Luglio 15th, 2016 Riccardo Fucile
NATO A SOUSSE, NELLA TUNISIA FUNESTATA DALL’ISIS… TRASPORTATORE, PRECEDENTI PER PICCOLI REATI, NON LEGATO AL TERRORISMO… “NEUTRALIZZATO DA UN UOMO E DUE POLIZIOTTI, UNA ERA UNA DONNA”
Trentuno anni, nato a Sousse, delinquente “comune”.
L’uomo al volante del camion che ha ucciso almeno 80 persone sul lungomare di Nizza era il tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel che viveva proprio a Nizza, a pochi minuti di auto dal punto della strage.
Era conosciuto alla polizia per piccoli atti di violenza, possedeva una pistola, ma non era, almeno ai tempi delle prime denunce, un radicalizzato o affiliato all’Isis.
Mohamed ha sparato più volte prima di essere colpito a morte e neutralizzato “da un uomo e due poliziotti” ha spiegato Eric Ciotti, presidente del Dipartimento delle Alpi Marittime.
“Una persona è saltata sul camion per tentare di fermarlo – ha detto Ciotti – In quel momento la polizia è stata in grado di neutralizzare questo terrorista. Non dimenticherò mai il viso di questa poliziotta che ha intercettato il killer”.
L’identificazione del killer è stata possibile perchè sono stati trovati nel camion i documenti di identità .
“Allo stato attuale ignoriamo se ci fossero dei complici” ma i servizi dello Stato sono al lavoro per poterlo stabilirlo, ha detto il presidente Francois Hollande, ma secondo quanto scrive le Figaro l’uomo era da solo nel camion. Se c’erano complici, erano “a monte” del blitz mortale.
Grazie ai documenti è stato poi effettuato un blitz nel suo appartamento per cercare possibili complici o armi. Il camion frigo, riportano i media francesi, era stato visto due giorni prima a Saint-Laurent-du-Var. All’interno del mezzo sono state ritrovate anche armi finte e una granata inesplosa.
Il veicolo sarebbe stato noleggiato prima dell’attacco nel sud-est della Francia, secondo fonti di polizia. Il tir “ha cambiato almeno una volta la sua traiettoria” durante la sua corsa di due chilometri, ha aggiunto la fonte spiegando che “chiaramente ha cercato di fare il massimo delle vittime”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 15th, 2016 Riccardo Fucile
E’ UN FRANCESE DI 31 ANNI DI ORIGINI TUNISINE, RESIDENTE A NIZZA… PRECEDENTI PER REATI COMUNI, MA NON ERA NOTO AI SERVIZI
L’uomo al volante del camion che ha ucciso almeno 80 persone sul lungomare di Nizza era un franco tunisino di 31 anni che viveva proprio a Nizza.
Ha sparato più volte prima di essere colpito a morte e neutralizzato “da un uomo e due poliziotti” ha spiegato Eric Ciotti, presidente del Dipartimento delle Alpi Marittime. “Una persona è saltata sul camion per tentare di fermarlo – ha detto Ciotti – In quel momento la polizia è stata in grado di neutralizzare questo terrorista. Non dimenticherò mai il viso di questa poliziotta che ha intercettato il killer”.
L’identificazione del killer è stata possibile perchè sono stati trovati nel camion i documenti di identità .
“Allo stato attuale ignoriamo se ci fossero dei complici” ma i servizi dello Stato sono al lavoro per poterlo stabilirlo, ha detto il presidente Francois Hollande, ma secondo quanto scrive le Figaro l’uomo era da solo nel camion.
Se c’erano complici, erano “a monte” del blitz mortale.
Grazie ai documenti è stato poi effettuato un blitz in un appartamento riconducibile all’uomo per cercare possibili complici o armi.
Il camion frigo, riportano i media francesi, era stato visto due giorni prima a Saint-Laurent-du-Var.
All’interno del mezzo sono state ritrovate anche armi finte e una granata inesplosa.
Secondo quanto riferisce un reporter della rete all news Bfm Tv, citando fonti confidenziali vicine agli inquirenti, il guidatore del camion “era noto alla polizia per violenze, uso di armi, ma nessun fatto legato al terrorismo”.
