Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
LA FACCENDA È GIURIDICAMENTE COMPLESSA: BISOGNA CAPIRE SE SERVA ANCHE UNA MODIFICA DEL PROTOCOLLO CON TIRANA. L’IMMINENTE CAMPAGNA ELETTORALE ALBANESE NON AIUTA IL GOVERNO MELONI
C’è stata un’interlocuzione tra il Quirinale e Palazzo Chigi sul decreto Albania in questi
ultimi giorni. Gli uffici della Presidenza della Repubblica hanno provveduto ad inviare delle osservazioni ai tecnici del governo, segno di un vaglio delle varie bozze del provvedimento
Il governo non avrebbe però ancora abbandonato l’idea di trasferire i migranti irregolari, privi di requisiti per rimanere nel nostro Paese, nei centri albanesi, trasformandoli così in Cpr, centri di permanenza per il rimpatrio
Non c’è ancora un testo che metta d’accordo le varie anime della maggioranza. E non è da escludere che i suggerimenti giunti dal Colle abbiano pesato.
Del resto la faccenda è anche giuridicamente complessa: gli uffici legislativi del Viminale e di Palazzo Chigi da giorni si riuniscono per capire se serva anche una modifica del protocollo con l’Albania. L’imminente campagna elettorale albanese peraltro non aiuta il governo Meloni: il partito democratico, di centrodestra, che si oppone al premier Edi Rama, contesta infatti l’accordo con l’Italia.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
“OPPORSI A TRUMP E’ OPPORSI A DIO”: I CIALTRONI SEDICENTI CRISTIANI CHE POSANO CON IL CRIMINALE
Come tutti sappiamo, e la Storia ce ne ha date infinite prove a partire dal balcone di piazza Venezia, essere ridicoli non esclude l’essere pericolosi, anzi. L’ultima conferma ci viene – ma guarda un po’ – dalla Casa Bianca, un posto dove abita Donald Trump, in subaffitto Elon Musk e poi giù giù per la scala gerarchica una pletora infinita di consiglieri squinternati, estremisti bianchi, portavoce isterici, funzionari che sembrano usciti da un film di Kubrick (scegliete voi tra Il dottor Stranamore e Shining). Uno si dice che gli autori della commedia devono essere bravissimi, per inventarsi una trovata tutti i giorni, e anche più volte al giorno, e il pubblico sceglie la sua gag preferita da raccontare al bar. Ecco: la creazione del Faith Office, l’“Ufficio della Fede”, sembra finora una delle migliori, perché si scivola da Kubrick ai Monty Python e viene da fare i complimenti al cast.
Nella foto diffusa dalla Casa Bianca – quella dove una trentina di predicatori, telepredicatori, guru paracristiani, pastori delle più improbabili chiese e congregazioni posano intorno a Trump – c’è tutto, ma proprio tutto, il campionario dell’attuale follia americana. Roba che se un autore satirico l’avesse consegnata al direttore se la sarebbe vista respinta: “Va bene il grottesco, ma non esageriamo!”. E invece
Non si capisce bene cosa dovrebbe fare il nuovo ufficio presidenziale a proposito di fede, ma quel che si legge qui e là è che dovrebbe arginare i “pregiudizi antricristiani”. Perbacco.
Per arginare i pregiudizi anticristiani Trump ha scelto la sua personale consigliera spirituale (eh? ndr), una certa Paula White, una che dice che “Opporsi a Trump equivale a opporsi a Dio”, e che vuole dichiarare la Casa Bianca “Luogo santo”, aggiungendo che “È la mia presenza che santifica il posto” (la modestia è tutto, sapete).
La compagnia di giro nella foto è già di per sé esilarante senza nulla aggiungere. Ci sono il cantante Kid Rock e il tastierista dei Journey, incidentalmente marito della White (secondo marito, per essere precisi), poi vari mental coach, gente che ha scritto libri su come liberarsi dai debiti, creazionisti, autori di podcast sulla Bibbia, quasi tutti tengono corsi sulla fede, chi in presenza e chi online, gente convinta che Darwin era un farabutto comunista.
