Gennaio 27th, 2025 Riccardo Fucile
REGOLAMENTO DI CONTI NEL CENTRODESTRA, IL FUOCO AMICO DI MARIO GIORDANO CONTRO LA PITONESSA
Mario Giordano su La Verità oggi chiede le dimissioni di Daniela Santanchè. E dice che
la ministra del Turismo «è incollata alla poltrona*, tanto che «fra lei e il potere c’è solo il Vinavil».
Giordano ricorda che l’esponente di Fratelli d’Italia chiedeva dimissioni «a raffica»: «Sarebbe facile accusarla di incoerenza, ma nessuno ha capito che da quando lei è diventata ministro è cambiato tutto. Ora ci sono le dimissioni a punti: anche se arriva un rinvio a giudizio, c’è il bonus».
Infine, la conclusione della Cartolina: «Per questo, cara Daniela, abbiamo deciso di scriverle: per esprimerle solidarietà e farle i complimenti. Pochi ministri sono stati attaccati come lei, ma soprattutto pochi ministri sono stati attaccati come lei alla poltrona. Più che attaccata, incollata, per la verità. Così toccherà innovare anche i soprannomi: altro che Pitonessa, lei è Lady Coccoina».
(da agenzie)
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Gennaio 27th, 2025 Riccardo Fucile
META’ DELLA POPOLAZIONE MONDIALE LOTTA PER SOPRAVVIVERE CON MENO DI 6.8 DOLLARI AL GIORNO
Mentre il mondo affronta crisi ecologiche, instabilità geopolitiche e economiche, una costante attraversa i decenni: la crescita inarrestabile delle disuguaglianze. Se da un lato l’élite globale rafforza le proprie posizioni con patrimoni esponenziali, dall’altro quasi metà della popolazione mondiale continua a lottare per sopravvivere con meno di 6,85 dollari al giorno. Il rapporto di Oxfam, “L’ora più buia per l’uguaglianza”, smaschera con brutale precisione le dinamiche alla base di un sistema che favorisce pochi privilegiati, perpetuando un ciclo di povertà per miliardi di persone.
Numeri allarmanti
Nel 2024, la ricchezza dei miliardari è cresciuta di 2.000 miliardi di dollari, ovvero 5,7 miliardi al giorno, un ritmo tre volte superiore rispetto all’anno precedente. L’élite composta da 3.000 miliardari ha visto le proprie fortune decollare, consolidando un sistema economico profondamente squilibrato. Elon Musk, il più ricco al mondo, ha incrementato il suo patrimonio del 31% raggiungendo 330 miliardi di dollari, mentre Mark Zuckerberg ha registrato una crescita del 69%, portandosi a 198 miliardi.
Questa concentrazione di ricchezza coesiste con una povertà globale stagnante: circa 3,5 miliardi di persone vivono con meno di 6,85 dollari al giorno, un livello che rende quasi impossibile condurre una vita dignitosa. Secondo la Banca Mondiale, ci vorrà più di un secolo per sollevare l’intera popolazione del pianeta al di sopra di questa soglia, a meno di drastici cambiamenti.
La favola del merito
L’idea che i miliardari siano tali grazie al merito è un mito sempre più insostenibile. Oltre il 36% della ricchezza miliardaria è ereditata, e questo fenomeno è destinato a crescere nei prossimi decenni. Si prevede un trasferimento generazionale di 5.200 miliardi di dollari in ricchezza ereditata, creando un’aristocrazia globale che perpetua i vantaggi senza meritocrazia.
Il rapporto evidenzia che molte delle fortune miliardarie derivano da poteri monopolistici. Amazon, ad esempio, controlla oltre il 70% del mercato degli acquisti online in Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, una posizione dominante che soffoca la concorrenza e riduce le opportunità per le piccole imprese. Aliko Dangote in Nigeria, detentore di un quasi monopolio sul cemento, è un altro esempio di come le rendite monopolistiche siano spesso la base della ricchezza.
Un sistema fiscale e commerciale sbilanciato
L’attuale sistema economico globale non solo favorisce i miliardari, ma perpetua disuguaglianze storiche radicate nel colonialismo. I Paesi a basso reddito sono costretti a fare affidamento su sistemi fiscali regressivi e commercio iniquo. Secondo Oxfam, i Paesi ricchi drenano annualmente circa 1.000 miliardi di dollari dai Paesi poveri attraverso scambi commerciali impari e pratiche fiscali abusive.
Inoltre, il debito è un altro strumento di oppressione economica. Paesi come Haiti e Indonesia continuano a pagare debiti coloniali ereditati, che hanno drenato risorse vitali per lo sviluppo. Tra il 1970 e il 2023, i Paesi in via di sviluppo hanno pagato 3.300 miliardi di dollari in interessi ai creditori occidentali.
Italia: il riflesso delle disuguaglianze globali
Anche in Italia, le disuguaglianze economiche sono evidenti. Il 5% più ricco delle famiglie italiane detiene quasi il 48% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera possiede appena il 7%. Questa concentrazione di ricchezza ha visto un incremento costante negli ultimi decenni, con un aumento del coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza, passato da 0,67 a 0,71 dal 2010 al 2024.
