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ALTRO CHE DESTRA “SOCIALE”: LA POLITICA DELLA MELONI E’ TUTTA PER I COLLETTI BIANCHI (SPESSO SPORCHI), LE LOBBY E I POTERI FORTI

Dicembre 15th, 2024 Riccardo Fucile

UNA CORTE DEI MIRACOLI DA PROCESSARE PER TRADIMENTO DEI VALORI DELLA VERA DESTRA SOCIALE

Tolta la tuta mimetica da combattente all’opposizione con il suo 4%, Meloni ha indossato senza problemi l’abito di gala e non si sente per nulla a disagio a cena con il plutocrate ElonMusk. L’ampio consenso di cui gode, che poi sarebbe il 28% dei votanti e quindi di appena un 14% sul totale degli elettori, non una gran cosa, deriva dal fatto che del programma della destra sociale non è rimasto nulla, solo macerie. L’appuntamento con i gravi problemi dell’economia e della società italiana è rimandato, come se non ci fosse un domani.
Ecco alcuni tasselli della nuova Meloni. Sul piano economico in primo luogo. La destra sociale era solita frequentare le periferie per dare un po’ di conforto ai diseredati, magari con pacchi alimentari. Quindi uno si sarebbe aspettato che la premier si desse da fare per approvare la legge sul salario minimo che schiaccia quasi tre milioni di lavoratori italiani.
Il parlamento, al contrario, ha licenziato la legge sull’equo compenso che legalizza le rendite parassitarie dei professionisti, colpite ma non affondate a suo tempo da Bersani. Quindi un regalo al detestato capitalismo.
Anche l’idea di tassare le banche non è andata a buon fine per l’opposizione di Fi. Anzi, le mancate entrate per lo Stato si sono trasformate in capitale sociale per i grandi gruppi bancari con una colossale beffa. Tosare i super profitti delle banche era un’occasione ghiotta per fare qualcosa che rientrasse nel repertorio della destra sociale. E gli esempi di come la premier si sia collocata saldamente dalla parte dei poteri forti contro i cittadini potrebbero continuare.
Niente lenzuolate per la gente comune alla Bersani. La destra di Meloni è tutta per i colletti bianchi (spesso molto sporchi in realtà).
Ma è sul piano dei valori che la fatale mutazione genetica appare più completa e ipocrita. Anche qui un paio di casi esemplari.
Il partito di Meloni ha fatto della gestazione per altri un reato universale. Universale significa che la polizia italiana può intervenire su tutto il globo. Allora non si comprendono le foto che ritraggono la premier al tavolo con Musk che ha ben sei figli per questa via illegittima.
Se il plutocrate metterà piede in Italia, dove si sta facendo costruire una villa da sogno, verrà, spero, arrestato. In compenso appena l’anno scorso è stato invitato alla festa di Fratelli d’Italia. Evidentemente il miliardario è per Meloni al di sopra della legge italiana.
Sempre sul piano dei valori, la destra meloniana ha cancellato dal suo Dna il principio del dovere fiscale.
La destra missina di un tempo aveva tra le virtù un alto senso del dovere e dello Stato. Il viceministro Leo con la sua indecente delega fiscale ci ha confermato che in Italia solo i fessi, cioè i lavoratori dipendenti e i pensionati, pagano le tasse. Per gli altri ci sono aliquote super ridotte oppure sanzioni agevolate nel remotissimo caso di essere scoperti.
Un fisco a favore dell’evasore incallito al 110%, nei confronti del quale il buco del bonus edilizio di Conte è quasi una bazzecola. Insomma, la legge fiscale non è eguale per tutti.
Che conclusioni possiamo trarre allora da questa raccolta di indizi che ci possono spiegare il buon e sorprendente galleggiamento di Meloni? Qui ci viene in auto il grande Tolkien, l’autore del Signore deli Anelli. Dicono che la premier ne sia entusiasta anche se dubito, data la mole, che lo abbia mai letto per intero. Credo che Meloni si identifichi nei panni del mite Frodo Baggins a cui la sorte assegna la missione di distruggere l’Anello del potere
Ma più che il simpatico Hobbit la nostra premier mi ricorda un altro personaggio, Smeàgol-Gollum, una figura consumata dal possesso dell’Anello che gli ha allungato la vita in modo innaturale portandolo alla pazzia.
Questo personaggio è stato reso meravigliosamente nel film di Peter Jackson. Gollum è per natura servile e sempre pronto a favorire chiunque gli possa ridare il suo tesoro, l’Anello del potere.
Un po’ come Meloni è sempre pronta a fare concessioni a tutti i suoi alleati pur di mantenere l’ambita poltrona del comando, rinunciando definitivamente ai suoi valori e ideali. Un caso di cinico trasformismo politico da manuale.
Dove ci sta portando l’involuzione di Meloni-Frodo in Meloni-Gollum? Per ora la strategia è quella di nascondere i problemi, ostentare un fatuo ottimismo, accontentare le cerchie amicali e di potere più o meno grandi. Un po’ alla Trump insomma, ma con molti meno miliardari di contorno solo perché l’Italietta sovranista non ne ha.
Non pare che ci sia nessuna intenzione di fondere l’anello del potere, per liberarsene nella desolazione dei vulcani di Mordor come ha fatto il generoso Frodo, per dare finalmente voce ai cittadini e liberare le potenzialità che la società italiana può esprimere, come dovrebbe fare una vera statista.
(da Il Fatto Quotidiano)

