Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
GODE ANCHE GIORGIA MELONI: POTRÀ PRENDERSI IL VENETO, INVECE CHE PIAZZARE INUTILMENTE UNO DEI SUOI IN LOMBARDIA, DOVE COMANDANO I FRATELLI LA RUSSA
La Lega ci riprova, ma a dire che il re è nudo provvede Ignazio La Russa. «Il terzo mandato è
tramontato». Il presidente del Senato entra senza timori nella partita politica tutta interna al centrodestra e con apparente fatalismo certifica che il tentativo del partito di Matteo Salvini è destinato a fallire.
La Russa, che poi si corregge parzialmente («Prima avevo detto che l’ipotesi sembrava tramontata, ma può darsi che si tratti di un’eclissi, sapete quando il sole si nasconde»), parla nelle stesse ore in cui il senatore leghista Paolo Tosato in commissione
Affari costituzionali presenta l’emendamento al disegno di legge sul numero dei consiglieri regionali per togliere lo stop a nuovi mandati per chi, come il compagno di partito Luca Zaia, ne ha già (almeno) due alle spalle.
La posizione del Carroccio è ribadita con forza. E anche un leghista moderato come il governatore del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga non le manda a dire a chi si oppone a far saltare il tetto.
«Se c’è qualcuno che vuole vincere facendo fuori l’avversario e dicendo che non si può candidare è legittimo. Io vorrei vincere in realtà confrontandomi con l’avversario e magari essere scelto dai cittadini e non invece eliminare l’avversario per legge».
Parole senza destinatario ma che sono indirizzate alle componenti della maggioranza (soprattutto Forza Italia ma anche Noi moderati) che non hanno mai voluto saperne di prolungare la vita politica dei presidenti di Regione.
L’unica apertura era arrivata dal responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli. Un’apertura imprevista, avallata da Giorgia Meloni, che però non ha smosso di un centimetro i contrari, al netto di qualche timido tentativo subito abortito di trovare una formula di scambio con altri temi scottanti (vedi lo ius scholae, caro a Forza Italia).
Per la Lega, quindi, l’emendamento che sarà messo in votazione domani con altissime possibilità di essere bocciato, è una sorta di bandiera da sventolare per far capire al proprio elettorato che la battaglia è stata condotta fino in fondo. Sull’esito della partita nessuno si fa illusioni
Al terzo mandato si oppongono anche i partiti del centrosinistra
(con un occhio alla Campania, dove l’uscente Vincenzo De Luca non deve creare problemi a Roberto Fico).
Perché la Lega si è incaponita? Un po’ per stanare FdI, come spiega il primo firmatario Paolo Tosato: «Vediamo qual è effettivamente la loro posizione al momento del voto». E un po’ per mostrare ai governatori del Nord di averci provato fino all’ultimo.
Matteo Salvini sa che c’è nervosismo, tra i presidenti di regione. Poco convinto anche il governatore veneto Luca Zaia: «Mi pare di capire che il terzo mandato non si faccia. L’emendamento? Non ne so nulla, ne prendo atto. Poi il Parlamento è sempre sovrano».
Nell’entourage del “Doge” raccontano che i contatti tra Zaia e il leader leghista sono azzerati da giorni, mentre le telefonate con Fedriga e il lombardo Attilio Fontana si sono intensificate (e c’è chi dice pure quelle con Giorgia Meloni).
Zaia prepara una trasferta a Roma, tra una settimana. «Incontri politici», trapela dai fedelissimi, che descrivono come «incomprensibile» la presentazione dell’emendamento sul terzo mandato, dopo che una settimana fa il partito ha dichiarato chiusa la questione, tramite il responsabile degli enti locali, Stefano Locatelli. Non a caso ieri Matteo Renzi, incrociando in Senato il capogruppo della Lega, Massimiliano Romeo, pungeva: «Avete mollato Zaia, no?». Risposta: «Illazioni».