La regina però è lei, la telepredicatrice Paula, che dice di aver visto Dio nel 1984, e da allora non si è più ripresa. A leggere la sua biografia ci si perde tra chiese fondate, fallite, rifondate, fuse con altre chiese, dove distinguere tra preti e amministratori delegati è una fatica, quella sì, di portata biblica. Tra le note di colore ci sono 900.000 dollari di fondi pubblici per costruirsi una villa e un milione per distribuire stipendi ai famigliari (è il caro-chierichetti, una vera piaga). La signora White non è solo predicatrice, ma anche teologa, si direbbe, avendo affinato e perfezionato la speciale Prosperity Theology “teologia della prosperità”, che dice che se sei ricco e in salute è perché Dio ti vuole bene e ti ricompensa; mentre invece se sei povero e sfigato, magari col diabete e la pressione alta, a Dio gli stai sul cazzo. Cosa risolvibile, comunque, donando un minimo di mille dollari alla Chiesa di Paula White. Così, a occhio, sembrerebbe una cosa ridicola, e lo è senza dubbio. Peccato che, come si diceva, essere ridicoli non escluda l’essere pericolosi, e se Dio esiste, da qualche parte, si spera in un suo intervento tempestivo. Un fulmine ben assestato dovrebbe bastare.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
I MEMBRI DEL GRUPPO DOVEVANO SELEZIONARE UNA VITTIMA TRA PERSONE VULNERABILI, AMMAZZARLA E E PUBBLICARE IL VIDEO DELL’OMICIDIO SUL DARK WEB – GLI INVESTIGATORI HANNO TROVATO NEL CELLULARE DEL RAGAZZO CONTENUTI PEDOPORNOGRAFICI, FOTO E VIDEO DI OMICIDI, SPARATORIE SCOLASTICHE, DECAPITAZIONI E “ESPERIMENTI” CON ORDIGNI ESPLOSIVI RUDIMENTALI
È sospettato di appartenere a un gruppo satanista e neonazista suprematista un 15enne,
arrestato questa mattina all’alba dalla Sezione antiterrorismo della Digos della questura di Bolzano, in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale per i minorenni di Bolzano. Il ragazzo è accusato di partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo, fabbricazione ed utilizzo di ordigni esplosivi, porto abusivo di armi, danneggiamento aggravato, detenzione e diffusione di materiale pedopornografico.
Il giovane, residente nella zona di Bolzano, secondo gli inquirenti, apparteneva a un gruppo neonazista internazionale. L’indagine ha avuto inizio a seguito di una attività informativa della Digos a seguito della quale tempo fa è stata effettuata una perquisizione nell’abitazione dove il giovane vive con la famiglia. Nel corso della perquisizione sono stati sequestrati due computer ed uno smartphone ed un’ascia, oltre a materiale che testimonia la sua militanza in un gruppo satanista e neonazista suprematista.
Il minore si era unito a un gruppo di estrema destra ed era molto attivo su vari canali Telegram ed era possessore di un portafoglio di Bitcoin. In particolare, i membri del gruppo stavano pianificando un’azione terroristica nel corso della cosiddetta “settimana del terrore“. In termini concreti, i membri avevano il compito di selezionare una vittima tra persone vulnerabili, videoregistrare l’omicidio e pubblicare successivamente il video su un sito russo del dark web.
Dopo aver sperimentato almeno un ordigno esplosivo rudimentale mentre si stava video-riprendendo con il cellulare ed aver acquisito conoscenze specifiche sugli esplosivi attraverso ricerche online ed acquisti su Internet, si era dichiarato pronto a portare termine l’attacco terroristico. Solo l’intervento della Digos e la conseguente perquisizione hanno impedito al minore di eseguire il suo piano.
Da una prima analisi dei dati salvati sullo smartphone del minorenne arrestato oggi sono emerse immagini e video di aggressioni, omicidi e sparatorie scolastiche, inclusi contenuti pedopornografici, oltre che filmati delle frange più radicali dell’Islam, quali video sullo Stato Islamico, attentati, decapitazioni, sparatorie nelle scuole e sostanze esplosive auto-prodotte.
Le sue continue ricerche sul web sono state effettuate anche tramite motori di ricerca con intelligenza artificiale, in cui si indagava sullo stato emotivo e sulle sensazioni dei terroristi durante l’esecuzione di atti cruenti, nonché sulla possibile percezione del dolore da parte degli attentatori suicidi durante il “martirio” attraverso esplosivi.
Il giovane è stato scortato presso l’Istituto di Custodia Minorile di Treviso a disposizione degli inquirenti. In corso le indagini per ricostruire la rete di contatti del giovane arrestato. “Si tratta di una situazione assai delicata e complessa, inquietante da qualunque punto di vista la si voglia analizzare, sia per la giovanissima età dell’arrestato, sia per i contesti eversivi e terroristici internazionali nei quali si è fatto coinvolgere, sia, soprattutto, per i concreti progetti di attentati terroristici ed atti omicidiari che costui ed i suoi accoliti si erano proposti concretamente di attuare – ha evidenziato il questore di Bolzano Paolo Sartori –.
