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A PALAZZO CHIGI E’ RECORD DI STIPENDI

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

IN ATTESA DEL CONTRATTO A MUSK, LA PREMIER TAGLIA I FONDI A ESA E ASI… MENTRE COLLABORATORI E CONSULENTI PESERANNO PER 22,5 MILIONI DI EURO, UN RECORD

Nell’attesa di accelerare sull’accordo con Elon Musk per i satelliti Starlink, con un’ipotetica spesa da un miliardo e mezzo di euro, il governo pianta una certezza nel bilancio preventivo di palazzo Chigi: il taglio agli investimenti sulla ricerca aerospaziale italiana.
La spesa, con il governo Meloni, scende a un miliardo e 268mila euro con un calo di 371 milioni di euro. Uno dei motivi, si legge nella nota preliminare del bilancio, è il «mancato rifinanziamento delle somme destinate alla partecipazione italiana al programma spaziale Artemis».
Peccato, però, che la spesa prevista per quel progetto, nel 2024, ammontasse solo a 20 milioni di euro. All’appello mancano comunque 350 milioni di euro, tra cui rientrano i 23,7 milioni tolti all’Agenzia spaziale italiana (Asi) e i 242 milioni previsti per i progetti di cooperazione internazionale portati avanti con l’European space agency (Esa).
Eppure proprio ieri, di buon mattino, la premier Giorgia Meloni ha gongolato sui social per «il lancio, avvenuto dalla base Vandenberg in California, del primo satellite per la costellazione nazionale Iride. Un risultato che consolida la leadership dell’Italia nel settore spaziale e testimonia l’efficace utilizzo dei fondi del Pnrr» e «proietta la nostra nazione sempre più nel futuro della ricerca spaziale».
Record per i consulenti
E mentre si fanno tagli cospicui alla ricerca per le politiche aerospaziali, guardando a Starlink, come ammesso alla Camera anche dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, c’è una voce che continua a salire con la destra al governo: i costi per gli uffici di diretta collaborazione, ossia gli staff di Meloni, dei due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, e dei vari ministri senza portafoglio e sottosegretari di stanza a palazzo Chigi, da Alfredo Mantovano a Giovanbattista Fazzolari. In un anno la previsione dell’esborso fa segnare un aumento di quasi un milione e mezzo.
Gli stipendi di collaboratori e consulenti graveranno infatti sulle casse per un totale di 22 milioni e 654mila euro. In confronto all’ultimo anno del governo Draghi la spesa è cresciuta di 3,8 milioni di euro e sono quasi 6 milioni di euro in più rispetto al Conte II. Se il raffronto viene fatto con gli esecutivi guidati da Matteo Renzi, il balzo va oltre i 10 milioni di euro: il costo per gli staff, con l’allora segretario del Pd a palazzo Chigi, si era fermato a poco più di 12 milioni di euro.