Il veicolo sarebbe stato noleggiato prima dell’attacco nel sud-est della Francia, secondo fonti di polizia.
Il tir “ha cambiato almeno una volta la sua traiettoria” durante la sua corsa di due chilometri, ha aggiunto la fonte spiegando che “chiaramente ha cercato di fare il massimo delle vittime”.
Nella notte, la scientifica ha proceduto alle prime indagini sul camion. Le gomme erano tagliati e la portiera del passeggero crivellata di fori di proiettile.
Secondo i-Telè, le armi di grosso calibro ritrovate nel camion erano “fittizie”, e la granata “non operativa”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 15th, 2016 Riccardo Fucile
ANTONIO LAVORA IN UNA GELATERIA IN RUE GAMBETTA: “AVEVA GLI OCCHI DI FUORI”
«Abbiamo visto quel camion piombare sulla folla e la faccia dell’uomo al volante. Aveva gli occhi di
fuori. Poi i corpi sono volati in aria e la polizia ha iniziato a sparare».
Nell’inferno del 14 luglio di Nizza c’era anche un gruppo di ragazzi italiani.
Una serata estiva. Un gelato in riva al mare, sotto le luci dei fuochi d’artificio. Poi il terrore. Si sono rifugiati in spiaggia. «Ci siamo ritrovati dentro un incubo, avevamo paura. E non finiva mai».
Martino Antonino, 26 anni di Montecatini Terme, lavora nella gelateria Pinocchio, in rue Gambetta a cento metri di distanza dall’hotel Negresco, vicino a piazza Massena: «Ho visto quattro corpi senza vita davanti al locale – racconta-. Sono morti schiacciati nella calca. Due sono ancora qui davanti ai miei occhi, gli altri li hanno portato via con le ambulanze.
È stato orribile, non avevo mai visto nulla di simile. In questo momento davanti a me ci sono due elicotteri atterrati in mezzo alla piazza. Sembra di essere in guerra. Anzi, no: siamo in guerra».
Per Martino la notte più lunga è iniziata quando ha visto la folla impazzita dall’altra parte della vetrata: «D’improvviso la gente correva. Decine di persone si sono rifugiate dentro il nostro locale. Urlavano tutti, qualcuno è svenuto. Una signora ha avuto un attacco epilettico. Uomini, donne, bambini: dentro le gelateria c’erano almeno duecento persone, eravamo schiacciati, non riuscivamo più a muoverci. Ci siamo chiusi all’interno e siamo stati barricati per 40 minuti».
Sulla Promenade des Anglais c’erano migliaia di persone nella notte della festa della Repubblica francese.
Il furgone si è lanciato a tutta velocità contro la folla.
«Ha percorso 300 metri prima di fermarsi», raccontano i testimoni. Persone investite, corpi a terra, sangue sull’asfalto. Poi, ad aggiungere orrore all’orrore, anche gli spari. Colpi di arma da fuoco sarebbero stati esplosi anche in piazza Massella.
Decine di persone sono rimaste calpestate dalla folla in fuga.
«Abbiamo aiutato donne e bambini, piangevano tutti – racconta Martino -. C’erano anche disabili sulla sedia a rotelle. In questo momento sono sulla terrazza del locale, è pieno di polizia e militari armati. Due elicotteri sono atterrati, qui c’è il delirio. Ho pensato subito a un attentato».
E adesso? «Sono arrivato qui tre settimane fa per la stagione estiva. Ci sono militari armati ovunque, sembra di essere in guerra. La paura ce l’ho, ma io resto qui. Sono venuto per costruirmi una nuova vita».
Gabriele Martini
(da “La Stampa”)
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Luglio 15th, 2016 Riccardo Fucile
PANICO SULLA PROMENADE DURANTE I FESTEGGIAMENTI DEL 14 LUGLIO…. UCCISO L’AUTISTA, RITROVATE ARMI E GRANATE ALL’INTERNO DEL CAMION
Almeno 73 persone sono morte a Nizza, nel sud della Francia, dove attorno alle 22.30 un grande tir è piombato a tutta velocità sulla folla lungo un tratto di almeno 300 metri lungo la Promenade des Anglais, sul lungomare, al termine dei fuochi d’artificio per i festeggiamenti del 14 luglio.
