Gennaio 16th, 2025 Riccardo Fucile
FARE CILECCA E’ ISTRUTTIVO, PREPARA A FUTURE E PIU’ SERIE SCONFITTE
Matteo Salvini, nella funzione di attrattore cosmico di tutte le negatività, si rivela un pacco regalo per Giorgia Meloni. La disfatta dei treni viene infatti registrata e automaticamente addebitata in capo unicamente al leader leghista. Il governo sembra essere un osservatore neutrale e neanche troppo solidale delle disavventure di Matteo il grande.
Ricordate una parola della premier sui binari morti? Una presa di posizione, un momento di imbarazzo? Una illustrazione delle cifre contenute nel Pnrr per ammodernare la rete ferroviaria? Cosa si è speso e dove e come? Ricordate l’ammissione di questo enorme fallimento?
L’Italia è un fermo tecnico, stiamo vivendo la congiuntura di tutte le sfighe e finalmente prendendo nota di tutte le incompetenze che si sono riunite ai vertici della società dei trasporti facendo così del ministero salviniano un vuoto a perdere.
Fino a qualche tempo fa eravamo convinti che fosse l’Anas, la società che gestisce le strade, una macchina mangiasoldi governata da un cast di raccomandati. Ora dobbiamo correggere, anzi aggiungere alle strade le ferrovie e avere chiaro che non c’è mai un fondo al fondo.
Meloni dirotta le sconfitte e le intesta a Salvini essendo ormai chiaro che lui funge da capo di quelle che in finanza chiamano bad company: le società dove si accumulano le perdite del gruppo allo scopo di non infettare il bilancio della holding.
La questione dunque riguarda, con rispetto parlando, questo nostro ministro-fetecchia. “Fetecchia”, cito Erri De Luca nel suo imperdibile vocabolario napoletano, proviene dal verbo “fètere, fare fetecchia significa fare cilecca, non riuscire in qualcosa. La fetecchia è istruttiva, prepara a successive e più serie sconfitte”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 16th, 2025 Riccardo Fucile
MARINA E PIER SILVIO NON SONO RIUSCITI NEMMENO A OTTENERE DA TAJANI LA MESSA IN FUORIGIOCO DI BARELLI E GASPARRI … ORA VEDIAMO SE “REPORT” RIUSCIRÀ A DARE UNA SPINTARELLA AL CAMBIO DI GUARDIA DENTRO FORZA ITALIA
Mentre la scontata liturgia televisiva richiede l’apparizione in esclusiva di Cecilia Sala
da Don Fabiolo Fazio, Sigfrido Ranucci non arretra dopo le violente polemiche per la puntata su Berlusconi, Dell’Utri e la mafia.
Domenica “Report” scodellerà un servizio al vetriolo su Paolo Barelli, capogruppo di Forza Italia alla Camera: dalla gestione del potere in Federnuoto che presiede da un quarto di secolo, al giro di finanziamenti, fino al suo ruolo all’interno del partito di fedele scudiero di Antonio Tajani, del quale diventerà presto consuocero.
Un mix di affari, anomalie, finanziamenti all’ombra dei conflitti di interessi. Pare che il servizio sia molto atteso fra i numerosi frondisti del duo Barelli-Tajani. Chissà che ne penseranno dalle parti di Cologno Monzese. Stavolta la Cavaliera Marina, e alcuni deputati forzisti, potrebbero persino inviare una lettera di ringraziamento a Ranucci.
E’ chiaro anche alla primogenita del Cavaliere e al Fratel Pier Silvio che il Governo non è frutto di un’alleanza di destra-centro, ma è sostanzialmente un monocolore di Fratelli d’Italia: Giorgia Meloni è sola al comando.
Forza Italia galleggia: da un lato, i due eredi del Biscione hanno bisogno del sostegno politico di un partito (sul groppone pesano 90 milioni di fidejussioni): e non solo per l’impero mediatico, hanno questioni di business a cui badare (Pier Silvio da un pezzo sta architettando una delicata operazione in Germania su Prosiebensat).
