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A PUTIN SERVE CARNE DA CANNONE: LA BBC HA SCOPERTO CHE UN’EX INSEGNANTE RUSSA, LA 40ENNE POLINA AZARNYKH, HA RECLUTATO 500 UOMINI PROVENIENTI DA SIRIA, EGITTO E YEMEN, E LI HA SPEDITI AL FRONTE IN UCRAINA

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IN CAMBIO DELL’ARRUOLAMENTO AL SERVIZIO DI MOSCA, LA DONNA PROMETTEVA (FALSAMENTE) SOLDI E LA CONCESSIONE DELLA CITTADINANZA RUSSA. MA CHI LE AVEVA CHIESTO DI FARLO?… LA 40ENNE ADESCAVA I SOLDATI UTILIZZANDO I TELEGRAM, FACENDO LEVA SULLE CONDIZIONI DI POVERTA’ DEGLI UOMINI

Un’ex insegnante russa di 40 anni, Polina Azarnykh, è riuscita a reclutare diversi giovani stranieri, provenienti soprattutto da Siria ed Egitto, per combattere fra le truppe di Mosca in Ucraina con la falsa promessa di denaro e della concessione della cittadinanza.
È quanto emerge da un’inchiesta giornalistica della Bbc, che ha ricostruito l’attività della donna, condotta soprattutto tramite un canale Telegram usato per attirare uomini provenienti da contesti poveri, e raccolto le testimonianze di alcuni che sono caduti nella sua rete. Una volta giunti in Russia, gli arruolati sono stati indotti a firmare contratti scritti esclusivamente in cirillico.
“Siamo stati ingannati, questa donna è una truffatrice e una bugiarda”, ha detto uno di loro, un 26enne siriano identificato come Omar, in un messaggio vocale inviato dal fronte ucraino all’emittente pubblica britannica. Il giovane ha detto che in un primo momento Azarnykh gli aveva promesso di tenerlo lontano dal fronte, dietro il pagamento di tremila dollari. Ma dopo soli dieci giorni di addestramento è stato spedito in prima linea e per questo si è rifiutato di sborsare quanto chiesto dalla donna.
Poco dopo gli è arrivato un video, pubblicato sul sito della Bbc, in cui Azarnykh brucia il suo passaporto siriano. L’ex insegnante di solito ricorre a sorridenti videomessaggi e a post in cui propone “contratti di un anno” per il “servizio militare”, promettendo una generosa paga e la concessione della cittadinanza russa.
L’emittente pubblica britannica ha identificato quasi 500 casi in cui la donna ha fornito documenti, definiti “inviti”, che consentono al destinatario di entrare in Russia per arruolarsi nell’esercito. Questi documenti riguardavano uomini provenienti principalmente da Siria, Egitto e Yemen, che avevano in precedenza inviato ad Azarnykh i dettagli dei propri passaporti per potersi arruolare.
(da agenzie)

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SE CADE POWELL, VIENE GIÙ TUTTO, I VERTICI DELLE PIÙ IMPORTANTI BANCHE CENTRALI DEL MONDO ESPRIMONO “PIENA SOLIDARIETÀ” AL PRESIDENTE DELLA FED, A CUI TRUMP HA DICHIARATO GUERRA

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IN BALLO C’È L’INDIPENDENZA DELLA PIÙ GRANDE AUTORITÀ MONETARIA DEL MONDO, CHE POTREBBERO CAUSARE UN’ONDA D’URTO CAPACE DI FAR TRABALLARE L’INTERO SISTEMA FINANZIARIO GLOBALE