A confermarlo è stato il viceprefetto Sebastien Humbert, che ha parlato anche di «almeno un centinaio di feriti».
L’autista del camion «è stato abbattuto»: all’interno del mezzo sono state ritrovate armi e granate, il che farebbe pensare a un attacco premeditato.
Si tratta dell’attentato più sanguinoso in Francia dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre 2015.
Una fonte di polizia citata in diretta dall’emittente francese iTele riferisce che un uomo si era trincerato nel ristorante Buffalo a Nizza ed è stato neutralizzato dalla polizia. Pierre-Henry Brandet, portavoce del ministero dell’Intero francese, è intervenuto in diretta su Bfmtv parlando di «possibili complici» ma confermando l’assenza di ostaggi.
Il presidente francese, Francois Hollande, ha immediatamente lasciato Avignone per rientrare d’urgenza a Parigi e recarsi alla cellula di crisi del ministero dell’Interno, alla Place Beauvau, dove lo attendono il primo ministro Valls e quello dell’interno Bernard Cazeneuve, che dopo una prima riunione volerà verso Nizza.
La dinamica
Una testimone oculare che si trova a Nizza ha raccontato ai microfoni di Sky Tg24 di aver visto un tir dirigersi a gran velocità verso i pedoni presenti sulla Promenade, per poi sentire esplodere numerosi spari dall’interno del camion. Alla fine della folle corsa, durata per almeno 300 metri, l’autista del mezzo sarebbe stato ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia. Sulla strada ci sarebbero almeno quindici cadaveri, coperti con teli blu.
La testimonianza
Quando c’è stato l’attacco sulla folla, «in meno di 30 secondi decine e decine di persone si sono accalcate in preda al panico nel mio locale. Non ho più una sedia nè un tavolo. La gente rischiava di restare schiacciata all’interno, è allucinante»: è la testimonianze resa in diretta telefonica su SkyTg24 da Thomas Russo, un ristoratore italiano di Nizza, che ha descritto il panico seguito all’attentato. Russo ha detto che la polizia ha ordinato alla gente di non uscire dai locali in cui si è rifugiata.
«Rimanete in casa»
Gli spari sono stati confermati anche dalla testimonianza di una lettrice a La Stampa, elemento che farebbe pensare a un possibile attacco terroristico. Una tesi corroborata anche dalla prefettura della città , che ha parlato di possibile attentato, consigliando di rimanere in casa con le porte chiuse. «L’autista di un camion ha investito e ucciso decine di persone. Non uscite di casa», ha scritto su Twitter Christian Estrosi, a capo del consiglio regionale della Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Nel caos della situazione, i taxi di Nizza stanno caricando gratuitamente le persone per aiutare le forze di polizia a evacuare la zona.
La Farnesina ha attivato l’Unità di crisi: il numero di emergenza è +390636225.
(da “La Stampa”)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
“FREQUENTAVA IL CORSO ALLA BRAC UNIVERSITY, DOPO UN ANNO MOLLO’ TUTTO”
Da “uomo senza qualità ” a terrorista. Prima di sposare la causa jihadista e di posare sorridente
avvolto dalla bandiera nera alla vigilia del massacro di Dacca, Rohan Ibne Imtiaz “era uno studente poco brillante”. In una parola, “uno invisibile”.
È questo quanto rimane nella memoria di N. T., professore veneziano di storia, rimasto 13 mesi (tra il 2014 e il 2015) a insegnare a Dacca nell’università privata “Brac”.
Il docente ci ha chiesto di mantenere l’anonimato perchè, “dopo la strage temo per la mia sicurezza”.
Quando ha realizzato che uno degli autori del massacro era stato suo studente?