Dall’altro, Antonio Tajani, con il suo aplomb da amministratore di condomini, il 15 luglio 2023 divenne segretario nazionale di Forza Italia (dopo che Marina e Pier Silvio bocciarono dalla lista dei candidati Paolo Del Debbio e Nicola Porro, rei di melonismo spinto in modalità Confalonieri).
Da allora, l’ex commissario europeo e vicepremier e ministro degli Esteri ha dimostrato ampiamente di essere un leader privo di carisma, incapace di dare al partito orfano del berlusconismo una vera dimensione nazionale e per nulla gradito dai conduttori di talk: una volta messo davanti a una telecamera eccolo trasformarsi in uno sfollagente, puro veleno per lo share.
Gli azzurri hanno visto ultimamente aumentare il consenso elettorale, superando di un pelo la derelitta Lega, solo perché dopo aver perso radici ed elettori al Nord, si sono trasformati in una ridotta a trazione meridionale nelle mani del trio Martusciello (Campania), Schifani (Sicilia), Occhiuto (Calabria).
E Il ciociaro Tajani non è riuscito neppure a incidere né a Roma né nel Centro Italia, dove alle elezioni europee non è andato oltre il 6,99% (99mila preferenze personali contro le quasi 120mila di Vannacci e le 616mila di Giorgia Meloni).
Inoltre, il 70enne ex monarchico non riesce a farsi rispettare dalla Ducetta, che è riuscita ad anestetizzarlo con la vaga promessa di fare di lui il prossimo candidato del centrodestra alla Presidenza della Repubblica.
E non c’è anima pia che dica a Tajani che la Statista della Garbatella è una tattica, un camaleonte che cambia pelle davanti alle situazioni, e la promessa di oggi è la fregatura di domani.
Poiché la Sora Giorgia non ha mai una strategia di lungo periodo, ma vive di opportunismo politico, cioè cavalca ciò che le conviene al momento, lo stesso Tajani rischia di ritrovarsi panato e fritto sull’agognata e affollata via del Quirinale.
Da un pezzo, nei suoi incontri meneghini con Tajani, Marina gli “consiglia” di far fuori i due capigruppo di Forza Italia: l’abile Paolo Barelli alla Camera e il chiassoso Maurizio Gasparri al Senato. E lui, come risposta, nicchia, divaga, cambia discorso. Sa bene che non è cosa facile, soprattutto per il suo strettissimo rapporto con Barelli. Da una parte, dall’altra sa altrettanto bene che i due Berlusconi hanno tempi lentissimi prima di trasformare le parole in fatti.
Ora vediamo se il programma di Ranucci domenica prossima riuscirà a dare una spintarella al cambio di guardia dentro Forza Italia.
(da Dagoreport)
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Gennaio 16th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO L’ISTAT, NEL PAESE C’È UN CONTESTO DI “FRAGILITÀ SOCIALE, SUBALTERNITÀ E DIPENDENZA”… IL 34% DI CHI CHIEDE UN AIUTO ECONOMICO È DISOCCUPATO. NEL 97% DEI CASI SONO I FAMILIARI A DARE UNA MANO, CHIEDENDO IN CAMBIO UN INTERESSE SOLTANTO NEL 7,5% DEI CASI. MA CRESCE ANCHE IL NUMERO DI CHI CADE NEL MERCATO ILLEGALE
Quasi 10 milioni i cittadini che hanno richiesto un prestito nel 2023, soprattutto tra i disoccupati o chi ha contratti a tempo determinato. E per un aiuto economico ci si rivolge in primis alle famiglie e in seconda battuta alle banche, ma non mancano i casi in cui si ‘cade’ nel mercato illegale del credito o nell’usura.
E’ quanto emerge dal rapporto Istat ‘Le richieste di aiuto economico dei cittadini’ per l’anno 2023, in cui si sottolineano il contesto di ‘fragilità sociale’ e lo stato di ‘subalternità e dipendenza’.
