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UN’ALTRA SCONFITTA PER SALVINI: LA LEGA VOLEVA FARE IN FRETTA SUL DDL SICUREZZA, SENZA APPORTARE LE CORREZIONI CHIESTE DAL QUIRINALE. MA È STATA ISOLATA DAGLI ALLEATI

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

MELONI NON PUÒ PERMETTERSI DI ANDARE CONTRO MATTARELLA E TAJANI LA SPALLEGGIA… IL TESTO SARÀ MODIFICATO: SPARIRÀ LA NORMA SUL CARCERE PER LE MADRI CON FIGLI MINORI DI UN ANNO, QUELLA CHE TRASFORMA IN REATO LA PROTESTA NON VIOLENTA DEI DETENUTI, E I MIGRANTI POTRANNO AVERE UNA SIM PER IL CELLULARE SENZA MOSTRARE UN PERMESSO DI SOGGIORNO. UNA DISFATTA SU TUTTA LA LINEA PER IL LEADER DEL CARROCCIO

Si rende probabilmente conto, Giorgia Meloni, che tra le mani inizia ad avere troppe questioni di peso aperte. E l’apprensione aumenta se pensa a quei dossier sui quali il Quirinale ha posato lo sguardo: il ddl Sicurezza e l’elezione dei quattro giudici mancanti della Corte costituzionale.
La questione più pressante riguarda l’elezione dei giudici della Consulta. FdI ha il suo candidato, Francesco Saverio Marini, il consigliere giuridico della premier a Palazzo Chigi, mentre il Pd l’accademico dei Lincei, Massimo Luciani. Per la prima volta, anche Tajani mette sul tavolo il nome scelto da Forza Italia, premurandosi poi con gli alleati di mantenere il massimo riserbo. Tra le indiscrezioni serali, continua a circolare il nome di Valeria Mastroiacovo, tributarista e segretaria dell’Unione giuristi cattolici italiani.
Manca solo il quarto giudice, che negli accordi con le opposizioni deve essere un indipendente, non ascrivibile a nessuna forza politica. E qui il gioco si impantana. La rosa di tre nomi proposta dal Pd viene rispedita al mittente da Palazzo Chigi: chi non ha i requisiti, chi è troppo schierato.
Alla fine Meloni è costretta a congelare la partita. Annullata la seduta in Parlamento di questa mattina e rimandata di una settimana, al 30 gennaio. Un buco nell’acqua di cui centrodestra e centrosinistra si accusano vicendevolmente.
Anche il ddl Sicurezza avrà bisogno di tempo. La Lega chiedeva di fare in fretta e approvarlo definitivamente in Senato, senza apportare le correzioni chieste dal Quirinale. Per Meloni è impossibile: «Il testo va modificato».
Piuttosto, si supereranno le lentezze della commissione, ingolfata dagli emendamenti, e si andrà direttamente in Aula senza mandato al relatore. Una strategia, questa, per poter usufruire di alcune scorciatoie, come la “tagliola”, che il regolamento del Senato mette a disposizione della maggioranza per aggirare l’ostruzionismo.
Sparirà la norma sul carcere per le madri con figli minori di un anno, così come quella che trasforma in reato la protesta non violenta dei detenuti. I migranti poi potranno avere una sim per il cellulare senza dover mostrare un permesso di soggiorno, basterà un documento.
Tutto quello che Salvini non vuole. Anzi, fosse per lui, il testo verrebbe inasprito. E ci proverà, fa sapere ai suoi alleati. Ecco allora la prima doccia fredda di Meloni: la Lega potrà presentare tutti gli emendamenti che vuole, ma se non saranno previsti dall’accordo di maggioranza, non verranno approvati.
Salvini ingoia malvolentieri la decisione della premier e rilancia sul terzo mandato per i governatori: «Per noi è importante». Quasi un atto dovuto, visto il pressing che arriva dai governatori leghisti del Nord, ma il leader del Carroccio non riesce ad aprire una breccia. «Non se ne parla», gli rispondono, in estrema sintesi, Meloni e Tajani.
Sembra quasi una recita alla sua milionesima rappresentazione: Salvini pone il problema del terzo mandato, gli alleati alzano un muro. Il segretario della Lega può però mostrare tutto il suo risentimento per l’immagine offerta il giorno precedente alla Camera, quando durante la sua informativa sui ritardi dei treni, nonostante fosse sotto attacco delle opposizioni, ha trovato ai banchi del governo solo le sue truppe. Nessuno di FdI, né di FI. «Mi aspetto un sostegno maggiore», avrebbe fatto capire.
(da agenzie)