“Ho visto sui giornali le foto dei terroristi e ho sentito che venivano descritti come intellettuali. Allora mi è sembrato di riconoscere nel volto di Imtiaz (Rohan Ibne Imtiaz, ndr) lo studente di “Business” che avevo conosciuto nella primavera del 2015, quando frequentava il mio corso obbligatorio. Contrariamente a quanto ho letto e sentito, non era affatto una persona colta. Semmai lo definirei uno studente senza qualità “.
In che senso?
“Uno che non partecipava attivamente durante le lezioni: non interveniva, non ascoltava, nonostante si trovasse in una classe di persone molto vivaci. Si era iscritto nell’agosto del 2014, ma a fine 2015 aveva già mollato”.
Rohan Ibne Imtiaz aveva amici?
“Non era uno che spiccava per simpatia, ingegno o socievolezza. È vero che il mio corso era obbligatorio, ma la classe era vivace. Lui, ripensandoci, sembrava vuoto. All’epoca avevo 35 studenti che ho visto per tre mesi, tre ore alla settimana. Non sapevo nemmeno che fosse figlio di uno dei leader del partito Awami”.
Che cos’altro direbbe di lui?
” Tra gli studenti c’è chi è furbo, chi cerca lo scontro, chi è simpatico ma non studia, chi si impegna, chi fa tutto con naturalezza e ha ottimi risultati. Imtiaz non rientrava in alcuna di queste tipologie. Lo ricordo come uno qualunque, nel senso diminutivo del termine, un mediocre che avevo dimenticato”.
Ci può descrivere l’università Brac?
“È un buon ateneo privato, ma non è esclusivo. A Dacca chi ha i soldi manda il proprio figlio all’estero. La Brac costa circa 60 mila taka a semestre, l’equivalente di 690 euro, abbastanza per il Bangladesh, ma non una cifra impossibile, anche perchè se sei bravo hai diritto a una borsa di studio. Dire che è per ricchi è un’esagerazione”.
Pensa che potessero esserci dei reclutatori all’interno?
“Mi sembra impossibile. L’università è uno spazio controllato e sicuro. I ragazzi e le ragazze, così come i colleghi, sono votati a valori assolutamente opposti a quelli della violenza, senza contare che i bengalesi hanno una cultura profonda dell’ospitalità . Io non mi sono mai sentito fuori posto, anzi. Durante la mia permanenza il Bangladesh ha vissuto una stagione fenomenale nel cricket e tutti tifavano per la squadra nazionale. I ragazzi seguivano lo sport, ma anche la musica, il cinema, come i loro coetanei nel resto del mondo”.
Che rapporto c’era tra studenti e religione?
” Se ci fosse stato un clima di intolleranza non sarei mai stato accettato. Faccio un esempio: durante le cerimonie di laurea si leggono testi tratti da Corano, Bhagavad Gita (i canti hindù, ndr ), Bibbia, e testi buddisti. L’università è un luogo di pluralità , anche religiosa. Ci sono professori cristiani, indù, buddisti e musulmani. Tra gli studenti ci sono quelli più o meno devoti, ma non ho mai avuto la sensazione che ci fossero posizioni fondamentaliste”.
Come si spiega il coinvolgimento del suo studente nella strage di Dacca?
“Se uno si poteva annidare in uno spazio così, crollano tutte le mie certezze, ma voglio ricordare quello che mi ha scritto uno studente indù: “Prof, non abbiamo potuto salvare i nostri fratelli e le nostre sorelle. In Bangla diciamo otithi narayan, significa che l’ospite è Dio. Non ce l’abbiamo fatta a salvarli, ma alla fine sono certo che vincerà il dialogo”.
Ha mai percepito tensioni nei confronti degli stranieri?
“No. Gli scontri a cui ho assistito si sono verificati tra gennaio e febbraio 2015, tra sostenitori del governo e opposizione, in quello che è stato chiamato Oborudh, il blocco dei trasporti, ma nulla contro gli stranieri”.
Cosa pensa, dopo quanto è avvenuto?
“La strage ha avuto su di me un effetto di straniamento totale, di dolore per le vite spezzate e di rabbia per questo atto efferato. Sento una grande tristezza per quanto sta accadendo in Bangladesh: quella per me, è una seconda casa dove vorrei tornare”.