Rimangono ora da chiarire aspetti altrettanto importanti, quali l’estensione effettiva della rete di contatti e di complici del giovane. Ed è su questi aspetti che si concentrano ora le indagini della Digos e dell’autorità giudiziaria”.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
I “VASSALLI” DI TRUMP ALL’INTERNO DELL’UE (ORBAN E MELONI SU TUTTI) SI OPPORRANNO?
Non bisognerebbe distogliere troppo lo sguardo dai mercati per capire la sostanza della geopolitica con la clava di Donald Trump. Il presidente americano ha annunciato lunedì dazi al 25% sull’acciaio europeo: ieri la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha replicato di essere «profondamente dispiaciuta» per l’annuncio del pesante balzello che rischia di gravare sulle esportazioni europee dal 12 marzo: «Si tratta di tasse dannose per le imprese e che colpiscono anche di più i consumatori».
Soprattutto: «Non rimarranno senza risposta: ci saranno contromisure ferme e proporzionate». Una linea, quella della capa dell’esecutivo Ue, pienamente condivisa dal suo gabinetto e dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, che ha espresso il suo «pieno sostegno» alla Commissione nella contro-minaccia di rappresaglie. Il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, ha sottolineato che «non c’è giustificazione per i dazi di Trump, deploriamo questa decisione. Con i dazi aumenterà l’inflazione; sono una tassa per i loro cittadini».
Un’occhiata ai mercati sembra dare ragione a Sefcovic e agli analisti che mettono in guardia sugli effetti nefasti dei dazi sulla stessa economia americana: l’obiettivo di Trump di un dollaro forte e di tassi di interessi bassi fa a pugni con la realtà. I balzelli alle frontiere aumenteranno l’inflazione, e gli investitori stanno indebolendo la moneta americana perché si stanno convincendo che la Federal Reserve avrà margini sempre più ridotti per tagliare i tassi e che l’economia americana si affievolirà.
Finora le minacce di Trump si sono rivelate sempre una leva negoziale: il presidente americano ha fatto marcia indietro sui dazi minacciati al Canada o al Messico, e in Europa si spera in una riedizione della dinamica del primo mandato del presidente americano, quando l’ex presidente della Ue, Jean-Claude Juncker, dopo un braccio di ferro analogo sui tassi, volò negli Usa e strinse accordi con gli americani. E forse la stessa von der Leyen ha fornito un indizio di questa strategia, ieri.
A Bruxelles si vocifera già di accordi per acquisti maggiori di gas e di altri prodotti americani da parte dell’Ue per ammansire Trump. Ma domani, intanto, i polacchi, che detengono la presidenza di turno della Ue, hanno convocato una riunione d’emergenza dei ministri del Commercio per concordare una risposta comune. Prima di seppellire l’ascia di guerra, anche Bruxelles dovrà sventolare la sua clava. Che sembra analoga a quella dei tempi di Juncker: la Ue minaccerebbe dazi sul whisky, sui jeans, sul burro di arachidi o sulle moto Harley Davidson.
Il grande punto interrogativo riguarda i Paesi che si sono posti da tempo come vassalli di Trump, come l’Ungheria: spezzeranno l’unità europea? Fuori dalla Ue, il Regno Unito si è già sfilato dal destino del Vecchio Continente. Ma Viktor Orban ha già imparato che Trump non concede margini nella pretesa di sottomissione agli interessi americani
A fine gennaio il premier putiniano dell’Ungheria ha dovuto rinunciare a porre il veto sulle sanzioni verso la Russia dopo che Washington aveva minacciato nuove misure restrittive verso Mosca. E una fonte diplomatica parla di «irritazione» dei trumpiani verso Budapest per la sua eccessiva dipendenza energetica dai giacimenti siberiani.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
A LASCIARE IL NOSTRO PAESE NON SONO SOLO LAUREATI, MA ANCHE PROFILI ALTAMENTE RICHIESTI DALLE NOSTRE AZIENDE
Tra il 2022 e il 2023 hanno lasciato l’Italia almeno 100 mila giovani. Il triplo di quelli che
sono tornati nel nostro Paese (37 mila). Dal 2011, il saldo è di 377 mila giovani in meno, ovvero la differenza tra 550 mila partenze e 172 mila rientri. E a partire sono in gran parte ragazzi e ragazze del Nord Italia. Alla ricerca di un lavoro migliore, di una retribuzione più ricca, ma non solo. Molti partono per l’istruzione e la qualità della vita, andando verso Paesi che al contrario dell’Italia, riescono ad attrarre talenti. Negli ultimi 13 anni, il nostro Paese ha perso 133 miliardi di euro capitale umano.
