Ottobre 31st, 2024 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, CARLO NORDIO, SENTITOSI DI NUOVO SCAVALCATO, SI È INFASTIDITO, E ALLA FINE LA NORMA È STATA RINVIATA
Un blitz. Studiato fino all’ultimo dettaglio e cercando di evitare fughe di notizie. Addirittura
facendo trapelare a più riprese che Giorgia Meloni fosse contraria a un nuovo decreto per aumentare le pene contro gli “spioni. Poi saltato all’ora di pranzo, dopo un pasticcio comunicativo di Palazzo Chigi.
A scrivere le nuove norme era stato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che lo ha limato fino all’ultimo. L’escamotage era quello di inserire misure sulla cybersicurezza in un decreto Giustizia già previsto da tempo. Norme molto dure che prevederebbero l’innalzamento […] delle pene per i funzionari pubblici che bucano i sistemi informatici e l’accentramento delle investigazioni contro i crimini cibernetici sotto la Procura Nazionale Antimafia guidata da Giovanni Melillo.
Anche le prassi sono da cambiare e per questo Mantovano ha previsto un nuovo regolamento per aumentare la sicurezza nella Pubblica Amministrazione dopo un tavolo con tutti gli attori coinvolti.
Il decreto, i cui contenuti sarebbero stati condivisi lunedì durante un incontro a Palazzo Chigi tra Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, però ha creato malumori con il ministero della Giustizia. Al Guardasigilli Carlo Nordio infatti non è piaciuto il metodo – essere stato scavalcato per l’ennesima volta – ma nemmeno alcune norme di merito, a partire dal possibile innalzamento delle pene, chiesto a gran voce anche dalla Lega di Matteo Salvini che sul dossieraggio sta facendo una lunga campagna politica.
In questo modo anche l’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza avrebbe perso poteri accentrando tutto nelle mani della procura Antimafia e il direttore Bruno Frattasi avrebbe esposto le sue perplessità. Uno scontro istituzionale che ha portato al rinvio a data da destinarsi: la legge sarà approvata dal Consiglio dei ministri a metà novembre.
Che il blitz ci sia stato e sia fallito lo si capisce anche da un pasticcio comunicativo di Palazzo Chigi.
Alle 13.36, infatti, la Presidenza del Consiglio comunica l’ordine del giorno in cima al quale, a sorpresa, si trova proprio il nuovo decreto che prevede “misure urgenti in materia di ordinamento giudiziario, di personale di magistratura, di incarichi dirigenziali e di competenza investigativa sulla criminalità informatica”. La norma […] non passa nemmeno dal pre-Consiglio. L’origine è: Presidenza del Consiglio e ministero della Giustizia. Un’ora dopo, però, sono le 14.43, Palazzo Chigi comunica una variazione dall’ordine del giorno in cui il decreto sparisce.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 31st, 2024 Riccardo Fucile
“SVENDERE I CURDI E’ UNA SPECIALITA’ DEL DIPARTIMENTO DI STATO AMERICANO”
È di pochi giorni fa l’attentato alla Turkish Aerospace Industries di Ankara rivendicato dal Pkk, “Partito dei lavoratori del Kurdistan”, il cui capo, almeno formalmente, è ancora Öcalan, che dopo anni di persecuzioni del governo turco, prima ancora che al potere arrivasse il tagliagole Recep Tayyip Erdogan, attuale alleato degli Stati Uniti poiché sta nella Nato (la più importante base americana nel mondo è a Incirlik), si era rifugiato in Italia, ma Massimo D’Alema, che era capo del governo – ed è incredibile come quest’uomo intelligente che aveva studiato politica sulle ginocchia di Togliatti nella sua vita le abbia sbagliate tutte – lo rispedì al mittente, cioè nelle prigioni turche dov’è tuttora ristretto e perno di oscure trattative.
I curdi sono un’antica popolazione ‘tradizionale’ indoeuropea che abita un vasto territorio chiamato appunto Kurdistan. Ma poiché non sono né cristiani, né islamici, né ebrei non hanno santi in paradiso, così il loro territorio è diviso fra Turchia (dove sono circa 20 milioni), Iran (fra gli 8 e i 12 milioni), Iraq (fra i 6 e gli 8 milioni), Siria (fra i 2 e i 6 milioni) e Azerbaigian.
Sembra incredibile, ma il trattamento migliore l’hanno avuto dai russi, che occupavano l’Azerbaigian dal 1920, i quali diedero l’indipendenza ai curdi che abitavano quella regione.
