Giugno 28th, 2025 Riccardo Fucile
NON SAPENDO CHE LA DUCETTA, CON I NERVI A FIOR DI PELLE, È COSÌ AL NATURALE, I RUSSI VOGLIONO INSINUARE CHE LA MELONI FOSSE “IN STATO DI ALTERAZIONE”
Le smorfie, gli occhi sbarrati, lei che si tocca il naso: un montaggio di tutte le espressioni facciali che in un pugno di minuti Giorgia Meloni assume diventa strumento della propaganda russa per avanzare insinuazioni pesanti. Il filmato, esempio purissimo di manipolazione tipica del regime di Mosca, è stato pubblicato dal profilo social di Russia Today, network, diretta espressione mediatica del Cremlino e bandito dal territorio europeo dopo l’invasione dell’Ucraina ordinata da Vladimir Putin.
Il materiale originale, poi riplasmato con perfidia e malizia, sono le dichiarazioni che Meloni ha rilasciato ai giornalisti durante un rapido punto stampa a margine del vertice Nato de L’Aja, mercoledì 25 giugno. La macchina taglia e cuce insieme secondi
diversi, in cui la premier italiana si esibisce nelle classiche “faccette” e movenze esasperate che ormai sono diventate cifra della sua comunicazione politica, riconoscibili, spesso usate in Parlamento, finite una volta addirittura sulla prima pagina del Wall Street Journal. Ma in questo caso i canali di RT vanno oltre. Sopra il video scrivono “Tutto bene Giorgia Meloni? Avete fatto troppa festa con Zelensky a L’Aja?”.
Tanto per essere ancora più espliciti con i pochi che magari non capiscono al volo il sottinteso, i russi fanno rimbalzare su migliaia di altri profili collegati a RT screenshot della leader mentre strabuzza gli occhi di fronte alle telecamere o si tocca il naso, come a lasciar intendere che fosse in stato di alterazione per aver assunto chissà cosa. Metodi non nuovi: la demolizione pubblica del presidente ucraino Volodymyr Zelensky è passata quasi da subito da manipolazioni di questo genere, fino a vere e proprie fake news, come quando in un video apparve un mucchietto di cocaina sulla scrivania, accanto alla sua mano. Strategie di disinformazione di cui la destra e i populisti italiani, compreso il partito della premier Fratelli d’Italia, un tempo tra gli ammiratori della leadership spirituale di Putin, hanno approfittato non troppi anni fa. E che impazzano senza controllo su X, il social di Elon Musk, il magnate amico della premier che, con il suo sostegno, si batte per limitare i vincoli europei contro gli inquinamenti social in nome del free speech.Ma si sbaglierebbe a pensare che si tratti di un fatto isolato e casuale. Non è nessuna delle due cose. La propaganda di Mosca non si muove mai senza una ragione. E Meloni recentemente ha offerto più di un motivo ai putiniani per scatenarsi. Il Cremlino
rimasto certamente deluso dal fatto che la premier, leader della destra sovranista, fan da sempre di Donald Trump e del Movimento Maga, il popolo del Make America Great Again, non abbia seguito la svolta del presidente americano sulla Russia e sulla guerra in Ucraina: quell’approccio più soft e più compiacente verso Putin è una delle pochissime imposizioni di Trump a cui la presidente di FdI non ha ceduto.
Concetto, poi, ripetuto al G7 in Canada e alla Nato in Olanda, dove Meloni ha rivendicato il sostegno a Kiev e la necessità di nuove sanzioni contro Mosca. Non solo. Anche su altre aree di conflitto la premier ha assunto una postura di sfida verso i tentativi di infiltrazione russa. Su tutte, la Libia.Da settimane, dopo riunioni a Palazzo Chigi dedicate a report specifici dei servizi segreti, Meloni mette in guardia gli alleati sulle ambizioni della Russia di ritrovare nel paese del Nord Africa, eternamente sull’orlo della guerra civile, lo sbocco portuale perso in Siria dopo la cacciata di Assad.
Sempre perché le manovre mediatiche russe hanno ben poco di casuale e a proposito di dittatori amici di Putin in Medio Oriente, finiti in disgrazia: una settimana fa non ha avuto grande evidenza la notizia di un altro attacco scagliato da Mosca contro Meloni.