Vera Mantengoli
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
AD ACCOGLIERE LE SALME IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA… LO STRAZIO DI PARENTI E AMICI
È atterrato poco dopo le 19 a Ciampino l’aereo di Stato con a bordo le salme dei nove italiani rimasti
uccisi nell’attacco terroristico in un ristorante di Dacca, in Bangladesh. Le hanno accolte i parenti, il presidente della Repubblica Mattarella e il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni.
Scene strazianti tra lacrime, lunghi abbracci e momenti di desolazione davanti ai nove feretri, ognuno ricoperto da un tricolore.
Qualcuno sfiora le bare, tutti sfilano mestamente davanti ai feretri. Dopo una preghiera collettiva, tre religiosi hanno benedetto le bare una ad una.
Uno dei tre sacerdoti, don Luca Monti, è fratello di Simona Monti, una delle vittime da poco incinta. Ha voluto essere lui a dare la benedizione al feretro.
Poi l’omaggio composto e commosso del Capo dello Stato e il ministro Gentiloni che ha voluto annunciare: “Ho preso con il presidente Mattarella l’impegno a nome del governo ad assicurare che i benefici previsti dalla legge per le vittime del terrorismo si applichino ai nostri caduti all’estero. È un impegno doveroso di fronte a episodi come quello della strage di Dacca”.
Così è stato l’ultimo saluto a Adele Puglisi, Marco Tondat, Claudia Maria D’Antona, Nadia Benedetti, Vincenzo D’Allestro, Maria Rivoli, Cristian Rossi, Claudio Cappelli e Simona Monti, trucidati per la follia terroristica.
A bordo del Boeing 767 dell’Aeronautica Militare era salito anche Gianni Boschetti, sopravvissuto alla strage e marito di una delle vittime, Claudia Maria D’Antona.
Le salme in serata vengono portate all’Istituto di medicina legale del Policlinico Gemelli dove, dopo il riconoscimento ufficiale da parte dei parenti, saranno sottoposte ad accertamenti da parte di una èquipe di medici legali.
(da agenzie)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
IL BLITZ, LE TORTURE, IL PROFESSORE…I TERRORISTI HANNO CERCATO DI FUGGIRE, SONO STATI UCCISI CON UN COLPO ALLA NUCA
Davvero erano solo cinque i terroristi? Chi sono in realtà ? Come possono le autorità bengalesi affermare tanto velocemente che non militano per Isis? E cosa raccontano i fermati?
Era inevitabile che un attentato terroristico grave come quello nel cuore di Dacca venerdì scorso, in cui sono coinvolti anche cittadini occidentali, sollevasse dubbi e interrogativi di ogni genere.
Misteri, ipotesi disparate dominano l’inchiesta. Ma occorre aggiungere che la tradizionale libertà opaca concessa con parsimonia dalle autorità in queste regioni del mondo non fa che complicare le cose.
La stampa locale viene censurata, le teorie del complotto vanno per la maggiore. «Pubblichiamo, ma non crediamo alle verità del governo», affermano i giornalisti a Dacca. I portavoce di polizia ed esercito non aiutano. Questi i punti oscuri più evidenti.
Isis o altro?
Da subito i capi dei servizi di sicurezza locali e poi la premier Sheikh Hasina hanno ribadito che il commando era legato a gruppi dell’estremismo islamico locale, e in primo luogo quello dei «Jamatul Mujaheddin Bangladesh», attivo da molti decenni. «Isis non c’entra per nulla», ci ha detto ieri Masudur Rahman, portavoce della polizia. In realtà , tutti i maggiori commentatori locali e stranieri puntano il dito proprio contro Isis.
Lo stesso Califfato ha pubblicato subito le foto di 5 attentatori, presentati come suoi fedeli militanti.
Alcuni di questi ultimi nei loro blog si proclamavano seguaci di Isis e pare lo abbiano ripetuto durante il massacro
I tempi dell’eccidio
Gli inquirenti dichiarano che gli ostaggi sarebbero stati uccisi tutti entro i primi 20 minuti del blitz, dunque più o meno alle 21 di venerdì.
