Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
“IL COPIONE È SCRITTO NEI DETTAGLI: LA PREMIER HA FATTO CALARE SU DANIELA UNA CAPPA DI SILENZIO, MA IL DIBATTITO SULLA SFIDUCIA PROPOSTA DA CONTE NON POTRÀ CHE APPRODARE A UNA FIDUCIA DELLA MAGGIORANZA NEI CONFRONTI DELLA MINISTRA…AD AIUTARE LA “SANTA” È LO SCONTRO TRA GOVERNO E TOGHE: “RENDE PIÙ PLAUSIBILE, SEBBENE IRREALE, L’IPOTESI DELLA PERSECUZIONE GIUDIZIARIA VERSO LA SANTANCHE’”
Come salvare un’amica – nel caso la Santanchè – facendo credere di non volerla più nel
governo, di averglielo detto e fatto capire in ogni modo, anche incaricando l’amico più amico che ha, il presidente del Senato La Russa, che le ha parlato tante volte dicendole chiaro che non ha scampo, e quando ha dichiarato «adesso lei farà le sue riflessioni», intendeva dire che stava per dimettersi, anche se poi non è accaduto.
Il piano di Meloni per tenere al suo posto la ministra del Turismo plurinquisita, e adesso rinviata a giudizio, e presto (si fa per dire conoscendo i tempi della giustizia) sotto processo, va avanti con successo.
Il copione è scritto fin nei dettagli: Meloni ha da tempo fatto calare su Daniela una cappa di silenzio, anche ieri alla Camera nessuno di Fratelli d’Italia s’è alzato per difenderla dalla mozione di sfiducia di Conte condivisa dalle altre opposizioni, oggi si voterà, forse sì, forse no perché potrebbe esserci un rinvio, e tutto scivolerà in avanti di una settimana o più.
Non ci vuole molto a capire che un piano così preciso, e così attentamente messo in opera, non avrebbe potuto avere il successo che ha avuto finora, senza due formidabili aiuti, forniti appunto dai giudici e dalla «sinistra» come Meloni definisce indistintamente l’arco politico che va da Renzi a Avs
In questo senso le comunicazioni giudiziarie inviate dal procuratore capo di Roma Lo Voi a Meloni, Nordio, Piantedosi e Mantovano, con la reazione che ne è seguita, la denuncia da parte del Dis, l’organo dirigente dei servizi segreti, dello stesso Lo Voi, avranno l’oggettivo risultato di rendere più plausibile – sebbene irreale – l’ipotesi della persecuzione giudiziaria verso la Santanchè.
E il dibattito, svolto dalle sole opposizioni, sulla sfiducia proposta da Conte, non potrà che approdare ancora una volta, come tutte quelle precedenti, a una fiducia della maggioranza nei confronti della ministra. Dopodiché, potrà calare il sipario su questa commedia, e Meloni e Santanchè potranno tornare a parlarsi.
(da La Stampa)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
A DICEMBRE, LA CORTE COSTITUZIONALE HA ANNULLATO LE PRESIDENZIALI POCHI GIORNI PRIMA DEL BALLOTTAGGIO, DOPO CHE AL PRIMO TURNO AVEVA VINTO A SORPRESA CON IL 23% IL CANDIDATO POPULISTA FILORUSSO, CALIN GEORGESCU, PER PRESUNTE INGERENZE STRANIERE – A MAGGIO CI SARANNO LE ELEZIONI E IN TESTA AI SONDAGGI C’È SEMPRE GEORGESCU
Tra le ombre russe e le avanzate delle forze di estrema destra, continua ad aggravarsi la crisi politica della Romania. Ieri il capo dello Stato Klaus Iohannis, un europeista al potere da dieci anni, ha rassegnato le dimissioni a meno di tre mesi dalle presidenziali del 4 maggio e alla vigilia di un voto parlamentare che rischiava di portare al suo impeachment.
La crisi ha avuto un’accelerazione il 6 dicembre, quando con una decisione controversa la Corte costituzionale ha annullato le presidenziali pochi giorni prima del ballottaggio, dopo che al primo turno aveva vinto a sorpresa con il 23% uno sconosciutissimo candidato populista filorusso, Calin Georgescu. La Corte ha giustificato la scelta — un unicum in Europa — con i sospetti di interferenza russa tramite canali come Tik-Tok, il rischio per la sicurezza nazionale e la violazione delle regole sul finanziamento. Da allora Iohannis era rimasto al potere.
Fino a ieri, quando ha annunciato le dimissioni «per risparmiare alla Romania» una crisi istituzionale: «Non ho mai violato la Costituzione. Nessuno dei nostri partner capirebbe perché la Romania sta licenziando il suo presidente quando il processo di elezione di un nuovo presidente è già iniziato», ha detto. Fosse stata approvata la mozione per la sua sospensione, si sarebbe andati a un referendum che, per Iohannis, avrebbe spaccato il Paese.