Questa volta ufficiale e più istituzionale. Firmato Maria Zakharova, portavoce del ministro degli Esteri, da sempre molto attiva a replicare alle voci critiche italiane. Al termine del G7 di Kananaskis, mentre erano in corso i raid israeliani, parlando con gli inviati della stampa italiana, Meloni aveva sostenuto di sognare una sollevazione popolare in Iran che portasse alla
caduta del regime dell’ayatollah Khamenei.
«Ricordo al capo del governo italiano che nel 1965 l’Assemblea generale Onu ha adottato una risoluzione intitolata “Dichiarazione sull’inammissibilità dell’intervento negli affari interni degli Stati e sulla protezione della loro indipendenza e sovranità”».
(da agenzie)
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Giugno 28th, 2025 Riccardo Fucile
NIENTE LAVORI IL VENERDI PERCHE’ SAREBBE “DIFFICILE GARANTIRE LA PRESENZA DI MINISTRI E SOTTOSEGRETARI”
Interpellare stanca? La notizia saetta da 48 ore nei corridoi di Montecitorio. Al centro
dei conversari, che si propagano a mezza voce, c’è la proposta che il ministro dei Rapporti col
Parlamento, Luca Ciriani, meloniano di ferro, ha scodellato mercoledì durante la riunione dei capigruppo. E che più fonti presenti alla seduta, sia di maggioranza che di opposizione, riportano così: che ne pensate di cancellare le sessioni del venerdì alla Camera, quelle dedicate alle interpellanze dei membri del governo?
Sarebbe il ritorno della «settimana corta», già malignano dall’opposizione, con una punta di rivalsa visto che le proposte sulla riduzione delle giornate lavorative (ma per tutti, non solo per i parlamentari) sono state protocollate da mesi, a volte da anni, senza mai essere vagliate dall’aula.
Va detto che le sedute del venerdì sono già solitamente poco popolate. Salvo decreti o provvedimenti delicati, in genere la scena a cui assiste il cronista dalla tribuna scorre via con lo stesso canovaccio: un paio di sottosegretari sugli scranni del governo, qualche deputato sparso nell’emiciclo perlopiù sgombro.
Al Senato, dove forse sono più pratici, solitamente tutto viene compresso in quattro giorni, insomma si chiude il giovedì. Anche a Montecitorio era così, fino a quando, correva l’anno 2008, Gianfranco Fini da presidente della Camera annunciò: «I parlamentari lavorino di più, dal lunedì al venerdì».
Dunque in coda, prima del weekend, sono state piazzate le interpellanze. Domande e risposte. Niente questioni di fiducia, zero voti, ma l’aula resta aperta.
Ora però il governo vorrebbe darci un taglio. Il motivo? Davanti ai capigruppo, il ministro Ciriani l’avrebbe messa giù in questo modo, a sentire diversi presenti: «Vorrei sottoporre l’ipotesi di
spostare al giovedì le interpellanze, perché è difficile garantire il venerdì la presenza di ministri e sottosegretari». Tranne in casi particolari, ovvio, come l’esame di leggi urgenti.
Tutti d’accordo? Sembra di no. «La questione di spostare le interpellanze dal venerdì mattina al giovedì pomeriggio è stata posta dal ministro Ciriani, ma nessuno dei gruppi si è espresso, se ne riparlerà», conferma a Repubblica Alessandro Battilocchio, delegato d’aula di Forza Italia, che ha partecipato alla riunione. Lo stesso presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana, avrebbe rimandato la questione più in là: «Valuteremo in seguito». Quasi certamente dopo le ferie d’agosto.
(da agenzie)
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Giugno 28th, 2025 Riccardo Fucile
LA DEMOCRAZIA HA FRENI E CONTRAPPESI, UNO DI QUESTI E’ IL POTERE GIUDIZIARIO
Non serviva aspettare la Cassazione per sapere che il decreto Sicurezza era un pasticcio autoritario. Lo avevano detto le opposizioni, lo avevano scritto i giornalisti, lo gridavano da mesi giuristi, avvocati e organizzazioni della società civile.
Ma ora che a mettere nero su bianco le critiche è la Corte Suprema, sebbene in un testo non vincolante, si conferma quello che tutti sapevano e che il governo ha scelto scientemente di ignorare.
Il giudizio della Cassazione non è una “opinione”, ma una relazione dettagliata, tecnica, che smonta pezzo per pezzo il decreto bandiera della maggioranza: nessuna urgenza reale, uso strumentale della decretazione d’urgenza, e soprattutto norme che rischiano di comprimere libertà fondamentali come il diritto al dissenso e alla manifestazione.
