Giugno 5th, 2025 Riccardo Fucile
LA COPRESIDENTE DEL COMITATO PROMOTORE DEL REFERENDUM SPIEGA COSA ACCADREBBE
Deepika Salhan, co-presidente del Comitato nazionale promotore del referendum sulla cittadinanza, uno dei cinque quesiti su cui gli elettori sono chiamati a esprimersi i prossimi 8 e 9 giugno, insieme ai quattro referendum sul lavoro promossi dalla Cgil, spiega a Fanpage.it cosa cambia se passa il Sì.
Il quesito sulla cittadinanza è il quinto, ed è contenuto nella scheda gialla. Chiede di dimezzare da dieci a cinque anni il periodo di residenza richiesto agli stranieri extra-Ue maggiorenni per per fare domanda di ottenimento della cittadinanza italiana.
“Questo quesito sulla cittadinanza è letteralmente una virgola di tutto il cambiamento che sarebbe necessario per riformare la legge sulla cittadinanza italiana”, ha spiegato Deepika Salhan a Fanpage.it
Cosa prevede la legge attuale sulla cittadinanza
Il tema della cittadinanza italiana agli stranieri nel nostro Paese è regolato dalla legge n. 91 del 1992, ancora in vigore, che si basa sullo ius sanguinis: ottiene la cittadinanza alla nascita solo chi nasce da padre o madre italiana
Quindi, un cittadino di origine straniera, anche se nato in Italia, non acquisisce automaticamente la cittadinanza italiana, neanche se i suoi genitori risiedono regolarmente nel nostro Paese da molti anni. Al momento un cittadino straniero può richiedere la cittadinanza italiana se ha raggiunto i 10 anni di residenza regolare ininterrotta (quella che viene chiamata naturalizzazione). Il figlio minorenne di genitori stranieri può anche lui acquisire la cittadinanza, se uno dei due genitori ha acquisito la cittadinanza per naturalizzazione, e se convive stabilmente con il genitore in questione (Il ministero dell’Interno specifica che la normativa non prevede, ad oggi, eccezioni per i figli minori di genitori separati). In alternativa, il minore può chiedere la cittadinanza compiuti i 18 anni di età, se è nato in Italia e vi ha risieduto stabilmente e ininterrottamente (deve presentare la dichiarazione di volontà, cioè un documento in cui dichiara di voler diventare cittadino italiano, prima del compimento dei 19).
Il referendum si propone quindi di portare a 5 anni, invece degli attuali 10, gli anni di residenza legale continuativa necessari agli stranieri extra-Ue maggiorenni per avere la cittadinanza. Per per i cittadini Ue rimarrebbe invece l’attuale requisito dei 4 anni di residenza richiesti. Ma oltre ai 5 anni previsti per poter fare domanda, bisogna poi considerare i tempi per la procedura di richiesta e ottenimento della cittadinanza, che oggi dura circa tre anni.
“Si aspettano 3 o 4 anni prima che la procedura venga valutata, con tutti i documenti e tutti requisiti necessari. Dunque si arriva al diritto della cittadinanza italiana dopo 14 o 15 anni”, ha spiegato Deepika Salhan a Fanpage.it.
Ai fini della concessione della cittadinanza, oltre al requisito della residenza, resterebbero immutati gli altri quesiti già in vigore e cioè:conoscenza della lingua italiana
reddito stabile ed elevato
Se passa il Sì, le persone in possesso di tali requisiti, che sarebbero toccati dalla nuova norma, direttamente o indirettamente (se figli minori conviventi) con il buon esito del referendum, sono 2,5 milioni. Chiaramente non si tratta di un’acquisizione immediata o automatica della cittadinanza. C’è sempre un iter da seguire, e come abbiamo visto i tempi della burocrazia non sono celeri
I tentativi di cambiare la lagge sulla cittadinanza
Ci sono stati negli anni diversi tentativi di modificare la legge 91 del 1992, con diversi testi, ma tutti sono caduti nel vuoto. La scorsa estate si è tornato a parlare di riforma della cittadinanza, con la proposta dello ius scholae, cioè una riforma che legherebbe l’acquisizione della cittadinanza italiana al compimento di uno o più cicli di studio in Italia. Si tratterebbe di una riforma meno inclusiva dello ius soli, in base a cui la cittadinanza verrebbe acquisita per il fatto di essere nati sul territorio dello Stato.
Lo ius scholae era già contenuto in una proposta di legge che poi si era arenata alla Camera nel 2022, dopo il cambio di governo: prevede il riconoscimento della cittadinanza italiana per i minorenni stranieri nati in Italia o arrivati prima del compimento dei 12 anni, che abbiano risieduto legalmente e senza interruzioni in Italia, e che vi abbiano frequentato regolarmente almeno 5 anni di studio, in uno o più cicli scolastici. Forza Italia per esempio sarebbe aperta a concedere uno ius scholae ma con più paletti: il ragazzo con background migratorio dovrebbe concludere prima la scuola dell’obbligo, quindi potrebbe diventare italiano a tutti gli effetti non prima dei 16 anni.