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“GIORGIA MELONI NON È LA VOCE DELL’EUROPA”: LA VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE, LA SOCIALISTA TERESA RIBERA, PRENDE LE DISTANZE DAL TRUMPISMO SENZA LIMITISMO DELLA DUCETTA

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

“GLI INTERESSI DELLA UE NON SONO ESPRESSI DA QUALCUNO MOLTO PIÙ VICINO IN TERMINI POLITICI A TRUMP DI ALTRI LEADER. MELONI CERCA ACCORDI PER L’TALIA? I TRATTATI MOSTRANO CHI HA LE RESPONSABILITÀ, CREDO SIA IMPORTANTE RISPETTARLI”

Teresa Ribera, ex vicepresidente del governo di Madrid, socialista, è la prima vicepresidente della Commissione europea. Nelle sue mani, l’Antitrust e buona parte della vigilanza sui colossi digitali americani.
I leader del Big Tech chiedono a Donald Trump di spingere perché Bruxelles allenti regole o inchieste sui loro gruppi. Lei che farà?
«Siamo vincolati dalla legge a proteggere un piano di gioco equilibrato, mercati funzionanti e i consumatori contro eventuali abusi. Conta per i consumatori europei come americani. Vogliamo che i benefici siano disponibili a tutti. È importante essere in grado di impedire concentrazioni che possano diventare monopoli potenzialmente dannosi per consumatori e concorrenti. È un equilibrio delicato. Rispettare e far rispettare le regole non è contro nessuno. Non le applicheremo in modo diverso per alcuni. Abbiamo lavorato bene con l’Antitrust americana sin dai tempi del primo mandato di Trump. Aspettative diverse non hanno molto senso, al contrario».
All’inaugurazione di Trump, nessun invito ai rappresentanti dell’Unione europea. Ma c’era una lista di antieuropei…
«Sono una donna di pace e cooperazione. Credo che lo Stato di diritto, la diplomazia, la gentilezza, l’educazione contino. Tutti sono liberi di invitare chi vogliono a un evento di rilievo. È vero che siamo abituati a essere parte di questi riconoscimenti e credo sia un modo saggio e carino di rendere omaggio alle democrazie. Ma, ovvio, Trump ha diritto di invitare chi preferisce e non dovremmo farne chissà quale problema.
Semmai possiamo ricordare a tutti, incluso il popolo americano, che noi europei siamo i più impegnati nella difesa della libertà, dei diritti e della cooperazione in questo mondo così piccolo che richiede che tutti uniscano le forze. Saremmo più che felici nel rispondere a messaggi che ci invitano a lavorare insieme».
La Ue è il tempio del multilateralismo. Trump invece vuole lavorare solo da governo e governo…
«Può essere parte delle sue preferenze, ma ci sono anche argomenti solidi per difendere un ordine internazionale basato sulla cooperazione. Sono serviti decenni per garantire migliori possibilità di pace e prosperità, lavorando agli stessi tavoli con regole comuni. Certo che non è perfetto. Ma il mondo non è fatto di uno, due o tre Paesi. Sono più numerosi i Paesi che credono nella cooperazione, di quelli che preferiscono lavorare su accordi bilaterali che potrebbero riflettere solo la posizione del più forte».
Giorgia Meloni è stata invitata all’inaugurazione di Trump. Parla a nome della Ue o cerca accordi per l’Italia?
«I Trattati mostrano chi ha le responsabilità, credo sia importante rispettarli per restare uniti. Poi ci sono le famiglie politiche, dunque un leader può sentirsi più a suo agio con un altro della sua stessa famiglia. Ma certo la voce e gli interessi della Ue non sono espressi da qualcuno che pure è piuttosto rispettato e probabilmente molto più vicino in termini politici a Trump di altri leader. Anche le procedure contano per la legittimità, altrimenti rischiamo di minare le nostre capacità e il nostro sistema».
Dunque per la Ue a livello di leader parlano solo Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio António Costa?
«Parleranno se l’altro, dall’altra parte, vuole parlare. Ma sì, sono loro. E l’Alto rappresentante per la politica estera per le sue questioni».
(da Corriere della Sera)