La Corte arriva a contestare persino il metodo, rivelando come il governo abbia sottratto al Parlamento il tempo e il ruolo per fare il suo mestiere: legiferare.
La reazione di Meloni e dei suoi? Frignare. Gridare al complotto togato. Sventolare il solito vittimismo contro “le toghe rosse”, come se contestare una legge liberticida fosse un abuso e non un dovere istituzionale. È il solito riflesso di chi confonde il potere con il possesso. Di chi pensa che vincere le elezioni significhi avere mano libera su tutto, diritti inclusi.
Ma governare non è comandare. La democrazia ha dei freni e dei contrappesi. E se uno di questi contrappesi è il potere giudiziario, allora funziona. Il punto non è se la Corte costituzionale cancellerà tutto (potrebbe accadere).
Il punto è che il governo ha scelto di ignorare ogni allarme, ogni audizione, ogni voce dissonante. L’opposizione era “inutile”, la stampa era “ostile”, gli esperti erano “politicizzati”. Ora anche la Cassazione è diventata un covo di nemici?
L’unica urgenza che c’era era quella di Salvini di farsi bello al congresso. E Meloni gliel’ha consegnata in una busta chiusa, firmata decreto. La giustizia, le garanzie, le libertà: sacrificabili. Ma a furia di governare contro la democrazia, prima o poi sarà la democrazia a fare opposizione al governo.
(da lanotiziagiornale.it)
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Giugno 28th, 2025 Riccardo Fucile
LA SVELENATA DI CARRARO CONTRO ABODI: “NON È UN POLITICO: ERA UNO CHE FREQUENTAVA COLLE OPPIO DA RAGAZZO, AMICO DI GASPARRI E ROCCA QUELLO DELLA REGIONE, UN MANAGER CHE AL GOVERNO HA RISCOPERTO IL MANGANELLO: MA GLI È ANDATA MALE CON ME” … E DENTRO FDI C’È CHI DICE: “ABODI DOVREBBE DIMETTERSI”
Per un Giovanni Malagò raggiante per il capolavoro portato a casa, c’è un ministro di
Fratelli d’Italia, Andrea Abodi, che dopo aver perso la sfida per la presidenza del Coni si trova a dover fare i conti con i vertici del suo partito.
A dir poco infuriati con lui. Sabato scorso Giovanbattista Fazzolari ha convocato una riunione ristretta con il ministro, proprio sulle elezioni che ieri hanno visto trionfare Luciano Buonfiglio, il braccio destro di Malagò arrivato dalla Canoa.
Con sei persone in collegamento il sottosegretario di Giorgia Meloni ha strigliato Abodi per essersi schierato (con Forza Italia) su Luca Pancalli, presidente del Comitato paralimpico, già assessore della giunta Marino (Pd) a Roma, mettendo in imbarazzo il partito, senza gestire la situazione.
Regola numero uno: non ci si inventa kingmaker elettorale. Regola numero due: a contare i voti il migliore è Giovanni Malagò (questa l’ha detta Franco Carraro, che di elezioni se ne intende, e anche ieri ha portato a casa il risultato).
Regola numero tre: al cavaliere nero (alias Malagò) non gli devi rompere… (questa, appena più colorita, la diceva Gigi Proietti).
Il ministro durante la riunione ha assicurato a Fazzolari che Pancalli si sarebbe impegnato a nominare come vicepresidente del Coni Juri Morico (presidente dell’Opes, ente di promozione sportiva vicinissimo a FdI) in caso di vittoria. “Questi impegni valgono come gli ordini del giorno in Parlamento: niente”, ha risposto sprezzante Fazzolari ad Abodi, illuminando una
distanza fra i piani alti di Palazzo Chigi e il ministro nella gestione di questa fatale elezione: il Coni è una realtà associativa che conta 14 milioni di iscritti, seconda solo ai tesserati di tutti i sindacati messi insieme.
Il Coni è da 12 anni l’impero di potere e relazioni, medaglie e Roma nord, di Giovanni Malagò che con l’elezione di Buonfiglio è stato protagonista di una rivincita personale contro il governo (che non gli ha voluto prorogare l’incarico) abbastanza clamorosa.
