A 25 ANNI DAI FATTI DEL GB DI GENOVA GRAN PARTE DEGLI INDENNIZZI PAGATI ALLE 93 VITTIME NON SONO STATI RIMBORSATI ALLO STATO, COSI’ COME I SOLDI ANTICIPATI PER GLI AVVOCATI
I POLIZIOTTI PICCHIATORI E MENTITORI CONDANNATI, TRA RICORSI VARI A VARI ORGANI GIUDIZIARI, NON HANNO CACCIATO UN EURO E IL CONTO DEI REATI CHE HANNO CPCOMMESSO LO PAGA IL CONTRIBUENTE ITALIANO
A 25 anni dalla notte cilena della scuola Diaz, il conto economico generato dagli atti di quei poliziotti mentitori e picchiatori lo pagano ancora, in gran parte, i contribuenti italiani. Repubblica ha analizzato una lunga serie di sentenze per cercare di fare luce su un aspetto che, a distanza di un quarto di secolo, è avvolto dalla cortina fumogena di un’infinita serie di ricorsi che si trascinano tra Tribunali amministrativi, Corte dei Conti, Agenzia delle entrate e Corti tributarie.
Nel 2012 la Corte di Cassazione pronunciò la sentenza definitiva di condanna nei confronti di 25 poliziotti – alcuni dei quali tra i massimi dirigenti nazionali del corpo dell’epoca – per i falsi verbali e le false prove create per giustificare l’arresto illegale di 93 manifestanti selvaggiamente picchiati (il reato di lesioni andò prescritto) nell’irruzione alla scuola Diaz, nella notte dell’ultimo giorno del G8 del 2001.
Per quel comportamento che, come scrissero i giudici, «ha gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero» o, come ammise uno dei condannati, il vicequestore Michelangelo Fournier, si trasformò in una «macelleria messicana», lo Stato italiano ha speso diversi milioni di euro suddivisi in due filoni: gli anticipi per le spese legali che il Ministero dell’interno pagò a funzionari ed agenti imputati; i risarcimenti che vennero riconosciuti dai giudici penali come provvisionali alle persone offese, ossia i manifestanti pestati -87 dei 93 riportarono ferite, soprattutto fratture e in non pochi casi lesioni gravissime – e incarcerati.
Si potrebbe pensare che a 14 anni dalla sentenza definitiva i risarcimenti e le spese legali anticipate siano state rimborsate allo Stato dai condannati. Non è così.
Il 9 maggio di quest’anno il Consiglio di Stato ha pronunciato cinque sentenze con le quali ha bocciato i ricorsi di altrettanti funzionari di polizia condannati per la Diaz. Ognuno di loro chiedeva che fosse annullata la richiesta di restituzione (e quindi fino ad oggi non erano stati restituiti) di 82.620 euro che avevano ottenuto durante il processo di primo grado che si era concluso con l’assoluzione per i reati più gravi. Proprio questa assoluzione e altre questioni giuridiche relative alla prescrizione, erano i pilastri giuridici su cui si basavano i ricorsi. Ma c’è anche un altro motivo, il tempo trascorso: «La condotta dell’Amministrazione -sostenevano gli avvocati – sarebbe illegittima per avere definito il procedimento dopo più di dieci anni dalla sentenza definitiva della Corte di cassazione del 2012, e comunque dopo nove anni dall’avvio del procedimento del 2013, integrando per il suo concreto esplicarsi una violazione del fondamentale canone della ragionevole durata».
Detto che altri analoghi ricorsi erano stati presentati al Tar Liguria sempre nel 2026, e un altro a ottobre 2025 (dall’attuale questore di Como Filippo Ferri, anche lui condannato) al Consiglio di Stato, tutti sono stati respinti dai giudici che hanno ricordato che la sentenza definitiva di condanna per falso ideologico «quindi a titolo di dolo» comporta anche «la condanna (oltre che al pagamento delle provvisionali e delle spese di difesa delle parti civili) a risarcire i danni alle parti civili». Ma contro la decisione del Consiglio di Stato sono possibili ricorsi per revocazione allo stesso organo, oppure in Cassazione, e non è escluso che queste strade possano essere battute dai condannati.
