Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
PAOLO MIELI: “C’È UNA CERTEZZA DI VENDETTA. È QUALCOSA DI ANALOGO DEL SIGONELLA DI CRAXI. TRUMP SE LA LEGHERÀ AL DITO. A CRAXI LA FECERO PAGARE IN MANIERA DEFINITIVA. A MELONI VERRÀ PRESENTATO IL CONTO. FARANNO L’IMPOSSIBILE PER FARLE PERDERE LE ELEZIONI”…PER CAPIRE QUANTO È “VENDI-CATTIVO” TRUMP, BASTA GUARDARE COSA È SUCCESSO A PEDRO SANCHEZ
Nelle varie puntate dello scazzo tra Meloni e Trump, purtroppo nessuno dei geni della Fiamma Magica ha pensato bene di ricordare alla Ducetta il celebre aforisma (spesso attribuito a Bertrand Russell o Mark Twain): “Mai discutere con un idiota: ti porta al suo livello e poi ti batte con l’esperienza”.
L’ormai ex Trumpetta è ferita a morte per essere stata liquidata, dopo anni di baci e abbracci, come ‘’una sguattera del Guatemala’’: “Mi ha implorato di fare una foto con lei, non l’avrei neanche fatta, ma mi ha fatto pena”, ha detto il Caligola di Mar-a-Lago.
Anziché ignorarlo compassionevolmente, come si fa con qualsiasi disturbato mentale, Giorgia Meloni ha ben pensato di reagire, scendendo nel suo stesso campo di volgarità e di insolenza.
Reazioni magari perfette per la Garbatella, ma del tutto sbagliate in campo istituzionale.
Agli insulti del Trumpone, infatti, i vari Zelensky, Starmer, Macron hanno fatto orecchie da mercante, lasciandolo delirare su Truth o con il primo giornalista che lo chiama al telefonino.
Meloni no, ha deciso di rispondere colpo su colpo, salvo poi rinculare e dichiarare il caso “chiuso”, di fronte ai nuovi insulti del ciuffo platinato di Washington.
Ieri sera, a “Otto e mezzo”, Lilli Gruber ha chiesto a Paolino Mieli: “Ci sono apparati americani che sanno tante cose. C’è una possibilità di vendetta degli apparati, quelli potentissimi americani?”
E lo sventurato rispose: “C’è una certezza di vendetta. È qualcosa di analogo del Sigonella di Craxi. Negare le basi fondamentali nella guerra in Iran, che è fallita.
Trump se la legherà al dito. A Craxi la fecero pagare in maniera definitiva. A Meloni verrà presentato il conto. Faranno l’impossibile per farle perdere le elezioni, per sputtanarla”
“Usando anche Vannacci?”, intigna l’austro-ungarica Lilli.
E Mieli lancia la bomba: “Certo, usando anche Vannacci. Lo possono alimentare, da una parte gli americani, da una parte Putin. Lo possono gonfiare, dandogli autorevolezza. Attualmente, non è un soggetto ritenuto autorevole. Se qualche capo di stato del mondo, come Trump, lo incontrasse sarebbe diverso”
Lo scambio di ipotesi tra Gruber e Mieli su cosa e quanto rischia la premier italiana ci sta tutto, conoscendo bene quanto è “vendi-cattivo” Donald Trump (basta vedere cosa è successo al premier spagnolo Pedro Sanchez, reo di aver risposto per le rime alle richieste economiche sulla Nato.
Prima sbuca un dossier per corruzione su Zapatero e i suoi gioielli da 1 milione di euro. Poi il rinvio a giudizio per la moglie del primo ministro, Begona, a cui è stato ritirato anche il passaporto).
E quando Mieli afferma che il Trumpone possa “alimentare” il fenomeno Vannacci (che le malelingue atlantiste sostengono possa essere “nutrito” da oligarchi conosciuti durante il suo soggiorno moscovita da addetto militare dell’ambasciata italiana, dal 7 febbraio 2021 al 18 maggio 2022), mette il ditone nella piaga: una volta diventata “inaffidabile”, a cosa serve Meloni?
A niente, quindi può tornare a leggere Tolkien ai giardinetti di Colle Oppio.
All’ipotesi di Mieli, si può anche aggiungerne un’altra che circola tra i palazzi romani: convincere la famiglia Berlusconi a far uscire Forza Italia dalla maggioranza di governo….
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
NEL 2025 MENO DI 400 NEONATI SONO STATI CHIAMATI “DONALD”: SI TRATTA DI UN MINIMO STORICO, CONSEGUENZA DELL’IMPOPOLARITA’ DEL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO
l nome ‘Donald’ sparisce dalle culle americane, e non è mai stato così poco popolare tra i genitori
Usa. Secondo i dati della Social Security Administration, nel 2025 meno di 400 neonati hanno ricevuto il nome del presidente Donald Trump, che oggi occupa soltanto il 690esimo posto nella classifica nazionale. Si tratta di un minimo storico, secondo un’analisi dei dati federali condotta da Notus e pubblicata sui media Usa.
Negli anni Trenta, invece, era tra i nomi più diffusi d’America, e raggiunse l’apice della popolarità nel 1934, quando oltre 30.400 bambini americani furono chiamati ‘Donald’, rimanendo tra i primi 100 nomi più diffusi fino al 1990. Il suo declino non si è arrestato neanche durante l’ascesa politica di Trump: quando debuttò il programma ‘The Apprentice’ nel 2004, ‘Donald’ occupava la 263ma posizione, mentre per la sua prima vittoria alle presidenziali del 2016 era in 489ma posizione. E il declino non si è fermato neppure con il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
UN PAESE DOVE VIGE LA SHARIA, LE DONNE E LE MINORANZE SONO SOTTO SCHIAFFO, DOVE GIORNALISTI, ATTIVISTI E OPPOSITORI VENGONO TORTURATI, PUÒ ESSERE CONSIDERATO SICURO PER I RIMPATRI?
Per la prima volta dall’attacco contro le Torri Gemelle nel 2001, la Commissione europea ha accolto una delegazione dei talebani per discutere del rimpatrio di migranti illegali afghani presenti sul territorio degli stati membri.
L’incontro è stato definito “a livello tecnico” e “non significa in alcun modo un riconoscimento”, ha detto un portavoce: la Commissione ha dato seguito alla richiesta avanzata lo scorso ottobre da venti governi di coordinare “i contatti sui rimpatri e le riammissioni in Afghanistan”.
Una prima riunione bilaterale si era tenuta a Kabul all’inizio dell’anno. La Commissione assicura che si tratta esclusivamente di discutere le formalità per rimpatriare “persone che hanno commesso gravi crimini o che pongono una minaccia di sicurezza”: identificazione, rilascio dei documenti di viaggio e operazioni di rimpatrio.
La Germania ha già avviato programmi di rimpatri verso l’Afghanistan di migranti condannati per reati gravi. I rappresentanti di quindici stati membri hanno partecipato alla riunione. Dall’altra parte del tavolo c’erano cinque funzionari talebani, tra cui il portavoce del ministero degli Esteri, Abdul Qahar Balkhi, che ha definito l’incontro “storico” perché “è la prima volta che una delegazione dell’Emirato islamico ha visitato l’Ue e tenuto discussioni con degli Stati membri a Bruxelles”.
Il fatto che la Commissione sia pronta a dialogare con un regime brutale e non riconosciuto mostra quanto l’Ue sia disposta a calpestare i suoi princìpi e le sue regole per mostrare ai cittadini che sta usando il pugno di ferro sulla migrazione.
I talebani sono sotto sanzioni dal 2001. Il loro regime non è riconosciuto come legittimo dall’Ue dopo la presa di Kabul nel 2021. Per cooperare sui rimpatri i Talebani esigono di recuperare l’accesso diplomatico e consolare nei paesi dell’Ue, che è stato loro negato dalla fuga degli occidentali dall’Afghanistan nel 2021.
Il consenso nell’Ue sulla politica migratoria è cambiato radicalmente dalla crisi dei rifugiati siriani del 2015-16. All’epoca la Commissione presieduta da Jean-Claude Juncker proponeva quote di ridistribuzione di richiedenti asilo e si rifiutava di finanziare la costruzione di muri.
Con Ursula von der Leyen, le quote hanno lasciato il posto a un nuovo Patto su migrazione e asilo, che ha come obiettivo di rigettare in modo sbrigativo gran parte delle domande di protezione internazionale. L’Ue ha adottato un nuovo regolamento rimpatri che le ong paragonano ai metodi usati dall’Ice negli Stati Uniti e include la possibilità di creare dei “return hub” in paesi terzi. Il modello Albania per i richiedenti asilo è evoluto in centri fuori dalle frontiere dell’Ue, dove deportare i migranti espulsi in attesa che siano rimpatriati nei loro paesi di origine.
La premier danese, Mette Frederiksen, e quella italiana, Giorgia Meloni, sono le due leader più impegnate a favore della linea dura. Lo spostamento verso l’estrema destra del Parlamento europeo e il dominio del Partito popolare europeo nella Commissione e nel Consiglio europeo hanno fatto il resto. Durante il vertice europeo della scorsa settimana, Frederiksen e Meloni hanno raccolto le firme di altri 17 capi di stato e di governo per chiedere alla Commissione di finanziare i “return hub”.
(da agenzie)
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