Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile
MARINA BERLUSCONI A REGGIO CALABRIA HA IMPOSTO COME CANDIDATO IL TESORIERE FABIO ROSCIOLI, STORICO AVVOCATO DI FININVEST E UOMO DI FIDUCIA DELLA CAV IN GONNELLA – ROSCIOLI È ANCHE LA PERSONA INCARICATA DI STILARE LE LISTE PER IL 2027, PER CONTO DELLA FIGLIA DI SILVIO – È QUESTO IL VERO BOTTINO CHE STA SFALDANDO I DUE PARTITI DI MINORANZA DEL CENTRODESTRA
Potrà sembrare curioso ma il destino del centrodestra si sta realizzando a Reggio Calabria.
Una sfida apparentemente locale assume i contorni di un dramma nazionale e la città dello Stretto si presta bene a testimoniare la lacerazione della coalizione di governo. Roberto Vannacci ha presentato per la prima volta una sua lista, alle elezioni suppletive per un posto alla Camera. Futuro nazionale si presenterà da sola, contro il centrodestra e, per il debutto, il generale ha voluto fare un ulteriore dispetto, candidando Domenico Giannetta, fino alle quattro del pomeriggio di ieri capogruppo di FI alla Regione.
Il potere sulle liste Per quella stessa poltrona da deputato il centrodestra ha candidato Fabio Roscioli, avvocato e tesoriere di FI. O meglio: Marina Berlusconi lo ha imposto al segretario del partito Antonio Tajani. Meloni ha lasciato fare, dopotutto la Calabria è regione dove gli azzurri vanno forte e dove è meglio mettere il naso il meno possibile. È la regione del governatore Roberto Occhiuto, il primo a lanciare la sfida a Tajani in nome di Marina.
Roscioli è anche l’incaricato per conto della manager primogenita del fondatore a stilare le liste per il 2027. È questo il vero bottino che fa gola ai contendenti e che sta sfaldando i due partiti di minoranza del centrodestra. Vale per FI, ma anche per la Lega, impantanata in una faida familiare tra i governatori del Nord e il segretario Matteo Salvini.
Dal suo riposo francese, nella villa a Châteauneuf-de-Grasse, sulle alture della Costa Azzurra, dove a giorni potrebbe anche incontrare Tajani, Marina partecipa alle convulsioni del partito.
Difficilmente il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo avrebbe fatto quello che ha fatto, sfidare Tajani apertamente, con toni da resa dei conti congressuale, se non avesse avuto la benedizione della famiglia Berlusconi. La faccenda è di qualche giorno fa. Il vicepremier annuncia una stagione di sburocratizzazione senza minimamente informare Zangrillo, che legittimamente s’adombra.
«Avrebbe prima dovuto rivendicare quattro anni di risultati» si lamenta il ministro piemontese in un’intervista a Il Foglio. Nella quale tra l’altro Zangrillo dice che se Marina scendesse in campo «tutti sarebbero entusiasti». Lei, la manager, lo stima e lo ha infilato nella short list del cast dei possibili successori di Tajani, assieme ai vicesegretari del partito, il presidente del Piemonte Alberto Cirio, Deborah Bergamini e Occhiuto.
I sondaggi Non è facile per Meloni assistere all’indebolimento e al progressivo disfacimento dei suoi due principali alleati. L’orizzonte per entrambi i partiti è il 2027, mentre si evocano confronti nazionali e si litiga su congressi locali. Se non prima, sarà con le elezioni che si definirà il futuro di Tajani e Salvini, e dunque di FI e della Lega. Vannacci ha avuto l’effetto di un’esplosione sotto le acque immobili di un lago.
I sondaggi hanno preso a muoversi dopo tre anni di calma piatta. In una proiezioneanalizzata anche a Palazzo Chigi, FN avrebbe il potenziale del 10% e il Carroccio scenderebbe sotto il 5%. Tra qualche giorno, in Senato, si tornerà a lavorare sulla legge elettorale. La sua approvazione sarà un passaggio fondamentale per comprendere le prossime dinamiche politiche.
Numeri alla mano, nessuno del centrodestra fa i salti di gioia per la formula ideata che consegna il premio di maggioranza solo alla coalizione che raggiunge il 42%. Senza Vannacci, appare un traguardo impossibile.
Ma è difficile tornare indietro e con il Rosatellum, legge attualmente in vigore che prevede una parte di seggi uninominali, per la destra sarebbe anche peggio. Se dovesse passare la riforma, e il centrodestra dovesse uscire sconfitto, la Lega perderebbe circa due terzi dei 95 parlamentari che ha tra Camera e Senato. Forza Italia otterrebbe meno di trenta seggi. Sono cifre che spiegano benissimo perché la lotta di potere interna ai partiti – Marina contro Tajani, e fronte del Nord contro Salvini
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile
GIORGIA MELONI, IN VIDEOCOLLEGAMENTO CON I LEADER DELLA COALIZIONE DEI VOLENTEROSI, AFFERMA CHE MANDERA’ DEI GENERATORI PER NON FAR RIMANERE AL BUIO GLI UCRAINI. A KIEV AVREBBERO BISOGNO ANCHE DI ARMI E MISSILI PER INTERCETTARE I BOMBARDAMENTI RUSSI
Partecipando in videocollegamento alla riunione dei leader della Coalizione dei volenterosi, in
concomitanza con il 35esimo anniversario dell’Indipendenza dell’Ucraina, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni “ha confermato l’impegno italiano sul fronte umanitario in vista della stagione invernale, che proseguirà con l’invio di ulteriori generatori destinati in particolare a sostenere la resilienza della popolazione ucraina e a garantire la tenuta della rete energetica”.
