Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
LE SANZIONI AMERICANE SULLE ESPORTAZIONI IN ASIA SONO STATE PARZIALMENTE ALLEGGERITE, I PREZZI SONO ALLE STELLE. UNA SALVEZZA, PER UN PAESE CHE SI STAVA PREPARANDO A CHIUDERE PARTE DEI POZZI DI PETROLIO PER ECCESSO DI PRODUZIONE
«Stiamo aspettando 200 miliardi di rubli in più, grazie al rialzo dei prezzi sul petrolio»:
il ministro delle finanze russo Anton Siluanov fa questo annuncio alla televisione di Stato, mentre ammette che negli ultimi due mesi il livello «delle entrate e delle mancate entrate è stato identico».
Tradotta dal burocratese del Cremlino, questa dichiarazione conferma quello che i numeri pubblicati dal governo russo già avevano rivelato: le sanzioni internazionali e l’aumento delle spese militari avevano spalancato un buco nelle finanze russe, e il deficit previsto per l’intero 2026 è stato sforato già a marzo.
Ora, la crisi nello stretto di Hormuz ha fatto ripartire i prezzi del greggio, e quindi le speranze di Mosca, anche se 200 miliardi di rubli – grosso modo 2 miliardi di
euro – sono una goccia rispetto alle esigenze della macchina bellica impiegata contro l’Ucraina.
E il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha promesso ieri che, nonostante una «crisi energetica acutissima», le entrate della Russia possono aumentare se il barile supera i 120 dollari. Una matematica che spiega perché Vladimir Putin si trova davanti a una scelta non facile. Da un lato, l’Iran è un suo alleato, e perderlo – dopo la caduta di Assad in Siria e di Maduro in Venezuela – darebbe un colpo pesantissimo alle ambizioni del leader russo di guidare la rivolta del “Sud globale” contro il nemico occidentale.
Dall’altro, le difficoltà del vicino e alleato promettono una boccata di ossigeno insperata per l’economia russa: le sanzioni americane sulle esportazioni in Asia sono state parzialmente alleggerite, i prezzi sono alle stelle, e un nuovo aumento della produzione petrolifera è già sul tavolo dell’Opec. Una salvezza, per un Paese che si stava preparando a chiudere parte dei pozzi di petrolio per eccesso di produzione, e quindi la tentazione di voltare le spalle a Teheran (e riparare le relazioni con gli Stati arabi del Golfo) è fortissima.
Una situazione che spiega perché Putin si sia offerto, nella telefonata di qualche giorno fa con Donald Trump, come mediatore con gli Ayatollah, pur senza avere particolari carte da giocare con Teheran. Kirill Dmitriev, l’uomo che per contro del Cremlino negozia con la Casa Bianca il dossier ucraino, promette sui suoi social «la peggiore crisi energetica della storia mondiale», probabilmente anche come tentativo di riportare l’attenzione di Trump verso la guerra di Putin, passata in secondo piano nelle priorità degli Usa.
Che sembrano uniti da una sorta di strano parallelismo, nel cercarsi a vicenda per tentare di concludere delle guerre che hanno iniziato convinti di una rapida vittoria. Mentre ieri, dopo gli attacchi devastanti dei droni ucraini alle raffinerie sul Mar Nero e negli Urali, è toccato ai terminal petroliferi nel porto di Primorsk, vicino a Pietroburgo, la televisione russa ha reso noto il palinsesto per il 9 maggio, nel quale la parata sulla piazza Rossa durerà appena 50 minuti.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
RUBIO SA BENISSIMO CHE LA SUA CORSA ALLA CASA BIANCA È PERDUTA SENZA IL DECISIVO VOTO DEI CATTOLICI AMERICANI, CHE NON HANNO PRESO PER NIENTE BENE L’IGNOBILE GUERRA A COLPI DI INSULTI DELL’IDIOTA-IN-CAPO A PAPA LEONE
Marco Rubio atterrerà giovedì a Roma non tanto in qualità di segretario di Stato statunitense, bensì in quella di candidato al dopo Trump, ruolo che dovrà contendersi con il vice presidente, JD Vance.
Se il mezzo leader dei Maga è solo un neo-convertito al cattolicesimo, l’ex cubano Rubio ha ricevuto il battesimo alla nascita e sa benissimo che la sua corsa alla Casa Bianca è perduta senza il decisivo il voto dei cattolici americani, che non hanno preso per niente bene l’ignobile guerra a colpi di insulti rivolta dall’Idiota-in-capo a Papa Leone.
Quanti giorni ci sono voluti a Rubio per convincere il Trumpone della necessità assoluta di una riconciliazione con la Santa Sede, guidata da un Pontefice tostissimo rispetto al predecessore Bergoglio, tutto chiacchiere e spirito santo, non si sa.