Le politiche fiscali italiane contribuiscono a questa disuguaglianza. La proliferazione di esenzioni e aliquote ridotte favorisce le fasce più ricche, mentre i lavoratori dipendenti subiscono un carico fiscale sproporzionato. Il sistema fiscale, anziché essere un meccanismo redistributivo, amplifica le disparità.
Le distorsioni del mercato del lavoro
Il mercato del lavoro italiano è caratterizzato da una crescita dell’occupazione precaria e salari stagnanti. Circa il 59% dei lavoratori italiani ha sperimentato almeno un anno con basse retribuzioni dal 2015 al 2022. Anche i contratti a tempo determinato sono in costante aumento, con un’incidenza particolarmente alta tra i giovani.
La decisione del governo di sostituire il Reddito di Cittadinanza con l’Assegno di Inclusione ha escluso migliaia di famiglie in difficoltà dal sostegno pubblico. Nonostante una retorica centrata sul contrasto alla povertà, le nuove misure si sono rivelate insufficienti e spesso inadeguate.
Conclusioni: il bivio davanti a noi
Il rapporto di Oxfam offre un quadro impietoso di un sistema economico che premia i privilegiati e punisce i vulnerabili. Per cambiare rotta, è necessaria un’azione globale e locale che metta al centro la redistribuzione della ricchezza, il controllo sui monopoli e l’introduzione di politiche fiscali progressive.
Il futuro dipende dalla volontà politica di affrontare le disuguaglianze. Continuare sulla strada attuale significa non solo perpetuare l’ingiustizia sociale, ma anche compromettere la sostenibilità economica e ambientale del pianeta. Il vero progresso non si misura in miliardi accumulati, ma nella capacità di garantire dignità e opportunità per tutti.
(da LaFionda)
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Gennaio 27th, 2025 Riccardo Fucile
RICICLO DI VECCHI PROGETTI, POCHI FONDI, MANCATA TRASPARENZA E COLLABORAZIONE CON LA SOCIETA’ CIVILE, OSCURI I CRITERI DI SELEZIONE DELLE ORGANIZZAZIONI AI TAVOLI
Era stata raccontata come una scatola aperta alla condivisione e alla collaborazione, ma
dopo un anno non è altro che una scatola vuota. È così che descrive il Piano Mattei per l’Africa chi tra le organizzazioni della società civile si occupa di monitorare l’iniziativa presentata il 29 gennaio 2024 in modo altisonante, in Senato, dalla premier Giorgia Meloni. Di fronte a lei i rappresentanti di 46 paesi del continente africano, i tre presidenti delle istituzioni europee, i vertici dell’Onu, dell’Unione africana e delle organizzazioni internazionali.
Nel discorso di apertura, la premier raccontava di un progetto strategico che avrebbe smontato «narrazioni distorte, come quella che vorrebbe l’Africa un continente povero», rifiutato interventi calati dall’alto, introdotto «un metodo nuovo» e promosso il principio della «condivisione».
Un anno dopo non è chiaro quali siano i tasselli che compongono il puzzle, quanti fondi siano stati spesi e quale sia l’obiettivo: se «una cooperazione da pari a pari, lontana da qualsiasi tentazione predatoria» – per dirla con la premier – o al contrario l’ennesimo piano di sfruttamento delle risorse del continente africano.
I pochi ricercatori che se ne occupando propendono per la seconda. Il percorso tracciato fin qui sembra ricalcare una storia conosciuta, che racconta di interessi privati di grandi multinazionali, poca trasparenza, mancata collaborazione con le comunità locali e con la società civile africana, vantaggi che corrono solo in una direzione – verso l’Europa – interessi energetici, ed estrattivismo fossile. A gennaio 2024, il ministro della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva dichiarato che il piano si sarebbe occupato anche di gas.
Cos’è il piano
Il Piano Mattei ha individuato sei direttrici: istruzione-formazione, agricoltura, salute, energia, infrastrutture fisiche e digitali. La prima relazione sullo stato di attuazione del programma, trasmessa al parlamento e aggiornata al 10 ottobre 2024, è stata presentata in ritardo rispetto al termine del 30 giugno, «per il solo anno in corso».
«Dopo un anno, non è chiaro se sia un’iniziativa di cooperazione, di internazionalizzazione delle imprese, energetica, o di contenimento dei flussi migratori», commenta Cristiano Maugeri, Programme Developer di ActionAid. L’ong, durante l’audizione alla commissione Esteri della Camera, ha segnalato «l’estrema astrattezza e genericità del piano, nonché una preoccupante mancanza di trasparenza»: non si conoscono il criterio di selezione dei progetti e delle organizzazioni invitate ai tavoli.