Lo riferisce una nota di Palazzo Chigi al termine della riunione.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL TRIBUNO DI ESTREMA SINISTRA STA AMMORBIDENDO I TONI NEI SUOI COMIZI E PROVA A RENDERSI “DIGERIBILE” AGLI ELETTORI DUBBIOSI. MA DOPO ANNI DI SPARATE ANTI-OCCIDENTE DEVE SFORZARSI MOLTO
«Non prendo questa decisione alla leggera», ha detto Raphaël Glucksmann ieri sera al telegiornale delle 20, annunciando di essere «candidato all’elezione presidenziale» che si terrà in Francia il 18 aprile e il 2 maggio 2027. […]
Alle elezioni europee del 2024 Glucksmann è stato protagonista di un exploit notevole, superando nettamento la rivale dell’estrema sinistra melenchonista Manon Aubry, ma quel successo era stato oscurato poche ore dopo dalla clamorosa mossa del presidente Macron di indire elezioni anticipate.
In questi due anni la posizioni radicali della France insoumise si sono fatte largo nella società francese, e ieri Jean-Luc Mélenchon ha tenuto un comizio in cui ha rivendicato il suo ruolo di favorito a sinistra: «Possiamo farcela».
Secondo i sondaggi, accanto a Marine Le Pen intorno al 36% sicuramente qualificata al ballottaggio, la battaglia per l’altro posto al secondo turno è aperta: il centrista Philippe è dato al 17%, Mélenchon è dato al 16%, Glucksmann al 10.
Il fondatore di Place Publique dovrà imporsi nelle primarie del campo socialdemocratico, l’11 e il 18 ottobre. Poi continuerà nella corsa all’Eliseo garantendo «nessun accordo» con Mélenchon.
Di qua e di là, nel centro e nella sinistra, c’è una gran confusione sotto il cielo e dunque la situazione non è affatto eccellente al contrario dell’aforisma di Mao Zedong. E a Parigi, se possibile, stanno peggio di noi, una ressa che fa impallidire la contesa tra Giuseppe Conte, Elly Schlein e cespugli vari.
Un caos difficilissimo da gestire al punto che Le Monde, il quotidiano “autorevole” per definizione, ha voluto ammonire con un editoriale non firmato, dunque attribuibile al direttore Jérôme Fenoglio, che bisogna sbrigarsi, che «è necessaria un’alternativa di sinistra», cioè un candidato credibile, per impedire che al ballottaggio arrivi secondo (la prima piazza pare già assegnata a Marine Le Pen) il tribuno di estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon.
In questo caso si avrebbe comunque un presidente “antisistema”, cosa che il giornale vorrebbe di tutta evidenza scongiurare. Le possibili primarie La corsa è in effetti già affollata come un metrò all’ora di punta mentre alle porte ancora aperte si affacciano altri personaggi. Il prossimo a salire sul vagone dovrebbe essere Raphaël Glucksmann, 47 anni da compiere a ottobre, figlio del filosofo André, saggista, eurodeputato, fondatore di Place publique, movimento di centrosinistra socialisteggiante. […]
Nei sondaggi generali di popolarità l’eurodeputato è quotato attorno al 10 per cento, cifra che dovrebbe essere sufficiente per superare gli altri che si sono già iscritti. A partire da una donna che torna sulla scena a quasi vent’anni dal tentativo di entrare all’Eliseo, quella Ségolène Royal, ex compagna di François Hollande e madre dei suoi quattro figli, sconfitta nel 2007 da Nicolas Sarkozy al ballottaggio con un onorevole 46,94 per cento dei voti.
Non dovrebbero essere avversari pericolosi nemmeno il segretario del partito socialista Olivier Faure, o il giovane deputato Philippe Brun, 34 anni, il quale ha appena reso noto il suo programma dal titolo “Produire”, non serve traduzione, basato su lavoro, potere d’acquisto dei salari, giustizia sociale, sicurezza.
Chiunque prevalga, dovrà tenere in conto l’incognita rappresentata dall’ex presidente François Hollande, signor tentenna di questo periodo, il quale non ha nessuna intenzione di iscriversi alle forche caudine delle primarie ma non esclude di correre per la poltrona che ha già occupato con una lista propria. A dimostrazione di quanto le divisioni siano il problema endemico di questa parte politica. E non riguardano solo i socialisti ma anche i centristi e gli ecologisti. […]
Mélenchon sa che questa è la sua ultima chance. Sa anche che le divisioni nel campo moderato e nel campo centrista favorirebbero il suo passaggio al ballottaggio dove comunque soccomberebbe al cospetto di Marine Le Pen, dovendo scegliere tra due posizioni antitetiche ed entrambe estreme la Francia di oggi si butterebbe a destra nelle braccia della (ex?) impresentabile.
Per questo nelle ultime uscite ha cominciato a moderare i toni per rendere più digeribile la sua figura a un ceto medio che sarà il vero ago della bilancia della competizione. È difficile che il tribuno riesca nell’impresa, dovrebbe sconfessare posture sostenute in lunghi decenni di militanza e sarebbe poco credibile.
Sullo sfondo della volata per arrivare a battersi con l’estrema destra si intravede anche la figura di Dominique de Villepin, 72 anni, ex premier, ex ministro degli Esteri famoso per il discorso all’Onu contro la guerra in Iraq di Bush figlio.
