Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
E ORA NON SI ESPRIME PIU’ SULL’ESECUZIONE CRIMINALE DI CUI E’ RIMASTO VITTIMA ALEX PRETTI
Donald Trump ha scelto di non sbilanciarsi sulla sparatoria che sabato ha portato alla morte di Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva giustiziato da un agente dell’ICE proprio mentre stava filmando un’operazione federale in una strada di Minneapolis. In una lunga intervista telefonica concessa domenica al Wall Street Journal, il presidente ha infatti evitato più volte di dire se l’uso della forza sia stato appropriato, specificando che l’amministrazione starebbe ancora “esaminando l’accaduto” e che una valutazione ufficiale verrà resa nota soltanto al termine delle “verifiche interne”.
“L’ICE non è destinata a durare per sempre, a un certo punto ce ne andremo”
Nel corso dell’intervista, Trump ha però introdotto un nuovo elemento nel dibattito, affermando che la presenza degli agenti dell’Immigrazione and Customs Enforcement (meglio noti come ICE) in città non sarebbe “destinata a durare” per sempre. “A un certo punto ce ne andremo”, ha infatti detto, senza indicare però una data precisa, ma specificando che, anche in caso di ritiro, altri gruppi federali potrebbero restare nello Stato per occuparsi di indagini su frodi finanziarie, facendo riferimento a un ampio scandalo sul welfare che, secondo il Tycoon, giustificherebbe un rafforzamento delle attività federali.
La ricostruzione delle autorità federali è stata messa totalmente in discussione dai filmati registrati dai presenti e circolati nelle ore successive, analizzati dallo stesso Wall Street Journal, nei quali si vede precisamente un agente sottrarre l’arma a Pretti che la deteneva legalmente e, a distanza di meno di un secondo, un altro agente aprire il fuoco. Una dinamica, insomma, che contrasta apertamente con la versione iniziale delle autorità federali, secondo cui Pretti avrebbe opposto una “violenta resistenza”, costringendo gli agenti a sparare per difendersi.
Le proteste a Minneapolis
L’omicidio di Pretti, e prima ancora quello di Renee Nicole Good, ha innescato moltissime manifestazioni a Minneapolis e in tante altre città americane, nonostante il gelo che in questi giorni ha colpito gran parte del Paese. In Minnesota lo scontro si è poi rapidamente spostato sul piano politico, con il governatore democratico Tim Walz che ha criticato apertamente le operazioni federali e il comandante della Polizia di frontiera Gregory Bovino, comandante della Polizia di frontiera, che ha difeso l’operato dei suoi uomini, attribuendo la responsabilità dell’escalation a politici locali e a una presunta campagna di delegittimazione delle forze dell’ordine. Walz ha invece condannato “chi criminalizza la vittima e ignora i fatti emersi dai video”. Anche il capo della polizia locale avrebbe preso le distanze dall’azione
federale, sottolineando come negli anni gli agenti abbiano effettuato centinaia di arresti e sequestri di armi senza ricorrere mai a colpi d’arma da fuoco.
Nuove crepe nel fronte repubblicano
Il caso Pretti non starebbe creando però “solo” tensioni tra le strade cittadine, ma grosse fratture anche all’interno del Partito repubblicano. Alcuni esponenti conservatori, come Bill Cassidy, avrebbero infatti già chiesto un’indagine indipendente che coinvolga sia le autorità federali che quelle statali (finora escluse), sostenendo che “sia in gioco la credibilità dell’ICE e del Dipartimento per la Sicurezza”. Altri, pur continuando a sostenere la linea dura di Trump sull’immigrazione, hanno espresso profonda preoccupazione per la gestione politica e comunicativa della vicenda. Non solo, le dichiarazioni di Trump che giustificano l’uso della forza e della violenza sulla base del possesso di un’arma avrebbero sollevato grossi malumori anche in ambienti tradizionalmente vicini alla difesa del Secondo emendamento, dove si sottolinea la differenza tra portare legalmente un’arma e brandirla, usarla per minacciare, o peggio, per uccidere.
Nel frattempo, mentre a Minneapolis, nel luogo della sparatoria, cresce un memoriale improvvisato per Alex Pretti, e mentre le proteste continuano e si intensificano tra le strade, la Casa Bianca starebbe valutando l’impatto politico della vicenda: secondo fonti dell’amministrazione, alcuni consiglieri temono infatti che queste operazioni possano diventare un vero e proprio costo elettorale. Trump, da parte sua, continua invece a evitare una valutazione diretta sull’uso letale della forza, lasciando che la questione resti sospesa tra indagini interne, scontro istituzionale e un dibattito nazionale sempre più acceso sul ruolo dell’ICE e dei poteri federali nelle città americane.