Una difesa su tutta la linea. Le principali banche centrali mondiali hanno rotto gli indugi e si sono schierate apertamente a difesa dell’indipendenza della Federal Reserve e del suo presidente, Jerome Powell, dopo le mosse del Dipartimento di Giustizia statunitense che negli ultimi giorni hanno agitato (ma non troppo) i mercati e riacceso le preoccupazioni degli analisti sulla tenuta istituzionale della politica monetaria americana.
In una nota congiunta, i vertici di alcune delle più importanti autorità monetarie globali hanno espresso «piena solidarietà» alla Fed, definendo l’indipendenza delle banche centrali un pilastro essenziale della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica, nell’interesse diretto dei cittadini.
Una iniziativa che è il preludio a uno scontro aperto contro l’attivismo dell’amministrazione Trump verso la politica monetaria globale
Il testo a protezione di Powell, firmato dalla presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde a nome del Consiglio direttivo, dai governatori di Bank of England, Bank of Canada, Reserve Bank of Australia, Banco Central do Brasil e Bank of Korea, oltre ai vertici delle istituzioni monetarie di Svezia,
Danimarca, Norvegia, Svizzera e Sudafrica, nonché della Banca dei regolamenti internazionali, sottolinea che questa indipendenza deve essere preservata «nel pieno rispetto dello Stato di diritto e della responsabilità democratica».
Powell viene descritto come un banchiere centrale che ha servito con integrità, concentrato sul proprio mandato e guidato da un impegno costante verso l’interesse pubblico. Un linguaggio misurato, ma che riflette una preoccupazione reale e condivisa. Specie perché – a pochi giorni dal World Economic Forum di Davos – le turbolenze intorno all’autonomia strategica della Federal Reserve stanno aumentando.
Dietro la presa di posizione formale, spiegano fonti interne ai principali istituti monetari, c’è la consapevolezza che quanto sta accadendo negli Stati Uniti non è una questione confinata a Washington. A Francoforte, in particolare, il dossier viene letto anche come un potenziale fattore di rischio sistemico, capace di produrre ripercussioni globali se dovesse incrinare la credibilità o la libertà della Fed.
Dentro la Bce si continua a ribadire che lo scenario migliore per l’economia mondiale è quello in cui ogni banca centrale resta rigorosamente ancorata al proprio mandato, senza interferenze politiche né opportunismi.
Una Fed focalizzata sul ritorno dell’inflazione Usa verso il 2% e sul rispetto del suo doppio mandato – stabilità dei prezzi e occupazione – viene considerata a Francoforte un elemento di stabilità anche per l’area euro. Non perché l’Europa segua in modo automatico Washington, ma perché un sistema monetario globale ordinato richiede istituzioni prevedibili.
«Non c’è timore per una dollarizzazione dell’Ue, ma c’è una vigile attenzione su quello che sta accadendo», è la formula che ricorre nell’Eurosistema, a ribadire che le decisioni della Bce restano fondate sui fondamentali europei. Ma allo stesso tempo nessuno sottovaluta il peso della politica monetaria americana sull’equilibrio finanziario globale.
I tassi Usa incidono sulla parte lunga delle curve dei rendimenti, influenzano i premi a termine, orientano i flussi di capitale e si riflettono sul cambio dell’euro. È su questo terreno che la divergenza tra Fed e Bce, pur fisiologica, può diventare sensibile.
A Francoforte si spiega che il vero problema non è una differenza di tempi o di intensità nella restrizione o nell’allentamento monetario, bensì il rischio che i mercati inizino a dubitare della capacità della Fed di perseguire il proprio mandato in modo indipendente.
Scenari come un’inflazione statunitense che fatica a rientrare verso l’obiettivo, un improvviso irrigidimento delle condizioni finanziarie Usa con un aumento dei premi a termine, o una rivalutazione disordinata del ruolo futuro del dollaro sono considerati potenziali shock esterni per l’Eurozona.
Non ipotesi centrali, ma nemmeno remote, che potrebbero ripercuotersi sui mercati obbligazionari europei, sul costo del credito e sul tasso di cambio, restringendo lo spazio di manovra del Consiglio direttivo della Bce. Da qui la difesa compatta dell’indipendenza delle banche centrali, che va oltre il singolo caso Powell.
A Francoforte, come a Londra e Basilea passando per Seoul, Tokyo e Ottawa, prevale la convinzione l’esperienza storica metta in luce come la politica monetaria funzioni meglio quando è condotta su basi tecniche e accademiche, protetta dalle pressioni politiche di breve periodo. Le stesse che hanno indotto alla campagna denigratoria dell’amministrazione Usa verso Powell negli ultimi anni.
Finché questo equilibrio regge, spiegano fonti dell’Eurosistema, anche una divergenza marcata tra le politiche monetarie delle due sponde dell’Atlantico resta gestibile. Se invece l’indipendenza dovesse essere messa in discussione, l’onda d’urto attraverserebbe l’intero sistema finanziario globale, costringendo anche l’Europa a muoversi in un contesto più instabile. Uno scenario che sembrava impossibile fino a pochi mesi fa ma che sta guadagnando sempre più concretezza.
(da agenzie)

