Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL SINDACO AMMETTE: “A PALAZZO CHIGI ERANO PREOCCUPATI, HO INVIATO UN DOSSIER PER EVITARE DISSENSI”
A differenza della cerimonia dei Giochi del Mediterraneo a Taranto, dove la premier Giorgia Meloni
ha ricevuto fischi dal pubblico, ad Amatrice la presidente del Consiglio è stata accolta da strette di mano, incoraggiamenti e urla di giubilo. Un’anomalia, che secondo Repubblica non sarebbe lasciata al caso. Ne parla Tommaso Ciriaco sul quotidiano.
«A Palazzo Chigi erano preoccupati dai fischi di Taranto»
Già il territorio è da sempre favorevole a Fratelli d’Italia. Per lo staff della presidenza del Consiglio la visita si chiude con successo, senza contestazioni paragonabili a quelle registrate di recente in altre uscite pubbliche. Ma il clima rilassato è anche dato dalla mobilitazione dei sostenitori organizzata dai riferimenti locali del partito, con slogan che, sottolinea Repubblica, in qualche momento sono parsi persino stonare con il tono mesto della commemorazione. Ad alcuni cronisti il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi, eletto con una civica tendenza Fratelli d’Italia, prima dell’arrivo di Meloni ha anticipato: «Ho detto alle forze dell’ordine di fermare i contestatori perché sarebbe stata una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime». E ancora: «A Palazzo Chigi erano preoccupati dai fischi di Taranto e ho mandato un report su criticità e contestazioni».
I ringraziamenti di Giorgia
Poco dopo esser andata via dalle zone colpite dal sisma, via social, la premier ha affidato il suo ringraziamento alla comunità: «Grazie per l’accoglienza, per il calore e soprattutto per la straordinaria determinazione con cui state ricostruendo il vostro futuro. Siamo con voi». Ad accompagnare il messaggio, un filmato che ripercorre i momenti più toccanti della giornata, compreso l’abbraccio commosso con un anziano del parco Don Minozzi, per chiudersi con il logo “Amatrice città degli italiani”.
(da agenzie)
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Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
CIRCA 9.000 CANTIERI APERTI: 8.759 FAMIGLIE NON SONO RIENTRATE IN CASA E 2.200 VIVONO NELLE SOLUZIONI ABITATIVE D’EMERGENZA
Il giorno in cui la politica si presenta in piazza è forse il più indicato per fare i conti con la realtà. E la realtà, qui, è che la ricostruzione è in ritardo e circa 9mila famiglie non sono ancora rientrate in casa.
Ore 3:36 del 24 agosto 2016, Valle del Tronto. Dieci anni fa. La terra trema per oltre 15 secondi tra i comuni di Accumoli e Arquata del Tronto, a cavallo tra le province di Rieti e Ascoli Piceno, sorprendendo tutti nel sonno e squarciando i paesi del Centro Italia dove crollano case, chiese e industrie. I sismografi fermano la magnitudo a 6.0 e in quella notte d’estate muoiono 299 persone: 239 ad Amatrice, che si sta preparando per la sagra dell’amatriciana, 11 ad Accumoli e altri 51 ad Arquata. Pescara del Tronto viene completamente rasa al suolo: i suoi abitanti, ancora oggi, vivono letteralmente lungo la Salaria, in un villaggio che, un decennio dopo, c’è chi si ostina a definire “temporaneo”.
Nel cratere del sisma, 8.759 famiglie non hanno ancora fatto rientro nella loro casa: 2.200 vivono ancora nelle soluzioni abitative d’emergenza e oltre 5.500 percepiscono il contributo di autonoma sistemazione. I cantieri in corso? Sono ancora 9mila. Il commissario straordinario alla ricostruzione, Guido Castelli, senatore di FdI e sindaco di Ascoli nella notte della ‘botta’, riconosce che resta ancora molto da fare, soprattutto nei territori più devastati, anche se considera ormai il percorso “ben oltre il giro di boa”: “La ricostruzione più performante che ricordiamo in Italia è quella del Friuli, completata definitivamente dopo 19 anni. Eguagliare quel record sarebbe per me motivo di grande soddisfazione”, ha detto di recente. Le polemiche in questi anni non sono mancate, anche sul suo operato, con un cratere che si è allargato fino alla costa marchigiana. In totale sul piatto ci sono 12,5 miliardi che hanno preso mille rivoli: un pezzetto – 7 milioni di euro – della pioggia di soldi, per dire, è servito a rimettere a posto la curva dello stadio di Ascoli. Ci sono case sulle montagne del Piceno costate alle casse dello Stato oltre 4mila euro al metro quadrato (il valore di una casa in media periferia a Milano). Castelli, meno di un anno fa, in periodo di elezioni regionali, ha stanziato quasi mezzo milione di euro tra comunicazione ed eventi-spot nei territori dei candidati.