(da Fanpage)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL TEMPO DI ADDESTRAMENTO DELLE RECLUTE È STATO DIMEZZATO A 8 SETTIMANE E I CRITERI DI SELEZIONE SONO ALQUANTO OPACHI
1 Quando è nato il Department of Homeland Security
Il ministero della Sicurezza Interna fu creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, raggruppando 22 agenzie federali. L’Ice è una di queste.
2 Quanti agenti ha l’Ice?
L’Immigration and Custom Enforcement (Ice) è la principale agenzia a contrasto dell’immigrazione illegale, nata nel 2002. Nel primo anno di presidenza Trump è passata da 10 mila a 22 mila agenti (su 220 mila candidati) grazie a una campagna di reclutamento costata 100 milioni di dollari (con particolare attenzione a siti e social di destra come Rumble) alla ricerca di «qualificati patrioti americani», allettati da stipendi di 50 mila dollari l’anno e bonus per gli ex studenti (come il condono dei debiti universitari).
Quanto qualificati? Il tempo di addestramento delle reclute è stato dimezzato a 8 settimane. Cancellato il requisito di una padronanza minima dello spagnolo, la
lingua più diffusa tra i migranti. I criteri di selezione sono alquanto opachi. Un agente dell’Ice ha ucciso la donna disarmata Renee Good il 7 gennaio a Minneapolis.
3 In cosa differiscono Ice e Border Patrol?
Operano di concerto. Le «pattuglie di frontiera» (circa 20 mila unità) tradizionalmente stanno più vicine ai confini (entro i 150 chilometri da esse hanno poteri anche superiori alla polizia locale). Donald Trump ha affidato loro molte delle operazioni di rastrellamento e deportazione nelle città degli Stati Uniti. Almeno il 50% degli agenti appartiene alla minoranza latino-americana (che è pari al 20% della popolazione), contro il 30% dell’Ice (prima delle nuove infornate). Tra le agenzie federali, la Border Patrol ha la minor presenza di donne tra i 20 mila effettivi (4%).
4 Questi «federali» hanno la divisa?
Sì, no, talvolta più di una. Gli agenti dell’Ice operano anche in borghese, oppure con il giubbetto anti-proiettile e la scritta Police, o Ice, o ancora Ero (la squadra specializzata in arresti). Quelli dello Special Response Team hanno mimetica ed equipaggiamento anti-sommossa (con fucili in grado di sparare proiettili al peperoncino). Gli uomini delle Border Patrol indossano spesso sugli abiti civili il giubbetto smanicato con la scritta dell’agenzia. Per motivi di sicurezza (propria), nessuno ha l’obbligo di mostrare il volto.
Quasi sempre hanno maschera o foulard a renderli irriconoscibili.
5 E la Guardia Nazionale?
Il nucleo più antico delle forze armate Usa. Attualmente sono 325 mila riservisti in tutti gli Stati. Entrano in azione in caso di particolari emergenze o situazioni di guerra, su richiesta del presidente degli Stati Uniti o dei singoli governatori. Sono stati impiegati in Iraq e in Afghanistan, per l’uragano Katrina, per l’Ebola in Africa. Trump ha cercato di usare la Guardia Nazionale contro le manifestazioni di protesta ad esempio a Chicago, ma a fine dicembre la Corte Suprema gli ha dato torto.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
SE NEGLI USA LA LEGGE FOSSE UGUALE PER TUTTI TRUMP SAREBBE GIA’ FINITO DA TEMPO SULLA SEDIA ELETTRICA
L’attrice Natalie Portman ha partecipato al Sundance Film Festival nello Utah indossando sul red carpet una spilletta con la scritta “Ice out”, simbolo di protesta contro l’operato dell’Immigration and Customs Enforcement negli Stati Uniti. Alla premiere mondiale del suo film The Gallerist, Portman si è commossa fino alle lacrime: «Oggi è stato un giorno orribile: tutto quello che Trump, Kristi Noem (segretario alla sicurezza interna, ndr) e l’Ice stanno facendo ai nostri cittadini e alle persone prive di documenti (arresti, aggressioni e uccisioni legate all’Ice a Minneapolis) è scandaloso e deve finire».
La denuncia delle attrici
Anche Olivia Wilde, alla premiere del suo film The Invite, ha espresso il suo sdegno per le violenze legate all’Ice. «L’uccisione di Alex Pretti è incomprensibile, forse – ha concluso – abbiamo un governo che in qualche modo cerca di trovare delle scuse e di legittimarlo, ma noi (americani) non lo facciamo».
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
I FILMATI SMENTISCONO GLI AGENTI, L’INFERMIERE NON AVEVA ARMI IN MANO
Tutti i filmati che mostrano l’omicidio di Alex Pretti a Minneapolis smentiscono gli
agenti dell’Ice e il presidente Donald Trump. L’infermiere 37enne, esattamente come Renée Good, non ha minacciato in alcun modo la polizia dell’immigrazione. Stava soltanto filmando le azioni degli agenti con il suo cellulare. Il presidente ha mentito agli americani sull’omicidio, così come ha mentito la segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem, che ha affermato che Pretti «voleva fare del male a quegli agenti, avanzando verso di loro e impugnandola (l’arma, ndr ) in quel modo».
