Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
SENZA I MISSILI AMERICANI “TOMAHAWK”, CHE TRUMP HA RIPORTATO NEGLI USA, LA GERMANIA È SCOPERTA E, QUINDI, È COSTRETTA A INVESTIRE IN DIFESA … IL CREMLINO CONTRO MACRON, CHE HA PROPOSTO DI INVIARE SOLDATI DELLA NATO A KIEV PER DELLE ESERCITAZIONI: “È INACCETTABILE”
Il Cremlino ha ribadito oggi che giudica “inaccettabile” lo schieramento di contingenti militari di
Paesi della Nato in Ucraina, il giorno dopo che il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che esercitazioni della ‘Forza multinazionale per l’Ucraina’ della Coalizione dei Volenterosi “saranno condotte nei mesi di ottobre e novembre”.
“Abbiamo ripetuto più volte, a diversi livelli, che lo schieramento di contingenti militari stranieri dei paesi della Nato è inaccettabile per noi”, ha dichiarato il portavoce Dmitry Peskov, citato dall’agenzia Inteterfax.
wDodici miliardi di euro. È il conto che la Germania dovrà pagare per dotarsi di quelle capacità a lungo raggio – missili balistici, da crociera o droni – necessarie per colpire le retrovie russe in caso di guerra.
Un arsenale che, stando alla dottrina emergente, serve anche a scopo di deterrenza, per scoraggiare il Cremlino da qualsivoglia mossa avventuristica. A darne notizia è Politico, dopo aver visionato alcuni documenti interni del ministero della Difesa tedesco.
wQueste armi – si legge – consentirebbero alle forze armate tedesche di colpire obiettivi situati a centinaia o addirittura migliaia di chilometri dietro la linea del fronte, tra cui, potenzialmente, «centri di comando, aeroporti, lanciatori di missili e centri di rifornimento».
I documenti interni definiscono questa iniziativa «una priorità assoluta» sia per la Germania che per la Nato, in un momento in cui i Paesi europei si stanno riarmando per contrastare quella che considerano una crescente minaccia da parte della Russia.
Nella documentazione si afferma che l’obiettivo sia consentire di colpire «in profondità nelle retrovie di un avversario e mantenere la capacità di rispondere con armi convenzionali al di sotto della soglia nucleare».
Il piano si articola in quattro parti: le prime armi dovrebbero essere pronte già dal prossimo anno, mentre i sistemi più avanzati, realizzati in collaborazione con il Regno Unito, sono previsti per la metà del prossimo decennio.
La necessità è stata resa ancora più impellente dopo la decisione degli Usa di cancellare il dislocamento in Germania di un reggimento di missili Tomahawk, tanto più che un corrispettivo europeo ancora non esiste.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
INVECE CHE CHIEDERE UNA MISURA EUROPEA, I PAROLAI SOVRANISTI ABBIANO IL CORAGGIO DI APPPLICARLA
La Commissione europea ha deciso di rispondere alla richiesta di sei Stati membri, tra cui l’Italia, di introdurre una tassa europea sugli extraprofitti delle compagni petrolifere. L’Ue non intendere adottare misure del genere perché la tassazione degli extraprofitti è una materia di competenza dei singoli Paesi. Di conseguenza, l’Italia può benissimo agire autonomamente e adottare un tassa nazionale.
Nelle ultime ore, il dibattito sulla tassazione degli enormi profitti guadagnati dalle società energetiche a causa dei rialzi dei prezzi dei carburanti si è riaperto. La segretaria del Pd Elly Schlein ha chiesto al governo Meloni di intervenire subito. Con il taglio delle accise in scadenza e le risorse che scarseggiano, la leader dem ha avanzato la proposta di tassare le grandi società petrolifere per finanziare sussidi a imprese e famiglie.
Una proposta che l’Italia ha sottoscritto a livello europeo assieme ad altri cinque Paesi: Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna. Nella lettera inviata all’Ue si chiedeva di creare un meccanismo europeo comune, ovvero una tassa europea nei confronti delle grandi multinazionali del settore energetico.