“Da oltre vent’anni le nuove generazioni con un background migratorio in Italia richiedono il giusto riconoscimento, i giusti diritti. Più volte questa battaglia è stata portata all’attenzione, e però siamo sempre stati anche molto delusi dalla politica italiana, che non ha il coraggio di cambiare questa legge, riconoscendo chi nasce e cresce in questo Paese”, ha detto Deepika Salhan, che in Italia è arrivata all’età di 9 anni, e ha ottenuto la cittadinanza italiana dopo i 18 anni, dopo un lungo iter.
Ma la battaglia della riforma della legge sulla cittadinanza italiana non si ferma con i referendum. Con i referendum magari andiamo ad allineare l’Italia allo standard europeo, visto che negli altri Paesi europei i requisiti di residenza sono sicuramente meno dei 10 anni attualmente previsti in Italia. Ma oltre a questo c’è bisogno di una piccola rivoluzione culturale che questo Paese deve fare, riconoscendo la cittadinanza italiana a chi magari nasce negli stessi ospedali in cui nascono i bambini italiani ius sanguinis, ma non ha gli stessi diritti solo perché nel certificato di nascita non compare un genitore con la cittadinanza italiana”.
(da Fanpage)
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Giugno 5th, 2025 Riccardo Fucile
C’ERA ANCHE LUI AD UN BLITZ STRANAMENTO FALLITO ALL’UFFICIO CASA DEL COMUNE… IL RUOLO DI AGENTE PROVOCATORE ESISTE DA UNA VITA, MA NESSUNO HA MAI DENUNCIATO
La vicenda del poliziotto che si presume infiltrato in Potere al Popolo non ha ricevuto
fino ad ora nessuna risposta ufficiale dal Ministero dell’Interno. Quello che sappiamo è che si tratta di un agente giovane di 21 anni, che dopo aver frequentato il 223° corso di allievi nella Polizia di Stato è stato assegnato alla Questura di Milano e poi nel dicembre del 2024 alla Direzione Centrale Polizia di Prevenzione, ovvero all’antiterrorismo. Ha iniziato la sua frequentazione, molto assidua, di Potere al Popolo a Napoli da ottobre 2024, fino agli inizi di maggio 2025 quando è stato scoperto e allontanato. Sono tre le interrogazioni parlamentari presentate tra Camera e Senato, da parte di Pd, Avs e Movimento 5 Stelle, al Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per chiarire questa vicenda che non ha precedenti nella storia recente, ovvero una presunta infiltrazione della polizia in un partito politico che si presenta alle elezioni. Abbiamo voluto approfondire quello che è stato il comportamento dell’agente presunto infiltrato nei mesi in cui è stato attivo in Potere al popolo, provando a capire quali sono state le vicende su cui ha mostrato particolare interesse.
La lotta per la casa: “Lo stano caso del blitz fallito”
L’agente si è aggregato a Potere al Popolo attraverso i collettivi universitari napoletani, uno dei campi di intervento sociale del partito. Ma da fine gennaio del 2025 ha iniziato a partecipare, co
delegato degli studenti universitari, alle riunioni della Rete Set, per il diritto all’abitare. E’ in questo campo che il poliziotto sembra avesse fatto un vero e proprio investimento di tempo e di attenzione. A ricostruirci il suo percorso è Chiara Capretti, consigliera della Municipalità 2 del Comune di Napoli per Potere al Popolo, e attivista per il diritto all’abitare. “Lui ha iniziato a frequentare le riunioni poco dopo l’inizio dell’anno – ci spiega – da allora non è mai mancato ad una riunione. E’ stato attivissimo, interveniva in assemblea e sembrava anche molto preparato sul tema, cosa che vista la sua giovane età, ha sorpreso molto. Ricordo che anche quando facemmo degli incontri con degli urbanisti esperti, lui partecipava intervenendo ed interagendo. A posteriori non posso che pensare che avesse fatto davvero un investimento in questo ambito, voleva diventare un punto di riferimento”. Ma oltre alle assemblee, ai volantinaggi ed alle manifestazioni, presenziava anche al blocco degli sfratti, ma soprattutto era molto propositivo. “Spingeva per fare azioni concrete, soprattutto sul tema della lotta alla turistificazione, contro l’aggressione al patrimonio immobiliare da parte di B&B e case vacanze. Anche rispetto ad azioni più forti, si diceva favorevole” spiega Capretti.
