Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
IL VIDEO MANDATO IN ONDA IERI, INFATTI, NON HA NIENTE A CHE VEDERE CON LA MANIFESTAZIONE CANORA MA ERA STATO GIRATO A MAGGIO. LA RIPRESA, FATTA DA PADRE ENZO FORTUNATO (CHE DUE GIORNI SI E’ DIMESSO), ERA UN RINGRAZIAMENTO DEL PONTEFICE AGLI ARTISTI CHE AVEVANO PARTECIPATO (GRATIS) ALLA GIORNATA MONDIALE DEI BAMBINI PRESENTATA PROPRIO DA CARLO CONTI, ALLO STADIO OLIMPICO DI ROMA
Che Papocchio! Dopo la patacca degli ascolti, arriva anche quella sulla partecipazione a sua insaputa di Bergoglio a Sanremo. Stamattina Papa Francesco ha appreso della sua comparsata di ieri sera al Festival e pare che l’abbia presa male.
Il video mandato in onda ieri, infatti, non ha niente a che vedere con la manifestazione canora ma era stato girato a maggio. La ripresa, fatta da padre Enzo Fortunato, era un ringraziamento del Pontefice agli artisti che avevano partecipato (gratis) alla giornata mondiale dei bambini presentata proprio da Carlo Conti, allo stadio Olimpico di Roma. Una patacca bella e buona che ha indispettito il Papa
Che il video fosse riciclato si intuisce da alcuni dettagli: nel filmato mandato in onda da Rai 1 ieri sera Bergoglio è apparso meno sofferente e affaticato, in piena contraddizione con le condizioni di salute degli ultimi giorni. Il Papa, infatti, ha dovuto interrompere l’omelia di domenica per la bronchite: la difficoltà a respirare e a parlare lo ha costretto al forfait. E anche oggi in udienza non ha letto la catechesi. Sarebbe stato un miracolo di San Remo una così improvvisa remise en forme proprio per il Festival.
Altra circostanza curiosa. Due giorni fa padre Enzo Fortunato si è dimesso da responsabile dell’ufficio comunicazione di San Pietro: sarà per l’affaire Sanremo? In pole per sostituirlo c’è Piero Damosso, capo redattore del TG1, che è ancora dipendente Rai e quindi dovrebbe essere legato all’azienda con l’esclusiva. Qualcuno lo ha esentato?
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
LA SORELLA D’ITALIA INTERVIENE AL CONGRESSO DELLA CISL PER BEATIFICARE IL SEGRETARIO SBARRA… L’IRRITAZIONE DI FORZA ITALIA
Fa la parte di Meloni l’eterea, la Callas della nazione, la diva premier. Dice a
Luigi Sbarra, il segretario uscente della Cisl, “guardiamo verso l’oltre e verso l’alto”, ma non saluta i giornalisti ed esce dal retro come i superospiti di Sanremo.
Dove è finita l’underdog che scherzava con la stampa e dove è finito il “salve” che era la sua forza regina, la grazia popolare? Si è innamorata di Sbarra che, raccontano gli alleati, “vuole indicare ministro del Lavoro, farne il suo Franco Marini”, leader del centro, del centrodestra.
A Salvini scippa adesso anche il colore, il verde Cisl, a Tajani porta via un amico, alla sinistra la memoria di Marini, la pipa cattolica. Sono prove di Meloni 40 per cento, esercizi da coro della nazione, i bimbi di Meloni al posto dell’orchestra di Carlo Conti.
È meglio Santanchè che parla a fronte alta, alla Camera, o Meloni, che cammina a muso duro, all’Auditorium Conciliazione, con tanto di funzionari di Questura che scacciano cronisti: “Lontano, lontano. State dentro le transenne! Nelle transenne!”?