Un tentativo di buttare la palla in tribuna e scaricare le responsabilità sull’Europa che Bruxelles sembra aver colto. La replica arrivata oggi tramite la portavoce della Commissione è chiara: l’Italia, così come gli altri Stati membri, possono metterla da sola una tassa sugli extraprofitti.
Insomma, l’Ue non intende stare al bluff del governo. Questa materia infatti, è “di competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale”, ha spiegato la portavoce. Gli Stati membri hanno tutti gli strumenti per farlo. “Possono già avvalersi dei propri poteri fiscali nazionali per affrontare i costi in termini di equità sociale e per progettare misure come la tassazione degli extraprofitti, se lo desiderano, come indicato nella comunicazione AccelerateEU del 22 aprile”, ha ricordato.
Rispetto all’ipotesi che gli Stati Ue agiscano sulla base della legislazione nazionale a tassare gli extraprofitti, “tali misure, naturalmente, devono essere conformi al diritto europeo”, ha segnalato. “La Commissione rispetterà le decisioni degli Stati membri e fornirà assistenza e buone prassi sulle misure nazionali, nonché valuterà il loro impatto sul mercato unico”, ha aggiunto.
Intanto, prosegue il pressing delle opposizioni. Elly Schlein rincara la dose: “La Commissione europea oggi ha confermato che gli Stati membri possono tassare gli extraprofitti delle società energetiche avvalendosi dei propri poteri fiscali nazionali, richiamando anche una propria comunicazione dell’aprile scorso. Meloni e Giorgetti non hanno alibi. Si diano una mossa e agiscano. La crisi energetica colpisce duramente le famiglie e le imprese. Le misure tampone e le proroghe a tempo non bastano più. Abbiamo bisogno di misure di sostegno robuste, che aiutino in particolare i più esposti e fragili”.
La proposta è condivisa anche dal Movimento 5 Stelle e da Alleanza Verdi-Sinistra. “Mentre famiglie e lavoratori pagano benzina, bollette e costo della vita, c’è chi continua a macinare profitti enormi”, ha dichiarato la deputata pentastellata Chiara Appendino. “E il Governo cosa fa? Protegge quei profitti e scarica il conto sugli italiani. Poi, quando chiediamo di intervenire, improvvisamente compare Bruxelles: “serve l’Europa”, “bisogna aspettare”, “non possiamo farlo da soli”. E qui cade la maschera. Sovranisti quando c’è da fare propaganda, europeisti quando c’è da tassare gli extraprofitti. Eppure la scelta politica è semplicissima: prendere una parte dei guadagni straordinari accumulati da chi ha beneficiato della crisi energetica e usarla per abbassare strutturalmente le accise e alleggerire il pieno degli italiani”.
Anche Angelo Bonelli è andato all’attacco dell’esecutivo. “In quattro anni il governo Meloni ha speso 38 miliardi di euro per contenere il costo dell’energia, sottraendo risorse alla sanità pubblica, alla scuola e al trasporto pubblico. Con quale risultato? Oggi l’energia in Italia continua a essere tra le più care d’Europa, mentre le società energetiche hanno realizzato oltre 80 miliardi di euro di profitti. La proposta di Avs è semplice e chiara: tassare gli extraprofitti delle società energetiche è un atto di giustizia sociale, indispensabile per ridurre le bollette di famiglie e imprese e accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili”, ha concluso.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTO QUELLO CHE LA SINISTRA ITALIANA NON HA CAPITO
È ormai da giorni e giorni che il dibattito sulla cultura woke occupa le pagine dei giornali.
Ma seprovassimo a informarci fermandoci semplicemente ai titoli verrebbe da pensare che quest’estate ci sia stata una sorta di contro-rivoluzione interna alla sinistra, che ha ripudiato e rinnegato le istanze di quel movimento, sostenuto in passato. Il punto è che in Italia la sinistra, o almeno una parte, spesso fa confusione quando si parla di woke. Usa il termine in modo intercambiabile con il politicamente corretto (o meglio, con “la dittatura del politicamente corretto”) o con la cancel culture. Questa nebbia culturale non è un caso, è qualcosa di sapientemente costruito dalla controparte, dell’estrema destra più conservatrice, che ha ribaltato il significato del woke, lo ha distorto per ridicolizzare e attaccare ciò che realmente presupponeva.
