Destra di Popolo.net

LA SALDATURA TRA POTERE ECONOMICO, POTERE TECNOLOGICO E POTERE POLITICO IN MANO A UNA RISTRETTA OLIGARCHIA DI MASCHI BIANCHE

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

IL RITORNO DELL’ASSOLUTISMO DELL’ANCIEN REGIME

La parola “fascismo” — con buona pace dal braccio teso schizzato fuori dal corpo sovreccitato di Elon Musk, tal quale Peter Sellers nel Dottor Stranamore — mi sembra troppo facile e soprattutto troppo vecchia, se il problema è definire quello che sta accadendo in America. Una formidabile, inedita saldatura tra potere tecnologico, potere economico e potere politico, e una ristretta oligarchia di maschi bianchi che celebrando se stessa celebra una nuova maniera di concepire il mondo.
A giudicare dalle mire quasi annessionistiche nei confronti di Canada, Panama, Groenlandia, occhio al Messico che è il prossimo della lista, e dal disprezzo conclamato per le istituzioni sovranazionali al completo (Ocse, Oms, Onu, tutta robaccia smidollata che Trump detesta) è piuttosto “imperialismo” il termine che potrebbe rivelarsi più calzante. Il mondo intero come orizzonte, così come lo vedono, tutto quanto, i satelliti di Musk e così come lo vedeva, tre secoli fa, la Compagnia delle Indie, che aveva diviso il mappamondo, per comodità, in “Indie Orientali”, Asia e Africa orientale, e “Indie Occidentali”, Americhe e Africa Occidentale. Tutto il pianeta a disposizione, anche se qualche problemino con la Cina, ieri come oggi, i maschi bianchi ce l’hanno.
Non il fascismo, ma l’Ancien Régime e l’assolutismo sono le pietre di paragone. Il postmoderno, con Trump e Musk, si colora di premoderno. I tifosi della modernità si consolino: non siamo indietro, siamo avanti. Ai convenuti alla corte di Trump mancava solo la parrucca, e i valletti che la incipriano. Noi la parrucca l’abbiamo tolta due secoli fa.
(da La Repubbica)

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INTERVISTA A DARIO FRANCESCHINI: “I PARTITI DI OPPOSIZIONE VADANO AL VOTO OGNUNO PER CONTO PROPRIO, VALORIZZANDO L’ASPETTO PROPORZIONALE DELLA LEGGE ELETTORALE. È SUFFICIENTE STRINGERE UN ACCORDO SUL TERZO DEI SEGGI CHE SI ASSEGNANO CON I COLLEGI UNINOMINALI PER BATTERE I CANDIDATI DELLA DESTRA”

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

LA NECESSITA’ DI UN NUOVO PARTITO DI CENTRO E LA DIFESA DI ELLY SCHLEIN

Il nuovo ufficio di Dario Franceschini è un’officina. Non pensate alle solite trite metafore in voga a sinistra – l’officina delle idee, il cantiere del programma. No, è proprio una ex officina. Affaccia su una strada del quartiere Esquilino a Roma e fino a poche settimane fa, appunto, ci riparavano le macchine.
Qui Franceschini ha già cominciato a ricevere visite. Elly Schlein non è ancora venuta. Possibile che in futuro qualche candidatura del Pd o strategia parlamentare si discuta tra bielle e chiavi inglesi.
Di sicuro l’officina-ufficio non sarà teatro di un incontro sul programma di coalizione o sul candidato premier, perché Franceschini – seduto davanti alla parete degli attrezzi («La considero il mio Burri», dice lui) – giura che stavolta non servono.
«Dobbiamo evitare – spiega a Repubblica – di commettere gli errori già fatto in passato».
Quali errori, senatore Franceschini?
«Passare i prossimi tre anni ad avvitarci in discussioni: primarie sì o primarie no, Renzi sì e Conte no, o viceversa, tavoli di programma, discussioni sul nome. Si dice spesso che la destra si batte uniti. Io, se mi passa la provocazione, mi sono convinto che la destra la battiamo marciando divisi».
In che senso?
«Serve realismo. I partiti che formano la possibile alternativa alla destra sono diversi e lo resteranno. È inutile fingere che si possa fare un’operazione come fu quella dell’Ulivo. L’Ulivo non tornerà, da quella fusione è già nato il Pd. E nemmeno l’Unione del secondo Prodi, con le sue 300 pagine di programma assemblato a tavolino prima delle elezioni. I partiti di opposizione vadano al voto ognuno per conto suo, valorizzando le proprie proposte e l’aspetto proporzionale della legge elettorale. È sufficiente stringere un accordo sul terzo dei seggi che si assegnano con i collegi uninominali per battere i candidati della destra».
E agli elettori cosa direte? Chi andrà a Palazzo Chigi? Per fare cosa?
«Molte cose si discuteranno dopo il voto. In fondo, al momento di formare un governo dopo aver vinto, non fa così anche la destra?».
Che però sta insieme da 30 anni. Qui non è nemmeno certo quali siano i partiti disponibili.
«Ma questo è il modo migliore per rispettare l’autonomia di ogni forza di opposizione e superare i veti reciproci. Abbiamo un gruppo di forze che ha scelto di stare stabilmente nel campo di centrosinistra».
Sicuro che i 5S di Conte siano stabili?
«Registro che siamo all’opposizione insieme e questo è sufficiente. Non credo di dover ricordare come si collocavano i 5S all’epoca del patto gialloverde con la Lega e dove sono ora, dopo l’esperienza del nostro governo comune del quale rivendichiamo troppo poco i risultati».
Non c’erano guerre all’epoca. Il Pd è per gli aiuti militari all’Ucraina, il M5S continua a votare contro. Come potreste governare insieme?
«Ci sarà tempo per trovare un compromesso anche su questo, ammesso che la guerra in Ucraina ci sia ancora».
Si può fare un’alleanza senza essere certi di voler condividere un’azione di governo?
«Capisco chi obietta che si rinuncia a un progetto politico più ambizioso, ma è il modo di evitare altri cinque anni di Meloni. E così si può vincere».
Vuole evitare un Meloni bis perché la preoccupano i risultati del governo o perché teme di peggio?
«Meloni governa per slogan, è circondata da una classe dirigente mediocre scelta in base al criterio della fedeltà. Anche il caso del libico scarcerato temo sia un altro esempio di inadeguatezza».
Grandi movimenti al centro. Serve o no la fondazione di un nuovo partito di area?
«Sì, proprio per le ragioni che spiegavo prima. Per allargare l’offerta elettorale è utile un partito che parli di più ai moderati, che recuperi l’astensionismo di quell’area, che contenda i voti a Forza Italia. Attenzione, non una gamba esterna del Pd né un partito dei cattolici, che giustamente stanno ovunque. Quanto a noi cattolici democratici, non possiamo che restare in una forza progressista come ci hanno insegnato Zaccagnini e Granelli».
Renzi e Calenda devono sparire?
«Devono solo essere generosi».
Il Pd che appalta la rappresentanza del centro a una forza esterna rinuncia a una delle ragioni della sua fondazione.
«Ho creduto alla vocazione maggioritaria e non lo rinnego. Abbiamo provato ogni strada, avuto segretari di ogni genere. Il calmo e l’aggressivo, il comunista e il democristiano. Risultato? Se anche il Pd arrivasse di nuovo al 30%, non basterebbe, serve comunque una alleanza. Per questo considero straordinario il lavoro di Schlein, che ha recuperato dall’astensionismo, dai delusi e dai 5S».
L’accordo elettorale di cui parla potrebbe estendersi a Forza Italia?
«Penso che, se Berlusconi fosse rimasto in vita, non avrebbe accettato a lungo di stare in un centrodestra guidato dalla destra estrema. Sia chiaro, però, il mio non è un appello a Forza Italia, perché penso che non si muoverà da dov’è. Sbagliando, perché con una legge tutta proporzionale sarebbe arbitra dei governi per i prossimi vent’anni».
L’ha detto a Tajani?
«No. I forzisti hanno in tasca il biglietto della lotteria ma non lo sanno».
Si aspetta che uno dei figli di Berlusconi scenda in campo?
«Non so, ma il fiuto mi dice di no».
Non teme che prima delle Politiche qualcuno nel Pd possa avere voglia di un altro passaggio di proprietà, come per la sua vecchia moto?
«Schlein è solida e vincente. Si sottovaluta la sua scelta di non partecipare al chiacchiericcio di giornata e parlare solo di temi concreti. Questo talvolta la fa apparire assente mentre, secondo me, alla gente arriva proprio il contrario».
(da La Repubblica)