La mozione è stata presentata con le firme di partiti di estrema destra, ma anche di membri della formazione liberale europeista Usr, la cui leader Elena Lasconi era arrivata seconda al primo turno delle presidenziali e non ha affatto condiviso la decisione di annullare le elezioni
Iohannis temeva dunque che la sua sospensione sarebbe stata approvata dal Parlamento? «Sì, le pressioni politiche erano sempre più forti e aumentavano le voci di esponenti degli stessi partiti di governo che dicevano di capire le ragioni della mozione, dai socialdemocratici del premier Marcel Ciolacu ai popolari del Partito nazionale liberale (Pnl) cui appartiene Iohannis, fino alla formazione della minoranza ungherese», spiega l’ex europarlamentare del Ppe Cristian Preda, politologo all’Università di Bucarest: «La Corte, annullate le elezioni, ha stabilito che Iohannis sarebbe rimasto fino all’insediamento del successore. Decisione problematica, per molti eravamo di fronte a un terzo, illegale, mandato»
E ora? Rimosso l’ostacolo Iohannis, la campagna elettorale per le presidenziali del 4 maggio potrà concentrarsi, si spera, sui problemi concreti dei romeni e del loro Paese. In testa ai sondaggi c’è sempre Georgescu, che passerebbe addirittura al 37-38 per cento rispetto al 23% del famoso primo turno poi cancellato.
«Ma potrebbe essere eliminato dalla Corte costituzionale, che a novembre ha fatto fuori per le sue posizioni estremistiche e anticostituzionali una candidata altrettanto impresentabile — dice Preda — I suoi voti andrebbero o a George Simion di Aur, un filorusso alleato di Meloni, o all’ex premier Victor Ponta, un socialdemocratico che, come il leader slovacco Robert Fico, è diventato un sovranista filo-Putin e si vanta di essere andato a giocare a golf pochi mesi fa con Donald Trump a Mar-a-Lago».
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
A GENNAIO IL NOSTRO PAESE HA REGISTRATO VALORI SUPERIORI DEL 25% RISPETTO A QUELLI TEDESCHI, DEL 40% RISPETTO A QUELLI FRANCESI, DEL 48% RISPETTO A QUELLI SPAGNOLI…L’AUMENTO COSTERÀ IN MEDIA 201 EURO L’ANNO PER UNA FAMIGLIA E 65MILA EURO IN PIÙ PER UN’IMPRESA TIPO CHE CONSUMA 1.000.000 DI KWH ANNUI
Il mese di gennaio si è chiuso con un prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità in Italia di
143 euro al MWh, in crescita rispetto alla media dei mesi precedenti. Un anno fa, a gennaio 2024, la med
ia mensile era di 99 euro al MWh: l’aumento rispetto ad allora è del 44%.
La curva si presenta in salita decisa da ottobre, quando – secondo i dati del Gme, il gestore dei mercati energetici – la media mensile si era attestata a 116 euro al MWh, diventati 130 a novembre e 135 a dicembre.
Ieri il prezzo medio, come esito del mercato del giorno prima (il metodo con cui si calcola il valore nella borsa elettrica incrociando domanda e offerta per unità di produzione e unità orarie) si è attestato a 163 euro, portando la media di febbraio finora a 154 euro al MWh, confermando quindi una tendenza che va verso l’alto. In Italia la media dell’intero 2024 ha toccato i 108 euro al MWh, contro i 127 del 2023, i 304 del 2022 e i 125 del 2021. Nel 2020 la media annuale, complice anche la pandemia, era scesa a 39 euro al MWh, mentre nei dieci anni precedenti si era tenuta su valori tra i 42 e i 75 euro
Le oscillazioni sono legate al prezzo del gas, che rimane il principale fattore nella formazione del prezzo dell’elettricità a causa del meccanismo del system marginal pricing. E il cui valore continua a crescere (si veda anche il pezzo nella pagina a fianco). In Italia il gas naturale, nonostante rappresenti circa il 40% del mix nella generazione energetica, stabilisce il prezzo dell’elettricità nel 90% delle ore (nell’Ue il gas copre il 20% della produzione e determina il 63% delle ore). Il nostro Paese è al primo posto della classifica europea per numero di ore in cui è il gas a fissare il prezzo.
Allo stesso tempo, confrontando i prezzi dell’elettricità nei principali mercati europei, l’Italia è stabilmente al primo posto anche nella classifica di chi spende di più. Comparando le medie di gennaio 2025, il nostro Paese registra valori all’ingrosso superiori del 25% rispetto a quelli tedeschi, del 40% rispetto a quelli francesi, del 48% rispetto a quelli spagnoli e addirittura del 226% rispetto a quelli della Scandinavia. Un differenziale che è stato una costante negli ultimi 20 anni.