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
“MI ACCUSANO DI AVER PARTECIPATO ALLA TRASMISSIONE DI LILLI GRUBER IL 6 MAGGIO, SENZA ESSERE STATO AUTORIZZATO. FATTO NON VERO PERCHÉ ERO STATO AUTORIZZATO DAL MIO DIRETTORE, PAOLO CORSINI, TELEFONICAMENTE”
“Ieri sono stato convocato dal mio direttore Paolo Corsini, pensavo che mi rassicurasse sul fatto che le puntate di Report non verranno tagliate e che i compensi della mia squadra fossero salvi, anche solo per gratitudine per la qualità del lavoro svolto.
Pensavo anche che mi avesse convocato per dire bravo a me e la squadra visto che ieri è uscito l’indice Qualitel, il sondaggio che la Rai è obbligata a fare in ottemperanza del contratto di servizio pubblico, e dove risulta che Report è il programma d’informazione più gradito.
Invece no. Era semplicemente un provvedimento disciplinare a firma dell’ Ad Giampaolo Rossi, e del direttore delle Risorse Umane, Felice Ventura”. Lo rende noto su Facebook il conduttore di Report Sigfrido Ranucci.
“Mi accusano di aver partecipato alla trasmissione della Gruber il 6 maggio, senza essere stato autorizzato – prosegue -. Fatto non vero perché ero stato autorizzato dallo stesso Corsini telefonicamente per lanciare la seconda parte della stagione di Report.
Poi di aver presentato il mio libro a #Mestre, e di aver rilasciato un’intervista dove parlavo della minore libertà di stampa in Italia e del fatto che la gente si informava di meno. Non si riferiva alla Rai ma al mio libro La Scelta edito da Bompiani. Poi mi si accusa di aver partecipato con una telefonata a Piazza Pulita per difendere Report e il collega Giorgo Mottola dalle accuse di
manipolazione.
Se devo prendermi un provvedimento per aver promosso e difeso la squadra e un marchio storico della Rai come Report, tutelato la libertà di stampa lo accetto con orgoglio. Oltretutto arriva dopo le interrogazioni di Fi sull’inchiesta su Mori e la commissione Antimafia, e la denuncia di Fazzolari per la puntata su Mediobanca”.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
A DESTRA VALUTA DI CORRERE ANCHE L’ESPERTO 71ENNE DOMINIQUE DE VILLEPIN, L’EX PREMIER DI CHIRAC, VICINO ALLE RAGIONI DEI PALESTINESI, CRITICO DELLE SCELTE DI NETANYAHU E PRONTO A DIFENDERE LE SUE ATTIVITÀ DI CONSULENZA NEGLI AFFARI CON QATAR E ARABIA SAUDITA
La situazione internazionale fa passare in secondo piano gli affanni del traballante premier
François Bayrou, mentre il presidente Emmanuel Macron torna protagonista in ciò che gli piace di più, la politica internazionale. Ma intanto, a Parigi, cominciano a chiarirsi i ruoli di chi proverà a prendere il suo posto, tra due anni, quando alle elezioni presidenziali l’attuale capo di Stato non potrà ricandidarsi per la terza volta.
Questa settimana hanno scoperto le carte due possibili concorrenti: a sinistra la rivelazione delle ultime europee Raphaël Glucksmann, e nel centrodestra un esperto navigatore della politica francese, l’ex premier di Jacques Chirac, Dominique de Villepin, riportato in auge dal ricordo del celebre
discorso all’Onu contro la guerra in Iraq, e dai moniti di oggi contro nuove avventure belliche in Medio Oriente.
Raphaël Glucksmann, 45 anni, eurodeputato e co-presidente della piccola formazione «Place publique», affiliata ai socialisti, non è ancora ufficialmente candidato, «almeno per ora». Ma il programma che ha presentato lunedì è quello di un leader ambizioso che l’anno scorso era riuscito a superare alle europee la «France insoumise» di Jean-Luc Mélenchon, e che si è visto rubare o quasi la vittoria dall’improvvisa decisione di Macron di sciogliere l’Assemblea nazionale.
Figlio del grande intellettuale André scomparso nel 2015, Glucksmann si pone esplicitamente come l’«anti-Trump». Aumento del salario minimo a 1.600 euro in due anni, riequilibrio fiscale tra «lavoro, capitale e patrimonio ereditario», e abrogazione della riforma delle pensioni. Con la sua «Visione per la Francia» Glucksmann si smarca dall’unità a sinistra, e sfida apertamente il rivale naturale Jean-Luc Mélenchon, cercando di rivolgersi anche agli elettori lontani dall’élite parigina di cui bene o male fa parte.