Dei tre tavoli di coordinamento previsti, l’unico che risulta funzionante è quello sulla sicurezza energetica, che si è già riunito cinque volte, e addirittura convocato per la prima volta pochi giorni dopo il primo decreto del Piano. Infine non si conoscono i principi dietro «l’identificazione dei componenti» della cabina di regia, in cui è stata inserita la fondazione Med-Or di Leonardo, presieduta dall’ex ministro Marco Minniti. A sostegno del piano, la fondazione della società produttrice di armi si è trasformata in Fondazione per l’Italia, in cui sono confluite anche le partecipate: Cdp, Enel, Eni, Fs, Fincantieri, Poste Italiane, Snam e Terna.
I finanziamenti
«C’è astuzia dietro alla creazione di un piano del genere, che manca di un percorso parlamentare, senza regole e struttura», continua Maugeri, «perché può essere modificato in qualsiasi momento».
Soprattutto se la governance, come in questo caso, tende all’accentramento di funzioni verso la Presidenza del consiglio. Dei 5,5 miliardi di euro annunciati da Meloni per il piano, di cui tre miliardi dal Fondo italiano per il clima e circa due miliardi e mezzo dalla Cooperazione allo sviluppo, non è previsto alcun finanziamento aggiuntivo ad hoc.
In questo modo, il piano «allunga la sua ombra sulla gestione del Fondo per il clima», spiega Maugeri, che si chiede se valgano, o siano derogati, i limiti posti su questi finanziamenti per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti dagli accordi internazionali sul clima. In ogni caso, capire le risorse spese per i progetti è «forse una delle parti più difficili», spiega Simone Ogno, campaigner di ReCommon: «Non esiste uno schema ben preciso ma emergono interventi molto spot». Quanto previsto dall’Italia è «davvero poco, viste le ambizioni del piano, che sono sempre oggetto di propaganda», sottolinea.
I progetti
Per Ogno il processo è simile a quello del Pnrr: «Per evitare ritardi, hanno inserito i progetti già esistenti delle principali multinazionali italiane». Il risultato, dice, è «un collage di piani di investimento delle attività delle multinazionali italiane». Eppure, Meloni nel suo discorso aveva detto basta «alla logica delle risorse spese in miriadi di micro interventi»
Nella relazione, sono in totale 21 i progetti di cui si dà conto: 17 nei nove paesi destinatari dei progetti pilota (Algeria Egitto, Tunisia, Marocco, Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya, Mozambico e Repubblica del Congo) e quattro regionali o transnazionali. «Si tratta di mega progetti infrastrutturali a beneficio fondamentalmente dell’export verso l’Europa di risorse legate all’energia – prosegue Ogno – o alla creazione di poli logistici favorevoli al trasferimento delle merci verso l’Occidente». Secondo ReCommon si sta entrando in una fase critica in cui inizieranno ad emergere in maniera ancora più netta i grandi interessi.
Molti dei progetti che sono confluiti nel Piano Mattei erano già esistenti. Come il Centro agroalimentare di Manica, «un progetto che nasce già vecchio», come raccontato da Domani, perché era stato promosso dalla cooperazione italiana nel 2021. Un polo logistico per l’incontro di domanda e offerta che ReCommon giudica un modo per distogliere l’attenzione dall’azione di multinazionali energetiche come Eni. E, nello specifico, dal progetto estrattivo di fronte alle coste del Mozambico. C’è poi il “corridoio di Lobito” nell’Africa meridionale, con l’obiettivo di collegare la città di Luacano, in Angola, con Chingola, in Zambia, attraverso la Repubblica democratica del Congo per facilitare il trasporto di minerali e prodotti agricoli.
Se ci spostiamo verso nord est, in Kenya, come raccontato da Report, il progetto relativo alla produzione di olio di ricino per biocarburanti ha, sulla carta, l’obiettivo di sostenere gli agricoltori locali. Eni ha beneficiato di 75 milioni di euro del Fondo Clima e di 135 dalla Banca centrale. Un progetto «già in corso e dai dubbi risultati», scrive ActionAid, «che rischia di mettere in competizione, in un paese che sta sperimentando l’ennesima crisi alimentare, la produzione agricola per la produzione di energia con quella per gli alimenti». Quello che si è osservato finora, spiega Ogno, è «l’impoverimento dei terreni e una bassa produttività rispetto a quella attesa. Così anche la controparte economica destinata ai contadini è di molto inferiore».
Servono misure concrete, ha segnalato ActionAid, di salvaguardia e tutela: «Una due diligence obbligatoria in tema di diritti umani e ambiente». Al momento, dice Ogno, non rimane nulla per i bisogni della popolazione locale, anche se 600 milioni di persone vivono in povertà energetica: «I soldi pubblici vanno nei fatti a beneficio dei soliti privati».
Il piano ha preso il nome del fondatore di Eni, Enrico Mattei, conosciuto per i rapporti di collaborazione con i paesi africani, che – citato da Meloni – «amava dire: “l’ingegno è vedere possibilità dove gli altri non ne vedono”». Il Piano Mattei sembra invece andare in un’altra direzione, con l’ambizione di diventare l’hub energetico europeo. Non un’ambizione originale, la stessa di altri paesi Ue. E così, nonostante la propaganda del governo, «la questione migratoria», conclude Ogno, «è nettamente in secondo piano rispetto a quella energetica».
(da Domani)
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Gennaio 27th, 2025 Riccardo Fucile
LA CARENZA DI QUESTE FIGURE PROFESSIONALI STA METTENDO A RISCHIO LA TENUTA DEL SISTEMA SANITARIO NAZIONALE… LE RESPONSABILITA’ DEL GOVERNO
Solo dentro agli ospedali pubblici oggi in Italia mancano 60 mila infermieri, e sarà difficile trovarli. I motivi sono almeno tre.
Il primo: gli attuali 20 mila posti del corso triennale di laurea in Infermieristica sono il doppio rispetto a 24 anni fa, ma su 100 messi a bando alla fine si laureano in 70, sia perché non tutti i posti vengono coperti durante le iscrizioni, sia perché troppi studenti lasciano tra il primo e secondo anno (fonte: Angelo Mastrillo, docente di Organizzazione delle professioni sanitarie dell’Università di Bologna).
Il secondo: a sostituire i 13 mila pensionamenti all’anno non bastano certo i 10 mila laureati del 2023 e i 12 mila del 2024. Le uscite, dunque, continuano a non essere coperte dagli ingressi, e se anche se nel prossimo triennio le cose dovessero andare meglio chissà quanti anni ci vorranno per bilanciare coprire i buchi di organico ereditati dal passato (fonte: Claudio Buongiorno Sottoriva, ricercatore del Cergas-Sda Bocconi).
Terzo: il fenomeno delle dimissioni volontarie è inarrestabile. C’è infatti un’emorragia continua di professionisti che lasciano il Sistema sanitario nazionale, tant’è che fra il 2017 e il 2023 si contano 7.708 liberi professionisti in più, e solo nel 2023 almeno altri tremila sono scappati all’estero (fonte: Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche – Fnopi).
La conclusione è che il Servizio sanitario nazionale è poco attrattivo perché a fronte di turni massacranti, rischio aggressioni, possibilità di carriera vicina allo zero la busta paga è misera.
Il rinnovo del contratto
Il contratto degli infermieri, come quello dei medici e più in generale della Pubblica amministrazione, prevede un rinnovo ogni tre anni. I fondi li deve stanziare il governo che di solito lo fa con le leggi di Bilancio. La firma arriva dopo una contrattazione tra i sindacati e l’Aran, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubbliche amministrazioni, che tratta per lo Stato. Vediamo come si è arrivati fin qui e cosa si prospetta in futuro.
Tutti i ritardi
A partire dal luglio 2009 fino al maggio 2018 gli infermieri non vedono un euro in più in busta paga a causa del blocco dei contratti dalla Pubblica amministrazione. Uno stop introdotto nel 2010 dal governo Berlusconi per il risanamento dei conti pubblici, confermato in seguito dai premier Monti, Letta e Renzi, e dichiarato poi incostituzionale (qui). Il primo aumento di 81 euro lordi al mese arriva con il rinnovo del contratto 2016-2018 (qui).
La trattativa per il triennio 2019-2021 viene conclusa il 2 novembre 2022 (qui). In busta paga entreranno 163 euro lordi al mese in più, che fanno arrivare gli infermieri alla retribuzione attuale di 27.476 euro lordi all’anno (su 13 mensilità) per un neoassunto. Vuol dire che netti al mese sono 1.694 euro, che diventano 1.939 dopo 30 anni di carriera. Intanto nel 2022, 2023 e 2024 si è accumulata un’inflazione che ha eroso il potere d’acquisto del 17% e che pesa come un macigno su uno stipendio già di per sé basso.
Salta la firma
E arriviamo al rinnovo del contratto 2022-2024. Dopo 7 mesi di trattative poteva essere firmato il 15 gennaio 2025, ma è saltato per un minuscolo 0,39%. Il peso delle sigle sindacali contrarie è stato maggiore di quelle a favore: 47,05% contro 46,66%. Hanno detto no la Fg Cigl (che rappresenta il 21,60% dei lavoratori), la Uil Fpl (19,02%) e il Nursing up (6,43%); contro il sì di Cisl Fp (23,72%), Fials (12,13%) e Nursind (10,81%) (qui).
Gli aumenti sul tavolo
Che cosa c’è sul tavolo economicamente lo ricostruiamo incrociando le tabelle messe a disposizione di Dataroom dall’Aran e dal Nursind, il più importante sindacato degli infermieri, poiché gli altri rappresentano complessivamente i lavoratori del comparto Sanità. In totale le risorse in gioco ammontano a 1 miliardo e 784 milioni.
La Legge di bilancio 2024 (comma 27) ci mette 1,5 miliardi per aumentare lo stipendio-base di 135 euro lordi al mese (su 13 mensilità) e 7,3 euro di indennità infermieristica. La Legge di bilancio 2025 mette 35 milioni per aumentare l’indennità di altri 6,5 euro mensili (comma 352), più 31 euro al mese da altre piccole voci. Tirando le somme: un aumento di 180 euro lordi in più al mese, ossia 2.340 euro lordi all’anno.C’è poi un trattamento aggiuntivo per gli infermieri del Pronto Soccorso. Considerata la difficoltà di trovare professionisti disposti a lavorare in questi reparti, la Legge di bilancio 2023 (comma 526) mette un’indennità specifica di 140 milioni, e altri 35 la Legge di bilancio 2025 (comma 323). Queste somme tradotte nella busta paga prevedono 353 euro lordi al mese in più dal 1° giugno 2023, a cui se ne aggiungono 81 dal 1° gennaio 2024, e 108 dal 1° gennaio 2025. In sintesi: dal 1° gennaio 2025 per un infermiere di Pronto soccorso l’aumento complessivo arriva a 542 euro lordi al mese. Se i soldi a disposizione vengono divisi tra una platea più ampia, che tiene conto anche dei tecnici e degli amministrativi, queste cifre si riducono per tutti a 477 euro lordi al mese (-12%). Sul tavolo anche la detassazione del 5% per gli straordinari, che si traduce in un risparmio di 4,80 euro di tasse sui 17,62 presi per un’ora di straordinario diurno.
Slitta tutto
Cosa comporta la mancata firma del rinnovo contrattuale 2022-2024? Che i soldi a disposizione non vengono portati a casa adesso. E in più non può partire la contrattazione per il rinnovo 2025-2027 per cui la Legge di bilancio 2025 ha già stanziato 1 miliardo e 904 milioni. Nel dettaglio: 1 miliardo e 484 milioni per lo stipendio-base (comma 128), ossia 150 euro lordi al mese dal 2027; a cui vanno ad aggiungersi 250 milioni per l’indennità di specificità infermieristica (comma 352) di 53 euro mensili lordi; e 35 milioni per l’indennità di Pronto soccorso (comma 323), cioè altri 60 euro lordi mensili a decorrere dal 2026. In totale per un infermiere si tratta di 203 euro lordi mensili in più, e 263 per chi lavora in Pronto Soccorso.
Gli aumenti previsti per i medici
Anche il rinnovo del contratto dei medici segue lo stesso schema: finanziamenti stanziati dalle Leggi di bilancio e contrattazione tra le sigle sindacali e l’Aran. Oggi un primario di area chirurgica con incarico da oltre venticinque anni percepisce 8.600 euro lordi al mese (per tredici mensilità), un medico con oltre quindici anni di anzianità riceve 6.665 euro lordi, tra i cinque e i 15 anni di servizio la remunerazione è di 6.305 euro lordi. Poiché le trattative di solito partono una volta concluse quelle degli infermieri, sarà dunque inevitabile uno slittamento in avanti. L’ultimo rinnovo i medici l’hanno firmato il 23 gennaio 2024 ed è relativo al 2019-2021 (qui e qui il Dataroom del novembre 2023). Cosa mettono sul tavolo le Leggi di bilancio per il contratto 2022-2024? La legge di bilancio 2024 (comma 27) prevede 956 milioni per l’aumento dello stipendio-base, che tradotti sono 438 euro lordi al mese. Mentre la Legge di bilancio 2025 stanzia 50 milioni per l’indennità di specificità medica (comma 350) pari a un aumento di23euro lordi al mese, e 75 milioni per l’indennità di Pronto soccorso (comma 323) pari ad altri 800 euro lordi al mese in più.
Un altro miliardo e 261 milioni sono stati stanziati per il rinnovo del contratto 2025-2027.
Saranno anche pochi soldi, ma adesso chissà quando saranno portati a casa.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
DESECRETATO IL MANDATO DI CATTURA DALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE, EMERGONO ACCUSE PER FATTI ORRENDI… IL RIMPATRIO DELL’ACCUSATO IN LIBIA IMPEDISCE L’APERTURA DEL PROCESSO
Nel carcere di Mittiga, situato a Tripoli e diretto da Osama Njeem Almasri, dal febbraio
2015 sono stati documentati almeno 34 omicidi tra i detenuti e violenze sessuali ai danni di 22 persone, tra cui un bambino di 5 anni, perpetrate dalle guardie.
Questo emerge dal dispositivo della Pre-Trial Chamber della Corte Penale Internazionale, che il 18 gennaio ha notificato – a maggioranza – un mandato di arresto contro il generale libico, fermato in Italia il 19 e successivamente rilasciato.
Secondo i giudici dell’Aja, «ha picchiato, torturato, sparato, aggredito sessualmente e ucciso personalmente detenuti, nonché ha ordinato alle guardie di picchiarli e torturarli».
Il 18 gennaio 2025, la Camera Preliminare I della Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto internazionale nei confronti del generale libico Osama Elmasry Njeem, noto anche come Almasri.
Le accuse che la Corte intende indagare riguardano il suo ruolo, in qualità di capo delle Forze di Deterrenza Speciali operanti a Tripoli, nella commissione di crimini internazionali a partire dal 15 febbraio 2015, in particolare contro i detenuti della prigione di Mitiga.
Secondo le accuse, questa prigione avrebbe detenuto e continua a detenere persone arrestate per motivi legati alle loro credenze religiose (cristiani o atei), per aver violato le norme della polizia morale (ad esempio, per omosessualità), per appartenenza a gruppi armati in conflitto con il governo di Tripoli, ma anche con finalità di estorsione. Molti dei detenuti sono migranti in transito. Le accuse comprendono crimini di guerra come trattamenti disumani, tortura, stupro e violenza sessuale, nonché omicidio, oltre ai crimini contro l’umanità di detenzione illegale, tortura, stupro, omicidio e persecuzione.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
LA POSSIBILITÀ DI UN ACCORDO TRA IL GOVERNO E SPACE X NON PIACE AD 1 ITALIANO SU 2 (47.1%), MA È FAVOREVOLE IL 74,5% DEI SOSTENITORI DI GIORGIA MELONI
Il 61% degli italiani è persuaso che le esternazioni di Elon Musk siano delle importanti ingerenze sul nostro Paese e di questi il 51% lo interpreta come un fatto negativo. In generale il tycoon ha sempre esercitato – anche a nostra insaputa -, in maniera diretta e indiretta, la sua influenza economica, tecnologica e culturale su molte politiche a livello globale e quindi anche sull’Italia.
Ad esempio, attraverso la sua presenza nella proprietà del social X (ex Twitter), ha alimentato dibattiti universali in grado di influenzare sia i politici sia l’opinione pubblica, in particolare quando gli è capitato di esprimersi su temi come la sostenibilità ambientale, la digitalizzazione o geopolitica.
Musk è visto come un pioniere nelle tecnologie emergenti. Con aziende come Tesla, Space X e Neuralink, è coinvolto, con la sua visione, in progetti che riguardano il futuro come la mobilità, l’esplorazione spaziale, la neuroscienza e l’intelligenza artificiale. Sono questi temi che affascinano le persone e soprattutto le nuove generazioni
Queste visioni, di un futuro migliorato grazie all’innovazione, risultano essere molto attrattive per i più giovani che sono sempre in cerca di cambiamenti radicali e positivi. E sono infatti proprio i rappresentanti della Generazione Z quelli che in maggioranza non riconoscono alcuna ingerenza nel nostro Paese (56.1%) da parte di Elon Musk.
La possibilità che ci possa essere un accordo tra il nostro Governo e la società Space X per il progetto Starlink per le connessioni satellitari e che può essere utilizzato anche in ambito istituzionale per attività di difesa e spionaggio, non piace ad 1 italiano su 2 (47.1%), mentre è ampiamente sostenuto dal 31.4%.
Questo test realizzato per la trasmissione Porta a Porta fa emergere anche tutto il giudizio politico delle risposte. Gli elettori dei partiti di governo leggono questa possibilità come una buona opportunità. In testa i sostenitori di Giorgia Meloni con il 74.5% delle indicazioni favorevoli, più freddi i suoi alleati con indicazioni benevoli intorno al 50%.
Tra le opposizioni si arriva anche a superare il 90% dei contrari in Alleanza Verdi e Sinistra (92.5%) e a sfiorare l’80% nel Partito Democratico (79.8%). Tuttavia, sono ancora una volta i più giovani il target che in netta maggioranza legge in maniera positiva un possibile accordo imprenditoriale tra il governo ed Elon Musk (60.1%).
Alessandra Ghisleri
per “La Stampa”
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
L’ELENCO DI ATTACCHI FRONTALI DELLA DUCETTA A MBS È STERMINATO: DALL’OMICIDIO KHASHOGGI AI DIRITTI DELLE DONNE, LA PREMIER HA SEMPRE CRITICATO RENZI PER I SUOI RAPPORTI CON UN REGIME CHE “EMARGINA LE DONNE E UCCIDE I DISSIDENTI”. ARRIVANDO A DIRE: “COME ALLEATO PREFERISCO LA RUSSIA”…. COME SI CAMBIA, PUR DI GOVERNARE
Marzo 2021, Giorgia Meloni sta salendo nei sondaggi, ma forse neanche lei immagina
che meno di un anno e mezzo dopo varcherà il portone di Palazzo Chigi e siederà su una poltrona che le farà cambiare idee su molte cose.
«È terrificante quanto emerge dal servizio de Le Iene sul principe Mohammed bin Salman e l’omicidio del giornalista Kashoggi. Magari la sinistra italiana e tutti coloro che hanno taciuto sugli Stati fondamentalisti islamici, dal Qatar all’Arabia Saudita, finalmente si sveglieranno». Al Kashoggi era un giornalista saudita del Washington Post: nel 2018 viene ucciso a Istanbul da agenti che secondo la Cia sono stati inviati dal principe Mohammed bin Salman.
Il 2021 è l’anno in cui Matteo Renzi elogia il «nuovo rinascimento» dell’Arabia Saudita, una monarchia in mano alla dinastia wahhabita di cui Mbs è l’erede. Renzi in questi anni avrà consulenze con il Regno del Golfo che apriranno una questione di opportunità e diventeranno oggetto di polemica e di liti con gli avversari, Meloni in testa.
La profezia di Renzi partì proprio da Al Ula, la meraviglia del deserto patrimonio Unesco dove oggi la presidente del Consiglio italiano stringerà la mano di Mbs e firmerà accordi di partenariato strategico.
Affari: il miglior modo per dimenticare il passato. Nessuno nelle due delegazioni allargate, si immagina, farà più cenno alla campagna dell’allora semplice leader di Fratelli d’Italia che aveva nel principe uno dei suoi target preferiti.
Forse in assoluto, l’obiettivo principale della destra islamofoba di Meloni, perché legato all’avversario Renzi. Ecco cosa scriveva la futura premier sul proprio profilo social: «Renzi vola in Arabia alla corte del principe saudita per dire che invidia il basso costo del lavoro della petrolmonarchia? Vale la pena ricordare che quello saudita non è esattamente un modello da invidiare: donne emarginate, dissidenti perseguitati e uccisi, lavoratori senza diritti».
E ancora, gennaio 2021. «Le parole di Renzi che esaltano il regime saudita sono vergognose e inaccettabili. L’Arabia Saudita è uno stato fondamentalista che non lascia nessun diritto alle donne, che prevede la pena di morte per gli omosessuali e per chi si converte al cristianesimo, ha lavoratori stranieri in stato di schiavitù, prevede ancora la pratica delle spose bambine e fa proselitismo salafita in tutto il mondo».
Per Meloni l’influenza del regime islamico nel mondo occidentale, attraverso joint venture, finanziamenti e collaborazioni culturali, è una vera e propria ossessione. Un male da estirpare. Nel 2019 commenta così la notizia che nel cda del Teatro alla Scala sarebbe entrato un saudita: «In Arabia Saudita c’è la pena di morte per apostasia, per adulterio, e zero diritti per le donne. È una nazione fondamentalista e noi vogliamo permettere che finanzino i nostri luoghi culturali? FOLLIA! (scritto in maiuscolo, ndr)».
Il soft power si allarga anche allo sport. Nel 2018 Meloni pubblica un appello-video contro la «SCANDALOSA (scrive in maiuscolo, ndr) decisione di fa disputare la partita Juve-Milan in Arabia Saudita. La Federcalcio blocchi questa VERGOGNA ASSOLUTA […]». Ora che è presidente del Consiglio, Meloni non ha fatto la stessa richiesta alla Federcalcio, quando proprio a inizio gennaio del 2025, a pochi giorni dalla sua missione in Arabia Saudita, si sono disputate nuovamente qui le partite della Supercoppa.
La Ragion di Stato prevale sulla propaganda. Oggi Meloni, incontrando nella tenda regale di Al Ula Bin Salman, firmerà una lunga serie di accordi commerciali che andranno dalle commesse militari al made in Italy. Nessuno dei grandi leader si ricorderà di quando la premier italiana sosteneva, rivolta al ministro degli Esteri Angelino Alfano (siamo nel 2017): «Non ho dubbi, tra l’Arabia Saudita e la Russia io come alleato preferisco la Russia».
Ma l’elenco delle citazioni è sterminato. Basta farsi un giro sul web per trovare come e quando i futuri esponenti del governo Meloni – da Francesco Lollobrigida a Giovambattista Fazzolari da Andrea Delmastro a Adolfo Urso, ministro che pochi mesi fa ha patrocinato il Forum Italia-Arabia Saudita – si scagliavano contro la monarchia islamica. Ogni partenariato dei governi passati – di dimensioni ben più modeste di quello che Meloni firmerà oggi – veniva bollato come cedimento verso «uno Stato fondamentalista».
Daniela Santanchè, che oggi sbarcherà a Gedda per tre giorni nelle vesti di ministro del Turismo, parlava di «aberrazioni islamiche». Meloni nel 2017 la buttava un po’ sull’ironia così: «L’Arabia Saudita accusa il Qatar di finanziare il terrorismo islamico. È come se Stalin accusasse Lenin di essere comunista». Per lei erano un po’ tutti uguali. Come, oggi, lo sono se rappresentano un’occasione di affari per l’Italia.
(da La Stampa)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
‘GNAZIO È UN PESO MASSIMO DEL PARTITO, GOVERNA DI FATTO LA LOMBARDIA TRAMITE LA SUA CORRENTE MILANESE. SOPRATTUTTO, È IL PRESIDENTE DEL SENATO. MEGLIO NON FARLO IRRITARE: LA VENDETTA, LO SGAMBETTO, “L’INCIDENTE D’AULA”, POSSONO ESSERE SEMPRE DIETRO L’ANGOLO
In realtà Giorgia Meloni su Daniela Santanchè avrebbe le idee chiarissime. La Ducetta vorrebbe far dimettere senza esitazioni la “Pitonessa”, che da due anni e poco più le sta causando solo rotture di cojoni. Allora perché la premier, che fa della sua risolutezza un vanto, esita?