Un episodio molto strano si era verificato nel mese di febbraio 2025, quando a seguito di uno sfratto esecutivo che aveva colpito una famiglia nel quartiere di Montesanto, gli attivisti decidono per il giorno successivo di fare un blitz di protesta all’ufficio casa del Comune di Napoli. “Quando è stata discussa l’iniziativa c’era anche lui, eravamo pochissimi, una decina di persone. Non se ne è più parlato, né al telefono e nemmeno nelle chat, anche perché era programmata per il giorno successivo. Quando all’indomani ci siamo recati alla sede dell’ufficio casa l’abbiamo trovato chiuso e con gli agenti della Digos sotto al palazzo. Una circostanza assai strana
proprio perché era stata decisa in pochissimo tempo e senza discuterne altrove se non in presenza” spiega la consigliera di Potere al popolo. Una grande attenzione è stata prestata dal poliziotto anche in occasione di un report, fatto in riunione dalla stessa Capretti, di ritorno dall’assemblea europea dei movimenti per il diritto all’abitare. “Ad Aprile ho partecipato a Barcellona ad un meeting europeo dei movimenti per il diritto all’abitare, al mio ritorno ho relazionato in riunione. In quella circostanza lui era attentissimo, ci teneva a capire quali movimenti avessero partecipato, da quali paesi e per l’Italia da quali città”. Poi all’inizio di maggio la scoperta della sua vera identità e quindi l’allontanamento da Potere al popolo ha determinato la fine dalla sua presunta copertura.
All’università: “Ha chiesto con insistenza i nomi dei leader di Cambiare rotta”
La presunta infiltrazione nel partito sarebbe avvenuta attraverso il collettivo universitario che fa capo a Potere al popolo, il C.a.u. di Napoli. Qui il suo atteggiamento invece è stato completamente diverso dall’ambito del diritto all’abitare. “Era presente in tutte le iniziative materiali, attacchinaggi, manifestazioni, presidi, partecipava alle riunioni ma non interveniva mai, anzi passava molto tempo a giocare al telefono mentre facevamo le riunioni” ci spiega Maria giovane studentessa universitaria del Cau. Grande attenzione alle “cose materiali” quindi da parte del poliziotto, ma un atteggiamento distratto nei momenti di confronto. Proprio per questo nei ricordi di diversi sono rimaste alcune sue domande insistenti che sono sembrate anomale rispetto al personaggio che si era costruito. “Verso la fine del 2024, durante una discussione interna sui rapporti tra le realtà di movimento e Potere al popolo, si inserì in una discussione chiedendo insistentemente chi fossero i vertici di “Cambiare rotta” di Roma. Un atteggiamento strano, anche perché l
chiese più volte, voleva sapere i nomi. Risposi io, dicendogli che non c’era un capo, ma c’erano tanti compagni senza fare nessun nome”.
“Cambiare rotta” è una rete di collettivi che molto legata a Potere al popolo, una sorta di organizzazione giovanile del partito. Il termine “vertici”, abbastanza inusuale per il contesto politico, meravigliò molti, ma fu preso come un errore di lessico politico. Ma non fu l’unico episodio, ci racconta Maria. “In un’altra occasione, stavamo organizzando la presentazione del libro “Torri d’avorio” dell’antropologa Maya Wind, discutevamo del fatto che era in atto un tour di presentazioni in Italia. Anche in quel caso, lui che stava sempre zitto alle riunioni, disse che probabilmente “Cambiare rotta” di Roma avrebbe organizzato una presentazione e che conveniva mettersi d’accordo. Ebbi l’impressione che si volesse proporre come tramite per tenere i rapporti. Non se ne fece nulla e andammo avanti con l’organizzazione della presentazione”. Un’attenzione particolare quindi veniva dedicata all’ambito giovanile di Potere al popolo. Per il resto il poliziotto mostrava interesse per le dinamiche più radicali, come blitz, manifestazioni e robe simili. “In più occasioni si propose o venne scelte come responsabile per azioni di piazza – ricorda Maria – ma puntualmente non si presentava. La scusa più ricorrente era quella della presenza della sua fidanzata a Napoli che era molto gelosa e che non gradiva il contesto politico che lui frequentava”. Per il resto la sua attività si caratterizzava per una totale assenza dai momenti conviviali e più spensierati, come la vita di gruppo, le uscite insieme. Aveva una socialità riservata che non condivideva con gli altri. “Il fine settimana diceva che tornava in Puglia – ci spiega l’attivista universitaria – non lo vedevamo mai. Mai un compleanno, mai un sabato sera insieme. Il che strideva con la sua iper presenza in tutti gli appuntamenti militanti. Parlava molto di più
con gli uomini, spesso di calcio, piuttosto che con le ragazze”. Ed è stata proprio l’assenza di una socialità condivisa che ha fatto scattare i sospetti sul poliziotto, fino alla scoperta della sua vera identità.
(da agenzie)
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Giugno 5th, 2025 Riccardo Fucile
TONINELLI E L’ALA DEI DISSIDENTI PENTASTELLATI FANNO QUADRATO ATTORNO A BEPPE GRILLO, CHE FA CAUSA A PEPPINIELLO PER RIAPPROPRIARSI DEL SIMBOLO E DEL NOME DEL M5S… CONTE: “MI OCCUPO DI POLITICA. LE QUESTIONI GIUDIZIARIE LE TRATTANO I MIEI AVVOCATI E FIN QUI CON ME NON HANNO MAI PERSO UNA CAUSA”
La causa sul simbolo e il nome M5S non è stata ancora presentata, ma gli sfidanti si stanno preparando con mosse e strategie studiate nei dettagli. L’ala movimentista si è risvegliata e si prepara a dare il suo sostegno a Beppe Grillo. L’idea è quella di una raccolta fondi per aiutare il garante a sostenere la battaglia legale su più fronti: un’ipotesi che lo stesso Grillo potrebbe accogliere e rilanciare.