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LA POLIZIA DOV’ERA? DIETRO ALL’ASSALTO DEI TIFOSI LAZIALI AI 70 “COLLEGHI” DELLA REAL SOCIEDAD, A ROMA, POTREBBERO ESSERCI LE “ALLEANZE” DEI BIANCOCELESTI CON I SUPPORTER FRANCHISTI DI ESTREMA DESTRA DEL “FRENTE BOKERON” DEL MALAGA, GRUPPO “NEMICO” DEI BASCHI

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

BOMBE CARTA, MAZZE FERRATE E LAME: LE IMMAGINI DELLA CACCIA ALLO SPAGNOLO PER LE STRADE DELLA CAPITALE CON LA POLIZIA CHE NON PREVIENE, MA CHE BELLA SICUREZZA

La caccia allo spagnolo poi la guerriglia nel cuore di Roma. Bombe carta, mazze ferrate e le immancabili lame, come quelle con cui hanno colpito i due feriti più gravi tra i 9 tifosi baschi della Real Sociedad de Fútbol assaliti mercoledì sera dai supporter laziali davanti a un pub del Rione Monti
In ottanta vestiti di nero e incappucciati si sono scontrati con una settantina di “ospiti” spagnoli prima di disperdersi. Scene che il sindaco Roberto Gualtieri, ieri, non ha esitato a stigmatizzare come «vergognose e inaccettabili». La memoria è tornata al 2015 quando gli olandesi del Feyenoord arrivarono a oltraggiare la Barcaccia, mentre sale la tensione per Roma – Eintracht che si disputerà all’Olimpico giovedì: l’incontro è valutato al livello 4 sulla scala del rischio, ossia il più alto
Ma che cosa ha innescato la miccia? Il titolare del Finnegan pub, Michael Burn, è convinto che i due gruppi si fossero dati appuntamento: «Sembrava che gli spagnoli aspettassero qualcuno». Tanto più che mercoledì a dare manforte ai laziali c’erano una ventina di ultras franchisti di estrema destra del “Frente Bokeron” del Malaga, un gruppo gemellato con la Curva Nord della Lazio per comuni simpatie politiche, opposte a quelle dei supporter della Real.
Indagini sono in corso per capire se gli ultras in arrivo da Malaga siano tra gli ospiti del convegno convocato per domenica da Forza Nuova nella Capitale sul tema “Europa una libera e sovrana” a cui è già stata data l’adesione da gruppi provenienti da Spagna, Germania, Grecia, Francia, Romania, Serbia e Siria. Ideologia politica e metodi criminali.
Maurizio Improta, Dirigente Generale della Pubblica Sicurezza e presidente dell’Osservatorio nazionale per le manifestazioni sportive che ogni settimana valuta circa 150 match di calcio (ma anche di basket) a rischio, non ha dubbi riguardo all’azione che anima le dinamiche distorte del tifo
«Non bisogna perdere di vista – dice – quanto emerso dall’inchiesta di Milano che ha puntato l’attenzione sulle alleanze criminali. Siamo di fronte ad atteggiamenti di intimidazione che rispondono a logiche criminali: con la violenza si mira al controllo delle Curve, come del territorio, chi agisce deve intimidire i tifosi e le società stesse. Non stupisce che ci siano presidenti di club sotto scorta o calciatori che hanno la vigilanza da parte delle forze dell’ordine. Se esaminiamo quanto sta emergendo da Milano, ci rendiamo conto che c’è chi trae grandi benefici dagli atteggiamenti di certi tifosi».
Intanto ieri sera il secondo tempo di Lazio – Real Sociedad è iniziato con il silenzio della Nord, tolti gli striscioni in protesta contro i fermi e le perquisizioni della polizia dopo i fatti di mercoledì. Per tutta la giornata gli agenti della Digos e del commissariato Esquilino hanno ascoltato testimoni e visionato le immagini rimbalzate sui social e registrate dagli impianti di videosorveglianza della zona.
Gli investigatori hanno identificato almeno sei appartenenti al commando, tutti inquadrati tra le fila della Nord della Lazio. La loro posizione in serata era ancora al vaglio degli inquirenti per definire il loro ruolo e contestualizzarlo al ferimento degli spagnoli. Saranno denunciati (il pm non ha convalidato il fermo).§Nove, come detto, i feriti, tutti tra i 27 e i 35 anni. Tre di loro, mercoledì notte, hanno rifiutato le cure per non essere identificati. Gli altri sono stati trasportati d’urgenza in diversi ospedali della Capitale. In sette dopo essere stati medicati, sono stati dimessi con prognosi che vanno dai 5 ai 12 giorni. I due più gravi, invece, sono ancora ricoverati, ma non in pericolo di vita: un 27enne è in prognosi riservata al San Camillo e l’altro, colpito da più fendenti a un polmone, si trova nel reparto di chirurgia del San Giovanni.
Il presidente della squadra di San Sebastian, Jokin Aperribay, ha commentato gli scontri tra gli ultras della Lazio e del club spagnolo, facendo riferimento a quelli dello scorso anno tra Real Sociedad e Roma quando i tifosi locali attaccarono un pullman giallorosso.
Possibile che nel gruppone dell’assalto a Monti ci fossero anche ultras romanisti in virtù di un patto mai detto di alleanza trasversale per consumare vendette maturate all’estero? Per ora solo supposizioni. La Lazio ha fatto sapere che in caso di accertato coinvolgimento di propri tifosi, il club agirà «duramente applicando le più rigide misure».
(da agenzie)