Da dove partono i giovani italiani
Del mezzo milione di giovani che negli ultimi 13 anni hanno lasciato l’Italia, 80 mila lo hanno fatto partendo dal Nord Est, e altri 100 mila partendo dal Nord Ovest. Dal Sud sono partiti in 141 mila. Si tratta, rispettivamente, del 4,8%, del 4,4% e del 4,1% del totale. Ma i valori, secondo quanto spiega l’economista Luca Paolazzi della fondazione Nord Est citato dal Sole 24 Ore, sono sottostimati, dato che molti di coloro che se ne vanno mantengono la residenza in Italia. Le regioni dove l’emorragia appare inarrestabile sono soprattutto Lombardia (–63.639) e Veneto (–34.896). Seguono Sicilia (–41.910) e Campania (–32.800). Poi Piemonte (–25.946), Lazio (–25.988), Puglia (–23.913) Emilia Romagna (-21.052). Sotto i 20 mila dalla Toscana in giù
Il capitale perso
E la perdita di capitale umano corrisponde anche a una perdita economica. La Fondazione Nord Est ha analizzato l’investimento pubblico in istruzione e la spesa delle famiglie per sostenere i figli fino al termine degli studi, stimando il valore economico del capitale umano perso con l’emigrazione dei giovani tra i 18 e i 34 anni. Dal 2011 al 2024, questa perdita è stata di 133,9 miliardi di euro, con la Lombardia al primo posto (22,8 miliardi), seguita da Sicilia (14,5 miliardi) e Veneto (12,5 miliardi). Nel solo biennio 2021-2022, il valore annuo del capitale umano emigrato è stato di 8,4 miliardi di euro, calcolato a prezzi del 2023. Questo rappresenta un investimento che avvantaggia i Paesi di destinazione, capaci di valorizzare competenze, energia e ambizione dei giovani italiani. In un contesto di competizione globale per i talenti, l’Italia risulta perdente, sentenzia la Fondazione
Non partono solo laureati
L’identikit degli espatriati è vario. Poco più del 40% di chi parte è laureato, circa il 30% diplomato, e la restante parte non ha né diploma né laurea. Emerge, dunque, che l’estero non è attrattivo solo per i lavori qualificati. Questi ultimi partono principalmente dal Nord, seppure le offerte di lavoro non manchino. Anzi, ben 130 mila dei giovani emigrati ha un profilo altamente ricercato dalle aziende nostrane, evidenzia la Fondazione. Tra il 20% e il 26% di chi parte lo fa alla ricerca di migliori opportunità lavorative. Tra questi, solo il 10% adduce come motivazione uno stipendio migliore. Gli altri si concentrano sulla qualità della vita e sulle opportunità di crescita. Ben il 30% cerca invece studio o formazione
Dove vanno i giovani italiani§
Questo dato, già di per sé preoccupante, diventa ancora più allarmante se si considerano anche gli arrivi. In Italia, per ogni 8,5 giovani che emigrano verso i principali paesi competitor, arriva solo un giovane straniero. Tra il 2011 e il 2023, le dieci principali destinazioni dei giovani italiani sono state Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia, Spagna, Brasile, Stati Uniti, Paesi Bassi, Belgio e Australia. Dal Nord Italia, in particolare, sono partiti 205mila giovani, mentre da questi stessi paesi ne sono arrivati solo 67mila, numero che scende a 28mila escludendo il Brasile.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
COSA SI CELA DIETRO LA LIBERAZIONE DEL CRIMINALE: IN BALLO TRE NUOVE AREE DI ESPLORAZIONE E 22 LICENZE
Nel giorno in cui Osama Njeem Almasri è stato arrestato a Torino in attesa di vedere la partita tra Juventus e Milan, a Tripoli c’era chi si muoveva per riportarlo in Libia. A quanto risulta a Domani ci sono state sollecitazioni informali nei confronti di figure diplomatiche italiane per la liberazione di Almasri. E sempre nelle stesse ore, nella capitale si incontravano i manager delle più importanti aziende energetiche al mondo al Libya Energy & Economic Summit.