Anche perché sull’altro fronte la situazione è già incandescente. La manleva — che tutela il Movimento sull’utilizzo del simbolo e allo stesso tempo garantisce l’ex garante dal sostenere le spese legate a procedimenti pendenti — vacilla pericolosamente. E quasi certamente il fondatore del Movimento dovrà fare capo a più fronti finanziari da affrontare. «Non è una questione che mi riguarda, io mi occupo di politica
Le questioni giudiziarie le trattano i miei avvocati e fin qui con me non hanno mai perso una causa», ha tagliato corto sull’imminente causa Giuseppe Conte, intervenendo a SkyTg24 Live In. I fedelissimi di Grillo, però, non la pensano così. «Non è una vendetta, ma un’azione di giustizia. Conte è il capo politico di un partito che non è più il Movimento»: rimarca Danilo Toninelli.
Su un fronte strettamente legale ci sono punti di forza e punti deboli da ambo le parti. Se Conte ha dalla sua il vantaggio del tempo e dei vincoli legati alle istituzioni (i gruppi parlamentari stellati utilizzano il nome e il logo M5S), Grillo si può far forte della sentenza del processo intentato a Genova nei suoi confronti, una sentenza che gli attribuisce la titolarità del contrassegno.
(da agenzie)
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Giugno 5th, 2025 Riccardo Fucile
LA POSIZIONE DEI CENTRI DI DISTRIBUZIONE DEGLI AIUTI UMANITARI, GESTITI DALLA SOCIETÀ AMERICANA IN ODORE DI MOSSAD “GAZA HUMANITARIAN FOUNDATION”, È STRATEGICA PER ISRAELE PERCHÉ COSTRINGE GLI ABITANTI A SCAPPARE VERSO SUD PER OTTENERE DEL CIBO. MENTRE I GAZAWI SI SPOSTANO, L’ESERCITO DELLO STATO EBRAICO PUO’ AVANZARE PIÙ FACILMENTE
Nemmeno dieci giorni. I siti di distribuzione degli aiuti umanitari della Gaza
Humanitarian Foundation (Ghf) ieri sono rimasti chiusi, all’ottavo giorno dall’apertura e, soprattutto, dopo tre albe drammatiche per le sparatorie sui civili che erano in cammino per ritirare pacchi alimentari.
I responsabili hanno fatto sapere con una nota che lo stop (solo ieri) si è reso necessario «per consentire di svolgere le attività logistiche in modo da accogliere un maggior numero di persone», e per «agevolare i lavori dell’esercito israeliano» che ha il compito di «preparare l’accesso ai siti di distribuzione».
Il portavoce arabo dell’esercito israeliano ha avvertito i palestinesi: le strade che portano ai centri Ghf sono considerate zone di combattimento. Insomma: un giorno perso per donare cibo alla popolazione affamata di Gaza ma anche un giorno per rivedere la questione della sicurezza dei gazawi che si avvicinano ai centri (tre nel sud della Striscia, nell’area di Rafah e uno nella parte centrale, vicino Gaza City). La parte interna dei siti è gestita dalla Fondazione registrata in Svizzera e voluta da Israele e Stati Uniti.
La sicurezza è affidata a contractor privati. La parte fuori, invece, quella che la gente di Gaza è costretta ad attraversare per arrivare ai pacchi alimentari, è sotto il controllo dell’esercito israeliano. È in quella fascia esterna che domenica, lunedì e martedì si sono verificati gli «incidenti», come li definiscono le Idf, le forze di sicurezza israeliane. Cioè sparatorie contro la folla in cammino e a poche centinaia di metri dal sito di Rafah, vicino alla cosiddetta Rotonda della bandiera.
L’esercito nega di aver sparato domenica (Hamas parla di 31 morti e circa 200 feriti), mentre dice di aver sparato colpi di avvertimento e poi altri verso «individui minacciosi» lunedì (tre morti) e martedì (27 morti e più di 100 feriti secondo Hamas, cifre «esagerate» secondo i militari).
L’apertura agli aiuti umanitari dopo quasi tre mesi di stop assoluto, si rivela un punto critico forse più di quanto la stessa Ghf avesse mai immaginato. Per le sparatorie, certo. Ma anche perché le Nazioni Unite contestano il sistema di distribuzione Ghf, a cui l’Onu non ha voluto partecipare. Lo ritengono una deportazione di gazawi costretti a spostarsi a sud per avere il cibo e senza garanzie di sicurezza. Chiedono una «inchiesta indipendente e immediata» sulle sparatorie e le definiscono «crimini di guerra».