Ha fondato il movimento La France humaniste, viaggia in ogni angolo dell’Esagono e si definisce un «candidato permanente», tutti indizi di una possibile discesa nell’arena. Dovesse essere lui a spuntarla, o Glucksmann o Philippe, c’è da scommettere che potrebbe risorgere quel “Fronte repubblicano” che sinora ha sempre sbarrato il campo ai Le Pen. Fosse il padre o la figlia.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL CREMLINO STAREBBE RECLUTANDO MEMBRI DI BANDE CRIMINALI LOCALI PER SABOTARE LE AZIENDE DI ARMI CON LO SCOPO DI METTERE ALLA PROVA LA DETERMINAZIONE DELLA NATO: “GLI ATTACCHI SEMBRANO ESSERE ATTENTAMENTE PIANIFICATI PER ARRIVARE A UN PASSO DALL’ATTIVAZIONE DELL’ARTICOLO 5, LA CLAUSOLA DI MUTUA DIFESA DELL’ALLEANZA ATLANTICA” – CALENDA INCALZA IL GOVERNO: “GLI ITALIANI DEVONO SAPERE SE DIETRO L’ESPLOSIONE DELLA FABBRICA DI COLLEFERRO C’E’ MOSCA”
“Gli italiani devono sapere con trasparenza se dietro l’esplosione della fabbrica di Colleferro c’e’ la
Russia. Le risposte del Governo sono state fino a oggi ambigue e lacunose. Alla riapertura del parlamento chiederemo di ascoltare il Ministro Crosetto. Immaginiamo che tecnici e servizi di sicurezza avranno avuto il tempo di verificare e capire.
Non possiamo far finta di nulla e lasciar passare l’episodio sotto silenzio”. Lo scrive il segretario di Azione, Carlo Calenda, sui social network commentando gli articoli che parlano di “attentati” per le esplosioni nelle fabbriche di armi di Estonia, Bulgaria e anche Italia .
La Russia ha iniziato una nuova ondata di attacchi contro aziende europee che producono armamenti, utilizzando una strategia che permette a Mosca di negare plausibilmente il proprio coinvolgimento: lo sostengono alcuni ufficiali di intelligence occidentali che lo hanno riferito al Telegraph ieri. Il giornale elenca quindi le esplosioni avvenute nelle fabbriche d’armi in Estonia, Bulgaria, Italia nelle ultime due settimane
Il Cremlino – spiegano queste fonti di intelligence al quotidiano – sta reclutando membri di bande criminali locali per sabotare le aziende produttrici di armamenti, e lo scopo è proprio mettere alla prova la determinazione della Nato: «Secondo gli esperti dell’intelligence, gli attacchi sembrano essere attentamente pianificati per arrivare a un passo dall’attivazione dell’articolo 5, la clausola di mutua difesa della Nato».
L’articolo elenca tre esplosioni e incendi avvenuti nelle ultime due settimane in impianti militari in tre Paesi, con l’interessamento di un quarto. Questa settimana la Lettonia ha arrestato tre sospettati di aver appiccato un incendio a un’azienda che produce veicoli blindati senza pilota (droni terrestri) in Estonia. Nella notte del 15 agosto un impianto di Milrem Robotics a Tallinn ha preso fuoco. Si tratta di un’industria che fornisce all’Ucraina droni terrestri.
Ci sono state esplosioni in importanti stabilimenti di produzione di armi sia in Italia che in Bulgaria, e a inizio 2026 un incendio ha distrutto uno stabilimento ceco che produceva droni e ottiche termiche per l’Ucraina. A Praga quattro sospettati sono stati arrestati nell’ambito di indagini sul coinvolgimento russo.
In Bulgaria la fabbrica esplosa il 10 agosto era la Emco, che produce munizioni di artiglieria da 155 mm per l’Ucraina ed è di proprietà dell’imprenditore Emilian Gebrev, già vittima di un (fallito) attentato del Gru russo (la stessa cellula 29155 che poi andò ad avvelenare con il novichok Sergey Skripal nel Regno Unito). L’incendio è stato innescato da un rogo in un camion parcheggiato vicino a un magazzino.
L’esplosione di Colleferro del 13 agosto viene definita caso «simile» dalle fonti del Telegraph: «Sia le autorità italiane che quelle bulgare hanno cercato di minimizzare qualsiasi possibile coinvolgimento russo negli attentati. Ma, come già accaduto in Estonia, Italia e Bulgaria, la Russia raramente lascia tracce che permettano di attribuire direttamente gli attacchi a Mosca».
Proprio dopo i fallimenti della cellula 29155 del Gru, Mosca ha deciso un cambio di rotta: ad agire, fin dove è possibile, devono essere soggetti non riconducibili allo Stato russo.
Il Cremlino, secondo le fonti britanniche, starebbe assoldando gang locali che quindi consentono al Gru (i servizi segreti militari russi) di non lasciare le proprie impronte digitali sugli incendi. I Paesi più a ovest come l’Italia e la Germania, scrive il Telegraph, spesso non sono disposti ad attribuire gli incidenti a Mosca per timore di un’escalation.
La Procura di Velletri mantiene una formula molto ampia, indaga per disastro colposo a carico di ignoti. Il ministro Crosetto ha dichiarato nei giorni scorsi che «non risulta a nessuno che a causare l’esplosione del 13 agosto possa essere stato qualcosa di diverso da un problema interno».