Le bugie di Trump e il video di Pretti
A smentire le bugie di Trump e dei trumpiani sono i video girati sulla scena. Si vede Pretti con un giaccone, occhiali da sole e un cappello da baseball, che si trova da solo in mezzo alla strada. In una mano ha il telefono. L’altra è libera. Intanto uno degli agenti si avvicina a due donne che protestano. Spinge una delle due. Pretti le mette un braccio intorno alle spalle. Anche l’altra manifestante viene spinta e cade. Pretti si abbassa per aiutarla a rialzarsi. E a quel punto l’agente spruzza spray urticante all’infermiere. Arrivano altri agenti che lo atterrano. Nella mischia l’infermiere, steso a pancia in giù, viene picchiato. Poi un agente si allontana dal gruppo impugnando una pistola, forse proprio quella di Pretti.
L’agente e l’arma
Come ricostruisce oggi il Corriere della Sera, l’agente ha visto l’arma sulla cintola di Pretti e gliel’ha sottratta. Si sente anche uno degli agenti che grida: «Ha un’arma». E questo dimostra che l’infermiere non ha minacciato nessuno con la pistola prima di finire a terra. Un secondo dopo si sente uno sparo. Poi gli agenti si allontanano e sparano ancora contro l’uomo a terra. Si sentono dieci colpi in cinque
secondi. E Pretti muore senza aver mai toccato l’arma che poteva portare con sé in base alla Costituzione americana.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
LE OPPOSIZIONI: “MELONI PROTESTI CON TRUMP”,,, QUANDO MAI, NOI RICHIAMIAMO L’AMBASCIATORE SOLO CON LA SVIZZERA
Due inviati a Minneapolis della trasmissione Rai In mezz’ora sono stati fermati e minacciati dagli agenti federali dell’Ice che pattugliano la città dopo l’omicidio di Alex Pretti. Le intimidazioni sono registrate in un video mandato in onda oggi dalla
trasmissione condotta da Monica Maggioni. Laura Cappon e Daniele Babbo, i due inviati della Rai nella città Usa, erano a bordo dell’auto che li stava portando sui luoghi del loro reportage, quando il veicolo è stato fermato in malo modo da una squadra dell’ICE. «Uno è davanti a me e l’altro dietro. Sembra un convoglio», dice la donna al volante dell’auto su cui viaggiano i due giornalisti italiani: «Ci hanno intrappolato». A quel punto l’auto davanti si ferma, un agente esce dal veicolo e si avvicina alla macchina dei giornalisti chiedendo di abbassare il finestrino. «No, non abbasso il finestrino, non stiamo facendo nulla di male, solo guidando nella mia città», gli risponde la donna alla guida. «Spacchiamo il finestrino e ti trasciniamo fuori dall’auto», risponde a muso duro l’agente. «Press! We are press, Italian!», provano a darle manforte Laura Cappon. Ma gli agenti federali, che a quel punto hanno accerchiato l’auto, proseguono con le minacce. «Questo è l’unico avvertimento, se continuate a filmarci e a seguirci, spacchiamo il finestrino e vi tiriamo fuori dall’auto». A quel punto gli agenti sembrano tornare al loro veicolo, e il video s’interrompe.
Pd e Renzi: «Intervenga Meloni»
Nel giro di poche ore in Italia esplode il caso politico attorno all’agguato dell’ICE contro gli inviati della Rai. Le opposizioni all’unisono chiedono al governo di prendere una posizione netta e a Giorgia Meloni in persona di protestare con gli Usa per quanto accaduto. «Le minacce ai giornalisti italiani, a cui va la nostra solidarietà, da parte dell’Ice sono inaccettabili e vanno respinte con forza. Aspettiamo un’immediata presa di posizione della presidente del Consiglio e del ministro Tajani», scrive su X il leader di Italia Viva Matteo Renzi. «Al Governo Meloni, se ha un minimo di orgoglio nazionale, chiediamo di protestare formalmente e prendere le distanze una volta per tutte. E chiarire come intende proteggere i nostri connazionali che vivono e lavorano nei luoghi in cui sta operando l’Ice da questo clima di intimidazioni e violenze. Chissà se ora il Ministro Piantedosi, dopo aver visto le immagini di Minneapolis, o magari dopo aver letto le parole dei genitori di Alex Pretti, abbia capito il problema e provato un po’ di vergogna», dichiara il responsabile Esteri del Pd Peppe Provenzano.