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HAMAS SI E’ GIA’ RIPRESA GAZA? ISRAELE: 15 MESI DI GUERRA PER NULLA

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

MIGLIAIA DI MILIZIANI DI HAMAS RIPRENDONO LA STRISCIA, SPUNTA PURE UN COMANDANTE “ELIMINATO”… CON L’ODIO CHE ISRAELE HA FOMENTATO, NORMALE CHE I 20.000 MILIZIANI UCCISI VENGANO RIMPIAZZATI

Dopo 470 giorni di guerra, sono bastate 24 ore di tregua a Hamas per riprendersi la Striscia di Gaza. O per lo meno far mostra di essere pienamente in grado di poterlo fare. La dolorosa ammissione rimbalza in queste ore sui media israeliani.
Con accenti diversi, ma lo stesso tormento: com’è stato possibile? «Nonappena è stato annunciato il cessate il fuoco, sono spuntati agenti di polizia in uniforme blu lungo diverse delle principali strade della Striscia. Poco dopo, a loro si sono uniti convogli di forza dell’ala militare di Hamas», ricostruisce su Haaretz un osservatore esperto come Jack Khoury. Domenica, al momento di liberare le prime tre donne ostaggio secondo la roadmap dell’accordo, Hamas ha messo in scena il suo spettacolo di potere e controllo su Gaza in mondovisione.
Una scenografia ben studiata, con orde di miliziani mascherati, armati fino ai denti e con le tipiche bande verdi. Attorno una folla urlante contro le tre israeliane.
Qualcuno – tra cui Eran Lerman su queste colonne – ha poi fatto notare che quella folla non era poi così consistente, e che tra i palestinesi di Gaza crescerebbe il risentimento contro i terroristi per aver provocato la distruzione della Striscia. Resta il dato del riemergere prepotente di Hamas, con i relativi mal di testa. Lunedì, nel primo giorno di «consolidamento» del cessate il fuoco, la presenza dei miliziani e degli agenti di polizia del movimento era ulteriormente incrementata, ricorda ancora Khoury: riemersi, probabilmente dai tunnel, come se nulla fosse accaduto per 15 mesi.
Come Hamas è risorta dalle macerie (e dai tunnel)
«Non sono messi affatto male. È terribile per noi doverlo riconoscere perché volevamo vederli colpiti, a terra, smantellati», ha detto alla radio israeliana Michael Milshtein, esperto del Dayan Center della Tel Aviv University, come riporta il Jerusalem Post.
E invece «ieri il sistema educativo di Gaza ha annunciato che le scuole riapriranno presto, anche se l’85% di esse non esiste più. E 6mila agenti di polizia di Hamas sono stati dispiegati lungo la Striscia, rendendo chiaro a tutti chi ora è in controllo e come ci sia ben poco da parlare di “era post-guerra”», prosegue Milshtein.
Certo il movimento è stato colpito duramente durante i 15 mesi di guerra: secondo Israele sarebbero circa 20mila i suoi miliziani eliminati, compresi i capi Yahya Sinwar e Mohammed Deif. Ma Hamas ha dimostrato una capacità sorprendente di attrarre e reclutare i necessari “rimpiazzi”: 4mila nuovi adepti solo nell’ultima manciata di mesi, secondo stime Usa riferite dall’ormai ex segretario di Stato Antony Blinken nel suo ultimo discorso su Gaza. Senza contare chi, rifugiato nei tunnel o chissà dove altro, è sopravvissuto agli assalti israeliani ed è rispuntato fuori dopo lo stop ai combattimenti come nulla fosse. Compreso un comandante di primo rango che Israele era convinta di aver eliminato.
I tormenti di Israele
L’esercito aveva annunciato di aver eliminato Hussein Fayad, comandante del battaglione di Hamas di Beit Hanoun, lo scorso maggio. Ma ieri sarebbe ricomparso vivo e vegeto in superficie. Sarebbe proprio lui il protagonista di un video rimbalzato su social e media arabi in cui si vede un uomo arringare una piccola folla ad un funerale nella Striscia: «Quando il forte non raggiunge i suoi obiettivi, vuol dire che ha perso. E il debole, che ha impedito al forte di raggiungere i suoi obiettivi è il vincitore. Queste sono le regole militari», dice il presunto Fayad nel video. Una sberla a Israele. Le macerie di Gaza, in quest’ottica, non fanno che servire la cinica agenda di Hamas, che fa breccia presso molti dei palestinesi stessi. «Nella loro conta, 50mila morti e la distruzione della Striscia sono il prezzo giustificato per il danno provocato a Israele e per il loro orgoglio nazionale. Questa è la loro narrazione», ricorda ancora l’esperto della Tel Aviv University.
Dunque Israele cos’avrebbe dovuto fare? Proseguire ad oltranza con la guerra? No, riconosce lo stesso Milshtein, quella strategia si è dimostrata fallimentare. Non avrebbe mai potuto condurre alla distruzione di Hamas. Quindi? «Nell’immediato dobbiamo investire nella liberazione degli ostaggi.
Al contempo, dobbiamo iniziare a preparare un piano di lungo termine, non di pochi giorni, per smantellare completamente Hamas». Senza escludere l’idea che per farlo serva «la conquista di tutta Gaza».
(da agenzie)