Buonfiglio ha vinto alla prima votazione 47-34 contro Pancalli. Un pimpante Franco Carraro a sorpresa ma non troppo prima del voto ha annunciato che avrebbe dato libertà di voto verso entrambi i contendenti, tirandosi fuori dalla mischia come candidato, ma mettendo a verbale che giudicava “positiva la gestione di Malagò”.
E quindi niente cambiamento, come invece invocano da settimane Abodi e il capogruppo di Forza Italia alla Camera Paolo Barelli, che è il presidente della Federazione nuoto.
Al Centro di preparazione olimpica “Giulio Onesti” all’Acqua Acetosa è andata in scena l’ostensione del potere malagoniano: trasversale, sinuoso, insinuante. In grado di piegare il governo: Abodi per primo, poi la nuova Forza Italia e anche un pezzo di Lega, se è vero che il ministro Giancarlo Giorgetti aveva strizzato l’occhio a Pancalli, al contrario di Matteo Salvini, il primo a fare i complimenti a Buonfiglio.
Alla fine ha avuto ragione Fazzolari: l’uomo forte di Fratelli d’Italia, Morico, è entrato in giunta ma la vicepresidenza l’ha vista con il binocolo. Perché quella vicaria è andata a Diana Bianchedi, legatissima a Giovannino e l’altra a Marco Di Paola, presidente degli sport equestri, altro amico personale di Megalò (citazione Susanna Agnelli).
Come tutti d’altronde qui, o quasi. Fuori dai campi da calcio
pettinati come panni di biliardo, in un salone refrigerato come si deve gli 81 grandi elettori disposti intorno a un tavolo a ferro di cavallo si sono autodeterminati. Con un notaio d’eccezione – tecnicamente l’addetta alla verifica poteri – Dario Perrotta, responsabile della Ragioneria dello stato.
E’ stata la rivincita di Carraro (85 anni) che parlando male con Giuliano Amato (87 anni) di Abodi gli dice che “il ministro non è un politico: era uno che frequentava Colle Oppio da ragazzo, amico di Gasparri e Rocca quello della Regione, un manager che è stato richiamato al governo e ha riscoperto il manganello: ma gli è andata male con me”. Il Dottor Sottile, tennista provetto come si sa, è stato invitato in quanto presidente del Codice etico.
Sembra divertito: “Sono qui perché è uno dei pochi posti dove ancora si vota”. E’ stata la riscossa di Gianni Petrucci, numero uno del Basket.
Tira un sospiro di sollievo Gabriele Gravina del calcio, che per una volta ha vinto. E’ contento Gianni Letta, nonostante il resto di Forza Italia avesse fatto il tifo per Pancalli. Barelli quando tutto ormai è deciso ha una faccia che ricorda il crollo di una diga: “Nella vita si vince e si perde”.
E il ministro? Non c’è, dentro Fdi c’è chi sussurra senza crederci: “Dovrebbe dimettersi”. Al suo posto segue la situazione il capo della segreteria tecnica Mario Pozzi, astro nascente del tecnomelonismo da tenere sott’occhio. Per una volta sono loro, quelli del partito della nazione, gli sconfitti. La repubblica indipendente del Coni festeggia.
(da Il Foglio)
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Giugno 28th, 2025 Riccardo Fucile
IL M5S GUIDATO DAL CAMALEONTICO “AVVOCATO DEL PUEBLO” APPROVA IL TERZO MANDATO E CANCELLA L’ULTIMO TOTEM DELL’ERA GRILLO… CONTE HA PRESO UN’ARMATA BRANCALEONE DI IDEALISTI INCOSCIENTI E L’HA CONVERTITA IN UN PARTITO DISCIPLINATO… E SE IL PREZZO DA PAGARE È LA COERENZA, PAZIENZA
C’erano una volta i V -Day. Le piazze infuocate, i cori contro “politici di professione”, gli assegni restituiti come trofei di una rivoluzione etica.
C’erano Grillo e Casaleggio, che con voce reboante giuravano guerra al finanziamento pubblico, alla lottizzazione della Rai, al terzo mandato.
C’era un Movimento che prometteva di essere diverso. Oggi, c’è un partito come tutti gli altri.
La notizia è ufficiale: è caduto anche l’ultimo totem. Il terzo mandato non è più un’eresia. La base grillina o almeno quel che ne resta ha votato online per modificare il codice etico. I big del Movimento possono ricandidarsi. Ancora. E ancora. E ancora.