Non parla in pubblico da giorni, forse settimane, e illusi i giornalisti, che la seguono “dai fiordi alle dune del deserto”, quelli che credevano che almeno al congresso della Cisl, “ci farà un saluto”. Passano le suorine della Sierra Leone intonando tu “sei la mia strada, altro io non ho” e tutti i corpi dello stato scambiano la cantilena per un ordine dell’Aisi. Cronisti che seguono Meloni da due anni e mezzo, volti familiari che ormai l’Italia conosce, vengono respinti dal servizio d’ordine come fossero carcerieri libici, tanto che una giornalista dai tacchi alti e dallo spirito pronto, risponde: “Eh, no, quelli li liberano”.
Si celebra la staffetta Sbarra-Fumarola, la nuova segretaria Cisl, si festeggia il bellissimo mandato di “Gigi Sbarra”, ma sembra di stare a Kyiv, con gipponi blindati, sgommate improvvise, sirene e silenzi da città coprifuoco. Anche le donne della polizia, madri dolcissime, si sono indurite e ordinano: “Abbiamo disposizioni superiori, se non le rispettiamo, poi la colpa è nostra. Non è detto che entrerete in sala”. La colpa, il castigo, la punizione …
Forse Matteo Renzi esagera quando dice che con Meloni si ha paura anche di parlare, ma è vero, o sarà forse perché si è troppo vicini a San Pietro, alla porta santa, che il clima è da film di Elio Petri, Todo Modo, aria cupa, occhialacci neri, inquisizione da pizzardoni: “Apra la borsa, la apra!” e che i legali dei giornalisti avvertono “il vento è cambiato anche al Csm, fate attenzione. Proteggiti”.
All’entrata, Walter Rizzetto, che è il presidente della commissione Lavoro, deputato di FdI, conferma che la Cisl “lo sentiamo il nostro sindacato” e che “non ci sono derive libiche come dice Renzi, che fa Renzi”. Si stanno imbiancando tutti. E’ imbiancato Fabrizio Alfano, il Fred Buscaglione che Meloni scelse portavoce, con la sigaretta in bocca come stuzzicadenti, ha il passo meno veloce Patrizia Scurti, la segretaria mamma, tuttofare, la forza del governo, lei che ha girato il mondo con Giorgia, ventimila leghe sotto Trump. Anche il colore del quaderno di Meloni è cambiato dal giallo al rosso Mao. I geografi di governo dicono che Meloni tema la Cina più dei dazi di Trump e che rilegge “Heartland” di Halford John Mackinder perché la “Cina è vicina”. Non è la stessa, non è più quella che straordinaria, a Rimini, nel 2023, aveva zittito Landini, la Cgil. Adesso pratica l’annessione gentile. I duemila quadri dirigenti della Cisl la apprezzano ma senza trasporto, per necessità, come riconosce l’iscritto Emilio Iannone di Salerno: “Mi chiede se mi piace, mi chiede se l’ho votata? E io le rispondo che la rispetto e che se si dovesse votare oggi, probabilmente voterei lei, perché la sinistra non è pronta”.
Sono passati due anni e mezzo di governo e senza nominare Landini, ma riferendosi a Landini, Meloni lo agita ancora come nemico perché occorre superare la “tossica divisione”. Sono quattro milioni e duecentomila gli iscritti della Cisl e Meloni vuole far cantare pure loro a San Meloni, il festival del suo consenso, regalarsi un Terzo polo come anello. In prima fila c’è il deputato di FdI, Malagola, quello che in Rai, ospite di Annalisa Bruchi, non sapeva neppure quanto costasse un chilo di pane ma che per la Cisl, dicono i dirigenti Cisl, si sta battendo.
E’ Malagola il relatore del ddl sulla partecipazione, il capolavoro di “Gigi” Sbarra, il segretario che Tajani stava per candidare capolista al sud, alle europee. Poi, nulla. La sinistra, il Pd, ha mandato la senatrice Furlan, che però fa parte dell’album di famiglia, ex segreteria di questo sindacato dal fazzolettone liberale, che parla di “responsabilità” e che sogna di avere un altro Franco Marini, ministro del Lavoro. Quella in carica, la ministra Calderone, forse perché ha già capito che vacilla più di Santanchè, si sente così a disagio tanto da mostrarlo mentre Meloni loda Sbarra a cui ci unisce “l’ottimismo della volontà”.