Nel 1920 il Trattato di Sèvres riconosceva il diritto all’indipendenza del Kurdistan, ma solo tre anni dopo quello di Losanna se lo rimangiò perché così conveniva alle potenze del tempo.
Da allora i curdi, che sono un popolo pastore e nomade, fiero, coraggioso, ospitale, guerriero e anche feroce, ma con un proprio e profondo senso etico come accade spesso nelle comunità che chiamiamo “tradizionali” (il furto, tanto per fare un esempio, è praticamente sconosciuto) si battono per la loro indipendenza ma vengono regolarmente mazzolati dagli Stati che occupano il loro territorio, disposti anche alle più incestuose alleanze pur di tenerli a bada.
Dall’ottobre del 1984 fra Turchia e Iraq esiste un patto leonino che consente ai rispettivi eserciti di inseguire, al di là dei confini, i ribelli curdi. In alcuni di questi raid i turchi hanno usato il napalm. Saddam ha raso al suolo 30.00 dei circa 4.500 villaggi curdi in territorio iracheno.
Ma il peggio è avvenuto nel 1988 quando ad Halabaya Saddam gasò in un sol colpo cinquemila curdi irakeni nella totale indifferenza del cosiddetto “mondo civile” tutto schierato con l’Iraq in funzione anti-khomeinista (sia detto di passata in Turchia i curdi non possono essere definiti come tali, ma devono essere chiamati “turchi di montagna”).
I curdi sono stati essenziali, insieme all’aviazione americana, nell’abbattere lo Stato Islamico di al-Baghdadi. Si aspettavano quindi di essere remunerati in qualche modo. Invece no. Nell’Iraq iracheno le condizioni dei curdi furono addirittura peggiorate senza che gli americani muovessero un dito in loro difesa. Ha scritto il giornalista americano William Safire sul New York Times: “Svendere i curdi è una specialità del Dipartimento di Stato americano”.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA, LEGA E FRATELLI D’ITALIA SI UNISCONO PER INCASSARE LA CUCCAGNA DEL POTERE MENTRE A SINISTRA QUALCUNO NON HA CAPITO CHE SENZA COALIZIONE COESA SI VA A SBATTERE
Il successo di Marco Bucci ha un nome e un cognome: Claudio Scajola. Il sindaco di Genova,
neo-governatore, deve la vittoria soprattutto alla capacità manovriera di quel vecchio arnese democristiano dell’ex ministro dell’Interno, ben noto per ritrovarsi proprietario di una casa “a sua insaputa”, che ha dragato voti nelle province di Imperia e Savona.
La sua pervasività ha più che compensato l’affermazione del centrosinistra nella città di Genova. La forza elettorale di Scajola è confermata dal fatto che suo nipote, Marco, risulta tra i più votati in Liguria.
Senza dubbio, la sconfitta, inattesa, di Bucci a casa sua, a Genova, città di cui è stato sindaco per 7 anni, non fa ben sperare il centrodestra in vista delle elezioni comunali di aprile 2025.
Bucci, premiato perché considerato non un politico di professione ma un candidato civico, vorrebbe candidare come successore il suo vice, Pietro Piciocchi, sull’onda della continuità con la sua amministrazione. Ma il Pd parte favorito: proprio a Genova, i dem si sono affermati come primo partito.
Gli ottomila voti di scarto che hanno fatto perdere Andrea Orlando si potevano raccattare da qualche parte?
Certo, o dall’elettorato del Movimento Cinque Stelle, che ha disertato le urne facendo inchiodare Conte al 4,6%, o da quello Italia Viva, che è stata tenuta fuori dall’alleanza da Conte.
Questo ha innescato una serie di sciagurate decisioni e ha portato da un lato alla sconfitta del centrosinistra, dall’altro al tracollo dei Cinque Stelle nella regione del fondatore, il latitante (dalle urne) Beppe Grillo.
Un gioco al massacro, quello nel campo largo, che prende i tratti della farsa, visto che Italia Viva, esclusa con ignominia dall’alleanza elettorale in Liguria, sarà presente con i suoi simboli a supporto del campo largo sia in Umbria che in Emilia Romagna: la definitiva dimostrazione dell’altissimo livello di masochismo a cui va ciclicamente incontro la cosiddetta sinistra italiana.
Sempre a proposito di voti, c’è da registrare la solita paraculaggine con cui Giorgia Meloni ha provato a giustificare la perdita, per Fratelli d’Italia, di quasi 100mila preferenze rispetto alle Europee del 9 giugno.
La Ducetta ha puntato il dito contro le liste civiche a supporto di Bucci, che avrebbero drenato consensi a danno dei partiti. Una minchiata, visto che Lega e Forza Italia hanno confermato quasi i loro voti, e solo Fratelli d’Italia li ha persi.