La sua compagna Léa Salamé, la più celebre giornalista televisiva di Francia, ha appena accettato la conduzione del Tg delle 20 sul servizio pubblico France2 , ma ha già annunciato che farà un passo indietro «se Raphaël dovesse candidarsi», e lui assicura che «non c’è e non ci sarà alcun conflitto di interesse».
Se il più giovane Glucksmann deve difendersi dall’accusa di essere «un Macron di sinistra», l’esperto 71enne Dominique de Villepin è chiamato a convincere i detrattori di non essere «un Mélenchon di centrodestra». Molto vicino alle ragioni dei
palestinesi e molto critico delle scelte del premier israeliano Netanyahu, pronto a difendere le sue attività di consulenza negli affari con Qatar e Arabia Saudita, de Villepin ha annunciato ieri la creazione del partito «La Francia umanista» e fatto uscire nelle librerie il suo saggio-programma presidenziale: «Il potere di dire no».
(da Corriere della Sera)
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Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
“ANDIAMO VERSO UN EQUILIBRIO DI AUTORITARISMI, SARA’ UNA STABILITA’ TERRIBILE PERCHE’ TIENE CONTO SOLO DI CHI HA IL POTERE E NON DEI POPOLI”
Secondo Romano Prodi la geopolitica mondiale vive una nuova fase. «Nella quale domina l’idea che la forza è tutto e tutto decide. Un’idea che si accompagna al disprezzo per il diritto. Abbiamo tanto lamentato l’autoritarismo russo e cinese, ma ci stiamo mettendo su una china pericolosa», spiega oggi l’ex presidente del Consiglio in un’intervista a La Stampa. «Proprio in questi giorni ricorrono gli 80 anni dalla Carta dell’Onu e
dobbiamo ‘celebrare’ amaramente questo anniversario: il sogno che prese corpo nel primo dopoguerra, purtroppo è finito», aggiunge.
Una nuova divisione del mondo
Prodi dice che «si va verso una nuova divisione del mondo, Sono convinto che gli ultimi avvenimenti abbiano saldato un rapporto per il quale Putin ha mani libere sull’Ucraina e Trump, in accordo con Israele, in Medio Oriente. Andiamo verso un equilibrio di autoritarismi che potrà dare anche una stabilità al mondo. Ma sarà una stabilità terribile perché tiene conto solo di chi ha il potere e non dei popoli. Se la forza è tutto, chi non ha la forza è fuori dal ‘giro’. Siamo arrivati ad ‘autocrati di tutto il mondo unitevi’. Il paradosso? Oggi il coordinatore degli autoritarismi è proprio il Paese che così a lungo ha sostenuto il cammino della democrazia».
Gli Usa e l’autoritarismo
«Certo che con la nuova politica americana dobbiamo spendere di più per la nostra difesa, ma prima di stabilire il quanto, si sarebbe dovuto stabilire il come. Una difesa comune implica un unico centro decisionale, comuni regole operative e anche strutture produttive comuni. Non avremo mai una difesa comune continuando ad acquistare gli armamenti più sofisticati dagli Stati Uniti», conclude il professore. Il governo italiano «segue le istruzioni di Trump. La destra europea, a cominciare da quella italiana, appoggia il presidente degli Stati Uniti come i vecchi partiti comunisti seguivano l’Urss. In questo quadro essere per Trump significa essere scettici sull’Europa».
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
IL MINISTRO PICHETTO FRATIN: “IL NUOVO DEPOSITO SARA’ ATTIVO DAL 2039
Il futuro del nucleare in Italia si fa sempre più vicino. Secondo il ministro dell’Ambiente,
Gilberto Pichetto Fratin, entro il 2029 potrebbe arrivare il via libera per l’Autorizzazione unica, con il deposito nazionale di scorie nucleari già operativo dal 2039. A dirlo è lo stesso ministro che questa mattina ha tenuto
un’audizione sullo smaltimento delle scorie nucleari e sull’individuazione delle aree idonee allo sviluppo di impianti per la produzione di energie rinnovabili, davanti alle Commissioni riunite Attività produttive e Ambiente della Camera. Temi che rientrano nel disegno di legge sul nucleare, voluto dal governo. «Due temi caldi – sottolinea Pichetto Fratin – che animano i territori e le comunità locali, preoccupati da un senso di minaccia». Per questo, aggiunge, «servono voci autorevoli che calmino gli animi e riportino il dibattito sui giusti binari».