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NUOVE OMBRE INTORNO ALLA SANTANCHE’

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

REPORT ANNUNCIA RIVELAZIONI SU CHI C’E’ DIETRO WIP FINANCE, LA SOCIETA’ ANONIMA SVIZZERA A CUI SANTANCHE’ HA VENDUTO VISIBILIA

Chi c’è dietro Wip Finance, la misteriosa società anonima svizzera a cui Daniela Santanchè ha venduto Visibilia qualche settimana fa?
Report ha scoperto l’identità dei soggetti che, pochi mesi prima dell’accordo chiuso con la ministra del turismo, hanno rimesso in piedi in tutta fretta la finanziaria elvetica.
Si tratta di rivelazioni che allungano ombre sospette su tutta l’operazione: sullo sfondo c’è infatti una storia di un’evasione Iva da 40 milioni di euro, 98 società fantasma e soldi che da anni arrivano dalla Svizzera in Italia per fondare aziende che poi restano inattive.
Giorgio Mottola è riuscito a intervistare l’uomo chiave di Wip Finance, con cui Daniela Santanchè ha trattato la vendita di Visibilia: Altair D’Arcangelo, imprenditore con un passato e un presente molto controversi.
Indagato per associazione a delinquere, evasione fiscale, frode, riciclaggio e autoriciclaggio.
Ne parlerà Report domenica alle 20.30 su Rai3
(da agenzie)