L’analisi dei risultati non può prescindere dal dato sull’astensione: l’affluenza è calata di un altro 7,5%, arrivando al 46% (nel 2019 aveva votato il 53%). È il trionfo del maggior partito d’Italia, Il “partito dell’indifferenza’’, quell’ampia fetta di popolazione che non si sente rappresentata, non sa per chi votare e, priva della spinta delle ideologie, finisce per disinteressarsi al governo della cosa pubblica. Con il risultato che a Bucci è bastato un quarto degli aventi diritto per essere eletto governatore.
Elly Schlein intasca l’ottimo risultato del Pd, che in Liguria ha ottenuto la cifra record del 28,47% mentre Conte ciurla nel manico quando sostiene che, se Renzi fosse entrato ufficialmente nell’alleanza, sarebbe andata peggio per il centrosinistra: con un margine così risicato (8mila voti), anche poche migliaia di renziani sarebbero state utili per la vittoria finale.
Naturalmente ancor più utili sarebbero stati i voti del Movimento 5 Stelle, a partire da quello di Beppe Grillo, che come alle Europee non è andato a votare, se lo stesso Conte non avesse aperto una guerra all’ultimo sangue con l’Elevato (di torno) a poche settimane dalle elezioni.
Una disputa che non poteva non mandare al manicomio un genovese attaccato ai soldi come l’ex comico quando con tono supponente Conte ha annunciato di aver deciso la fine del contratto da 300 mila euro l’anno per ‘’la comunicazione’’ (de che?) al padre Fondatore.
Ora l’ex Avvocato del popolo deve, se vuole, definitivamente trasformare il Movimento protestatario del “vaffa” a destra e a manca in partito, deve dimostrare di avere la forza di imporre nuove regole alla costituente del 23-24 novembre. D’altronde, i vecchi grillini tutti dito medio e “uno vale uno” hanno lasciato il M5s e portato il loro voto altrove, oppure si astengono.
In buona sostanza, Conte, la sconfitta in Liguria, può tatuarsela sulla coscienza e il centrosinistra può flagellarsi riconoscendo alle destre la supremazia del “Fattore Berlusconi”. Ovvero: pur nella totale diversità di idee in politica estera, economia, giustizia, riforme istituzionali, pur essendo costantemente uno contro l’altro, nel momento decisivo Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia si uniscono per vincere.
È il vecchio mantra di Silvio, che voleva una politica “a lieto fine”: si discute, ci si manda a quel Paese, ma alle elezioni si va uniti per incassare la cuccagna del potere. Ed è ancora questa la forza della destra rispetto alla guerra permanente e parcellizzata della sinistra, caratterizzata da veti, scissioni, congressi e rancori personali.
Dal risultato elettorale ligure, Giorgia Meloni ha tratto la consapevolezza di dover capitalizzare al meglio ogni tornata elettorale, puntando su candidati non politici né di apparato.
Una decisione che la agevola su due fronti: da un lato, può ovviare alla scarsa materia prima della classe dirigente di Fratelli d’Italia cercando i candidati in esponenti della società. Dall’altro, sfila a Lega e Forza Italia la possibilità di piazzare i loro uomini nei posti chiave.
Elly Schlein gongola per l’ottimo risultato del Pd, ma deve tenere d’occhio i problemi del partito che sembrano sfuggirle di mano.
Al Nazareno ha creato una segreteria a sua immagine e somiglianza, spedendo in Europa Bonaccini e relegando la corrente riformista degli ex democristiani della Margherita nel kindergarten di Dario Nardella, che vuole assorbire le due correnti riformiste di sinistra: Base Riformista di Lorenzo Guerini e Area Dem di Franceschini .
Ma nel campo largo la lezione più evidente del voto ligure è che il Pd, che Elly vuole far tornare un partito di sinistra, senza un solido alleato di centro non va da nessuna parte.
Ed è un problema enorme e sempre più dibattuto: il famigerato contenitore liberal, che doveva sorgere attraverso Renzi e Calenda, è morto prima di nascere, con i due ego-leader rimbalzati dagli elettori (ora Matteonzo sogna persino di rifondare la Margherita), mentre l’appello di Goffredo Bettini per la nascita di una stampella centrista con Francesco Rutelli leader è rimasto inascoltato.
Che qualcosa vada aggiustato è evidente: e dopo le elezioni regionali in Umbria e in Emilia-Romagna qualcosa accadrà.