Rifiuti a bassa e molto bassa attività
La strategia nazionale prevede che, all’interno del Deposito nazionale, siano smaltiti in via definitiva i rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, provenienti da attività industriali, di ricerca, medico-sanitarie e dalla pregressa gestione degli impianti nucleari. Poi, spiega il ministro, accanto al deposito nazionale verrà realizzato un parco tecnologico: un centro di ricerca scientifica e sviluppo tecnologico «dotato di strutture comuni per i servizi e per le funzioni necessarie alla gestione integrata delle attività operative» in cui «si svolgeranno studi nei settori dell’energia, dello sviluppo sostenibile, della gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile irraggiato».
Revisione delle aree idonee
Alla luce delle contestazioni arrivate dopo la pubblicazione delle 51 aree idonee nei quali potrebbe essere realizzato il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi, il ministro ha chiarito che si sta procedendo «ad una revisione rapida del decreto Aree idonee che sottoporremo alla valutazione dei ministeri concertanti
dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle foreste e della Cultura, e delle alle Regioni, nel più breve tempo possibile».
Se non si raggiunge un’intesa
Al momento «non è arrivata nessuna autocandidatura da parte degli enti locali, né dal Ministero della Difesa per eventuali strutture militari, per ospitare il Deposito Nazionale». Per questo, se dopo vari incontri e confronti con i territori non si dovesse trovare un accordo sul sito, «la decisione – spiega il ministro Pichetto Fratin – sarà presa con un decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Consiglio dei Ministri, a cui parteciperà anche il presidente della Regione coinvolta».
I depositi in uso
È stato poi fatto il punto sugli impianti italiani che attualmente conservano rifiuti radioattivi, combustibile esaurito e altre materie nucleari, destinati in futuro a essere trasferiti nel Deposito Nazionale. Tra questi figurano le quattro ex centrali nucleari in decommissioning (Caorso, Trino, Garigliano e Latina), quattro impianti del ciclo del combustibile, il reattore Ispra -1 presso il Centro Comune di Ricerca di Ispra, e sette centri di ricerca nucleare, tra cui Enea Casaccia, il Centro Studi Nucleari Enrico Fermi e le università di Pavia e Palermo. A questi si aggiungono i centri del Servizio Integrato (quattro attivi e uno non più operativo) e un deposito del Ministero della Difesa, gestito dal Cisam.
Oltre 32mila metri cubi
Sempre secondo il ministro – che recupero in audizione alcuni
dati pubblicati da Isin -in Italia, al 31 dicembre 2023, si registravano complessivamente circa oltre 32mila metri cubi di rifiuti radioattivi, con un aumento di circa il 5% rispetto all’anno precedente. La maggior parte di questi rifiuti appartiene a tipologie a bassa e molto bassa attività. Dal punto di vista territoriale, il Lazio si conferma la regione con il volume maggiore di rifiuti radioattivi, detentore di 10.549 metri cubi, pari al 32,30% del totale nazionale. Seguono la Lombardia con 6.435 metri cubi (19,70%) e il Piemonte con 5.971 (18,28%). Invece, in termini di radioattività totale, che comprende rifiuti radioattivi, sorgenti dismesse e combustibile irraggiato, il Piemonte figura come la regione con la maggiore concentrazione, rappresentando il 79,30% del totale nazionale.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
IL VIMINALE DEVE EROGARE ANCORA 71 MILIONI DI EURO
Come un debitore in difficoltà, anche il ministero dell’Interno è stato costretto ad ammettere di non avere i soldi in cassa da girare ai Comuni. Una storia assurda che va assumendo contorni sempre più surreali, soprattutto perché dopo un mese di ritardo nel pagamento di 4,3 miliardi dell’acconto del Fondo di solidarietà comunale per “temporanee difficoltà di liquidità”, nelle casse dei sindaci – come ammette lo stesso Viminale – mancano ancora 71 milioni.