L’azienda madre della fabbrica di Colleferro, la franco-tedesca Knds, nell’unica dichiarazione ufficiale non ha escluso alcuna ipotesi: «Le circostanze dell’incidente sono attualmente oggetto di indagine e valutazione da parte delle squadre presenti sul posto».
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile
I RUSSI NON VOGLIONO MORIRE PER LE PARANOIE POLITICHE DEI VERTICI DEL CREMLINO
Nel momento del bisogno, l’unione tra Stato e Chiesa fa la forza. E così, mentre sempre più parlamentari propongono leggi per inasprire le sanzioni a chi sui social mostra le auto in coda per la benzina e intanto elogiano la resilienza del popolo russo, nella cittadina di Friazino, vicino a Mosca, i preti dedicano la loro omelia alla mancanza di carburante.
Chi se ne lamenta «è povero di spirito», perché la religione ortodossa, quella di oggi almeno, prevede «la sofferenza come forma di rispetto per il potere laico».
La situazione è «tesa», parola del vice primo ministro Aleksandr Novak, che già altre volte si è preso l’onere di dire la verità.
Anche ieri, dentro la Mkad, il raccordo anulare che comprende la prima periferia della capitale, le code davanti ai distributori erano ovunque, e alcune raggiungevano i due chilometri di lunghezza.
Niente a che vedere comunque con quelle che si videro proprio 28 anni fa quando il rublo venne svalutato e il panico travolse gran parte della popolazione.
La crisi del carburante Quando si parla di Russia, il senso delle proporzioni va sempre mantenuto. Ma è vero che ad agosto il Paese è stato colpito da una nuova crisi del carburante. Le segnalazioni di carenza o totale mancanza di benzina e dei relativi ingorghi alle stazioni di servizio giungono praticamente da ogni parte della Federazione.
La mappa delle zone più in sofferenza e quella degli attacchi dei droni ucraini alle raffinerie formano una sovrapposizione quasi perfetta.
È in corso un drastico calo della produzione dovuto alla ripresa delle incursioni dei droni di Kiev. Alcuni stabilimenti, già danneggiati, non sono più riusciti a riprendersi.
Persino Vladimir Putin è dovuto intervenire per calmare la gente. Come da tradizione, il presidente russo ha tergiversato, facendo ben presente che la colpa della attuale situazione non ricade su di lui e sulle sue decisioni, ma sui suoi sottoposti.
«Non tutte le questioni sono state ancora risolte. Certo, ci sono alcuni disagi per la popolazione, e il governo deve ovviamente tenere la situazione sotto controllo». Nessuno li chiamerà mai danni collaterali di guerra, ma di questo si tratta.
Secondo i dati di Bloomberg , nella prima metà di agosto sono state colpite da attacchi almeno nove aziende del settore petrolifero, che rappresentano circa 145 milioni di tonnellate di materie prime all’anno. Considerando che nel 2025 la lavorazione primaria ammontava a circa 265 milioni di tonnellate, la quota delle raffinerie colpite è pari al 54 per cento.
Le misure del governo Le misure adottate dal governo per stabilizzare il mercato dei carburanti non stanno facendo argine. Il divieto totale di esportazione della benzina è stato prorogato al 31 gennaio 2027, quello sul gasolio fino al prossimo primo settembre.
Inoltre, discreto paradosso per uno dei Paesi più ricchi di materie prime, fino al prossimo luglio è consentita l’importazione e l’acquisto da altri Stati.
E in almeno 59 regioni sono state introdotte severe restrizioni alla vendita di carburante. Eppure, non basta.
Secondo i dati di una app che monitora in tempo reale la disponibilità di benzina nei punti vendita al dettaglio, lo scorso 16 agosto solo il 28% delle stazioni di servizio in tutto il Paese aveva una qualche disponibilità. Una settimana prima, la percentuale era del 41%.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL VICECAPO DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DMITRY MEDVEDEV LI BOLLA COME “TRADITORI” DELLA PATRIA… I RUSSI SI DEVONO SCIROPPARE ANCHE LUNGHE CODE PER FARE BENZINA: LA CARENZA DI CARBURANTE È UN EFFETTO DEGLI ATTACCHI UCRAINI SULLE INFRASTRUTTURE ENERGETICHE…
La Russia sta conducendo in modo discreto esercitazioni in tutto il Paese per verificare la capacità
dell’apparato militare di gestire un’eventuale nuova mobilitazione di massa, dalla sistemazione delle reclute alla loro alimentazione e al rifornimento di armi ed equipaggiamenti.
Lo riporta il Wall Street Journal, citando funzionari dell’intelligence occidentale. In una delle esercitazioni, condotta a luglio, ufficiali militari sono volati da San Pietroburgo nell’exclave di Kaliningrad per supervisionare concretamente la pianificazione di una possibile mobilitazione dei residenti della regione, comprese le procedure necessarie per ospitare, nutrire e armare i nuovi soldati. Test analoghi sarebbero in corso in tutto il Paese “nel caso in cui venga presa la decisione” di procedere.
Il Cremlino non avrebbe tuttavia ancora deciso di ordinare una nuova mobilitazione e, secondo le fonti occidentali, difficilmente lo farà prima delle elezioni parlamentari previste alla fine di settembre. A spingere Mosca a valutare questa possibilità sarebbero le difficoltà nel reclutare abbastanza volontari per compensare le perdite subite sul campo, mentre il presidente Vladimir Putin continua a puntare alla conquista dell’intero Donbass.