Bonelli: «Deriva autoritaria negli Usa, basta sudditanza politica a Trump»
Toni ancor più accesi quelli del leader dei Verdi Angelo Bonelli, che parla di «salto di qualità inquietante» nell’assalto dell’ICE ai giornalisti italiani, con «intimidazioni mafiose contro la stampa nel cuore degli Stati Uniti». «Siamo
davanti a una deriva autoritaria alimentata dall’amministrazione Donald Trump, che tra violenze, repressione e minacce ai giornalisti sta spingendo l’America verso una frattura da guerra civile strisciante. Di fronte a tutto questo – aggiunge – Giorgia Meloni deve condannare immediatamente quanto accaduto. Basta con la sudditanza politica verso Trump: dalla grottesca proposta di candidatura al Nobel per la pace fino al silenzio sulle offese rivolte ai militari italiani impegnati in Afghanistan. La libertà di stampa e la dignità dell’Italia vengono prima di ogni alleanza ideologica».
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
“DIFFIDATE SEMPRE DI CHI SCENDE DI RANGO. NOI CHE VIVIAMO UNA VITA MIGLIORE DI QUELLA IN CUI SIAMO NATI NON POSSIAMO NEMMENO IMMAGINARE IL TRAUMA DI CHI VA NELLA DIREZIONE OPPOSTA. UN PICCOLO CALO DI STATUS PUÒ FAR PERDERE LA BUSSOLA, ANCHE SE LA POSIZIONE ASSOLUTA RESTA BUONA”
Settant’anni fa, Gran Bretagna e Francia, partner in declino, tentarono di impadronirsi
con la forza del Canale di Suez. La cosa curiosa è che nessuno dei due Paesi era guidato da uno fanatico sciovinista.
Anthony Eden, studioso di arabo e persiano, resta il più colto occupante di Downing Street dell’era postbellica. È solo che l’ansia da status spinge persone ragionevoli a fare cose avventate.
La Francia avrebbe combattuto una guerra senza speranza in Algeria e la Gran Bretagna sarebbe rimasta fuori da un progetto euro-federalista che riteneva privo di futuro: errori di valutazione che pesano su entrambe le nazioni ancora oggi.
Il declino dell’America non è così brusco come lo fu allora per loro, ovviamente. Resta il Paese più forte del mondo, seppure con un margine ridotto. Ma, sotto un altro profilo, il declino americano è peggiore.
La Gran Bretagna poteva sempre consolarsi pensando di passare il testimone a una superpotenza democratica, anglofona e in gran parte bianca. Al contrario, gli Stati Uniti hanno perso terreno a favore della Cina, con la quale non condividono nessuna di queste caratteristiche.
E così il deterioramento del loro status, pur oggettivamente molto meno ripido di quello britannico, potrebbe essere soggettivamente più lacerante. Conta eccome contro quale Paese stai declinando.
Se a questa equazione aggiungi qualcuno ossessionato dalle gerarchie come Donald Trump — con il suo senso quasi geologico degli strati — ottieni il maltrattamento della Groenlandia, la diplomazia delle cannoniere nei Caraibi e altri tentativi in stile Suez di recuperare prestigio perduto. (Forse con maggior successo.)
Ma anche sotto un presidente “normale”, gli Stati Uniti potrebbero comportarsi male proprio adesso. I Paesi in preda all’ansia da status devono gonfiarsi il petto. È raro che una superpotenza accetti serenamente il declino.
A dimostrazione che qui c’è qualcosa che va oltre Trump, basta ricordare che l’America di George W. Bush già mal sopportava l’“ordine liberale basato sulle regole”, come quasi nessuno lo chiamava all’epoca.
Anche al di là dell’invasione dell’Iraq, Bush mostrava un disprezzo estremo per la Corte penale internazionale. Non è un atto d’accusa contro di lui. C’era e c’è molta fuffa globale più di sinistra che propriamente liberale.
Bush, filoccidentale nel profondo, aveva ragione a diffidarne. Il punto più ampio è che il distacco dell’America dall’ordine mondiale legalistico precede Trump. Deve esserci qualcosa di strutturale che tormenta gli Stati Uniti, e quel qualcosa potrebbe essere il declino.
Poiché la performance degli Stati Uniti in questo secolo è stata così straordinaria in termini assoluti — economicamente, tecnologicamente — il loro declino relativo può essere difficile da visualizzare. Ma c’è: nell’efficacia limitata delle sanzioni statunitensi negli ultimi anni, nella lotta per restare in testa sull’intelligenza artificiale, e negli asset strategici che la Cina osa possedere nell’emisfero occidentale.
Il divario militare con la Cina non è più quello di inizio millennio. Anche un presidente repubblicano di ordinaria amministrazione reagirebbe in modo aggressivo in queste circostanze, seppure non in maniera così sconsiderata come Trump.
Diffidate sempre di chi scende di rango. Noi che viviamo una vita migliore di quella in cui siamo nati non possiamo nemmeno immaginare il trauma di chi va nella direzione opposta.
