della Cultura. Da dirigente locale a Frosinone e titolare di un autonoleggio nella città ciociara al ruolo apicale in una partecipata statale da 2mila dipendenti.
Di sicuro con l’ex ministro Sangiuliano non aveva un rapporto così solido. «Lo avevo incontrato per esempio a una festa di Atreju», ha ammesso Tagliaferri in un’intervista a Repubblica. E ancora: Manuela Maccaroni, indicata ufficialmente dalla regione Lazio, quindi da Rocca. Passando attraverso il consulto con il suo faro: Arianna Meloni.
C’è da dire che l’infallibilità non è il piatto forte della sorella della premier. La prima vera scelta non è stata delle più fortunate. È stata Arianna Meloni a promuovere la candidatura di Enrico Michetti a sindaco di Roma, spalancando la porta del Campidoglio a Roberto Gualtieri. Ma ad Arianna Meloni non va imputato nulla: la responsabilità è degli altri. Anche perché lei ripete che non nomina nessuno.
Intanto, alla formazione del governo, ha convinto la premier a piazzare Orazio Schillaci alla Salute, a dispetto di un profilo poco noto, e Gennaro Sangiuliano alla Cultura. Altra decisione che alla lunga si è rivelata infelice. Ma il sostituto dell’ex direttore del Tg2 è arrivato sempre dall’inner circle di Arianna Meloni: Alessandro Giuli, con il quale c’è una conoscenza pluriennale e una stima reciproca.
Nemmeno il “niet” del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha fermato la corsa verso il Collegio romano, sede del Mic. Del resto, da quanto raccontano a Domani, Arianna Meloni ha avuto modo di apprezzare Giuli nel suo periodo al MAXXI. In quei mesi ha caldeggiato la mostra del fumettista Benito Jacovitti al museo di Roma.
La voce della sorella si fa sentire anche a viale Mazzini: quando in Rai c’è stato vento di burrasca sul giornalista, Paolo Corsini, con un cursus honorum di destra, e soprattutto c’è stata la blindatura di Giampaolo Rossi nelle vesti di amministratore delegato della Rai. Nessun cedimento su soluzioni alternative. Le diramazioni arrivano fino alle società pubbliche strategiche per il paese, come Terna. L’ad è Giuseppina Di Foggia, ex ceo di Nokia Italia ma poco avvezza al mondo dei colossi pubblici della rete elettrica. Una sorpresa.
Così come ha destato un po’ di stupore il contatto con Francesco Vaia, ex direttore dello Spallanzani, passato alla direzione prevenzione al ministero della Salute. Arianna Meloni, insieme alla sorella, ha avuto modo di apprezzarlo durante le fasi più acute della pandemia del Covid, quando Vaia è diventato una sorta di consigliere privato di famiglia.
(da Domani)
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Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
“GLIELA FARÒ PAGARE”… MA L’UNICA COSA CHE PUÒ FARE È PORTARE IN TRIBUNALE L’AVVOCATO DEL POPOLO… L’AFFONDO DEL “CORRIERE”: “NELLO SCONTRO TRA DUE PERSONE DALL’EGO IPERTROFICO, LA FACCENDA ERA INEVITABILMENTE DESTINATA A DIVENTARE PERSONALE”
Lasciate stare le palanche. Ormai i soldi c’entrano ma fino a un certo punto. Beppe Grillo è
incavolato nero, il suo umore abituale, diciamo, non tanto per il messaggio quanto per il mezzo. La revisione o la risoluzione del contratto tanto paventata da Giuseppe Conte dapprima con una lettera formale, poi con una dichiarazione scritta, era stata ampiamente messa in conto.
Nell’eremo di Nervi, dove l’Elevato torna dopo aver smaltito le sue frequenti malinconie, si aspettavano una raccomandata con ricevuta di ritorno. Non certo il licenziamento tramite anticipazione del libro di Bruno Vespa.
«La scelta di comunicare attraverso il giornalista più istituzionale della storia di questo Paese» è il ragionamento dei soliti amici senza nome «è la conferma di quanto Beppe sostiene da sempre: quell’uomo ha stravolto e distrutto il progetto suo e di Gianroberto Casaleggio».