C’è qualcosa di più della cortesia di Meloni a Sbarra, che ora va a presiedere la Fondazione Marini. C’è in questa visita di Meloni il piano, lo raccontano in Lega e Forza Italia, di irrobustire il centro di Maurizio Lupi anche grazie a Sbarra, questo nonno che piace all’Italia che fatica e risparmia, e che il Pd, clamoroso errore, si è lasciato portar via. All’ultima riunione dei Popolari, le scampagnate che organizza Pierluigi Castagnetti, è stato Sbarra a chiedere alla sinistra, “aiutatemi a sostenere il ddl sulla partecipazione”, ma il Pd ha scelto un’altra strada. Per sedurlo meglio, Rai News 24, la serra della destra Rai, quella che cerca di irretire giornalisti a colpi di citazioni e querele settimanali (papà Mattarella, proteggici da questi direttori stivaloni) ha mandato ben due inviati e uno ha provato in tutti i modi, senza esito, a far parlare male Sbarra di Landini. Tajani ci aveva investito, gli aveva detto: “Gigi, tu sei di Forza Italia” e si accorge solo adesso che Meloni diceva le stesse cose a Sbarra: “Gigi, a FdI, al governo servono persone come te”.
Ne ha conquistato un altro ed esce ormai dalle porte di servizio, per non perdere tempo, accompagnata dai pellegrini, dalle croci dei volontari, lusingata da banche, imprenditori che si lasciano truffare appena sentono “lo chiede il governo”, con gli alleati che ormai le cantano: “Tu sei la mia vita/ altro io non ho/ tu sei la mia strada/ la mia verità/ io ti prego resta con me”.
(da ilfoglio.it)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
“È TORNATO IL VECCHIO REGIME, NON E’ SUCCESSO NULLA”… I PROBLEMI AUDIO CHE HANNO SILENZIATO CONTI PER 20 SECONDI (TROPPO POCHI!), IL VIDEO RICICLATO DEL PAPA… “VEDREMO QUANTO REGGERÀ QUESTA INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELLA BONTÀ, E’ UN FESTIVALONE CHE NON VUOLE DISTURBARE LA MANOVRATRICE MELONI
Finalmente quest’anno si capisce perché il Sanremone ricorda tanto il Natale. Non perché è un rito sempre uguale, non sai mai se più prevedibile o più inevitabile. Nemmeno perché, appena iniziato, vorresti che fosse già finito.
L’Abbronzatissimo si commuove già in sala stampa ricordando la mamma, e poi aggiunge saggio: «Ai figli bisogna dare ali e radici» ( beh, anche un conto alle Cayman non è poi da disprezzare).
L’altro bravo postconduttore, nel senso che presenta il Dopofestival, Alessandro Cattelan, annuncia che, anche lui, cercherà di «replicare quello che di buono i genitori mi hanno insegnato». Quanto al Dopo, concesso e non dato di arrivarci vivi e soprattutto svegli, «non sarà un tribunale» e addirittura le famigerate furibonde polemiche sanremesi, quelle più montate della panna, saranno «un momento di leggerezza».
Perfino il temibile Fedez, fatto il mea culpa per le ultime ben note vicende familiari, gli Atridi al confronto sono Casa Vianello, diventa improvvisamente Dostoevskij: «Cadiamo per imparare a rialzarci», che saggezza, signora mia. L’Estetista cinica (trattasi di Fogazzi Cristina, un milione di follower su Instagram) annuncia uno spot per la body positive, insomma non è più cinica nemmeno lei.