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“SE VI COSTITUITE, VI ASSUMO”: UN ESASPERATO RISTORATORE DI NAPOLI HA OFFERTO UN POSTO DI LAVORO AI DUE RAPINATORI CHE SI SONO INTRUFOLATI NEL SUO LOCALE

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

“SE VOGLIONO CAMBIARE VITA DA ME AVRANNO UNO STIPENDIO DI 1400 EURO NETTI AL MESE. QUINDI CHE SI FACCIANO AVANTI E SI COSTITUISCANO. GLI VOGLIO FAR COMPRENDERE CHE LAVORANDO ONESTAMENTE POTREBBERO GUADAGNARE DI PIÙ CHE CON QUESTI FURTARELLI”

Scassina e rapina un ristorante alla Galleria Umberto I e poi nasconde anche il bottino di 2500 euro al complice. La vicenda si è verificata la scorsa notte a Napoli: il furto è avvenuto ai danni di “Funé Cucina Café” il cui titolare ha deciso di rivolgere un appello a entrambi i ladri: “Li vorrei prendere a lavorare da me, gli voglio far comprendere che lavorando onestamente potrebbero guadagnare di più che con questi furtarelli. Quindi che si facciano avanti e si costituiscano. Se vogliono cambiare vita da me avranno uno stipendio di 1400 euro netti al mese”.
La vicenda è stata resa nota dal deputato di alleanza Verdi-Sinistra Francesco Emilio Borrelli che ha ricevuto i video dal titolare. “Dopo aver forzato la serranda sono entrati dentro, hanno portato via circa 2500 euro in contanti, e mi hanno causato danni per 1200 euro. La cosa che mi lascia perplesso è che uno dei due malviventi si è infilato le banconote tra gli slip per fregare il suo complice” racconta il titolare Antonio, secondo quanto riferisce Borrelli. In ogni caso “vorrei lanciare un appello. Li vorrei prendere a lavorare da me, gli voglio far comprendere che lavorando onestamente potrebbero guadagnare di più che con questi furtarelli. Quindi che si facciano avanti e si costituiscano. Se vogliono cambiare vita da me avranno uno stipendio di 1400 euro netti al mese”.
“I delinquenti si fregano anche tra di loro mentre le vittime delle loro azioni- commenta Borrelli- invece di disperarsi e covare sentimenti d’odio, gli offrono anche delle opportunità. Certo ci sarebbero tanti ragazzi e padri di famiglia che non hanno mai rubato o commesso illeciti e che meriterebbero una chance, ma se esistono imprenditori disposti ad assumere chi vuol redimersi, se è così, che ben venga. Serve, lo diciamo da anni, un maggiore controllo del territorio e più agenti. Non tutti gli imprenditori possono far fronte ai danni subiti e permettersi anche di voler educare i malviventi alla legalità”.
(da agenzie)

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BASTA IPOCRISIE: IL GOVERNO ITALIANO HA RILASCIATO IL TORTURATORE LIBICO ALMASRI PER PAURA DI ASSISTERE A NUOVI SBARCHI DI MASSA DI MIGRANTI

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

ALMASRI È UN ESPONENTE DI PUNTA DEL GOVERNO DI TRIPOLI, A CUI ROMA SI APPOGGIA PER LIMITARE LE PARTENZE DI MIGRANTI. CHIUDENDO UN OCCHIO SU CARCERAZIONI E TORTURE… IL CLAMOROSO PASTROCCHIO COMBINANTO DA NORDIO, IL RISCHIO DI UN CONFLITTO DIPLOMATICO CON LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE E LE DOMANDE SENZA RISPOSTA: COME HA FATTO A PERDERSI IL MANDATO D’ARRESTO? E PERCHÉ CARLETTO NORDIO NON HA RISPOSTO AI MAGISTRATI ROMANI? STAVA BEVENDO LO SPRITZ?