Era difficile aspettarsi qualcosa di diverso da due persone che si sono sempre state sulle scatole, e anche questo è un gentile eufemismo. Sono cinque anni che assistiamo a un minuetto scandito dall’ipocrisia reciproca. Dal «ma chi c… è questo» con cui Grillo apostrofò Luigi Di Maio e Davide Casaleggio nell’hotel romano dove nel 2018 i due tapini gli stavano spiegando che uno sconosciuto avvocato pugliese sarebbe divenuto il prossimo presidente del Consiglio, non è cambiato poi molto.
«Senza agibilità politica» «Seicentesco», «Privo di visione politica e di capacità manageriali», «Inadeguato che non studia neppure», «Vaporizzatore del Movimento», eccetera, in precario ordine cronologico.
Gli ultimi tempi non hanno certo portato consiglio, se è vero che in quel di Camogli, dove trascorre gran parte dei suoi pomeriggi, Grillo ha affermato di avere un solo rimpianto. «Dovevo lasciarlo al banchetto» avrebbe detto ai suoi amici.
Il riferimento è alla conferenza stampa tenuta dietro a un tavolino in piazza Colonna a Roma, il giorno dopo la caduta del Conte 2 che lasciò l’avvocato del popolo senza governo e senza una casa politica.
L’ex comico è convinto di avere un credito con quello che sembra essere diventato il suo nemico giurato, perché gli offrì un indirizzo e un partito chiavi in mano, per quanto in crisi. Ma anche questa è una mezza verità, o uno di quei racconti compiacenti che ognuno fa a sé stesso quando si rende conto di avere fatto un errore che risulta insopportabile
«Beppe, tu ci hai lasciato soli». I pochi parlamentari della prima e della seconda ora con i quali è ancora in contatto non mancano di ripetergli lo stesso concetto. L’Elevato era l’uomo che non c’era. Che non voleva più saperne, preso da un senso di stanchezza e dalle proprie apocalissi personali, il figlio a processo per stupro, le tensioni familiari che derivano da un evento traumatico come questo.
Nello scontro tra due persone dall’ego ipertrofico, la faccenda era inevitabilmente destinata a diventare personale. E quindi, tutto sommato, anche poco interessante. A meno di essere interessati ai cavilli e ai drammi soporiferi da tribunale civile.
«Gliela farò pagare» giura Grillo scottato da questa umiliazione pubblica e forse immemore delle tonnellate di letame riversate anche dal palco dei suoi spettacoli suo rivale, non meno sensibile di lui alla lesa maestà. Ma mentre lui faceva altro, Conte ha svuotato il «suo» M5S, privandolo di ogni arma congressuale. Rimangono solo le carte bollate, oppure la strada, come ai tempi dello Tsunami tour . Ma tranquilli. Nessuno si farà male, a cominciare dai due contendenti. Siamo pur sempre nel territorio della commedia all’italiana, mica del dramma.
(da Il Corriere della Sera)
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Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
HA PUBBLICATO LA FRASE CON UN’IMMAGINE DI ELLY SCHLEIN: “GLI URLAI DI TORNARE, DI FARE DI ME QUELLO CHE VOLEVANO, MA NIENTE, SPARIRONO LASCIANDOMI NEL DOLORE PIÙ ACUTO”… COPPOLINO HA PROVATO A SMARCARSI TIRANDO IN BALLO UN PRESUNTO HACKERAGGIO… BENE CONSEGNI TUTTO ALLA POLIZIA POSTALE INVECE CHE FAR SPARIRE IL POST
Pubblica un post aberrante sulla segretaria del Pd Elly Schlein che provoca un terremoto politico, fino a chiamare in causa il ministro Nello Musumeci, e alla fine lo cancella.
Il protagonista è Salvo Coppolino, ex consigliere provinciale di An di Palermo, poi dirigente di Diventerà Bellissima, il partito fondato in passato dall’attuale membro del governo, e ora di Fratelli d’Italia ma senza un ruolo dirigenziale.