Il Fondo in questione, alimentato anche con una quota del gettito Imu, è in capo al ministero dell’Interno e per il 2025 prevede l’erogazione annuale di quasi 6,8 miliardi di euro: 5,98 miliardi per i Comuni delle Regioni a statuto ordinario e 774 milioni per quelli di Sicilia e Sardegna, in due tranche (la prima del 66% a maggio e il resto a ottobre). Sono soldi essenziali per gli enti locali dopo che sono state ridotte le loro entrate con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa e i tagli degli ultimi anni alla finanza locale. Per capirci, con quei soldi i Comuni pagano la fornitura di servizi, gli stipendi, le utenze e tutte quelle spese senza vincoli di destinazione che, in tempi di difficoltà, fanno la differenza nella gestione ordinaria di un ente locale.
A scoprire l’ammanco sono stati gli stessi sindaci quando, il 27 maggio scorso, hanno potuto leggere l’elenco dei fondi a loro destinati: gli importi da erogare non erano quelli che gli erano stati promessi. Così, dopo una decina di giorni di proteste, il 12 giugno il ministero dell’Interno ha dovuto ammettere che era tutto vero: c’era una sostanziale differenza tra gli importi comunicati e quelli effettivamente versati ai Comuni il 3 giugno. Il governo ha dovuto spiegare che quello era solo un primo,
parziale pagamento della rata del Fondo di solidarietà comunale da quasi 4 miliardi di euro, per la precisione il 59% sul 66% del dovuto totale. La colpa, come detto, è di queste misteriose “temporanee difficoltà di liquidità”.
Una risposta sconcertante che ha allarmato i Comuni anche più di prima e ha costretto il governo, l’altro ieri, ad accreditare una seconda tranche del Fondo con altri 234 milioni di euro. E qui si fa tutto più bizzarro, perché significa che mancano ancora 71 milioni alla chiusura della faccenda (l’1,68% del Fondo per i curiosi). Pochi soldi, si dirà, anche se ai sindaci servono, ma resta il fatto che il governo italiano non dovrebbe ritrovarsi con problemi di liquidità, tanto più per un ammontare così piccolo.
“Quanto accaduto è di una gravità inaudita: significa che lo Stato non ha cassa e che neppure somme irrisorie sono disponibili. Ma soprattutto significa che il governo ha deciso di scaricare le conseguenze della propria inefficienza finanziaria sui Comuni”, commenta il deputato Pd della Commissione Bilancio, Silvio Lai, che ha denunciato per primo questo surreale ritardo amministrativo, che peraltro si aggiunge, spiega, al disastro del “bando per i piccoli Comuni, previsto dalla manovra del 2023, che è bloccato da quasi un anno”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
COSÌ SI È ARRIVATI ALL’INTESA
E se fosse stata un’operazione coordinata fin dal principio, per dare a tutti i protagonisti la
possibilità di salvare la faccia, se non addirittura di cantare vittoria?
È una domanda che in queste ore si stanno ponendo un po’ tutti, dai diplomatici ai professionisti della sicurezza, passando per i militari, e la risposta positiva è quasi unanime.
Non manca chi sospetta che il presidente americano Trump e il premier israeliano Netanyahu si fossero accordati sulla strategia adottata nella “Guerra dei 12 giorni” già a gennaio, con l’inizio della nuova amministrazione. Tutte le fonti coinvolte nelle mediazioni sono però certe che almeno negli ultimi giorni ci sia stato un coordinamento, se non una messinscena, allo scopo di trovare una soluzione che evitasse la guerra regionale, o addirittura mondiale.
Il primo passo lo hanno compiuto gli americani, lavorando su due tavoli. Con Israele l’inviato speciale Steve Witkoff ha tenuto contatti costanti, fino a quando è intervenuto direttamente
Trump, inclusa la brusca telefonata con cui ieri ha intimato a Netanyahu di non fare scherzi e fermare gli aerei in volo.