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AD ATREJU TUTTI A LECCARE IL CULO A UN SERVO DEL CAPITALISMO FINANZIARIO SENZA REGOLE E A UN ESTIMATORE DEI REGIMI MILITARI

Dicembre 15th, 2024 Riccardo Fucile

IN ALTRI TEMPI LA DESTRA SOCIALE AVREBBE ACCOLTO MILEI A CALCI IN CULO

In Argentina, il presidente Javier Milei sta adottando una pericolosa posizione negazionista riguardo ai crimini atroci commessi dalla giunta militare durante la dittatura di Jorge Rafael Videla (1976-1983).
Le sue dichiarazioni, che ridimensionano o negano il numero delle vittime e l’esistenza di un piano sistematico di sterminio, rappresentano un inquietante passo indietro rispetto al consolidato impegno del Paese per la verità e la giustizia.
Milei e la vicepresidente Victoria Villarruel contestano il dato simbolico delle trentamila persone scomparse, riconosciuto dalle organizzazioni per i diritti umani, e giustificano le forze armate, responsabili di torture, omicidi e sparizioni forzate.
Le Madres e Abuelas de Plaza de Mayo, figure centrali nella lotta per il recupero della memoria storica, hanno denunciato con forza le posizioni del governo Milei. Queste affermazioni, sostengono, non solo delegittimano decenni di battaglie per la giustizia, ma alimentano un pericoloso revisionismo storico che mina la credibilità delle istituzioni democratiche.
«Le dichiarazioni del presidente sono un insulto alla memoria delle vittime e una minaccia per il processo di riconciliazione del Paese», hanno ribadito.
Le organizzazioni per i diritti umani e gli attivisti, come H.I.J.O.S (Hijos por la identidad y la justicia contra el olvido y el silencio), esprimono un profondo sdegno. Ernesto Gayá, figlio di due desaparecidos, ha sottolineato il rischio di normalizzare una narrazione che giustifica i crimini di lesa umanità: «Milei ripropone la vecchia “teoria dei due demoni”, secondo cui gli abusi delle forze armate sarebbero stati solo una risposta sproporzionata a una guerra civile. I processi, tuttavia, hanno smontato questa tesi. Non c’è stata alcuna guerra, ma un progetto deliberato di repressione e sterminio».
Gayá, figlio di Gustavo Adolfo Gayá e Estela María Moya, entrambi vittime del regime, ha raccontato l’orrore vissuto dalla sua famiglia. Sua madre è stata assassinata nel 1976 e suo padre è stato sequestrato e torturato nel centro clandestino “Automotores Orletti”, uno dei settecento luoghi di detenzione illegale sparsi per il Paese. La sua storia, come quella di migliaia di altre famiglie, rappresenta un capitolo tragico che Milei sembra voler cancellare.
Dalla fine della dittatura, l’Argentina aveva mantenuto un percorso chiaro di condanna verso i crimini del regime. A partire dal governo di Raúl Alfonsín, i responsabili sono stati processati per sequestri, torture, omicidi e sparizioni forzate, con oltre milleduecento condanne per crimini contro l’umanità. Anche nei momenti di maggiore tensione, come durante il governo di Mauricio Macri, quando la Corte Suprema tentò di applicare il controverso principio del “2×1” per ridurre le pene dei condannati, la società civile si mobilitò massicciamente per bloccare ogni passo verso l’impunità.
L’ascesa di Milei segna però una svolta inquietante. Oltre a ridimensionare i crimini della dittatura, il presidente accusa le organizzazioni per i diritti umani di lucrare sulla tragedia, parlando di una presunta “decima” percepita per chiedere giustizia.
Ancora più grave, la vicepresidente Villarruel ha minacciato di smantellare il Museo della Memoria, ospitato nell’ex Scuola di Meccanica della Marina (Esma), uno dei principali centri di detenzione clandestina, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco.
Queste posizioni rappresentano un attacco diretto ai valori fondamentali della democrazia e alla memoria collettiva. Ogni 24 marzo, in occasione della Giornata della Memoria, migliaia di argentini scendono in piazza per ricordare le vittime del regime e riaffermare il loro impegno per la giustizia. Quest’anno, la manifestazione ha avuto un significato ancora più profondo. «Non avremmo mai immaginato di dover affrontare di nuovo il negazionismo – afferma Gayá – ma continueremo a lottare affinché nessuno possa riscrivere la storia o cancellare il dolore delle nostre famiglie».
Le dichiarazioni di Milei e Villarruel non sono soltanto una rilettura indulgente di un passato oscuro: rappresentano un pericolo reale per la tenuta democratica dell’Argentina e un’offesa per le migliaia di vittime e sopravvissuti che continuano a chiedere verità, memoria e giustizia.
(da Globalist)