“Nel 2023, circa 9 milioni 762mila, pari al 23,1% dei cittadini con età compresa tra i 18 e 74 anni per far fronte a momenti di particolare difficoltà o mancanza di liquidità hanno chiesto un prestito o un aiuto economico a familiari, amici, vicini di casa, società finanziarie, banche (inclusi i servizi bancari della posta) o ad altre persone – rileva l’Istat – senza differenze significative tra maschi e femmine, ma con un’incidenza più elevata tra i cittadini stranieri (39,8%) rispetto agli italiani (22,4%)”.
La quota di chi richiede un prestito/aiuto tra i disoccupati arriva al 34%. In generale, il 54,7% si è rivolto ai familiari, il 31,4% alle banche, il 22,7% alle società finanziarie, il 7,4% agli amici o ai vicini di casa, il 2,4% ad altre persone. I familiari concedono il prestito/aiuto nel 97% dei casi, chiedendo in cambio un interesse soltanto al 7,5% dei richiedenti. Il 27,7% di chi ha ricevuto il prestito non sa valutare se l’interesse pagato è più alto o meno rispetto a quanto avrebbe richiesto la propria banca
La fragilità sociale è all’origine delle richieste di aiuto economico e tende a porre i soggetti interessati in uno stato di subalternità e dipendenza. “Inoltre – osserva l’Istat – i cittadini in questa condizione possono trovarsi ad avere relazioni con soggetti/operatori afferenti a un’area grigia, incluso il mercato illegale del credito e l’usura.
“L’impatto che il fenomeno ha sulla vita dei cittadini e sul tessuto socio-economico nel suo complesso è rilevante e impone la disponibilità di una solida base informativa statistica al fine di monitorarne l’andamento”. Maggiori richieste di prestito si registrano tra chi non lavora o ha contratti a tempo determinato: “sono le persone in cerca di occupazione, più degli occupati e degli inattivi, a chiedere una qualche forma di aiuto economico – si legge nel rapporto – si tratta del 34% dei primi, rispetto al 24% e al 20,6% dei secondi”.
Rilevante la tipologia di contratto dei lavoratori dipendenti: mentre ha chiesto un aiuto economico il 31,2% dei lavoratori dipendenti con contratto a tempo determinato, la percentuale scende al 22,8% tra quelli con contratto a tempo indeterminato. Alla famiglia ha chiesto aiuto una quota decisamente superiore di persone in cerca di occupazione (24,4%) rispetto agli occupati e agli inattivi (12,1%); chiedono più spesso aiuto alle società finanziarie sia gli occupati (6%) sia i cittadini in cerca di occupazione (6,4%) rispetto agli inattivi (4%), mentre si rivolgono alle banche con maggior frequenza gli occupati (9,1%) rispetto ai cittadini in cerca di occupazione (4,8%) e agli inattivi (5%).
La richiesta di un prestito o di un aiuto economico è più diffusa tra chi ha un titolo di studio di scuola secondaria: sono il 24,7% dei diplomati, a seguire i cittadini con titolo fino alla licenza media (23,1%), e in misura inferiore i laureati o in possesso di un titolo ancora superiore (19,7%). Oltre la metà dei cittadini quando ha bisogno di aiuto si rivolge alla famiglia raggiungendo una quota di circa 5 milioni 344mila.
A seguire, oltre 3 milioni (circa 3 milioni 69mila) si sono rivolti alle banche, circa 2 milioni 213mila alle società finanziarie, oltre 700mila (circa 722mila) agli amici o ai vicini di casa e circa 235mila ad altre persone. Richieste di prestito o aiuto economico si registrano soprattutto nelle classi di età comprese tra i 18 e i 44 anni (28,5%).
Al crescere dell’età diminuiscono i cittadini che chiedono un aiuto economico: poco più di un quarto (22,9%) dei 45-64enni e il 14,5% dei 65-74enni. Le richieste di aiuto sono più diffuse nelle Isole (26,3%) e nel Sud (25,7%), segue il Centro (24,2%), mentre si collocano sotto la media il Nord-est (20,9%) e il Nord-ovest (20,3%). Tra le regioni spiccano la Puglia (28,4%), il Lazio (27,6%) e la Sicilia (27,3%); sopra la media anche la Calabria, la Campania, l’Umbria e l’Emilia Romagna.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2025 Riccardo Fucile
GLI INVESTIMENTI CI SONO STATI. IL PROBLEMA SONO I MONOPOLI: NESSUNA REGIONE HA AFFIDATO I SERVIZI XON GARA COME AVVIENE IN TUTTA EUROPA… LE RESPONSABILITA’ DI SALVINI NELLO “SPENDERE PER SPENDERE”
Di fronte ai black out ferroviari di questi giorni, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini
ha parlato di decenni di disinteresse, mancati investimenti, “no” ideologici e infine di ridurre il numero dei treni del 15%.