Alla luce degli ultimi aumenti, Nomisma Energia calcola per le imprese una spesa in crescita del 28% nel 2025 per le bollette dell’elettricità. Nello specifico, per un’impresa tipo che consuma 1.000.000 di kWh annui la spesa per l’anno in corso è stimata sui 298.480 euro: 65.605 euro in più rispetto al 2024. Per le famiglie Nomisma valuta una spesa annua, per un nucleo tipo con un consumo di 2.700 kWh, di 852 euro: 201 in più rispetto al 2024, + 31%.
Tra le soluzioni messe in campo per arginare le conseguenze del caro elettricità, per le aziende c’è l’Energy release, con prezzi calmierati a 65 euro al MWh per 3 anni a fronte della restituzione in 20 anni dell’energia utilizzata in capacità rinnovabile installata
Per tutti, si parla da tempo del disaccoppiamento dei prezzi dell’elettricità da quelli del gas. Tutti gli esperimenti di autoconsumo, dalle comunità energetiche rinnovabili al pannello solare sul tetto fino ai già citati Power Purchase Agreement (Ppa) che contrattualizzano sul lungo periodo la fornitura di energia pulita a prezzo fisso, vanno in questa direzione.
E anche il futuro decreto Fer X, con l’introduzione del sistema dei contratti per differenza per sostenere lo sviluppo delle rinnovabili, si incanala sullo stesso filone.
(da il Sole24ore)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
LE INTERCETTAZIONI DELL’INCHIESTA CHE HA PORTATO ALL’ARRESTO DI 181 PERSONE A PALERMO: “IL LIVELLO È BASSO OGGI ARRESTANO A UNO E SI FA PENTITO; ARRESTANO UN ALTRO…LIVELLO MISERO, BASSO, MA DI CHE COSA STIAMO PARLANDO?”… LA NOSTAGLIA PER LA COSA NOSTRA DI UNA VOLTA
Tra le fila mafiose c’è nostalgia della vecchia Cosa nostra e dei boss d’un tempo. Lo rivela la maxi-inchiesta della Dda di Palermo e dei carabinieri che ha portato in cella 181 persone. “Il livello è basso oggi arrestano a uno e si fa pentito; arrestano un altro…livello misero, basso, ma di che cosa stiamo parlando? – diceva il capomafia di Brancaccio Giancarlo Romano non sapendo di essere intercettato – Io spero sempre nel futuro, in tutta Palermo, da noi, spero nel futuro di chi sarà il più giovane”.
Dopo i falliti tentativi di ricostituire la commissione provinciale e di restituire a Cosa nostra un organismo centrale, ai mafiosi resta, dunque, il rimpianto degli storici capimafia dei quali ricordano “prestigio” e spessore criminale. “A scuola te ne devi andare.. – proseguiva il boss Romano- Conoscerai dottori, avvocati, quelli che hanno comandato l’Italia, l’Europa…Per dire quando si parla dei massoni, i massoni sono gente con certi ideali ma messi nei posti più importanti. Se tu guardi ‘Il Padrino’, il legame che aveva .. non era il capo assoluto.., lui è molto influente per il potere che si è costruito a livello politico nei grossi ambienti. Noi che cosa possiamo fare?”
Poi la critica alle nuove leve. “Ma tu devi campare con la panetta di fumo, cioè così siamo ridotti? – aggiungeva – Le persone di una volta, quelli che disgraziatamente sono andati a finire in carcere per tutta la vita, ma che parlavano della panetta di fumo? Cioè se ti dovevano fare un discorso di fumo, te lo facevano perché doveva arrivare una nave piena di fumo. Se tu parli con quelli che fanno business, ti ridono in faccia, Ma questo business è? Siamo troppo bassi, siamo a terra ragazzi. Noi pensiamo che facciamo il business, oggi sono altri. Dico, eravamo prima noi, oggi lo fanno altri, … noi siamo gli zingari”.
Cosa nostra non rinuncia alle vecchie regole come l’indissolubilità del vincolo associativo, che un boss paragona, non sapendo di essere intercettato, al sacramento del matrimonio. “Cosa nostra? ta maritasti sta mugghieri e ta puorti finu a vita”, diceva. Emerge dall’ultima inchiesta della Dda di Palermo. Alcuni poi esprimono orgoglio per l’appartenenza alle cosche propinata come scelta di natura ideologica e non utilitaristica.
“Non ho mai creduto io nella cosa nostra ai fini di scopo di lucro, – dice Gioacchino Badagliacca – io ho sempre pensato che a me … per nobili principi per me questo è quello che è cosa nostra … ci ho sempre creduto dal profondo del mio cuore, dico, e mi sono fatto dieci anni di carcere”.