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L’IRA DEL GOVERNATORE FONTANA CONTRO IL SUO PARTITO: “NON TUTTI I LEGHISTI AIUTANO LA LOMBARDIA”

Dicembre 15th, 2024 Riccardo Fucile

“QUALCHE NEMICO DELLA LEGA E’ ANCHE DENTRO IL NOSTRO PARTITO”

“Se continuiamo a dire che va tutto bene, nascondiamo qualcosa. Ci sono tante cose che vanno bene, ma anche altre che non vanno bene. Io qui sono a combattere a favore della Lombardia e a favore del Nord. Tutto il resto non mi interessa”.
Così il presidente della Lombardia Attilio Fontana al congresso della Lega lombarda. “Il problema del Nord c’è, è sempre più presente e si presenterà nei prossimi mesi e anni. Quando dite che i nemici sono fuori dalla Lega, beh qualche nemico è anche dentro. Quando vedo certi emendamenti, io mi incazzo come una bestia” ha aggiunto.
“Quando vedo certi emendamenti firmati dai nostri parlamentari di zone diverse dalle nostre e che vanno tutti a danno della Regione Lombardia – ha spiegato Fontana -, io mi incazzo come una bestia”.
Come Lombardia “non possiamo essere gli unici che accettano e che tirano la baracca in questo Paese e in cambio riceviamo sberle. Le ultime mi hanno fatto veramente imbestialire” ha chiosato il governatore.
(da agenzie)

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LA SIRIA DOPO ASSAD: IL FUTURO DELLA BASI RUSSE, L’ABBANDONO DELLA DROGA DI REGIME CAPTAGON

Dicembre 15th, 2024 Riccardo Fucile

AL-JAWLANI: “I CURDI SONO PARTE INTEGRANTE DEL PAESE”… IL LEADER ISLAMISTA PROMETTE ELEZIONIE DIRITTI PER TUTTE LE COMUNITA’: ALLA FINE APPARE PIU’ TOLLERANTE DI TANTI LEADER SOVRANISTI OCCIDENTALI