Una volta che ha ottenuto il via libera per imbarcarsi per Roma, Rubio è riuscito a strappare un incontro con il suo omologo della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin, ma il disco verde per una udienza al cospetto di Papa Prevost non c’è, per ora.
In moto per l’arrivo di Rubio, si è messo anche l’ambasciatore statunitense in vacanza in Italia, Tilman Fertitta. Benché sia molto impegnato in questi ultimi tempi a togliersi dai piedi l’ingombrante “inviato speciale” di Trump, Paolo Zampolli, il miliardario finanziatore della campagna elettorale del Nerone
Washington sta organizzando una bella cenetta per Rubio, cui sono stati invitati il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e il ministro della Difesa, Guido Crosetto.
Un incontro di Rubio è anche previsto con la fu “Giorgia dei Due Mondi”, già smorfioso cagnolino ai piedi di Trump che, visti i negativissimi sondaggi italiani sul presidente più mentecatto della storia degli Stati Uniti, l’ha mollato al suo destino rinculando a testa china tra le braccia della Unione Europea, fino a ieri schizzata dal governo Meloni, malgrado abbia consegnato all’Italia quasi 200 miliardi di Pnrr.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
E HA AGGIUNTO: “NESSUN ACCORDO DI PACE NEL CONFLITTO CON LA RUSSIA È POSSIBILE SENZA IL CONSENSO DELLA PARTE UCRAINA” … FICO E ZELENSKY AVRANNO UN FACCIA A FACCIA A BRATISLAVA
Volodymyr Zelensky sostiene che, dopo una telefonata con Robert Fico, il primo ministro
slovacco si schiererà a favore dell’Ucraina sulla questione dell’adesione all’Unione europea. Ha anche riferito di aver invitato il premier slovacco a Kiev e che Fico, a sua volta, lo ha invitato a Bratislava. Entrambi hanno detto sì agli inviti.
“Vogliamo relazioni solide tra i nostri Paesi e su questo siamo entrambi interessati. È stato importante sentire che la Slovacchia sostiene l’adesione dell’Ucraina all’Ue ed è pronta a condividere la propria esperienza sul processo di adesione”, ha scritto il presidente ucraino in un comunicato.
Il primo ministro slovacco, nel comunicato diffuso sabato, non ha però menzionato che cosa abbia discusso con il presidente ucraino in merito all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea.
Si è limitato a rendere pubblico che, pur non essendo d’accordo con il presidente ucraino su alcune questioni, la Slovacchia vuole che l’Ucraina sia un Paese stabile e democratico e che i due Stati siano legati da rapporti di amicizia.
Finora Robert Fico ha condiviso la posizione del premier ungherese uscente, Viktor Orbán, sulla questione ucraina, anche se non sempre ha partecipato al blocco delle decisioni dell’Ue. Ha però avuto un ruolo di rilievo nel braccio di ferro durato settimane sull’oleodotto Druzba.
Anticipando il governo ungherese, ha sospeso le forniture di elettricità verso l’Ucraina e, in seguito, come l’esecutivo di Budapest, ha fermato anche le consegne di carburante.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IN RISALITA IL CENTRISTA EDOUARD PHILIPPE, EX PREMIER MACRONIANO, SEGUONO MELENCHON E CIÒ CHE RESTA DEI PARTITI REPUBBLICANO E SOCIALISTA (RETAILLEAU E GLUCKSMANN)…. DUE TERZI DEI FRANCESI NON VOGLIONO I SOVRANISTI AL GOVERNO MA I PARTITI PAGANO LE DIVISIONI DEL CENTROSINISTRA
Mentre arrivano numerose le candidature – soprattutto nella gauche – in vista delle presidenziali del 2027, i sondaggi vedono sempre il Rassemblement National in testa alle intenzioni di voto dei francesi. In crescita le opinioni favorevoli ad Edouard Philippe, l’ex premier di centrodestra, che potrebbe essere al ballottaggio l’avversario di Marine Le Pen o Jordan Bardella.
Secondo uno studio della società Toluna Harris Interactive, pubblicato stamattina, il Rn si conferma avanti, con risultati migliori nel caso il candidato sia il presidente Jordan Bardella piuttosto che Marine Le Pen. Il primo otterrebbe fra il 34 e il 35% dei voti, la seconda fra 32 e 33%.