Taverna, Fico, Crimi, Bonafede: la vecchia guardia torna in campo. C’è chi passerà da un’istituzione all’altra, come Fico verso la Regione Campania, e chi si concederà una pausa di cinque anni prima di rientrare. O, più semplicemente, basterà il via libera del leader. Cioè di Giuseppe Conte.
Già, Conte. Il camaleontico “avvocato del popolo” che ha trasformato la ribellione in routine, il no a tutto in un nì strategico, il verbo di Grillo in pragmatismo da comitato centrale.
Da quando è salito al comando, uno dopo l’altro sono caduti tutti i pilastri fondativi del Movimento. Prima il finanziamento pubblico, una volta “sterco del diavolo” e oggi riabilitato come linfa vitale della macchina partitica.
Poi la lottizzazione della Rai, con i Cinque Stelle improvvisamente entusiasti di sedersi al tavolo delle spartizioni, conquistando direzioni, con duzioni, visibilità. E adesso, il terzo mandato. Quella barriera etica che doveva impedire la degenerazione in casta, oggi abbattuta con un clic.
I Cinque Stelle non fanno più paura, non scuotono, non sorprendono. Sono diventati prevedibili. In politica, forse è una forma di maturità. Ma per un partito nato per spaccare il sistema, è una resa.
Quella che era nata come un’onda anti sistema, oggi si è sistemata. I “portavoce” sono diventati leader navigati, gli attivisti si sono trasformati in funzionari, e il fuoco sacro della partecipazione diretta è stato sostituito da votazioni pilotate. Dove prima c’era indignazione, oggi c’è l’amministrazione.
Dove c’erano barricate, ora ci sono accomodamenti. Anche il linguaggio si è fatto più felpato.
Le invettive sono sparite, sostituite da comunicati ponderati.
L’epopea delle restituzioni è ormai un ricordo sbiadito: pochi ormai controllano se i bonifici arrivano davvero, e ancora meno sembrano curarsene. L’identità rivoluzionaria è stata accantonata con disinvoltura, come una felpa con il logo sbagliato.
Non è solo una trasformazione. È un ribaltamento, una rivoluzione al contrario.
Conte ha preso un’Armata Brancaleone di idealisti incoscienti e l’ha convertita in un partito strutturato, disciplinato, pron-to a tutto pur di restare nella partita. E se w il prezzo da pagare è la coerenza, pazienza. L’importante è restare in corsa. Magari per Palazzo Chigi. Di nuovo, perché no?
(da L’Espresso)
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Giugno 28th, 2025 Riccardo Fucile
ACQUE AGITATE NEL CARROCCIO CON IL GOVERNATORE LOMBARDO DELLA LEGA FONTANA CHE PUNGE SALVINI SOSPETTATO DI NON DI NON AVERE FATTO LA VOCE GROSSA PER DIFENDERE L’ANIMA “NORDISTA” DELLA LEGA, PRIVILEGIANDO L’EX GENERALE VANNACCI
Ritenere che il «tramonto», eufemismo del presidente del Senato, il meloniano
Ignazio La Russa, del terzo mandato
chiuda la questione delle candidature alle Regionali suona un po’ ottimistico. In realtà, la bocciatura del tentativo estremo della Lega di riproporlo, facendoselo respingere col no di FI e l’astensione di FdI, apre la vera partita: nella maggioranza di governo e nelle opposizioni.
A sinistra, di rendere le nomenklature omogenee alla politica della segretaria Elly Schlein.
Il partito di Matteo Salvini al Nord è irritato con gli alleati, in particolare con il vicepremier e capo di FI, Antonio Tajani. Ma sotto ristagna qualche diffidenza nei confronti dello stesso leader del Carroccio.
È sospettato di non avere fatto la voce grossa per difendere l’anima «nordista» della Lega, privilegiando personaggi come l’ex generale Roberto Vannacci. Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, parla esplicitamente di «schiaffo in faccia a quelle comunità che con il voto vorrebbero confermare amministratori apprezzati».
La reazione, tuttavia, elude il tema di fondo emerso dalle elezioni politiche dell’autunno 2022: FdI ha ormai dovunque oltre il doppio dei voti del Carroccio, e FI sta riacquistando consensi. Le posizioni di potere della Lega in Veneto, Lombardia, Piemonte sembrano dunque fotografare rapporti di forza del passato.