Ma non solo. Con il governo Meloni risultano in risalita pure le spese generiche per il funzionamento della presidenza, che arrivano a 423 milioni di euro, quasi 19 milioni di euro in più in confronto al precedente anno.
Il motivo, spiega la nota preliminare, è il «nuovo assetto organizzativo», voluto dagli uffici di Meloni. E ancora: sulle casse pubbliche pesano poi le strutture di missione – tra cui quelle per il Piano Mattei e della Zes unica – istituite. L’esborso ammonta a 27 milioni e mezzo di euro (+13,6 milioni di euro) per remunerare il personale di questi organismi.
Certo, il costo complessivo della presidenza del Consiglio cresce di poco meno di 2 milioni di euro, per una spesa complessiva di 5 miliardi e 391 milioni di euro.
Meno famiglia e poco sport
Ma contano anche gli equilibri. E il follow the money racconta molto bene come la propaganda venga tradita dalle scelte concrete. Il bilancio preventivo svela una serie di tagli a fondi per vari settori che, sulla carta, dovrebbero essere al centro dell’azione di governo. Su tutti il dipartimento della Famiglia, affidato alla ministra Eugenia Roccella.
Le risorse assegnate sono 141 milioni di euro con una flessione del 6,1 per cento. Tradotto: sono 9,2 milioni di euro in meno. In questa voce rientrano la riduzione di un milione e 300mila euro del fondo destinato all’adolescenza e all’infanzia e di 2 milioni e 800mila euro delle risorse previste per le adozioni internazionali.
La scure di Meloni si è abbattuta pure sulle politiche sportive nel loro insieme, guidate da Andrea Abodi. Lo stanziamento fa registrare un calo di 49 milioni di euro, legato principalmente «al venir meno dell’incremento di dotazione del fondo di 50 milioni di euro per la garanzia sui finanziamenti erogati dall’Istituto per il credito sportivo», spiega ancora la nota che accompagna il bilancio.
Nel calderone di questi definanziamenti spiccano i 6 milioni di euro in meno per il bando Sport e periferie, il progetto che punta a sviluppare l’attività sportiva nelle zone più disagiate.
A pagare dazio alle sforbiciate di Meloni a palazzo Chigi ci sono addirittura le iniziative a sostegno della gioventù. L’apposito dipartimento subisce una decurtazione dei fondi di quasi 18 milioni di euro, passando da 73,7 milioni a 55,8 milioni di euro. Calano drasticamente, inoltre, le somme destinate all’Agenda digitale, quasi dimezzate in confronto al 2024, passando a 115 milioni di euro.
E ancora: spariscono tanti altri capitoli di spesa, come lo sviluppo del sistema It-Alert, gestito dalla Protezione civile, per garantire un sistema moderno di allarme pubblico in caso di calamità. L’iniziativa avanza a rilento. Palazzo Chigi fa sapere che la questione è stata trasferita ad altri ministeri, che dovranno farsi carico delle spese.
(da editorialedomani.it)