Ma la cosa è smentita da tutte le fonti dirette. Ci si chiede inoltre come mai l’intera operazione è durata circa 12 ore.
Il Corriere ha parlato con Shishir Sharkar, un indù 26enne che lavora nella cucina del locale, che ha fornito questa versione: «Quando i terroristi sono entrati io ho trovato rifugio nella ghiacciaia con un giapponese. Dopo due ore, alle 22.30, ci hanno scoperti e obbligati ad uscire. Il giapponese è stato ucciso subito con una raffica al petto. Io sono salvo solo perchè ho detto di essere musulmano. Poi mi hanno spinto nel salone, dove erano riversi nel sangue gli ostaggi. Pochi minuti prima erano stati colpiti a raffiche. Davanti a me i terroristi si sono messi a tagliare le gole, ma anche braccia e gambe a quelli che ancora respiravano. Non credo vi siano sgozzati che prima non siano stati feriti. Qualcuno è stato poi pugnalato a petto, schiena e collo. Credo che gli sgozzati siano almeno 9. Tra loro anche 3 o 4 italiani».
I numeri?
Isis parla di cinque «martiri». La polizia di Dacca ne segnala invece sette, di cui uno sarebbe ferito, ma vivo e sotto custodia nell’ospedale militare. Di lui non è stata diffusa alcuna identità finora.
I commentatori locali azzardano l’ipotesi possa essere un falso delle autorità per poi poter diffondere con facilità la loro versione dei fatti.
Per esempio, non sarebbe vero che è stata la polizia a liberare gli ostaggi, ma sarebbero stati gli stessi terroristi a lasciarli andare prima dell’ultima battaglia.
A detta di Sharkar, il nostro intervistato, assieme a un altro collega, il 26enne Delwar Hussein, i terroristi sarebbero comunque stati volutamente uccisi dalle teste di cuoio governative nella scena finale del sequestro alle sette e mezza della mattina di sabato. Raccontano: «Alle sette in punto i terroristi ci hanno detto che noi musulmani potevamo uscire liberamente. Loro invece sarebbero morti combattendo e volati in paradiso. Ci hanno ingiunto di ricordare il loro sacrificio e mantenere la nostra fede in Allah. In realtà , hanno provato a fuggire dal retro del ristorante. Ma la polizia ha attaccato in forze. Alcuni sono caduti a terra feriti. Ne ho visti un paio che si trascinavano verso il muro di cinta con tracce di sangue sui pantaloni e le scarpe. La polizia allora li ha uccisi tutti sparando alla testa. Noi tredici sopravvissuti non siamo stati liberati dal blitz».
Il professore arrestato
Resta enigmatica la figura di Hasnat Karim, professore alla North South University (Nsu), una delle più prestigiose a Dacca. In un primo tempo era stato descritto come tra le vittime fortunate, che con moglie e due figli, sono sopravvissute all’inferno.
Ma al momento è sotto interrogatorio con il sospetto possa essere legato ai terroristi. Karim ha vissuto oltre 12 anni a Londra, dove ha tra l’altro studiato ingegneria alla Queen Mary University.
Nel 2012 era docente alla Nsu, dove pare abbia insegnato anche ad almeno uno dei terroristi, Nibras Islam. I sospetti nei suoi confronti sarebbero cresciuti quando gli inquirenti hanno sostenuto di aver trovato il suo nome e numero di telefono su di un bigliettino nella tasca dei pantaloni di un jihadista.
Inoltre, alle 5 di sabato Karim sarebbe stato filmato dalle telecamere delle forze dell’ordine mentre fumava una sigaretta chiacchierando amichevolmente con i sequestratori sulla terrazza del Holey Artisan Bakery.
Il pizzaiolo
Una storia simile è quella di Saiful Choukidar, 40 anni, di professione pizzaiolo, deceduto nello scontro a fuoco.
La polizia sospetta potesse essere il basista del commando nel locale e ne diffonde la foto col nome di battaglia: Akash. Tuttavia la sua foto non corrisponde con quelle diffuse da Isis.