I più accreditati ad affrontarli nell’area del centro macroniano sono due ex premier, Philippe e Gabriel Attal, rispettivamente al 19% e al 14%. Attal è tallonato da Jean-Luc Mélenchon, il leader della sinistra radicale de La France Insoumise, che proprio ieri sera, in tv, ha sciolto ogni riserva e si è candidato. Seguono, Raphaël Glucksmann (Place Publique, socialisti) e Bruno Retailleau (Républicains, destra). Mélenchon raccoglie il 12% delle intenzioni di voto, Glucksmann fra l’11 e il 12%, Retailleau il 13%.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“HO INIZIATO A SOSPETTARE QUALCOSA QUANDO IL CONSIGLIERE COMUNALE STEFANO ZECCHI SI È PRONUNCIATO A FAVORE DELL’ORCHESTRA. MI SONO CHIESTA: NON È CHE TROVARE LA PAX ALLA FENICE POTREBBE RAPPRESENTARE UNA CAPTATIO BENEVOLENTIAE AGLI ELETTORI VENEZIANI?” … AVREBBE DOVUTO CHIEDERSI PER QUALE RAGIONE ERA STATA NOMINATA A UN INCARICO COSI’ PRESTIGIOSO PUR NON AVENDO IL CURRICULUM ADEGUATO
“C’è stato un accanimento, questo muro contro muro per impedire un cambio di rotta…
Forse, è sfumato il progetto culturale di questo governo”.
È l’opinione di Beatrice Venezi sulla conclusione del suo rapporto con il Teatro La Fenice, espressa in un’intervista pubblicata oggi sulle testate del gruppo Nem “Ho iniziato a sospettare qualcosa – prosegue Venezi – quando Zecchi (Stefano, consigliere comunale, ndr) si è pronunciato a favore dell’Orchestra.
Mi sono chiesta: non è che trovare la pax alla Fenice potrebbe rappresentare una captatio benevolentiae agli elettori veneziani?. Guarda caso pochi giorni dopo, a fronte di una mia dichiarazione opportunamente travisata e non offensiva, Colabianchi decide di risolvere il mio contratto, forse – e così risulta da fonti giornalistiche – su input di Roma”.
Da quel momento “nemmeno una telefonata. Al suo posto avrei chiamato, chiesto una smentita. Solo successivamente, pensato alla lettera di licenziamento”.
Riguardo all’assenza di rapporti e incontri con l’orchestra della Fenice, Venezi sostiene che “sono stata a Venezia anche in occasione di incontri con il sindaco e con le figure apicali del teatro ed era previsto che al mio rientro dall’Argentina avremmo combinato una serie di incontri conoscitivi.
Spettava al sovrintendente Colabianchi preparare il terreno, cosa che non è mai avvenuta”.
Venezi definisce il rapport con Colabianchi “molto complesso. Da una parte le difese d’ufficio, parole per la stampa ma non tutele concrete della mia persona nei confronti dell’atteggiamento ingiurioso adottato dall’orchestra, che al contrario è stata lasciata libera di fare proclami dal palco a più riprese durante gli spettacoli, lancio di volantini come in un’arena gladiatoria, interviste su ogni mezzo stampa, tv, radio, social terracqueo
Una crescente insofferenza e ostilità di fronte alle mie richieste di essere coinvolta nelle scelte artistiche, così come compete a un direttore musicale. Ho un carteggio ben fornito di mail in cui Colabianchi mi ribadisce più volte, anche in termini inappropriati, che le scelte artistiche competono esclusivamente a lui, escludendo ogni mio intervento, a dispetto delle clausole contrattuali e della prassi.
Questa impostazione mi ha di fatto impedito di esercitare le mie funzioni: in qualità di direttore musicale sarei stata tenuta a condividere e, per quanto di competenza, almeno per le produzioni che mi riguardavano, a cofirmare le scelte artistiche, ma non sono mai stata messa nelle condizioni operative per farlo”.
Infine, sulla presunta natura ‘politica’ della sua nomina, Venezi sostiene che “sono stata scelta sulla base di un progetto di rilancio artistico ed internazionale. Colabianchi conosceva benissimo le mie capacità avendo già collaborato al Teatro Lirico di Cagliari in diverse produzioni. La nomina politica è la sua”. E su un’eventuale causa al teatro “stiamo valutando con i miei avvocati”.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“NON HO DATO UNA NOTIZIA NON VERIFICATA, HO DETTO CHE “STIAMO VERIFICANDO UNA NOTIZIA””
«Mi copro il capo di cenere, ma non ho dato una notizia non verificata, ho detto “stiamo verificando una notizia” che è una cosa un po’ diversa». Sono le scuse di Sigfrido Ranucci rivolte al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Il chiarimento è arrivato nel corso dell’ultima puntata di Report, andata in onda domenica 3 maggio, dopo le tensioni emerse durante la trasmissione È sempre Cartabianca, condotta da Bianca Berlinguer. Al programma di Rete 4, Ranucci aveva fatto riferimento alla possibile presenza del ministro Nordio nel ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Dichiarazioni che hanno spinto Nordio ad annunciare iniziative legali.