E gli alleati puntano a ricalibrare a proprio vantaggio la situazione. L’esclusione di Luca Zaia dalla competizione porterà quasi certamente a una candidatura più gradita e in linea con Palazzo Chigi.
Quanto al centrosinistra, le tensioni interne alla coalizione di Giorgia Meloni mettono un po’ in ombra quelle presenti in particolare nel Pd.
Eppure ce ne sono, e vistose. Basta registrare la proposta di un «breve rinvio» delle elezioni previste in autunno, avanzata dal
presidente della Campania, Vincenzo De Luca: un predestinato all’esclusione, ma forte di un radicamento regionale in grado di creare problemi al candidato che sarà scelto da Schlein, probabilmente d’intesa col M5S.
Il controverso slittamento al 2026 sarebbe motivato dall’esigenza di non bloccare alcune opere pubbliche già avviate: un problema che appare condiviso dai leghisti.
Per Massimiliano Fedriga, la spaccatura che ieri si è prodotta nella Conferenza delle Regioni da lui guidata non nasce dai contraccolpi del «no» al terzo mandato. Eppure si indovina un asse tra Lega e De Luca per tentare di prolungare le legislature locali. Ma c’è chi teme che un rinvio venga usato per liberarsi di candidati sgraditi. Non a caso Eugenio Giani, governatore Pd della Toscana, poco in linea con la segretaria Schlein, annuncia che nella regione si voterà comunque a ottobre.
(da Corriere della Sera)
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Giugno 28th, 2025 Riccardo Fucile
RIPOSTO IN CANTINA IL PREMIERATO, BRUCIATO IL VOTO ANTICIPATO, CHE FARE? ALLE MENINGI DEI FAZZOLARI E DEI LA RUSSA È SPUNTATA LA RIFORMA ELETTORALE CHE NON SOLO PENALIZZEREBBE LA LEGA A FAVORE DI FRATELLI D’ITALIA MA TOGLIEREBBE DI MEZZO LE CHANCE DI VITTORIA DI UN’OPPOSIZIONE IN “CAMPO LARGO”
Come far fuori il nemico più intimo e governare felici? E’ la domanda che frulla da un pezzo sotto la cofana bionda di Giorgia Meloni quando si appalesa ai suoi occhioni la silhouette sovrappeso di Matteo Salvini che, per riacchiappare i voti perduti, a capo di una Lega precipitata intorno all’8%, si è
trasformato in un disturbatore seriale dell’azione della Fiamma Magica di Palazzo Chigi.
Per sistemare una volta per tutte il Patriota anti-Ue e filo trumputiniano, che si mette di traverso sul progressivo spostamento euro-meloniano verso il centro del Ppe, basterebbe buttarlo fuori dall’alleanza di governo.
Purtroppo la somma dei sondaggi Ipsos del 30 maggio scorso di Fratelli d’Italia (27,3%) e di Forza Italia (7,8%) non permette di gettare il Carroccio nel cestino come un kleenex usato.
Anche perché, sottolinea l’Ipsos di Pagnoncelli, l’indice di gradimento del governo registra una lieve flessione, in calo di un punto percentuale rispetto al mese precedente, passando dal 41 di aprile all’attuale 40.
Cosa che non ha fatto alcun piacere agli otoliti della Thatcher della Garbatella, dall’alto del suo diploma di maturità linguistica . Riposta in cantina la “madre di tutte le riforme”, quel premierato con elezione diretta del capo del governo che a Mattarella fa venire gli incubi del balcone di piazza Venezia, alla Premier Camaleonte non restava che una via per asfaltare il partito fondato da Umberto Bossi e capitalizzare il suo consenso persistente dopo tre anni di governo: chiamare gli elettori alle urne prima della scadenza naturale della legislatura, primavera 2026 anziché fine estate 2027.
Ipotesi che viene immediatamente bruciata dai peones di ogni partito del Parlamento per il semplice e finanziario motivo che in quella data, primavera 2026, non sarebbero ancora trascorsi i quattro anni e sei mesi di legislatura che garantiscono il cumulo per la pensione da deputato.
A quel punto, alle meningi dei Fazzolari e La Russa non è rimasto altro che cogitare l’idea di una riforma elettorale che prevede l’abbandono del Rosatellum, sistema escogitato dal renziano Ettore Rosato in vigore dal 2017.