Solo a inizio agosto di quest’anno, con un decreto legge, viene fornita una corsia preferenziale ai territori più colpiti, definendo “primo cratere” i comuni di Arquata, Accumoli e Amatrice e introducendo norme che – dice Mauro Tolomei, sindaco di Accumoli – permetteranno, dieci anni dopo, un “decollo definitivo verso un rientro nelle abitazioni e nei lavori pubblici”. Ma anche – tra le altre cose – prevedendo la facoltà di rendere permanenti le soluzioni abitative provvisorie, in deroga alle norme edilizie ordinarie, per far fronte alle emergenze abitative locali. Nel frattempo, in un territorio interno già complicato, resta il tema dello spopolamento da contrastare. Più si dilata il tempo del fine lavori, più il rischio cresce.
Intanto Amatrice, il cuore ormai immobile di questa tragedia, è un paese senz’anima. Chiese, addio. L’ospedale ancora in ricostruzione. Il centro storico oggi è la spianata della zona rossa. “Partiamo dal concetto che facciamo parte di un territorio difficile da ricostruire: 69 frazioni con molti edifici”, dice il sindaco Giorgio Cortellesi. Poi però sono iniziati gli errori: “Purtroppo subito dopo il sisma sono state tolte le macerie senza registrare il perimetro dei fabbricati. Ci sono voluti cinque anni per ritrovare i confini delle proprietà. Quasi come uno scavo archeologico”. Poi si sono aggiunti gli abusi di alcuni e le lungaggini burocratiche per molti. Una spiegazione che non basta ai mille abitanti di Amatrice, che dopo dieci anni vivono ancora nelle 456 soluzioni abitative emergenziali sparse per il territorio. Secondo gli uffici tecnici del Comune, l’avanzamento dei lavori totale tra ricostruzione pubblica e privata è al 40%.
“Di fatto è iniziata da tre anni, non da dieci”, aggiunge il sindaco prendendosela poi con l’immancabile Superbonus per un nuovo rallentamento (“Maestranze e ditte si sono spostate nelle città, dove c’era più richiesta”). Al momento le case private rimesse in piedi e con agibilità sono 247. Chi vive nelle casette, che ora per legge possono diventare eterne, ha un’altra idea: “Sono stata 18 ore sotto le macerie, ho perso mio marito e sono dieci anni che vivo qui nelle Sae – racconta Maria (nome di fantasia) a LaPresse –. Che posso dire? Amatrice è finita dieci anni fa. Io la chiamo la capitale degli ingegneri e dei geometri. Lo sono diventati tutti, ma non si parte mai. Tanti galli a cantare e non si fa mai giorno”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’IPOCRISIA DEI FINTI PATRIOTI
Nove mesi. Sono passati nove mesi dall’ultimo pacchetto italiano di armi per Kiev, il dodicesimo, in
Gazzetta Ufficiale il 1° dicembre 2025, mentre fra il nono pacchetto e il dodicesimo erano bastati cinque o sei mesi.
Ieri, per i trentacinque anni dell’indipendenza ucraina, Giorgia Meloni si è collegata alla Coalizione dei volenterosi e ha volenterosamente confermato l’impegno italiano verso Kiev per l’inverno: l’invio di “ulteriori generatori”, scrive Palazzo Chigi. Generatori, avete letto bene. Quintali di miliardi nei prossimi bilanci e intanto inviamo materiale da campeggio. Nel giorno in cui la Commissione europea sblocca 6,1 miliardi per difesa aerea e missili, l’Italia porta le prese di corrente.