«Mi pagherò da solo le spese legali»
Nell’istanza di risarcimento che dovrebbe arrivare nei prossimi giorni si farà riferimento al danno alla reputazione e all’immagine del ministro a causa della diffusione di notizie non verificate, in violazione del Codice deontologico dei giornalisti, che prevede l’obbligo di verificare l’attendibilità delle informazioni raccolte prima di diffonderle. Ranucci ha già annunciato la decisione di affrontare personalmente le eventuali conseguenze legali. «Sento il dovere di informarvi che, davanti all’eventuale denuncia del ministro della Giustizia, rinuncio già da ora ad esporre l’azienda, che gestisce soldi pubblici, a eventuali rischi. Affronterò il giudizio a mie spese», ha fatto sapere.
La replica di Ranucci
Nel suo intervento di ieri sera, Ranucci ha ricostruito quanto accaduto in diretta lo scorso 28 aprile, quando aveva fatto riferimento alla presunta presenza del ministro in Uruguay, parlando apertamente di una pista in fase di verifica. «Siamo sulle tracce di una testimonianza raccolta in queste ore», aveva dichiarato, precisando di voler trattare l’informazione «con il beneficio dell’inventario». «Sono stato accusato di aver dato una notizia non verificata. Ma che cosa ho detto? Ho detto “siamo sulle tracce di una testimonianza raccolta in queste ore, dove una fonte ci ha detto di aver visto Nordio i primi giorni di marzo in Uruguay e di averlo visto nel ranch di Cipriani. Stiamo verificando una pista e quindi la prendiamo con il beneficio dell’inventario», ha dichiarato il conduttore di Report.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
E NORDIO FA CAUSA A RANUCCI PER DIFFAMAZIONE… PRIMI RISCONTRI DELLE INDAGINI IN ARRIVO DA SPAGNA ED URUGUAY
Sono attesi a breve i primi esiti degli accertamenti all’estero chiesti dalla procura
generale di Milano – in particolare in Spagna ed Uruguay – nel supplemento di indagine sul caso della grazia chiesta e ottenuta da Nicole Minetti. Lunedì, anticipa l’Ansa, la procuratrice Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa faranno il punto della situazione sul caso scoperchiato dal Quirinale, che ha adombrato sospetti sulla veridicità degli atti corredati alla domanda di grazia e sul fatto che l’ex igienista mentale di Silvio Berlusconi, condannata a 2 anni e 10 mesi per sfruttamento della prostituzione nel caso Ruby e a 1 anno e 1 mese per la Rimborsopoli lombarda, abbia realmente tagliato i ponti con la vita precedente. Le verifiche, cui è stata delegata l’Interpol, riguardano in particolare l’atto di adozione del bimbo da parte di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani – di cui si vuole la copia originale – e la procedura seguita.
Cosa vogliono appurare i magistrati di Milano
Si vuol capire in particolare se davvero i genitori biologici del bimbo, peraltro malato, lo abbiano abbandonato all’Inau, l’ente delle adozioni del Paese sudamericano, e se la madre in particolare abbia fatto perdere le proprie tracce. Lo stesso vale riguardo alla morte, per un incidente domestico, dell’avvocatessa tutrice del minore: è stata trovata in casa carbonizzata con il marito. L’indagine supplementare condotta attraverso rogatorie estere mira pure a contro-verificare se davvero Minetti abbia tagliato i ponti col passato, dimostrando quella «seria volontà di riscatto sociale» su cui avevano messo la mano sul fuoco in un primo momento i magistrati. Si verificherà quindi nuovamente l’esistenza di eventuali procedimenti penali a carico della 41enne, e si ripercorreranno le tracce dei suoi spostamenti tra la residenza uruguayana di Punta de l’Este, la villa a Ibiza, Milano, Roma e pure Boston per le cure del piccolo. Qualora da queste nuove verifiche chieste dal
Quirinale dovessero emergere elementi “sfavorevoli” o comunque dubbi sulla veridicità di quanto sostenuto nella proposta di grazia, la procura Generale probabilmente rivedrà e ribalterà il parere, anticipa l’Ansa.
Il ministro Nordio pronto a fare causa a Ranucci
Nel frattempo il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha fatto trapelare l’intenzione di fare causa per diffamazione a Sigfrido Ranucci e di chiedergli i danni dopo che il conduttore di Report aveva parlato in tv della possibile presenza di Nordio nel ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Lo scrive Il Foglio citando fonti qualificate del ministero della Giustizia. Nell’istanza di risarcimento – spiega il Foglio – si farà riferimento al danno alla reputazione e all’immagine del Guardasigilli prodotto dalla diffusione di notizie non ancora verificate, in violazione del Codice deontologico dei giornalisti italiani, che prevede l’obbligo per i giornalisti di verificare l’attendibilità delle informazioni raccolte prima di diffonderle. Le somme eventualmente ottenute con la causa, fanno filtrare ancora da via Arenula, saranno devolute in beneficenza.