Disinteresse non certo della politica che, in questi giorni, sta “regolando” i conti tra i top manager, come ha spiegato sul Fatto Quotidiano Carlo Di Foggia occupandosi dello spoil system. Una nuova girandola di Presidenti del Gruppo e delle controllate, amministratori delegati e consiglieri di amministrazione per non parlare degli organigrammi chilometrici lottizzati privi di logica razionale.
Ogni nuovo capo si porterà dietro i suoi fidati, nessuno dei quali in grado di riconoscere un pantografo, mentre il Gruppo FS – grazie alla sua posizione monopolista – pensa a mostrarsi efficiente con grandi costose e stucchevoli pubblicità.
Disinteresse dei costruttori? Sembra proprio di no. Sono molto attive le loro lobby, stessa cosa per i fornitori di beni e treni o di servizi. Vincere un appalto alle FS non è cosa da poco. Quanto ai mancati investimenti, è vero il contrario: negli ultimi decenni si sono spesi in media 6 miliardi di euro per gli investimenti e 7 miliardi per la spesa corrente.
Nonostante questo la quota modale delle FS è del 7% per i passeggeri e del 9% per le merci: la più bassa d’Europa. In questa fase sono troppi gli investimenti del Pnrr (progetti vecchi tolti dal cassetto), più della capacità di spesa di RFI con tempi lunghi di realizzazione e enormi danni all’utenza pax e merci.
Non c’è una grave carenza di infrastrutture, c’è una grave incapacità gestionale derivante dalle garanzie monopoliste del settore ferroviario: nessuna Regione ha affidato i servizi con gara. In tutta Europa le gare hanno avuto successo con riduzione dei costi e aumento dei passeggeri.
Infine quali sarebbero i no ideologici? Sono i sì di Salvini ad essere ideologici (spendere per spendere) irresponsabili, campanilisti, demagogici e senza giustificazione come il Ponte sullo Stretto perché privi di valutazioni tecnico-economiche.
Quanto al da farsi prima di decidere la riduzione dei treni del 15%, c’è da chiedersi chi sono i dirigenti che hanno autorizzato più treni della capacità della rete? Chi sono i funzionari del MIT e del MEF che ne hanno autorizzato il pagamento? Sarebbe meglio abbandonare i progetti del Pnrr non partiti (in primis il Ponte sullo Stretto) e trasformarli in “misure piccole e medie” per eliminare i colli di bottiglia dei nodi: rapidamente si determinerebbe un ottimale rapporto qualità-prezzo dell’investimento e si renderebbe la rete più elastica.
L’attuazione di questi interventi sarebbe accelerata raggruppando gli interventi e snellendo la pianificazione dei cantieri troppo frammentata. Va determinato il numero dei treni per linea in base alla capacità effettiva della stessa (nodi compresi): più aumentano i treni, più deve essere efficiente e potenziata la manutenzione sia per la regolarità della marcia dei convogli che per la sicurezza. Così si può sollevare dallo stato di stress la rete (RFI) e la gestione dei treni (Trenitalia) che la utilizzano, colpevoli entrambi di carenze manutentive, carenza di organici, incapacità di gestione dei turni del personale.
Serve anche un accorciamento della catena di comando per individuare le responsabilità manageriali e l’intrusione della politica che piega e condanna il Gruppo FS all’inefficienza. Clientela e consociativismo vanno ridotti all’osso. In caso contrario i guasti resteranno all’ordine del giorno. Come lo sono da anni oramai.
(da ilfattoquotidiano.it)
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