Un piccolo calo di status può far perdere la bussola, anche se la posizione assoluta resta buona. Furono le classi medie della Repubblica di Weimar, impoverite dall’inflazione che divorò i risparmi durante la crisi, a votare per i nazionalsocialisti, non necessariamente i più poveri. In geopolitica, lo stesso processo si riproduce alla massima scala. Cos’è la guerra della Russia in Ucraina se non una protesta contro il suo status ridotto dopo il crollo sovietico?
L’individuo conta, senza dubbio. Anzi, Trump mi ha quasi convertito alla teoria del “Grande Uomo” nella storia. Ma alcuni schemi sembrano valere al di là del tempo, delle persone e dei luoghi. Se è mai esistita una potenza in declino che non si sia comportata in modo erratico mentre si assestava nel suo nuovo status, io non la conosco. Il comportamento di Trump è una versione estrema di qualcosa che potrebbe accadere comunque, che è accaduto nel passato recente e che è destinato ad accadere anche dopo di lui
La frase di Tucidide, «i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono», circola molto di recente. Si dovrebbe annuire con gravità, come se esprimesse una verità amara ma universale sulle relazioni internazionali.
Ma è davvero così? L’espressione implica che un Paese diventi più aggressivo man mano che cresce in potenza. Eppure gli Stati Uniti non furono mai più potenti di quanto lo fossero intorno alla nascita di Trump, nel 1946, quando producevano metà dei beni manifatturieri del mondo e detenevano anche il monopolio nucleare.
Con tutto questo potere, gli Stati Uniti non “fecero ciò che potevano” ai danni dei deboli. Al contrario, vararono il Piano Marshall e la Nato, capolavori di interesse illuminato. Ricostruirono Giappone e Germania come democrazie pacifiste. La svolta bellicosa del comportamento americano è arrivata, in realtà, durante il suo declino relativo.
La leadership spiega una parte di tutto questo, nel senso che Harry Truman era “migliore” di Trump, ma solo in parte. Il resto è strutturale. È più facile per una nazione essere magnanima quando sta in alto. Paranoia e aggressività subentrano quando quella posizione scivola. Perciò dovremmo aspettarci degli Stati Uniti volatili finché non si abitueranno al ruolo di una, e non più la, superpotenza. Gran Bretagna e Francia alla fine ci sono arrivate, pur dovendo cadere molto più in basso.
Nessuno cita mai l’altra parte della famosa poesia di Dylan Thomas sul declino. Dopo aver esortato il lettore a «infuriarsi contro il morire della luce», concede che arrendersi ha più senso: «i saggi, alla fine, sanno che il buio è giusto».
Trump preferisce la furia, ma probabilmente lo farebbero anche altri leader al suo posto
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
DAVID, 24 ANNI, HA SALVATO UNA DONNA CHE VOLEVA GETTARSI SOTTO IL TRENO NELLA STAZIONE DI JESI… IL RAGAZZO E’ STATO PREMIATO DALLA POLIZIA: “VORREI CHE L’ALTRUISMO SI DIFFONDESSE”
“Quando l’ho guardata, mi trasmetteva una tristezza molto grande. Abbiamo parlato un po’, lei era vicina al binario del treno e ho pensato: ‘Vuole fare qualcosa di brutto‘, ma non ci potevo credere”.
A parlare è David, 24enne italiano, originario della Nigeria e residente nell’Anconetano dal 2022, che nella serata dello scorso 16 gennaio, mentre si trovava alla stazione di Jesi, ha salvato una donna che voleva togliersi la vita, gettandosi sotto un treno.
“È arrivato un mio amico, ci siamo salutati e poco dopo hanno annunciato il treno. In quel momento ho capito che la signora voleva proprio farlo. Ho spiegato al mio amico cosa pensavo che sarebbe successo e intanto ho chiamato la Polizia”, ha spiegato il giovane.
Come riferito dalla Questura di Ancona in una nota, l’operatrice della Centrale Operativa della Polfer di Ancona immediatamente ha contattato RFI disponendo il blocco della circolazione ferroviaria ed è rimasta in contatto con David.
Il 24enne, aiutato anche da altre persone presenti in stazione, compreso un capotreno di FS in servizio, è riuscito a mettere in sicurezza la donna e a scongiurare un ulteriore tentativo di autolesionismo che ha tentato di compiere con la montatura degli occhiali che aveva volutamente rotto.
“Gli agenti al telefono mi dicevano cosa fare, mi dicevano di cercare di distrarla dai suoi intenti. Sono riuscito a calmarla fino al loro arrivo, ma anche in loro presenza lei ha provato a togliersi la vita. – ha aggiunto – Con tutte le altre persone che erano in stazione, abbiamo tentato di consolarla. L’ho tenuta tra le braccia, sentivo la tristezza che provava”.
“Sono intervenuto anche grazie alla scuola perché avevano organizzato un corso per affrontare questi eventi. Prima di tutto, non ho cercato di fermare direttamente la signora, ma di farla parlare della sua tristezza. E l’ho ascoltata senza giudicare. Le persone sul treno, il capotreno, io, tutti eravamo scioccati”, ha raccontato.