Cos’aveva detto Ranucci in tv
«Una nostra fonte avrebbe visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay a marzo. Se fosse vero, è una notizia. Stiamo verificando», aveva detto martedì scorso Ranucci in “trasferta”, ospite di Bianca Berlinguer a È sempre Cartabianca, su Rete 4. Una notizia potenzialmente esplosiva, nel quadro delle verifiche richieste dal Quirinale su presunte «scorciatoie» nella domanda di grazia presentata, e poi accolta, da Nicole Minetti, compagna di Cipriani.
Già pochi minuti dopo le affermazioni in tv di Ranucci, o Nordio era intervenuto telefonicamente al programma di Rete 4 per smentire categoricamente la ricostruzione. «Ai primi di marzo di quest’anno ero impegnato in campagna elettorale per il referendum», aveva ricordato il Guardasigilli. Ora seguirà la sfida in tribunale.
(da Open)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
COME FUNZIONA L’INSIDER TRADING ALL’OMBRA DI TRUMP
Gli operatori di Wall Street ne parlano come se fosse un mercato finanziario parallelo, «il Trump market»: imprevedibile, senza regole e molto redditizio. Nella storia americana non si è mai visto un intreccio così spregiudicato tra gli annunci, le decisioni della Casa Bianca e i movimenti anomali in Borsa. Negli Stati Uniti il problema del classico conflitto di interesse che sorge quando un imprenditore assume un incarico politico si era già posto con il primo mandato di Donald Trump, poiché le sue aziende spaziano dalle costruzioni, all’immobiliare, agli alberghi, ai resort turistici, ai golf club. Nove anni fa sollevò molte polemiche la decisione del neopresidente di affidare la guida della holding ai figli Donald Jr. ed Eric, scartando soluzioni più trasparenti come quella di consegnare la gestione a un «blind trust», cioè a un amministratore fiduciario incaricato di curare gli affari della Trump Organization in piena autonomia.
Con il rientro di «The Donald» alla Casa Bianca i guadagni per la famiglia sono esplosi. Prendendo in considerazione le operazioni su criptovalute, immobiliare e altro ancora, secondo il New York Times il clan avrebbe ottenuto extra profitti per 1,4 miliardi di dollari. Per il New Yorker il tesoro ammonta a 4 miliardi di dollari. In un anno e mezzo, poi, si sono moltiplicate le manovre decisamente sospette in Borsa, avvenute poco prima che Trump annunciasse importanti mosse politiche ed economiche. Al punto che, di recente, perfino il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sbeffeggiato l’ex costruttore mandando un sarcastico avvertimento «a Wall Street»: «Interpretate al contrario le parole di Trump: i suoi discorsi sono una finzione per ottenere facili guadagni». Sta di fatto che negli Usa queste anomalie sono diventate un caso politico. Vediamole.
Mercoledì 2 aprile 2025, Trump si presenta con un grande tabellone
Sul cartello sono elencate, una per una, le percentuali dei dazi imposte ai Paesi di mezzo mondo. L’iniziativa suscita un tracollo in Borsa
Il giorno più torbido
Partiamo da mercoledì 2 aprile 2025, è il cosiddetto «Liberation day»: quel giorno Trump si presenta con un grande tabellone davanti alle telecamere assiepate nel Rose Garden della Casa Bianca. Sul cartello sono elencate, una per una, le percentuali dei dazi imposte ai Paesi di mezzo mondo. L’iniziativa di Trump suscita un tracollo in Borsa: fra giovedì 3 e venerdì 4 l’indice Standard and Poor (S&P 500, la media delle quotazioni delle 500 società più grandi) perde il 10,8%. Allarme rosso sui principali mercati finanziari del mondo. Domenica 6 aprile il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, va a trovare Trump nella residenza di Mar-a-Lago, in Florida. Bessent si fa portavoce del profondo disagio del mondo della finanza e dell’industria e sollecita il presidente a cambiare idea. Lunedì 7 aprile riaprono le quotazioni: l’indice S&P risale di poco (+0,23%), ma il mercato resta instabile, tanto che martedì 8 lo stesso indicatore va in rosso (-1,57%). Ma arriva mercoledì 9 aprile: fuochi d’artificio a Wall Street.
Il titolo della Trump Media & Technology Group sale del 21%.
Attenzione agli orari
Alle 9.37 Trump posta un messaggio sibillino sulla sua piattaforma social Truth: «QUESTO È UN GRANDE MOMENTO PER COMPRARE!!! DJT». DJT è la sigla che in Borsa indica la Trump Media & Technology Group, la holding della famiglia Trump. Sembra quasi un segnale rivolto a persone o entità finanziarie già in allerta.
Alle 13.08, nel pieno delle contrattazioni di Borsa, per 10 minuti gli speculatori si scatenano, con ordini torrenziali di call options, contratti che prevedono l’acquisto di un titolo a un prezzo prefissato ed entro un determinato lasso di tempo. Questo strumento finanziario consente di scommettere sull’aumento del valore delle azioni a breve termine e quindi di ottenere un profitto che deriva dalla differenza tra il prezzo stabilito dalla call option e la quotazione successiva del titolo. Alle 13.18, Trump scrive su Truth che l’introduzione dei dazi viene rinviata di 90 giorni. La Borsa reagisce con il più poderoso rialzo dal 2008: l’indice S&P sale del 9,5% e il Nasdaq, il listino dei titoli tecnologici, si impenna con un +12,2%, l’incremento maggiore negli ultimi due decenni. Il titolo della Trump Media & Technology Group sale del 21%. È evidente che qualcuno sapeva che sarebbe valsa la p
raccogliere l’invito a comprare del primo post di Trump. In questo caso il leader Usa potrebbe aver commesso il reato di «market manipulation», in Italia si chiama anche aggiotaggio, cioè diffusione di informazioni esagerate e fuorvianti per alterare il corso delle quotazioni.
Chi informa i borker?
Come si possono calcolare, almeno per approssimazione, i guadagni di chi ha investito con i tempi giusti magari perché al corrente di ciò che avrebbe detto Trump? Due possibilità. Chi ha investito 1 milione acquistando le azioni o un fondo di investimento quotato (Etf) parametrato sul valore dell’Indice S&P, la mattina del 9 aprile si è ritrovato a fine giornata con un 1.095.000 euro: 95 mila euro di guadagno in pochi minuti. Il calcolo è semplice: basta aggiungere il 9,5% del rialzo dell’S&P al milione di dollari investito. In generale è più complesso calcolare l’effetto moltiplicativo generato dai contratti di call option. Ma nel caso specifico del 9 aprile la Reuters, sulla base dei movimenti registrati sul mercato, ha calcolato che la leva finanziaria delle call option Spy, cioè dei fondi che riproducono l’Indice S&P, ha prodotto una moltiplicazione di 10 volte il capitale investito. Chi ha puntato 1 milione di dollari si è ritrovato con 10 milioni e quindi con un profitto netto di 9 milioni. Sta di fatto che quello stesso 9 aprile il Presidente nello studio ovale, presentando alcuni piloti automobilistici al finanziere Charles Schwab, dice: «Oggi lui ha guadagnato 2,5 miliardi di dollari»; poi indicando l’imprenditore Roger Penske: «E lui 900 milioni di dollari. Non è male!». Il caso dei dazi è il più clamoroso, ma siamo solo all’inizio.
Farmaci: i ben informati
Lunedì 12 maggio il presidente americano, dopo un lungo tiro alla fune, annuncia un accordo con Xi Jinping. Gli Stati Uniti ridurranno i dazi sull’import cinese e la Cina taglierà a sua volta le tariffe sui beni Usa. Wall Street accoglie la notizia con un aumento del 3,3% (indice S&P) e il giorno dopo, martedì 13 maggio, con un altro + 0,7%. Nelle stesse ore si sviluppa un’altra vicenda che fa ballare un comparto specifico dello Stock Exchange: quello dei farmaci. L’11 maggio del 2025 è domenica, il presidente Usa comunica che lunedì 12 avrebbe firmato un ordine esecutivo per ridurre i prezzi dei medicinali tra il 30% e l’80%, imponendo
ai produttori di allinearli a quelli applicati dai concorrenti stranieri. Quello stesso giorno le quotazioni dei titoli farmaceutici americani oscillarono parecchio, recuperando sul finale di seduta. Si potrebbe ipotizzare che qualcuno, a conoscenza in anticipo delle intenzioni trumpiane, abbia piazzato ordini di acquisti al ribasso già venerdì 9 maggio, incamerando azioni di società come Pfizer, AbbVie, Eli Lilly, Amgen, Merck che terminarono la giornata di lunedì 12 con ribassi tra il 2,1% e il 4,8%.
Chi specula sul petrolio
L’altra pista segnata dai dubbi porta alla guerra contro l’Iran. Sabato 21 giugno 2025 Trump decide di attaccare il regime degli ayatollah. Wall Street reagisce in modo positivo: evidentemente gli investitori pensavano che i bombardamenti sarebbero durati poco e non avrebbero ostacolato le forniture di petrolio. Anche in occasione del secondo attacco, sabato 27 febbraio 2026, la Borsa di New York non si scompone. Non si può dire la stessa cosa per ciò che accade lunedì 23 marzo. Alle 7.04 Trump posta queste parole su Truth: «Conversazioni molto buone e produttive con Teheran a proposito di una completa risoluzione del conflitto». Il presidente ordina lo stop ai bombardamenti contro gli impianti di energia elettrica iraniani. Il prezzo del greggio crolla del 14%, poi la Borsa riprende a salire e l’indice S&P chiude la seduta con +1,15%. La Bbc ha ricostruito che lunedì 23 marzo, dalle 6.40 alle 6.50 del mattino, il mercato è stato sommerso da 3.818 ordini di futures sul valore del greggio per un ammontare complessivo di 320 milioni di dollari. Nel corso della mattinata il valore dei futures raggiungerà il totale di 580 milioni di dollari. Difficile calcolare quanto hanno guadagnato questi trader super informati. Qualcuno può aver approfittato per vendere petrolio prima della flessione del 14%. Altri possono aver stipulato contratti di vendita futura del greggio a un prezzo superiore a quello acquistato nel corso della giornata con quotazioni decisamente inferiori. In ogni caso, un’onda anomala.
Lo stesso schema si ripete il 7 aprile. In un solo minuto, tra le 12.24 e le 12.25, sul mercato si assiste a vendite massicce di futures per un valore di 760 milioni di dollari. Alle 12.45 ecco l’annuncio di Trump: «Lo Stretto di Hormuz è tornato
navigabile». Più tardi il mondo scoprirà che non è vero, ma intanto il prezzo del greggio crolla dell’11%.
Dall’inizio dell’attacco isarelo-americano all’Iran si contano almeno sei episodi di possibili casi di insider trading. Il più recente, stando ai dati raccolti da Reuters, si è verificato mercoledì 22 aprile: 15 minuti prima che Trump comunicasse il prolungamento della tregua con Teheran, si sono registrate vendite di petrolio al ribasso per 430 milioni di dollari. Un’altra scommessa vinta perché nella giornata il prezzo del greggio è effettivamente sceso da 100,6 dollari al barile a 96,83 dollari.
Le denunce alla Sec
La prima denuncia è firmata da sei senatori democratici, inviata l’11 aprile 2025 a Paul Atkins, presidente della Sec, l’Autorità che vigila sulla Borsa. Quella più recente e circostanziata, datata 24 febbraio 2026, è di due deputati democratici: la vicepresidente della Commissione Servizi finanziari, Maxime Waters e il vicepresidente della Sotto commissione sulla vigilanza e le indagini economiche e finanziari, Al Green. Entrambi chiedono agli organismi di cui fanno parte di avviare un’indagine parlamentare su quanto è accaduto tra la Casa Bianca e lo Stock Exchange di New York nella mattina del 9 aprile 2025, quando l’umore prevalente a Wall Street era piuttosto depresso. Con l’eccezione di alcuni operatori beninformati. Da chi? È la domanda che i parlamentari Waters e Green rivolgono al presidente della Commissione Servizi Finanziari della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano French Hill, sollecitandolo ad aprire un’indagine. Nella lettera ricordano anche che a distanza di un anno il presidente della Sec, Paul Atkins, grande sostenitore della deregulation più totale e delle criptovalute, non ha fatto nulla. Non ha neanche risposto alla lettera dei sei senatori.
Fino all’arrivo di Trump alla Casa Bianca la Sec era considerata la più temibile sentinella dei mercati finanziari. Un modello per tutto il mondo. Ma con Atkins alla guida il ruolo della Sec è diventato marginale. L’amministrazione Trump ha tagliato il personale del 17%, compresi gli ispettori investigativi della Enforcement Division. La spesa per finanziare le indagini è stata ridotta del 50%. Va precisato che Trump non può essere accusato di insider trading solo sulla base delle dichiarazioni che incidono sulle quotazioni, poiché sono inevitabili. Serve la prova che il presidente abbia direttamente comprato o venduto titoli prima dei suoi
annunci. Tuttavia i parlamentari chiedono di puntare l’attenzione su figure vicine alla Casa Bianca.