“Abbiamo degli ideali nostri dentro che non li facciamo morire mai perché ci muremu, – spiega un altro – perché in futuro noialtri preghiamo il Signore che certe cose non finiranno mai perché sappiamo noialtri i nostri ideali, sappiamo perché siamo noi contro lo Stato, perché siamo contro la polizia”.
(da Ansa)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO ALCUNI ESPERTI, QUEI NOMI NON AVREBBERO DOVUTO ESSERE NEL DOCUMENTO PERCHÉ CLASSIFICATO COME “RISERVATO” E NON COME “SEGRETO” E “SEGRETISSIMO”. L’ERRORE POTREBBE ESSERE STATO COMPIUTO IN ORIGINE DALL’AISI
Nessun indagato, per il momento. Un’indagine per rivelazione di atti che, nell’interesse
della sicurezza dello Stato, sarebbero dovuti restare segreti. E la conferma di uno scontro tra pezzi dello Stato senza precedenti: Servizi contro magistratura, Palazzo Chigi contro il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi.
La procura di Perugia ha aperto ieri un fascicolo d’inchiesta dopo aver ricevuto un esposto del Dis, il Dipartimento dell’intelligence. La storia è quella ormai nota dell’indagine avviata dopo una denuncia del capo di gabinetto della premier Meloni, Gaetano Caputi: dopo alcuni articoli pubblicati sul quotidiano Domani , Caputi ha chiesto alla procura di Roma di individuare le fonti dei cronisti.
Nell’ambito degli accertamenti è stata depositata un’informativa dell’Aisi che ricostruiva alcuni accessi alle banche dati, legittimi, degli uomini dei Servizi su Caputi. Una volta letto il documento, i giornalisti-indagati chiaramente l’hanno pubblicato. Da qui, la furia di intelligence e Palazzo Chigi che ritengono che quell’atto avrebbe dovuto restare segreto.
Come ha spiegato nell’esposto il Dis, sarebbe stata violata la legge sui servizi segreti che impone di rendere consultabili e di non consegnare quel genere di atti. Una teoria che ora il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, dovrà studiare. Anche perché è dibattuta: la norma fa esplicito riferimento, dicono in procura a Roma, a un’autorità giudiziaria che «ordina» l’esibizione di documenti classificati. Mentre in questo caso non c’è stato alcun ordine. Ma soltanto una richiesta di acquisizione.
Di più: uno dei problemi è che nel documento siano restati i nomi degli agenti, che invece avrebbero dovuto restare anonimi. Ma, sostengono altri esperti, quei nomi non avrebbero dovuto proprio essere nel documento perché classificato come “riservato” e non come “segreto” e “segretissimo”.
L’errore potrebbe essere stato compiuto dall’Aisi, dunque. Insomma la questione è delicata. Certo è che si tratta di una vicenda senza precedenti. E che per il momento né Lo Voi né il pm titolare dell’indagine. Maurizio Arcuri, sono indagati.
(da La Repubblica)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
“IL FOGLIO”: “CARAVELLI SI È CONFRONTATO SUI NOMINATIVI DI ALCUNI DEI LIBICI SU CUI LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE HA EMANATO UN MANDATO D’ARRESTO. IL CAPO DELL’AISE HA INFORMATO CHI DI QUESTI POTRÀ VIAGGIARE IN ITALIA IN FUTURO SENZA IL RISCHIO DI ESSERE ARRESTATI”
Lo scorso 28 gennaio il capo dell’Aise, Giovanni Caravelli, è volato a Tripoli per un importante incontro segreto con i vertici del governo libico.
Secondo fonti sentite dal Foglio, lo scopo della visita lampo è stato escogitare un piano per evitare nuovi episodi imbarazzanti come quello che il mese scorso ha portato all’arresto e alla scarcerazione immediata di Osama al Najem “Almasri”, capo della polizia penitenziaria di Mitiga.
Caravelli ha incontrato il premier libico Abdulhamid Dabaiba e il procuratore capo di Tripoli, al Sidiq al Sour, con i quali si è confrontato sui nominativi riservati di alcuni dei libici su cui la Corte penale internazionale ha emanato un mandato d’arresto. Il capo dell’Aise ha informato chi di questi potrà viaggiare in Italia in futuro senza il rischio di essere arrestato.
Come svelato dal Foglio lo scorso 27 gennaio, dopo il caso Almasri il tribunale dell’Aia ha emanato altri 86 mandati d’arresto, tutti riservati, contro altrettanti leader e comandanti di milizie libiche.