«Gaza è peggio dell’inferno sulla Terra», sostiene la presidente del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr), Mirjana Spoljaric, in un’intervista alla Bbc. A chiedere l’inchiesta c’è da ieri anche il governo britannico il cui premier, Keir Starmer, annuncia: «Valuteremo ulteriori azioni contro Israele» dopo la sospensione (settimana scorsa) dei colloqui per l’accordo sul libero scambio. «Ulteriori azioni» data la recente espansione dell’offensiva a Gaza, «spaventosa, controproducente e intollerabile».
Nelle operazioni militari di ieri secondo il ministero della Salute di Hamas sono stati uccisi 95 palestinesi (almeno 18 sarebbero morti nell’attacco a una scuola a Khan Younis) e ne sono stati feriti 440; numeri che — sempre stando ai dati del gruppo islamista — fanno
salire il totale delle vittime a più di 54.600 morti e 125.341 feriti dall’inizio del conflitto.
(da agenzie)
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Giugno 5th, 2025 Riccardo Fucile
ECCO LA NUOVA STRATEGIA UE
Le acque sono inquinate, le inondazioni e la siccità sono all’ordine del giorno e la crescente domanda di acqua grava sempre più sulle risorse idriche europee. Il numero di europei colpiti dalla carenza idrica è quasi raddoppiato nell’ultimo decennio e il continente è soggetto a stress idrico. Per risolvere il problema dobbiamo fare in modo che la domanda di acqua non superi l’offerta. La nostra economia deve prevedere una gestione intelligente delle risorse idriche. Lo stress idrico è una sfida globale e il resto del mondo guarda all’Ue per trovare ispirazione e soluzioni. La strategia globale per la resilienza idrica illustra in che modo l’Europa può gestire questa risorsa in modo intelligente, a vantaggio delle persone, delle imprese, della competitività e degli ecosistemi del continente, basandosi sul principio “l’efficienza idrica al primo posto”. Aiuteremo i Paesi ad agire a tutti i livelli e in tutti i settori per risparmiare acqua prima di attingere a risorse ulteriori.
Il piano dell’Ue
Il piano muove da una serie di leggi già esistenti in materia e da un settore idrico all’avanguardia a livello mondiale. Ma non basta. Innanzitutto, dobbiamo ripristinare e proteggere il ciclo dell’acqua
compromesso assicurandoci che i nostri ecosistemi siano sani, così che possano immagazzinare e pulire l’acqua naturalmente, riducendo l’inquinamento e depurando le acque. Dobbiamo poi promuovere un’economia competitiva e circolare nell’Ue che preveda una gestione intelligente delle risorse idriche. L’Europa è sede di molte imprese innovative nel settore delle tecnologie idriche, che detengono il 40% dei brevetti, ma il potenziale per creare un maggior numero di imprese e posti di lavoro nei settori legati all’acqua non è ancora stato sfruttato. Dobbiamo avvalerci di questo potenziale ed espanderlo internamente e sui mercati mondiali. Infine, dobbiamo garantire a tutti acqua e servizi igienico-sanitari puliti e a prezzi accessibili.
Ecosistemi sani salvaguardano il ciclo dell’acqua
Questi obiettivi sono collegati. Ecosistemi sani salvaguardano il ciclo dell’acqua, che a sua volta alimenta la nostra economia, proteggendoci anche dagli effetti dei cambiamenti climatici. Un solido settore idrico che dia priorità all’efficienza, alla circolarità e all’innovazione è più competitivo a livello mondiale e contribuisce a rendere i servizi accessibili e a prezzi sostenibili. Servizi igienico-sanitari avanzati garantiscono che l’acqua utilizzata sia trattata prima di tornare in natura, preservando così gli stessi ecosistemi da cui dipende il ciclo dell’acqua. A tal fine, la strategia per la resilienza idrica definisce un pacchetto di strumenti per aiutare gli Stati membri a gestire meglio le risorse idriche, puntando nel contempo alla semplificazione.
I dati
Ogni paese presenta un quadro distinto. In Italia, il 94% dei comuni è altamente esposto a inondazioni e frane, e oltre il 40% dell’acqua distribuita viene persa a causa di infrastrutture obsolete, percentuale che sale al 50% nel Sud. Con il sostegno di oltre 5,3 miliardi di euro
di fondi dell’Ue, l’Italia sta investendo attivamente nelle infrastrutture e nella gestione delle risorse idriche. Tuttavia la carenza di investimenti rimane considerevole e la strategia si concentrerà anche sulla mobilitazione di nuovi fondi pubblici e privati per ammodernare le infrastrutture e adoperare nuove tecnologie, con grandi potenzialità di miglioramento, soprattutto attraverso la digitalizzazione. Tutti gli Stati membri devono però fare di più adoperandosi maggiormente per modernizzare le infrastrutture idriche dando priorità ai settori che consumano più acqua o in cui è possibile realizzare i maggiori risparmi.