Dopo il bombardamento di domenica mattina dei tre siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, Trump si è trovato nella condizione di spingere per la de-escalation, soprattutto nei confronti di Netanyahu, accontentato proprio con l’attacco alle centrali. A quel punto però bisognava convincere l’Iran a stare al gioco
A quel punto è entrato in gioco l’emiro del Qatar Al Thani, che si trovava in una condizione unica perché da mesi triangola con Iran, Usa e Israele per fermare la guerra a Gaza, o quanto meno facilitare scambi di ostaggi e detenuti. Doha aveva una posizione di vantaggio, grazie a questi rapporti, ma anche un enorme rischio, perché affidandosi al trasporto marittimo nello stretto di Hormuz per esportare il suo gas sarebbe stata devastata sul piano economico da una guerra regionale. Al Thani allora ha preso l’iniziativa.
Secondo il New York Times, lunedì mattina il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniana si è riunito per discutere come rispondere ai raid americani, dopo che Khamenei aveva dato ordine di farlo. Già in quella occasione è emersa la linea di colpire gli Usa, ma senza fare danni che potessero coinvolgerli in un conflitto diretto
La mira è stata presa sulla base di al Udeid perché è il quartier generale del Central Command nella regione, e quindi aveva gestito i bombardamenti sui siti nucleari. Ma si trova proprio in Qatar, il Paese della regione con cui la Repubblica islamica ha il rapporto migliore, e quindi pensava di poter gestire un attacco
meglio che contro Arabia, Bahrein o Emirati.
Al Thani lo ha capito e ha accettato. Teheran ha avvertito con grande anticipo lui e Trump dei missili in arrivo, per garantire che fossero intercettati e dimostrare la volontà di de-escalation. L’emiro si è lamentato in pubblico, convocando l’ambasciatore iraniano, ma non ha reagito sul piano militare.
Anzi, lunedì sera ha contattato la leadership iraniana per consigliare di accettare il cessate il fuoco Usa, perché era una grande opportunità per la via d’uscita. Messaggi simili sono arrivati alla Repubblica islamica anche dall’Italia.
Il risultato è stata la tregua, che consente a Netanyahu di dire che ha indebolito l’Iran, a Trump che ha distrutto il programma nucleare, e a Khamenei che ha resistito ai nemici.
In verità il regime così sopravvive, conserva parte dell’uranio arricchito e la capacità di riprendere la corsa verso l’atomica. A meno che non accetti di condurre un negoziato vero, magari proprio con l’aiuto del Qatar, per una soluzione definitiva.
(da Repubblica)
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Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
“MAD VLAD” HA TUONATO CONTRO L’IPOTESI DI UN CAMBIO DI REGIME: PER LUI SAREBBE LA PERDITA DELL’ULTIMO ALLEATO REGIONALE, DOPO LA DESTITUZIONE DI ASSAD… IN CAMBIO DELL’IMPEGNO A TENERE BUONO KHAMENEI, IL PRESIDENTE POTREBBE ESSERE RIPAGATO CON CONCESSIONI IN UCRAINA (E INFATTI, AL VERTICE NATO DELL’AJA, TRUMP HA PARLATO DI UN ACCORDO CON LA RUSSIA)
I passaggi che hanno portato in poco più di due giorni dal bombardamento Usa dei tre siti nucleari di Teheran a una (precaria) tregua tra Iran e Israele portano il marchio della spregiudicata diplomazia muscolare di Trump […] ma anche quello dell’efficace opera di mediazione del Qatar, Stato cerniera che ospita basi americane ma ha rapporti molto stretti col regime degli ayatollah
Un ruolo di persuasione nei confronti di Tehran potrebbe, poi averlo avuto anche Vladimir Putin, una volta ottenuta l’assicurazione da Trump della rinuncia a un regime change in Iran, anche se sulla sua rete sociale il presidente aveva ipotizzato il contrario.
Il puzzle di quanto avvenuto dietro le quinte della guerra è ormai abbastanza definito, anche se manca ancora qualche tessera: dai dubbi sulla reale volontà di Netanyahu di rispettare la tregua a come una catena di comando iraniana devastata dalle uccisioni mirate degli israeliani e con la Guida suprema asserragliata in un bunker sia arrivata a decidere il cessate il fuoco
Una settimana fa il tentativo americano di negoziare direttamente coi leader iraniani a Istanbul (era pronto a partire per la Turchia il vicepresidente JD Vance) era fallito anche per l’impossibilità dei capi superstiti di raggiungere Ali Khamenei. Ora i collegamenti sarebbero stati ripristinati, magari usando «pizzini» fisici anziché reti elettroniche di comunicazione, facilmente intercettabili.