Del resto sostegno a Kiev va esibito ai tavoli dove si pesa l’affidabilità e poi si può tenere leggerissimo a casa, dove l’elettorato non lo vuole e dove Roberto Vannacci ci ha costruito sopra un partito. A febbraio i tre deputati di Futuro Nazionale hanno votato la fiducia al governo e contro il decreto Ucraina nello stesso pomeriggio, e sono ancora in maggioranza, mentre il tredicesimo pacchetto, pronto da fine luglio aspetterà settembre. Con l’Ucraina, del resto, conta la postura: proni al bellicismo, accordati con i desiderata di Bruxelles, accondiscendenti con la fame americana. E nella liturgia del conformismo è prevista ovviamente anche la faccia di bronzo del doppio standard.
Perché mentre l’Italia inscena aiuti all’Ucraina mangiata da Putin, Israele si mangia la Palestina con gli aiuti di chi quegli aiuti li firma. Il 20 agosto Roma ha firmato con Francia, Germania e Regno Unito una nota che definisce “inaccettabile” la decisione israeliana di pubblicare i bandi per E1, le circa 3.400 case che spaccherebbero in due la Cisgiordania. Parole, parole, parole. Sotto le parole, i numeri: nel 2025, secondo l’analisi della Rete italiana pace e disarmo sulla Relazione della legge 185/90, verso Israele sono stati movimentati 22,6 milioni di euro di materiali militari su licenze vecchie, e il governo ha autorizzato imprese italiane a comprare armi da Israele per 85 milioni. Le nuove licenze restano sospese dall’ottobre 2023, questo sì.
Una volta il detto era che c’è un invaso e un invasore. Adesso va aggiornato: c’è invasore e invasore, e a distinguerli, dalle parti di Palazzo Chigi, è chi le armi te le vende.
(da La Notizia)
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Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ ALLORA NON PIU’ SCHEDE ALLE PROSTITUTE IN BASE AL NUMERO DEI CLIENTI?
Sono online le prime due parti del programma politico di Futuro Nazionale. Un faldone di oltre 100
pagine contenente i capisaldi della dottrina di Roberto Vannacci. Dalla remigrazione all’abolizione delle unioni civili, dal patriarcato mediterraneo fino alla negazione del diritto all’aborto, dalla difesa dell’identità cristiana all’educazione militare nelle scuole. Nel mezzo qualche proposta su tasse e lavoro.
Il resto è un condensato di richiami identitari, derive medievali, nostalgie del Ventennio e un’agenda che mette al centro la cosiddetta “famiglia tradizionale”. È proprio a quest’ultima che Vannacci dedica una lunga sfilza di proposte. Tra le più eccentriche su questo fronte, c’è l’idea di istituire un ministero della Vita della Famiglia naturale e dell’identità. A seguire, l’ipotesi di introdurre il voto plurimo ai genitori in rappresentanza dei figli.
In pratica, il leader di Futuro Nazionale suggerisce di assegnare un peso elettorale maggiore, ovvero più voti, ai genitori che hanno più figli a carico. “Sarebbe un interessante esperimento politico, da valutare attentamente, quello di dare rappresentanza a tutti gli italiani, facendo rappresentare, come già avviene in ogni altra materia, i minori dai genitori”, recita il documento. La proposta consisterebbe nel consegnare ai genitori tante schede elettorali quanti sono i figli a carico, magari da spartire tra madre e padre, ma tutte utilizzabili alle urne.
Secondo Vannacci, il voto plurimo servirebbe a riconoscere il valore sociale ed economico della famiglia e riequilibrare la rappresentanza democratica. “Sarebbe peraltro una forma di ponderazione democratica del voto, che tiene conto del peso di chi rappresenta una ‘società domestica’, ovvero una famiglia”.
La misura però rischia di scontrarsi con il dettato costituzionale. In particolare con l’articolo 48, nella parte in cui definisce il voto “eguale”. Nell’ordinamento italiano ogni voto ha lo stesso valore e lo stesso peso. Non esiste alcun cittadino il cui voto valga di più o conti doppio rispetto a quello di un altro. Attribuire un valore maggiore ai voti delle famiglie numerose significherebbe introdurre delle differenze e discriminare chi per motivi personali, di salute o per qualsiasi altra ragione, non ha figli, o ancora, chi li ha persi.