L’acqua come bene pubblico e responsabilità comune
Gli europei ci chiedono di proteggere e ripristinare le nostre acque e con la strategia per la resilienza idrica abbiamo un piano d’azione. L’acqua è un bene pubblico e una responsabilità comune. La cooperazione tra coloro che la usano sono fondamentali e dovranno migliorare in futuro. Risparmiare sull’uso di acqua in casa può sembrare una goccia nell’oceano, ma ogni goccia conta. La nostra azione, unita a cambiamenti strutturali nel modo in cui usiamo e valorizziamo l’acqua, garantirà che l’offerta soddisfi la domanda per gli anni a venire. Ciascuno di noi deve dare un contributo per risanare il ciclo dell’acqua, stimolare l’economia e garantire acqua pulita per tutti.
(da agenzie)
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Giugno 5th, 2025 Riccardo Fucile
FDI GLI RUBA LA SCENA, IL SOTTOSEGRETARIO MOLTENI LITIGA SUI SOCIAL, IN LOMBARDIA IL PARTITO SI LACERA DOPO LA NOMINA DI SARDONE
Gli scippano anche il decreto anti scippo. Festeggia il dl Sicurezza che vende come il
Salvini act, ma FdI gli ruba la scena, Giovanni Donzelli le telecamere, nella notte, Elon Musk è passato a sinistra e i francesi sono tornati nostri alleati.
Le tragedie prevedono almeno la catarsi. E’ il Salvini più frastornato dell’anno, come l’equinozio, il carico residuale di Meloni. L’irrilevanza della Lega si fa cronaca al Senato quando un manipolo di leghisti viene dimenticato dai giornalisti che corrono a seguire l’altro manipolo organizzato da FdI.
Vendono entrambi pene e reati come ciliegie solo che il banco Meloni, al momento, è di alta qualità, stabilità di stagione. Salvini è costretto ad anticipare un breve punto stampa perché avvisato: “Si stanno aggiungendo anche i deputati di FdI”. Il capogruppo Lega, Max Romeo, che espone il cartello: “Stop borseggiatrici, nelle metropolitane” viene scambiato dai turisti per un uomo sandwich.
Chi vuole bene a Salvini, e sul serio, dovrebbe dirgli, con il cuore in mano: “Guarda che il mondo sta andando da un’altra parte, guarda che Meloni, in una notte, è tornata amica di Macron, guarda che il tuo Musk dice adesso che la legge fiscale di Trump è un ‘abominio’, guarda che se Meloni cambia la legge elettorale, cercherà Calenda. Tu, che fai?”.
Non è capace di inventarsi nulla di diverso, magari una Lega Cdu, se
non replicare il Salvini panpenale. Una festa di governo si rivela una baracconata, un decreto si muta nel Gran premio durezza, il carcere come l’autodromo di Imola. La Lega organizza un flash mob, mobilita i cronisti, “parlerà Salvini”, pronta a piazzare il dl come legge d’origine controllata, ma FdI, abile, fa altrettanto, la sorpassa in curva, e spedisce al Senato i deputati, Donzelli, Francesco Filini, Sara Kelany, Gianluca Caramanna con le bandiere di partito.
I flash mob, per imitare il Pd, che si è sdraiato in Aula, “arrestateci tutti”, si sdoppiano come Fratoianni e Bonelli, solo che nessuno aveva avvisato la Lega che viene schiacciata da FdI anche solo per numero. Donzelli, che ha meno peli di barba di Salvini, e dunque un giovane Donzelli, che sembra Salvini, suona il clacson della propaganda e dichiara alle televisioni che alle donne in carcere si dovrebbe togliere il diritto alla genitorialità. Scende dai banchi del Senato il capogruppo FdI, il fasciovaldese, Lucio Malan e con lui il senatore Luca De Carlo (che promette il buffet al ristorante La Campana) il presidente di Commissione Affari costituzionali, Alberto Balboni, che spiega lo scontro “epico” che ha avuto con Calenda.
Per la Lega è più umiliante della finale di Champions Inter-Psg. I leghisti vengono allontanati e si riparano in una striscia, una calza di sole, Salvini è costretto a rispondere velocemente e fa l’elogio del taser come fosse la bacchetta di sambuco di Harry Potter, prima di imbucarsi in automobile “perché ho tre riunioni”, rispondere sul referendum dicendo adesso che sarà all’estero per lavoro (ma non era con la famiglia?).