La scarcerazione e il contestuale rimpatrio di Najeem Osema Almasri rischiano di innescare un conflitto senza precedenti tra la Corte penale internazionale e l’Italia.
Alla base della liberazione di Almasri, decisa dalla Corte d’appello di Roma su parere conforme della Procura generale resta il vizio di forma della mancata «irrinunciabile interlocuzione» con il ministro della Giustizia, vanamente interrogato dalla Procura generale per conoscerne le intenzioni.
Le mosse dell’Aia
In teoria la richiesta di cattura sarebbe dovuta passare per le mani del Guardasigilli prima di arrivare sulle scrivanie dei magistrati. E questo ufficialmente non è avvenuto. Ma la Corte penale internazionale sostiene di aver fatto tutto secondo le regole: nota verbale all’ambasciata italiana in Olanda e successiva trasmissione del mandato d’arresto. In ambasciata c’è un magistrato di collegamento che ha verosimilmente investito del caso il ministero degli Esteri, ma ciò che è accaduto in seguito non è dato sapere. Per il momento. È uno dei «misteri» da chiarire.
Dall’Aia ribadiscono che l’Italia, ricevuti gli atti, non ha dato più segni di vita, fino alla scarcerazione del ricercato.
Dopo la richiesta della Procura generale di Roma il ministro della Giustizia Carlo Nordio poteva rimuovere il cavillo giuridico che impediva la convalida dell’arresto, dando successivamente il proprio assenso, ma poteva anche chiedere chiarimenti alla Cpi.
Invece il suo silenzio-rigetto è valso come un diniego al provvedimento dell’Aia. Arrivato senza ulteriori interlocuzioni.
Segno di una volontà politica del governo che potrebbe generare ulteriori reazioni, poiché la Cpi si è mossa sulle denunce sollecitate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, ed è a questo organismo che la Cpi dovrà riferire sul comportamento dell’Italia. Ma a Roma […] si stanno disseminando dubbi sulla condotta della Corte internazionale e degli altri Paesi europei coinvolti.
Le tappe in Europa
All’Aia sostengono di aver avuto notizia (presumibilmente dalla polizia tedesca) della presenza di Almasri in Germania solo il pomeriggio di venerdì 17 gennaio. E di aver riunito d’urgenza i giudici, la mattina seguente, per esaminare la richiesta d’arresto giacente dall’inizio di ottobre 2024, ed emettere subito il provvedimento di cattura.
Inoltrato, sabato 18, all’Italia e altri cinque Paesi (Germania, Austria, Francia, Svizzera e Olanda) insieme alla richiesta di inserire l’«avviso rosso» nella banca dati dell’Interpol.
Il problema è che il generale libico era approdato in Europa fin dal 6 gennaio, senza che nessuno — prima del 17 — avvisasse chi doveva trasformare le accuse a suo carico in un mandato d’arresto.
Restano molte domande: dal perché Almasri è stato avvistato ufficialmente solo due settimane dopo il suo ingresso in Europa, al motivo per cui dopo l’invio all’ambasciata italiana il mandato d’arresto nei suoi confronti s’è perso, o è stato abbandonato in qualche meandro ministeriale. Fino alla mancata risposta di Nordio ai magistrati di Roma. Che ha dato il via libera a rilascio ed espulsione a bordo di un aereo con le insegne tricolori.
(da agenzie)

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IL GOVERNO MELONI HA LIBERATO IL TORTURATORE PER GLI INTERESSI SUL PETROLIO E PERCHE’ I LIBICI CONTINUINO A TAGLIEGGIARE I MIGRANTI

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

GLI AFFARI DELL’ENI E IL FINANZIAMENTO ITALIANO DEI CRIMINALI LIBICI… DELLE DONNE STUPRATE, DEI MIGRANTI RESPINTI A CUI VIENE FATTO PAGARE DUE VOLTE IL VIAGGIO, DELLE TORTURE IN CARCERE AI NOSTRI GOVERNANTI NON FREGA UN CAZZO, VISTO CHE FINANZIANO I BOIA