Mentre le foto satellitari sembrano mostrare la smobilitazione delle forze russe dalle basi militari in Siria e le milizie che hanno cacciato Bashar al Assad mostrano al mondo, oltre alle prigioni delle torture, anche le fabbriche della droga di regime che costituiva larga parte del bilancio dello Stato, il leader degli ex ribelli Hayat Tahrir al-Sham (Hts) – ora padroni del Paese – chiariva una volta di più quale futuro immagina per la Siria. Dopo la sconfitta quasi senza combattimenti dell’esercito regolare, ultimo (in ordine cronologico) capitolo di una guerra civile iniziata 13 anni prima, i vicini, gli alleati e le altre potenze si interrogano su cosa sarà ora di Damasco.
Quale futuro per un Paese dall’economia disastrata, una popolazione in diaspora, decine di gruppi armati, anche stranieri, che per oltre un decennio hanno combattuto il regime e si sono combattuti tra loro. E ora quasi tutti dietro ad Abu Mohammed al-Jawlani, nome da combattimento di Ahmad Sharaa, leader del gruppo jihadista Hts. Un uomo di al Qaeda, da cui si è distanziato per rifiutarne la propaganda più violenta e ha iniziato a tessere rapporti diplomatici con tutte o quasi le potenze regionali, prima di sferrare l’attacco decisivo ad Assad. Da giorni al-Jawlani ripete parole pacificatorie, concilianti, rassicuranti. Come quelle sui curdi che faranno a tutti gli effetti parte della nuova Siria, un inedito per un popolo che storicamente non ha terra: «I curdi fanno parte della patria e, come noi, sono stati oppressi dal precedente regime. Con la caduta del regime, questa oppressione sarà eliminata. Se Allah vuole, i curdi saranno parte integrante dello Stato. Tutti riceveranno i loro diritti secondo la legge», ha detto Sharaa, come riporta il canale israeliano Abu Ali Express. Se manterrà le promesse, è tutto da vedere.
Il futuro delle basi russe di Tortus e Hmeimim
Da giorni ci si interroga anche sul futuro dell’influenza russa sul Paese. Mosca ha a lungo sostenuto il regime di Assad consentendone, insieme all’appoggio dell’Iran e del Libano, la sopravvivenza. E lo ha fatto anche, se non principalmente, per avere un piede ben piantato nel mar Mediterraneo. Nei giorni concitati dell’avanzata delle milizie anti governative, alcune fregate e almeno un sottomarino sono salpati da Tartus e sono rimasti al largo. All’inizio si pensava fosse una esercitazione ma più probabilmente Mosca ha voluto prevenire rischi e incidenti. Ora le foto satellitari mostrano un paio di A124, grandi cargo capaci di trasportare mezzi e materiali pesanti come spiega Guido Olimpo sul Corriere della Sera, nella base di Hmeimim, regione di Latakia, 60 chilometri a nord di Tartus. Pronti alla smobilitazione? Fonti russe fanno sapere a Reuters che per ora non c’è nessuna intenzione di abbandonare l’area, ma anzi di garantirne l’operatività. E al-Jawlani d’altra parte ha fatto sapere di aver intenzione di dialogare con tutte le forze coinvolte nel Paese, Russia compresa.
Captagon, la droga di regime
C’è poi un altro punto che il leader Hts ha già affrontato e di cui si parla in questi giorni. Per anni il regime di Assad ha chiuso un occhio, quando non contribuito direttamente, sulla produzione di Catpagon. Una droga eccitante, la cocaina del terrorista. Venduta nel mondo arabo a 10 dollari a pastiglia e in Europa tra i 15 e i 20. Realizzata con l’acido folico dalla Germania, quintali di un antistaminico come la difenidramina e di caffeina dall’India, sacchi di lattosio dalla Polonia, spiega Andrea Nicastro sul Corriere, in stabilimenti sotto copertura. Un ricco mercato capace di generare profitti tra i 5 e i 30 miliardi l’anno. In un Paese come la Siria che dai 60 miliardi di Pil pre guerra era sceso sotto i 10 miliardi di dollari annui. Ma aveva cannibalizzato le piazze di spaccio di Catpagon, coprendo circa l’80% della richiesta. «Il dittatore Assad ha lasciato che la Siria diventasse il centro di produzione mondiale del Captagon, ma da adesso in poi voltiamo pagina», ha promesso al-Jawlani. Una mossa che attira le simpatie dei vicini del Golfo. E apre agli aiuti internazionali.
(da agenzie)

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SONO TUTTI LIBERISTI CON IL CULO (E I CONTRIBUTI PUBBLICI) DEGLI ALTRI

Dicembre 15th, 2024 Riccardo Fucile

“IL FATTO QUOTIDIANO” STRACCIA “IL FOGLIO”, IN ADORAZIONE PER IL TURBO-LIBERISTA MILEI: “IL QUOTIDIANO BASTIONE DEL LIBERISMO CREATO E CAMPATO DALLO STATO-LADRO, S’È EMOZIONATO PER LA LECTIO MAGISTRALIS TENUTA DA MILEI (‘DISPREZZO LO STATO, SONO DENTRO PER DISTRUGGERLO’) E ‘IL FOGLIO’ FA UGUALE: PROVA A DISTRUGGERE LO STATO A BOTTE DI DUE MILIONI L’ANNO DI SUSSIDI

C’è un bizzarro innamoramento dei soi-disant liberali italiani per Javier Milei, il presidente argentino ieri ospite della melonata del Circo Massimo. Gente nata nei consigli comunali e nei cda delle partecipate tipo Luigi Marattin, editorialisti che inneggiano all’anarco-capitalista da fondazioni liberali sovvenzionate dallo Stato (Alessandro De Nicola), interi giornali che sopravvivono grazie ai soldi del contribuente e tanti altri, tutti innamorati della motosega, dei tagli, di ”odio lo Stato”, afuera!
Ieri Il Foglio, bastione del liberismo creato e campato dallo Stato-ladro, s’è emozionato per la lectio magistralis (“che i peronisti italiani dovrebbero capire”) tenuta da Milei venerdì ricevendo il premio Milton Friedman dal Tempo degli Angelucci (è tutto vero!): “Sono un fondamentalista della scuola austriaca, disprezzo lo Stato, sono dentro per distruggerlo”. E Il Foglio uguale: prova a distruggere lo Stato a botte di due milioni l’anno di sussidi. Il lavoro è lungo, ma la pazienza ai veri liberisti non manca di certo. Afuera!
(da Il Fatto Quotidiano)