E, una volta iniziato finalmente lo spettacolo, si fa per dire, quando «i Conti tornano», subito Gabbani proclama sotto il baffo malandrino: «Viva la vita / così com’è», mentre Gerry Scotti in quota concorrenza ci rassicura: «Vi voglio bene».
L’abolizione dei monologhi sociopolitici, i «pipponi», nello screanzato gergo della sala stampa, evita eventuali irruzioni dell’attualità, che buona non è affatto, in un festivalone che si vuole disimpegnato, sorridente, leggero, volatile, insomma allo stato gassoso, oltre a non disturbare la manovratrice (a voler pensare male, beninteso, che però spesso a Sanremo significa pensare giusto).
E già incombe il duetto fra l’israeliana e la palestinese sulle note di Imagine, e con tanto di clamorosa omelia del Papa, insomma peace and love ovunque. In fin dei conti, già Lollobrigida (il ministro, non la bersagliera) ci garantì che bastava attovagliare Putin e Zelensky attorno a due spaghi e addio guerra. Non c’è più neanche Fiorello, con la sua satira certo non feroce ma all’occorrenza ficcante.
Sul fronte dark-cattivista da segnalare solo gli artigli di ferro di Gaia e il trucco da diva del muto della metà femminile di Coma Cose. Curiosamente, viene in mente Stalin nel ’35, fra una purga e l’altra: «Vivere è diventato più bello, compagni, vivere è più allegro».
Questo Festival è così dolce da essere sconsigliato ai diabetici. Vedremo quanto reggerà questa insostenibile pesantezza della bontà, posto che, come insegnava il sullodato zio Will, per costruire una drammaturgia che funzioni qualche cattivo ci vuole. Proprio come nella vita vera, là fuori dall’Ariston.
(da La Stampa)
L’Italia vista da Sanremo è una melassa di lacrime, cuoricini, vedi Coma_Cose, o forse più “Un paese di musichette mentre fuori c’è la morte”, come cantava al suo debutto qui uno dei pochi cantautori pensanti di questa edizione, Willy Peyote. Nella prima tornata, 2015-2017, Conti aveva messo in piedi tre festival vecchia maniera: musica e parole, canzoni e intrattenimento.
Poi è cambiato il format, Amadeus ha imposto la maratona e per questo ritorno forzato re Carlo ha deciso di adeguarsi. Se gli domandi cosa resta di uno spettacolo televisivo nel mare di note che va avanti fino all’una di notte, risponde così: “Ho scelto di mantenere un modello che privilegia la musica, anche per essere più moderni”.
Però Amadeus aveva accanto Fiorello e non è un dettaglio da poco per energia, attesa e leggerezza (è pur sempre televisione). L’impressione è che con una dirigenza debole, in una Rai che naviga a vista in un mare di flop, per timore di sbagliare qualcosa si sia deciso di prendere la strada più sicura.
In quest’atmosfera soporifera i vertici di Viale Mazzini si allarmano per tutto, perfino per un’innocua domanda su Urso, di cui sopra: sarà tra il pubblico? “Il ministro sarà qui sabato per presentare il francobollo per la 75esima edizione del festival, alla sera sarà vedrà il festival. Ma non avrà nessun ruolo attivo sul palco”, chiarisce il direttore Prime time, Marcello Ciannamea. Che poi precisa: l’onorevole Vannacci non è stato invitato dalla Rai.
Dunque sospiro di sollievo per il mancato “ruolo attivo sul palco” di Urso (voleva cantare come Gerry Scotti?). Nemmeno le polemiche sull’antifascismo, che tanto avevano agitato gli animi l’anno scorso, si portano più: Conti ha ribadito di essere convintamente antifascista anche ieri, dopo lunedì, ma non se l’è filato nessuno. Va sempre fortissimo l’obituary: la prima puntata si apre con un omaggio al maestro Ezio Bosso (mezzo muto per trenta secondi di blackout dei microfoni), e la Spoon river del debutto abbraccia anche Fabrizio Frizzi e Sammy Basso.