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VANNACCI SI DA’ UFFICIALMENTE AL TEATRO: SPETTACOLI A PAGAMENTO

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

PECCATO CHE IL BAGAGLINO ABBIA CHIUSO, AL SALONE MARGHERITA I COMICI HANNO SEMPRE AVUTO SUCCESSO

La notizia del giorno sono i prossimi spettacoli a pagamento di Roberto Vannacci: chi lo desideri, su Ticketone può acquistare i biglietti per «Il mondo al contrario atto II – Remigrazione» in scena al teatro Verdi di Montecatini il 15 marzo: poltronissima 21 euro, poltronissima vip 25 euro. Più i diritti della piattaforma. Ma l’attenzione dei leghisti è concentrata più sulla notizia che potrebbe arrivare domani, con la relazione del ministro della Difesa Guido Crosetto sull’Ucraina. Subito dopo, saranno infatti messe ai voti le mozioni dei partiti. Per la maggioranza circola già una bozza, in corso di cesellatura in queste ore.
Ma c’è chi non esclude che i parlamentari più vicini al generale, nonché vice segretario della Lega, possano presentare una diversa mozione. I bookmaker, nel partito, danno le quote a favore del fatto che la mozione non arrivi. Anche perché in realtà, sono già chiare alcune posizioni: il più vannacciano dei deputati leghisti, Domenico Ziello, ha già fatto sapere che lui voterà contro. Lo stesso, Claudio Borghi. Di solito non viene incluso tra i vannacciani, ma sabato 7 febbraio parteciperà a un evento a Lucca (con simboli della Lega e del «Mondo al contrario») sulla «gestione pandemica in Italia». Mentre Domenico Furgiuele sarà assente dalla Camera per tutta la settimana. E probabilmente voterà no Domenico Pozzolo, già deputato FdI e oggi nel gruppo misto: si parla di lui ogni volta che si sente l’ipotesi che i vannacciani lascino il gruppo della Lega . Certo, i loro numeri non sono nemmeno vicini a quelli necessari a formare un gruppo. Anche aggiungendoci gli altri deputati dati per sensibili al generale: il pugliese Rossano Sasso, il veneto Erik Pretto, il siciliano Anastasio Carrà e i toscani Elisa Montemagno e Andrea Barabotti.
Peraltro, seppure spesso indicati come vannacciani, non è detto siano pronti a seguirlo. Spiega un leghista d’alto rango: «Noi probabilmente perderemo deputati. E chi sa che non potrà essere rieletto ragiona così: se Vannacci resta nella Lega, chiederà una quota di eletti suoi. Se il generale invece facesse liste a suo nome, loro sarebbero candidati naturali». Soprattutto, pare che la strategia di Roberto Vannacci ormai sia un’altra: farsi cacciare dalla Lega. C’è da pensarlo, visto il post pubblicato ieri sui social. L’immagine è quella del presidente ucraino Zelensky con gli occhi coperti da una banconota da cento dollari. Il lungo post sostiene che «oggi serve un decreto Italia non l’ennesimo decreto Ucraina. Io non cambio idea e, in coerenza con quanto fatto e votato finora a Bruxelles e con ciò che ho sempre sostenuto, dico no alla conversione in legge del decreto sulle armi all’Ucraina». Insomma, il vice segretario di un partito, mentre sono in corso le trattative sulla mozione di maggioranza, invita a votare diversamente dal partito. Con inequivocabile appello finale: «A tutti i parlamentari dico che il vostro voto favorevole prolungherà il conflitto e la sofferenza. Occorre fermare tutto questo con coraggio e coerenza». Salvini dovrebbe incontrare il generale nelle prossime ore.
(da agenzie)

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VANNACCI INVITA I PARLAMENTARI DELLA LEGA A VOTARE “NO” AL DECRETO UCRAINA, EVOCANDO COSI’ UNO STRAPPO CON IL SUO STESSO PARTITO

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

QUANTO VARREBBE UNA FORZA POLITICA GUIDATA DAL GENERALISSIMO? NON PIÙ DEL 2%. UNA CIFRA RESIDUALE, MA CHE PESEREBBE MOLTO PER UN CARROCCIO CHE ORMAI GALLEGGIA INTORNO ALL’8% …ECCO PERCHÉ SALVINI PERDONA TUTTO ALL’EX GENERALE. E PER TENDERGLI LA MANO, SALVINI VORREBBE FAR USCIRE DALL’AULA UNA DECINA DI PARLAMENTARI LEGHISTI DOMANI, DURANTE LA RELAZIONE DI CROSETTO SU KIEV