L’origine del termine woke
L’origine del termine woke è precisa: il concetto nasce ormai un secolo fa, nelle comunità afroamericane, come invito a “stay awake”, a restare vigili, attenti alle ingiustizie e alle discriminazioni intrinseche alla società. Delle dinamiche talmente interiorizzate e radicate che, appunto, necessitavano (e necessitano tutt’ora) di una società bene all’erta, pronta a riconoscerle e decostruirle. In che cosa si traduce questo messaggio? In una richiesta di rispetto, di inclusione, di attenzione verso le minoranze, le comunità più emarginate e i soggetti più vulnerabili. Questa è l’accezione con cui è nato il concetto di woke e questo è sempre stato il senso delle battaglie del movimento. Lotte che hanno portato a risultati indiscutibili per le democrazie occidentali, in termini di inclusione e di rappresentanza.
Eppure, quando si parla di woke, spesso il primo sentimento che suscita la parola è negativo. Non è un caso. È la conseguenza di un lavoro fatto dall’estrema destra statunitense (e a ruota quella europea), che è riuscita nel suo intento di ribaltare il significato del termine, per travisarne il senso originale e renderlo una barzelletta di sé stesso, uno scherno ai progressisti, una ridicolizzazione e al tempo stesso un attacco a quelle battaglie, dipinte non come una rivendicazione di attenzione e rispetto, ma come un’opera di censura e di bavaglio delle opinioni altrui.
L’agenda dell’estrema destra
Piano piano nell’accezione mainstream, il termine woke è diventato sinonimo di minaccia alla libertà di pensiero. Ad esempio i boicottaggi e le contestazioni – una forma di pressione al potere dal basso – sono stati raccontati come tentativi di mettere a tacere chi la pensava in un determinato modo. Ovviamente uno stravolgimento della realtà, sempre con uno scopo preciso. Quello di difendere privilegi, mantenere la posizione dominante, quella da cui poter prevaricare e imporsi sugli altri, restando impuniti.
Ecco perché non ha alcun senso, per i progressisti, parlare di superare o addirittura ripudiare il woke. Significherebbe implicitamente accettare la descrizione alterata del termine, legittimare e dare ragione alla retorica dell’estrema destra, che però non dipinge fedelmente il movimento. Questo non vuol dire che il movimento debba essere esente da qualsiasi critica o autocritica, però bisogna conoscere come stanno le cose e raccontarle per come effettivamente sono.
Il dibattito in Italia
E qui arriviamo al dibattito di questi giorni, che non sembra essere stato compreso fino in fondo. I media italiani, in stragrande maggioranza, hanno scritto che Alexandria Ocasio-Cortez, figura di spicco della sinistra statunitense, ha rinnegato la cultura woke. A quel punto Giuseppe Conte ha mandato una lettera a Repubblica scrivendo che il woke fosse diventato “una sorta di religione morale autoreferenziale” con eccessi che avevano portato anche alla “repressione della libertà di opinione”, per cui “non è con il woke che la sinistra può fare giustizia”. Matteo Renzi, da parte sua, ha scritto su X che finalmente tutti si stanno svegliando nel riconoscere come l’ubriacatura woke avesse fatto male alla sinistra.
Queste sono opinioni legittime, il problema è come si inseriscono nel dibattito. Un dibattito che non ha senso. Perché si tratta di un dibattito basato su delle incomprensioni. Non solo rispetto al significato di woke, ma anche – molto più concretamente – rispetto a quanto effettivamente detto dalla congresswoman statunitense Alexandria Ocasio-Cortez. La frase che è stata riportata dai media italiani è stata: “Il primo woke era folle”. Parole che sono state interpretate come un rinnegamento del movimento. In realtà Ocasio-Cortez ha citato un consigliere di New York, che tempo fa aveva scritto su X: “Woke one was crazyyy”. Che ha una sfumatura molto diversa, nello slang americano: si potrebbe tradurre con “incredibile” o “assurdo”.