Ed è negli affari annunciati in quella kermesse che va anche ricercata la ragione della liberazione del torturatore libico arrestato lo scorso 19 gennaio. Per quel caso le opposizioni hanno annunciato che presenteranno una mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Giustizia Carlo Nordio, mentre dall’Aia hanno avviato un’inchiesta sul governo italiano.
La decisione politica è legata anche agli investimenti presentati all’Al Nasr Forest Convention Center dove erano presenti: Eni, TotalEnergies (Francia), bp (Regno Unito), OMV (Austria), ConocoPhillips (Stati Uniti) e Repsol (Spagna). Tra tutte le società, però, quella protagonista è stata l’italiana Eni, sponsor di primo piano dell’evento.
Nel rapporto finale del summit è tra le aziende più citate. E il GreenStream, il gasdotto che collega la Libia all’Italia approdando a Gela, è stato definito strategico dal ministro del petrolio, Khalifa Abdulsadek: «L’Europa ha bisogno di gas in questo momento, per questo il (gasdotto Greenstream) verso l’Italia è fondamentale. Abbiamo definito una strategia di esportazione del gas», ha detto.
Quel fine settimana mentre le autorità italiane cercavano di capire che fare con Almasri, l’Upstream director di Eni, Luca Vignati, annunciava i nuovi investimenti alla presenza dell’ambasciatore italiano Gianluca Alberini. Affari figli dello storico accordo dal valore di 8 miliardi di euro firmato nel gennaio del 2023 durante la visita della premier Giorgia Meloni e dell’ad Claudio Descalzi tra l’Eni e la compagnia statale libica Noc (National oil corporation).
E così, Vignati ha annunciato che l’azienda è pronta ad aprire nuove esplorazioni, sbaragliando la concorrenza della francese TotalEnergies. «In nessun altro paese avremo tre pozzi di esplorazione in tre diversi contesti nel 2025», ha detto Vignati. Non solo. Eni è interessata a partecipare al nuovo round di emissioni di licenze libiche che ci saranno in questo 2025 per ottenere il controllo di 22 blocchi onshore e offshore. Nella seconda parte dell’anno inizieranno anche le esplorazioni nel bacino di Ghadames al confine con l’Algeria, rimaste in sospeso da oltre dieci anni.
Il ricatto
Insomma, gli affari italiani in Libia sono enormi. E si fondano su buoni rapporti anche diplomatici. A questo si aggiunge quanto riferiscono autorevoli fonti libiche a Domani. E cioè che autorità paramilitari libiche avrebbero utilizzato canali informali per esercitare pressioni sul personale diplomatico italiano di alto profilo facendo leva sul GreenStream e chiedendo l’immediata liberazione di Almasri.
Contattata da Domani, la Farnesina ha risposto che l’Ambasciata d’Italia a Tripoli e il suo personale «non hanno ricevuto segnalazioni o richieste da parte libica». Osama Njeem Almasri è uno dei vertici delle Special deterrence forces, meglio note come Radaa, la quarta unità paramilitare più importante di Tripoli. I suoi uomini controllano il carcere di Mitiga ma anche parte dell’aeroporto internazionale. Sono conosciuti per essere senza scrupoli e pur di liberare uno dei loro capi sarebbero anche disposti ad attivare i loro contatti per usare il gas come leva di scambio.
Basta guardare alla grande accoglienza riservata ad Almasri una volta atterrato alle 21:32 a bordo del volo di stato italiano. Nei giorni successivi una festa si è tenuta tra cene, canti e balli per la sua liberazione. In Italia, invece, il governo Meloni ha protetto i suoi investimenti energetici.
Instabilità
Al momento il gas proveniente dal paese nordafricano è molto poco rispetto al fabbisogno giornaliero italiano a differenza di quello di paesi come l’Algeria. Ma il governo libico ha intenzione di aumentare la produzione viste le risorse. L’instabilità politica e lo scontro tra i due centri di potere, quello in Tripolitania di Abdel Hamid Dbeibeh e quello in Cirenaica del generale Khalifa Haftar, sfociato in lotte armate tra gruppi e milizie avevano finora rallentato i flussi degli investimenti verso il paese nordafricano. Era crollata la stabilità garantita dal regime di Muhammar Gheddafi che attraverso la repressione e una rete clientelare riusciva a tenere a bada i vari gruppi. Il processo di transizione politica della comunità internazionale è stato fallimentare, come dimostra la nomina avvenuta a fine gennaio del decimo inviato speciale designato dalle Nazioni unite dall’inizio della guerra civile.