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PONTE SULLO STRETTO, ALTRO SCHIAFFONE A SALVINI: AMMESSO IL RICORDO DI REGGIO CALABRIA E VILLA SAN GIOVANNI

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

IL TAR DEL LAZIO HA DICHIARATO AMMISSIBILE L’IMPUGNAZIONE DEL PARERE DELLA COMMISSIONE VIA

In piena bufera per il caos treni, smentito dal Tar sulla precettazione, Matteo Salvini incassa un colpo anche sul Ponte sullo Stretto. Il Tar del Lazio ha dichiarato ammissibile il ricorso presentato dal Comune di Villa San Giovanni e dalla Città metropolitana di Reggio Calabria contro il parere positivo della commissione Via Vas al progetto di Ponte sullo Stretto.
Il ministero dei Trasporti e la Stretto di Messina avrebbero voluto chiudere subito la partita, spegnendo sul nascere il contenzioso con una dichiarazione di inammissibilità, considerando il parere un atto endoprocedimentale. Di tutt’altro avviso gli enti, che tramite i loro legali non solo hanno insistito nel ricorso, ma alla luce dei nuovi atti emanati dopo il parere Via Vas e che su quello si basano, hanno rinunciato alla sospensiva, chiedendo un giudizio di merito e un rinvio per integrazione documentale. Richiesta accordata dai giudici del Tar del Lazio, che a margine dell’udienza – riferiscono i presenti – si sono fatti scappare: “questo sarà un procedimento lungo e complesso”.
Per i legali delle amministrazioni, il significato è molto chiaro: accettando un rinvio mirato addirittura a aggiungere motivi di ricorso (e relativi atti), il Tribunale ha di fatto dichiarato il procedimento ammissibile. Di tutt’altro avviso la Stretto di Messina, secondo cui “ciò che è avvenuto processualmente è la rinuncia alla fase cautelare del giudizio da parte dei ricorrenti, che comporterà la fissazione di una nuova udienza di merito da parte del Tribunale Amministrativo”. E questo, a detto dell’ad Pietro Ciucci, non significa che il ricorso sia ammissibile, mentre “la rinuncia alla fase cautelare da parte dei ricorrenti conferma la correttezza dell’eccezione sollevata dal Mit e dalla società circa l’assenza dei presupposti di urgenza”.
Toccherà ai giudici amministrativi sciogliere il nodo, in quello che rischia di diventare un procedimento monstre. Dopo il parere positivo, seppur condizionato al rispetto di 60 prescrizioni, della commissione Via Vas, sono stati emanati diversi atti che da quell’approvazione dipendono, a partire dal decreto di chiusura della conferenza dei servizi del 23 dicembre. Lo stesso succederà – annunciano i due enti, assistiti dall’avvocato Granara – con ogni atto che dovesse essere adottato nel frattempo perché considerati tutti viziati in origine da un parere illegittimo.
“La proposizione di un’azione giudiziaria non è certamente da “detrattori“ come da taluno siamo stati definiti – fanno sapere da Villa e Reggio Calabria – piuttosto la posizione terza ed istituzionale assunta sin dal primo momento non poteva avere altro esito se non quello di chiedere al tribunale amministrativo una valutazione di merito”.
Traduzione: gli enti hanno provato a sollevare obiezioni, evidenziare lacune progettuali e problemi procedimentali, ma le loro istanze sono state sostanzialmente ignorate. Perplessità che il sì condizionato della commissione Via Vas non ha fatto che rafforzare. Da qui la decisione di impugnarla formalmente, con l’obiettivo di ottenere un giudizio sulle forzature non solo progettuali, ma anche procedurali più volte sollevate.
L’udienza è stata rinviata a data da destinarsi, mentre sempre dalla Calabria arriva un nuovo grattacapo per il Mit. Sulle barricate sono saliti i sindaci calabresi, che hanno denunciato i ritardi nei lavori per la realizzazione dell’Alta Velocità ferroviaria, proprio mentre la circolazione dei treni si fermava per l’ennesima volta a causa di vento forte e detriti – incluso un container – sui binari. “Nonostante le promesse, non sono stati ancora stanziati finanziamenti concreti per la tratta, e il rischio che l’opera resti incompiuta è sempre più concreto”, dicono i sindaci. Rfi ha provato a smentire e il Mit altrettanto, affermando che “non c’è alcun problema sull’alta velocità Salerno-Reggio” e che i lotti al momento non finanziati lo saranno a breve. Ma al momento, di concreto non c’è nulla. Nel frattempo, in Calabria ci sono volute dodici ore perché la situazione tornasse alla normalità.
(da agenzie)

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A TREVISO UNA LIBRAIA CHE SI ERA RIFIUTATA DI VENDERE IL LIBRO DI VANNACCI HA RICEVUTO MINACCE E UNA LETTERA MINATORIA DOPO LA DENUNCIA”

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

“QUALCUNO SI E’ RAMMARICATO DEL FATTO CHE NON SI FANNO ABBASTANZA FEMMINICIDI, MOLTI MI ACCUSANO DI FARMI PUBBLICITÀ OPPURE DI ESSERMI AUTOINVIATA LA LETTERA”