A differenza della caotica mobilitazione del settembre 2022, che provocò la fuga dalla Russia di centinaia di migliaia di uomini, il Cremlino dispone oggi di un registro elettronico degli uomini in età militare che consentirebbe di procedere in maniera più graduale, convocando piccoli gruppi in diverse fasi e riducendo così il rischio di panico. Nelle ultime settimane, tuttavia, le indiscrezioni su una possibile nuova chiamata alle armi dopo le elezioni hanno già alimentato timori tra i russi, con un aumento delle ricerche online sulle modalità per lasciare rapidamente il Paese.
Abituato a svernare ai tropici, Vasily, professionista della finanza, quest’anno sta pensando di anticipare la partenza a inizio settembre. «Giusto per essere sicuro» e per «monitorare la situazione dall’esterno».
È uno dei molti russi che prendono sul serio le voci, sempre più insistenti, di una nuova mobilitazione dopo le elezioni alla Duma del 20 settembre.
Pochi giorni fa, alcune foto sui social mostravano una lunga fila di automobili alla dogana di Verkhny Lars, al confine con la Georgia. Un numero anomalo di persone, circa ventimila, avrebbe attraversato il confine in un solo giorno, hanno riferito le autorità doganali russe, poi smentite da quelle georgiane, che hanno precisato che le cifre comprendevano il traffico in entrambe le direzioni.
Ma la notizia si era già diffusa, alimentando la paranoia collettiva e il déjà-vu del settembre 2022, quando proprio da quel valico una fiumana di russi fuggiva dalla «mobilitazione parziale», con cui Putin richiamò 300.000 riservisti per stabilizzare il fronte in Ucraina.
Nelle settimane successive centinaia di migliaia di uomini in età di leva lasciarono il Paese, molti senza più tornare. Quattro anni dopo, con l’avanzata russa che procede a rilento, centinaia di perdite al giorno e gli obiettivi dell’«operazione militare speciale» che restano una chimera, la preoccupazione per una nuova mobilitazione è più alta che mai.
Lo mostrano i dati di Google Trends: le ricerche relative a «ci sarà la mobilitazione?» hanno registrato un’impennata dalla fine di luglio. Un altro segnale arriva dagli affitti a Yerevan, in Armenia, saliti del 30% durante l’estate, secondo il portale russo Vyorstka, per la crescente domanda dalla Russia.
Un portavoce del progetto Idite Lesom, che aiuta gli uomini russi a evitare la leva, ha detto a Repubblica che nelle ultime settimane sono «sommersi» di richieste di aiuto. Per Kovcheg, organizzazione che aiuta a emigrare i russi contrari alla guerra, le richieste questo mese sono già otto volte superiori a maggio, con Armenia e Georgia tra le destinazioni più quotate.
Al momento si tratta solo di voci: non ci sono prove che il Cremlino si stia preparando a un’altra mobilitazione di massa e, secondo molti esperti, lo scenario resta poco probabile, dato il contraccolpo politico che questa misura comporterebbe.
Come riferiscono attivisti e media russi indipendenti, per rifornire il fronte, le autorità starebbero intensificando il reclutamento di volontari, anche ricorrendo a pressioni e metodi coercitivi.
Emblematico il caso della regione di Penza, dove diversi uomini sarebbero stati prelevati per strada o dalle loro abitazioni e costretti a firmare un contratto con il ministero della Difesa.
Le autorità intanto cercano di tranquillizzare. «Sciocchezze»: così il vicecapo del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev ha definito le voci di una nuova mobilitazione, sostenendo che nella prima metà dell’anno 200.000 uomini avrebbero firmato un contratto con l’esercito.
Ma lo spauracchio di una nuova chiamata alle armi non è l’unico fattore che potrebbe spingere molti russi a considerare l’espatrio. A pesare è anche un clima di crescente pessimismo: secondo un sondaggio del centro VCIOM, circa due terzi della popolazione ritengono che tempi duri attendano la Russia, il dato più alto dai tempi della pandemia di Covid.
Tra le principali fonti di preoccupazione ci sono anche il peggioramento delle condizioni economiche e gli attacchi dei droni ucraini in profondità nel territorio russo.
«Quanto più difficile è la situazione al fronte per il nemico, tanto più crudeli e barbarici sono gli attacchi compiuti dal regime di Kiev», ha dichiarato ieri Putin durante un comizio al congresso di Russia Unita, ammettendo i «danni economici» inflitti dai raid. Medvedev, intervenuto in qualità di presidente del partito, ha attaccato i cittadini che hanno lasciato il Paese e che «desiderano la sua sconfitta»: «Simili traditori non dovrebbero avere il diritto di tornare nel proprio Paese».
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DEL MAGAZINE DEL QUOTIDIANO “SUDDEUTSCHE ZEITUNG”: IN COPERTINA C’È UNA GELATAIA CON UN PIGIAMA A RIGHE CHE RICORDA QUELLO DEI DEPORTATI NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO
La foto di una ragazza che porge una coppa di gelato, indossando una camicia a righe che ricorda le divise dei prigionieri, e accanto un titolo che è un pugno nello stomaco: «In Germania siamo trattati come schiavi».
Ci sono le gelaterie italiane e le condizioni di lavoro dei loro dipendenti italo-brasiliani, legati a doppio filo alla storia dell’emigrazione bellunese, al centro della corposa storia di copertina pubblicata dal magazine della Süddeutsche Zeitung di Monaco, uno dei più importanti quotidiani tedeschi.