Roberto Vannacci imbraccia la baionetta e va all’assalto sul decreto aiuti per l’Ucraina. Ma a cosa punta davvero il generalissimo? Con un post social in cui compare Zelensky con gli occhi coperti da una banconota da cento dollari, ha invitato i parlamentari leghisti a “votare no alla conversione in legge del decreto sulle armi all’Ucraina”. Ovvero ad andare contro il governo e quindi il suo stesso partito.
Un modo plateale per minacciare lo strappo con il Carroccio, dopo mesi di allusioni neanche troppo nascoste sulla voglia di creare una sua forza politica partendo dai comitati “Il mondo al contrario”.Ma quanto varrebbe oggi il partito dell’ex generale della Folgore? Difficile immaginare che possa raggranellare più del due per cento.
Un dato residuale, che rappresenterebbe comunque un colpo durissimo per la Lega, che ormai galleggia intorno all’8 per cento, e si troverebbe “scoperta” a destra senza i consensi dei nostalgici della X Mas.
Per questo, nonostante le continue sparate, Matteo Salvini sta provando in ogni modo a trattenere Vannacci nel Carroccio. E, per lanciare un segnale al suo vice, potrebbe invitare una decina in parlamentari a uscire dall’aula domani, durante la relazione del ministro della Difesa Guido Crosetto sull’Ucraina.
Basterà questo espediente a rasserenare l’animo inquieto del generale? Di certo il Capitone si sta arrampicando sugli specchi per tenere insieme la baracca leghista.
(da agenzie)

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CHE COMICHE, VOLANO STRACCI E FUCILI TRA FDI E LEGA: IL CARROCCIO INSISTE PER AVERE PIÙ SOLDATI NELLE STAZIONI E I MELONIANI RISPONDONO PRESENTANDO UNA CONTROPROPOSTA CHE SA DI PROVOCAZIONE: AUMENTIAMO I FONDI AL MINISTERO DELLA DIFESA E TAGLIAMOLI AL VIMINALE DI PIANTEDOSI (IN QUOTA LEGA), PERCHÉ LA COPERTA È CORTA

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

CROSETTO INTERVIENE SULLO SCAZZO: “MI HANNO DELUSO LE POLEMICHE INUTILI, INVENTATE AD ARTE”… DOMANI ALLA CAMERA ARRIVA LA RISOLUZIONE LEGHISTA PER PORTARE I MILITARI A PRESIDIO DELLE CITTÀ DA 6.800 A 10 MILA

Se la Lega insiste sull’aumento dei soldati nelle stazioni, FdI è pronta a una controproposta, che sa di provocazione: benissimo, allora aumentiamo i fondi alla Difesa del meloniano Guido Crosetto e tagliamoli al Viminale di Matteo Piantedosi (in quota Carroccio). Perché la coperta, dicono i Fratelli, è corta e da qualche parte bisogna pur tirarla.
A destra si continua a battagliare sull’operazione “Strade sicure”. Lo scontro approda a Montecitorio: domani in commissione Difesa si inizia a discutere la risoluzione leghista, a prima firma Zoffili, per portare i militari a presidio delle città da 6.800 a 8mila almeno, fino a 10mila.
Ieri è tornato sull’argomento, due volte, Salvini. La prima per punzecchiare Crosetto. «Sbagliato tagliare i soldati, anzi c’è bisogno di più divise». Per una volta pure il grosso di Forza Italia (ma non tutti) converge: i soldati possono «dare un contributo straordinario di supporto», dice Antonio Tajani.
I Fratelli vogliono assumere più poliziotti, che «possono procedere ad arresti diretti, cosa che l’Esercito non può fare». Dopo giorni passati a sopportare le scorrerie lumbard, Crosetto si fa sentire: «Mi hanno deluso le polemiche inutili, inventate ad arte». Il ministro della Difesa rivendica di parlare per «atti concreti».
La missione Strade sicure, spiega via X, è stata potenziata nel 2025 ed è finanziata fino al ‘27. Il suo ragionamento è sul futuro, ricorda Crosetto agli alleati irrequieti: non per diminuire i presidi, ma per rafforzarli, sostituendo però i soldati con i carabinieri (anche ausiliari). «Tocca al Parlamento decidere».
Applaude Ignazio La Russa, favorevole a “Strade Sicure”: « All’amico Guido suggerisco di reintrodurre anche i pattugliamenti a piedi». La Lega comunque non molla. Riecco Salvini: «Crosetto? Benissimo, il mio obiettivo è confermare le attuali divise e aggiungerne altre»
Sempre domani Crosetto sarà in Parlamento per illustrare il decreto Ucraina. Nella bozza di risoluzione condivisa con i leghisti (a trattare è sempre Claudio Borghi) è scomparso dal titolo l’aggettivo «militari», si parla solo di «equipaggiamenti». Come per il decreto licenziato il 29 dicembre, in cui la parola «militari» è tornata al fotofinish.
Nel testo, ancora da limare, l’esecutivo si impegna a «valorizzare» gli aiuti civili, a rispettare le «sensibilità del
Parlamento» informando periodicamente le Camere (anche se gli invii di armi restano secretati). Così il centrodestra prova a evitare spaccature, anche se qualche forfait leghista in FdI se lo aspettano.
(da Repubblica)

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CHIARA FERRAGNI ASSOLTA NEL PROCESSO PER TRUFFA SULLA VICENDA PANDORI E UOVA DI PASQUA

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IN UN PAESE CHE PREMIA GLI EVASORI FISCALI, LA FERRAGNI E’ STATA MASSACRATA PER PARTITO PRESO DA UNA MASSA DI INVIDIOSI

Chiara Ferragni è stata assolta nel processo che la vede imputata per truffa aggravata, assieme ad altri due, per i noti casi del pandoro Balocco Pink Christmas e delle uova di Pasqua Dolci Preziosi.
L’annuncio è arrivato dalla stessa imprenditrice, che è uscita dall’aula sorridente e ha risposto alle domande dei giornalisti che attendevano nei corridoi del Palazzo della Giustizia. «Siamo tutti commossi, ringrazio tutti, i miei avvocati e i miei follower», ha detto Ferragni, visibilmente emozionata, dopo la sentenza di assoluzione, davanti a telecamere, cronisti e fotografi.Questa mattina, entrando nell’aula della terza penale di Milano, Ferragni si era detta «tranquilla e fiduciosa».
Perché è stata assolta Chiara Ferragni
Il giudice Mannucci, tecnicamente, non ha riconosciuto l’aggravante della minorata difesa dei consumatori o utenti online, che rendeva il reato di truffa procedibile anche senza una denuncia. In questo modo, poiché il Codacons circa un anno fa aveva ritirato la querela in seguito a un accordo risarcitorio con l’influencer, il Tribunale ha disposto il proscioglimento per estinzione del reato, riqualificato in truffa semplice.
Il proscioglimento ha riguardato anche i coimputati di Chiara Ferragni, ovvero l’allora suo braccio destro, Fabio Damato, e il presidente di Cerealitalia, Francesco Cannillo.
La richiesta di condanna della procura di Milano
L’aggiunto Eugenio Fusco e il pm Cristian Barilli aveva chiesto per l’influencer una condanna ad un anno e 8 mesi senza attenuanti. Stando alle indagini del Nucleo di Polizia economico finanziaria della Gdf, tra il 2021 e il 2022 Ferragni avrebbe ingannato follower e consumatori ottenendo presunti ingiusti profitti, in relazione a quelle vendite dei due prodotti, il cui prezzo non comprendeva la beneficenza pubblicizzata, per circa 2,2 milioni.
Il ruolo di Chiara Ferragni secondo l’accusa
Secondo l’accusa, Ferragni e il suo ex collaboratore Fabio Damato, pure lui imputato (richiesta di condanna a un anno e 8 mesi) avrebbero avuto un «ruolo preminente» nelle campagne commerciali con cui sarebbe stata realizzata quella truffa con «grande diffusività», perché i suoi 30 milioni di follower si fidavano di lei e alle sue società spettava «l’ultima parola» nell’ambito degli accordi con la Balocco e con Cerealitalia. Per il terzo imputato, il presidente di Cerealitalia Francesco Cannillo, l’accusa ha chiesto un anno.
Come si è difesa Ferragni
Ferragni ha sempre ribadito di essere innocente. Si è trattato al massimo di un caso di pubblicità ingannevole, dovuto ad errori di comunicazione e per il quale ha già chiuso il fronte amministrativo versando risarcimenti e donazioni per circa 3,4 milioni di euro. E soprattutto da parte di Ferragni, hanno evidenziato i legali Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana, «non c’è stato alcun dolo», ossia alcuna volontà di raggirare i consumatori ed anzi, dal punto di vista oggettivo degli elementi probatori, non si è verificata alcuna truffa.
(da agenzie)

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DENIS VOLKOV, DIRETTORE DEL CENTRO LEVADA, UNICO ISTITUTO DI SONDAGGI INDIPENDENTE A MOSCA, SPIEGA CHE LA MAGGIORANZA DEI RUSSI È ANCORA DALLA PARTE DI PUTIN, NONOSTANTE I 1.419 GIORNI DI GUERRA: “IL 70% È CONTRARIO ALLA RESTITUZIONE DEI TERRITORI UCRAINI CONQUISTATI”

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

“ALLA MAGGIORANZA NON IMPORTA LA LIBERTÀ POLITICA, INTERESSA QUELLA ECONOMICA: LA LIBERTÀ DI COMPRARE CIÒ CHE VUOLE” … IN CASO DI FALLIMENTO DEI NEGOZIATI, “I RUSSI DAREBBERO LA COLPA ALL’EUROPA, CHE HA ORAMAI SOPPIANTATO GLI USA COME AVVERSARIO PRINCIPALE”

È un numero scolpito nella coscienza collettiva dei russi. Che evoca il sacrificio e la resilienza: 1.418. Tanti giorni durò la Grande guerra patriottica dell’Urss contro il Terzo Reich. E da ieri, 12 gennaio, quella che Vladimir Putin chiama “Operazione militare speciale” e spesso paragona alla lotta sovietica al nazismo l’ha superata in durata.
Una sconfitta simbolica, eppure, assicura Denis Volkov da Mosca, questo sorpasso è passato in sordina. «I media non ne hanno parlato e la gente non ci ha badato», spiega il direttore del Centro Levada, unico istituto di sondaggi indipendente, bollato come “agente straniero”.
«C’è una certa stanchezza per il prolungarsi del conflitto in Ucraina, ma non influisce sul consenso. Dopotutto la maggioranza della popolazione non è direttamente coinvolta nello sforzo bellico. Per loro l’Operazione “speciale” è diventata “ordinaria”, uno sfondo inquietante della loro esistenza con cui convivere».
Volkov, che cosa si aspettano i russi dal nuovo anno?
«La maggior parte guarda al 2026 con speranza, il 76%, la percentuale più alta mai registrata. Sperano principalmente nella fine del conflitto, ma ci credono meno che l’anno scorso quando contavano su Donald Trump. Sono tornati a crescere quanti credono che il conflitto si trascinerà».
Come reagirebbero se i negoziati naufragassero del tutto?
«La maggioranza non darebbe neppure la colpa del fallimento all’Ucraina, ma all’Europa che ha oramai soppiantato gli Usa come avversario principale. I russi non vogliono il conflitto, ma sanno di doverlo affrontare. È una questione di approccio, come con il clima. A nessuno piace, ma che cosa si può fare al riguardo? Lo stesso vale per il conflitto. Comporta problemi, come gli attacchi dei droni o le interruzioni di Internet, ma i russi pensano che ci si debba adattare».
Non c’è desiderio di pace?
«Due terzi dei russi vogliono che le ostilità finiscano il prima possibile. Ma non a qualsiasi costo. Ci sono alcuni caveat: pensano che spetti al governo decidere le condizioni e sono contrari a rinunciare ai territori annessi. Proponiamo un quesito in due formulazioni. Se chiediamo che cosa penserebbero se Putin dicesse che il conflitto è finito, circa l’80% è favorevole.
Ma se chiediamo cosa penserebbero se Putin dicesse che il conflitto è finito e che restituirà i territori, allora lo è solo il 30%. Va capito che la maggior parte concorda con le autorità sulle “cause profonde” del conflitto».
Da dove nasce questa resilienza?
«La maggioranza della popolazione è esentata dall’azione militare. Le fasce della società che hanno parenti che combattono o che vivono nelle zone di confine con l’Ucraina e subiscono attacchi quotidiani sono limitate. Il governo fa di tutto per mantenere un’apparenza di normalità. Nel 2022 aveva cercato di mobilitare la popolazione ma, dopo lo shock seguito alla mobilitazione parziale, ha optato per i soldati a contratto.
In questo modo il conflitto tocca soltanto i volontari che sono pagati profumatamente per il rischio che corrono, mentre il resto della società può continuare la propria routine. Per questo la maggioranza sostiene le politiche di governo. Perché non la toccano così tanto».
La popolazione non sente il peso dell’inflazione e delle prime crepe economiche?
«L’anno scorso abbiamo registrato qualche tendenza negativa nella percezione della situazione economica. Ma fino a metà 2024 il trend era positivo. Sempre più persone sostenevano che la loro vita stesse migliorando perché guadagnavano di più.
Un effetto del surriscaldamento dell’economia: le aziende aumentavano gli stipendi per trattenere il personale a causa della carenza. Ora che il governo sta cercando di raffreddare l’economia, da qualche parte gli stipendi hanno smesso di crescere e alcuni hanno iniziato a lavorare quattro giorni e quindi guadagnano meno.
L’inflazione resta la principale preoccupazione anche nel 2026: la cita il 59% dei russi, ma meno di un anno fa. La situazione resta stabile».
Non c’è nessuno che si opponga al conflitto o alle autorità?
«C’è, ma è una minoranza stabile intorno al 20%. Alla maggioranza non importano le libertà politiche, interessano le libertà economiche: la libertà di comprare ciò che vuole».
(da agenzie)

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L’INFERNO IN TERRA VISSUTO DA ALBERTO TRENTINI. IL COOPERANTE HA RACCONTATO I SUOI 423 GIORNI DI PRIGIONIA AL DIRETTORE DELL’AISE, GIOVANNI CARAVELLI, SULL’AEREO DI RITORNO DA CARACAS

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

I GIORNI “PASSATI NELL’ACQUARIO”: UNA GRANDE STANZA CIRCONDATA DA VETRI, ATTRAVERSO I QUALI NON SI PUÒ GUARDARE ALL’ESTERNO, MA TUTTI GUARDAVANO DENTRO: “NON POTEVO PARLARE CON NESSUNO, NÉ GUARDARE. SI RESTAVA SEDUTI DALLE 5 ALLE 21” – LA CELLA DI QUATTRO METRI PER DUE, DA DIVIDERE CON UN COMPAGNO, I MATERASSI LERCI BUTTATI PER TERRA, GLI SCARAFAGGI E I TOPI CHE CAMMINAVANO ACCANTO E LA PAURA DELLE TORTURE

I giorni «passati nell’acquario»: una grande stanza circondata da vetri, attraverso i quali non si può guardare all’esterno. Ma tutti guardavano dentro. «Non potevo parlare con nessuno, né
guardare. Si restava seduti dalle 5 alle 21, quando ti davano la possibilità di sdraiarti».
La cella: quattro metri per due, forse anche più piccola. Da dividere con un compagno. «Nel mezzo c’era un bagno alla turca, sopra la doccia. Dovevi fare tutto davanti a tutti, se eri fortunato, perché l’acqua arrivava soltanto poche ore al giorno».
I materassi lerci buttati per terra, gli scarafaggi che camminavano accanto, le zanzare che costringevano a dormire bardati, con il caldo torrido d’estate e il freddo gelido d’inverno. La paura delle torture, quelle che si raccontava fossero perpetrate in un piano della struttura.
L’isolamento dall’esterno: aveva una Bibbia in spagnolo. All’ambasciatore non è stato nemmeno concesso di portare i libri che gli aveva preparato, sull’intelligenza artificiale e su San Francesco. Le lunghe partite a scacchi, con i pezzi costruiti con la carta igienica.
Alberto Trentini è seduto sul Gulfstream G600 in uso ai Servizi per tornare a casa. Ha dormito in ambasciata nelle ore trascorse ad aspettare la partenza: era arrivato nella tarda serata di Caracas di domenica ed è rimasto lì fino alle sei del pomeriggio di lunedì. E nelle dieci ore di volo si appisola soltanto un paio di volte.
Accanto a lui c’è Mario Burlò, il compagno di prigionia. Ma soprattutto c’è il direttore dell’Aise, Gianni Caravelli, e altri quattro agenti del nostro servizio estero che hanno lavorato in questi mesi per la sua liberazione. E che sono partiti per andarlo a riprendereHanno davanti un piatto di pollo al limone e carciofi alla romana, che Alberto gusta con calma, per non perdersi alcun sapore. Chiede del parmigiano. Aprono una bottiglia di vino rosso.
La procura di Roma, trattandosi ufficialmente di un arresto e non di un sequestro, non ha aperto alcun fascicolo. E si è deciso di non sentirli per il momento, come invece accadde — tra non poche polemiche — in un caso simile, quello di Cecilia Sala. Ma non è affatto escluso che ascoltarli diventi prima o poi necessario.
Quello che emerge dai loro racconti assomiglia a vere e proprie torture durante la prigionia. Non «un buon trattamento», come era stato fatto emergere nelle prime ore, forse anche per non irritare il governo venezuelano.
«Non ho subito alcuna violenza fisica», ripete Alberto agli uomini dell’Aise mentre sono in volo. Niente botte, quindi. Nessuna tortura. Ha sempre mangiato — focaccia di mais a colazione, pranzo e cena — non sempre sono riusciti a prendere le medicine. Ma a travolgerlo è stata la capacità di El Rodeo «di non ucciderti in un giorno, ma di cambiarti in silenzio».
È la paura, l’alienazione, il degrado a cui viene costretto un essere umano. Alberto Faceva fatica a vedere, perché non aveva gli occhiali. Ma non faceva fatica a sentire, sul corpo nella testa. Alberto ha confermato ai nostri agenti di essere passato per «La Pecera», l’Acquario appunto, un luogo dove vengono portati i detenuti politici prima di El Rodeo. Una stanza, «con i condotti dell’aria condizionata», in cui tutti possono guardare dentro. Ma non si riesce a stare fuori.
Bisogna stare seduti su una sedia, immobili. Quasi nudi. Al
freddo. Per più di sedici ore senza poter fare nulla. Né parlare, né guardare. È una tortura bianca. Così come lo era la minaccia costante di essere portati nel piano «delle torture fisiche», di cui tutti parlavano: una zona in cui i detenuti sarebbero stati picchiati.
Trentini non c’è mai stato. Ma bastava il racconto a terrorizzare. «Alle volte spargevano la voce che dall’esterno fosse arrivato l’ordine di farci passare a un regime ancora più duro». Hitler, Diavolo, Squalo: così si facevano chiamare i secondini che giravano per i corridoi della prigione.
Quelli che li incappucciavano ogni volta che dovevano portarli fuori dalle celle, che stringevano le manette ai polsi fino a farli sanguinare, che li interrogavano con domande ripetute e ossessive, nella paranoia di complotti anti Maduro. Si ha paura di non uscire vivi.
Non perché una di quelle pistole che i secondini puntavano alla tempia durante gli interrogatori potesse sparare. Ma perché non si riusciva più a resistere alla tortura bianca del «non fare nulla», alle luci sempre accese, al dormire tra gli scarafaggi, ai topi che passavano a pochi metri dal volto.
«Come sto?» ha chiesto agli agenti, toccandosi la testa. Gli hanno tagliato barba e capelli prima di liberarlo. Hanno capito che qualcosa stava per succedere quando li hanno portati fuori dalla cella senza cappuccio. Era una delle prime volte.
«Dentro il carcere non sapevamo nulla, nessuno ci aveva detto che fosse caduto Maduro». Non sapeva nemmeno che temperatura ci fosse fuori. In borsa, lui e Burlò avevano soltanto magliette a maniche corte e pantaloncini. «In Italia fa freddo?»
ha chiesto, mentre un agente gli passava un pile e un giubbotto. Meno che in un acquario. La nuova vita di Alberto Trentini è cominciata così.
(da Repubblica)

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L’AMERICA È UNA POLVERIERA PRONTA A ESPLODERE: GLI SGHERRI ANTI-IMMIGRAZIONE DI TRUMP HANNO FERMATO UN’AUTO CON UNA DONNA ALLA GUIDA E L’HANNO TRASCINATA FUORI DAL VEICOLO IN MODO VIOLENTO

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

SEI PROCURATORI FEDERALI IN MINNESOTA SI SONO DIMESSI IERI PER PROTESTA CONTRO IL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA CHE SPINGE PER UN’INDAGINE PENALE A CARICO DELLA VEDOVA DI RENEE GOOD E OSTEGGIA LE INDAGINI SUL FEDERALE CHE HA SPARATO

Resta alta la tensione a Minneapolis, ad una settimana dalla morte di Renee Good uccisa da un agente dell’immigrazione con tre colpi di pistola al volto.
Durante una manifestazione nella città del Minesota l’Immigration and Customs Enforcement ha fermato un’auto con una donna alla guida e l’ha trascinata fuori in modo violento, mentre lei cercava di liberarsi dalla presa degli agenti. La donna è stata portata via ammanettata, mentre altri manifestanti hanno cercato di bloccare le forze dell’ordine.
Sei procuratori federali in Minnesota si sono dimessi ieri per protesta contro il dipartimento di Giustizia che spinge per un’indagine penale a carico della vedova di Renee Good, la donna uccisa mercoledì scorso da un agente a Minneapolis.
Lo stesso dipartimento osteggia invece le indagini sul federale che ha sparato. A dimettersi è stato anche il numero due della procura del Minnesota, Joseph Thompson: non ha voluto cedere alle pressioni ad avviare un’inchiesta penale su Becca Good, che con la moglie partecipava al monitoraggio dei raid anti-migranti.
(da agenzie)

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