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LA FRONDA INTERNA IN FDI CONTRO SANTANCHE’, L’OBIETTIVO E’ LA RUSSA

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

LA LOTTA INTERNA PER AVERE L’EGEMONIA IN LOMBARDIA

La bruciano con la fiamma amica, come a Salem, la città delle streghe, Santanchè, la scarlatta. Lo racconta lei, al suo gabinetto. Martedì sera ha ricevuto una telefonata da parte di Ignazio La Russa, dal tono drammatico. Il testo della conversazione riferito: “Vogliono il mio passo indietro, me lo ha detto Ignazio, altrimenti…”.
Il non detto, ma lasciato intendere da Santanchè, è che se non dovesse farlo, viene pubblicato altro contro. E’ partita una campagna stampa, contro la ministra, ed è durissima. Palazzo Chigi lascia fare. Significa: avanti, potete scrivere che si dimette, potete scrivere che si cerca il suo sostituto.
Al telefono di Santanchè risponde il segretario personale e dice: “La ministra lavora come sempre, è appena rientrata a Roma”. Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI, alla Camera, smentisce il passo indietro. L’hanno scaricata e l’hanno scaricata perché l’obiettivo è più alto: liberarsi di lei, ridimensionare La Russa, il vecchio zio di Gaber, “cuore troppo tenero e testa troppo dura”.
Nel pomeriggio un vertice convocato da Meloni a Chigi, con gli alleati, si trasforma in dimissioni imminenti della ministra del Turismo. Gli incontri dei capigruppo di FdI, Malan e Bignami, sono titoli dei siti: “Malan al posto di Santanchè”. I pranzi La Russa-Santanchè sarebbero ormai due: una mensa.
Non la difende, con il cuore, più nessuno di FdI e di peggio c’è che la pugnala il partito, il partito che ora le rimprovera la gestione del ministero, le leggerezze, la disinvoltura. Le vengono contestate le promesse, eventi che si sono rivelati mezzi fiaschi. Si parla di un appuntamento, un evento a due, lei e La Russa, saltato proprio perché la Russa non può più fare nulla. E’ sotto fiamma amica anche lui.
Alla Camera, Gianluca Caramanna, di FdI, che sul serio, dice, non vuole prendere il suo posto, al nome di Malan quasi si rasserena, “basta che non sia io”.
Da quando un ministro di FdI viene difeso con tanta forza da un leghista? Sta accadendo anche questo così come accade di tutto per il voto della Consulta, voto sconvocato, Consulta usata come fosse Rai Parlamento, offerta da Forza Italia al M5s, accade pure che Forza Italia pensi di eleggere giudice costituzionale Augusta Iannini, la moglie di Bruno Vespa, l’influencer Rai, l’Andrea Stroppa di Viale Mazzini.
A difendere Santanchè, con forza, resta solo il leghista Claudio Durigon che pensa: “Non deve lasciare, si è innocenti fino al terzo grado di giudizio. Ricordate il caso Profumo, l’ex ad di Leonardo? Dirigeva la più importante partecipata sotto indagine, ed è stato confermato da Draghi. Venne poi assolto. Io resto garantista”.
Sarebbe stato il sottosegretario Alfredo Mantovano, altro grande co-protagonista di giornata per il caso Almasri, il capo della Polizia libico arrestato e portato in patria con un Falcon, a rassicurare personalmente Santanchè, a dirle che non era vero niente, ma poi, martedì, è arrivata la telefonata di La Russa perché, gli ripetono a Chigi “parlaci tu, con Daniela, le sei amico”.
Dicono che, ieri, la ministra fosse intrattabile e che confidandosi abbia detto: “Mi chiedono un passo indietro, me lo ha chiesto Ignazio altrimenti la campagna non si ferma”. Perché questa furia contro una ministra che, a dirla tutta, in Aula si è saputa difendere di gran lunga meglio dei suoi colleghi uomini? C’è di mezzo la Lombardia, il dominio, la vera regione che ha puntato FdI, ancora più del Veneto, e c’è l’insofferenza verso la corrente di La Russa-Fidanza-Mantovani, l’europarlamentare, ex Forza Italia, che insieme alla figlia sta scalando il partito a Milano, insieme all’altro assessore rampante, quel Marco Alparone, vicepresidente e assessore al Bilancio.
In questi due anni e mezzo di governo si è sempre parlato degli uomini di Fazzolari, distaccati nei ministeri, ma poco della corrente La Russa-Santanchè Solo per citare l’ultimo caso: il capo di gabinetto del ministero della Cultura, Valentina Gemignani, è stata suggerita da La Russa a Fazzolari e Fazzolari ha detto che andava bene. In ogni ministero c’è qualche vecchio amico di Ignazio, il presidente del Senato che parla di burraco.
Elly Schlein alla Camera, nota, e nota bene, che “FdI non ha avuto il coraggio di manifestare l’opportunità di fare dimettere Santanchè o di difenderla in caso contrario”. FdI sta facendo i conti con lei o con la Russa? Anziché fare i congressi interni, anziché gestire un partito del trenta per cento, si servono dei fascicoli giudiziari. Avevano come riferimento il Twiga, ora hanno Salem, la città dei roghi.
(da Il Foglio)

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LO STRANO CASO DI DISSENTERIA DI GRUPPO AL PRANZO CON VIGILI E SINDACI