Nei giorni scorsi, la titolare della libreria Ubik di Castelfranco Veneto (Treviso), Clara Abatangelo, ha ricevuto una lettera minatoria perché si è rifiutata di vendere “Il mondo al contrario” di Roberto Vannacci.
La notizia della missiva ha generato un’ondata di solidarietà nei confronti della donna, ma anche pesanti critiche, come ha raccontato la stessa Abatangelo a Il Gazzettino. Ciò che più ha colpito la libraia è “leggere i commenti di centinaia di donne dove è possibile intravedere, a volte esplicitamente, il famoso discorso ‘Te la sei cercata’”.
Il cartello: “Non chiedeteci il libro di Vannacci” Nell’agosto del 2023, Abatangelo aveva appeso in vetrina un cartello con scritto: “Si invita la gentile clientela a non chiederci il libro di Vannacci”. Da allora riceve minacce e insulti. Infatti, la lettera ricevuta qualche giorno fa è solo l’ultima di tante. “L’ho segnalato ai carabinieri”, ha sottolineato la libraia.
La lettera “Le minacce che hai ricevuto ti avranno costretta a stipulare una buona polizza antincendio – si legge nella lettera minatoria -. Concordo con la tua idea di censurare e rifiutarsi di vendere come una piccola ‘zarina stalinista’ il libro dell’onorevole europeo Vannacci”.
Le critiche Parlando della solidarietà ricevuta dopo la lettera minatoria, Abatangelo ha detto: “Sono cose che fanno bene al cuore, soprattutto considerando il tenore di molti commenti nei social, che non si limitano ad augurarci di chiudere la libreria, cosa a cui ormai abbiamo fatto il callo, ma si spingono oltre, con un livello di violenza verbale irripetibile, come ad esempio chi afferma che ‘non si fanno abbastanza femminicidi’. Noi al momento segnaliamo questo tipo di commenti, con l’auspicio che Facebook possa eliminarli”.
“Centinaia di donne – ha aggiunto la libraia – mi accusano di essere il genio del marketing, di farmi pubblicità oppure di essermi autoinviata la lettera. L’ho vissuta proprio male: affermare cose come ‘potevo starmene zitt’a’ oppure che ‘potevo fare finta di ordinare il libro’ è proprio l’applicazione del ‘teorema della minigonna’. Queste persone non riescono a riconoscere che si sono travalicati i termini di un dibattito civile e legittimo”.
(da agenzie)

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“LE ULTIME RIFORME DELLA GIUSTIZIA SONO STATE INUTILI E HANNO RALLENTATO I PROCESSI”: IL J’ACCUSE DEL PROCURATORE DI NAPOLI NICOLA GRATTERI IN COMMISSIONE ANTIMAFIA

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

“IL 50% DEI PROCESSI IN PRIMO GRADO RISCHIA L’IMPROCEDIBILITÀ, DATO CHE NON VERRÀ DEFINITO NEI TEMPI IMPOSTI DALLA CARTABIA. LE INTERCETTAZIONI? NORDIO HA TORTO SUI COSTI: A NAPOLI, IN UN ANNO, HO SPESO 5 MILIONI PER ASCOLTARE I CRIMINALI E QUESTO HA PERMESSO DI RIDARE ALLO STATO 600 MILIONI. LE ORDINANZE NON PUBBLICABILI? UN’INVOLUZIONE DEMOCRATICA. IL 41BIS? RIDOTTO QUASI A UNO SLOGAN. E POI NON C’È PERSONALE: MANCANO I CANCELLIERI PERCHÉ VENGONO PAGATI MENO DI UN DIPENDENTE DI UN COMUNE DI 3 MILA ABITANTI”

Di fronte alle nuove sfide per il contrasto alla criminalità (il dark web, le truffe informatiche, i cripto telefoni), le riforme della giustizia portate avanti in questi anni non sono che una «pietosa bugia» all’Europa che le ha finanziate.
Il capo della Procura di Napoli, Nicola Gratteri, parla per due ore in commissione antimafia e, come nel suo stile, non usa giri di parole.
Procuratore, sarebbe facile dire oggi, con gli uffici giudiziari bloccati, che il processo telematico non funziona. Ma, come ha detto in commissione, c’era da aspettarselo…
«Si sono spesi milioni di euro per complicare il lavoro dei pm e rallentare il sistema che si voleva velocizzare. Un progetto nato male e che copre oggi solo le archiviazioni, ossia l’equivalente di pochi metri su un percorso di chilometri che va dalla fase preliminare al dibattimento. Oggi il 50 per cento dei processi in primo grado rischia l’improcedibilità, dato che non verrà definito nei tempi imposti dalla Cartabia. Magari la Corte dei conti potrebbe approfondire quanto ci costano questi ritardi».
Parlando di riforme lei ha insistito molto sulla dotazione di uomini e mezzi. Basta questo in un sistema così complesso?
«Questa è la base. A Napoli ad esempio manca il 20 per cento del personale amministrativo ma il ministero dice che verrà equiparata in tutte le Procure una scopertura del 10 per cento. Si può mettere sullo stesso piano Napoli e Bassano del Grappa? E servirebbero investimenti per nuove carceri, almeno tre da 15 mila posti dedicati ai detenuti al 41bis — un regime che oggi di fatto è inapplicato — in Rems e centri di recupero per svuotare le celle da chi ha problemi psichici e di tossicodipendenza».
E sul piano della procedura penale?
«La velocità dei processi non può essere a scapito della tutela delle parti offese. Per citare un caso attuale: le truffe telefoniche e online sono procedibili solo su denuncia di parte. Se la vede una persona anziana che viene ad esporsi raccontando quello che ha subito?».
Sui «percorsi» sempre meno tradizionali della criminalità ha insistito molto.
«Parlavamo di riforme: gli uffici delle Procure avrebbero bisogno di ingegneri informatici che sappiano stare dietro a tutte le novità tecnologiche per aiutare noi magistrati a contrastarle. Ma se vengono loro offerti contratti da 1.500 euro al mese, sceglieranno sempre il settore privato».
Quanto è serio l’allarme per il dark web?
«Serissimo, tutto si muove in quel mondo in un modo che stupisce anche me. Ho personalmente ascoltato la trattativa per l’acquisto di 2.000 chili di cocaina; qui vengono reclutati killer; adesso arriverà il traffico delle armi della guerra in Ucraina. Un missile Stinger costa 30 mila euro, lo immagina in mano alla criminalità?».
Ritorna il tema delle intercettazioni.
«Il ministro Nordio ne fa una questione economica e basterebbero i dati per dargli torto: a Napoli, in un anno, ho speso 5 milioni per ascoltare i criminali e questo ha permesso di sequestrare, quindi di ridare allo Stato, 600 milioni. In due mesi ho recuperato 35 milioni in bitcoin. Intercettare conviene. L’altro falso mito è quello delle intercettazioni “a strascico”, che non esistono. Ogni ascolto va autorizzato e, anzi, spesso, pur davanti a parole chiare, non si può procedere perché non c’è una “notizia di reato”»
E quando finiscono sui giornali conversazioni private
«Se ci sono abusi, va punito chi li commette. Non va vietato lo strumento».
Anche le ordinanze non saranno più pubblicabili.
«Un’altra riforma di cui non c’era bisogno, un’involuzione democratica».
Ha detto: dopo il caso Palamara, il Csm doveva dimettersi in blocco.
«Per dare un segnale di trasparenza e ripartenza anche all’esterno e per non permettere alla politica di sparare a zero contro la categoria.
Sono favorevole al sorteggio nelle nomine al Csm anche per i membri laici (escludendo chi ha pendenze penali o altre incompatibilità)».
E sullo scudo penale alle forze dell’ordine?
«Una tutela legale serve. Nel merito non ho ancora analizzato la proposta di cui si parla».
(da agenzie)

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“LE INDICAZIONI DI VALDITARA HANNO UN SAPORE IDEOLOGICO”: LO STORICO GIANNI OLIVA STRONCA LE NUOVE LINEE GUIDA PER LA SCUOLA DEL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, CHE PREVEDONO LO STUDIO DEL LATINO GIÀ ALLE MEDIE, UNA MAGGIORE ATTENZIONE ALLO STORIA OCCIDENTALE E LA LETTURA DELLA BIBBIA

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

“CREA PERPLESSITÀ IL CARATTERE PARZIALE DEL PROGETTO. LO STUDIO DELLA BIBBIA È UN TRIBUTO AL DIBATTITO POLITICO SULLE ORIGINI CRISTIANE DELL’EUROPA CHE APPARE FUORI CONTESTO. LA SCUOLA È LAICA, NON CONFESSIONALE, E LE RADICI DELL’OCCIDENTE SI STUDIANO IN STORIA”