Il caso del capo della polizia giudiziaria di Tripoli, Njeem Osama Almasri Habish, è un delitto perfetto seppure sulla scena del crimine abbondino le tracce e le impronte degli autori che hanno permesso a un criminale di guerra ricercato dalla Corte penale internazionale di lasciare l’Italia regalandogli impunità eterna.
Ma resta un delitto perfetto perché gli indizi più visibili conducono a un unico responsabile politico: Carlo Nordio, il ministro della Giustizia. Troppo impegnato e distratto dall’ossessione di separare le carriere dei magistrati per dedicare un paio di ore a rispondere alla Corte d’Appello di Roma sulla formalizzazione della richiesta di arresto proveniente dall’Aja. Ha lasciato così che trascorresse un giorno e mezzo senza muovere penna.
Lasciando che i giudici decidessero per il rilascio del generale libico, arrestato con una procedura «irrituale» perché non vidimata dal ministero, appunto, l’unico organismo deputato a vagliare le richieste della Corte penale internazionale. Nordio avrebbe potuto porre rimedio nell’immediatezza, ma non lo ha fatto. Un’inerzia che ha suscitato la reazione dalla medesima Corte riferita tramite un comunicato molto duro.
Sulla scena di questo delitto perfetto, tuttavia, esistono molte altre tracce, nascoste eppure lampanti.
Indizi che sommati formano una prova evidente e permettono di ricostruire la catena gerarchica dei mandanti.
In condizioni diverse renderebbero tale delitto tutt’altro che perfetto, ma risolvibile in una manciata di ore. E però qui non siamo di fronte a una normale operazione di polizia, si tratta piuttosto di una complessa tela di relazioni sulla quale si reggono gli equilibri e gli accordi tra il governo italiano di Giorgia Meloni e quello di Tripoli guidato da Abdul Dbeibeh.
In altre parole tra la giustizia dovuta alle vittime del torturatore di migranti e lo stato di diritto c’è di mezzo la ragione di stato per la salvaguardia dell’interesse nazionale.
Di questo intrigo politico fondato sul do ut des potremmo affermare che esistono le prove, ma non abbiamo i nomi, parafrasando al contrario il celebre j’accuse di Pier Paolo Pasolini. Anche se pure sui nomi dei mandanti c’è più di un sospetto.
A partire dall’utilizzo del volo di stato, il Falcon, aereo usato dai nostri servizi segreti. Il loro utilizzo è vincolato a specifiche procedure, che passano (come spiegato nell’articolo a pagina 7) dal tavolo dell’autorità delegata ai servizi segreti, il sottosegretario Alfredo Mantovano, fedelissimo della premier.
Dunque come è possibile che Mantovano non sapesse se ha dovuto autorizzare il volo? Il suo silenzio sull’affare Almasri è indicativo. E dato che Mantovano non poteva non sapere è ridicolo immaginare una presidente del Consiglio ignara di quanto stesse accadendo.
Migranti e detenuti
Entrambi hanno a cuore la sorte dei rapporti con la Libia. Sull’immigrazione si gioca la credibilità con i loro elettori. Ed è un fatto che da quando le relazioni si sono intensificate e le risorse economiche indirizzate a Tripoli sono aumentate. Così le autorità locali hanno aumentato gli sforzi per evitare le partenze: secondo Frontex, l’agenzia europea delle frontiere, gli arrivi dal mediterraneo centrale (quindi Libia) sono crollati di oltre il 50 per cento, ma allo stesso tempo sono cresciuti di quasi il 30 per cento le intercettazioni in mare della guardia costiera libica, foraggiata dall’Italia e dall’Europa.
Dove finiscano i migranti respinti a Meloni e Mantovano interessa poco o niente. E neanche ai vertici europei pare. Le prigioni libiche sono danni collaterali di una grandiosa operazione di propaganda che non può subire rallentamenti.ù
Prigioni che il generale Almasri conosce fin troppo bene: diverse testimonianze di rifugiati confluite nel fascicolo della Corte penale internazionale lo indicano come un torturatore di migranti riportati in Libia grazie agli accordi con l’Italia.
È peraltro dimostrato, da inchieste giudiziarie anche italiane, che chi gestisce i campi e i capi delle milizie sono spesso in combutta con i trafficanti di esseri umani, che guadagnano il doppio grazie ai respingimenti: perché chi fugge tenterà di rifarlo mille volte, pagando ogni volta, riprovandoci finché non morirà in mare o nel migliore dei casi arriverà finalmente sul suolo italiano, dunque europeo.
Nel quadro degli accordi con la Libia, risale a tre settimane fa la ratifica del trattato per il trasferimento nello stato nordafricano i condannati libici detenuti in Italia, che così finiranno di scontare la pena residua nelle patrie galere.
All’interno di questa procedura formale, risulta a Domani, Tripoli è interessata soprattutto al caso di cinque cittadini libici condannati a 30 anni di carcere per traffico di esseri umani: il presidente della Camera Aqila Saleh avrebbe parlato di questi detenuti “speciali” al ministro della Giustizia durante una sua recente visita a fine dicembre.
«Interesse nazionale»
Al dossier immigrazione si sovrappongono molti altri accordi di natura economica e militare. Perciò Meloni da nazionalista qual è di fronte ai piatti della bilancia ha preferito dare più peso all’interesse nazionale rispetto alle istanze della Corte penale internazionale, organismo alla quale l’Italia aderisce. «Abbiamo molti interessi in Libia», spiega un’autorevole fonte vicina al dossier Almasri, «e averlo tutelato porta a casa un grosso vantaggio».
Perché oltretutto il generale non è solo il capo della polizia giudiziaria di Tripoli ma sarebbe anche «il leader di una grossa Katiba», aggiunge, ossia una tribù, una delle tante con le quali negli anni sono stati stretti accordi informali da parte dei governi italiani con il fine di arginare i flussi migratori. Inoltre sarebbe controproducente provocare le autorità libiche anche perché «garantiscono protezione tutti i giorni ai soldati dei contingenti a Tripoli e Misurata», suggeriscono diverse fonti militari.
A luglio scorso Mantovano ha definito «senza precedenti» gli «accordi» siglati con la Libia e Algeria: «Mi riferisco anche ai settori più centrali della competizione economica come quello delle materie prime critiche, essenziali nel campo del digitale e dell’energia». In questa partita gioca un ruolo fondamentale Eni, il colosso petrolifero di stato: a settembre ha annunciato nuove perforazioni con la benedizione dell’autorità libica.
Nelle stesse ore in cui gli agenti della polizia ammanettavano Almasri, a Tripoli era in corso il summit sull’energia e l’economia , sostenuto e sponsorizzato dal colosso petrolifero Eni. Tra gli speaker anche diplomatici italiani e manager nostrani. L’organizzazione degli stand di sette aziende italiane è stata curata da Confindustria, con la collaborazione dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, l’Ice, che fa capo al ministero degli Esteri.
Un dato, riportato su Lybia Observer, aiuta a capire quanto Tripoli sia diventata strategica per il governo Meloni al di là dei migranti: da gennaio a luglio, l’Italia ha importato 7,39 milioni di tonnellate di greggio libico, pari al 22,3 per cento delle sue importazioni totali. Vuol dire più 28 per cento rispetto al 2023. Validi motivi, secondo la visione sovranista, per includere il generale Almasri, «il torturatore», nella categoria degli intoccabili.
(da editorialedomani.it)

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VISIBILIA, 2,6 MILIONI DI EURO DI PROVENIENZA IGNOTA

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

LA PUNTATA DI REPORT DI DOMENICA TORNA SUI MANAGER PREGIUDICATI NEOAZIONISTI DI MAGGIORANZA E SUI CAPITALI PER RILEVARE LE QUOTE