Lo lascia pensare l’ostinazione con la quale si erano addirittura rivolti alla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, per vedersi riconosciuta una lesione del diritto di difesa, istanza che stata respinta.
Due altri fronti per non pagare i costi delle loro azioni, i poliziotti della Diaz li hanno aperti contro Corte dei Conti e Agenzia delle entrate.
Nel 2019 la procura della Corte dei Conti della Liguria aveva chiesto che i 25 venissero condannati a pagare tre milioni e trecentomila euro di danno erariale legato ai risarcimenti e cinque di danno all’immagine della polizia. Quest’ultimo aspetto è venuto meno a seguito di una riforma della giustizia contabile (paradossale, ma il falso non rientra nelle possibili cause di danno al buon nome di un’amministrazione pubblica) ma nel 2019, in primo grado, i funzionari vennero condannati a rifondere 2 milioni e 800 mila euro. Cifra che, nel 2023, in appello è stata ridotta a un milione e 100 mila euro per la prescrizione scattata a causa del ritardo della notifica del cosiddetto invito a dedurre. Ma di nuovo i poliziotti hanno alzato le barricate.
Val la pena di soffermarsi sul ricorso presentato da Francesco Gratteri, condannato a 4 anni, ex capo dell’anticrimine all’epoca uno dei più alti in grado, la cui carriera durante l’indagine è progredita ulteriormente fino al grado di prefetto ed oggi, pensionato, è consulente di Eurolink, la società controllata da Webuild incaricata di progettare il ponte di Messina, al cui vertice c’è l’ex capo della polizia ai tempi del G8, Gianni De Gennaro.
Nel 2024 Gratteri con l’avvocato Simone Ciccotti chiede la revocazione della sentenza della Corte dei Conti che lo condanna a risarcire circa 55mila euro (questa la sua quota) al Ministero dell’interno per i risarcimenti e le spese legali. L’ennesimo ricorso viene bocciato, ma dalla sentenza si scopre che le cartelle esattoriali che furono notificate dall’Agenzia delle entrate non sono mai state incassate perché vennero impugnate dai poliziotti «conseguendo un risultato vittorioso nelle sedi competenti».
Ma ciò che colpisce i magistrati contabili sono i toni utilizzati nel ricorso: l’avvocato di Gratteri, a sostegno della richiesta di revocazione avrebbe prospettato l’avvio di una «azione di responsabilità civile nei confronti del Giudice…quale esplicito strumento di pressione, se non di minaccia… finalizzata ad ottenere dal giudicante una decisione favorevole. Detta condotta travalica abbondantemente i confini della retorica forense». I giudici ipotizzano una violazione deontologica e segnalano all’Ordine degli Avvocati di Roma.
Difficile comprendere quanto questo fuoco di sbarramento per non pagare il conto della Diaz si protrarrà, e con quali risultati, stante anche la totale segretezza con cui il Ministero dell’Interno ha sempre gestito questi aspetti nonché l’assenza di interesse da parte della politica ad approfondire.
Resta da dire che i soldi che vengono chiesti ai 25 poliziotti sono solo una parte di quelli spesi dallo Stato per i risarcimenti. Mancano al computo le cause civili che ognuno dei 93 arrestati e torturati ha intentato e vinto ottenendo in media una cifra analoga a quella delle provvisionali, quindi, a spanne circa altri 3 milioni almeno. E poi nessuno pagherà mai, se non i cittadini italiani, i 45 mila euro a testa per i 93 della Diaz e i 65mila a testa per i 252 torturati a Bolzaneto, ovvero la condanna della Cedu nei confronti dello Stato per le sue inadempienze rispetto alla normativa europea.
(da Repubblica)
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