La decisione dei giudici di non rendere pubblici i nominativi ha lo scopo di facilitare l’arresto dei ricercati, sfruttando l’effetto sorpresa. La mossa si era già rivelata efficace con Almasri, che non era a conoscenza di essere destinatario di un mandato d’arresto e che era stato identificato e fermato dalla Digos a Torino lo scorso 19 gennaio.
Il fatto che il capo dei nostri servizi segreti esterni riveli questi nomi alle autorità libiche garantendo loro libertà di movimento in caso di futuri viaggi in Italia è da annoverare tra le svariate cortesie fatte dal nostro paese al governo libico.
Per molti di questi personaggi, spostarsi fuori dalla Libia è vitale per gestire le proprie attività finanziare all’estero. Per l’Italia invece è un modo per scongiurare nuovi pasticci internazionali, con arresti – e annesse scarcerazioni – difficili da gestire, sia a livello politico sia a livello mediatico.
Sul fronte internazionale, il disvelamento del segreto può complicare ulteriormente le relazioni fra l’Italia e la Corte dell’Aia. La procura della Cpi, tra l’altro, sta già valutando la denuncia presentata da un rifugiato sudanese contro il nostro governo per il mancato arresto di Almasri.
Il contesto temporale del viaggio di Caravelli in Libia si inscrive nel pieno della guerra in corso tra magistratura e servizi segreti su diversi dossier e dimostra che il governo italiano si è attivato per evitare ulteriori incidenti.
Il 28 gennaio era il giorno in cui Giorgia Meloni ha comunicato pubblicamente con un video sui social l’avvio di un’indagine su di lei e sui ministri Matteo Piantedosi, Carlo Nordio e sul sottosegretario Alfredo Mantovano da parte del procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi.
Il giorno successivo invece, il 29, era quello in cui si sarebbe dovuta tenere l’informativa di Nordio e Piantedosi in Parlamento, informativa poi rinviata proprio a seguito della notifica dell’avvio delle indagini a loro carico
La notizia del blitz a Tripoli trova alcuni riscontri grazie a un’altra testimonianza, più generica, emersa di recente. L’attivista libico Husam el Gomati ha confermato alla trasmissione “Piazzapulita” su La7 che, nei giorni successivi al rientro di Almasri all’aeroporto di Tripoli Mitiga a bordo di un volo dei nostri servizi segreti, “un alto funzionario dell’intelligence italiana ha visitato la Libia”.
(da il Foglio)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
“TEMO PER LA MIA VITA, L’OBIETTIVO ERA FARMI TACERE”
David Yambio è il portavoce di Refugees in Libya, il collettivo di migranti rifugiati
politici in Europa che denuncia da tempo le violenze e le torture che le persone migranti subiscono in Libya ad opera delle milizie in dei veri e propri lager. Anche lui è tra le vittime dello spionaggio illegale attraverso il software militare israeliano della Paragon, usato solo dagli Stati occidentali. Yambio è stato uno dei testimoni chiave contro Najeem Osama Almasri, il generale libico accusato di crimini contro l’umanità ricercato dalla Corte Penale Internazionale e liberato dalle autorità italiane, dopo essere stato arrestato lo scorso 19 gennaio, e riaccompagnato in Libia con un volo di Stato. Insieme a Lam Magok e Mohamed Daoud, David è stato tra le tre vittime di Almasri che hanno denunciato al parlamento italiano gli orribili crimini del torturatore libico. L’attività di spionaggio sarebbe stata svelata nello scorso mese di novembre, Yambio ne parlerà oggi al parlamento europeo a Strasburgo dove deve essere audito in merito al caso Almasri. Proprio ieri sempre a Strasburgo si era tenuta la conferenza con il direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato.