Un lungo articolo firmato da Stéphanie Mercier che riporta testimonianze di lavoratori oriundi – con nomi fittizi «per proteggere la loro identità» – su orari di lavoro di 12-14 ore al giorno in violazione alle norme tedesche, lavoratori presentati fittiziamente come a chiamata ma in realtà a tempo pieno, stipendi pagati in parte in busta paga e in parte in nero, settimane di lavoro da 80 ore. Ma anche “liste nere” di lavoratori che hanno fatto causa e che i proprietari delle gelaterie si segnalano a vicenda su Whatsapp.
Un servizio che chiama in causa esplicitamente Longarone e la Val di Zoldo, rimarcando il flusso importante di lavoratori italo-brasiliani che arrivano nelle gelaterie tedesche da Urussanga, la cittadina gemellata proprio con Longarone.
«Il legame è tuttora importante dal punto di vista economico», sottolinea il servizio. «Longarone e la vicina Val di Zoldo sono considerate i centri dell’artigianato del gelato italiano. Dagli anni Cinquanta le famiglie della regione hanno aperto centinaia di gelaterie in Germania. Così il gemellaggio è diventato presto un’amicizia di convenienza: i proprietari italiani delle gelaterie avevano bisogno di forza lavoro, gli italo-brasiliani di una prospettiva. Il loro vantaggio: il passaporto italiano».
Un corposo dossier, quello pubblicato ieri dalla Süddeutsche Zeitung, che ha fatto fare un salto sulla sedia al sindaco di Val di Zoldo, Camillo De Pellegrin. Perché «anche tra i gelatieri, come in ogni settore, ci sono persone che si comportano male. Ma è inaccettabile che una intera categoria venga attaccata così in modo generalizzato. E a gestire gelaterie in Germania non ci siamo solo noi zoldani e longaronesi, ma anche trevigiani e imprenditori da altre parti del Veneto».
Il sindaco De Pellegrin non parla per semplice dovere istituzionale: la sua è una famiglia di gelatieri in terra tedesca, il fratello Augusto è da alcuni mesi presidente dell’Uniteis, la storica associazione dei gelatieri italiani in Germania, e soprattutto come primo cittadino di Val di Zoldo sta portando avanti da anni una battaglia contro il fenomeno delle norme sugli oriundi utilizzate in America del Sud per ottenere il passaporto italiano, o per meglio dire europeo.
La sua scelta di esporre la bandiera del Brasile dal balcone del municipio fece discutere tutta Italia, dando una mano al successivo giro di vite normativo sulle cittadinanze iure sanguinis, per diritto di sangue.
È un De Pellegrin su tutte le furie, dunque, quello che contesta il corposo servizio del quotidiano di Monaco sul mondo delle gelaterie italiane in Germania.
«Un attacco vile a tutta una categoria, a partire da quell’immagine con la ragazza vestita quasi da carcerata e la parola “schiavi” scritta sopra», tuona De Pellegrin. «È inaccettabile che una testata così importante, attraverso le parole di dipendenti italo-brasiliani, dipinga i gelatieri come persone che sfruttano i lavoratori, che li privano della libertà, che li schiavizzano».
«Io sono figlio di gelatieri in Germania», ricorda De Pellegrin, «mio padre, grazie alla sua attività, ha dato lavoro e opportunità per il futuro a tantissimi italo-brasiliani e italo-argentini, e non solo. E la collaborazione tra lui che offriva impiego e loro che mettevano il loro lavoro è sempre stata proficua per tutti».
Il sindaco di Val di Zoldo, peraltro, sospetta che dietro le lamentele degli oriundi italo-brasiliani riportate dalla testata tedesca sulle condizioni di lavoro nelle gelaterie italiane ci sia proprio la dibattuta questione dei riconoscimenti della cittadinanza.
Ma c’è un’altra questione che il servizio, sottolinea De Pellegin, lascia in ombra. «Quando il giornale tedesco scrive di gelatieri italiani che sfruttano il personale, parla dei gelatieri nati in Italia o di quei proprietari di gelaterie in Germania che hanno anche la cittadinanza italiana ma vengono dal Brasile? Perché il fenomeno potrebbe benissimo riguardare gli oriundi che hanno aperto locali in Germania, e ce ne sono molti, e che assumono poi altri brasiliani».
(da corrierealpi)
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Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile
PUNTO PER PUNTO: DALLA FORMAZIONE DEI DOCENTI AL CONFRONTO CON ALTRI PAESI EUROPEI: NON E’ VERO CHE “C’E’ GIA’ TUTTO QUELLO CHE SERVE”
Alla scuola di psicoterapia mi hanno insegnato ad affezionarmi poco alle mie idee e a tenere sempre
il condizionale a portata di mano. Perché la realtà può sempre essere molto diversa da come la vediamo. Ci ho pensato ieri mattina, quando la giornalista de LaStampa Eleonora Camilli, nell’intervistarla, le ha fatto una domanda citandomi. Le ha ricordato che a chiedere di più sull’educazione sessuo-affettiva a scuola non è solo l’opposizione ma sono anche i genitori e i familiari delle vittime — e ha fatto il mio nome: psicoterapeuta, fratello di una donna uccisa dal marito con 111 coltellate. Lei ha risposto che “c’è un difetto di informazione”, ha aggiunto che nelle scuole il rispetto si insegna già e che “non abbiamo bisogno di pensare a nuovi progetti”.
Ministro, la realtà che vedo io non la racconto per fare opposizione. La rappresento perché la conosco come professionista, fratello di una vittima e padre di un orfano di femminicidio. Nessuno di questi miei lati vorrebbe averla conosciuta.
Dopo l’ennesima estate di femminicidi mi sarei aspettato altro: una parola per le vittime. Un dubbio, uno solo, sulle proprie granitiche certezze o, quanto meno, l’impegno a confrontarsi maggiormente. Invece lei ha sostanzialmente affermato che tutto va bene. Io credo che il problema sia proprio questo: essere così sicuri che ci sia già tutto quello che serve, quando invece non c’è, perché quello che manca è proprio l’essenziale, ossia uno sguardo che nei programmi metta il genere al centro.
Le linee guida internazionali dicono cosa vuol dire: l’UNESCO (International Technical Guidance, 2018) indica “understanding gender” — ruoli, stereotipi, uguaglianza — tra gli otto concetti chiave dell’educazione sessuo-affettiva; l’OMS per l’Europa dal 2010 chiede di insegnarlo per fasce d’età, dalle elementari fino a nominare, in adolescenza, la cosa che uccide davvero: il possesso, e il momento in cui può diventare mortale, cioè la fine di una relazione. I cinque fattori che moltiplicano il rischio di femminicidio sono quelli che una scuola deve insegnare a riconoscere: il controllo coercitivo — gelosia, sorveglianza, isolamento —, la separazione, la presenza di armi in casa, i precedenti di violenza e le minacce di morte, il senso di proprietà: “se non sei mia non sei di nessuno”.
Questo è quello che serve insegnare per salvare una vita. La Convenzione di Istanbul ratificata dall’Italia nel 2013, all’articolo 14, obbliga gli Stati a inserirlo nei programmi di ogni ordine e grado. Non è ideologia gender: è la cornice scientifica e giuridica dentro cui dovremmo già lavorare. Questo manca. Ed è fondamentale, se vogliamo imparare a stare in una relazione senza trasformarla in possesso, controllo o violenza.
Lei afferma testualmente: “Siamo il primo governo che ha introdotto come obbligatoria l’educazione al rispetto”. Non è così. L’educazione civica obbligatoria — si tratta ancora solo di questo — che include rispetto, parità, prevenzione della violenza — esiste dal 2019: legge 92, governo Conte I, ministro Bussetti. La legge 107 del 2015 la indicava già come indirizzo. Non avete introdotto l’obbligo. Avete riscritto le linee guida attuative. Le stesse linee guida (D.M. 183/2024) che il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione ha bocciato con parere non favorevole per “l’assenza di un riferimento esplicito all’educazione contro ogni forma di discriminazione e violenza di genere”. La sua firma è stata ugualmente apposta dieci giorni dopo. Nelle 23 pagine delle linee guida, oggi in vigore anche alle superiori, l’espressione “violenza di genere” compare zero volte.
Nelle nuove Indicazioni Nazionali 2025 per infanzia, primarie e medie, operative dal prossimo settembre 2026, la parola violenza di genere compare una sola volta in 154 pagine: definita “triste patologia”. Come se fosse una malattia dei singoli, e non un fenomeno sociale strutturale che OMS ed EIGE — l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere — ci chiedono di nominare con precisione, perché è dalla precisione con cui si scelgono le parole che comincia la prevenzione e si contrastano le discriminazioni.
Lei rivendica i “3,1 milioni per formare i docenti”. È il progetto MIM-INDIRE “Educare al rispetto e alla parità”, diventato operativo nell’aprile 2026, tre anni e mezzo dopo il suo insediamento. Visto da vicino: sono 20 ore di corso online asincrono — cioè video da guardare quando si vuole, senza confronto, senza esperti in aula. Non è obbligatorio: chi vuole partecipa, chi non vuole no. Non c’è nessuna certificazione delle competenze acquisite. Se si divide la cifra per i circa 900.000 docenti italiani, fa 3,45 euro a testa, una tantum. Il costo di due caffè. Questo, ministro, non è un piano di formazione. È una goccia d’acqua sopra un incendio.
Dice che facciamo “più di altri Paesi europei”. Ma i dati Eurydice e UNESCO dicono l’opposto. L’Italia è uno dei soli sette Stati dell’Unione — insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia — in cui l’educazione sessuo-affettiva a scuola non è obbligatoria. In Svezia lo è dal 1955. In Germania dal 1968. Nei Paesi in cui l’educazione sessuo-affettiva è prevista fin dalla scuola materna, ragazzi e ragazze sanno prima riconoscere una relazione violenta, hanno meno gravidanze adolescenziali e meno esperienze sessuali non desiderate. Non siamo davanti agli altri. Siamo, al contrario, settanta anni indietro.
Lei ha avuto l’ardire di sostenere che il patriarcato è finito nel 1975. È finito come istituto giuridico, non come sistema culturale, che continua a produrre stereotipi, cultura del possesso e controllo coercitivo: alcuni dei principali fattori di rischio del femminicidio individuati dalla letteratura scientifica. Ha inoltre aggiunto che la fragilità narcisistica dei giovani uomini viene dall’educazione permissiva dei genitori. Da psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza le posso dire con cognizione di causa che non è così. Le meta-analisi internazionali (WHO, EIGE) indicano ben altri predittori: esposizione a violenza in famiglia, adesione a mascolinità egemoniche, isolamento sociale, disuguaglianza di potere nella coppia. Attribuire tutto alla “cattiva educazione familiare” è comodo: sposta la responsabilità dallo Stato ai genitori. Ma i genitori non scrivono le indicazioni nazionali. A deciderlo è lo Stato. È lei. Il nostro ministro dell’Istruzione.
Il consenso informato che lei ha imposto sui progetti portati a scuola dalle associazioni esterne — proprio quelli che facevano prevenzione della violenza di genere — è una scelta dello Stato. Le parole scelte nei documenti che formeranno milioni di bambini e adolescenti sono una responsabilità dello Stato. C’è però una cosa su cui, ministro, sono d’accordo con lei. Nell’intervista ha detto che l’educazione al rispetto “innerva tutti i programmi”: italiano, storia, scienze. È vero, dovrebbe essere così. Ma dire che una cosa “innerva” non basta a farla accadere. Le indicazioni nazionali servono proprio a questo: a scrivere, per ogni disciplina, cosa un ragazzo deve avere imparato al termine della classe. Se in quelle pagine la violenza di genere è nominata una volta sola e chiamata “patologia”, l’innervazione non c’è. Resta affidata alla buona volontà del singolo docente. Una buona volontà che oggi rischia di trasformarsi in una sfida alle istituzioni.
E la buona volontà, lo sappiamo, non basta a educare una generazione.
Dire che “va tutto bene” può forse servire al consenso, ma non a evitare l’ennesima vittima. Dico forse perché credo e voglio credere che il vento stia cambiando. Sono sempre stato un ottimista. Ma lei non lo sente, ministro, questo vento?
Damiano Rizzi
(da Fanpage)
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Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile
NESSUN SCONTRO IDEOLOGICO, LA REALTA’E’ CHE MENTANA DA TEMPO NON E’ IL SOLE DI UN CANALE CHE E’ DIVENTATO MATURO GRAZIE A LUI
Sono trascorsi 16 anni dall’arrivo a La7 di Enrico Mentana. Un trasferimento che all’epoca spostò gli assetti della Tv generalista, garantendo alla rete risonanza e autorevolezza poi consolidate negli anni da arrivi illustri, innesti importanti e di peso. Le sue maratone sono diventate esaltazione del concetto di diretta, ultimo elemento distintivo rimasto alla televisione, rendendo attraente un mondo, quello della politica, di per sé affascinante quanto il bugiardino di un farmaco per l’otite.
Molte le cose cambiate negli anni, dai governi alla proprietà stessa dell’emittente, con una sola costante: che il Sole di La7 fosse lui. Eppure oggi Mentana non esclude l’addio, da tempo il direttore mette in discussione la sua permanenza a La7 e lo fa relazionando i dubbi alla linea della rete, un presunto spostamento a sinistra e il ruolo di anti-Telemeloni che, a suo dire, sarebbe diventato come una sorta di sceneggiata napoletana, in cui si chiama Bocchino unicamente per dileggiarlo. “O diventa qualcosa che possono vedere tutti o penso che possa fare pure altro”, ha detto a un evento pubblico.
Una posizione che solleva quantomeno qualche perplessità. Mentana dovrebbe sapere meglio di altri che la televisione generalista si fa occupando spazi di racconto, specie per quanto riguarda l’informazione. Il vuoto antigovernativo lasciato dalla Rai negli ultimi anni era una voragine troppo grossa per non provare a riempirla e La7 non ha fatto nulla di diverso da Rete4 negli anni precedenti. Urge però ricordare che si parla anche di un canale che, tecnicamente, dà spazio a chiunque, in cui Vannacci è praticamente di casa; è un’emittente il cui patron, Urbano Cairo, ribadisce la linea apartitica, inseguendo il mercato come unica stella polare, dove lo stesso direttore Salerno, come diceva in un’intervista a Fanpage di alcune settimane fa, allontana da sé l’intenzione di dirigere una rete schierata. Allo stesso tempo Mentana è l’unico volto di La7 ad avere ospitato Giorgia Meloni da quando è a capo del governo. Su cosa si poggia, quindi, la polemica del direttore? Si tratta di una qualche forma di censura interna non chiarita? Di una linea editoriale che non gli va più giù? Forse una risposta alternativa c’è: Mentana non è più il centro di La7.
Da tempo si registra l’avanzamento di Gruber, Formigli, per certi versi lo stesso Parenzo, come volti di riferimento per il pubblico. Marianna Aprile consolida sempre più il suo profilo di “bastonatrice”, Floris fa numeri in prima serata che battono anche il Grande Fratello Vip, un’emittente di cui Diego Bianchi pare rappresentare in tutto e per tutto l’anima. Insomma, a La7 Mentana è ancora rilevante, e ci mancherebbe altro, ma forse non è più essenziale, fondamentale, cruciale. L’architrave sembra essersi spostata altrove, lui lo percepiscce e non lo gradisce.
Mentana non sarà certamente d’accordo e forse non leggerà mai queste parole, ma a scanso di equivoci è bene chiarirlo: qui l’egocentrismo non c’entra, si tratta di funzione. Cavalli di razza come Mentana, che della Tv dei giorni nostri è tra le figure più imponenti e trasversali, non sono interessati a ruoli gregari. Enrico Mentana serve quando c’è da fondare o rifondare, lo dice la sua storia, lo ha dimostrato al Tg5 e a La7, diventata matura grazie a lui. Per certi versi lo provano anche le indiscrezioni degli ultimi mesi, che lo vorrebbero vicino a NOVE se non a un clamoroso ritorno a Mediaset, dove di lavoro da fare ce ne sarebbe.
Resta solo da capire se andrà via e, nel caso, dove andrà a cercare il prossimo cantiere da aprire. E se la Tv generalista, oggi, abbia ancora spazio per un altro dei suoi regni.
(da Fanpage)
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