LA SCOMMESSA DI GIORGIA PER USCIRE DALLA TEMPESTA: LEI E MANTOVANO IN CORSA PER IL QUIRINALE
L’IPOTESI DI UNA STAFFETTA A PALAZZO CHIGI CON IL SUO SOTTOSEGRETARIO
È l’ultimo azzardo di Giorgia Meloni. Il più grosso, tanto da non averlo anticipato a nessuno alla vigilia dell’intervista tv. Per giunta, in un momento di estrema difficoltà: priva della sponda politica di Donald Trump, allarmata dal rischio che Roberto Vannacci provochi smottamenti irrimediabili nella destra di governo. Eppure, la premier esce allo scoperto per la prima volta con una scommessa inedita: prendersi tutto, Quirinale compreso. I pieni poteri, il soffitto di cristallo da infrangere con l’obiettivo di garantirsi il record che le manca: non più solo la prima donna premier, ma anche presidente della Repubblica. Perché adesso? A sentire fonti meloniane di massimo livello, l’obiettivo è lanciare lo slogan d’emergenza per la prossima campagna elettorale: se volete un presidenzialismo senza riforma costituzionale, votate di nuovo la coalizione. Fuori dal perimetro di questa maggioranza, dunque anche scegliendo Vannacci, c’è solo gioia per la sinistra e dolori per i moderati.
È, appunto, un azzardo. Ma svela la tentazione che Meloni accarezza da tempo. Ne avevano parlato Dario Franceschini e, ancora prima, Matteo Renzi. Il piano avrebbe anche una scaletta già pronta, in caso di trionfo alle politiche: la premier che torna a Palazzo Chigi e attende da quella postazione la scadenza del mandato di Sergio Mattarella, quindi si fa eleggere al Colle e spedisce alla guida del governo Alfredo Mantovano. Lui, il sottosegretario, è anche l’altro potenziale candidato che la leader spingerebbe per il dopo Mattarella, se dovesse fallire la scalata
Eppure, bisogna scavare ancora per comprendere la tempistica di questo annuncio. Pesano i sondaggi dell’ex generale che posizionano ormai stabilmente Futuro nazionale sopra la Lega. È come se la presidente del Consiglio volesse in questo modo lanciare un segnale per compattare le truppe, anticipando il senso della battaglia finale: prendersi il Quirinale e indicare una prospettiva di lungo termine. C’è però un punto che rende la scommessa più rischiosa, quasi al buio: la nuova legge elettorale, la sua reale convenienza.
Cambiare il sistema del voto è di fatto un “testa o croce”. Perdere le politiche con il “Melonellum” significherebbe rinunciare in un colpo solo alla corsa per il Colle nel 2029 e riparlarne nel 2036, tra dieci lunghissimi anni. L’hanno spiegato anche di recente a Meloni: se esiste un dubbio sull’opzione di allearsi con Vannacci, meglio tenersi il Rosatellum. Si perde meno, anche arrivando secondi. E soprattutto, si può ambire a un Capo dello Stato di destra pure se il centrosinistra raccoglie qualche seggio in più del centrodestra: anche con Fn fuori dall’alleanza, i suoi seggi potrebbero risultare decisivi con un’intesa post elettorale. In nome di una linea rossa: tenere i progressisti lontani non solo da Palazzo Chigi, ma anche dal Quirinale. A quel punto, lo “scambio” avrebbe come contropartita la prossima presidenza della Repubblica.
In questo senso, e chissà che non sia un indizio, sembra che la corsa a perdifiato per varare la legge prima dell’estate sia rallentata. Il Senato non dovrebbe approvare il sistema di voto prima di settembre o ottobre: questa, almeno, è l’ultima indicazione trasmessa da Palazzo Chigi che probabilmente sarà discussa in un prossimo vertice dei leader.
Nel frattempo, bisogna fronteggiare l’ascesa di Vannacci. Sta letteralmente divorando la Lega e affossando Salvini, che è pur sempre segretario di una gamba dell’alleanza e vicepremier. Il messaggio che Meloni ha messo agli atti già in Parlamento è dunque questo: aiuta la sinistra, chi lo vota colpisce la destra. Poi, certo, il futuro nessuno può scriverlo con un anno di anticipo, ma la presidente del Consiglio – in questo consigliata da Giovanbattista Fazzolari – ritiene complesso conciliare la linea dell’esecutivo sulla Russia con quella dell’ex generale. Che tra l’altro a Mosca ha anche vissuto, come ricordano spesso a Palazzo Chigi: era
addetto per la difesa presso l’ambasciata italiana tra dicembre del 2020 e maggio del 2022.
(da Repubblica)
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