Si infittiscono i misteri sulla cessione di Visibilia a Wip Finance, semisconosciuta fiduciaria di Lugano che il 19 dicembre ha firmato il contratto preliminare con il quale ha acquistato da Daniela Santanchè, senatrice di Fratelli d’Italia e ministra del Turismo del governo di Giorgia Meloni, il 75% di Athena Pubblicità (l’ex Visibilia Concessionaria) e a cascata la quota di maggioranza di Visibilia Editore, società quotata e sospesa in Borsa. A partire, come raccontato dal Fatto, da quelli sui rapporti del suo management con pregiudicati, ma soprattutto sull’identità e sui capitali dei soci della società svizzera. Dopodomani Report, in una puntata realizzata da Giorgio Mottola, punterà di nuovo i fari sulla vicenda: la trasmissione d’inchiesta di Rai3 alimenta nuove domande, che per ora però non trovano risposte definitive.
A partire dalle incognite sul curriculum di Altair D’Arcangelo, 49enne da poco tempo imprenditore nel mondo della cosmesi con il marchio Virgo che è inserzionista delle riviste del gruppo Visibilia, da ottobre nuovo patron di una cordata che ha rilevato l’85% del Chieti Calcio, ma soprattutto autoproclamato “business developer” proprio di Wpi Finance, cioé mente finanziaria del passaggio di proprietà di quello che resta del disastrato gruppo editoriale e pubblicitario fondato e amministrato da Daniela Santanchè sino alla sua iniziale cessione e uscita di scena di fine 2021.
Se poco si sa delle competenze finanziarie di D’Arcangelo, molto emerge delle sue vicende penali. Che il 27 febbraio 2006, quando aveva 31 anni faceva l’arredatore ed era consigliere comunale di Forza Italia, registrano un primo arresto a cui seguì una condanna per detenzione e spaccio di cocaina. “Ero vittima di tossicodipendenza, purtroppo – ammette l’imprenditore davanti alle telecamere – e quando accadde fui felice perché smisi di assumere cocaina”.
Poi il 20 luglio 2017 una condanna definitiva della Cassazione penale per violazioni di procedura. Infine nel 2019 D’Arcangelo finisce di nuovo agli arresti domiciliari, accusato dalla Procura della Repubblica di Milano di associazione a delinquere, bancarotta, frode ai danni dello Stato, riciclaggio e autoriciclaggio.
I pm gli contestano di aver gestito tramite prestanome una rete di 98 società che avrebbero creato crediti Iva fasulli attraverso operazioni immobiliari. Arresti revocati due anni fa, ma il 17 ottobre 2023 il tribunale di Milano gli sequestra, insieme a un altro indagato, quasi 39 milioni di euro come profitto della presunta frode ai danni dell’erario. Accuse che D’Arcangelo respinge: “Sono sereno”.
Ma dall’inchiesta di Report emergono nuovi interrogativi sulla società anonima di Lugano che da poco più di un mese è il nuovo azionista di maggioranza di Visibilia. Un comunicato della società quotata afferma che, dopo l’aumento di capitale al quale Santanchè ha partecipato sborsando oltre 4,5 milioni per evitare che l’azienda finisse in fallimento, Wip Finance si è impegnata a pagare poco meno di 2,7 milioni per acquistare la quota di controllo della ministra. Santanchè avrebbe dunque perso nell’operazione quasi 2 milioni.
Ma a Report un amministratore di Rimeco, altra società anonima ticinese che sarebbe la “cassaforte” di D’Arcangelo in Svizzera, ha dichiarato che l’imprenditore avrebbe versato in Wip solo 100mila franchi svizzeri. Da dove vengono dunque gli altri 2,6 milioni che Wip ha pagato a Santanchè?
Intanto Visibilia ha appena patteggiato per falso in bilancio, reato per il quale il 17 gennaio la ministra è stata rinviata a giudizio insieme ad altri 16 imputati, tra cui il suo compagno Dimitri Kunz, in un processo il cui dibattimento inizierà il 20 marzo. Su un altro filone d’indagine, quello dell’accusa alla ministra per frode ai danni dello Stato per l’uso della cassa integrazione Covid in Visibilia, il 29 gennaio la Cassazione deciderà sul possibile trasferimento da Milano a Roma del processo per truffa all’Inps. Ma nuovi guai potrebbero arrivare a breve: Giuseppe Zeno, il finanziere azionista di Visibilia dalle cui denunce sono partite le indagini, annuncia che su Wip Finance presenterà un esposto per riciclaggio ai magistrati di Lugano.
(da ilfattoquotidiano.it)

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SEPARATE IN CASA: MELONI E SANTANCHE’ NON SI SALUTANO DURANTE IL CONSIGLIO DEI MINISTRI LAMPO