Ora però gli equilibri sono cambiati. Le milizie e il governo sono consapevoli che possono usare l’energia come ricatto e arma. Dal 2011 a oggi decine di stabilimenti energetici sono stati presi di mira per ritorsione. Il Mellitah Complex, da dove parte il GreenStream, è stato attaccato più volte nel 2013, 2016 e 2020. Nell’aprile del 2021 alcune milizie provenienti da Zuwara hanno attaccato lo stabilimento per almeno due giorni come ritorsione per l’arresto di Abdul Rahman Milad, meglio noto come Bija, il trafficante di esseri umani ucciso in un attentato a settembre del 2024. Nel gennaio dello scorso anno il governo di Tripoli ha annunciato di voler rafforzare la sicurezza nello stabilimento di Mellitah, per evitare ritorsioni come sarebbe accaduto dopo l’arresto di Almasri. Il GreenStream e gli investimenti energetici italiani sono state alcune delle leve utilizzate per la liberazione del generale.
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
I TRE GIUDICI CHE COMPONGONO IL COLLEGIO HANNO ACQUISITO GLI ATTI SULL’ARRESTO E LA SCARCERAZIONE DEL TORTURATORE LIBICO. ENTRO APRILE DECIDERANNO SE ARCHIVIARE IL PROCEDIMENTO O INOLTRARE LA RICHIESTA
Il Tribunale dei ministri ha mosso i primi passi nell’indagine sulla scarcerazione del
generale libico Najeem Osama Almasri, partendo dal ministero della Giustizia. Alla Direzione che si occupa degli affari internazionali le tre giudici che compongono il collegio hanno inviato un ordine di esibizione di atti chiedendo copia di tutto il carteggio relativo al detenuto arrestato dalla polizia — su mandato della Corte penale internazionale — all’alba di domenica 19 gennaio e liberato dalla Corte d’Appello di Roma la sera di martedì 21 gennaio.
Con il silenzio-assenso del Guardasigilli Carlo Nordio, che nonostante le interlocuzioni interne al suo dicastero e le sollecitazioni della Procura generale ha ritenuto di non fare nulla per trattenere il detenuto ricercato dalla Cpi che lo accusa di crimini di guerra e contro l’umanità.
Nordio è indagato per una presunta omissione d’atti d’ufficio, ipotizzata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi quando ha trasmesso al Tribunale dei ministri l’esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti che ha denunciato lo stesso Guardasigilli, insieme alla premier Giorgia Meloni, al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al sottosegretario Alfredo Mantovano per favoreggiamento e peculato.
Analoga richiesta del collegio per i reati ministeriali è stata inoltrata alla Corte d’Appello e alla Procura generale della Capitale, per acquisire i provvedimenti relativi ad Almasri e le note con cui il pg aveva sollecitato Nordio a comunicare le proprie «determinazioni» in relazione a un arresto che, secondo l’interpretazione dei magistrati romani, aveva bisogno dell’avallo ministeriale per essere mantenuto.
In assenza di quell’autorizzazione la Corte, su parere conforme del pg, ha dichiarato il «non luogo a provvedere» e l’immediata scarcerazione del detenuto. Poi rimpatriato con un volo dell’Aeronautica militare italiana.
Tra le carte trasmesse dal ministero di via Arenula (sebbene fonti vicine al Guardasigilli neghino anche l’arrivo della richiesta) c’è pure la bozza del provvedimento preparata dagli uffici tecnici con il quale il Guardasigilli avrebbe potuto rimediare alla «irritualità» dell’arresto di Almasri segnalata dai magistrati romani e confermare la detenzione del ricercato.
Secondo la loro interpretazione, infatti, l’ordine della Cpi sarebbe dovuto passare, prima di essere eseguito, proprio dal ministero della Giustizia, al quale la legge affida «in via esclusiva i rapporti di cooperazione tra lo Stato italiano e la Corte».
Ma in questo caso dopo l’invio del provvedimento all’ambasciata italiana all’Aia (dove ha sede la Cpi) e l’inserimento del nome del ricercato nei terminali dell’Interpol, non era arrivato il «via libera» del Guardasigilli; una irregolarità che secondo i giudici romani impediva la convalida della cattura eseguita dalla polizia.