Cosa ha detto davvero Alexandria Ocasio-Cortez
In ogni caso, bisogna contestualizzare: qualche settimana fa Ocasio-Cortez è stata ospite di un programma sull’emittente ABC e ha parlato di Francesca Hong, candidata alle primarie democratiche in Wisconsin in vista delle midterm, che ha fatto molto parlare di sé per delle dichiarazioni di qualche anno fa, quando nel 2020 chiedeva di abolire la polizia. Ocasio-Cortez ha citato il consigliere comunale – la frase “woke 1 was crazyy” – sottolineando come la stessa Hong si sia allontanata da quelle posizioni, non tanto rinnegando il senso più ampio, ma rivedendo la retorica. Ed è questo il punto dell’autocritica di Ocasio-Cortez, che non è mai sostanziale, ma formale. La congresswoman ha ribadito come quelle battaglie sono state importanti, perché hanno messo in discussione l’approccio alla criminalità, così come hanno affrontato il tema della violenza della polizia: tutti i movimenti poi evolvono, tutti possono avere degli eccessi e riposizionarsi, ma questo non c’entra nulla con il dibattito surreale che si sta avendo in Italia. Che dimentica l’agenda e gli interessi che muovono i detrattori del woke, così come dimentica di considerare la strategia politica dietro ogni dichiarazione.
Perché non è un segreto che Ocasio-Cortez punti alla Casa Bianca nel 2028 e che questo potrebbe voler dire ammorbidire delle posizioni per ampliare il proprio consenso all’interno dei Democratici. Così come non è un segreto che Conte stia puntando a vincere le primarie nel campo progressista, mettendo da parte Elly Schlein, che spesso ha simboleggiato gran parte delle battaglie woke.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
MENTRE GRAN BRETAGNA E FRANCIA CONCEDONO ALL’UCRAINA LE LICENZE PER PRODURRE I TEMIBILI MISSILI “STORM SHADOW”, PROMETTONO AEREI DA CACCIA, BATTERIE CONTRAEREE E SISTEMI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE, L’ITALIA SI SFILA E SPEDISCE GENERATORI… È UNA POSIZIONE SUICIDA, CHE POTREBBE ESCLUDERE L’ITALIA DALLA RICCA PARTITA PER LA DIFESA EUROPEA. MA LA DUCETTA GUARDA AL 2027 E ALLA LUNGA CAMPAGNA ELETTORALE”…L’ITALIA È UN RICETTACOLO DI PUTINIANI, DALL’EX GENERALE A CONTE: SALVARE L’EUROPA DALL’ESPANSIONISMO DI “MAD VLAD” NON È UNA PRIORITÀ
Il governo Meloni si defila dal fronte dei Volenterosi. La Gran Bretagna si unisce alla Francia nel concedere a Kiev la licenza per produrre i missili d’attacco Storm Shadow, l’arma che ha inflitto i danni più gravi alle forze russe.
L’Italia invece manda generatori elettrici «destinati in particolare – dichiarano fonti di Palazzo Chigi – a sostenere la resilienza della popolazione ucraina e a garantire la tenuta della rete energetica». Parigi e Londra annunciano esercitazioni militari della coalizione; Roma precisa subito che non parteciperà. C’è una piena intesa soltanto sul rafforzamento delle sanzioni «al fine di indebolire ulteriormente la macchina bellica di Mosca», con «la determinazione a operare al fianco dei partner internazionali per favorire un percorso negoziale verso una pace giusta e duratura».
Proprio l’obiettivo per cui il gruppo dei Volenterosi è stato fondato: garantire “una forza multinazionale” a tutela della sicurezza ucraina da schierare in Ucraina dopo il cessate il fuoco con la Russia.
Certo, la premier ha ribadito «il fermo sostegno alla sovranità, all’integrità territoriale e all’indipendenza dell’Ucraina» oltre a esprimire «profonda vicinanza per le sofferenze causate dai continui attacchi russi contro le infrastrutture civili». Ma il nostro Paese non sembra disposto a fare nulla di concreto per impedire la pioggia di missili e droni che ogni giorno fanno vittime a Kiev e nelle altre città.
Macron promette aerei da caccia e batterie contraeree; il primo ministro inglese Burnham esorta gli alleati a concedere Patriot dalle proprie scorte pur di proteggere la popolazione dai bombardamenti e arriva al punto da fornire sistemi di intelligenza artificiale per gli armamenti ucraini. Noi siamo due passi indietro, fermi sulla linea dell’«aiuto umanitario».