Per il resto, la scaletta (pubblicata sul sito della Rai alle 6 di sera, ai tempi di Amadeus era una caccia al Sacro Graal) prevede nell’intervallo della temuta partita della Juve, hanno piazzato Marcella Bella, Achille Lauro e una pubblicità. La sorpresa Tamberi, con Jovanotti, arriva dopo. Vedremo oggi, con il responso dello share (corretto come il caffè per il nuovo calcolo della total audience che conteggia anche pc, tablet e smartphone) se la normalizzazione pagherà.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
NOMINARE IL MILIARDARIO KETAMINICO A CAPO DEL DIPARTIMENTO IL DIPARTIMENTO PER L’EFFICIENZA GOVERNATIVA È STATO COME METTERE DRACULA A CAPO DELL’AVIS… LE 11 AGENZIE FEDERALI CONTRO CUI SI E’ SCAGLIATO HANNO IN CARICO CIRCA 32 INCHIESTE E DENUNCE NEI CONFRONTI DELLE SUE SEI AZIENDE
L’impero di Elon Musk sta beneficiando della presidenza di Donald Trump.
La volontà del presidente di smantellare le agenzie federali a suon di licenziamenti sta rallentando, se non sospendendo del tutto, le indagini sulle aziende di Musk. Il miliardario sta anche beneficiando della deregulation presidenziale.
Lo riporta il New York Times sottolineando come contro le 11 agenzie su cui si è scagliata la scure di Trump fanno capo circa 32 inchieste e denunce nei confronti delle sei aziende di Musk. Il miliardario è in prima linea nei tagli di Trump nel servizio pubblico e questo lo espone a un conflitto di interessi, nei confronti del quale molti esperti hanno puntato il dito.
Il New York Times precisa comunque di non aver trovato alcuna prova del fatto che Musk abbia ordinato direttamente che un’indagine nei confronti di una delle sue società venisse chiusa o rallentata.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
QUALCUNO E’ SCAPPATO CON IL PALLONE E LA PARTITA SE LA GIOCANO IN POCHISSIMI
Lo scontro tra Elon Musk e Sam Altman per il controllo dell’intelligenza artificiale ci appassiona quel tanto (anzi quel poco) che basta per capire che siamo semplici spettatori di un derby tra miliardari. Lo siamo sempre stati? Non in questa misura.
In qualche maniera, in epoche precedenti, perlomeno nelle democrazie, la sensazione, se volete l’illusione, era che la partita per il governo dell’economia e per l’assetto del mondo fosse qualcosa che riguardasse, se non ciascuna persona, moltissima gente. Del Novecento si può pensare tutto il male possibile: non che sia stato un tempo rinchiuso in poche stanze.
Chiamatela, se volete, lotta di classe, o più banalmente contesa politica, fatto sta che la posta in lizza era esattamente ciò che oggi non sembra più esserlo. Qualcuno è scappato con il pallone, e la partita se la giocano in pochissimi.
A partire dalla corsa al cosmo e alle nuove tecnologie, è come se ci fosse stata una privatizzazione di fatto del futuro. La nostra presenza è prevista, forse anche richiesta, ma solo in qualità di spettatori. Un immenso pubblico mondiale al quale è concesso di fare il tifo, applaudire, fischiare, ma non di partecipare al gioco.
È molto spiegabile, in questo senso, il progressivo distacco di moltitudini di persone dalla politica. Manca, per fare politica, un elemento decisivo, che è la sensazione di contare qualcosa. O almeno qualcosina.
Nel frattempo, in questo turno di campionato, se la giocano Musk e Altman. Può ritenersi soddisfatto solo chi si accontenta di raccogliere le briciole, come i piccioni quando lo stadio si svuota.