Gli uffici ministeriali, tuttavia, avevano predisposto per il ministro un atto urgente che dava conto della procedura anomala e sanava l’errore procedurale emettendo di fatto un nuovo ordine d’arresto che potesse tenere in carcere il generale libico per la successiva consegna alla Corte dell’Aia.
Ma Nordio non ha voluto tenerne conto e ha scelto di non rispondere al pg che attendeva sue notizie. Determinando così la liberazione del ricercato. Di qui l’ipotesi di omissioni di atti d’ufficio, immaginando che — al contrario di quanto avvenuto — il ministro avesse avuto l’obbligo di rispondere alle istanze ricevute.
Eventualità che Nordio ha respinto durante la sua informativa al Parlamento, spiegando di aver compiuto valutazioni politiche e giuridiche che l’hanno portato a non dare seguito al mandato d’arresto giunto dall’Aia. Per il ministro quell’atto era viziato da ben altri errori, a partire dalla confusione sulle date nelle quali Almasri avrebbe commesso i reati di cui è accusato, e per questo lo ha ritenuto nullo.
Il Tribunale dei ministri, entro la fine di aprile dovrà decidere se archiviare il caso o inoltrare la richiesta di autorizzazione a procedere alla Camera dei deputati. Sempre tramite il procuratore di Roma
(da il “Corriere della Sera”)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
A PALAZZO CHIGI OGGI SUMMIT DI MAGGIORANZA: SUL TAVOLO ANCHE IL TERZO MANDATO E, SOPRATTUTTO, L’ATTIVISMO INTERNAZIONALE DEL LEADER LEGHISTA, UNA MINA VAGANTE NELLA MAGGIORANZA
Nessuno, finora, aveva mai avuto il coraggio di ammetterlo con tanta chiarezza: «Non riusciremo ad approvare il premierato entro la fine della legislatura».
Sarà che si sentiva al riparo da occhi indiscreti o dai taccuini dei cronisti, tra le mura amiche della segreteria nazionale di Forza Italia, ma il vicepremier Antonio Tajani ha usato parole nette. Il suo – come confermato a La Stampa da diverse fonti presenti all’incontro – è un passaggio rapido all’interno di un più ampio intervento.
Tutti però colgono immediatamente la portata di quella frase, nel centrodestra, mai sentita prima.
Che il percorso della “madre di tutte le riforme” fosse rallentato non è un mistero. Nel Palazzo se ne discuteva.
Solo un mese fa, però, la premier di fronte alle telecamere puntava i piedi: «Vorrei arrivare alle prossime elezioni con la riforma del premierato approvata e questo – spiegava nel corso della conferenza stampa di inizio anno – comporta una legge elettorale tarata sul premierato». Un desiderio, nessuna certezza. E infatti aggiungeva: «Se il premierato non dovesse arrivare in tempo, cosa che io non auspico, allora ci si interrogherà sull’attuale legge elettorale, se sia la migliore oppure no». Ora Tajani può solo esplicitare quel che è evidente: la riforma è finita su un binario morto. E con l’Autonomia ancora in alto mare, in piedi resta solo la sua bandiera, la separazione delle carriere.
Per il vicepremier e ministro degli Esteri, morta la riforma, non deve morire anche l’idea di modificare la legge elettorale. Nel suo partito ne stanno discutendo. «Se il centrosinistra andrà unito alle prossime elezioni – dice uno dei colonnelli di Forza Italia –, dobbiamo ridurre la parte maggioritaria della legge e rafforzare quella proporzionale, altrimenti rischiamo di perdere troppi collegi». La preoccupazione maggiore riguarda i territori meridionali, fortino del consenso azzurro. Tanto che i forzisti stanno organizzando gli “Stati generali per il Sud”, evento che dovrebbe tenersi in primavera.
Sulle modifiche da apportare alla legge elettorale non è detto che i Fratelli d’Italia e la Lega di Matteo Salvini siano d’accordo. Per parlarne però ci sarà tempo. Prima si devono sciogliere altri nodi. Già questa mattina i tre si vedranno. L’agenda, ufficialmente, recita “Sanità”. A Palazzo Chigi, Meloni incontrerà Tajani, Salvini e il ministro della Salute, Orazio Schillaci, assieme al titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Ma sul tavolo non c’è solo la riforma con cui diverse Regioni (specie quelle autonomiste) chiedono di stravolgere il sistema sanitario nazionale. Il confronto avverrà sull’intera gamma delle fibrillazioni che da giorni agitano gli alleati di governo.