Tra i reporter del quotidiano Daily Star , diretto da Mahfuz Anam, un intellettuale particolarmente critico del premier, è prevalente l’ipotesi che proprio la confusione sulle identità dei componenti del commando faccia parte di una precisa strategia del governo per annacquare le proprie responsabilità .
Lorenzo Cremonesi
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 4th, 2016 Riccardo Fucile
ERA NEL LOCALE LA SERA DELLA STRAGE, SAREBBE L’UOMO CALVO RIPRESO DALLE TELECAMERE CON DUE TERRORISTI SULLA TERRAZZA DEL RISTORANTE
Uno dei sopravvissuti alla strage dell’Holey di Dacca probabilmente conosceva almeno uno degli
attentatori.
Hasnat Karim, presente nel locale la sera dell’attentato con la sua famiglia per festeggiare il compleanno di una figlia, fino a quattro anni fa insegnava alla North South University di Dacca, la stessa università frequentata da Nibras Islam, uno dei terroristi del commando.
Il giovane ha studiato alla Nsu, considerata la più importante università privata del paese, tra l’estate 2011 e la primavera del 2012. Stesso periodo in cui insegnava Karim.
Il nome del docente proprio nel 2012 era comparso in un report pubblicato dai media locali che accusava quattro professori della Nsu di legami con il gruppo islamista radicale Hizb ut-Tahrir, fuorilegge in Bangladesh.
Ripreso con gli attentatori
Ora il professore è stato fermato dalla polizia: sembra sia lui l’uomo calvo ripreso insieme a due dei terroristi sulla terrazza del ristorante nella notte della strage. Il Dhaka Tribune ha pubblicato le immagini.
Un agente di Dacca ha raccontato al Telegraph che «nella tasca di un miliziano ucciso è stato ritrovato un appunto con l’indirizzo di casa di Karim».
L’uomo è stato interrogato, la sua casa perquisita e un suo computer portatile sequestrato.
Altro elemento che insospettisce gli inquirenti è il fatto che Hasnat Karim, sua moglie e i due bambini, siano stati rilasciati dai terroristi prima del blitz delle forze speciali. Se i sospetti si rivelassero fondati sarebbe una prova in più del fatto che il web e le madrasse non sono gli unici mezzi per la radicalizzazione dei giovani musulmani.
Alessandra Muglia
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 4th, 2016 Riccardo Fucile
FERMATE ALTRE SETTE PERSONE, TRA CUI UN PROFESSORE UNIVERSITARIO… IL GIGANTE DEL TESSILE UNIQLO SOSPENDE I VIAGGI DEI DIPENDENTI IN BANGLADESH… INCERTEZZA SUI FUNERALI DI STATO IN ITALIA
La premier bengalese Sheikh Hasina ha reso omaggio questa mattina alle vittime della strage del ristorante di Dacca, fra le quali nove italiani, nello stadio dell’esercito nella capitale.
Nel secondo giorno di lutto nazionale per l’attacco jihadista, nel quale hanno perso la vita 20 ostaggi, 18 dei quali stranieri, – oltre a sei membri del commando e due poliziotti – la premier ha deposto una corona di fiori vicino ai feretri che erano coperti dalle bandiere di Italia, Giappone, India, Usa e Bangladesh.
Cerimonia blindatissima per motivi di sicurezza. Le bare sono state collocate in una piattaforma rialzata con i cinque vessilli delle nazioni delle vittime, con accanto i rappresentanti delle autorità italiane, indiane, giapponesi e americane.
Dopo l’omaggio della premier, è stato permesso l’accesso ai familiari. Solo più tardi lo stadio militare è stato aperto al pubblico.
Per le nove vittime italiane è previsto nel tardo pomeriggio un rito officiato dal Nunzio apostolico e si sta organizzando il rientro in patria delle salme.
In serata le bare saranno consegnate all’ambasciata italiana, che ha sede a poche decine di metri dal luogo della strage e del trasporto dei feretri se ne stanno occupando funzionari della Farnesina e della presidenza del Consiglio, arrivati ieri a Dacca dal Pakistan.
Si parla del rientro mercoledì, ma c’è ancora incertezza sui funerali di Stato in Italia.