Una posizione che rischia anche di escluderci dalla grande partita sulla Difesa europea, che vede Francia, Gran Bretagna e Germania – pure il cancelliere Merz ieri era a Kiev, mentre Meloni si è videocollegata – come Paesi leader assieme alla Polonia.
Le dichiarazioni di Palazzo Chigi sembrano dettate dall’esigenza di mantenere la coesione della maggioranza, alle prese con le spinte leghiste contrarie a qualsiasi sostegno bellico a Kiev e con la concorrenza a destra del generale Vannacci, ancora più determinato a contrastare gli aumenti della spesa militare e l’appoggio all’Ucraina.
Resta però il dubbio sulla realpolitik del governo Meloni, che a parole nega le forniture militari mentre mantiene un flusso di rifornimenti per la lotta contro gli invasori russi. Il ferreo segreto sulle cessioni di armamenti sembra una cortina fumogena dettata dalle priorità elettorali.
Le aziende a controllo statale continuano a fare accordi con Kiev. Leonardo ha aperto una filiale nel Paese, destinata a occuparsi di droni e contraerea. Fincantieri è entrata nel programma Ue per lo sviluppo di velivoli senza pilota. Il consorzio europeo MBDA – di cui Leonardo ha il 25 per cento – ha siglato un accordo per realizzare missili a lungo raggio e scudi anti-drone.
Molti dei sistemi promessi dai Volenterosi – come le batterie terra-aria Samp-T e gli intercettori Aster 30 di cui ha parlato Macron – non possono essere dati senza l’autorizzazione italiana, co-titolare dei brevetti. Il grande discrimine pare riguardare la distinzione tra armi difensive e offensive, più volte sottolineata dai ministri Crosetto e Tajani.
E infatti Palazzo Chigi nega che ci sia stato un via libera alla cessione della licenza per costruire gli Storm Shadow, armi indubbiamente d’attacco: si tratta di missili britannici e Leonardo, questa è la versione, pur facendo parte di Mdba non può interferire sulle scelte di Londra. Nel 2024 è stato il ministro della Difesa inglese Shapps a rivelare che l’Italia aveva approvato la consegna degli Storm Shadow per l’impiego sulla Crimea, senza ricevere smentite.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
DALL’ABORTO NEGATO ALLE CASE PER LE FAMIGLIE NUMEROSE, CRESCE IL MALUMORE PER UN PROGRAMMA CALATO DALL’ALTO
Il programma politico di Futuro Nazionale, la formazione guidata da Roberto Vannacci,
fadiscutere non solo gli avversari politici ma anche l’interno del movimento stesso. Secondo quanto riporta oggi Libero a fare da elemento di rottura sono diverse proposte fortemente conservatrici, come la tesi che l’aborto non sia un diritto.
La spaccatura interna e le critiche del Centro Studi
Le maggiori perplessità sono state espresse da Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale (think tank storico del movimento). Sforzini ha evidenziato al quotidiano come la svolta ultra-conservatrice rischi di essere un boomerang elettorale e concettuale. Riservare aiuti e priorità per le case popolari ai concepiti rischia, dati demografici alla mano, per esempio, di avvantaggiare soprattutto le famiglie di immigrati, smentendo le premesse politiche della formazione. Sforzini denuncia di essere stato isolato e attribuisce questa svolta radicale a consiglieri vicini al leader che spingono per posizioni estreme, dimenticando che «i cattivi consiglieri sono assai più pericolosi dei buoni nemici».
Destra liberale o «polizia morale»?