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

L’INDAGINE A VERBANIA: TROVATI LASSATIVI IN CUCINA

Ci sono i carabinieri di Verbania a indagare sulla sospetta intossicazione durante un pranzo con politici locali e vigili urbani. In 28 si sono sentiti male, cioè quasi tutti i 35 commensali seduti ai tavoli della mensa di Villa Olimpia, una realtà sociale in cui lavorano anche detenuti del carcere cittadino.
Il pranzo si era tenuto lunedì, in occasione dei festeggiamenti di San Sebastiano, patroni della Polizia locale. In tutto il locale a pranzo c’era un centinaio di persone. Ma solo quelli seduti ai tavoli con sindaci e vigili urbani si sono sentiti male. Come riporta La Stampa, sono stati graziati quattro commensali, gli unici ad aver evitato il secondo di spezzatino di carne con purè.
I casi di dissenteria
All’inizio i casi di dissenteria sembravano isolati. Ma quando nei giorni successivi al pranzo colleghi e amministratori si sarebbero confidati i sintomi accusati dopo aver mangiato, i sospetti sono cresciuti. E cresce il dubbio che qualcuno possa aver colpito di proposito quel tavolo particolare, magari usando un lassativo.
Una vendetta o uno scherzo scappato di mano?
I sospetti sono cresciuti dopo che sono state ritrovate due boccette di purgante mezze vuote all’esterno della cucina. Le fiale si trovavano sul davanzale della finestra di un locale di servizio, vicino alla cucina. Un luogo accessibile innanzitutto al personale impiegato dal locale. Qualcuno poteva farsi male, dice il comandante dei vigili di Verbania, Andrea Cabassa. Che sia stata una goliardiata o meno, a giorni c’è chi ha intenzione di sporgere querela.
(da agenzie)

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CASO SATNAM SINGH, IN CARCERE ANCHE RENZO LOVATO, IL PADRE DELL’IMPRENDITORE IN GALERA PER AVER ABBANDONATO IL BRACCIANTE CON UN BRACCIO TAGLIATO DOPO UN INFORTUNIO NELLA SUA AZIENDA AGRICOLA

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

AL PADRE CONTESTATO IL REATO DI SFRUTTAMENTO DEL LAVORO PLURIAGGRAVATO E INTERMEDIAZIONE ILLECITA

È stato arrestato Renzo Lovato, padre di Antonello, l’imprenditore arrestato per omicidio colposo per la morte di Satnam Singh, il bracciante abbandonato davanti casa in fin di vita senza un braccio a giugno 2024 e poi morto in ospedale. Renzo Lovato è finito in carcere assieme al legale rappresentante dell’azienda, arrestato oggi dai carabinieri su disposizione della procura di Latina. I due, così come Antonello Lovato, sono accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro pluriaggravato.
La «leggerezza» del bracciante
Nelle ore successive alla morte del 31enne indiano, Renzo Lovato aveva minimizzato la vicenda in diverse interviste. Ai giornalisti e al magistrato, l’imprenditore agricolo aveva parlato di una leggerezza del bracciante, nel tentativo di allentare ogni responsabilità del figlio. Renzo Lovato, titolare dell’azienda agricola in cui è morto Satnam Singh, era indagato dal 2019 per reati di caporalato, come aveva fatto emergere un’esclusiva del TgLa7. A lui erano anche contestate violazioni in materia di sicurezza e igiene. Nella sua azienda, per esempio, non c’era alcuna traccia dei bagni per i dipendenti.
Le accuse di sfruttamento e le condizioni di lavoro
Secondo gli inquirenti, i Lovato avrebbero sfruttato la manodopera di 7 braccianti agricoli privi di permesso di soggiorno, quindi irregolari sul territorio italiano. Questi, tra cui lo stesso Satnam Singh, erano sottoposti a condizioni di sfruttamento. Tramite un’accurata analisi dei cellulari e dei social dei lavoratori, e grazie alla testimonianza di quattro di loro, gli inquirenti sono riusciti a ricostruire come Renzo e Antonello Lovato approfittavano dello stato di bisogno dei braccianti. Tra le numerose violazioni: retribuzioni, orari e giorni di riposo differenti da quelli stabiliti dai contratti collettivi nazionali, nonché mancato rispetto delle norme di sicurezza. Al reato di sfruttamento del lavoro sono state applicate anche numerose aggravanti: da agosto 2022 a giugno 2024 gli indagati avrebbero infatti dato lavoro a oltre 3 irregolari, esposti a situazione di grave pericolo tramite l’utilizzo di mezzi agricoli per mansioni giudicate «improprie».
(da agenzie)

