IN CISGIORDANIA, LA FOTOREPORTER AMERICANA HEIDI LEVINE, INVIATA 63ENNE DEL “WASHINGTON POST”, È STATA MALMENATA DA CINQUE-SEI COLONI: L’HANNO BUTTATA A TERRA, L’HANNO PRESA A CALCI E BASTONATE, L’HANNO FATTA RIALZARE E POI HANNO CONTINUATO A PICCHIARLA PER 10 MINUTI
IL SUO RACCONTO: “SONO DEI TERRORISTI EBREI E STANNO DANDO AL PAESE UNA REPUTAZIONE ORRIBILE. HO VISTO COME SI COMPORTAVANO CON LE FAMIGLIE PALESTINESI, NON SONO ESSERI UMANI” … L’AMBASCIATA AMERICANA A GERUSALEMME HA CHIESTO SPIEGAZIONI A NETANYAHU, CHE NICCHIA E DIFENDE I COLONI. FECCIA PROTEGGE FECCIA
Nella terra dell’impunità i coloni israeliani hanno assalito una fotoreporter. L’hanno
buttata a terra, l’hanno presa a calci e bastonate, l’hanno fatta rialzare e poi hanno continuato a picchiarla. «Per dieci minuti, se non avessi avuto il giacchetto anti-proiettile e l’elmetto, probabilmente non sarei qui», racconta la 63 enne Heidi Levine, dal letto dell’ospedale di Ramallah dove è stata ricoverata. «Sono dei terroristi ebrei e stanno dando al Paese una reputazione orribile».
Erano un nugolo di cinque-sei ragazzi a volto coperto contro una donna sola e inerme. E, a riprova che in Cisgiordania neppure la nazionalità offre protezione alla violenza, Levine è statunitense. L’episodio, perciò, è diventato subito un caso politico internazionale.
L’ambasciata americana a Gerusalemme ha chiesto spiegazioni a Netanyahu e l’ufficio del primo ministro, con una nota che non attribuisce responsabilità ai coloni neppure di fronte a un filmato chiarissimo, rimanda le conclusioni all’accertamento dei fatti.
«L’incidente non sia utilizzato per demonizzare centinaia di migliaia di residenti ebrei rispettosi della legge che vivono in Giudea e Samaria», prosegue la nota governativa, che come sempre utilizza il nome biblico della Cisgiordania.
La scena è stata quella vista mille volte. È la stagione della raccolta delle olive, gli agricoltori palestinesi vanno nei campi e quasi sempre ci trovano gli hilltop youth, i giovani degli avamposti e degli insediamenti, armati di fionde, mazze, a volte pistole. Heidi Levine, foto-giornalista che collabora col Washington Post, era a Khirbet Abu Falah, villaggio a nord di Ramallah, per fare il suo lavoro: documentare.
C’erano anche tanti altri giornalisti, attivisti e dei ragazzi palestinesi, alcuni con la sciarpa sul volto, andati a proteggere chi stava raccogliendo le olive. Qualcuno ha sparato dei fuochi d’artificio. I coloni, in gruppo, da una collina aspettavano il momento buono per partire col lancio di pietre e nel frattempo hanno dato fuoco a degli alberi. Testimoni raccontano che a un certo punto sono arrivati i soldati dell’Idf e hanno sparato gas lacrimogeni in direzione dei palestinesi, per farli arretrare.
È stato il caos: i coloni hanno preso a correre verso i giornalisti e Levine è rimasta incastrata tra le due linee. «All’improvviso ho visto più di 50 uomini mascherati armati di bastoni e barre di ferro e poi, di colpo, mi hanno aggredita». Le hanno rubato il telefono, le macchine fotografiche e il passaporto.
Ora ha una costola rotta e un taglio profondo sulla mano che avrà bisogno di essere operata. Feriti anche due palestinesi, un terzo è stato preso da un colpo di fucile dell’esercito. «Mio figlio Michael mi ha detto che la sua più grande paura è che io venga uccisa dai coloni», ha detto Levine.
«Un messaggio ai loro genitori: io non so come facciano ad aver cresciuto dei mostri così, ho visto come si comportavano con le famiglie palestinesi, non sono esseri umani». Quando l’hanno finalmente lasciata stare, la fotoreporter è stata soccorsa dai colleghi.
«L’amministrazione Trump non ha priorità più alta che la sicurezza degli americani», fa sapere l’ambasciata Usa in Israele. «Abbiamo appreso i resoconti dell’aggressione, gli Stati Uniti condannano la violenza criminale in Cisgiordania, da qualsiasi parte provenga», pretendendo che ci siano «indagini, arresti e condanne per i responsabili».
La direzione del Washington Post si è detta «indignata per l’attacco ingiustificato contro una giornalista che stava svolgendo il proprio lavoro» e ha esortato le autorità a condurre un’«indagine seria».
(da agenzie)
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