Michele De Tullio, dirigente del Compartimento di Polizia Ferroviaria per le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo, ha voluto incontrare e premiare il 24enne “evidenziando l’altissimo senso civico dimostrato ed il coraggio evidenziato nel mettere a repentaglio la propria incolumità per trarre in salvo una vita umana”.
“La Polizia mi ha chiesto se potevano divulgare la mia storia e io ho accettato perché vorrei che l’altruismo si diffondesse. Non mi aspettavo mi premiassero, sono rimasto veramente sorpreso dal fatto che abbiaNo trovato del tempo per me”, ha aggiunto.
David è un giovane pugile che si allena presso la Pugilistica Jesina. Fanpage.it ha contattato il suo maestro, Lorenzo Alessandrini, a cui ha chiesto di parlare del 24enne.
“Si allena da noi da qualche tempo, desidera tanto diventare un pugile
professionista. Noi siamo a Jesi, lui abita a qualche chilometro di distanza ma arriva sempre puntuale. Prende la sua bici, va in stazione, prende il treno e raggiunge la palestra. E così fa per tornare a casa”, ha raccontato.
“Quel venerdì stava rientrando e in stazione si è accorto di questa situazione. – ha aggiunto – E solo una persona con la sua grande sensibilità avrebbe capito cosa stava accadendo”.
“Mi ha detto di aver visto questa donna molto triste fare una telefonata con cui dava l’addio all’interlocutore e sistemare le cose a terra accanto a lei. – prosegue – Ha capito che stava ideando un gesto estremo”.
“David è un ragazzo educatissimo, umile e non mi sorprende che abbia fatto questo. – conclude – Anche quando si allena è sempre attento ai suoi compagni ed è una persona davvero empatica”.
(da Fanpage)
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Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile
“È STRAZIANTE CHE, ALLA VIGILIA DEL NOSTRO 250° ANNIVERSARIO, ABBIAMO UN PRESIDENTE CHE STA PERVERTENDO TUTTI I VALORI SU CUI IL PAESE È STATO FONDATO: PRENDERSI CURA GLI UNI DEGLI ALTRI, RISPETTARE I DIRITTI RECIPROCI” … “TRUMP È UN BAMBINO ANARCHICO, CHE PROVOCA CONTINUAMENTE SCONVOLGIMENTI GLOBALI, TRASGREDENDO E RIMODELLANDO TUTTO A PROPRIA IMMAGINE CAOTICA. NON HA ALCUN INTERESSE PER I DISCORSI AL CAMINETTO; LUI VUOLE APPICCARE INCENDI”
Ho visto il carismatico direttore d’orchestra italiano Gianandrea Noseda dirigere
giovedì la National Symphony Orchestra, in un programma intitolato “Songs of Destiny & Fate”. Brahms, Bach e Vivaldi sono stati un balsamo lenitivo rispetto alla colonna sonora della presidenza Trump, che somiglia alla musica pugnalante e stridente composta da Bernard Herrmann per la celebre scena della doccia di Psycho di Hitchcock.
Il concerto si è aperto con The Star-Spangled Banner. Già prima che Trump intervenisse in modo blasfemo persino sul nome del Kennedy Center, l’orribile esecutore della guerra culturale trumpiana, Ric Grenell, aveva stabilito che tutti i concerti della National Symphony Orchestra dovessero iniziare con l’inno nazionale.
Sono sempre felice di portare la mano al cuore e ascoltare l’ode alla nostra bandiera e a questa “terra salvata dal cielo”. Mio padre teneva sempre una bandiera americana issata e la ammainava al tramonto in segno di rispetto, come si usava allora. Quando ho vinto il Pulitzer, il senatore di New York — uno molto cool — Daniel Patrick Moynihan mi mandò una bandiera che aveva sventolato sopra il Campidoglio, e la custodisco con affetto.
Ma è sembrato stonato essere imboccati a forza con The Star-Spangled Banner dal nostro presidente solipsista e dai suoi inquietanti adulatori, che non mostrano altro che disprezzo per la Costituzione e per i valori americani.
Il destino del nostro Paese era riflettere ideali che ci hanno resi un faro incandescente della democrazia. Ma Trump ha polverizzato quegli ideali. Ora siamo visti come sinistri, egoisti, indisciplinati e costantemente pronti ad azzannarci a vicenda.
L’audizione di Jack Smith davanti al Congresso, giovedì, è stata un pungente promemoria del fatto che Trump ha cercato di rovesciare il governo e ha messo in modo scellerato in pericolo i legislatori e il suo stesso vicepresidente«La nostra indagine ha rivelato che Donald Trump è la persona che ha causato il 6 gennaio, che ciò era prevedibile per lui e che ha cercato di sfruttare la violenza», ha detto Smith.