Le scommesse su Polymarket
Infine un fenomeno relativamente nuovo, quello dei siti specializzati nelle scommesse geopolitiche on line. Uno in particolare sta attirando l’attenzione dei media e degli analisti: Polymarket. Fondato nel 2020 a New York, accetta puntate in criptovalute sugli avvenimenti più diversi, dallo sport alle elezioni politiche fino alla durata di una guerra. Il primo caso collegato alle mosse dell’Amministrazione Trump riguarda la cattura del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. Il Presidente americano annuncia il successo del blitz a Caracas con un post alle 10.21 di sabato 3 gennaio. Ma poco prima, Gannon Ken Van Dyke, uno dei militari americani che partecipa all’operazione, aveva puntato da un account anonimo 32 mila dollari sulla piattaforma scommettendo che Maduro sarebbe stato destituito entro la fine di gennaio. Van Dyke, ora sospeso dal servizio, aveva vinto 436 mila dollari.
Uno studio della Columbia University dal titolo «From Iran to Taylor Swift», firmato dai professori universitari Joshua Mitts e Moran Ofir, riassume in modo efficace il quadro delle scommesse su alcuni interrogativi collegati alla guerra contro Teheran. Giusto per fare un esempio. La domanda «Gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran entro il 28 febbraio?» ha raccolto puntate per 529 milioni di dollari. La società di analisi Bubblemaps ha notato l’improvvisa comparsa di sei account anonimi sulla piattaforma Polymarket, aperti solo poche ore prima che iniziasse la guerra: hanno tutti azzeccato la risposta guadagnando, complessivamente, 1,2 milioni di dollari. Preveggenza o, più banalmente, frode?
Polymarket non piace a tutti. È stato bandito dai governi di 33 Paesi fra i quali Francia, Italia, Belgio, Germania, Regno Unito. L’amministrazione Trump, invece, ha allentato i controlli sulle attività di questi siti e, guarda la combinazione, Donald Jr., il primogenito del Presidente, ha investito, si stima, qualche milione di dollari in Polymarket, diventandone anche consigliere strategico.
(di Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina
(da corriere.it)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO IN CARICA E’ DIVENTATO IL SECONDO PIU’ LONGEVO DELLA STORIA REPUBBLICANA, MA LI TIENE UNITI NON IL CONSENSO POPOLARE MA L’ATTACCAMENTO ALLA POLTRONA
Sabato scorso il governo Meloni, con 1288 giorni, è diventato il secondo più longevo
della storia repubblicana. Al momento, inoltre, non si vedono ostacoli insormontabili per raggiungere il record di durata, detenuto da Silvio Berlusconi, il cui esecutivo governò ininterrottamente per 1412 giorni. Certo, questo dato sembra quasi paradossale considerando il contesto storico: Giorgia Meloni festeggia un grande risultato di longevità in un momento in cui le leadership sembrano consumarsi con una velocità inedita. I cicli delle leadership politiche sono storicamente stati lunghi: da Craxi a Berlusconi, molti grandi leader sono stati sulla cresta dell’onda per un periodo importante, ma negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un’opinione pubblica in rapido movimento, mutevole, capace di farsi sedurre rapidamente da leader abbandonati poco dopo. Renzi, Salvini, Di Maio: sono molti gli esponenti politici la cui grande popolarità si è consumata in un arco temporale breve. Come Icaro, si sono avvicinati troppo al sole, bruciando rapidamente il proprio consenso. Giorgia Meloni, invece, pur indebolita, rimane al timone.
Ci sono diversi motivi che spiegano questo risultato e l’avvicinamento al primato di durata berlusconiano.
Il primo è legato alle rigide gerarchie della coalizione di centrodestra: nessuno mette in discussione il ruolo di partito-timone di Fratelli d’Italia, e l’assetto della coalizione, ad eccezione dello strappo vannacciano, è rimasto solido. I partiti conservatori in questo paese sono inoltre meno “scalabili” dalla propria classe dirigente, e rientrano spesso nella fortunata definizione di Fabio Bordignon di “partito del Capo”, leaderistici e verticali.
Inoltre, storicamente, il centrodestra si è mostrato più disciplinato e coeso rispetto all’alleanza progressista: non è un caso che sabato l’esecutivo abbia superato al secondo posto il governo Berlusconi IV, e che al primo posto permanga il Berlusconi I.
Va anche sottolineato come il consenso nei confronti del governo e della coalizione meloniana sia calato in questi anni, in modo costante e netto ma meno rapido rispetto ad altre situazioni. Questo fatto, sommato a un’opposizione piuttosto divisa nei primi anni, ha generato una pressione limitata dell’opinione pubblica nei confronti del governo, aumentata solamente negli ultimi mesi, dalla campagna referendaria in poi.
Dunque, Meloni e il centrodestra possono festeggiare un traguardo di stabilità importante e puntano a stabilire un nuovo record.
Tuttavia, la longevità, di per sé, non è una vittoria: le elezioni politiche non premiano chi resiste, ma chi convince.
(da Repubblica)
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