Lo spyware entrato da una mail
Con l’iscrizione nell’elenco delle 90 vittime di Paragon di David Yambio, la rete di attività di spionaggio illegale che ne viene fuori assume un carattere ancora più inquietante. Dopo il direttore di Fanpage.it, Francesco Cancellato, il fondatore di Mediterranea Saving Humans, Luca Casarini, ora anche il portavoce di Refugees in Libya. Si collegano in questo modo due dei casi più spinosi e che maggiormente hanno messo in difficoltà il governo Meloni, il caso Almasri ed il caso Paragon. “Ho scoperto che il mio telefono era spiato il 13 novembre scorso – spiega Yambio a Fanpage.it – ero molto preoccupato per la mia vita e per quella delle persone che mi contattano dalla Libia e dalla Tunisia perché vittime di torture. Ho contattato Artur Papyan, ricercatore sulle minacce di Cyber HUB-AM in Armenia, ha fatto le analisi e mi ha detto che il mio telefono era risultato negativo al test Pegasus ma che c’erano indizi di un nuovo virus molto sofisticato sul mio telefono e non poteva fare altro che indirizzarmi al Citizen Lab dell’Università di Toronto”. Proprio i ricercatori del Citizen Lab di Toronto sono gli esperti a cui Meta suggerisce di rivolgersi per tutti quelli che sono stati spiati da Paragon. Sono loro che stanno svolgendo le indagini sui telefoni infettati di cui si ha conoscenza fino ad ora, per trovare tracce dell’attività di spionaggio che riescano a permettere di risalire ai mandanti. “Le indagini dei canadesi stanno andando avanti già dalla fine del mese di novembre, e stiamo raccogliendo dati su questo spyware davvero molto sofisticato. Credo che nei prossimi giorni il Citizen Lab pubblicherà un rapporto sul mio caso a partire dalle tracce che hanno scoperto sul mio telefono” spiega il portavoce di Refugees in Libya. “Mi sono preoccupato molto quando è venuto fuori lo scandalo – sottolinea Yambio – ed ho scoperto che anche persone vicine a me come Luca Casarini sono state spiate con Paragon. Ma a differenza loro io non sono stato colpito tramite Whatsapp ma tramite una mail sul mio Iphone”. Questa è una differenza significativa rispetto ai casi di Casarini e Cancellato che invece erano stati colpiti attraverso l’app di Meta, da cui erano stati avvisati nei primi giorni del mese di Febbraio.
Il collegamento con il caso Almasri: “L’obiettivo è farmi tacere”
Appare fin troppo evidente che l’attività di denuncia delle torture e del traffico di esseri umani fatta da Yambio e da Refugees in Libya sia la motivazione per la quale l’attivista di origini sudanesi sia stato illegalmente spiato. Allo stesso tempo viene da immaginarsi un collegamento con il caso Almasri, se non temporale, visto che lo spyware sul telefono di David è stato scoperto a novembre e il generale libico è stato fermato a Torino a gennaio, sicuramente rispetto alle attività più complessive di trafficanti libici. “Io non lo so se esiste un collegamento tra lo spionaggio ai miei danni e la vicenda Almasri – spiega Yambio – ma visto che mi occupo delle sofferenze che ha inflitto alle persone, direi che tutto è possibile. Chiunque mi spii e invada la mia privacy è un criminale e ha un obiettivo: uccidermi, mettermi a tacere, ricattarmi o utilizzare i dati per uccidere le vittime della tortura in Libia, Tunisia e coloro che testimoniano davanti ai tribunali contro i regimi governativi in Libia e in Europa”. In effetti il portavoce di Refugees in Libya è uno dei testimoni che ha lavorato con la Corte Penale Internazionale per raccogliere le prove dei crimini contro Almasri commessi nel lager di Mitiga in Libya e nelle altre prigioni sotto il controllo del generale libico. “Ho vissuto nella paura costante fino ad oggi – racconta David – viviamo in un’era in cui i dispositivi possono essere manipolati e controllati e possono esplodere come una bomba. E se cercassero di uccidermi in quel modo? Vorranno prendere di mira tutti coloro che sono nei miei dati e invadere anche la loro privacy”.
“L’Europa sta diventato come le dittature africane”
Dopo aver tenuto la conferenza stampa al Parlamento italiano sul caso Almasri, a cui hanno preso parte anche i leader dell’opposizione, David Yambio si appresta ad essere ascoltato anche delle istituzioni del Parlamento europeo. “Vivo qui in Italia e in Europa, merito la tutela della mia privacy e della mia dignità. Mi aspetto un’indagine immediata e approfondita per scoprire chi ha compromesso la mia privacy e sicurezza, chi mi minaccia mentre vivo sul suolo italiano ed europeo. Non sono un criminale, non sono un terrorista e non lo sarò mai, quindi perché uno spyware gestito solo da agenzie governative dovrebbe essere lanciato contro di me?” si chiede. “Forse è anche una chiara indicazione che ciò che inizia con i meno privilegiati, i migranti e i rifugiati arriverà anche ai cittadini italiani ed europei. La privacy non è più tutelata né rispettata. Gli italiani e gli europei dovrebbero essere più preoccupati in questo momento perché questo tipo di spyware non utilizza solo WhatsApp ma, come nel mio caso, anche le email e in molti altri modi, immagino” prosegue il portavoce di Refugees in Libya. La rete delle persone spiate da Paragon si allarga quindi, definendo i contorni sempre più inquietanti di questo caso internazionale che ci mette davanti ad una deriva autoritaria senza precedenti. Giornalisti, attivisti ed un testimone della corte penale internazionale. Ad oggi oltre alla nota di Palazzo Chigi che liquida ogni responsabilità, ma a cui è seguita la cancellazione del contratto con l’Italia da parte dell’azienda produttrice dello spyware, non si hanno notizie sui mandanti dell’attività di spionaggio illegale. “Ieri ho incontrato Francesco Cancellato a Strasburgo – ci dice Yambio – la libertà di parola, di giornalismo e altri diritti vengono compromessi e questo non è diverso dai comportamenti dei regimi dittatoriali e tirannici in tutta l’Africa. L’Europa sta ricadendo in una malattia che il suo popolo dovrebbe curare e questa malattia sono gli eletti che non promettono altro che odio, divisione e attacchi alla società civile, alla solidarietà e alla democrazia. Io sono sempre stato una vittima e voglio che gli europei difendano me e se stessi, Sono venuto qui in Italia per trovare un posto dove ricostruire la mia dignità, ma ora mi viene portata via poco a poco” conclude il portavoce di Refugees in Libya.