(da Dagoreport)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
“C’E’ UNA CORRELAZIONE TRA INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA E CANCRO”: A ORGANIZZARE LA CONFERENZA È STATO IGNAZIO ZULLO, CAPOGRUPPO MELONIANO IN COMMISSIONE SANITA’ A PALAZZO MADAMA
La pillola del giorno dopo sarebbe «un cripto-aborto». «Nuovi studi» confermerebbero «l’esistenza del legame tra aborto e cancro al seno». «L’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’aborto è antiscientifica». Sono alcuni dei passaggi più controversi – e non suffragati dalla scienza – ascoltati in Senato durante una conferenza stampa dei pro-life dell’Osservatorio permanente sull’aborto (OPA).
Il gruppo integralista era ospite di Fratelli d’Italia per presentare il “Rapporto annuale sui costi dell’aborto indotto e i suoi effetti sulla salute delle donne”. L’Opa è un comitato patrocinato dagli ultracattolici di Pro Vita e Famiglia.
La conferenza stampa è stata officiata da Ignazio Zullo, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Sanità a Palazzo Madama: «Come potere legislativo – esordisce il senatore – sta a noi prendere questi risultati e valorizzarli nell’attività parlamentare». Presente in prima fila anche la senatrice meloniana Lavinia Mennuni, da sempre vicina ai pro-vita. […]».
Fra i dati sottostimati, secondo i pro-vita, ci sarebbe il numero reale degli aborti: «Il numero è solo apparentemente in declino – scrive l’Opa nel comunicato – perché non tiene conto dell’incremento dei cripto-aborti causati dalle pillole postcoitali». Il riferimento è alla contraccezione d’emergenza, la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità non considera al pari di un’interruzione di gravidanza volontaria.
«Ma sulla pillola, il discorso dell’Oms è antiscientifico», si spinge a dire Giuseppe Noia, Direttore Hospice Perinatale – Centro per le cure palliative prenatali “Madre Teresa di Calcutta” del Policlinico Gemelli. «L’embrione vale sempre, fin dall’inizio, come persona, la cui origine si colloca la singamia, ovvero coincide con l’unione fra i due gameti, femminile e maschile”, argomenta Filippo Maria Boscia, presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani.
Il rapporto dei pro-vita insiste anche su un presunto legame fra “aborto indotto e cancro al seno”, sostenuta da un numero molto limitato di ricerche scientifiche. Al contrario, secondo l’American Cancer Society, «gli studi di alta qualità non hanno trovato alcuna correlazione far aborto e rischio di tumore alla mammella».
(da La Stampa)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
IL NOVELLO GIAFAR AL-SIQILLI REPLICÒ: “NON SONO ADATTO AL MERCATO ELETTORALE DOVE LA PUR FORMIDABILE MELONI È COSTRETTA AD ARGOMENTARE DA PEZZENTE PER SALVAGUARDARE IL PROPRIO ORTICELLO”…PER DIVENTARE UN’INSALATINA NELL’ORTICELLO DELLA MELONI, A BUTTAFUOCO BASTÒ POCO, UN’INTERVISTA A “REPUBBLICA” (28/6/2023): “MELONI È L’EREDE DI BERLUSCONI E PORTERÀ LA DESTRA FUORI DAI RECINTI”… QUATTRO MESI DOPO (26/10/2023), ARRIVÒ PUNTUALE LA NOMINA A PRESIDENTE DELLA BIENNALE
L’estate riserva sempre dibattiti e polemiche politiche più eccentriche del solito (per la verità
abbondano anche d’inverno), ma questa ha quantomeno il merito di far capire, in parte, cosa bolle nel pentolone della destra che incrocia la Lega di Salvini versione nazional-sudista e i Fratelli d’Italia.
Tutto nasce dalla proposta niente affatto provocatoria dell’onorevole Angelo Attaguile, coordinatore di «Noi con Salvini» in Sicilia, ex democristiano di lungo corso, una volta legato all’ex governatore dell’isola Raffaele Lombardo: candidare il giornalista scrittore Pietrangelo Buttafuoco alla presidenza siciliana nella previsione di un crollo imminente di Rosario Crocetta.
Attiguile dice che si tratta di una proposta personale ma che non dispiace a Matteo, che considera Pietrangelo uno dei teorici di punta del Carroccio. Quando l’altro giorno è stato fatto il nome di Buttafuoco alla prima convention dei salviniani siciliani, la platea è esplosa in una standing ovation per l’autore di «Buttanissima Sicilia» (critica al vetriolo dei mali dell’isola).