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LA NUOVA FISSAZIONE DEI RICCONI? FARSI COSTRUIRE BUNKER PER SALVARSI DALL’APOCALISSE

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

L’ULTIMO AMBIZIOSO PROGETTO DA 300MILIONI DI DOLLARI VIENE PROPOSTO DA UN’AZIENDA DELLA VIRGINIA CHE HA IN CANNA LA REALIZZAZIONE UN MEGA BUNKER RISERVATO ALL’1% DELLA POPOLAZIONE CON STANZE MEDICHE ROBOTIZZATE, PISCINE E RISTORANTI E CAMERA IPERBARICA

La nuova fissazione dei ricconi? Farsi costruire bunker per salvarsi dall’apocalisse – l’ultimo ambizioso progetto da 300milioni di dollari viene proposto da un’azienda della virginia specializzata in sicurezza delle abitazioni che ha in canna la realizzazione un mega bunker riservato all’1% della popolazione con stanze mediche robotizzate, piscinee ristoranti.
La fortezza sotterranea di lusso, la cui apertura è prevista per l’estate del 2026, offrirà un’esperienza di sopravvivenza a 5 stelle ai pochi fortunati disposti a sborsare 20 milioni di dollari per un singolo abbonamento dei 625 disponibili.
Il bunker, che è stato chiamato “Aerie”, farà parte di una rete di proprietà simili che si rivolgono all’1%, offrendo loro un’opportunità unica per salvaguardare il proprio futuro, indipendentemente dai disastri che potrebbero verificarsi.
Siamo ben lontani dalle fattorie isolate e dai rifugi antiatomici preferiti da chi si prepara al giorno del giudizio. Aerie offre assistenza medica “basata sull’intelligenza artificiale”, “programmi di benessere” e la promessa di “fondere protezione e lusso” in un modo mai visto prima.
Il bunker è opera di SAFE (Strategically Armored & Fortified Environments), un’azienda con sede in Virginia specializzata nella progettazione di proprietà sicure. L’azienda ha già ottenuto consensi per aver creato ogni genere di bunker unico, tra cui uno dotato di una pista di Formula 1.
Tuttavia, secondo il fondatore e presidente di SAFE, Al Corbi, Aerie trasformerà l’idea di bunker. Tra i vari spazi disponibili c’è una stanza per l’immersione nel ghiaccio, una che ospita una camera iperbarica, una sala per le terapie endovenose, stanze dedicate a trattamenti e operazioni mediche e una piscina con ai muri dei pannelli in grado di ricreare lo skyline di una città.
(da Realtor)

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ALMASRI, NESSUN VIZIO DI FORMA: IL TORTURATORE DI TRIPOLI LIBERO PER SCELTA DEL GOVERNO, NORDIO ERA STATO INFORMATO PRIMA DALLA CPI E NON HA RISPOSTO NEANCHE AL SOLLECITO DELLA PROCURA DI ROMA

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE HA CHIESTO INVANO SPIEGAZIONI SUL RIMPATRIO CON VOLO DI STATO … UN GOVERNO COLLUSO CON IL CAPO DEI TRAFFICANTI… IN UNO STATO NORMALE NORDIO DOVREBBE ESSERE INCRIMINATO, ALTRO CHE DIMISSIONI… COME CHI HA FORNITO UN AEREO DI STATO A UN TORTURATORE CRIMINALE RICERCATO