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SAPETE QUANTO CI COSTA L’AUMENTO DEGLI STIPENDI DI MINISTRI E SOTTOSEGRETARI (NON ELETTI IN PARLAMENTO)? 1,3 MILIONI DI EURO

Dicembre 15th, 2024 Riccardo Fucile

LA MISURA VOLUTA DALLA MAGGIORANZA RIMPOLPA, AGGIUNGENDO 5 MILA EURO, IL GIÀ ABBONDANTE STIPENDIO DEI MEMBRI DEL GOVERNO (10 MILA EURO LORDI) – I MINISTRI E I SOTTOSEGRETARI CHE GODRANNO DELL’AUMENTO SONO, TRA GLI ALTRI, GIULI, CROSETTO, PIANTEDOSI E MANTOVANO

L’aumento è per pochi, ma pesa molto: oltre 1,3 milioni di euro per portare le indennità di otto ministri e dieci sottosegretari non parlamentari allo stesso livello dei loro colleghi che hanno anche un seggio alla Camera o in Senato.
La novità, che arriva con un emendamento della maggioranza alla legge di Bilancio, aggiungerebbe all’indennità di base mensile di circa 10 mila euro lordi (circa 5mila euro netti) e alla diaria di 3.500 euro (rimborso spese di soggiorno, che va anche ai ministri già residenti nella capitale), gli ulteriori rimborsi spese al momento riservati ai soli parlamentari, e cioè 3.690 euro “per l’esercizio del mandato”, un rimborso tra i 1.100 e i 1.300 euro al mese per le spese di viaggio, e 1200 euro l’anno per le spese telefoniche: in totale, circa 5.000 euro in più.
I ministri che, se l’emendamento verrà approvato così com’è, da gennaio vedranno la loro indennità netta raddoppiata, sono Andrea Abodi, ministro dello Sport, Marina Calderone, ministro del Lavoro, Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione, Alessandro Giuli, ministro della Cultura, Guido Crosetto, ministro della Difesa, Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, Alessandra Locatelli, ministra alle Disabilità e Orazio Schillaci, ministro della Salute.
Ed ecco i vicemiministri e sottosegretari: Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giuseppina Castiello, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, Giorgio Silli e Maria Tripodi, sottosegretari agli Affari Esteri, Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario alla Difesa, Sandra Savino, sottosegretaria all’Economia, Valentino Valentini, viceministro delle Imprese e Made in Italy, Fausta Bergamotto, sottosegretaria del Mimit, Luigi D’Eramo, sottosegretario all’Agricoltura, Claudio Barbaro, sottosegretario all’Ambiente.
Alcuni dei diretti interessati sono intervenuti nell’acceso dibattito che è seguito alla presentazione della norma, sottolineando che non si tratta di una richiesta partita dal governo, ma di una decisione del Parlamento: «Mi è totalmente indifferente – assicura il ministro della Difesa Guido Crosetto arrivando ad Atreju, la festa di FdI in corso a Roma – ho risposto a un parlamentare che gridava allo scandalo che secondo me farebbero bene i parlamentari ad adeguarsi alle indennità dei ministri».
Rilevando che si tratta comunque di «una norma giusta», Crosetto propone, per evitare «inutili polemiche pretestuose», di «prevedere che non valga per gli attuali membri del governo non parlamentari ma solo per i ministri dei futuri governi».
Non dico che mi lascia indifferente – ammette invece Abodi, a margine di Atreju – ne prendo atto, non mi oppongo. È una decisione del Parlamento e qui mi fermo ». Due giorni fa il ministro Schillaci aveva commentato: «Nella mia vita non ho mai fatto nessuna scelta per motivi economici ». In difesa dell’emendamento anche il vicepremier Antonio Tajani: «Credo che sia giusto».
«Mentre con una mano aumentano gli stipendi ai ministri, con l’altra bloccano il salario minimo. Che non si dica che questo governo non sa scegliere le priorità… », commenta sarcastica la segretaria del Pd Elly Schlein durante l’assemblea del partito, a Roma. Sono molte le voci che dall’opposizione si levano contro l’iniziativa: «Forse non ci siamo spiegati bene – ironizza su Facebook il leader del M5S Giuseppe Conte – avevamo chiesto col salario minimo di alzare lo stipendio a chi guadagna 4 o 5 euro l’ora, invece Meloni propone il “salario al massimo” per i ministri!».
da agenzie)

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“FINE DELLA DEMOCRAZIA”, “ABOLITO IL PARLAMENTO”: GLI STRILLI DELLA MELONI QUANDO ERA ALL’OPPOSIZIONE

Dicembre 15th, 2024 Riccardo Fucile

LE ACCUSE A DRAGHI E CONTE PER I TEMPI STRETTI E I RITARDI: ORA FA PEGGIO DI LORO

“La democrazia parlamentare non esiste più”. Oltre a Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e qualche centrista, l’opposizione può contare su una nuova leader. Si chiama Giorgia Meloni, non semplice omonima della presidente del Consiglio: quando i governi Conte e Draghi si riducevano a portare la manovra in Parlamento all’ultimo minuto, con una delle due Camere ridotta a passacarte, dall’opposizione FdI si scatenava gridando all’attacco alla democrazia.
Rispetto ad allora non c’è neanche più l’emergenza Covid, che spesso ha condizionato i lavori parlamentari e i suoi tempi, eppure l’esecutivo (ormai alla sua terza manovra approvata) porta avanti la pessima abitudine di arrivare al primo voto in Aula a ridosso di Natale, tra sedute notturne e discussione azzerata
Urge allora ricordare a Giorgia Meloni cosa diceva in passato.
Caminetti. “Da quello che abbiamo capito, alla Camera dei deputati verrà impedito di dire la propria, la manovra arriverà blindata. Come sempre con la sinistra, si decide tutto in quattro o cinque dentro una camera e poi si porta il pacchetto pronto” (09.12.19).
Vergogna. “Scandalosi i tempi imposti dal governo Pd-M5S sull’approvazione della manovra: il calendario dei lavori calpesta i diritti e le prerogative costituzionali della Camera. È indecente che a fare questa scelta siano i due partiti che si riempiono la bocca delle parole democrazia e partecipazione. Chiederemo a Mattarella di intervenire” (17.12.2019).
Funerale. “Se al Parlamento togliete il voto sulla manovra, la democrazia parlamentare non esiste più” (23.12.2019).
Panettone. Il 23 dicembre 2019 i deputati di Fratelli d’Italia, guidati da Giorgia Meloni, si esibivano in un flash mob davanti a Montecitorio “per protestare contro la fiducia posta dal governo alla manovra”. Il gruppetto srotolava uno striscione: “Legge di bilancio senza discussione. M5S parlava di rivoluzione, ora pensa solo a mangiare il panettone”.
Deja vù. “La legge di bilancio è la più importante dell’anno. È stata approvata dal governo più di 20 giorni fa, ma le opposizioni non hanno potuto esaminarla perché il testo definitivo non è stato trasmesso al Parlamento. Non potremo presentare le nostre proposte perché non ci saranno i tempi per farlo. È prevedibile che una delle due Camere non avrà alcun modo di esaminarla e l’altra si limiterà al voto di fiducia” (09.11.20).
ndignados. “Siamo indignati: pretendiamo rispetto e chiediamo ai presidenti di Camera e Senato di far sentire forte la loro voce in difesa delle prerogative del Parlamento. È possibile calpestare in questo modo le regole?” (10.11.21).
Intollerabile. “La manovra è stata presentata al Parlamento l’11 novembre. Ciò comporta una compressione dei tempi di discussione parlamentare sulla legge più importante. È un atteggiamento del governo intollerabile, si va avanti a forza di fiducia. Siamo una Repubblica parlamentare in cui il Parlamento non esiste” (01.12.2021).
Premierato. “Il Parlamento non ha neppure avuto il tempo di studiare la manovra, mentre siamo di fatto in una situazione di monocameralismo. Che è questo sistema? Il presidenzialismo?” (02.12.2021).
Poi è arrivata la destra. E la manovra “monocamerale” si è riproposta in splendida forma.
(da – ilfattoquotidiano.it)

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ALTRO CHE SOCIAL, LE FAKE NEWS STANNO SUI GIORNALI

Dicembre 15th, 2024 Riccardo Fucile

MEZZI DI INFORMAZIONE NELLE MANI DEGLI ULTRARICCHI CHE POSSONO INDIRIZZARE IL CONSENSO

In Italia, come in altri Paesi occidentali, la gran parte dei mezzi di informazione è controllata da pochi gruppi editoriali che sono nelle mani degli ultraricchi: Cairo (Corriere della Sera, La7), Agnelli (Repubblica, La Stampa), famiglia Berlusconi (Mediaset), Caltagirone (Il Messaggero, Il Mattino, ecc.), Angelucci (Il Giornale, Il Tempo, Libero, ecc.).
Il risultato di questa sovrapposizione tra potere mediatico ed economico è il condizionamento dell’informazione che ha comportato una perdita di credibilità e prestigio e lettori.
Dal 2013 al 2020, secondo i dati di Accertamenti diffusione stampa (Ads), che molti considerano sovrastimati, i quattro maggiori quotidiani italiani (Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 Ore e La Stampa) hanno perso tra il 44 e il 54% delle copie. Tendenze analoghe sono riscontrate in altri Paesi occidentali: nel Regno Unito nello stesso periodo i maggiori quotidiani hanno avuto un calo del 30%, mentre il Washington Post ha perso 77 milioni di dollari nel 2023 e metà dei lettori dal 2020.
Malgrado il crollo di copie vendute, l’interesse nell’investimento degli ultraricchi nei mezzi d’informazione sta nella possibilità di definire e controllare la narrazione dominante. Tuttavia, dal conflitto d’interessi di memoria berlusconiana, che riguardava il controllo delle vicende italiane, siamo ora passati a una situazione in cui la politica, e l’oligarchia che ne dirige le mosse, sono allineate a livello sovranazionale con gli interessi geopolitici dei Paesi occidentali. Se in Italia la narrazione è prodotta da un piccolo gruppo di giornalisti che la sostiene e la ridefinisce nei principali quotidiani e talk show televisivi è a livello internazionale che bisogna guardare in questa fase di sconvolgimenti planetari. Nei Paesi occidentali la narrazione è prodotta da tre grandi agenzie di stampa: l’American Associated Press, l’agenzia francese semi-governativa France press e l’agenzia britannica Reuters. Queste tre agenzie diffondono la maggior parte delle notizie internazionali che sono riprese da tutti i mass media modellando così la narrazione a livello internazionale. Questa è la nuova frontiera della (non) libertà d’informazione che ha dunque superato i confini nazionali e in questa epoca di trasformazioni globali svolge un ruolo chiave per orientare le opinioni pubbliche dei Paesi occidentali e, a quanto pare, per trascinarle verso la guerra.
A far fronte a questo panorama claustrofobico e inquietante ci sono, con tutte le loro contraddizioni, i social media. Anche se l’ambiente dei social è un calderone disordinato in cui si muovono attori di ogni tipo, è ancora possibile costruirsi (in particolare su YouTube) una rete di riferimenti di qualità. Tra i social TikTok, l’unico non di proprietà dei colossi americani ma del gigante cinese Byte Dance, ha avuto un notevole successo nei Paesi occidentali. È questo successo che spinge a limitare e controllare TikTok con la motivazione che agenti “nemici” potrebbero utilizzarlo per diffondere fake news in uno scenario da guerra ibrida e per influenzare le opinioni. Di volta in volta quando accadano risultati inaspettati alle elezioni, come ultimamente in Romania, vengono chiamati in causa i social. Ad esempio, da più parti è stato sostenuto che una campagna di disinformazione, basata su fake news immesse su Facebook e Twitter, sia stata condotta dalla Russia e abbia influenzato le elezioni presidenziali degli Stati Uniti quando vinse Trump nel 2016. Tuttavia, uno studio pubblicato nel 2023 (le analisi serie richiedono tempo) su Nature ha concluso che “non è stata trovata alcuna prova di una relazione significativa tra l’esposizione alla campagna di influenza russa all’estero e i cambiamenti negli atteggiamenti, nella polarizzazione o nel comportamento di voto”. Se in alcuni casi particolari, come è stato mostrato da studi scientifici, le fake news si possono diffondere velocemente sui social, in genere la diffusione dell’informazione è molto articolata e complessa, influenzata sia dalle dinamiche di comportamento degli individui sia dai meccanismi di funzionamento delle piattaforme. Inoltre, mentre l’attenzione si è concentrata principalmente sul fenomeno delle fake news sui social si è trascurato un fatto evidente: il problema delle fake news è molto più profondo poiché coinvolge anche i media tradizionali che plasmano la narrazione del dibattito pubblicoù
Oggi si stima che almeno la metà della popolazione del mondo, ovvero 3,9 miliardi di persone, utilizzi i social a fronte di 2,1 miliardi nel 2015. Se questa crescita si contrappone al calo verticale dei lettori dei maggiori quotidiani bisogna considerare un altro dato chiave: i social sono visti dalle giovani generazioni, mentre i media tradizionali si rivolgono ormai solo ai più anziani. Si sta venendo così a creare una spaccatura generazionale: miliardi di persone, soprattutto di giovane età, possono avere accesso allo stesso tipo di intrattenimento, immagini e video e i cambiamenti innescati sono giganteschi, ancora largamente incompresi e stanno avvenendo in tempo reale. Inoltre, nascono in continuazione nuovi social e il controllo capillare di ognuno di questi è una chimera che solo una politica che non sa più come contrastare l’abisso che separa la realtà dalla sua narrazione può inseguire.
(da ilfattoquotidiano.it)