Ma c’è un piccolo particolare (oltre al fatto che gli vengono le bolle a sentire parlare di una su candidatura) è che Buttafuoco si è convertito alla religione di Maometto (lui però disdegna il termine conversione e nel suo ultimo sofisticato libro «Il feroce saracino, la guerra dell’Islam, il califfo alle porte di Roma» preferisce parlare di «Tradizione» che affonda nelle radici arabe siciliane).
Un islamico a Palazzo d’Orleans di Palermo? Per i leghisti in salsa sicula non ci sarebbe nulla di male. Per Giorgia Meloni, che dovrebbe fare asse lepenista con Salvini, invece sì.
«A parte il fatto che non credo che il mio amico Pietrangelo sia interessato e premesso che lo stimo molto come intellettuale, ma ci rendiamo conto del messaggio culturale, prima ancora che politico, che daremmo al mondo? È come se a Istanbul venisse candidato ed eletto un cristiano. Io sono per la libertà di culto, non ho nulla contro i musulmani e l’Islam… ma santo Dio!».
Quale messaggio passerebbe se venisse candidato Buttafuoco che si è dato il nome di Giafar al-Siqilli, cioè Giafar il siciliano?
«Il messaggio – spiega Meloni – di un cedimento culturale ai quei fanatici che vorrebbero sottomettere noi infedeli. Nel libro «Sottomissione», lo scrittore francese Michel Houellebecq racconta della vittoria alle elezioni presidenziali di un candidato musulmano contro un candidato del Front National. La Francia in mano agli estremisti jihadisti, la resa, l’incapacità di difendere la propria cultura occidentale e nazionale. Qui invece siamo al paradosso che il fronte lepenista candiderebbe in Sicilia un convertito all’Islam».
Meloni evoca le nostre origini ebraico-cristiane, sembra richiamare tesi care di Oriana Fallaci: è la sponda cattolica più dura della destra. «Mi fa specie che un partito come la Lega cada in questa contraddizione con tutte le implicazioni che ci sono nella comune battaglia contro l’immigrazione e il proliferare di minareti in Italia».
Forse Meloni mette le mani avanti rispetto a future scelte politiche in Sicilia della Lega. «Nessuna rottura e nessun risentimento. Discutere tra alleati è sempre salutare e poi sulla Sicilia non mi sento messa fuori campo perchè la partita ancora non si è aperta».
La leader di Fdi ripete che non ha nulla contro Buttafuoco-Giafar e la sua riscoperta del passato arabo in Sicilia . «Non entro nelle sue scelte religiose e filosofiche, ma oggi siamo dentro un’altra storia, in un contesto diverso. Non possiamo farci trovare impreparati».
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
PECCATO CHE IL SIMBOLO DEL CARROCCIO SI TROVI ANCHE IN NORD AFRICA E IN MEDIORIENTE… GIAN ANTONIO STELLA: “CI SONO ‘SOLI DELLE ALPI’ PURE AL TEMPIO D’ORO DI AMRITSAR, AL MUSEO DI RIAD, NEL PALAZZO DI ASSURBANIPAL A NINIVE”
«Quando un popolo come quello padano cammina, piega la storia», diceva un vecchio manifesto leghista. Ligio alla comanda, come ha ricordato Sigfredo Ranucci a Report, il ministro della cultura meloniano Alessandro Giuli, allora consulente della Lega per il programma elettorale 2018 («Avvisai Giorgia che avrei collaborato a quel progetto. Lei ridendo disse: “Benissimo, però ricordati anche di noi…”») piegò la storia del Sole delle Alpi.
Aveva un problema: Bossi aveva promosso quel «sole» ai tempi della secesiùn, quando voleva segare l’«Itaglia» ai confini del mitico Nord e Borghezio tuonava: «Sulle nostre bandiere ritorna dalla notte dei tempi un simbolo antico ed augurale, la ruota solare graffiata da millenni sulle rocce delle Alpi». E nel ‘99 avevano addirittura registrato il «copyright»: «Sole delle Alpi costituito da sei raggi disposti all’interno d’un cerchio…».
Un ridicolo autogol sbertucciato dalle foto di innumerevoli «soli» sparsi da secoli un po’ ovunque. Come adeguarlo ora, col Salvini sovranista che chiedeva voti pure alla ex «Roma ladrona» o alla Calabria?
Et voilà, Giuli. Il quale, sancito che «il Genio, come dice il nome stesso, è la forza archetipica generatrice delle forme, il fuoco che feconda la terra, il seme che propaga le generazioni», intonò il nuovo inno al «simbolo che richiama alla memoria la nobiltà delle genti boreali.