(da La Repubblica)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
L’ISOLAMENTO NEL PARTITO E UN’ULTIMA PASSARELLA AL G7 DELL’AGRICOLTURA
Lollobrigida sparisce. Da ministro onnipotente a cerimoniere di sagre, da Beautiful a
fantasma. Non è solo il divorzio da Arianna Meloni: tra inchieste, dossier e imbarazzi vari, il declino era scritto. Da Fratelli d’Italia lo isolano, Giorgia lo scarica, e il G7 dell’Agricoltura diventa la sua ultima passerella. Fine di un’era o solo una pausa tattica?
È febbraio, siamo lontanissimi dai gossip estivi, e qualcuno, cioè Fabrizio Roncone sul Corriere, si pone una domanda inaspettata, quasi con affetto: dov’è finito Francesco Lollobrigida? Il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare sembra essersi eclissato. Niente più uscite roboanti, solo qualche dichiarazione sporadica, quasi prudente. Un silenzio strano per chi, fino a poco tempo fa, era il più potente ministro del governo Meloni. Uno con la fila di questuanti alla porta: “Chiedi a Lollo. Senti Lollo. Ci pensa Lollo”. Lollobrigida, spinge Roncone, a Montecitorio era un’istituzione vivente. Petto in fuori, muscoloso, piacionesco, belloccio, tra i camerati già ribattezzato “Beautiful”, soprattutto spavaldo. Forse troppo. Parlava a ruota libera, senza filtro. Diceva che bisognava fermare la sostituzione etnica. Dichiarava l’etnia italiana a rischio. Spiegava che i poveri mangiano meglio dei ricchi. Esultava perché la siccità colpiva la Sicilia. Si dispiaceva che la nostra Costituzione fosse nata dall’antifascismo. Un giorno, addirittura, faceva fermare un Frecciarossa in una stazione non prevista: doveva correre in tv, aveva fretta. Era sceso, proseguendo il viaggio con l’auto blu. Quando raccontano la scena a Giorgia Meloni, lei pensa a uno scherzo. Poi sbianca. E s’infuria. Dal giro di Lollo provano a minimizzare: “In realtà qualsiasi passeggero, volendo, può fermare un treno”.
Il ministro Lollobrigida in bermuda mimetiche
E poi c’è la storia del suo portavoce. Un certo Paolo Signorelli, che porta lo stesso nome del nonno, storico esponente dell’estrema destra, e con amicizie discutibili: tra queste, Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, capo ultrà della Lazio e boss criminale, finito giustiziato perché si stava allargando troppo. Polemiche a parte, torniamo al gossip. Agosto, Puglia. Scenografia: i trulli. Arianna Meloni, che nel frattempo ha preso le redini di Fratelli d’Italia, annuncia la fine dell’amore. Lei e Lollone si lasciano. Di colpo. E, guarda caso, Lolluccio evapora. Da allora, solo amministrazione ordinaria: difende il carciofo romanesco, inaugura la sagra del fungo porcino. Tutto molto sobrio. Solo che il vecchio Lollo manca. “Liberatelo, please”, conclude Roncone. Noi di MOW, e non solo noi, lo avevamo scritto tempo fa: Francesco Lollobrigida era sempre più isolato dentro Fratelli d’Italia, e persino Giorgia Meloni, sua ex cognata, aveva preso le distanze.
Già allora era chiaro che il problema non fosse solo il divorzio da Arianna Meloni, ma un intreccio di eventi e scandali che lo avevano trascinato in una spirale discendente. C’erano stati i dossier di cui parlava Alessandro Sallusti, le inchieste su Acca Larenzia, lo scandalo poi risultato assurdo che aveva travolto Nello Trocchia e Sara Giudice, fino alle accuse di Maria Rosaria Boccia sulle nomine pilotate, in cui spuntava anche Arianna Meloni, e le polemiche sui veri rapporti tra la Boccia, appunto, e lo stesso Lolly.