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
ENNESIMO PEGGIORAMENTO RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE
L’Italia scivola al 52° posto nell’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) 2024, segnando un peggioramento rispetto all’anno precedente. Con una perdita di ben due punti, scende quindi a 54 il punteggio del Paese, che ora si colloca al 19° posto tra i 27 membri dell’Unione Europea. Secondo Transparency International, questo calo rappresenta un’inversione di tendenza dopo oltre un decennio di progressi, durante il quale l’Italia aveva guadagnato 14 punti, almeno dal 2012.
L’Indice che valuta la corruzione percepita nel settore pubblico in 180 Paesi su una scala da 0 (massima corruzione) a 100 (assenza di corruzione), evidenzia insomma una battuta d’arresto per l’Italia, e solleva dubbi sulla capacità del sistema di contrastare efficacemente il fenomeno.
Perché l’Italia perde posizioni
Il peggioramento dell’Italia nel CPI 2024 potrebbe essere legato a diversi fattori, tra cui scandali politici, mancate riforme strutturali e una crescente percezione di opacità nella gestione dell’amministrazione pubblica: mentre negli anni passati il Paese aveva mostrato progressi grazie a normative anticorruzione e strumenti di trasparenza, le riforme più recenti e alcune criticità irrisolte sembrano aver minato questa traiettoria positiva.
“Prevenzione, regolamentazione e cooperazione sono le parole chiave per un’Italia che voglia mettere la lotta alla corruzione al primo posto”, ha dichiarato Michele Calleri, presidente di Transparency International Italia. Secondo l’organizzazione, il sistema italiano ha introdotto misure importanti, come la protezione dei whistleblower, cioè i “segnalatori” di illeciti, e il rafforzamento della disciplina sugli appalti pubblici. Restano però lacune significative: “Le più recenti riforme e alcune questioni irrisolte stanno indebolendo i progressi del Paese nel contrasto alla corruzione ed incidono negativamente sulla capacità del sistema di prevenzione della corruzione nel settore pubblico. Dalla mancanza di una regolamentazione in tema di conflitto di interessi nei rapporti tra pubblico e privato, all’assenza di una disciplina in materia di lobbying, per la quale dal 2021 chiediamo una svolta con la coalizione Lobbying4change”, ha aggiunto Calleri.
Il presidente di Transparency Italia ha poi sottolineato come l’Italia sia stata tra gli ultimi Paesi europei a rendere operativo il Registro dei titolari effettivi per l’antiriciclaggio, salvo poi rinviarne l’implementazione, “compromettendo potenzialmente l’efficacia delle misure”.
Il contesto europeo
A livello europeo, l’Indice di Percezione della Corruzione 2024 sembra evidenziare una situazione di stallo: nonostante l’Europa occidentale rimanga l’area con il punteggio medio più alto (64° posto), gli sforzi per combattere la corruzione sembrano tuttavia fermi o in discesa. “La direttiva anticorruzione dell’UE è un’opportunità che non possiamo permetterci di perdere per migliorare gli standard europei e nazionali”, ha concluso Calleri. L’Italia però sembra aver mostrato scarso sostegno alla proposta di direttiva, con la Commissione Politiche UE della Camera che nel luglio 2023 ha espresso parere negativo sul provvedimento.
La corruzione nel mondo
“La corruzione è una minaccia globale in evoluzione che fa molto di più che minare lo sviluppo: è una delle cause principali del declino della democrazia, dell’instabilità e delle violazioni dei diritti umani”, si legge sul sito dell’Associazione. “La comunità internazionale e ogni nazione devono fare della lotta alla corruzione una priorità assoluta a lungo termine. Ciò è fondamentale per contrastare l’autoritarismo e garantire un mondo pacifico, libero e sostenibile. Le tendenze pericolose rivelate dall’Indice di percezione della corruzione di quest’anno evidenziano la necessità di proseguire ora con azioni concrete per affrontare la corruzione globale”.