Lo si ritrova nell’Europa centrale, sugli scudi dei guerrieri italici villanoviani, sulle maschere dei Sardi, sui cippi funerarii degli Umbri, sulle statue-stele degli antichi Dauni sul Gargano, sui pavimenti romani di Piazza Armerina in Sicilia. È il sigillo che “lega” l’Italia dei popoli sovrani e che, per decreto divino, la salverà dalla sconfitta e dall’estinzione».
Testuale: «l’Italia dei popoli sovrani». Alpini. Scrive Vermondo Brugnatelli, docente di cultura berbera alla Bicocca, che nei suoi studi si è «imbattuto di frequente in raffigurazioni di questo simbolo in molte e diverse manifestazioni artistiche del mondo nordafricano». E cita una stele con la dea pre-islamica Tanit a Tunisi, un antico portone a Tétouan vicino a Tangeri, steli funerarie marocchine, le decorazioni d’una moschea a Djerba… Foto così esaustive che «quel simbolo si potrebbe considerare il Sole dell’Atlante».
A quel punto potrebbero però saltar su in India, in Arabia o in Iraq: ci sono «Soli delle Alpi» pure al Tempio d’Oro di Amritsar, al museo di Riad, nel palazzo di Assurbanipal a Ninive… Pure loro sovranisti. Diversi però.
Gian Antonio Stella
per il “Corriere della Sera”
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
IL GOVERNO STARMER COSTRETTO AD UN AUMENTO DELLE TASSE PER QUASI 50 MILIARDI EURO… LA MINISTRA DEL TESORO, RACHEL REEVES, PARLANDO ALLA CAMERA DEI COMUNI HA PUNTATO IL DITO CONTRO IL “BUCO NERO” DA 26 MILIARDI LASCIATO DAL PRECEDENTE ESECUTIVO CONSERVATORE: “STO RIPRISTINANDO LA STABILITÀ DELLE NOSTRE FINANZE PUBBLICHE…”
La manovra finanziaria d’autunno nel Regno Unito prevede un aumento complessivo delle
tasse per 40 miliardi di sterline (quasi 50 miliardi euro). Lo ha annunciato la cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves alla Camera dei Comuni. La ministra del Tesoro nel governo laburista di Keir Starmer ha puntato il dito contro il “buco nero nelle nostre finanze pubbliche” da 22 miliardi di sterline (26 miliardi di euro) “lasciato” dal precedente esecutivo conservatore.
“Sto ripristinando la stabilità delle nostre finanze pubbliche e ricostruendo i nostri servizi pubblici”, ha detto Reeves presentando una manovra che come affermano i media del Regno Unito contiene uno dei maggiori aumenti fiscali di sempre al di fuori di un periodo di recessione
La prima donna a occupare una posizione di così grande responsabilità in un governo britannico, come lei stessa ha ricordato, si è concentrata su una serie di interventi a partire dall’annunciato quanto controverso aumento dell’imposta sui contributi previdenziali della cosiddetta National Insurance, per la parte a carico delle aziende, destinata a passare dal 13.8% al 15% a partire dall’aprile 2025: una misura capace di far entrare nelle casse dello Stato ben 25 miliardi di sterline, quasi i due terzi degli aumenti fiscali nella manovra.
Un duro colpo arriva anche per chi guadagna tramite i capital gains: l’aliquota più bassa salirà dal 10% al 18% e quella più alta dal 20% al 24%. Mentre le modifiche all’imposta di successione portano più di 2 miliardi di pound, e aumenta anche la tassazione sull’acquisto di proprietà immobiliari.
Viene inoltre abolito del tutto lo status fiscale privilegiato dei cosiddetti non-dom (i residenti nel Regno che dichiarano di avere un domicilio permanente all’estero) dopo le restrizioni introdotte dal precedente governo conservatore.
E le scuole private non godranno più dell’esenzione dell’Iva a partire dall’anno prossimo. Nell’ambito degli investimenti pubblici, invece, cresce il budget per l’istruzione per 2,3 miliardi di sterline, e quello per la sanità con un incremento da 22,6 miliardi. Si aggiungono poi 2,9 miliardi di sterline al bilancio della Difesa.
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
“VOGLIAMO PORTARNE QUA CIRCA 10MILA. LA FORMAZIONE IN INDIA È BUONA E VALUTEREMO LA CONOSCENZA DELLA LINGUA. DA NOI MANCANO 30MILA INFERMIERI E SIAMO TRA GLI STATI CHE LI PAGANO PEGGIO. VANNO RIVALUTATI GLI STIPENDI”… DILLO ALLA MELONI CHE HA TAGLIATO I FONDI ALLA SANITA’
Diecimila infermieri dall’India per rinforzare gli ospedali, l’impegno per indirizzare i giovani verso le specialità mediche in crisi.