Intanto, a Lollobrigida sembrava essere rimasta solo la gestione del G7 dell’Agricoltura a Ortigia, in tenuta da spiaggia, segnale inequivocabile di un ridimensionamento. Lo avevamo detto anche quando, all’improvviso, Lollobello era sparito dai social e aveva smesso di rilasciare dichiarazioni pubbliche: sembrava chiaro che il suo destino politico fosse appeso a un filo. Il tempo sembra aver dato ragione a questa teoria, ma forse ha ragione Roncone: ridateci il Lollo dei bei tempi, e magari anche Sangiuliano.
(da mowmag.com)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
UN ALTRO SONDAGGIO RIVELA CHE IN UK UN GIOVANE SU CINQUE NON CREDE PIÙ NELLA SOVRANITÀ POPOLARE
La maggioranza dei giovani cittadini britannici, di età compresa fra i 18 e i 27 anni, non è orgogliosa del proprio Paese e – potendolo evitare – non prenderebbe le armi per difenderlo o per combattere in suo nome. Lo testimonia una ricerca del Times, fondata sulle risposte a un sondaggio condotto dall’istituto YouGov fra la cosiddetta generazione Z.
Il giornale di Rupert Murdoch, storica testata di riferimento dei benpensanti d’oltre Manica, ne riferisce in prima pagina in toni allarmati. Ciò che sembra emergere da questo studio è una perdita di credibilità del modello di patria loro proposto: con appena il 41% degli intervistati che si dice fiero di appartenere al Paese, quasi metà che lo considera razzista, una maggioranza che lo ritiene fin troppo ancorato al passato. Mentre solo un 15% è convinto di far parte di un Regno davvero unito o capace di offrire pari opportunità; e addirittura non più del 10% si dichiara pronto a indossare la divisa e a rischiare la vita in una “guerra per la patria”.
“Se non siamo disposti a combattere per le nostre libertà e per il nostro stile di vita, come abbiamo sempre fatto nella storia, diventeremo prede in un mondo di predatori”, è insorto a nome dell’establishment militare il generale Patrick Sanders, capo di stato maggiore della difesa, subito interpellato dal Times per un commento. Mentre la leader dell’opposizione conservatrice, Kemi Badenoch, ha definito i risultati della ricerca alla stregua di “una sveglia” dando la colpa di questi sentimenti a coloro che promuovono “una narrazione divisiva” del Paese e della società
Più articolata appare invece l’interpretazione di Bobby Duffy, direttore del Policy Institute al King’s College di Londra, il quale attribuisce il malcontento dei giovani a un sistema che li espone a precarietà, disuguaglianza e “alla stagnazione” delle prospettive di retribuzione; oltre che all’inserimento di nuovi fattori “culturali” nella valutazione dei modelli politici.
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
LA “FONTE DI ESPOSIZIONE”? SPESSO I GENITORI. COME ACCADE PER IL FUMO PASSIVO, ANCHE LA COCA, VOLATILE E ADESIVA, SI DEPOSITA SU VESTITI, MANI E VOLTI, VENENDO TRASMESSA AI PIÙ PICCOLI ATTRAVERSO SEMPLICI GESTI QUOTIDIANI, COME PREPARARE LA PAPPA O DARE UN BACIO
Un dato allarmante emerge dall’azienda ospedaliera dell’Università di Padova: ogni
settimana almeno un bambino risulta positivo a sostanze stupefacenti. La fonte di esposizione? Spesso mamma e papà. Come accade per il fumo passivo, anche la cocaina, volatile e adesiva, si deposita su vestiti, mani e volti, venendo trasmessa ai più piccoli attraverso semplici gesti quotidiani come preparare la pappa o dare un bacio.
Secondo la dottoressa Melissa Rosa Rizzotto, responsabile del Centro per la diagnostica del Bambino maltrattato, l’aumento dell’uso di droghe dopo la pandemia di Covid-19 sta trasformando l’esposizione dei minori in un’emergenza sanitaria.
“Quando un bambino risulta positivo a una determinata sostanza, spesso i genitori lo sono per la stessa – spiega la dottoressa a Il Gazzettino – e non si tratta solo di episodi sporadici, ma talvolta di situazioni croniche”.