L’analisi del Centro Studi si conclude con una riflessione strategica sul futuro della destra: «Una destra di governo deve persuadere uomini liberi, non educarli sotto tutela. Si può sostenere la natalità senza istituire polizie morali o ricorrere a prontuari dell’Ottocento». Il nodo centrale per Vannacci diventa quindi strategico: strutturare una forza di destra liberale, nazionale e di governo in grado di interloquire con l’intera coalizione di centrodestra, oppure isolarsi in una posizione massimalista e identitaria. Con il rischio, già concreto, di implodere.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
UN PAESE DOVE I BOCCHINO E I SALVINI PRETENDONO DI INSEGNARE COSA SIA IL GIORNALISMO LIBERO AGLI INVIATI DI REPORT E’ UN PAESE CAPOVOLTO E RINCOGLIONITO
La polemica lanciata dal quotidiano Il Tempo sui compensi dei giornalisti di Report è una delle più stupide degli ultimi anni. Come tutti ormai dovrebbero sapere, le cifre pubblicate non sono gli stipendi degli inviati, ma comprendono anche e soprattutto i rimborsi. I giornalisti coinvolti quasi sempre freelance che lavorano a partita Iva: non hanno santi in paradiso, possono restare a spasso da un momento all’altro e devono anticipare migliaia di euro di tasca propria. Dietro quei servizi c’è un lavoro enorme. Ci sono minacce, ci sono pericoli, nulla è garantito.
Non è un lavoro facile e men che meno invidiabile (anche contrattualmente). Report costa poco – per essere un programma di prima serata – e ha successo: manna dal cielo in una Rai svilita e disastrata. Eppure (o forse proprio per questo), lo crivellano da mane a sera. Se anche fosse vero che quegli ottimi giornalisti d’inchiesta prendono tanti soldi, andrebbe benissimo. Ma purtroppo non è vero. Chi lo ha deciso che un giornalista d’inchiesta (bravo) deve prendere poco? Chi lo ha stabilito? Qui viene il bello (si fa per dire), perché la predica arriva dal peggiore dei pulpiti. Gli accusatori di Report appartengono a tre categorie specifiche. Uno: i “politici” di professione, quelli cioè che prendono 15-20mila euro al mese per non fare nulla, se non sparare ogni giorno sciocchezze monumentali. Due: i “giornalisti” che scrivono su testate diversamente indipendenti e che, senza il cosiddetto “reddito di giornalanza”, chiuderebbero subito: non hanno pubblico, non hanno lettori, non hanno talento e spesso neanche decenza. Tre: i conduttori Rai che fanno meno ascolti di TeleFava, però continuano ad andare in onda (strapagati) perché graditi a questo governo di brodi.
Proviamo a immaginare lo stipendio “congruo” di questi indefessi detrattori con la bava alla bocca.
Donzelli. Sedicente politico involontariamente caricaturale, sgradevole e improponibile, con una dialettica pietosa e un senso dell’ironia che in confronto il Bagaglino era Ricky Gervais. Stipendio meritato: 4 euro al mese, più una bottiglia di olio di ricino come bonus ideologico.
Bignami. Vedi sopra, con l’aggiunta della propensione a vestirsi ogni tanto in maniera altamente discutibile e a profondersi in arringhe in Parlamento sature di strafalcioni storici e deliri semantici (persino più di Donzelli). Stipendio meritato: 3 euro al mese, più un flacone di shampoo avanzato a Cruciani (a osservarlo neanche troppo bene, probabilmente gli farebbe comodo).
Giornalista tipo del gruppo Angelucci (scegliete voi chi, la lista è lunga). Firma che confonde l’opinione con la propaganda, che attacca sotto la cintura, che non argomenta, che difende il centrodestra anche e soprattutto quando è indifendibile e che nel mondo reale non ha mezzo lettore. Stipendio meritato: togliergli immediatamente il “reddito di giornalanza” e vedere poi come strillano, starnazzano e implorano la benevolenza dei vecchi nemici, pur di restare anche solo minimamente a galla.
Conduttore Rai senza ascolti (i nomi metteteli voi, ché non son mica pochi). Va in onda all’insaputa di tutti, anche di se stesso, però non lo smuove nessuno, poiché fedele al governo. Stipendio meritato: la collezione completa dei dvd di Pucci e un bel poster del monoscopio, Santo Patrono dei senza share (che comunque faceva più ascolti di loro).
Gli esempi potrebbero essere infiniti: da La Russa (noto democratico) a Montaruli (tra un abbaio e una condanna definitiva), da Fidanza (tra un braccio teso e un patteggiamento) al ministro Mazzi (chi?), eccetera eccetera eccetera. Un Paese dove i Bocchino e i Salvini pretendono di insegnare cosa sia il giornalismo libero agli inviati di Report, è un paese capovolto, rincoglionito, ignorante e purtroppo ormai irrecuperabile. Condoglianze Italia!