Per il ministro della Salute Orazio Schillaci la sanità italiana investirà sui professionisti dal 2025, ma intanto bisogna lavorare sulla prevenzione e contro le liste di attesa
Ministro, giorni fa ha parlato di un incremento del fondo sanitario di 4 miliardi. Alla fine sono solo 2,4, non è deluso dalla manovra?
«Bisogna fare i conti con quello che c’è, seriamente. Per il 2026 avremo maggiori stanziamenti, cioè 5,1 miliardi in più».
Prima della manovra ha annunciato un piano assunzioni per il 2025.
«Avevo parlato di piano pluriennale. Del resto, le Regioni ci devono ancora mandare il loro di piano triennale di assunzioni previsto dal decreto sulle liste di attesa. Ci devono ancora dire di quante risorse hanno bisogno».
La manovra pensata per i professionisti evidentemente non è stata efficace, visto che medici e infermieri scioperano. Come mai?
Dobbiamo prendere nuovi medici e infermieri e anche pagare meglio. Lo faremo in un piano pluriennale. Comunque, alcune novità ci sono già. Gli infermieri avranno una nuova indennità di specificità»
La crisi degli organici riguarda anche gli infermieri. Vanno avanti i progetti per reperirli all’estero?
«Al recente G7 della Salute ho parlato con la viceministra indiana. Nel suo Paese ci sono ben 3,3 milioni di infermieri, tantissimi. Vogliamo portarne qua, intanto, circa 10 mila. L’idea è di farli reclutare direttamente dalle Regioni e qualcuno si sta già muovendo per metterli in corsia, ad esempio la Campania. Noi facciamo da un tramite, magari per verificare con le autorità consolari l’effettiva conoscenza della nostra lingua di chi vuole lavorare in Italia. Sulla formazione professionale non ci sono problemi, in India è buona. Da noi mancano 30 mila infermieri e siamo tra gli Stati che li pagano peggio.
Anche le Regioni si lamentano per la manovra e chiedono soldi per le liste di attesa. Avete fatto un decreto praticamente senza risorse.
«La Regioni non hanno ancora esaurito il miliardo stanziato negli anni scorsi per abbattere i tempi di attesa. Ci sono 200 milioni non utilizzati. Siamo disposti a dare nuove risorse, ma intanto usino quelle. E comunque, abbiamo previsto premi per chi raggiunge buoni risultati”
(da La Repubblica)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
IN SPAGNA IL PIL INDICA + 2,9%, ALTRO CHE GERMANIA 0%, ITALIA 0.7%, FRANCIA 1,1% E STATI UNITI 2,8%… ECCO LE MISURE CHE HANNO FACILITATO LA CRESCITA
Un anno record. Se tutto va come dovrebbe andare, per l’anno in corso il Pil spagnolo
archivierà un balzo del 2,9%, molto meglio non solo delle più grandi economie dell’Europa, Germania (0,0%), Italia (+0,7%) e Francia (+1,1%), ma anche degli Stati Uniti, i campioni della crescita, che si fermeranno al +2,8%.
La rivincita dei Pigs. Una sorta di rivincita di un Paese, classificato insieme con Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, come i Pigs della prima ora, Paesi definiti volgarmente “maiali” allineando le loro lettere iniziali per via della gestione non parsimoniosa della finanza pubblica in contrapposizione ai frugali Paesi del Nord Europa, capaci di gestire bene i conti e crescere.
La corsa anche di Grecia e Portogallo. Il 2024, invece, sarà una bella rivincita per i Pigs, perché anche Portogallo e Grecia chiuderanno l’anno rispettivamente con un rialzo dell’1,9% e del 2,3%, quando invece gli austeri olandesi, sempre pronti a bacchettare i colleghi dell’euro, non andranno oltre un +0,6%, mentre l’Austria e la Finlandia lasceranno sul terreno lo 0,6 e lo 0,2%.
Cosa spinge la Spagna? Il Fondo monetario non ha dubbi, a spingere la Spagna sono state le robuste performance delle 1) esportazioni di servizi e 2) i consumi pubblici come ha annotato nell’Article IV, l’ultimo report sul Paese che ne analizza l’economia e ne traccia le previsioni.
Il boom del turismo… In particolare, la prima voce ha beneficiato di un’affluenza straordinaria di turisti che hanno toccato il picco di sempre con 85 milioni di visitatori, un record che potrebbe addirittura essere battuto quest’anno.