“Ricordo una volta i fascisti volevano abusare di me ma poi fuggirono”, è la frase postata con una immagine di Elly Schlein. Un post condiviso da un altro post.
“Io li chiamai, gli urlai di tornare, di fare di me quello che volevano, che non li avrei denunciati, ma niente, sparirono lasciandomi nel dolore più acuto”, si leggeva nel post rilanciato di Coppolino, ora dipendente dell’Ars.
Frasi choc di fronte alle quali il Partito Democratico ha chiesto un intervento del titolare del dicastero per la Protezione civile e le Politiche del mare: “Auspichiamo che il ministro Musumeci prenda immediatamente. Una vergogna e un gesto indegno che il ministro deve condannare con forza”, ha chiesto Debora Serracchiani, componente della segreteria nazionale del partito guidato proprio da Schlein.
Coppolino ha provato a smarcarsi, parlando di “post osceno” e sostenendo l’hackeraggio del suo profilo: “Non è la prima volta, è successo altre due volte”.
Poco dopo è intervenuto proprio Musumeci: “Leggo basito le parole pubblicate sul profilo di Salvo Coppolino, dalle quali l’interessato ha preso le distanze. A prescindere dalla loro reale paternità, sono frasi che condanno fermamente, esprimendo la mia solidarietà alla segretaria Elly Schlein”
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 25th, 2024 Riccardo Fucile
IL CASO HA SPACCATO FRATELLI D’ITALIA TRA LA FRONDA PRO-VITA CHE HA DATO DEL “PEDERASTA” A SPANO E L’ALA PIÙ MODERATA E LA FIAMMA MAGICA È ESPLOSA: FAZZOLARI, AL NETTO DELLE PAROLE DI RITO (“STIMO GIULI”) HA SEMPRE OSTEGGIATO GIULI, CHE CONSIDERA UN “TRADITORE”. E VUOLE COMMISSARIARLO IMPONENDOGLI IL NUOVO CAPO DI GABINETTO
Meloni, dopo aver liquidato sulle chat interne del partito i retroscena usciti sui giornali come
«falsi», alza il telefono di buon mattino per un chiarimento con il ministro. Giuli le ribadisce il concetto già espresso il giorno prima a Mantovano: non ammette più intrusioni.
Il caso Spano, insomma, non si deve ripetere. I toni non salgono, ma la conversazione, per usare un eufemismo da prima repubblica, è franca. Il ministro chiarisce che il suo posto è a disposizione, nel caso in cui non ne venga rispettata l’autonomia, Meloni non vuole toccare questo tasto, «non c’è motivo perché tu te ne vada».
Per la premier, infatti, dover cambiare ancora il ministro della Cultura, dopo la traumatica e recente uscita di scena di Gennaro Sangiuliano vorrebbe dire, oltre a una brutta figura, aprire una sorta di crisi di governo. Quindi bisogna andare avanti, cercando di ricostruire i ponti crollati sotto i colpi delle accuse di Fratelli d’Italia a Spano, con un’operazione di delegittimazione che, secondo Giuli, è stata orchestrata da Sangiuliano.
Meloni e il ministro concludono la telefonata accennando alla nomina del nuovo capo di gabinetto del ministero della Cultura. I due non avrebbero parlato di nomi, Meloni non vuole occuparsene direttamente, ma hanno concordato un metodo: condividiamo le scelte. Il perimetro però non è ancora chiaro.
Ma la sfida dell’ex direttore del Maxxi al cuore del melonismo è ancora in corso. Per capire l’esito di questa battaglia inedita nel suo genere bisognerà vedere chi sarà il successore di Spano. I nomi che sarebbero spinti da Palazzo Chigi sono Cristina Luciani, avvocatessa, dirigente dell’ufficio del Garante della privacy e moglie di Luca Sbardella, deputato di FdI vicino a Giovanni Donzelli.
L’altro nome è quello di Valentina Gemignani, consorte di Basilio Catanoso, storico dirigente della destra catanese. Nomi che, se scelti, dimostrerebbero che il commissariamento di Giuli è ormai un fatto. La decisione definitiva verrà presa la settimana prossima, dopo la puntata di Report sul ministero della Cultura, in onda dopodomani. Una trasmissione che potrebbe cambiare molte cose.