Non c’è stato un errore, né un vizio di forma. Il governo ha deciso di non consegnare alla Corte penale internazionale (Cpi) Najeem Osama Almasri Habish, 47enne capo della polizia giudiziaria del regime di Tripoli legato a doppio filo all’Italia, accusato di crimini di guerra, tortura e mille altre nefandezze commesse dal 2015 nel famigerato carcere di Mitiga. Lì le milizie libiche rinchiudono jihadisti, altri nemici, omosessuali e migranti in attesa di imbarcarsi per l’Italia.
Almasri era stato arrestato domenica a Torino, dove era arrivato dalla Germania per assistere a Juventus-Milan (tifa Juve), sulla base di un red notice Interpol sollecitato il giorno prima dalla Corte dell’Aja. Martedì però la Corte d’appello di Roma, competente per i mandati d’arresto della Cpi, l’ha scarcerato perché l’arresto era “irrituale”: mancava infatti l’intervento del ministro della Giustizia, l’unico che a norma della legge 237 del 2012 può avviare la procedura; a differenza dell’arresto a fini estradizionali, qui “non v’è una previsione attinente alla possibilità di intervento ‘di iniziativa’ della polizia giudiziaria”, scrive la Corte d’appello.
Un Falcon della Presidenza del Consiglio ha riportato comodamente a Tripoli il presunto torturatore, espulso “per motivi di ordine pubblico e sicurezza” dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e accolto con tutti gli onori nel suo Paese.
Un comunicato della Corte dell’Aja, durissimo per quanto scritto in “cortese”, ieri sera ha messo in fila le cose. Sabato 18, on the same day e cioè “lo stesso giorno” dell’emanazione del mandato d’arresto per l’ufficiale libico, “la Cancelleria della Cpi ha presentato una richiesta di arresto dell’indagato a sei Stati parte, tra cui la Repubblica italiana. La richiesta della Corte è stata trasmessa attraverso i canali designati da ciascuno Stato ed è stata preceduta da consultazioni e coordinamenti preventivi”.
Quindi Nordio – o almeno il ministero – ha ricevuto subito le carte. E non le ha trasmesse alla Procura generale di Roma come prevede la legge 237/2012, nemmeno quando la Procura generale l’ha sollecitato lunedì 20 gennaio, come si legge nell’ordinanza della Corte d’appello.
Non è vero, come invece è stato fatto intendere, che la Cpi ha scritto al ministero solo dopo l’arresto. E anche se fosse stato commesso questo errore, sarebbe stato possibile rimediare con un nuovo provvedimento.
Scrivono ancora i giudici dell’Aja che Almastri, il 21, è stato “rilasciato senza preavviso o consultazione con la Corte”. E aggiungono di aver chiesto spiegazioni all’Italia: “La Corte sta cercando, e non ha ancora ottenuto, una verifica da parte delle autorità”. Per poi ricordare “il dovere di tutti gli Stati di cooperare pienamente”.
Un altro dettaglio conferma che è stata una scelta politica del governo. La mattina di lunedì 21, quando la Corte d’appello doveva ancora decidere sulla scarcerazione di Almastri, alle 10:14 il Falcon è partito da Roma e alle 11:13 è atterrato a Torino per recuperare Almasri. Qualche ora dopo, alle 15:55, un comunicato della Giustizia riferiva che Nordio aveva “ricevuto” e stava “valutando” la richiesta della Corte dell’Aja. Probabilmente il ministro non era stato informato dell’invio dell’aereo di Stato per il presunto torturatore. Non è chiaro come siano rientrati in Libia i tre connazionali che erano con lui a Torino, denunciati per favoreggiamento dalla Digos e poi espulsi sempre per motivi di “ordine pubblico e sicurezza” dal prefetto del capoluogo piemontese. I tre non avrebbero altre pendenze in Italia.
Qui non siamo di fronte all’immunità per i capi di Stato e di governo che protegge Benjamin Netanyahu, o Vladimir Putin, entrambi destinatari di mandati d’arresto della Cpi. Qui si tratta di un ufficiale, ma l’Italia ha preferito non collaborare. Probabilmente perché la collaborazione del regime libico è più importante, specie sull’immigrazione. D’altra parte, da quando è in vigore la legge 237/2012, nessuno è stato consegnato alla Cpi dall’Italia.
Le opposizioni protestano a gran voce, oggi al Senato risponderà Piantedosi. Nordio, a quanto pare, no.
(da La Stampa)

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