… e degli altri servizi. Tuttavia, la voce che dovrebbe crescere maggiormente nel 2024 sono le esportazioni di servizi diversi dal turismo, come i servizi bancari, di ingegneria e di consulenza informatica, ma anche l’offerta formativa universitaria.
Quest’ultima tendenza rende più solida la crescita del Paese, perché in genere gli economisti non ritengono durature le riprese basate solo su turismo e spesa pubblica, soprattutto in uno Stato come la Spagna che ha comunque un rapporto debito/Pil (107% nel 2023) al di fuori dei parametri Ue.
Le tendenze del 2024. Nell’anno in corso, oltre alla spesa pubblica, arriveranno in soccorso i consumi privati, grazie al ritorno del risparmio delle famiglie e al costante aumento salariale.
Gli ultimi dati relativi al terzo trimestre 2024 confermano questa tendenza con la crescita dei consumi delle famiglie dell’1,1%, la tenuta della spesa pubblica, salita del 2,2% nel periodo con un aumento dell’1,6% rispetto al trimestre anteriore, e l’incremento delle esportazioni che registrano un +0.9%.
Un Paese che piace all’estero. La Spagna, tra l’altro, è anche capace di attirare risorse dall’estero. Secondo fDi Markets, un database di proprietà del Financial Times che tiene traccia degli annunci di progetti greenfield, la Spagna è stata la sesta destinazione mondiale per i progetti di investimento diretto estero dal 2019.
Nel settore delle energie rinnovabili, uno dei punti di forza del Paese, l’anno scorso si è assicurata 77 nuovi progetti, classificandosi al primo posto a livello globale insieme agli Stati Uniti.
Il supporto degli immigrati. Un altro punto di forza degli ultimi tre anni è stata l’immigrazione che ha contribuito ad aumentare la popolazione complessiva da 47,4 milioni a quasi 49 milioni, portando nuova manodopera e facendo registrare nel terzo trimestre di quest’anno un record di 21,8 milioni di occupati.
Il tallone di Achille. Nonostante questo apporto, il tasso di disoccupazione spagnolo è ancora il più alto dell’area euro e molti occupati sono per lo più lavoratori poco qualificati e con basse remunerazioni, impiegati soprattutto nell’edilizia, nell’agricoltura e nel turismo.
Il nodo produttività. Per il Paese resta, infatti, il problema della produttività che dovrebbe essere colmato con maggiori investimenti e con una crescita qualitativa in grado di migliorare il Pil pro capire che in Spagna è rimasto al palo rispetto agli grandi Paesi dell’euro. “Nonostante la recente ripresa, gli investimenti – scrive il Fondo monetario nell’Article IV – sono ancora al di sotto dei livelli di fine 2019 e questa debolezza ha contribuito alla bassa crescita della produttività”.
Una legge di bilancio che non c’è. Forte della sua crescita, la Spagna gode della fiducia dei mercati, nonostante poggi su una incertezza politica simile a quella della Francia. Anche il governo del primo ministro socialista Pedro Sanchez entrato in carica lo scorso anno si basa su una coalizione di minoranza, un assetto che non ha ancora permesso di approvare la legge di bilancio per il prossimo anno.
Le misure precedenti. I vecchi provvedimenti, tuttavia, sono piaciuti al Fondo monetario. A differenza di quanto avvenuto in Italia, i prelievi temporanei sui profitti delle banche e delle società energetiche, ma anche la tassa di solidarietà sui grandi patrimoni hanno contribuito concretamente al Pil per lo 0,2%.
Inoltre il buon andamento delle entrate ha più che compensato la spesa per il sostegno ai prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari per le famiglie e le imprese, che ammonta a circa l’1% del Pil nel 2023.
Il prolungamento per il 2024. Alcune di queste misure, in particolare la riduzione delle aliquote IVA sugli alimenti essenziali e sull’elettricità e i sussidi ai trasporti pubblici, sono state prorogate per parte del 2024, con un costo stimato dello 0,2% del PIL.
La benedizione del mercato. La bontà della gestione si è riflessa sui titoli di Stato. Lo spread tra i Bonos decennali spagnoli e il Bund tedesco è sceso dai 100 punti dello scorso dicembre agli attuali 71 punti, allineandosi agli Oat francesi che nello stesso periodo sono peggiorati passando da 50 a 74 punti.
A novembre, toccherà alle agenzie di rating valutare il percorso della Spagna: Fitch (A- con outlook stabile) l’8 novembre, Moody’s (baa1 con outlook positivo) il 15 novembre.
(da La Repubblica)
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