È straziante che, alla vigilia del nostro 250° anniversario, abbiamo un presidente che sta pervertendo tutti i valori su cui il Paese è stato fondato — prendersi cura gli uni degli altri, rispettare i diritti reciproci.
L’America non dovrebbe essere un luogo in cui un bambino di cinque anni dal volto angelico, di nome Liam, con un cappello dalle orecchie flosce e uno zaino di Spider-Man, venga afferrato e portato in un centro di detenzione da uomini incappucciati.
Il leader americano dovrebbe essere unificatore, una presenza forte e rassicurante nel mondo. Trump è un bambino anarchico, che provoca continuamente sconvolgimenti globali, trasgredendo e rimodellando tutto a propria immagine caotica. Non ha alcun interesse per i discorsi al caminetto; lui vuole appiccare incendi.
È più vicino al droit du seigneur che alla noblesse oblige. Si sente autorizzato ad avere qualunque cosa desideri, dalla Groenlandia al Canada, dal Kennedy Center a un Premio Nobel che non ha vinto.
A differenza dei presidenti precedenti, non sta contrastando la Russia: la sta assecondando. Ha denigrato i soldati della NATO morti per noi in Afghanistan e ha sminuito il nostro vicino più gentile, sostenendo che «il Canada esiste grazie agli Stati Uniti».
Pretendendo la Groenlandia — che continuava a chiamare Islanda — si è lamentato con i leader mondiali a Davos: «Tutto quello che voglio è un pezzo di ghiaccio».
La profondità della sua superficialità è infinita.
Un commentatore canadese ha chiesto: «In che modo Trump si comporterebbe diversamente se stesse davvero perdendo la testa?».
Capisco l’importanza dell’immigrazione legale. Mio padre irlandese combatté nella fanteria durante la Prima guerra mondiale per ottenere la cittadinanza. Nessuno vuole criminali illegali qui. Il presidente Joe Biden ha lasciato che il confine andasse fuori controllo.
Ma nel nuovo sondaggio New York Times/Siena University, una netta maggioranza ha detto che l’ICE è andata troppo oltre. Trump ha risposto dicendo che avrebbe ampliato la sua causa contro il Times includendo anche il sondaggio, perché la sua vanità fuori controllo non riesce ad accettare i numeri in calo; il sondaggio indicava che il 42 per cento degli elettori lo considera sulla strada per diventare uno dei peggiori presidenti della storia americana.
Abbiamo assistito con orrore alla trasformazione di Minneapolis in una sorta di inquietante zona di guerra: l’ICE che sostiene che i suoi agenti possano fare irruzione nelle case senza mandati giudiziari; un agente dell’ICE che spara tre volte a una madre disarmata — con dei peluche nel vano portaoggetti — fino a ucciderla; l’ICE che trascina fuori di casa, nella neve, un uomo del Minnesota — un immigrato hmong e cittadino americano naturalizzato senza precedenti penali — vestito solo con biancheria intima e Crocs; l’ICE che trattiene quattro bambini,
incluso il piccolo Liam, in un solo distretto scolastico. (Un’agente dell’FBI che voleva indagare sull’agente dell’ICE che ha sparato alla madre si è dimessa dopo che i dirigenti dell’ufficio le hanno detto di interrompere l’inchiesta).
«Perché detenere un bambino di cinque anni?», ha gridato, sconvolta, la sovrintendente del distretto, Zena Stenvik, durante una conferenza stampa.
È chiaro che l’entourage di Trump non vede alcuna differenza tra un criminale entrato illegalmente nel Paese e una famiglia che ha chiesto asilo e sta facendo tutto nel modo giusto per restare qui.
I miei genitori ci hanno inculcato il patriottismo e la gratitudine verso questo Paese. Sono cresciuta circondata da uomini in uniforme. Mia madre portava sempre nella borsa una Costituzione tascabile, insieme a minuscole bottiglie di Tabasco. Non voleva vederci il 4 luglio se non eravamo vestiti di rosso, bianco e blu. So cosa dovrebbe rappresentare l’America.
Trump ha reso l’America non americana.
Maureen Dowd
per il “New York Times”
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Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’OPZIONE MIGLIORE SAREBBE CHE FOSSE L’EX MILITARE A SBATTERE IL PORTONE E ANDARSENE, MA VANNACCI HA PAURA CHE I TEMPI PER IL SUO PARTITO NON SIANO MATURI … ENTRAMBI SANNO CHE PIÙ ASPETTANO, PEGGIO È, ANCHE IN VISTA ELEZIONI
Se non ora, quando? Paradossalmente è il vecchio slogan femminista la miglior sintesi dei turbamenti che frullano nella testa di Matteo Salvini e Roberto Vannacci. Tutti sanno che il loro “matrimonio” è finito, si tratta solo di capire come sancire il divorzio, il prima possibile, per non logorare il futuro di entrambi.