Sono momenti di vero panico quando i commessi del Senato iniziano a transennare il corso e si diffonde la voce, falsa, che starebbe addirittura per arrivare Meloni, anche lei per congratularsi per questo voto sul dl Sicurezza (109 favorevoli e 69 contrari) quest
pennacchio che Nicola Molteni, il sottosegretario leghista all’Interno, da giorni si mette in testa. Era un’altra bella promessa della Lega, “Molteni, il Salvini temperato”, un dirigente dal grande avvenire ma ultimamente passa le sue ore sui social (lo ha notato il deputato del Pd Andrea Casu) a litigare con poliziotti infuriati, ispettori che gli chiedono lo scorrimento delle graduatorie, sbandati a cui Molteni replica: “Claudio Il-big, informati prima di parlare. Aspetterai il governo per lo scorrimento dei 411 (viceispettori). Buona fortuna”. Si imbuca anche Molteni in automobile mentre Romeo, che si vuole mordere la lingua, spiega: “Abbiamo fatto il nostro flash mob, lì”. Il senatore Bergesio, altro leghista, si riduce a fare i complimenti ai colleghi di FdI per la buona riuscita del loro mob: “Bravi”, c’è Claudio Borghi, che ora scrive libri di successo, “Vent’anni di sovranismo”, che cambia strada.
E’ solo per pietas che non si scrive di Lega. In Lombardia il partito è lacerato dopo la nomina di Silvia Sardone, ex di Forza Italia, vicesegretaria Lega, una che al contrario di Vannacci ha ambizioni concrete e i buoni consigli, del suo compagno, Davide Caparini, un principe (ha un castello di famiglia), uno che trascorreva le sue estati con Bossi.
Raccontano i leghisti che cinque giorni fa, a una cena organizzata da Vannacci, a Firenze, all’ex Teatro Tenda, anche Salvini si è sentito a disagio e a metà serata ha lasciato il tavolo.
Nell’Italia del dl Sicurezza il primo insicuro è Salvini. Se Meloni dovesse (e Meloni vuole) cambiare legge elettorale, se si dovesse correre con il proporzionale, se Calenda si tiene le mani libere, la Lega può far la fine del partito Jannacci, “vengo anch’io, no, tu, no”.
Aveva un ponte con Musk, per arrivare a Trump, ma da ieri è Musk che rompe con Trump, aveva puntato tutto sul sentimento antifrancese ma adesso Meloni ricuce con Macron. Ora che
dovrebbe cambiare le sue idee come cambiava le maglie, Salvini si tiene quella della destra lercia. Porta la Lega su Marte, ma è sempre a margine di Meloni.
(da Il Foglio)
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Giugno 5th, 2025 Riccardo Fucile
“LA POLIZIA VA MESSA NELLE STAZIONI PER DIFENDERE LE RAGAZZE, NON MANDATA IN ALBANIA PER DIFENDERE I VOSTRI SONDAGGI”
La polizia va messa nelle stazioni per difendere le ragazze, non mandata in Albania per difendere i vostri sondaggi”. Sono parole di
Matteo Renzi nel suo intervento al Senato conto il decreto sicurezza, e bisogna dire che il vigore polemico è pari alla precisione politica.
L’impressione è che la questione “sicurezza” non sia per il governo — come dovrebbe essere — qualcosa di concreto, risorse da gestire, personale da istruire, strategie di prevenzione, di dissuasione e di repressione.
Su quel piano una discussione era logica e possibile: nessuno parteggia per il crimine e per il disordine. Nessuno è favorevole al traffico clandestino dei migranti — se non i trafficanti. Nessuno pensa che il desiderio di vivere al sicuro non sia importante, e tanto più urgente quanto meno protetta è la fascia sociale in cui si vive.
Se questa discussione non c’è stata è perché per il governo “sicurezza” e “propaganda” sono sinonimi. La speculazione politica sulla paura è il primo motore dei governi populisti, e l’assurda, costosissima, improduttiva misura di smistare poche decine di migranti in Albania per dare l’idea che si stia “ripulendo” il territorio nazionale dagli invasori è la prova — ha ragione Renzi — che nessun criterio logico e nessuna convenienza economica orientano questo governo. Per il quale “sicurezza” vuol dire fare il muso duro in favore di pubblico: come se il muso duro potesse evitare la fatica di mostrare una faccia intelligente.
Particolarmente penosa, e non è una novità, l’acquiescenza dei sedicenti liberali di Forza Italia. Anche in questo caso: liberali a fondo perduto.
(da La Repubblica)
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Giugno 5th, 2025 Riccardo Fucile
COSI’ I CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA SI FANNO PAGARE DUE VOLTE
Il Mediterraneo continua a essere teatro di respingimenti silenziosi e tragedie
invisibili. Mentre i numeri ufficiali parlano di migliaia di persone intercettate e rimpatriate in Libia, dietro ogni cifra si nascondono vite spezzate, diritti negati e violenze sistematiche. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), solo tra il 25 e il 31 maggio 2025 almeno 300 migranti sono stati intercettati in mare e forzatamente riportati sulle coste libiche. Il bilancio dall’inizio dell’anno è ancora più drammatico: dal 1° gennaio al 31 maggio, 9.585 persone sono state intercettate e riportate in Libia, in gran parte dalla cosiddetta guardia costiera libica, corpo sostenuto e finanziato anche dall’Italia. Nello stesso periodo, almeno 233 migranti sono morti e 225 risultano dispersi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, una delle più pericolose al mondo per chi tenta di raggiungere l’Europa. Sea-Watch denuncia un aumento dei respingimenti, che attribuisce al rafforzamento della guardia costiera libica “per mano dell’Italia”, e accusa il governo guidato da Giorgia Meloni di celebrare il calo degli sbarchi come un successo, ignorando il costo umano e le gravi violazioni dei diritti che ne derivano.