Attenzione: la mossa di anticipare il voto non era agitata solo con l’obiettivo di azzerare i continui colpi di testa di Salvini ma soprattutto perché, in vista delle politiche del 2027, fatti due calcoli sul Rosatellum, si è accesa la luce rossa tra i cervelloni meloniani: un accidentale “campo largo” elettorale delle opposizioni farebbe perdere alle destre tutti i collegi uninominali a Sud di Roma consegnando Palazzo Chigi a un’opposizione magicamente unita (come è successo alle recenti comunali di Genova con la vittoria di Silvia Salis).
L’idea che frulla tra i Fratellini per spegnere la voglia di rivincita del centrosinistra, dietro il bla-bla di “garantire la governabilità”, è quella di un sistema elettorale interamente proporzionale supportato da un premio di maggioranza per le coalizioni di partiti che abbiano superato una certa soglia (si ragiona sul 40% o sul 42%).
Sempre restando nel campo delle ipotesi varie e avariate, si affacciano due domandine da cento pistole: intanto come infilare nel sederino di Salvini la supposta di una riforma che penalizzerebbe la Lega a favore di Fratelli d’Italia, come partito dominante della coalizione. A tale contrarietà padana si unisce il malcontento di Forza Italia che teme di diventare sempre più semplice “stampella” per l’Armata Branca-Meloni.
Secondo, e più importante quesito: come far ingoiare a un’opposizione attovagliata in modalità “campo largo” il rospo di una legge elettorale che li penalizza, mettendo al bando l’attuale sistema misto in base al quale i 3/8 dei seggi sono ripartiti con metodo maggioritario in collegi uninominali?
Di cambiare la legge elettorale, al Nazareno se ne parla dopo le regionali se diventerà realtà il sogno della Schein di mettere insieme il fatidico “campo largo” rifilando un sonoro 4-1 al centrodestra, che le permetterà di convocare un congresso anticipato del Pd all’inizio del 2026, ottenere una maggioranza
bulgara e segare i dissidenti del centro riformista che rappresentano oggi la maggioranza degli iscritti al Pd.
Avanza l’ipotesi di un leader dell’area larga al di fuori dei due contendenti, come è avvenuto a suo tempo per la nascita del governo Di Maio-Salvini con l’incoronazione a Palazzo Chigi di uno sconosciuto avvocato pugliese, al secolo Conte Giuseppe.
Un “papabile” sarebbe già stato intercettato nella persona irreprensibile e dotata di ottime capacità di mediazione di Gaetano Manfredi (l’intervento del sindaco di Napoli ha permesso a Pd e M5s di trovare un accordo con il boss De Luca sul nome di Sergio Costa come candidato alla Regione Campania).
(da Dagoreport)
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Giugno 28th, 2025 Riccardo Fucile
UNA DISEGUAGLIANZA ECONOMICA CHE RISCHIA DI AUMENTARE NEI PROSSIMI ANNI: NEL 2026, I PAESI DEL G7 TAGLIERANNO DEL 28% GLI AIUTI ALLO SVILUPPO
La ricchezza dell’1% degli uomini più facoltosi al mondo è aumentata, in termini reali,
di oltre 33.900 miliardi di dollari nell’ultimo decennio. Un ammontare superiore di 22 volte alle risorse necessarie per riportare sopra gli 8,30 dollari al giorno la parte della popolazione mondiale che vive oggi sotto la soglia di povertà.
A rivelarlo è una nuova analisi di Oxfam, pubblicata in vista della quarta Conferenza internazionale sul finanziamento per lo Sviluppo, che si svolgerà a Siviglia a partire dal 30 giugno e vedrà la partecipazione di oltre 190 Paesi. Secondo l’analisi di Oxfam i governi delle economie avanzate stanno apportando i tagli più cospicui agli aiuti pubblici allo sviluppo dagli anni Sessanta, periodo in cui l’aiuto pubblico allo sviluppo è divenuto oggetto di una rilevazione annuale.
I soli Paesi del G7, i cui stanziamenti rappresentano circa tre quarti degli aiuti globali, prevedono per il 2026 tagli del 28% rispetto al 2024. Nel frattempo la crisi del debito vede “il 60% dei Paesi a basso reddito sull’orlo di una bancarotta, con i Paesi più poveri costretti a spendere per il servizio del debito somme più alte di quelle che destinano a scuole e ospedali pubblici”, si
legge in una nota di Oxfam.