Dal 2007, anno della sua nascita, il Centro ha seguito oltre 1.600 famiglie per casi di maltrattamento, trascuratezza grave e abuso. Il 15% dei pazienti arriva per esposizione a sostanze stupefacenti.
La contaminazione passiva da cocaina può compromettere organi vitali come cuore, reni e cervello, con sintomi che vanno da tachicardia e crisi epilettiche a scosse degli arti superiori. Nel Padovano si registrano circa 50 nuovi casi positivi all’anno, la maggior parte sotto i 3 anni. L’80% dei bambini è positivo alla cocaina, talvolta associata a oppiacei, metadone, alcol o farmaci. Fortunatamente, i casi di somministrazione intenzionale da parte dei genitori sono rari. Più spesso si tratta di contaminazione domestica o ingestione accidentale.
“Basta una minima dose per causare effetti devastanti in corpi così piccoli – conclude Rizzotto – anche perché la cocaina rimane in circolo anche 15 giorni in un corpicino di pochi chili”.
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
LA FUGA DI MELONI DALL’IMBROGLIO DEL CASO ALMASRI NON HA GLORIFICATO, MA AZZOPPATO LA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE ALLA QUALE SI È SOTTRATTA. È STATA LA MISURA DI UN POTERE PERSONALE SFRONTATO, ESPEDIENTE PER RIBADIRE CHI COMANDA”
Era dai tempi di Berlusconi che una sedia abbandonata non riusciva a essere così sfrontatamente protagonista e persino evocatore di letteratura, cinema e teatro. E, visto che ci minaccia Sanremo, nella trovata di Giorgia Meloni, che si è negata al Parlamento lasciando Nordio e Piantedosi a estenuarsi al posto suo, mettiamoci pure la tristissima canzone di Piero Ciampi: L’assenza è un assedio.
La fuga di Meloni dall’imbroglio del caso Almasri non ha glorificato, ma azzoppato la democrazia parlamentare alla quale si è sottratta. È stata infatti la misura di un potere personale sfrontato, non viltà del non scegliere, e neppure paura dello scontro personale figuriamoci – ma espediente per ribadire chi comanda.
Il precedente, rimasto memorabile, è appunto il Berlusconi che, nel lontano 2013, non partecipò alla seduta del “suo” Consiglio dei ministri che salvava con un decreto ad hoc la “sua” Retequattro. Si ritirò nella stanza accanto lasciando sulla sedia vuota l’impronta delle chiappe.
Assente ma ingombrante, nel giorno del trionfo del conflitto di interessi, era incolpevolmente ignaro che anche Luciano Liggio preferiva ritirarsi in una camera vicina a comporre poesie bucoliche per dare ai suoi picciotti la libertà di emettere le sue sentenze di morte e, subito dopo, di eseguirle. Al suo posto lasciava una sedia vuota e sul tavolo una lupara.
È sempre la forza che rende l’assente più presente dei presenti, è il potere che trasforma il sottrarsi in un imporsi. E infatti, durante tutto il dibattito parlamentare, Meloni è stata “l’assente che non si può cacciare”, il “mi si nota di più”, ma anche il rovescio dei fratelli Coen, L’uomo che non c’era, che è la storia di un barbiere che “non c’era soprattutto quando c’era” mentre Meloni “c’era soprattutto il giorno che non c’era”, ovviamente con la gentilezza del genere appropriato: “la donna che non c’era”.
E l’umiliazione è diventata autoprofanazione quando Nordio […] è andato a Un giorno da pecora a spiegare come prepara lo spritz e quanto gli piace il Negroni, a interpretare cioè, come il Totò de La patente, la caricatura con la quale l’offendono. È il programma-radio che ha preso il posto del Bagaglino, che fu il tempio ridanciano dove farsi tirare le torte in faccia divenne l’aspirazione di tutti i semivip italiani a caccia di promozione.
(da La Repubblica)
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