Il segretario della Lega lo caccerebbe anche subito, ma il suo cruccio nasce dal fatto che è stato lui a coccolare il generale mal-destro: fu Salvini a chiamarlo come vicesegretario, contro tutti e contro tutto. Buttarlo fuori a calcioni sarebbe una sconfitta personale: certo, l’ex militare con la fissa per la X Mas gli ha portato in cascina mezzo milioni alle europee, nel 2024, ma dopo quelle elezioni c’è stato un continuo tira e molla che ha fatto più male che bene al partito, provocando malumori, minacce di scissioni, cambi di casacca e veleni.
Dunque, che fare? Salvini aspetta che Vannacci sbatta la porta da solo. Oggi, alla kermesse “Idee in movimento”, all’Hotel Aqua Montis di Rivisondoli, in Abruzzo, il ministro dei trasporti ha mandato altre frecciatine, senza mai citare l’ex parà: “La storia lo insegna: chi esce dalla Lega finisce nel nulla. La Lega è famiglia, comunità, non siamo una caserma. Ci sono capitani e generali, ma la forza della Lega è nella truppa…
Il guaio è che anche Vannacci non sa come uscirne. Da sempre il suo obiettivo è creare un partito autonomo, ma teme che i tempi non siano ancora maturi: alla Camera potrà contare su tre deputati: i leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello e l’ex meloniano Emanuele Pozzolo, diventato celebre per la vicenda dello sparo alla festa di Capodanno di due anni fa a Rosazza (Biella), dove era presente anche il sottosegretario Andrea Delmastro.
Un battaglione un po’ poco nutrito, per il generale dall’ambizione smisurata, che vorrebbe far nascere un’Afd de’ noantri in grado di rosicchiare voti a Salvini, ma non solo: un partito di estrema destra guidato da Vannacci potrebbe infatti racimolare consensi anche tra gli ex grillini de’ destra (non sono pochi), che si erano rifugiati nell’astensionismo, e nel piccolo ma combattivo bacino della ridotta dei vecchi fasci, che in questo disgraziato Paese non sono mai mancati.
Come scrive Claudio Bozza oggi sul “Corriere della Sera”, “secondo alcuni sondaggi, le posizioni ultrasovraniste dell’eurodeputato potrebbero valere almeno il 3%. Non una cifra epocale, ma quel tanto che basterebbe per aumentare le chance del centrosinistra alle prossime elezioni politiche, qualora Vannacci corresse davvero da solo”.
Vannacci è consapevole, come lo è Salvini, che gli scazzi e i retroscena quotidiani non fanno bene a nessuno, e che tirare la questione troppo per le lunghe può penalizzare entrambi anche in vista delle future elezioni politiche. Vannacci non può aspettare ancora molto: si avvicinerebbe pericolosamente al 2027, quando il Paese sarà chiamato a rinnovare il Parlamento, con il rischio di non avere tempo per organizzare la campagna elettorale.
La vecchia fronda leghista e i vari “liberal” del Carroccio, guidati dall’ex Governatore del Veneto, Luca Zaia, sono in pressing da mesi: l’iniziativa “Idee in movimento”, organizzata da Claudio Durigon e Armando Siri in Abruzzo, è una prova generale di de-vannaccizzazione del partito. A Roccaraso e Rivisondoli si è parlato (bene) di migranti, ci sono state apertura inedite ai diritti civili, con tanto di ospitata di Francesca Pascale (che definì Vannacci “un omofobo ossessionato che nasconde qualcosa”), in un’escalation moderata che ha fatto inorridire l’autore del volumetto “il mondo al contrario”.
Che poi, i leghisti non dovrebbero nemmeno faticare per trovare la “giusta causa” per licenziare l’europarlamentare. Le norme interne della Lega vietano infatti di creare associazioni politiche autonome parallele al partito.
Se lo ricorda bene l’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi (ora passato a Forza Italia), che il 10 marzo 2015 fu espulso, accusato da Salvini di “frazionismo” dopo aver creato la fondazione “Ricostruiamo il Paese”, dichiarata incompatibile con lo statuto leghista. Una situazione non dissimile da quella odierna, con il movimento “il mondo al contrario” e le varie associazioni collegate, tra cui “Remigrazione e riconquista”, che ha organizzato un evento per venerdì prossimo, alla Camera dei deputati.
Salvini, insomma, avrebbe una scusa per cacciare Vannacci, ma teme di finire lui sotto accusa come responsabile della “creazione” del personaggio dell’ex generale, almeno dal punto di vista politico (ad aver fatto la fortuna del vicesegretario leghista fu invece “Repubblica”: come ricorda sempre Vannacci, fu il giornalista Matteo Pucciarelli ad accorgersi del suo libro online e a scriverne, lanciandolo e assicurandogli fama, soldi e successo).
Ma se non lo fa ora, potrebbe essere troppo tardi…
(da Dagoreport)
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