(da ilfattoquotidiano.it)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
COSA PUO’ SUCCEDERE ALLE ELEZIONI DI MIDTERM
A poco più di due mesi dalle elezioni di metà mandato, Donald Trump appare sempre più in
difficoltà nei sondaggi. Secondo l’ultima rilevazione di YouGov e The Economist, in 47 stati americani su 50 la maggioranza degli elettori boccia l’operato del presidente in carica. A promuovere Trump sono soltanto tre roccaforti repubblicane: Wyoming, Idaho e Virginia. In tutto il resto del Paese, le politiche schizofreniche della Casa Bianca su economia, commercio e politica estera non sembrano essere piaciute all’opinione pubblica. Secondo un recente sondaggio di Reuters, pubblicato il 17 agosto, soltanto un americano su tre approva l’operato dell’amministrazione in carica.
Le elezioni di midterm e il Congresso in bilico
A novembre, i cittadini americani saranno chiamati alle urne per le elezioni di midterm, che prevedono il rinnovo di tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Il voto non ha un effetto diretto sul presidente, che però – in caso di sconfitta – rischia di trovarsi con almeno un ramo del Congresso in mano al partito di opposizione. Uno scenario che costringerebbe la Casa Bianca a scendere a compromessi con i democratici per approvare nuove leggi. Al momento, i sondaggisti stimano che i democratici abbiano buone probabilità di riottenere la maggioranza alla Camera, mentre al Senato la partita resta decisamente più aperta e vede i repubblicani leggermente favoriti.
L’appello di Trump ai suoi elettori: «Immaginate di votare per me»
Pur riguardando esclusivamente il Congresso, le elezioni di metà mandato vengono spesso interpretate come una sorta di referendum sull’operato del presidente in carica. A giudicare dai sondaggi, Trump non se la cava affatto bene. Eppure, il presidente americano non sembra credere alle rilevazioni. Anzi, nelle scorse ore ha implorato i suoi sostenitori di immaginare che ci sia lui sulla scheda elettorale quando andranno a votare a novembre, e non i candidati sostenuti dal suo partito. «Il problema che abbiamo è che Trump se la cava alla grande quando è candidato, ma quando non lo è, i suoi sostenitori non vanno a votare e non eleggono senatori, deputati e altri repubblicani», ha detto Trump durante un comizio in South Carolina. «Quindi – ha continuato il presidente americano – quello che vorrei davvero che faceste è fingere, per favore, che io sia candidato. Venite a votare. È importantissimo».
Ti potrebbe interessare
I possibili candidati di democratici e repubblicani nel 2028
Al di là di quale partito controllerà Camera e Senato, le elezioni di midterm segneranno anche uno spartiacque nel dibattito politico, perché daranno ufficiosamente il via alla campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2028. La debolezza del presidente in carica, a cui la Costituzione impedisce di candidarsi per un terzo mandato, viene vista come un’occasione imperdibile per i democratici, che già si preparano a un’acceso confronto tra aspiranti candidati alle primarie di partito. Tra i nomi più in vista c’è senz’altro quello di Alexandria Ocasio-Cortez, figura di riferimento dell’ala sinistra del partito che vive un momento di euforia grazie alle diverse vittorie in elezioni locali.
La deputata originaria del Queens non ha ufficializzato la sua candidatura, come del resto non lo hanno fatto altri nomi di spicco del partito democratico: da Gavin Newsom, governatore della California, a Pete Buttigieg, ex segretario ai Trasporti, passando per Kamala Harris, uscita sconfitta dalle ultime elezioni proprio contro Trump. E a proposito di Donald Trump, resta da vedere chi si farà avanti nel suo partito e chi, tra i vari candidati, potrà godere dell’endorsement del presidente in carica. I due nomi più gettonati sono quelli del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio. Ma non è affatto scontato che nel 2028 la vicinanza a Trump sarà ancora una buona carta da giocarsi per presentarsi agli elettori.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
ERANO ARRIVATI AL RISTORANTE QUANDO LA CUCINA AVEVA APPENA CHIUSO E IL LOCALE ERA GIA’ STATO PULITO
Sono arrivati al ristorante alle 15.30, quando la cucina aveva appena chiuso e il locale era già stato
pulito. I tre ragazzi volevano comunque pranzare e il proprietario ha deciso di aiutarli, proponendo di scaldare alcuni avanzi. Hanno così mangiato polpette al ragù e un po’ di genovese nel dehors del locale. Quando sono andati via, però, hanno fatto qualcosa che ha colpito il titolare del Da Biso Family di Caserta, che ha poi deciso di raccontare l’episodio sui social.