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

NIENTE AVVICENDAMENTO CON MALAN AL MINISTERO, LA PITONESSA NON INTENDE DIMETTERSI

Saluti e abbracci dalle ministre forziste, da Anna Maria Bernini a Elisabetta Casellati. Teste basse, silenzio dai colleghi di FdI, tranne Edmondo Cirielli, viceministro agli Esteri, che la incrocia in ascensore. Soprattutto, gelo da Giorgia Meloni.
Daniela Santanchè alle cinque e mezza di pomeriggio, una settimana esatta dopo il rinvio a giudizio per falso in bilancio che fa traballare la sua poltrona di ministra del Turismo, varca l’ingresso di Palazzo Chigi. Si presenta al Cdm, con la baldanza di sempre. La premier però non la saluta, sguardo tetro.
Suona la campanella, fa ratificare alla svelta un paio di decreti e un accordo con l’Uzbekistan e dopo sedici minuti netti fila via nel suo ufficio. Nella sede del governo, con la “Pitonessa” non si vede a tu per tu, come aveva annunciato alla conferenza stampa del 9 gennaio, in caso di rinvio a giudizio, poi puntualmente arrivato. Il braccio di ferro sulle dimissioni della ministra, tutto interno al primo partito del Paese, prosegue sottotraccia.
Per FdI è un nodo sempre più intricato, sempre più complicato da sbrogliare. Meloni, sostengono nella sua cerchia, vorrebbe le dimissioni della ministra, consapevole dei rischi per l’immagine del governo. Santanchè però non ha alcuna intenzione di gettare la spugna. Per farlo, vorrebbe che fosse la premier a ordinarglielo. Quasi pubblicamente. Richiesta che Meloni non vuole assecondare, per non passare da giustizialista (e doppiopesista, visto che altri esponenti di FdI sono stati salvati fino alla condanna).
Dunque che fare? Il tête-à-tête a Chigi non c’è. Anche se, in queste ore agitate, tra i Fratelli c’è chi sostiene che le due si siano viste, lontano dai palazzi, ieri mattina.
La premier in effetti non era nel palazzo, ma l’incontro viene smentito seccamente sia dall’entourage di Meloni che da quello di Santanchè. È una giornata comunque condita da una batteria di riunioni. Il ministro Francesco Lollobrigida, capodelegazione di FdI al governo, si presenta nella sede del governo per una riunione di partito due ore prima del cdm. Il responsabile organizzazione di via della Scrofa, Giovanni Donzelli, va a pranzo col presidente del Senato, Ignazio La Russa, grande sponsor della responsabile del Turismo. E dopo questo faccia a faccia, intercettato sotto Palazzo Madama, lo stesso Donzelli dichiara: «Santanchè aveva detto a suo tempo che, in caso di rinvio a giudizio, avrebbe fatto una riflessione. Adesso la sta facendo e noi aspettiamo», certo che abbia «un senso delle istituzioni ineccepibile». Per conto di Meloni, i big di FdI rovesciano la prospettiva: non è la premier a dover chiedere le dimissioni, è Santanchè che deve trarne le conseguenze. Da sola.
Ma quando mai, risponde l’interessata. «Si va avanti», insiste su Instagram. E così dopo il cdm monta su un treno per Milano: oggi sarà alla fiera di Verona, domenica atterrerà a Gedda, in Arabia, poi andrà ad Alula, il 29 gennaio. Il giorno in cui la Cassazione si esprimerà sull’altro filone che la vede indagata, per truffa ai danni dell’Inps. I giudici dovranno decidere se spostare l’inchiesta a Roma, come chiede Santanchè, o tenerla a Milano. Ma arrivati a questo punto — così ragiona la ministra in privato — nemmeno il 29 «è una data chiave». Perché se nessuno, a destra, le ha chiesto ufficialmente di dimettersi per un rinvio a giudizio, «perché dovrebbero farlo per una competenza territoriale?». Non sarebbe «da partito garantista, quale è FdI», che ha graziato Andrea Delmastro, sottosegretario rinviato a giudizio, o Carlo Fidanza, che ha patteggiato. «Io invece non patteggio e non mi dimetto», dice Santanchè a chi la chiama. E con alcuni interlocutori traccia paralleli insidiosi: «Pure Trump è stato condannato, ma è in carica». A via della Scrofa cercano di capire come uscire dal cul-de-sac, si analizzano possibili scappatoie, come proporle il ruolo di capogruppo al Senato, al posto di Lucio Malan, papapabile per la successione. Ma lo stillicidio giudiziario, salvando forse il governo, investirebbe FdI. Sembrano esserci più contro che pro. Si prende tempo, allora. Malan dice che no, nessuno gli ha chiesto di entrare nell’esecutivo, «ma non giuro che non succederà». Altri meloniani fanno il nome di Elena Nembrini, direttrice generale di Enit. Pure gli alleati cominciano a mandare segnali di stanchezza, per questo balletto: «Santanchè? Noi siamo garantisti, poi ognuno fa le sue valutazioni», dice il capogruppo di FI, Paolo Barelli. L’opposizione naturalmente continua a premere. Per la leader del Pd, Elly Schlein, «Meloni è incoerente e chiusa nel palazzo». Giuseppe Conte chiede di calendarizzare «subito» la mozione di sfiducia «alla luce delle nuove ombre svelate da Report». La trasmissione di Rai3 domenica manderà in onda un servizio in cui racconta di avere scoperto chi è l’uomo a cui la ministra ha ceduto la sua Visibilia.
«Si tratta di Altair D’Arcangelo — racconta il conduttore, Sigfrido Ranucci — indagato per associazione per delinquere, evasione fiscale, frode e riciclaggio».
(da La Repubblica)

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INTERVISTA A VALENTINA BRINIS, PORTAVOCE DI OPEN ARMS: “LIBERARE ALMASRI E’ STATO UN ATTO CONTRO I DIRITTI UMANI E LA DIGNITA’ DELLE PERSONE”

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

“NELLE CARCERI LIBICHE VENGONO COMMESSI CRIMINI E VIOLENZE, IL GOVERNO ITALIANO LO SA BENISSIMO MA CONTINUA A FINANZIARE BANDE DI CRIMINALI, QUESTO E’ ESSERE COMPLICI”… “SE I SOCCORSI IN MARE LI FACESSERO GLI STATI EUROPEI LE ONG IL GIORNO STESSO SI RITIREREBBERO”