Ma il generale è disposto a modificare il testo costituzionale. “Nella concretezza, si tratterebbe di intervenire sull’art. 48 della Costituzione e assegnare ai genitori un numero superiore di schede, pari a quello dei figli, per esempio divisi tra il padre e la madre e, nei casi dispari, a tornate alternate”, spiega il documento.
Proposte simili erano stata avanzate negli anni da esponenti politici e movimenti di area conservatrice o cattolica, come l’ex ministro del governo Berlusconi IV, Maurizio Sacconi nel 2016. Ancora prima, nel 2004, era stato il professore di economia Luigi Campiglio a parlarne. Entrambi vengono citato nel programma di Futuro Nazionale. “Si tratta per il momento solo di una idea che offriamo al dibattito italiano, già lanciata anni fa dall’economista Luigi Campiglio e dall’ex Ministro Maurizio Sacconi”, precisa il programma, e “che varrebbe la pena di prendere in considerazione anche per dare ulteriore e formale riconoscimento al valore della famiglia, la società domestica, quale nucleo fondante della società nazionale”, conclude.
(da Fanpage)
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Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
QUEST’ANNO SI PROSPETTA UNA PONTIDA INFERNALE PER SALVINI: A CAUSA DEL CALO DEI CONSENSI (GLI ELETTORI DELLA LEGA SI SONO BUTTATI TRA LE BRACCIA DI VANNACCI), I GOVERNATORI DEL NORD HANNO CHIESTO LA TESTA DEL LEADER DEL CARROCCIO
Coi numeri non si può sbagliare, e la critica dei “nordisti” a Matteo Salvini è basata su quelli. Dati
che, al di là del conclamato calo dei consensi per la Lega, indicano una profonda disaffezione proprio laddove c’è, o c’era, il cuore pulsante del Carroccio.
«Non sono chiacchiere, come le ha definite lui a Pinzolo, sono fatti», dicono a mezza bocca gli autonomisti — Attilio Fontana, Massimiliano Romeo, ma pure Luca Zaia, Massimiliano Fedriga —, i quali sono ancora in attesa che il vicepresidente del Consiglio convochi un incontro per rispondere alla loro richiesta di una nuova guida collegiale del movimento.
I “fatti” dunque dicono che dal 2017 a oggi le entrate per i tesseramenti in Lombardia e Veneto si sono più che dimezzate, e che le somme incamerate dal partito per il 2 per mille sono diminuite di tre volte. […]
Il primo esempio riguarda per l’appunto la Lombardia, culla dell’Alberto da Giussano, laddove cominciò l’epopea di Umberto Bossi. Nel 2017, prima dell’exploit delle Politiche dell’anno dopo (18 per cento) e ancor più delle Europee del 2019 (34 per cento), le entrate per il tesseramento alla “nazione lombarda” della Lega Nord erano state di 431 mila euro.
Nel 2025 sono state di 196 mila euro. Il costo medio di una tessera, al netto di sconti per giovani e over 65, è di 25 euro. Orientativamente, si è passati quindi da 17 mila iscritti a 7.800, e questo al netto dei proclami regolari di Salvini sui “boom” dei tesseramenti.
In Veneto, stesso discorso. Nella Liga, dove nel frattempo due anni fa è stato cacciato lo storico segretario Toni Da Re che aveva dato del “c…” a Salvini, si è passati da 310 mila euro di entrate dalle iscrizioni del 2017 a 140 mila euro.
Con un calcolo a spanne, da 12.400 a 5.600 iscritti. Al partito nazionale, al quale fanno riferimento le iscrizioni online, gli introiti per le tessere sono scesi da 563 mila euro (2019) a 76 mila dello scorso anno, un tracollo vero e proprio. Stesso discorso sul contributo volontario e a costo zero del 2 per mille, sceso dai 3,1 milioni di euro del 2019 all’1,14 del 2025.