La pace fiscale salviniana e il redivivo ius scholae azzurro, ad esempio. Ma pure il pressing sul terzo mandato e, soprattutto, l’attivismo internazionale del leader leghista.
La visita di Salvini in Israele ha suscitato un certo fastidio alla Farnesina, perché il leader leghista sembrava atteggiarsi da ministro degli Esteri e, più in generale, per il trumpismo ostinato con cui sta inaugurando il suo personalissimo nuovo corso.
«Dobbiamo stopparlo subito, prima che inizi a fare casino davvero» è il mantra attribuito alla premier che si intercetta a via della Scrofa.
Se i fantasmi del Papeete sembrano popolare le riflessioni a lunga gittata della prima linea dell’esecutivo, i riverberi della tensione impattano su una riforma – quella della sanità, appunto – su cui Meloni punta molto per strappare un’arma dalle mani di Elly Schlein.
(da La Stampa)
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Febbraio 12th, 2025 Riccardo Fucile
SALVINI IN PRESSING SULLA PACE FISCALE E LA ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE, MA GLI ALLEATI RIBADISCONO AL MINISTRO GIORGETTI: “LA PRIORITÀ È IL TAGLIO DELL’IRPEF”
Un percorso parlamentare rapido, per arrivare a un’intesa con gli alleati che permetta di
approvare la nuova rottamazione delle cartelle entro la primavera.
Lo ribadirà il segretario della Lega Matteo Salvini al Consiglio federale della Lega, convocato oggi alle 13 negli uffici del gruppo a Montecitorio. Al primo punto del lungo ordine del giorno (autonomia, elezioni regionali e amministrative, autonomia, sicurezza, tesseramento) spicca il fisco come «emergenza nazionale». Tra i partecipanti ci sarà il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, la cui posizione è stata anticipata dallo stesso Salvini nei giorni scorsi: «Con lui c’è piena sintonia».
Gli esperti economici del Carroccio, da Claudio Durigon ad Armando Siri, da Federico Freni ad Alberto Bagnai, non hanno dubbi sul fatto che il centrodestra si dimostrerà compatto sulla pace fiscale, sono sicuri che si arriverà a un accordo. Il mantra ripetuto dai parlamentari vicini al segretario è questo:
«È nel programma con cui ci siamo presentati alle elezioni, troveremo una sintesi». La Lega intende formalizzare una proposta che parte da questo assunto: ci sono 380 miliardi di euro regolarmente dichiarati da cittadini e imprese tra il 2017 e il 2023 e non incassati dallo Stato.
Occorrerà cercare anche le coperture. Quelle spettano a Giorgetti, che per ora tace, ma è già al lavoro con la Ragioneria per trovare la quadra. Salvini ha bisogno del ministro dell’Economia che stavolta non può dirgli di no come sulle pensioni, deve accontentare il segretario ormai in versione trumpizzata.
La linea del vicepremier leghista è chiara: «La rottamazione quinquies viaggerà speditamente in Parlamento con il contributo di tutti». Altrimenti sarà battaglia in commissione ogni volta che ci sarà materia fiscale, con i leghisti pronti a minacciare la conta come è già successo a dicembre in Senato con l’emendamento sul canone Rai che provocò lo stallo totale del decreto fiscale.
Fratelli d’Italia e Forza Italia stanno alla finestra, convitati di pietra del Consiglio federale del Carroccio. Tutti aspettano un segnale da Giorgetti. «Siamo favorevoli da sempre alla pace fiscale, il ministro dell’Economia dica dove troverà le coperture», ribadisce Marco Osnato di Fdi.
Sia gli esponenti meloniani sia gli azzurri temono che la dote per finanziare la nuova rottamazione si mangi le risorse che servono per tagliare le tasse al ceto medio, la priorità sbandierata nella legge di bilancio dello scorso anno e poi svanita a causa del flop del concordato che non ha garantito il gettito sperato. Il leader di Forza Italia
Antonio Tajani mette in chiaro le cose: «La prima battaglia da portare a compimento è quella dell’abbassamento dell’Irpef dal 35 al 33% per i redditi fino a 60 mila euro l’anno. Questo è un modo per dare un segnale forte al ceto medio produttivo del nostro Paese. Poi c’è anche la rottamazione, ma l’Irpef è la priorità». L’intesa nel centrodestra passa dal “metodo” Giorgetti, il ministro che sa farsi concavo e convesso per necessità.
(da La Stampa)
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