Sedare, sopire. Perché il rischio è che il “caso Giuli” spezzi il melonismo in due, irreparabilmente. Che crei tensioni enormi dentro Palazzo Chigi. E inneschi imbarazzanti rivelazioni, nuove figuracce, altre dimissioni. Ecco perché al mattino Giorgia Meloni decide di chiamare Alessandro Giuli.
Chiamata necessaria — fatta trapelare dal cerchio magico — dopo l’incontro avuto dal ministro della Cultura con Alfredo Mantovano, a seguito delle dimissioni del capo di gabinetto Francesco Spano. Ma soprattutto, telefonata fondamentale per cercare di placare lo scontro tra Giuli e Giovanbattista Fazzolari, di cui tutti parlano e che tutti conoscono: i due hanno rotto da un po’ e, da allora, neanche si parlano
Arginare è dunque l’imperativo della presidente del Consiglio, «dobbiamo rallentare — è il senso di quanto dice al giornalista diventato responsabile del Mic, secondo quanto riferiscono fonti di massimo livello di Palazzo Chigi — dobbiamo trovare soluzioni, collaborare, evitare che questa storia sfugga di mano emetta davvero in difficoltà il governo ».
In realtà, la premier e il suo cerchio magico imputano a Giuli una mancata condivisione nelle scelte e un’autonomia eccessiva, sgradita, incontrollabile. E per certi versi pericolosa. Sono preoccupati, anzi letteralmente allarmati dalla possibilità che le inchieste giornalistiche mettano in difficoltà Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica di Giuli, fidatissimo di Fazzolari. Che seguano altre dimissioni, dopo quelle che hanno scosso il ministero. E che il caos finisca per travolgere anche Giuli.
Come reagirebbe, a quel punto, il neo ministro? A colloquio con Meloni, Giuli tiene sostanzialmente il punto. Si dice fiero di aver deciso la cacciata dell’ex capo di gabinetto Francesco Gilioli e di aver coinvolto Spano nell’avventura di governo poi finita nel modo peggiore. Ma soprattutto, denuncia il “fuoco amico” di Fratelli d’Italia, l’azione sotterranea di quelli che da giorni provano ad affondarlo.
Infine, per ribadire la buona fede fa un ragionamento che si può sintetizzare così: se necessario, non ho problemi a dimettermi. Giuli — e tutti i protagonisti di questa storia — sanno benissimo che non sarebbe tollerabile, né sostenibile per il melonismo la caduta del secondo ministro della Cultura in un mese.
Peggio: il disastro produrrebbe solo nuove vendette. È quello che in privato ammette anche Meloni, al telefono, secondo quanto riferiscono le stesse fonti di Palazzo Chigi: «Dobbiamo restare compatti, abbassare la tensione. Altrimenti la situazione rischia davvero di finire fuori controllo».
Palazzo Chigi si adopera per una tregua. Parla addirittura Fazzolari, il grande avversario del ministro: «Non c’è nessuno scontro con Giuli. Notizia falsa e pateticamente inventata. È una persona che stimo e della quale appezzo la grande professionalità».
Sedare, sopire. Lo stesso prova a fare anche Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura. L’altro ieri ha litigato in pieno Transatlantico con Antonella Giuli, sorella del ministro. Adesso prova a ridimensionare: «Con Antonella ho storici rapporti di stima».
Tutti stimano tutti, ma intanto la faida politica non si arresta. Continuano a circolare indiscrezioni sulle chat dei parlamentari pro vita di Fratelli d’Italia. E, più in generale, sul pressing espresso dalla pattuglia parlamentare contro il ministro. Tra chi era contrario alla nomina di Spano ci sarebbero deputati, senatori, personalità di peso come Isabella Rauti.
Ogni decisione va ponderata al millimetro, a questo punto. Anche la successione di Spano. E però, almeno su questo dossier, Giuli sembra disposto a ragionare con palazzo Chigi. Anche perché trapela che diversi magistrati e membri del Consiglio di Stato si sarebbero rifiutati anche solo di ragionare dell’incarico
(da La Stampa)
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