Non mentono i numeri ma neanche le immagini, e allora basta raffrontare la foto del “sacro raduno” sul pratone di Pontida nel 2019 con quella del 2025, dove erano stati piazzati i gazebo in mezzo al campo per cercare di riempire gli spazi (senza successo), per comprendere l’emorragia militante del Carroccio.
(da “la Repubblica”)
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Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
CHE PIER SILVIO (E LA SORELLA SUPERIORE MARINA) ABBIA LE PALLE IN SATURAZIONE DEL “CRIPPISMO ALLA FIAMMA” SI ERA BEN CAPITO DALLO SBARCO SU RETE4 DI BIANCA BERLINGUER, POI DI TOMMASO LABATE E INFINE DI MILO INFANTE… L’IPOTESI MENTANA È STATA ACCOLTA DALLA CRICCA DI CRIPPA OVVIAMENTE MALE, MALISSIMO, CONOSCENDO ALTRESÌ BENE IL CARATTERINO DI MENTANA
Ritorna a casa, Lesso! In attesa del varo, a quanto pare finanziariamente piuttosto tribolato, della Cnn all’italiana del magnate greco Kyriakou, si accavallano le voci che la prossima destinazione di Enrico Mentana sia quella di plenipotenziario di tutta, ma proprio tutta, l’informazione Mediaset.
Il giornalista del Tg2 (direttore generale Rai Enrico Manca, quota Craxi) che fu chiamato da Silvio Berlusconi per dare vita al primo TG di Canale 5, diretto dal 13 gennaio 1992 all’11 novembre 2004, ha sempre goduto della ammirazione di Pier Silvio.
Un apprezzamento che ha ribadito nel corso della presentazione dei palinsesti 2026/2027 del Biscione: “Mentana ha la mia stima professionale e il mio affetto per pezzi di una vita insieme e la mia gratitudine per il Tg5 che è un pezzo portante di Mediaset. Ha sempre le porte aperte, se c’è progetto che coincide con quello che possiamo fare e che lui vuole fare”.
Il fuggitivo del Tg La7 sarebbe stato contattato nelle passate settimane da Nicolò Querci, braccio destro ed eminenza grigia di Pier Silvio, con la seguente offerta: Chief Corporate Communication Officer presso MediaForEurope e di Direttore Generale per l’Informazione e la Comunicazione presso Mediaset.
Traduzione: signore e padrone delle notizie, dei telegiornali e dei talk-show che le tv di Berlusconi mandano in onda. Un ruolo che dal 1998 ricopre Mauro Crippa, un romano 67enne che si vanta di avere avuto due babbi: il padre biologico Giuseppe, siciliano di Caltanissetta, tenente dei carabinieri, poi responsabile della sicurezza della Ibm, la prima azienda che ha assunto il figlio come addetto stampa.
Il secondo “padre” di Crippa si chiama Fedele Confalonieri, l’altra metà di Silvio Berlusconi con cui ha condiviso tutto e di più: dalla rava della prevalenza del Biscione alla fava del ventennio di Forza Italia.
E finché c’è stato “Fidel” alla presidenza di Mediaset, non c’è stata Crippa per gatti: il capo supremo di Videonews fu l’esecutore materiale del licenziamento di Enrico Mentana e della cacciata di Emilio Fede, l’artefice magico che tirò fuori in prima serata un programma di informazione condotto da Barbara Urso, ma soprattutto è stato l’inventore del “retequattrismo” populista di Del Debbio, Porro, Sallusti, Giordano, che ha apparecchiato l’avanzata di Salvini, primo colpo di sole di ‘’Confa’’, cui ha fatto seguito il colpo di calore per il melonismo senza limitismo.
Che Pier Silvio (per non aggiungere la sorella superiore Marina) ne abbia le palle in saturazione del “crippismo alla Fiamma” si era ben capito dallo sbarco su Rete4 di Bianca Berlinguer, poi di Tommaso Labate e infine dall’arrivo di Milo Infante che, oltre a condurre due programmi, viene nominato condirettore della “stanza dei bottoni” del Crippa pensiero, Videonews.