Un pranzo fuori orario
Il proprietario aveva spiegato ai ragazzi che la cucina era ormai chiusa e che il ristorante era stato appena sistemato. Ha comunque offerto loro quello che era rimasto del pranzo, dando la possibilità di mangiare nel dehors oppure di portare il cibo via. I tre hanno scelto di fermarsi a mangiare nei tavolini davanti al locale, mentre era chiuso. Quando è arrivato il momento di aprire il ristorante per il servizio della sera, il titolare ha trovato il tavolo e il dehors puliti. I ragazzi avevano raccolto tutto quello che avevano sporcato e avevano portato via anche i rifiuti.
Il ringraziamento del proprietario
L’educazione dei tre ragazzi ha colpito il proprietario, che ha deciso di condividere sui social il video delle telecamere di sorveglianza: «Vi metto il video perché siete di esempio per una società ormai devota al marcio», ha scritto, ringraziando i tre ragazzi per il loro comportamento. «Grazie ragazzi, sia da parte mia sia da parte di tutta la gente per bene come voi». Il post ha superato i 1.700 commenti e tra questi è intervenuto anche uno dei tre ragazzi, che ha ringraziato il ristorante per il pranzo. «Grazie mille del pranzo a voi, tutto ottimo», ha scritto. Il proprietario gli ha risposto ridicendo: «Dovevo pubblicarvi per forza, siete stati educatissimi e super mega gentili ragazzi, veramente grazie».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL SINDACO AMMETTE: “A PALAZZO CHIGI ERANO PREOCCUPATI, HO INVIATO UN DOSSIER PER EVITARE DISSENSI”
A differenza della cerimonia dei Giochi del Mediterraneo a Taranto, dove la premier Giorgia Meloni
ha ricevuto fischi dal pubblico, ad Amatrice la presidente del Consiglio è stata accolta da strette di mano, incoraggiamenti e urla di giubilo. Un’anomalia, che secondo Repubblica non sarebbe lasciata al caso. Ne parla Tommaso Ciriaco sul quotidiano.
«A Palazzo Chigi erano preoccupati dai fischi di Taranto»
Già il territorio è da sempre favorevole a Fratelli d’Italia. Per lo staff della presidenza del Consiglio la visita si chiude con successo, senza contestazioni paragonabili a quelle registrate di recente in altre uscite pubbliche. Ma il clima rilassato è anche dato dalla mobilitazione dei sostenitori organizzata dai riferimenti locali del partito, con slogan che, sottolinea Repubblica, in qualche momento sono parsi persino stonare con il tono mesto della commemorazione. Ad alcuni cronisti il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi, eletto con una civica tendenza Fratelli d’Italia, prima dell’arrivo di Meloni ha anticipato: «Ho detto alle forze dell’ordine di fermare i contestatori perché sarebbe stata una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime». E ancora: «A Palazzo Chigi erano preoccupati dai fischi di Taranto e ho mandato un report su criticità e contestazioni».
I ringraziamenti di Giorgia
Poco dopo esser andata via dalle zone colpite dal sisma, via social, la premier ha affidato il suo ringraziamento alla comunità: «Grazie per l’accoglienza, per il calore e soprattutto per la straordinaria determinazione con cui state ricostruendo il vostro futuro. Siamo con voi». Ad accompagnare il messaggio, un filmato che ripercorre i momenti più toccanti della giornata, compreso l’abbraccio commosso con un anziano del parco Don Minozzi, per chiudersi con il logo “Amatrice città degli italiani”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »