Settembre 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA DATA CERCHIATA E’ IL 17 APRILE 2027
Negli ultimi mesi si è fatta largo più volte l’ipotesi delle elezioni anticipate: se ne parla anche adesso che la Camera dovrà approvare definitivamente la legge elettorale, e Giorgia Meloni ha detto che il governo porrà la questione di fiducia. A fare da deterrente per i deputati che potrebbero essere tentati di votare contro l’esecutivo, però, c’è la prospettiva della pensione (che, è bene ricordarlo, non è un vitalizio: questi sono stati eliminati da anni e non esistono più).
Se la legislatura si chiude troppo in anticipo, e il prossimo Parlamento entra in carica prima del 14 aprile 2027, i deputati che sono al primo mandato non matureranno l’assegno pensionistico. Un incentivo importante, dal punto di vista economico. Ecco quanti sono i deputati al primo mandato, come funzionano le pensioni parlamentari e cosa può succedere in Aula nei prossimi mesi.
Il problema per il governo Meloni è che alla Camera si può richiedere il voto segreto: per questo a luglio la maggioranza era andata sotto (di un solo voto) su un emendamento riguardante le preferenze, sgradito soprattutto a Lega e Forza Italia. Il Senato ha poi introdotto quello stesso emendamento più avanti.
La Camera, probabilmente già a inizio ottobre, si troverà a votare su tutto il testo: bocciare o approvare l’intera legge elettorale. Con tutta probabilità, verrà chiesto di nuovo il voto segreto. Giorgia Meloni ha già detto esplicitamente che il governo porrà la questione di fiducia. In altre parole, se anche stavolta la maggioranza dovesse andare sotto, il governo cadrà.
Per quanto riguarda le ‘vere’ intenzioni della presidente del Consiglio, ci sono speculazioni e retroscena che vanno in tutte le direzioni. C’è chi sostiene che preferirebbe andare al voto a fine legislatura, cioè a ottobre dell’anno prossimo.
Chi pensa che sia interessata ad accelerare i tempi, con le dimissioni dell’esecutivo a breve e le elezioni già tra le fine del 2026 e l’inizio del 2027.
Chi invece guarda a una via di mezzo, per il momento ancora la più quotata: elezioni tra aprile e maggio, per evitare la campagna elettorale nel pieno dell’estate. Con un possibile ‘election day’ che accorpi le elezioni politiche alle amministrative in moltissimi Comuni, tra cui Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bologna e altri capoluoghi.
Alla Camera potrebbe saltare la maggioranza, se abbastanza deputati di centrodestra decidessero di opporsi alla riforma nel segreto del voto. L’esecutivo spera che a convincerne molti sia proprio il diritto alla pensione.
Dal 2012, la pensione parlamentare segue le stesse regole di tutte le altre. I deputati e i senatori versano contributi ogni mese, e alla fine possono incassare una pensione commisurata ai contributi che hanno versato. Va chiarito che la pensione non si può intascare subito, ma solo dai 65 anni in su. L’età limite si abbassa di un anno per ogni anno in carica dopo la prima legislatura, fino a un minimo di 60 anni. Inoltre, il pagamento viene sospeso per chi viene rieletto o comunque occupa un’altra carica politica.
Ma il passaggio più importante è che il diritto all’assegno scatta solo per chi resta in carica per almeno quattro anni, sei mesi e un giorno nel corso di una stessa legislatura. Tradotto: chi adesso è al primo mandato ha bisogno di restare in carica per almeno quattro anno, sei mesi e un giorno dal 13 ottobre 2022, senza elezioni anticipate. La data cerchiata sul calendario è il 14 aprile 2027.
Un aspetto spesso dimenticato, ma piuttosto importante, è poi cosa significhi essere “in carica”. Un parlamentare rimane ufficialmente in carica fino alla prima seduta del Parlamento successivo. Il conto non si ferma quando vengono sciolte le Camere, né quando si torna alle urne.
Questo è il motivo per cui, nel 2022, deputati e senatori al primo mandato ottennero la pensione: anche se il governo Draghi era caduto a luglio, si votò a settembre e il nuovo Parlamento entrò in carica a ottobre. Allo stesso modo, per esempio, se il governo Meloni cadesse a gennaio e si votasse poi a fine marzo, ai parlamentari basterebbe che Camera e Senato si insedino dopo il 14 aprile.
Chi sono i deputati al primo mandato che non sono ancora sicuri di avere la pensione
Stando ai dati ufficiali della Camera, attualmente sono in carica 184 deputati che sono al loro primo mandato, tra maggioranza e opposizione. Quasi la metà, sui 400 seggi totali. Nel centrodestra sono 115: i più osservati dal governo.
Il rischio, per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, è che a Montecitorio si ripeta la scena avvenuta pochi mesi fa, quando con il voto segreto una maggioranza silenziosa bocciò la norma sulle preferenze. In questo caso, però, votare contro la legge elettorale significherebbe a tutti gli effetti votare per la fine del governo Meloni. […]
In Fratelli d’Italia ci sono 78 deputati alla prima legislatura (il 66% di tutti i meloniani), che almeno sulla carta non dovrebbero dare grossi problemi al governo perché più ‘fedeli’ alla linea della premier. I problemi possono venire con più facilità da Lega e Forza Italia. Che, incidentalmente, hanno anche una percentuale più bassa di parlamentari al primo mandato: 18 per FI (il 35%), 16 per il Carroccio (il 29%). Meno deputati che potrebbero essere spinti a tapparsi il naso e votare una legge elettorale che li svantaggia per non rinunciare all’assegno.
Va detto che ci potrebbe anche essere l’effetto opposto, nelle file dell’opposizione. Il voto segreto può spostare molti equilibri. Il Pd si è duramente opposto alla legge elettorale, ma i suoi 31 deputati alla prima esperienza (il 46%) saranno tutti intenzionati a far cadere il governo a pochi mesi dalla pensione? Lo stesso vale per i 19 del M5s (il 40%) e tutti gli altri.
Quando un parlamentare va in pensione, si applica lo stesso meccanismo che riguarda tutti i pensionati con il sistema contributivo: riceve un assegno misurato sulla quantità di contributi che ha versato negli anni. L’importo del suo cedolino, quindi, dipende dalla sua intera carriera lavorativa.
La specifica pensione da parlamentare, però, si sblocca solo dopo quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato, come detto. Se non si raggiunge questa soglia, tutti i contributi versati fino a quel momento sono sostanzialmente inutili. Si perdono circa 47mila euro di contributi: una stima indicativa, per un periodo poco al di sotto di quattro anni e mezzo, considerato che ciascun deputato e senatore versa l’8,8% della sua indennità lorda, che oscilla attorno ai 10mila euro al mese. Insomma, in termini concreti andare a elezioni anticipate potrebbe costare qualche centinaio di euro al mese di (futura) pensione ai parlamentari che non finiscono il primo mandato.
Per questo, già dall’inizio dell’estate si parla di una norma che potrebbe venire in soccorso dei deputati. Basterebbe un cambiamento al regolamento della Camera per permettere a tutti coloro che lo desiderano, in caso di fine anticipata della legislatura, di versare in autonomia i contributi che mancano. In questo modo, l’assegno pensionistico sarebbe salvo anche se il governo Meloni dovesse chiudere la sua esperienza a breve.
(da Fanpage)
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Settembre 19th, 2026 Riccardo Fucile
UN EURO IN PIU’ SUL TICKET DELLE VISITE SPECIALISTICHE E AURLMENTA IL COSTO DI 450 PRESTAZIONI… LE REGIONI PAGHRANNO DI PIU’ LE PRESTAZIONI DEI PRIVATI CONVENZIONATI
Lunedì prossimo cambiano le tariffe delle prestazioni sanitarie, anche se ancora, a tre giorni
dalla data, deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che introduce le novità. I cambiamenti riguardano soprattutto i privati convenzionati con la sanità pubblica, ma in qualche caso anche i cittadini, che spenderanno un po’ di più (un euro) per i ticket di alcune visite specialistiche.
Cambiano 450 tariffe
Le tariffe sono i soldi riconosciuti dalle Asl ai privati che lavorano in convenzione per le attività specialistiche, visite ed esami. Servono anche per stabilire quanto una Regione deve dare a un’altra se un suo paziente si sposta per curarsi. Da anni si lavora per cambiarle e dopo battaglie, polemiche e ricorsi, l’impostazione definitiva prevede l’aggiornamento di 450 tariffe (su 2.100) di prestazioni ambulatoriali e su 222 codici di assistenza protesica (su 2.000). Il valore totale dell’aumento dei prezzi per le Regioni italiane è di circa 210 milioni (dei quali 180 per le prestazioni ambulatoriali), già coperti dalla manovra dell’anno scorso. Saranno coperte così le maggiori spese delle Regioni.
Quali sono gli aumenti
Sempre restando alle maggiori spese per il sistema sanitario, non per i cittadini, le prime visite specialistiche saranno pagate ai privati il 4,4% in più cioè più meno da 25 a 26 euro, l’ecocolordopplerdegli arti superiori passa da 47 euro a 48,75, la spirometria da 38 a 39,4 euro, l’elettorcardiogramma dinamico da 61,95 a 64,25 euro, la scintigrafia globale da 480 euro a 501 e così via. Ferme le tariffe per gli esami del sangue, ad aumentare sarà soltanto quanto viene riconosciuto ai privati convenzionati per il prelievo, che passa da 3,8 euro a 4,2 euro.
Cosa cambia per i cittadini
In Italia il ticket massimo a carico dei cittadini è di 36,15 euro e questa soglia non potrà essere superata (anche se nella ricetta ci sono più prestazioni, fino a otto della stessa branca). Tutte le prestazioni che valgono di più e hanno visto un aumento della tariffa, la maggior parte, non incidono quindi sulla spesa dei pazienti, che resterà appunto ancorata alla franchigia. Aumenti ci saranno in quelle che valgono di meno, come appunto le prime visite specialistiche (ma solo quelle che non prevedono contestualmente accertamenti diagnostici). Qui l’aumento sarà di circa un euro e dovrà pagarlo il paziente.
Quanto spendono le Regioni
A livello nazionale, le Regioni incasseranno 27 milioni di euro in più dai ticket, cifra piuttosto contenuta. Stando solo alla specialistica, quindi, e visto che l’aumento della remunerazione dei privati costerà 210 milioni, la spesa netta in più sarà di 187 milioni.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2026 Riccardo Fucile
INTELLIGENZA ARTIFICIALE: LA VERA SFIDA E’ LA TRASPARENZA
Che per l’addestramento di AI siano stati usati milioni di testi d’autore (articoli, libri, saggi, corsi universitari, conferenze, sceneggiature eccetera) senza chiedere il permesso e senza pagare un centesimo, è ormai accertato. Il lavoro degli altri non è un problema che levi il sonno agli artefici così come ai padroni di AI. Il parassitismo è congenito in una macchina che parla solo perché ha assorbito il già detto.
Però, in prospettiva, non mi sembra questo il guaio più rilevante. In quanto autore (ma farei lo stesso discorso in quanto lettore, o spettatore) e soprattutto in quanto persona, penso che il vero guaio sarebbe la falsificazione: ovvero, ammesso che AI impari a scrivere come l’originale, o anche “meglio” dell’originale, la grave, inammissibile manomissione sarebbe che AI parlasse fingendosi “qualcuno”, e prendendone il posto.
Per farmi capire, nel mio piccolo: se AI fosse in grado di scrivere un’Amaca migliore delle mie, me ne farei facilmente una ragione. Ma se AI si spacciasse per me, facendo credere di essere me, mi sentirei violato gravemente, e gravemente violata sarebbe la realtà.
La vera sfida – legale, etica, politica – è la trasparenza. Bisogna che ogni singola sillaba di AI appaia, di qui in poi, attribuibile a AI. Bisogna che ogni persona nel mondo, qualsiasi sia il suo livello culturale, sia sempre in grado di capire, quando parla AI, che è AI che ha parlato. Non è questione di diritto d’autore. È questione di tutela della realtà, contro la sua sostituzione. Mentre i fascisti blaterano di sostituzione etnica, la minaccia che riguarda tutti (perfino i fascisti) è la sostituzione della realtà.
(da Repubblica)
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Settembre 19th, 2026 Riccardo Fucile
MUSSOLINI MAI NELLA VITA AVREBBE ELOGIATO I FETICCI DEI NUOVI BORGHESI
Poveraccio, il ministro Lollobrigida, intervistato dal Corriere per festeggiare la trovata elettorale
della sua ex cognata di “abolire” (in realtà sospendere per un anno) il bollo dell’auto, e infilatosi da solo sul finale dentro un cul-de-sac ideologico che vale come un atto di fallimento (o liquidazione giudiziale) del governo in cui presta diciamo servizio.
Alla domanda se sia preoccupato del calo elettorale di Lega e FI, Lollo risponde: “Le prossime elezioni saranno un confronto tra due idee di Italia: la prima è stabile, ha abbassato lo spread, ha tenuto i conti in ordine e si è fatta valere all’estero. L’altra è una somma di partiti senza ancora nemmeno un leader”. Non gli viene in mente proprio nessun’altra medaglia da appuntarsi al petto, a Lollo, ministro di punta del primo governo dei post-fascisti, a parte conti in regola (vabbè: rapporto deficit-Pil sopra il 3%; debito pubblico tra i più elevati dell’Eurozona; crescita ferma e salari bassi) e spread sotto controllo.
Dal sacrario di Affile dedicato a Rodolfo Graziani, alla cui inaugurazione un giulivo Lollo partecipò in quanto assessore della Regione Lazio, ne è passata di acqua sotto i ponti!
Nei suoi discorsi, Mussolini si scagliava spesso contro la borghesia, intesa come categoria cultural-finanziaria posta a difesa della consuetudine, contrapposta al futurismo nuovista del fascismo; sprezzante verso gli avversari, Mussolini ostentava sarcasmo e manie di grandezza, avendo la romanità come mito (privo di IA, doveva lavorare di fantasia).
Mussolini mai nella vita avrebbe elogiato i feticci dei nuovi borghesi: conti in ordine e spread basso.
Chi glielo va a dire, sulla tomba di Predappio, che i suoi eredi – che hanno preso i voti presentandosi come testa d’ariete per scalzare le élite finanziarie sovranazionali – ora si vantano di piacere alla borghesia?
(da il Fatto Quotidiano)
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Settembre 19th, 2026 Riccardo Fucile
A DECIDERE I NOSTRI DESTINI SARA’ LA RESISTENZA DI KIEV
Le navi della Marina accendono la sala macchine in attesa di salpare per Bab el-Mandeb, un Eurofighter tricolore viene colpito dalle milizie Houthi in una base saudita e l’Italietta va un po’ a ramengo. Giorgia Laqualunque alla canna del gas sgancia l’arma fine di mondo con l’abolizione del bollo auto, mentre Schlein in modalità auto-candidata premier insegue farfalle col “piano-energia in cinque punti”.
Danze macabre sotto il Vulcano. Più rimbombano i tamburi di guerra, più noi balliamo la salsa elettorale, rinunciando all’assunzione di ogni vera responsabilità di fronte al dilagare degli opposti estremismi nei due schieramenti. Da una parte si pencola tra Crosetto con l’elmetto e Vannacci col colbacco, dall’altra si oscilla tra la crescente foga bellicista dei “riformisti Dem” (chiunque siano adesso, al di là di Lorenzo Guerini) e il vibrante inno alla pace dei “giovani Pd” (qualunque cosa significhi, purché non la resa dell’Ucraina).
Tanti falsi movimenti ci chiudono l’orizzonte e ci impediscono di vedere quelli veri, che pure ci sono e ci riguardano molto da vicino. Quasi suo malgrado, si muove l’Europa, dove è sempre più chiaro che a decidere i nostri destini, più della tenuta di Bruxelles, sarà la resistenza di Kiev. E qui, a parte il rituale discorso di von der Leyen sullo stato dell’Unione, colpisce di nuovo la discesa in campo di Mark Carney, che ancora una volta sveglia i sonnambuli del Vecchio Continente.
L’aveva già fatto il 26 gennaio al Forum di Davos, in un discorso memorabile. Quando aveva scosso le coscienze sbattendoci in faccia la dura realtà non della “transizione” ma della “rottura” e del “cambio d’epoca”. Aveva ricordato il fruttivendolo di Havel che ogni mattina nella Cecoslovacchia “sovietica” esponeva il cartello “lavoratori di tutto il mondo unitevi” col quale esibiva la sua conformità al sistema, sapendola falsa. Aveva paragonato quel piccolo uomo al Grande Occidente, abituato per decenni a esibire in vetrina lo stesso cartello col quale rinnovava la sua “fede” in un ordine mondiale formale basato sulla comoda egemonia americana, sapendola superata. E aveva invitato le medie potenze e l’Europa orfana di Trump a reagire con forza di fronte al ritorno degli Imperi e ad agire subito perché “se non sei al tavolo, sei nel menù”. A Strasburgo il primo ministro canadese, citando la quercia e le affinità elettive di Goethe, ha rilanciato la sfida chiedendo uno sforzo comune all’Europa.
Non sarà una “svolta storica”, ma è un atto politico di grande portata in questo momento cruciale della guerra di Putin e del disimpegno di Trump. Di fronte all’onda nera filo-russa che preme sugli argini e fa tremare le cancellerie dell’Ue, non è affatto banale ripetere che “la libertà va difesa ogni giorno”, che “abbiamo valori comuni per i quali abbiamo lottato e che dobbiamo continuare a difendere restando vigili” e che “perseguiamo la resilienza affinché nessuno possa controllare i nostri mercati aperti e minacciare la nostra sovranità, la nostra integrità territoriale, le nostre democrazie”. È come se Carney, nell’ora più buia di Churchill, desse ai leader europei il coraggio che gli manca per rialzare la testa, resistere al’urto delle autocrazie, prosciugare i fiumi dell’odio nei quali sguazzano le forze estremiste e ultra-nazionaliste che sfasciano l’Europa dall’interno.
È vero che le elezioni in Svezia sono state una boccata d’ossigeno per i socialisti, che lì governano da 109 anni ininterrotti. Ma domani si vota a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania, e dopo il trionfo in Sassonia-Anhalt il partito neo-nazista punta a bissare la vittoria nei laender dove trent’anni fa iniziarono le prime rivolte xenofobe e a contendere la capitale a una Cdu sempre più esausta e confusa. Che succede se anche lì si realizza quel Alles ist möglich, tutto è possibile, col quale Alice Weidel e Tino Chrupalla – quelli che vogliono cacciare tutti gli stranieri, compresi i figli di migranti tedeschi di seconda generazione, e istituire le classi separate per i disabili e i “meticci” – aggiungono da mesi mattone a mattone, per ricostruire la Fortezza Germania che rompe con Palazzo Justus Lipsius e ricuce col Cremlino?
Per adesso nella galassia dell’ultradestra sovranista a marcare qualche distanza dall’Afd è stata solo Marine Le Pen, e non certo per le posizioni filo-russe dei tedeschi, visto che lo stesso Rassemblement National è finanziato ufficialmente da Russia Unita. Per il resto, esultano tutti, dal neo-franchista Santiago Abascal in Spagna al brexiteer Nigel Farage in Gran Bretagna. Giorgia Meloni, come sempre quando c’è un intricato nodo identitario da sciogliere, si finge morta come l’opossum: non abbiamo ancora sentito una sua sola parola su quanto sta accadendo in Germania e su quanto possa costringerla a cambiare linea l’ideale ritorno di fiamma di Salvini sulla Piazza Rossa, risucchiato nel gorgo dal generale pacifinto che pretende a ogni costo la fine del conflitto e delle sanzioni.
In questo inquietante “cupio dissolvi” europeo, Zelensky può solo sperare. Nelle nostre armi, ma prima ancora nei nostri cuori. Prima del solito inverno al gelo – con le infrastrutture energetiche colpite dai missili Kh-101 e i 3M Kalibr lanciati dalla flotta del Mar Nero – il popolo ucraino deve fare i conti con l’autunno del nostro scontento, che ci vede sempre più stanchi di guerra. E che stavolta incrocia pure il voto per il rinnovo della Duma nella Federazione Russa e nei territori occupati.
Per quel che valgono le elezioni in una democratura – e considerato che nei villaggi del Donetsk la gente va alle urne “accompagnata” dai soldati armati di Ak-47 – non è un fatto da poco: lo Zar può costruire il suo primo “Parlamento di guerra”, senza nemici visibili visto che il partito della pace Yabloko è bandito dalla Corte suprema russa e tutti gli altri oppositori sono in rotta, da Yulia Navalnaya a Maxim Katz. La Madre Russia, che già spende in armi più di 20 miliardi di dollari al mese, è quasi in ginocchio.
Ma come diceva Alfred Koch, ex ministro delle Privatizzazioni negli anni ’90, “a Stalin non si poteva mentire, mentre a Putin non si può dire la verità”. Ecco perché Bunkerny Ded – il “nonno del bunker” come lo chiamava il povero Navalny – non smetterà mai di bombardare. Ed ecco perché i russi continuano rassegnati a ripetere quello che diceva il diavolo Voland nel capolavoro di Bulgakov, Il maestro e Margherita: “Un giorno finirà”, perché “alla fine tutto andrà come deve andare, è su questo che poggia il mondo”.
Ma la fine è ancora molto, molto lontana. E per questo noi europei, senza tentare a ogni ora del giorno la via diplomatica, abbiamo il dovere morale e politico di non lasciare sola l’Ucraina. E qui sta l’unico rilievo che si può muovere all’appassionata apologia della pace di Virginia Libero dal palco di Reggio Emilia: è sacrosanto gridare “noi non saremo mai i soldati delle vostre guerre”. Ma la resistenza di Zelensky e del suo popolo non è una guerra “loro”. E noi europei, quando su quel treno per Kiev c’era ancora un bel pezzo d’Europa, Slava Ukraini l’abbiamo urlato molto prima che Meloni entrasse a Palazzo Chigi e Trump tornasse alla Casa Bianca. Per questo dobbiamo urlarlo ancora.
(da Repubblica)
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Settembre 19th, 2026 Riccardo Fucile
PER LE IMPRESE L’IMPORTO PUO’ RADDOPPIARE
Finora gli italiani hanno pagato il conto della crisi in Medio Oriente soprattutto al distributore di
benzina. Nei prossimi mesi, in assenza di svolte positive dal fronte, imprese e famiglie lo pagheranno sempre di più anche nelle bollette di gas ed elettricità, e rischia di essere salato. Ai prezzi di questo settembre, calcola Nomisma Energia, una famiglia tipo in regime di tutela spenderebbe per i suoi consumi annuali di elettricità 136 euro in più di quanto avrebbe speso ai prezzi di un anno fa, un aumento del 18%. Che diventa del 31%, ben 366 euro, per il gas, la prima voce di uscita energetica e tutta concentrata nei mesi che verranno. Sommandoci anche i rincari alla pompa l’aumento teorico in un anno sfiora i mille euro. Quello reale dipenderà da molti aspetti, dall’evoluzione della crisi al tipo di contratto di fornitura e l’evoluzione della crisi. Ma arrivati a metà settembre senza prospettive di tregua è ormai probabile che autunno e inverno saranno i più cari da quelli terribili di quattro anni fa, dopo l’invasione dell’Ucraina e il divorzio forzato dal gas russo.
Dipendenti dal gas
Perché questa crisi sta riportando al pettine le stesse fragilità energetiche strutturali. Male comune di un’Europa ancora legata a doppio filo al metano, che dopo lo stop delle esportazioni dal Golfo è salito alla borsa di Amsterdam da 30 a 80 euro, per giunta con gli stoccaggi ai minimi da dieci anni. E nessun gaudio per l’Italia, visto che da noi il prezzo del gas è ancora più alto di circa tre euro e che – complici il ritardo nelle rinnovabili e il ruolo centrale delle centrali termoelettriche – trascina al rialzo anche il prezzo dell’elettricità all’ingrosso, la più cara del continente. Da agosto viaggia stabilmente sopra i 200 euro al megawattora, anche qui ai massimi da quattro anni. Ieri era a 222, quasi il doppio rispetto a Spagna, Francia e Germania.
Tariffe fisse, tariffe variabili
Dall’ingrosso al dettaglio, cioè in bolletta, la relazione (per fortuna) non è immediata né perfetta. La materia prima conta circa metà del prezzo finale, il resto sono costi di trasporto, di sistema e imposte. Significa che un aumento del 20% in Borsa, poi al dettaglio si dimezza, ma balzi del genere anche dimezzati fanno male. C’è poi un discrimine nel tipo di contratto. Chi ha sottoscritto una fornitura a prezzo variabile subisce subito il rincaro, alla prima bolletta fatturata. Chi si è tutelato con una tariffa fissa invece – più o meno metà delle famiglie per l’elettricità e circa un terzo per il gas – è per il momento schermato. Ma solo fino alla fine del periodo di blocco, che di norma dura un anno, dopodiché la tariffa viene aggiornata tenendo conto dei valori all’ingrosso. E con questi valori auguri a chi tenta oggi di trovare un’offerta migliore.
Tra le bollette variabili ci sono anche quelle dei circa 3 milioni di utenti vulnerabili che restano nel servizio di tutela, con prezzi fissati dall’autorità: anziani oltre i 75 anni, famiglie titolari del bonus energia con Isee sotto i 9.800 euro, disabili. La loro tariffa del gas viene aggiornata ogni mese: a luglio ha fatto +9,7%, ad agosto +6,9%. Quella elettrica ogni trimestre: nel secondo ha fatto +8,1%, nel terzo +4,6. I prossimi aggiornamenti porteranno altri decisi segni più.
I costi per le imprese
Nel mondo delle imprese, chi già da qualche settimana ha lanciato l’allarme sono gli energivori – acciaio, vetro, carta, cemento, ceramica – per cui l’energia rappresenta fino al 30% dei costi. Secondo Gas Intensive, l’associazione che li riunisce, dai valori pre-guerra agli attuali la bolletta annuale è più che raddoppiata, da 8,9 a 21,2 miliardi. Vero è che queste imprese tendono ad assicurarsi sulle variazioni di prezzo. Peccato che anche queste protezioni durino un anno, e a questi valori nessuno riuscirà a proteggersi per il prossimo. Per la manifattura italiana nel suo complesso – anche se cresce il numero di imprese che puntano su autoproduzione e contratti di lungo periodo con i fornitori – questa crisi energetica acuisce un doppio dolorosissimo divario di competitività, enorme con i concorrenti extra Ue ma notevole anche con i vicini.
Il decreto inattuato
Tutto ciò, mesi dopo un decreto Bollette con cui il governo prometteva di abbassare in modo strutturale i prezzi dell’energia in Italia. La norma ha garantito 115 euro in più una tantum alle famiglie già titolari del bonus elettricità e qualche sconticino alle imprese. Ma proprio negli interventi strutturali, come denunciato da Confindustria e testimoniato da questi prezzi, è rimasta inattuata. L’Italia paga sempre più di tutti. Nei prossimi mesi, Giorgetti dixit, pagherà ancora di più.
(da Repubblica)
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Settembre 19th, 2026 Riccardo Fucile
I PARTITI DI GOVERNO CONTINUANO A PERDERE QUOTA, CRESCE VANNACCI AL 7,7%
Il centrodestra continua a perdere quota nei sondaggi. Secondo la Supermedia di YouTrend, questa settimana, i partiti della maggioranza scendono al 40,7%: per la prima volta in questa legislatura sotto il 41%. Se invece si sommano Pd, M5s, Avs, Iv e +Europa, le opposizioni raggiungono il 43,9%.
È la differenza tra la vittoria e la sconfitta con la nuova legge elettorale. Il Melonellum consegna infatti un maxi-premio di 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che arriva prima, se supera l’asticella del 42% in entrambe le Camere. Se invece nessuno supera la soglia, la suddivisione dei seggi è solo proporzionale.
Tra i partiti crescono, anche se solo di uno 0,1%, Futuro Nazionale (ormai al 7,7%), Avs (6,4%) e il Pd (21,1%). Il segno più è particolarmente positivo per il M5s, alle prese con Nova, il percorso di ascolto della base. Il partito di Giuseppe Conte guadagna un buon 0,4%.
Perdono o rimangono in equilibrio le forze politiche a sostegno del governo: Fratelli d’Italia è al 26,6% (in calo di un 0,3%), Forza Italia al 7,4 (perde -0,2), la Lega ferma al 5,6 come la settimana scorsa. Tra i piccoli la Supermedia registra Azione al 3,3% (con una perdita di -0,4) Italia Viva 2,3 (-0,1), +Europa 1,5 (+0,1) e Noi Moderati all’1,1 (+0,1).
La Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione di questa settimana include sondaggi realizzati dal 2 al 16 settembre ed è stata effettuata il giorno 17 settembre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti EMG (data di pubblicazione: 10 settembre), Ixe’ (10 settembre), Noto (8 settembre), Only Numbers (4, 11 e 15 settembre), Piepoli (11 settembre), SWG (7 e 14 settembre), Tecne’ (7 e 9 settembre) e Youtrend (4 settembre).
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2026 Riccardo Fucile
INDAGATI QUATTRO SOCIETÀ E I LORO RAPPRESENTANTI LEGALI: AVREBBERO CREATO CREDITI D’IMPOSTA FITTIZI, DICHIARANDO FALSAMENTE DI AVERE EROGATO CORSI DI FORMAZIONE PER I DIPENDENTI … DALLA INDAGINI È EMERSO ANCHE “UN VORTICOSO SISTEMA DI RICICLAGGIO”, CON UN GIRO DI DENARO ANCHE ALL’ESTERO, PER 300 MILIONI DI EURO
La Procura europea (Eppo) di Milano ha eseguito perquisizioni e congelato beni per un valore di
2,6 milioni di euro nell’ambito di un’indagine su una presunta frode riguardante risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dell’Italia. L’indagine è condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Milano sotto il coordinamento dell’Eppo, segnala una nota.
I beni sono stati congelati nell’ambito di un provvedimento da 4,9 milioni di euro emesso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano nei confronti di quattro società e dei loro rappresentanti legali, sospettati di avere beneficiato di fatture fittizie e di meccanismi illeciti di somministrazione di manodopera.
Secondo le ipotesi investigative, gli indagati avrebbero creato crediti d’imposta fittizi per un valore di 2,38 milioni di euro, dichiarando falsamente di avere erogato corsi di formazione per i dipendenti che, in realtà, non si sarebbero mai svolti. I crediti d’imposta fittizi sarebbero stati poi utilizzati per ridurre i versamenti fiscali e contributivi relativi a centinaia di lavoratori, successivamente forniti illegalmente ad aziende terze.
L’indagine ha anche portato alla luce una distinta presunta frode riguardante due società che avrebbero ottenuto finanziamenti garantiti dallo Stato per 7,3 milioni di euro sulla base di informazioni false contenute nelle domande. Gli elementi raccolti indicano inoltre che entrambi i sistemi si sarebbero basati su società di comodo e fatture fittizie relative a operazioni inesistenti.
È stato scoperto, inoltre, un presunto sistema internazionale di riciclaggio che coinvolge società di diversi Paesi e attraverso il quale centinaia di milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso la Cina e Hong Kong.
Un “vorticoso sistema di riciclaggio” con movimentazioni di denaro, anche all’estero, per oltre 300 milioni di euro. Lo descrive il gip di Milano nel decreto con cui ha disposto un sequestro preventivo da circa 4,9 milioni di euro in un’inchiesta della Procura europea, ufficio di Milano, condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza milanese, su una presunta frode riguardante risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dell’Italia.
Le indagini, si legge nell’ordinanza, hanno delineato, infatti, un “deflusso di risorse finanziarie verso la Cina, individuando una rete di società dedicate, con conti correnti incardinati in Asia e nell’Est Europa”.
Negli approfondimenti sono venute a galla anche una serie “di società ungheresi che, tra il 2019 e il 2022, hanno ricevuto fondi dall’Italia per circa 64,9 milioni di euro, fungendo da vero e proprio ‘collettore'” e coinvolgendo società di altri Paesi, come Emirati Arabi, Svizzera, Lituania, Belgio e Germania. E con movimenti di denaro in totale per “oltre 309 milioni di euro”.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2026 Riccardo Fucile
“IL FOGLIO”: “TUTTI FRONTI CHE PIÙ PASSA IL TEMPO E PIÙ SI RITROVANO, CON LA MINACCIA PUTINIANA, COME DINANZI A UNO SPECCHIO CHE MOSTRA LE PROPRIE IPOCRISIE. SONO ANTIFASCISTI, DICONO, MA DI FRONTE AI FASCISMI DEL PRESENTE CHIEDONO DI ALZARE LA BANDIERA BIANCA. SONO SOVRANISTI, DICONO, MA NON DIFENDONO LA SOVRANITÀ DI UN PAESE AGGREDITO”
Sono passati quattro giorni dal ritrovamento di un drone di fabbricazione russa su una spiaggia polacca del Baltico, con una testata a bordo. Sono passati tre giorni dal minaccioso drone neutralizzato da due caccia italiani per conto della Nato, sui cieli della Lituania, nel giorno della visita del ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto (e ieri due caccia italiani si sono alzati in volo ancora in Lituania, stavolta a causa di una violazione dello spazio aereo da parte di due jet militari russi).
Sono passati cinque giorni dall’attacco a un convoglio ferroviario al confine tra Polonia e Russia. Sono passati sette giorni dal passaggio ravvicinato di un altro drone di fronte all’aereo su cui volava Zelensky. […]
Sono passati poco più di dieci giorni dall’attribuzione alla Russia del drone con esplosivo professionale e con un detonatore ritrovato nell’hub logistico della Nato di Lipsia.
Lo avete visto: sono giorni, settimane, mesi, che la Russia tenta di testare le difese dell’Europa, oltre che quelle della Nato, oltre che quelle dell’Ucraina, e sono settimane che gli esplosivi russi tendono, in una parte dell’opinione pubblica, a catturare un’attenzione minore rispetto a quella che ogni giorno riesce a catturare un esplosivo meno minaccioso rispetto a quello russo, come quello, pieno di affetto, indirizzato da Valter Lavitola a Sigfrido Ranucci.
La parte di opinione pubblica che in queste settimane è rimasta più indifferente rispetto agli ordigni fatti avvicinare, con poco amore, dalla Russia al territorio europeo e della Nato è quella che ogni giorno si abbevera alle fonti di alcuni partiti, il fronte di Vannacci, il fronte di Salvini, il fronte del M5s, con il suo codazzo mediatico al seguito.
Tutti fronti che più passa il tempo e più si ritrovano, con la minaccia putiniana, come dinanzi a uno specchio che mostra le proprie ipocrisie.
Sono antifascisti, dicono, ma di fronte ai fascismi del presente chiedono di alzare la bandiera bianca, perché i fascisti, se provocati, possono essere pericolosi. Sono partigiani della libertà, dicono, ma di fronte ai nuovi partigiani europei chiedono il disarmo, chiedono la diserzione, dimenticando la grande lezione, da vero partigiano della Costituzione, di Sergio Mattarella, che il 25 aprile di qualche anno fa creò un parallelismo tra la resistenza italiana e quella ucraina: “Un popolo in armi per affermare il proprio diritto alla pace dopo la guerra voluta dal regime fascista”.
Sono sovranisti, dicono, ma non difendono la sovranità di un paese aggredito. Sono pronti a scendere in piazza contro il riarmo, dicono, ma solo contro quello europeo, non contro quello putiniano.
Sono per armare tutti gli italiani, armi sempre più libere, se possibile, ma non sono per difendere gli europei minacciati dalle armi di potenze straniere. Sono per portare l’esperienza dell’esercito in politica, ma si rifiutano di considerare le minacce agli eserciti europei come minacce che valga la pena ritenere primarie.
Si dicono garantisti in Italia, ma poi trasformano ogni sospetto contro Zelensky in una prova da non dimostrare. Si muovono come giustizialisti in Italia, niente prove, per condannarti basta un sospetto, ma sono poi pronti a usare il massimo del garantismo con Putin, per considerarlo innocente fino a prova contraria di tutti i crimini commessi, arrivando persino, come ha fatto il direttore di un noto giornale, a considerare Putin come un “criminale responsabile”.
Sono attentissimi a denunciare le interferenze, presunte, dell’Europa durante le elezioni, ma sono particolarmente timidi nell’evidenziare le interferenze, certe, della Russia nelle elezioni in Europa, come per esempio in Romania.
E mentre la Russia stuzzicava e minacciava l’Europa ai suoi confini, sentite cosa hanno detto in questi giorni i nostri eroi. Salvini: “Mi sembra che ci sia un’ansia anti russa che mi preoccupa” (slurp!). Vannacci, interrogato sui droni attribuiti a Mosca: “Moltissime di queste accuse sono totalmente infondate” (slurp!).
Conte: le ingerenze russe sono un “allarme gettato in modo un po’ frettoloso”. Il tutto poi perfettamente sintetizzato da Marco Travaglio, sul Fatto quotidiano, ieri, secondo il quale è l’Europa che minaccia la pace (Travaglio nel 2022 sostenne che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia era un’invenzione americana: slurp!), secondo il quale è l’occidente che provoca Putin (Putin ha portato all’7,4 per cento la quota di pil destinato al riarmo (era il 4 nel 2022), ma se il riarmo lo fa Putin va bene, se lo fa l’Europa no: slurp!) e secondo il quale l’Europa sbaglia a cercare un modo per difendersi perché una guerra che non si può vincere non va neppure combattuta
Ci si potrebbe augurare, in modo utopistico, che le bombe d’amore di Lavitola eccitino un pezzo dell’opinione pubblica italiana, meno di quelle senza amore di Putin. Ma di fronte all’indifferenza rispetto alle minacce portate dalla Russia ai confini dell’Europa, lo specchio chiamato Putin un pregio ce l’ha: chi sceglie di giocare con la bandiera bianca, chi sceglie di soffiare sul partito della diserzione, chi sceglie di chiudere gli occhi sui droni impazziti, anche quando questi avrebbero potuto colpire un ministro del proprio governo, non lo fa per coerenza, lo fa per scelta, perché dovendo scegliere da che parte stare, tra l’Europa che si difende e i nemici dell’Europa che si riarmano, ha scelto da che parte stare.
Feroci con gli antifascisti di un tempo, morbidi con i fascismi di oggi, che minacciano un bene prezioso che si chiama libertà. Feroci con gli immigrati ai confini, non con i dittatori che minacciano una frontiera preziosa che si chiama democrazia.
(da il Foglio)
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