Da Gedda, dove è impegnata in un delicato viaggio alla corte di Mohammed Bin Salman, il principe saudita che in passato chiedeva di boicottare, la fan numero uno di Musk ha fatto sfoggio di equilibrismo democristiano: “C’è una riflessione che deve tenere conto del quadro generale in un clima assolutamente sereno. Non credo che un rinvio a giudizio sia per esso stesso motivo di dimissione. Penso anche che il ministro Santanchè stia lavorando ottimamente. La valutazione che semmai va fatta è quanto questo possa impattare sul suo lavoro di ministro. E questo è quello su cui in questo momento non ho le idee chiare”.
Perché, si diceva, non rompere definitivamente con la Santanchè, senza rimpianti, come peraltro già fatto con Gennaro Sangiuliano? L’ex amante di Maria Rosaria Boccia non era manco indagato per le sue scorribande con l’imprenditrice pompeiana, eppure la Ducetta non ci ha pensato un attimo a scaricarlo: la verità è che il giornalista prestato alla politica non se lo filava nessuno. Non aveva protettori, né grandi alleati all’interno del partito.
Per la “Santadeché”, il discorso cambia: l’ex proprietaria del Twiga è un esponente di punta (e di tacco) del clan La Russa. ‘Gnazio, oltre a essere stato l’avvocato di fiducia della ministra del Turismo, ne è un caro amico: le loro famiglie hanno anche concluso affari notevoli insieme (vedi la villa di Forte dei Marmi comprata e rivenduta da Dmitri Kunz, compagno della Dani, e Laura De Cicco, moglie dell’interista con la passione per il Burraco).
Più di tutto, conta poi la politica: La Russa non è un Sangiuliano qualunque, all’interno di Fratelli d’Italia: ha la sua corrente a Milano, dove, insieme al fratello Romano di fatto governa la Lombardia, ed è il cofondatore del partito, insieme all’altro peso massimo, Guido Crosetto, e alla stessa Meloni. Non ultimo, La Russa è il presidente del Senato. E nonostante le parole di rito (l’altro giorno, l’’ex missino con il busto del Duce in casa ha detto: “Daniela sta valutando, sono sicuro che valuterà bene”, espellere la Santanchè dal Governo significherebbe metterselo contro. E la Meloni sa bene che far indispettire la seconda carica dello Stato non conviene a nessuno: la vendetta, lo scherzetto, “l’incidente d’aula”, sono sempre dietro l’angolo…
(da Dagoreport)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
“IL MINISTRO NORDIO È RIUSCITO A FARE QUELLO CHE NESSUNO ERA RIUSCITO A FARE. RENDERE UNITA E COMPATTA LA MAGISTRATURA, ERA DALLA EPOCA DELLE STRAGI CHE NON ACCADEVA”… “LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE SERVE A INDEBOLIRE IL PUBBLICO MINISTERO, E POI SOTTOPORLO AL CONTROLLO DEL GOVERNO”
Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, ieri ha disertato l’inaugurazione dell’anno
giudiziario. «Troppe accuse contro la magistratura», troppe scelte non condivise. «Non me la sono sentita di rispettare il protocollo».
Procuratore, ieri ha dato forfait alla cerimonia. E in Sala dei Busti nessuno l’ha vista.
«No, non sono andato».
Dov’era in quel momento?
«In procura, in ufficio nella mia stanza. Ho preferito non presenziare all’inaugurazione».
Come mai?
«Ritengo troppo gravi le accuse che sono state fatte contro la magistratura. Non me la sono sentita di rispettare il protocollo».
Il ministro Nordio, nel suo intervento, ha difeso la riforma. Cito: «Come si può pensare che un ex magistrato, che per 40 anni ha svolto quel ruolo, abbia com
«Guardi, io credo che dobbiamo tutti ringraziare il ministro Nordio perché è riuscito a fare quello che nessuno era riuscito a fare».
Ovvero?
«Rendere unita e compatta la magistratura. Non ci speravo più, era dalla epoca delle stragi che non accadeva. Grazie a lui ora tutti i magistrati, iscritti a correnti e non, penalisti, civilisti sono uniti e compatti come mai prima».
Meno dell’1% passa da pm a giudice. A chi serve la separazione delle carriere?
«Ripeto quello che ho detto più volte: serve per indebolire il pubblico ministero».
Quale il passaggio successivo?
«La sua sottoposizione al controllo dell’esecutivo. Ma voglio ribadire quello che ho detto due giorni fa a un suo collega».
Mi dica.
«Spesso si grida allo scandalo e si invoca la separazione delle carriere dopo un’assoluzione eccellente».
Come mai, a suo parere?
«Ma scusate: se il giudice ha assolto che senso ha la separazione delle carriere? Lo avrebbe solo se condannasse e si scoprisse che si è messo d’accordo con il pm, in quanto colleghi. Al contrario, l’assoluzione, eccellente o meno, è sintomatica dell’autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero».
Dal Governo continuano a ripetere che anche il giudice Giovanni Falcone era favorevole alla separazione delle carriere. Una strumentalizzazione?
«È falso. Giovanni Falcone come anche Paolo Borsellino hanno cambiato funzione. Sono stati giudici e pm».
(da agenzie)
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