Poi la decisione di Trump di attaccare i tre siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan con i micidiali ordigni penetranti da 14 tonnellate Gbu 57 che solo gli Stati Uniti posseggono.
Ma subito dopo il bombardamento (o addirittura prima, secondo alcune indiscrezioni uscite dalla Casa Bianca), Trump ha fatto sapere all’Iran che con quell’attacco […] l’intervento militare americano era da considerare concluso e si poteva riprendere a parlare di tregua. A caldo la risposta di Teheran è stata: «Prima la vendetta, poi vedremo».
Abbas Araghchi, ministro degli Esteri di un Paese isolato e messo alle corde dall’offensiva di Netanyahu, è volato a Mosca per consultazioni con l’«alleato strategico» russo.
Ma Putin non è andato oltre la condanna politica dell’attacco all’Iran: niente sostegno militare (non fa parte degli accordi ha fatto sapere il Cremlino).
Putin potrebbe aver giocato un ruolo importante nel premere su Teheran per la tregua: era stato minaccioso, evocando l’apertura di vaso di Pandora in caso di regime change a Teheran che per lui avrebbe significato la perdita di un altro alleato, dopo la Siria di Assad.
Secondo questa versione, ottenuto da Trump l’impegno a non rovesciare gli ayatollah, Putin si sarebbe impegnato per evitare un’espansione del conflitto. Nella speranza di essere ripagato dal presidente Usa con concessioni sul fronte ucraino.
Ieri, però, interrogato su questo, Trump è stato tranchant: «Putin mi ha chiesto se avevo bisogno di aiuto per l’Iran. Gli ho risposto di no. Ho bisogno di aiuto, invece, per quello che sta facendo lui. Spero di arrivare a un accordo anche con la Russia perché quello che accade è vergognoso: altri seimila morti la scorsa settimana».
Il resto è stato guerra-spettacolo: i 14 missili iraniani lanciati contro la base Usa di Al-Udeid in Qatar. Con un preannuncio finalizzato ad evitare vittime americane che ha consentito l’abbattimento di tutti gli ordigni meno uno, finito in una zona disabitata.
Trump ha ringraziato Teheran per questa reazione «puramente simbolica e preannunciata» ed ha escluso ulteriori rappresaglie Usa. Poi ha chiesto la tregua immediata. Mentre l’emiro e il premier del Qatar condannavano l’attacco missilistico avviando, al tempo stesso, la mediazione diplomatica Teheran-Washington, Trump ha chiesto anche a Netanyahu la sospensione degli attacchi.
Probabilmente il leader israeliano si è piegato malvolentieri, ma dopo l’intervento Usa non poteva dire di no: non un grande sacrificio, visto che l’Idf gli ha comunicato di aver ormai centrato quasi tutti gli obiettivi del piano di attacco all’Iran. Poi l’ultima scaramuccia dopo l’inizio della tregua, stroncata da Trump con un duro intervento soprattutto su Israele.
(da Il Corriere della Sera)
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Giugno 25th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER OLANDESE, COME IL CANCELLIERE TEDESCO FRIEDRICH MERZ, ORMAI È COMPLETAMENTE APPECORONATO A DONALD TRUMP (LA SUA POLTRONA DIPENDE DA WASHINGTON).,. IL GROSSO PROBLEMA DI GIORGIA MELONI: TROVARE I MARGINI DI BILANCIO PER FINANZIARE L’AUMENTO DELLE SPESE MILITARI IMPOSTO DALL’AMICO DONALD
«L’Europa pagherà il suo contributo in modo consistente, come è giusto che sia, e sarà una
tua vittoria. Non è stato facile, ma siamo riusciti a far sì che tutti si impegnino a raggiungere il 5%». Nel messaggio privato che il segretario generale della Nato Mark Rutte ha inviato a Donald Trump, e che il presidente americano ha immediatamente reso pubblico, sono racchiusi almeno tre elementi che ben descrivono il senso del vertice dell’Alleanza atlantica, iniziato formalmente ieri sera all’Aja nel momento in cui il capo della Casa Bianca ha fatto il suo ingresso nel Palazzo Reale verso le 20.30.
Un vertice che darà il “la” a uno storico piano di riarmo basato su due presupposti: la Russia è una minaccia per l’Europa e la protezione sin qui fornita dagli Stati Uniti non è più garantita, tanto che Trump ha fatto capire di voler mettere in discussione l’articolo 5 della Nato, quello che prevede la reciproca difesa in caso di attacco.
Al netto delle ironie circolate in ambienti diplomatici sull’atteggiamento «totalmente sdraiato» di Rutte nei confronti di Trump, il primo elemento-chiave nel suo messaggio è che l’Europa «pagherà il suo contributo come è giusto che sia»: detto da un leader europeo suona come un’ammissione del fatto che il Vecchio Continente ha sin qui goduto di un servizio di sicurezza senza versare la giusta quota.
Il secondo è che lo farà in modo «consistente» (Rutte ha usato la formula “BIG”, in maiuscolo), impegnandosi a portare le spese per la Difesa e la Sicurezza al 5% del Pil nel giro dei prossimi dieci anni.
Il terzo aspetto è che «non è stato facile» farlo digerire a tutti: le resistenze si sono fatte sentire fino all’ultimo minuto e hanno costretto Rutte a giocare la partita negoziale ai tempi supplementari
Teoricamente resta il nodo della Spagna, con il premier Pedro Sanchez che ha cercato – e in qualche modo ottenuto – lo scontro mediatico prima con Rutte e poi con lo stesso Trump, utilissimo ai fini interni.
«C’è un problema con la Spagna che non è d’accordo, il che è molto ingiusto nei confronti degli altri alleati» ha avvertito il presidente Usa mentre attraversava l’Atlantico a bordo dell’Air Force One. È vero che il testo del comunicato conclusivo non è ancora chiuso al 100%, ma ieri sera l’ottimismo tra le delegazioni era palpabile.
Innanzitutto, perché il compromesso trovato con gli altri alleati contiene già una serie di flessibilità e di scappatoie che rendono più dolce la pillola del 5%. Non si tratta di un target netto: “solo” il 3,5% delle spese dovrà essere destinato alla Difesa in senso stretto, mentre il restante 1,5% servirà per finanziare quegli investimenti che hanno un impatto sulla sicurezza, lasciando ampi margini per la loro definizione.
Inoltre, è stata rivista la data finale: alcuni Paesi premevano per fissare la scadenza al 2030, Rutte aveva proposto il 2032, ma alla fine si è deciso di stabilire il 2035. Non solo: è stata inserita una clausola che prevede una revisione dell’obiettivo nel 2029, vale a dire quando Trump non sarà più alla Casa Bianca.
Ma i contorni dell’accordo non sono stati ritenuti sufficienti da Sanchez, che ha chiesto a Rutte una lettera di chiarimenti. Il testo è un formidabile esercizio di creatività diplomatica da parte del segretario generale della Nato: contiene il giusto livello di ambiguità che serve al premier spagnolo per dire ai suoi elettori che Madrid potrà raggiungere gli obiettivi in termini di capacità
pur senza arrivare al 5%, anche se in realtà questa è solo un’interpretazione, perché Rutte non lo ha scritto, ma ha soltanto parlato di «flessibilità» in merito al «percorso» e alle «risorse annuali».
La situazione stava sfuggendo di mano quando altri Paesi, come la Slovacchia e il Belgio, hanno iniziato a chiedere anche loro deroghe. Ma Rutte ha subito fermato tutti spiegando che non sono previste «esenzioni».
Friedrich Merz ha assicurato che «non lo stiamo facendo per compiacere Trump, ma perché agiamo sulla base delle nostre convinzioni» e per difendersi dalla Russia. Berlino raggiungerà il 5% già entro il 2029 e a margine del vertice Nato ha incassato i complimenti dell’ambasciatore americano Matthew Whitaner, che ha definito la Germania «motore del riarmo», capace di dare una spinta agli altri Paesi europei come «Francia, Regno Unito e Italia».
Ma per il governo Meloni ora si tratta di affrontare un’altra partita, quella per trovare i margini di bilancio, che si giocherà tra Roma e Bruxelles.
(da agenzie)
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