Ma nel frattempo, ai primi di marzo 2026, era successo qualcosa che è passato inosservato: dopo oltre trent’anni l’88enne Fedele Confalonieri, viene invitato da Pier Silvio a fare un passo indietro verso i giardinetti mollando al secondogenito del Cav. la presidenza del Biscione.
Viene annunciato che l’ottuagenario ‘’resta nel Cda come Statutory Chairperson (figura diffusa nel diritto di Paesi come l’Olanda, dove ha sede legale Mfe), a cui il Consiglio farà riferimento come Senior Non-Executive Director’’. Vale a dire, il fraterno amico e consigliere del Fondatore non conta più un tubo catodico.
E dopo la fine del regno di Confalonieri che cominciano a circolare le indiscrezioni sulla volontà di far ritornare a casa il chicco macinato dal sinistrismo de La7 per piazzarlo sulla tolda di comando dell’informazione Mediaset. Ipotesi che la cricca di Crippa accoglie ovviamente male, malissimo, conoscendo altresì bene il caratterino decisionista, a volte al di là dell’arroganza irridente, di Mentana.
Ed iniziano a girare a mezza voce osservazione del tipo: Pier Silvio che manda in pensione il 67enne Crippa per sostituirlo con Mentana, un pensionato di 71 anni?
Intanto, ringalluzzito dal pressing del boss di “Antenna Group” e dal corteggiamento del presidente di Mediaset, dal palco di Una Montagna di Libri, a Cortina d’Ampezzo, Chicco Mitraglia ne ha sparate di tutti i colori, e tutte da sottoscrivere, in direzione del sinistrato centrosinistra.
(Peccato che la sua intervista recente a Giorgia Meloni al TgLa7 era di tutt’altro tono e sostanza, un cinguettio in modalità “Tutta va bene, Madame la Marchesa”, con il Chicco che perdeva acqua di rose da tutti i pori.)
Alla fine dell’intemerata ampezzana, è partito il solito ultimatum a Urbano Cairo, al quale contesta la sua linea editoriale dei “due forni” (“Corriere” filogovernativo, tv all’opposizione): “O su La7 si apre per fare qualcosa che possa essere visto da tutti, o penso che posso pure fare altro”.
In sostanza, la stessa solfa delle dichiarazioni rilasciate il 31 maggio 2026 al Festival della Tv, in quel di Dogliani: “Semplicemente, quello che si vede è che tutti i programmi serali di La7 hanno la stessa impostazione, hanno la stessa scelta degli ospiti, hanno lo stesso orientamento. Un elettore del centrodestra può guardare un programma de La7 sentendosi a casa? No”.
Il contratto di Enrico Mentana con La7 di Cairo scadrà il 31 dicembre 2026: sei mesi davanti per vederne delle belle….
(da agenzie)
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Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
MARINE SAREBBE FAVORITA ANCHE CONTRO GABRIEL ATTAL (57%-43%) E EDOUARD PHILIPPE (55%-45%). URGE UN CANDIDATO FORTE. TRA I SOCIALISTI SCALDA I MOTORI L’EX PRESIDENTE HOLLANDE, CHE RESTA TRA I LEADER PIU’ POPOLARI
Secondo un sondaggio Harris Interactive-Toluna pubblicato oggi, il candidato de La France
Insoumise Jean-Luc Mélenchon potrebbe raggiungere il secondo turno delle elezioni presidenziali che si terranno in Francia l’anno prossimo.
Su cinque possibili scenari del primo turno considerate, Jean-Luc Mélenchon raggiungerebbe il secondo turno contro Marine Le Pen, leader del partito di estrema destra Rassemblement National in tre scenari, e si troverebbe a pari merito con il candidato di centro destra Edouard Philippe in un quarto scenario. La previsione di voto rivela anche che Le Pen sarebbe favorita al ballottaggio a prescindere dall’avversario al secondo turno, che si tratti di Jean-Luc Mélenchon (68%-32%), Gabriel Attal (57%-43%) o persino Edouard Philippe (55%-45%).
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile
NEL PRIMO CASO, IL RISCHIO È DI PERDERE UNA BELLA FETTA DI VOTI 5 STELLE (SEMPRE CHE CONTE NON TROVI IL MODO DI SFILARSI). NEL SECONDO CASO, IL PD IMPLODEREBBE ALLA VIGILIA DELLE ELEZIONI… OTTENUTO IL PASSO INDIETRO DI ELLY E PEPPINIELLO, IL CAMPO LARGO POTREBBE PUNTARE SU UNA FIGURA TERZA (IN BALLO CI SONO GAETANO MANFREDI, E SILVIA SALIS)
Il partito anti-primarie non si è ancora arreso. Anzi, sembra che il gruppo, trasversale a quasi tutte le forze del centrosinistra, si sia allargato nelle ultime settimane. In particolare, dentro al Pd, dove sono sempre di più quelli che pensano che una sfida fratricida per la leadership tra Elly Schlein e Giuseppe Conte rischi di picconare l’unità della coalizione, fin qui faticosamente costruita.
Raccontano che Dario Franceschini sia molto preoccupato. E che durante questo periodo di vacanza abbia passato molto tempo al telefono, per confrontarsi con altri dirigenti del partito. «Così ci facciamo male», la sintesi del ragionamento.
Un cambio di prospettiva rispetto a quanto dichiarato dall’ex ministro della Cultura solo venti giorni fa in un’intervista: «Non vedo alternative alle primarie, facciamole e basta – le sue parole –. Sarebbe bello se i leader si riunissero in una stanza e ne uscissero tutti concordi sul nome del signor X o della signora Y, ma non mi pare che siamo realisticamente in queste condizioni e, oltretutto, non mi pare neanche che ci sia questo mister X». Lo dice, ma non lo pensa fino in fondo.
Secondo un parlamentare vicino a Franceschini, «quella era una semplice constatazione», accompagnata dall’auspicio di riuscire a evitare i gazebo.
Tuttora vivo, anzi rafforzato da quanto avvenuto nelle ultime settimane, con il cambio di passo di Conte, le sue fughe in avanti sulle armi all’Ucraina e sulla cultura woke, il chiaro tentativo di proporsi come il candidato premier più autorevole. E la volontà di caricare di significato le primarie, come il momento in cui sarà definita la linea politica della coalizione. Insomma, un passaggio che deve indirizzare le successive scelte sul programma di governo. «Altrimenti a cosa servono le primarie?
Nonostante Schlein, com’è nel suo stile, cercherà di smussare tutti gli angoli: alla fine, dovrà battersi.
E qui torniamo al timore di Franceschini sulle conseguenze per la tenuta della coalizione, sia che vinca la leader dem, sia che prevalga l’ex premier. Nel primo caso, con il rischio di perdere una bella fetta di voti 5 stelle (sempre che Conte non trovi il modo di sfilarsi).
Nel secondo caso, con la quasi certezza di veder implodere il Pd alla vigilia delle elezioni e andare al voto con una segretaria tramortita, se non dimissionaria. Il timore è condiviso dalla “vecchia guardia”, da vari big del partito con cui l’ex ministro si è sentito negli ultimi giorni. «Le primarie sono solo uno strumento, non ce l’ha ordinato il medico di farle – spiega Dario Nardella –. Si fanno solo se servono davvero e se rappresentano la migliore strada possibile». Secondo l’eurodeputato, evidentemente, non lo sono, perché bisogna scongiurare «un effetto negativo di polarizzazione e personalizzazione che si riverserebbe sulle elezioni finali». Favorendo la destra e Giorgia Meloni.
Uscendo dal Pd, la pensano più o meno così anche Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di Avs, come pure Alessandro Onorato di Progetto civico Italia o altri protagonisti della galassia centrista.
Nemmeno Matteo Renzi o Riccardo Magi spingono per fare le primarie, piuttosto le ritengono ormai inevitabili.
Perché sanno che Conte e i 5 stelle escludono altre strade, a maggior ragione con la nuova legge elettorale, che dovrebbe essere approvata in via definitiva in autunno e che prevede l’indicazione obbligatoria del candidato premier. La stessa Schlein ha sempre rifiutato l’ipotesi di federatori e nomi scelti a tavolino. Per la segretaria l’unica altra opzione plausibile è fare come il centrodestra: scegliendo dopo le elezioni il leader del partito più votato, cioè lei. Una soluzione che Conte non vuole nemmeno prendere in considerazione e che, soprattutto, sarà presto resa impraticabile dalle nuove regole elettorali.
Però Franceschini e soci non demordono. Ragionano sulla strategia per provare a raddrizzare il piano inclinato che porta dritti ai gazebo. Prima di tutto, mandare qualcuno a parlare con Schlein, per provare a convincerla, offrendole garanzie sul suo futuro politico. Se e quando la segretaria dovesse dare il proprio assenso, circostanza su cui in pochi sono pronti a scommettere, si potrebbe uscire con un appello pubblico ai due leader, per invitarli a «un gesto di generosità» per il bene della coalizione e del Paese (sulla falsa riga di quello già fatto da Goffredo Bettini, che però si rivolgeva solo a Schlein). Un passo indietro congiunto, a favore di un candidato condiviso.
A quel punto, con il sì di Schlein, il cerino resterebbe in mano a Conte. Poi, nel caso si arrivasse a dama, non è vero che Franceschini non sa chi siano il signor X e la signora Y da mettere in campo. Sono sempre loro: Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’Anci, e Silvia Salis, sindaca di Genova. Terzo profilo gradito, ma più difficile da lanciare, quello dell’ex capo della Polizia Franco Gabrielli.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile
SE ALLE PRIMARIE CI SARA’ IL BALLOTTAGGIO TRA I PRIMI DUE, IN BASE AI SONDAGGI ATTUALI, SARA’ CONFRONTO TRA SALIS E CONTE… LA COSA PIU’ SENSATA SAREBBE CHE ELLY FACCIA PRIMA UN PASSO INDIETRO E APPOGGI L’UNICA CHE PUO’ BATTERE GIORGIA MELONI, AGGREGANDO NUOVI CONSENSI
Silvia Salis aspetta. Ufficialmente continua a negare di voler partecipare alle primarie del
centrosinistra e assicura di voler restare a fare la sindaca di Genova. Chi ci ha parlato, però, sostiene che la porta non sia chiusa definitivamente. Tanto che, nel dubbio, lei si prepara ad affrontare la ribalta nazionale.
A metà ottobre uscirà il suo libro “È già domani”, un po’ autobiografia, un po’ manifesto politico. Buono per lanciarsi in un intenso tour di presentazione autunnale, proprio mentre Elly Schlein, Giuseppe Conte e compagni saranno impegnati (si spera) nella stesura del programma di governo dell’alternativa progressista.
Via con una lunga serie di interviste e ospitate tv, alcune già concordate, come quella da Fabio Fazio per la prima puntata della nuova stagione di Che tempo che fa.
Per Salis sarà l’occasione di misurarsi con un palcoscenico più ampio, per i suoi spin doctors e comunicatori sarà un utile test per capire quanto la sindaca sia capace di allargare il suo bacino di consensi. Uno degli ultimi sondaggi sulle primarie di centrosinistra, a cura dell’Istituto Piepoli, l’ha piazzata al secondo posto con il 30% dei voti, dietro a Conte e davanti a Schlein.
Previsione interessante, soprattutto in caso venga previsto un doppio turno, con ballottaggio tra i due candidati più votati. Del resto, le regole che verranno stabilite per le primarie non sono una variabile secondaria nelle valutazioni di Salis, che spera di riuscire a rimandare il più a lungo possibile qualsiasi decisione su una sua partecipazione.
In tanti le hanno chiesto un supplemento di riflessione, dopo il suo primo, netto rifiuto di misurarsi nella sfida dei gazebo. Da Dario Franceschini a Matteo Renzi, passando per Alessandro Onorato. Mentre Elly Schlein, che riprenderà proprio da Genova (1 settembre) i suoi giri per le feste dell’Unità dopo la pausa estiva, deve augurarsi che Salis non ci ripensi, perché è quella che più ha da perdere in caso di discesa in campo della sindaca.
A Genova, quindi, aspettano di vedere gli sviluppi.
In pochi credono all’altra possibilità, cioè alla rinuncia alle primarie e alla chiamata collettiva da parte dei leader del campo progressista per chiedere a Salis di fare da “federatrice” e di guidare la coalizione alle elezioni.
(da La Stampa)
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