“I rappresentanti dei Paesi di tutto il mondo si incontreranno a Siviglia in un momento drammatico per l’umanità” fra “tagli draconiani agli aiuti pubblici allo sviluppo, l’aggravarsi della crisi del debito, l’espandersi dei conflitti con il moltiplicarsi delle crisi umanitarie, una guerra commerciale senza precedenti e il multilateralismo sotto scacco, perché profondamente avversato dall’amministrazione Trump”, dice Francesco Petrelli, portavoce e policy advisor di Oxfam Italia su finanza per lo sviluppo.
“A presagire prospettive flebili per un benessere equo e sostenibile c’è poi una subordinazione di lungo corso, da parte delle istituzioni preposte al sostegno dello sviluppo globale, delle azioni in grado di favorire una prosperità più equamente condivisa agli interessi particolari di pochi e privilegiati attori”. In occasione della Conferenza di Siviglia, Oxfam chiede ai governi di “invertire la rotta, affrontando di petto le elevate e crescenti disuguaglianze di benessere e ripensando alla radice il sistema di finanziamento per lo sviluppo”.
“É positivo che l’Italia, assieme alla maggioranza dei Paesi che parteciperanno alla Conferenza di Siviglia, sia per la riconferma dell’impegno dello 0,70% per gli aiuti. – conclude Petrelli – Ma è ora necessario che alle dichiarazioni di intenti seguano i fatti, considerando che il nostro Paese è ancora ben lontano da questo obiettivo, fermo allo 0,28% di Aps.
(da agenzie)
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Giugno 28th, 2025 Riccardo Fucile
LA SITUAZIONE È ANCORA PIÙ GRAVE TRA CHI SOFFRE DI MALATTIE CRONICHE, DOVE LA PERCENTUALE SALE AL 9,2%… I NUMERI DEL REPORT DELL’INAPP EVIDENZIANO COME LE INTERMINABILI LISTE D’ATTESA PER CURARSI NEL SETTORE PUBBLICO COSTRINGONO SEMPRE PIÙ PERSONE A RIVOLGERSI AL PRIVATO. E CHI NON HA I SOLDI SI ATTACCA O MUORE
Oltre 2 milioni di italiani tra i 18 e i 74 anni (pari al 5,3% della popolazione) nel 2024 hanno rinviato visite mediche o cure dentistiche perché non potevano permettersele. La situazione è ancora più grave tra chi soffre di malattie croniche, dove la percentuale sale al 9,2%. E’ quanto emerge dall’ultimo report dell’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), basato sui dati dell’Indagine Plus.
Le polizze sanitarie private aiutano, ma non risolvono il problema. Tra chi non ha un’assicurazione sanitaria, il 5,3% rinvia le cure. Tra chi ce l’ha, la quota scende al 3,3%. Solo il 13,7% degli italiani possiede oggi una polizza sanitaria, mentre un altro 10,6% vorrebbe attivarla. Emergono forti differenze sociali: il 17,9% dei lavoratori ha un’assicurazione, contro appena il 4% di chi cerca lavoro.
Le polizze sono più diffuse tra gli autonomi (22%) che tra i dipendenti (17%). Nelle famiglie con figli e redditi superiori a 5.000 euro al mese, la quota sale al 32,2%. I rinvii riguardano soprattutto visite specialistiche ed esami diagnostici. Per le cure primarie, ospedaliere e farmaci, il Servizio sanitario nazionale continua invece a garantire l’assistenza nella maggior parte dei casi.
Ma chi paga le cure? Il SSN copre del tutto o in parte il 76% delle visite e il 79% degli esami diagnostici. Il restante 22-21% è pagato di tasca propria: un terzo con l’aiuto di una polizza; due terzi interamente dai pazienti.
Le assicurazioni sanitarie sono più diffuse tra i 45-49enni e tra chi ha più patologie. Tuttavia, anche in questi gruppi, il 9% delle visite e il 7% degli esami resta a carico diretto dei pazienti, mentre le polizze coprono meno del 3% delle prestazioni.
Natale Forlani, presidente Inapp, commenta: “Le polizze sanitarie possono rappresentare una alternativa ed un complemento per contribuire a ridurre i tempi di attesa e ad ampliare l’accesso a prestazioni non coperte dal Ssn, offrendo maggiori tutele ai lavoratori che ne beneficiano tramite i contratti collettivi.
E’ importante, però, garantire che l’assistenza integrativa continui a rafforzare e integrare il servizio pubblico, mantenendone la centralità e l’universalità.”
(da agenzie)
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