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BOOM DI VISITE MEDICHE PRIVATE, ORE LE LISTE DI ATTESA SONO LUNGHE ANCHE SE SI PAGA

Dicembre 15th, 2024 Riccardo Fucile

“E’ L’EFFETTO DELLA SANITA’ IN CRISI”

«Sono stata ricoverata per un versamento pleurico dovuto a insufficienza cardiaca. A 92 anni, al momento di dimettermi mi hanno raccomandato di eseguire controlli periodici al cuore senza però sapermi indicare una sola struttura pubblica che potesse prendermi in carico qui a Roma. Allora ancora una volta mi sono rivolta al cardiologo di un grande ospedale pubblico che mi segue per 200 euro a visita. Ma mi sono sentita rispondere che anche la sua agenda privata era piena e che avrebbe visto se inserirmi più in là, magari la sera».
Maria Carmela Silvestri racconta una storia che sta diventando comune a molti pazienti, «perché le liste di attesa sempre più lunghe nel pubblico stanno allungando i tempi anche nel privato, mettendo per di più in crisi fondi e casse sanitarie integrative», spiega Ivano Russo, presidente dell’Osservatorio Welfare&Salute, che monitora il terzo settore della nostra sanità sempre più vicina al collasso, e non più solo nel pubblico.
Secondo i dati dell’Osservatorio, infatti, nell’ultimo anno e mezzo la percentuale di richieste di rimborso rispetto a premi e contributi versati a fondi e mutue è salita dal 50 al 65%, «costringendo molte realtà del terzo settore a programmare aumento dei contributi da un lato e tagli alle prestazioni dall’altro», spiega sempre Russo. Per 115 mila lavoratori del settore editoria e carta iscritti al fondo SaluteSempre scatterà a breve un aumento delle franchigie sull’alta specializzazione, sugli accertamenti diagnostici e sulle visite specialistiche. Peggio ancora va ai giornalisti ma anche a chi, pur non appartenendo alla categoria, si è iscritto alla Casagit. Con una mail, la cassa ha annunciato franchigie in rialzo e aumento dei contributi in generale. Questo perché, viene specificato, «l’allungamento delle liste d’attesa e l’aumento delle spese sanitarie private per visite specialistiche, indagini diagnostiche e ricoveri hanno avuto ripercussioni significative sulla nostra realtà».
«Questo – assicura il presidente dell’Osservatorio Welfare&Salute – accadrà in molte realtà del terzo settore». Anche perché a mandare in debito d’ossigeno sanità privata e mutue è la fuga sempre più massiccia dal pubblico generata dalle liste di attesa e da un’assistenza territoriale che non riesce a prendersi carico dei sempre più numerosi anziani cronici.
Per capire meglio basta vedere i dati raccolti dai Caf delle Acli. L’analisi dei “730” presentati quest’anno evidenzia infatti il peso crescente di costi sostenuti privatamente dalle famiglie per la salute, che salgono del 13,7% rispetto alle dichiarazioni del 2020, con una punta del 24,7% per le spese specialistiche.
Che si tratti di orfani della sanità pubblica lo dice un altro dato, quello delle ricevute per il rimborso dei ticket, in calo del 3,5%, mentre la somma media portata in detrazione per le spese sanitarie sostenute dai contribuenti è arrivata oramai a 1.244 euro, al netto della franchigia di 129 euro. Ma se le medie le andiamo a calcolare per fasce di reddito vediamo che il ricorso al privato genera sempre più discriminazioni sociali, perché sotto i 75 mila euro di reddito l’importo medio detratto è di 1.061 euro, mentre i più ricchi portano in detrazione quasi il doppio: 1.922 euro. Come a dire che per aggirare le liste di attesa chi può paga, chi non può salta visite e accertamenti.
Colpa dei tagli inferti alla sanità per 15 anni e delle carenze di personale, ma anche di una scarsa produttività. I dati di Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) dicono infatti che nel primo semestre dello scorso anno sono state eseguite 100 milioni di visite e prestazioni di radio diagnostica, 10 milioni in meno dell’analogo periodo del 2019, «nonostante siano stati nel frattempo inseriti nel Servizio sanitario nazionale 40 mila dipendenti in più», rimarca il direttore dell’Agenzia, Domenico Mantoan. E se il pubblico arranca anche il privato inizia ad avere il fiato corto, con le visite fatte pagando la parcella passate dal 42% del 2018 al 48% del 2022, mentre gli esami a carico dei pazienti sono saliti dal 26 al 33%. Tanto da doversi mettere in fila anche pagando.
(da agenzie)

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