E proprio a livello globale, l’Indice di Percezione della Corruzione 2024 mostra che la lotta alla corruzione resta una sfida estremamente complessa: oltre due terzi dei Paesi valutati ottengono un punteggio inferiore a 50 su 100. La Danimarca mantiene il primato con 90 punti, seguita da Finlandia (88) e Singapore (84). Sul fondo della classifica si trovano invece Stati fragili e colpiti da conflitti come il Sud Sudan (8), la Somalia (9) e il Venezuela (10°). La media globale del CPI sarebbe di 43, ma il 56% dei Paesi, cioè più della metà, si colloca al di sotto di questa soglia.
Se negli ultimi dieci anni 24 Paesi hanno migliorato sensibilmente il loro punteggio, ben 32 nazioni hanno registrato peggioramenti significativi, confermando che la lotta alla corruzione resta una sfida aperta su scala mondiale.
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2025 Riccardo Fucile
IL NOSTRO PAESE E’ TRA I PRINCIPALI FORNITO RIMONDIALI DI PRODOTTI METALLURGICI DEGLI STATI UNITI
Il presidente Donald Trump ha imposto dazi del 25 per cento su tutte le importazioni di
acciaio e di alluminio negli Stati Uniti, andando a colpire anche l’export dell’Italia, uno tra i maggiori fornitori di prodotti metallurgici degli Usa.
“Si tratta di una cosa importante: rendere di nuovo ricca l’America”, ha detto il magnate repubblicano, annunciando la misura. La prima a reagire è stata la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che in una nota diramata in mattinata ha promesso che questi provvedimenti “non rimarranno senza risposta”, ma innescheranno dure “contromisure” da parte dell’Unione. “L’Ue agirà per salvaguardare i propri interessi economici”, ha affermato von der Leyen. “I dazi sono tasse: dannose per le aziende, peggiori per i consumatori”, ha aggiunto l’ex ministra della Difesa tedesca. “I dazi ingiustificati contro l’Ue non rimarranno senza risposta: innescheranno contromisure ferme e proporzionate”.
L’ordine firmato nella notte italiana dall’inquilino della Casa bianca, che inaugura la prima stagione di dazi diretti anche contro l’Europa del secondo mandato Trump, colpisce in primis Canada, Cina e Messico, che rappresentano i tre principali fornitori mondiali di acciaio e alluminio degli Stati Uniti. Washington, secondo gli ultimi dati disponibili del dipartimento del Commercio, ha importato nel 2023 acciaio e ferro per circa 82,1 miliardi di dollari e alluminio per quasi 27,4 miliardi. Di questi, secondo i dati pubblicati dal quotidiano economico britannico The Financial Times, 2,73 miliardi di dollari provenivano dal nostro Paese.
Stando ai dati del portale InfoMercatiEsteri della Farnesina, nel 2023 l’Italia ha esportato negli Usa 4,1 miliardi di euro di prodotti metallurgici e in metallo (esclusi macchinari e attrezzature). Le ultime statistiche disponibili parlano di 3,9 miliardi di euro di esportazioni verso gli Usa tra novembre 2023 e ottobre 2024 di carichi e prodotti in ferro, acciaio e alluminio. Per il ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), Matteo Villa, questo vuol dire che i dazi imposti da Trump su acciaio e alluminio potrebbero costarci “tra 1,5 e 2 miliardi di euro”.
Ma le conseguenze potrebbero tradursi soprattutto in una diminuzione delle esportazioni di settore negli Usa. L’export di acciaio italiano in America, ha notato il presidente della federazione dei produttori di acciaio (Federacciai), Antonio Gozzi, sono diminuite in modo significativo da quando la prima amministrazione Trump introdusse per la prima volta dazi del 25 per cento sulle importazioni del settore nel 2018. Da allora, ha sottolineato Gozzi, l’export di acciaio italiano negli Usa è calato dalle 596.828 tonnellate del 2018 alle 194.364 del 2024.
Tuttavia, ha anche sottolineato il presidente di Federacciai, le aziende italiane esportano principalmente prodotti speciali ad alto valore negli Usa, dove è direttamente basata la maggior parte della produzione destinata ai clienti statunitensi. Tanto che alcune società non sembrano affatto preoccupate. “Siamo i potenziali beneficiari di eventuali dazi sulle importazioni nel nostro settore”, ha detto l’a.d. di Prysmian, Massimo Battaini, in un’intervista al Corriere della Sera.
Nessun problema, secondo il Governo Meloni, nemmeno per l’ex Ilva di Taranto. “Non ho preoccupazioni”, ha detto da Parigi il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, rispondendo alla domanda di un giornalista sui possibili effetti dei dazi Usa sulla cessione dello stabilimento, i cui termini per la gara di aggiudicazione scadranno il prossimo 14 febbraio, quando sarà assegnato a una tra l’indiana Jindal Steel International, l’azera Baku Steel e la statunitense Bedrock.
(da tpi.it)
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