Nostalgia del “vecchio” o rinnovamento? Le “Nuove Indicazioni Nazionali” del primo ciclo di studi presentate dal ministro Valditara si prestano a qualsiasi commento, come spesso accade per il settore della formazione, dove ci sono sempre mille idee, mille certezze, mille pregiudizi e poca sintesi.
Parto dai dubbi. I primi riguardano il latino, reintrodotto come materia opzionale nella scuola media: se è necessario per accedere agli studi liceali, appare discriminatorio perché di fatto anticipa la scelta dell’indirizzo di studi agli 11/12 anni; se non lo è, si riduce ad un inutile esercizio di sapere.
Dubbi anche sull’indicazione di approfondire la storia contemporanea dell’Italia e dell’Occidente: benissimo privilegiare le nostre realtà, ma si può essere eurocentrici nella storia medievale e moderna, non nella contemporaneità, che si comprende solo in una dimensione globale.
Ma i dubbi più forti nascono dall’invito a studiare la Bibbia, un tributo al dibattito politico sulle origini cristiane dell’Europa che appare fuori contesto. Al di là della scontata osservazione sulla presenza a scuola di molti giovani che si riconoscono in altri testi sacri, che cosa si dovrebbe leggere della Bibbia? Antico o Nuovo Testamento? Quali pagine tra le tante? E quale docente dovrebbe occuparsene
La scuola è laica, non confessionale, e le radici dell’Occidente si studiano in storia, come si è sempre fatto, nella sintesi tra cultura classica e cultura cristiana. Se oggi un docente vuole ricordare il senso del messaggio cristiano, non ha bisogno di risalire alla Bibbia: basta leggere in classe un discorso di papa Francesco sulla pace, dove le “radici” si coniugano al “presente”.
In tutto questo, le “Indicazioni” hanno sapore ideologico. Ma sarebbe altrettanto ideologico respingerle in blocco. Certamente è condivisibile la premessa del lavoro: così com’è, la nostra scuola annaspa e bisogna intervenire. È vero che dalle nostre università escono eccellenze, ma è ancor più vero che la preparazione si misura sugli standard medi e questi sono bassi, come certifica il Censis e come chiunque può verificare da solo.
Altrettanto condivisibili sono alcune delle proposte. Ad esempio, l’esercizio della memoria. Nell’era di internet, dove qualsiasi informazione si ottiene in un lampo e in un lampo si dimentica, Dante insegna: «non fa scienza, senza lo ritener, aver inteso» (Paradiso, V).
La scuola fondata sull’acquisizione mnemonica è stata combattuta dal’68, in nome di un sapere critico e consapevole, ma gli anni “caldi” della contestazione hanno prodotto più rifiuti che proposte, con il risultato di cancellare l’erudizione senza fondare la consapevolezza critica. Era sbagliato scambiare la cultura con l’accumulo delle nozioni, non esercitare la memoria come funzione psichica. Ben venga, dunque, qualche forma di “ginnastica neuronale” a beneficio del “ritenere”.
Condivisibile anche il richiamo alla lettura e alla correttezza del linguaggio: la parola è la straordinaria ricchezza dell’uomo, non può avvilirsi negli acronimi dei messaggini. E condivisibile è la separazione della storia dalla geografia (“geostoria”, spesso, significa non fare né l’una né l’altra).
Al di là del giudizio su singoli aspetti, ciò che crea perplessità è il carattere parziale delle “Nuove Indicazioni Nazionali”. Lo scorso anno sono state elaborate le linee guida di fisica e matematica, quest’anno è la volta dell’area umanistica. E parliamo, nell’uno e nell’altro caso, solo di primo ciclo. E la visione didattica di insieme? L’obiettivo è la formazione di tecnici, come nella riforma delle tre “i” della Moratti (inglese, informatica, impresa)? Oppure la preparazione di cittadini consapevoli delle proprie tradizioni culturali? Oppure l’uno e l’altro, nella ricerca di un equilibrio tra i due poli?
È vero che in Italia una riforma complessiva della scuola è impresa ardua. La prima porta la firma di Francesco De Sanctis, 1861; la seconda di Giovanni Gentile, 1923. Nei cent’anni successivi, tante rettifiche e correzioni, ma una riforma complessiva mai. Può darsi che l’unica via percorribile sia quella, pragmatica, di trasformazioni introdotte un segmento alla volta. A condizione, però, che i segmenti discendano da una visione unitaria, da “linee guida” che definiscano il modello complessivo di studio.
Avrei preferito leggere prima le “Indicazioni Nazionali” per un “Nuovo sistema scolastico”, poi le specificazioni: avrei capito se andiamo verso la scuola della Bibbia e del latino o verso quella del buon italiano, della memoria, della storia come consapevolezza.
(da La Stampa)