Mentre i governi parlano di “sicurezza” e “contenimento”, le statistiche raccolte dall’OIM raccontano un’altra realtà: quella di un sistema che respinge migliaia di persone verso un ciclo di detenzione
arbitraria, abusi e invisibilità in un Paese che non viene considerato sicuro neppure dalle Nazioni Unite
Il bilancio del 2025: quasi 10mila migranti ricondotti forzatamente in Libia
Dall’inizio dell’anno fino al 31 maggio 2025, l’OIM ha registrato il ritorno in Libia di 9.585 migranti. Di questi, 8.147 sono uomini, 960 donne e 333 bambini. Per altri 145 non sono disponibili dati sul genere. Il report evidenzia inoltre che una parte dei migranti intercettati, quasi la totalità, presenta vulnerabilità specifiche, e molti di loro sono minori non accompagnati.
Questi dati, pubblicati anche sull’account ufficiale X (ex Twitter) dell’OIM Libia, confermano che la costa occidentale del Paese resta il principale punto di partenza per le traversate irregolari verso l’Europa.
Morti e dispersi nel Mediterraneo centrale: confronto con gli anni precedenti
Nel solo 2025, e sempre fino al 31 maggio, almeno 233 persone risultano morte e 225 disperse lungo la rotta del Mediterraneo centrale, una delle più pericolose al mondo. Il dato, aggiornato settimanalmente, è basato su stime e segnalazioni iniziali raccolte sul campo da IOM e altre fonti ufficiali.
Il numero delle persone migranti intercettate e riportate in Libia mostra un andamento crescente. Nel 2024 erano stati 21.762, con 665 morti e 1.034 dispersi. L’anno precedente, nel 2023, i migranti intercettati erano stati 17.190, ma il bilancio umanitario era ancora più drammatico: 962 morti e 1.536 dispersi.
(da Fanpage)
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Giugno 5th, 2025 Riccardo Fucile
LA GRANDE FUGA È PARTITA: GLI ANALISTI DI WALL STREET HANNO INIZIATO A METTERE IN DUBBIO IL DOLLARO COME VALUTA DI RISERVA GLOBALE ED INVITANO A INVESTIRE SU EURO, YEN E DOLLARO AUSTRALIANO
Wall Street lancia l’avvertimento: il dollaro si indebolirà ulteriormente. Taglio dei tassi di interesse, rallentamento della crescita dell’economia statunitense, le politiche commerciali di Trump e i tagli fiscali: sono questi i quattro angoli che racchiudono il deprezzamento del biglietto verde che potrebbe lasciare un ulteriore 9% entro un anno e arrivare a una quotazione rispetto all’euro di 1,25.
È lo scenario delineato da alcuni istituti, fra cui Morgan Stanley e JP Morgan. L’invito degli analisti delle banche di Wall Street è scommettere su euro, yen e dollaro australiano.
Rispetto all’euro, il dollaro ha lasciato 10 centesimi al cambio d
quando Trump si è insediato alla Casa Bianca. Lunedì mattina era prezzato a Wall Street oltre quota 1,1437, livello che non veniva toccato dagli inizi di febbraio del 2022 quando la spirale inflazionistica era pienamente in moto.
Anche la sterlina dovrebbe apprezzarsi, salendo nel 2026 da 1,35 a 1,45. Simile percorso per lo yen prezzato in proiezione a 143.
Ora le variabili sono molteplici, notano gli esperti. Su tutte le politiche commerciali di Trump che hanno indebolito anche la forza degli asset Usa portando a un ripensamento, in alcuni ambienti, del ruolo egemone del dollaro sui mercati internazionali. Trump e il suo segretario al Commercio Scott Bessent hanno ribadito la centralità della moneta Usa.
Secondo i dati della Commodity Futures Trading Commission, il trend ribassista del dollaro è ben lontano dagli estremi storici. Questo significa che la proiezione dell’ulteriore indebolimento del dollaro fatta da Morgan Stanley resta uno scenario condiviso.
Uno dei fattori presi in considerazione sono le tasse. In particolare, gli investitori le imposte sugli stranieri e sulle compagnie estere negli Usa. La misura è contenuta (e ben poco visibile) nell’ormai stranoto «big beautiful Bill» allo studio al Senato.
Trump vorrebbe alzare le tasse sui redditi passivi (come interessi e dividendi) guadagnati da investitori che potenzialmente capitalizzano da miliardi di asset americani. La misura è relativamente contenuta, notano alcuni analisti ma ha contributo ad aumentare i timori sugli investimenti americani proprio in un momento in cui la diversificazione degli asset (a livello globale) ha preso forza.
(da agenzie)
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