Njeem Osama Almasri è stato prima incarcerato in Italia dalla Digos di Torino e poi scarcerato, per “difetti di forma nella procedura del suo arresto”. Il ministro Piantedosi oggi ha dichiarato che l’uomo è stato scarcerato per “ragioni di sicurezza”, poiché considerato un “soggetto pericoloso”. Qual è la posizione di Open Arms in merito a queste dichiarazioni?
Da sempre la questione dell’immigrazione viene trattata esclusivamente ponendo un focus e un’attenzione al tema securitario che io credo sia molto importante. Credo sia importante mantenere un’attenzione alta in questo senso. Credo anche però che dall’altra parte questa attenzione vada bilanciata con l’attenzione che bisogna porre rispetto alla gestione dei flussi migratori. E all’interno della gestione dei flussi migratori, c’è il grandissimo tema del rispetto dei diritti umani, soprattutto delle persone con cui Open Arms si interfaccia, persone che si trovano ad attraversare le frontiere irregolarmente. Trovo che questo bilanciamento, questo equilibrio manchi. E anzi sia sbilanciato nei confronti di questa attenzione esclusivamente securitaria. E dalle risposte del ministro Matteo Piantedosi, rispetto alle interrogazioni poste al Senato, vediamo proprio che la scelta di scarcerare Almasri, cittadino libico accusato dalla Corte dell’Aia di crimini contro l’umanità e torture, sia una scelta motivata proprio in questo senso.
Cosa pensa rispetto al fatto che un individuo considerato dalla Corte Penale Internazionale di essere l’autore di crimini contro l’umanità, sia stato rispedito in Libia su un volo di Stato italiano?
Penso che il Governo, per l’ennesima volta, abbia mancato un’occasione nel prendere una posizione forte contro dei Paesi dove purtroppo non viene tutelato un principio fondamentale, che è il diritto alla vita. Vogliamo ricordare che quando si dice di proteggere i confini italiani, quando si dice che non stanno arrivando più persone e che i flussi sono diminuiti, bisognerebbe chiedersi a che prezzo. A cosa si stanno costringendo queste persone. Quindi rimandare un cittadino libico nel proprio Paese, dopo che ha commesso questi reati contro centinaia di persone, migranti, è sicuramente un comportamento che non possiamo condividere come organizzazione umanitaria, perché crediamo che la tutela della vita e della dignità delle persone, ancor prima della loro libertà di movimento, sia un tema che non si può assolutamente ignorare. Non è solo la Corte che accusa Almasri, ma moltissimi dei migranti che attraversano la Libia per arrivare in Europa a denunciano e hanno denunciato più e più volte torture, violenze, soprusi da parte di questo individuo.
Tra pochi giorni è l’anniversario del memorandum Italia-Libia, siglato il 2 febbraio del 2017. Il Governo italiano ha la possibilità di interrompere gli accordi, entro novembre. Pensa che si muoverà in questo senso?
Penso che il Governo dovrebbe prendere in considerazione questa idea, e magari gestire il dossier libico in un’altra maniera. Non si può pensare che parte di quel finanziamento, sia legato al memorandum Italia-Libia. L’Italia quando prosegue con il memorandum, non solo non protegge le persone in mare ma non protegge neppure gli operatori umanitari che si trovano lì a lavorare. Il memorandum altro non fa che sostenere la cosiddetta guardia costiera libica che, non solo, ha messo più volte in pericolo la vita delle persone migranti, ma anche più volte minacciato la vita delle persone che sono nel Mediterraneo a soccorrere le persone migranti. Ogni organizzazione umanitaria, negli anni, si è trovata a gestire degli eventi critici legati a questo.
Può raccontarci un episodio?
Ci sono stati episodi in cui sono state usate le armi, da parte della guardia costiera libica ovviamente, che ha sparato contro gli operatori umanitari. O scene di minacce in cui la guardia costiera libica cercava proprio di utilizzare i migranti come mezzo, come merce di scambio. Rivendicava proprio una proprietà sulle persone tratte in salvo. Oltre al fatto che in moltissime occasioni non sono assolutamente collaborativi sul tema proprio del soccorso in mare. Cioè anche quando non si creano delle vere e proprie violazioni palesi comunque questa. Per noi è un’assenza di questa forza che il nostro Paese, lo ricordo, sovvenziona. Molti dei fermi che le navi delle Ong hanno subito in questi anni sono addirittura legati alle denunce che i libici avrebbero fatto all’Italia, rispetto al nostro comportamento, dicendo che noi abbiamo ostacolato le operazioni di soccorso in moltissimi casi.
E se le missioni di soccorso in mare fossero ufficializzate e gestite dai governi, cosa cambierebbe?
Se ci fosse una missione di soccorso in mare coordinata dai governi, sicuramente le Ong non avrebbero neanche più nessun motivo, nessuna ragione di operare nel Mediterraneo centrale.
Può dare una fotografia su ciò che accade in Libia alle persone migranti? Perché vengono rinchiuse nelle carceri?
In Libia la presenza dei migranti non è assolutamente tollerata. Ed è il motivo per cui vengono incarcerati. Ma quando non vengono incarcerati sono comunque vittime di violenze e rapimenti. Questo accade in moltissimi Paesi, non solo in Libia. In questo caso, la Libia è un Paese in cui c’è bisogno di denaro contante e i migranti o ce l’hanno, perché per attraversare le frontiere sono costretti a pagare, oppure i parenti tante volte sono poi obbligati a pagare per loro.
Sono circolate delle immagini di una giovane donna etiope, Naima Jamal, mentre viene torturata dai libici. Le sevizie sono riprese in un video dai suoi aguzzini, allo scopo di chiedere soldi proprio alla famiglia.
Si, la tortura era finalizzata all’estorsione di denaro dei parenti. Ma queste non sono cose che diciamo da oggi. Sono cose risapute, non lo denunciamo solo noi, ci sono dossier aperti, sono intervenute in questo senso moltissime istituzioni europee, ci sono moltissime inchieste internazionali che hanno dimostrato questi fatti. Non si capisce come mai uno dei sistemi che l’Italia, supportata dall’Europa, ha, per gestire i flussi migratori, sia quello dell’esternalizzazione delle frontiere, che altro non fa che bloccare le persone in Paesi in cui poi la loro vita è messa a rischio. Una domanda a cui sarebbe bene venisse data una risposta. Si dovrebbe investire lo stesso denaro in percorsi di integrazione, nel miglioramento del sistema di accoglienza.
A proposito di integrazione: cosa ne pensa della proposta della Lega di vietare l’uso del burqa nei luoghi pubblici?
Questa è una questione importante, di cui si parla da tempo, dagli anni Novanta. Se ne parla a livello europeo. La Francia è stata il primo Paese in cui si è affrontato la questione del velo. Paese che poi ha imposto un sistema di laicismo. Il fatto di annullare dei simboli, il fatto di annullare un’identità, ha fatto si che creasse ancor più il conflitto sociale. Abbiamo questo esempio francese, perché dobbiamo replicarlo in Italia? Perché l’Italia non investe su un proprio modello di integrazione, perché il nostro Paese non crea una società che faccia della diversità il proprio valore aggiunto, il proprio valore fondamentale?
Lo chiedo a lei
Noi non pensiamo che l’immigrazione non vada gestita. Va gestita. Ma deve essere gestita nel rispetto di valori e principi fondamentali, il diritto alla vita, la libertà di espressione, di movimento. L’immigrazione si può regolare, ma non si deve ostacolare. E ostacolare non è regolare.
(da Fanpage)

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