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QUASI LA METÀ DEI LAVORATORI DOMESTICI IN ITALIA È IRREGOLARE: TRA DIPENDENTI E DATORI DI LAVORO, IL SETTORE (CHE MOVIMENTA 13 MILIARDI DI EURO) CONTA 1,7 MILIONI DI PERSONE CENSITE DALL’INPS

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

MA APPLICANDO IL TASSO DI IRREGOLARITÀ, IL NUMERO DI PERSONE COINVOLTE QUASI SI RADDOPPIA, SUPERANDO I 3,3 MILIONI…SI TRATTA DI UN SETTORE CARATTERIZZATO DA UNA FORTE PRESENZA FEMMINILE E STRANIERA, ANCHE SE IL NUMERO DI STRANIERI SI RIDUCE NEGLI ANNI

Ammonta a 13 miliardi di euro la spesa complessiva sostenuta dalle famiglie italiane per i lavoratori domestici, colf e badanti, con un impatto sulla produzione di 21,9 miliardi di nuovi beni e servizi generati e un risparmio per lo Stato di circa 6 miliardi (lo 0,3% del Pil), l’importo di cui dovrebbe farsi carico se gli anziani accuditi in casa venissero ricoverati in una struttura.
I dati emergono dal sesto rapporto annuale sul lavoro domestico a cura dell’Osservatorio Domina, presentato oggi in Senato, una fotografia su realtà e tendenze del lavoro domestico in Italia, che per la prima volta quantifica anche l’indotto. Secondo i dati Istat revisionati nel settembre 2024 e contenuti nel rapporto, nonostante una diminuzione negli anni, il tasso di irregolarità nel lavoro domestico resta elevato, attestandosi al 47,1% nel 2022.
L’irregolarità incide anche sulla spesa complessiva: dei 13 miliardi, 7,6 miliardi derivano dalla componente regolare e 5,4 miliardi da quella irregolare. Complessivamente, tra lavoratori e datori di lavoro, il settore conta 1,7 milioni di persone censite dall’Inps. Applicando il tasso di irregolarità, secondo le stime di Domina, il numero di persone coinvolte quasi si raddoppia, superando i 3,3 milioni. Stando al rapporto, il lavoro domestico produce 15,8 miliardi di valore aggiunto, pari a un punto percentuale di pil generato. Ma se si considera l’intero settore della cura (care economy) il valore economico è quantificabile in 84,4 miliardi di euro, il 4,4% del pil totale.
Nel 2023 – sempre secondo il Rapporto Domina – i lavoratori domestici regolari assunti direttamente dalle famiglie sono 834 mila, oltre 413 mila badanti (-4,4%) e circa 420 mila colf (-10,5%). Si tratta di un settore caratterizzato da una forte presenza femminile (88,6%) e straniera (69% del totale), in particolare dall’Est Europa (35,7%), anche se il numero di stranieri si sta assottigliando negli anni (-18,6% tra il 2014 e il 2023).
Il secondo gruppo più numeroso è però quello di cittadinanza italiana, che rappresenta il 31,1% del totale e che nello stesso periodo ha registrato un aumento del 20,2%. In crescita i lavoratori provenienti dalla Georgia, Perù, El Salvador, mentre ad essere in calo sono quelli provenienti da Romania, Moldavia e Bangladesh. Flettono le famiglie datori di lavoro: secondo i dati Inps, i datori di lavoro nel 2023 continuano a diminuire (917.929), registrando 60 mila unità in meno rispetto all’anno precedente (-6,1%)
Si tratta di un assestamento del dato dopo gli aumenti del 2020 e del 2021, riconducibili principalmente alle misure di contenimento della pandemia. Tra i datori di lavoro, oltre un terzo si concentra in Lombardia e nel Lazio. La componente femminile è mediamente del 58%, mentre quella straniera del 5%.
(da agenzie)

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