L’attacco
I sette uomini del commando , sei uccisi, uno ferito e catturato, non erano menti semplici e facilmente corruttibili. Erano ragazzi di buona famiglia, educati presso le scuole migliori del Paese, ricchi e non certo reclutati tra gli ultimi della società .
Tutti rampolli, nei loro vent’anni, provenienti da famiglie benestanti, tutti bengalesi. Hanno compiuto l’assalto con vestiti occidentali, con lo zainetto sulle spalle come tanti giovani coetani.
E’ su questa base che alcuni esponenti del governo bengalese tendono a giudicare non attendibile la rivendicazione dell’Is e parlano di semplice “infatuazione” di quei giovani per la bandiera nera del Califfato.
O di strumentalizzazione da parte della comunicazione dell’Is delle immagini orribili diffuse in rete dal commando in tempo reale, nelle ore in cui avveniva il massacro.
Sette persone fermate, tra cui un professore universitario
Per quanto riguarda gli attentatori, la polizia ha reso noto le generalita’ complete solo di cinque dei sei morti, e del settimo terrorista, l’unico sopravvissuto, è stato detto solo che si chiama Sourav e che è sotto strettissima sorveglianza da parte delle forze dell’ordine in un luogo segreto.
E sono almeno sette le persone in custodia della polizia sospettate di aver avuto un ruolo nella strage, tutti facenti parte del gruppo dei 27 superstiti della strage ancora in stato di fermo.
Le forze di sicurezza le stanno ancora interrogando per capire se ci siano legami con i terroristi, col sospetto che qualcuno dall’interno possa averli aiutati a pianificare e a lanciare l’attacco o che addirittura facesse parte del gruppo di fuoco e durante l’irruzione dei militari si sia mischiato agli ostaggi per sfuggire alla cattura.
Fermato un professore universitario, uno degli ostaggi sopravvissuti.
Tra i fermati, riferiscono fonti della sicurezza, anche Hasnat Karim, il professore universitario che era nel locale per festeggiare un compleanno ma ripreso dalle telecamere di sorveglianza mentre fumava in terrazza con alcuni membri del commando.
Secondo alcune fonti, l’uomo, docente alla North South University (NSU) di Dacca, aveva lasciato il lavoro almeno cinque anni fa. A preoccupare gli inquirenti, spiega il quotidiano, anche il fatto che nel 2012 Karim fu citato insieme ad altri tre professori della NSU che si sospettava avessero contatti con il movimento clandestino Hizb-ut-Tahrir.
Interrogati nella notte anche la moglie e i figli dell’uomo che però sono stati rilasciati questa mattina. Il padre di Hasnat, Rezaul Karim, aveva riferito la sua agghiacciante testimonianza al Bangladesh Daily Star: “Gli assalitori non si sono comportati male con i connazionali del Bangladesh. Controllavano la religione degli ostaggi. Chiedevano a ognuno di recitare versi del Corano. Quelli che li conoscevano venivano risparmiati, gli altri torturati”.
Gli altri fermati sembra che uno sia un cittadino canadese di origine bengalese e che fosse tornato a Dacca solo un giorno prima dell’attacco.
L’uomo si trovava nel ristorante insieme a due amiche, studentesse di un’ universita’ privata. La polizia ha perquisito anche la sua abitazione, sequestrando alcuni computer, il passaporto e documenti.
Un altro dei fermati e’ ancora trattenuto in quanto avrebbe fornito agli agenti un indirizzo falso. Avrebbe anche dichiarato di essere un imam che guida le preghiere di un gruppo di autisti presso un edificio vicino al ristorante, affermazioni ora al vaglio degli inquirenti.
Un terzo sospetto non avrebbe voluto fornire altro agli investigatori se non il nome e cognome. Reticenza che lo rende sospetto.
Rilasciata invece un’altra persona, un 45 enne britannico di origine bengalese tornato in patria un anno e mezzo fa dopo un ventennio nel Regno Unito, che avrebbe parlato con uno dei killer.
L’uomo e’ tornato a piede libero, ma continua a essere monitorato dalle forze di sicurezza. Dal suo rientro nel paese asiatico ha insegnato in un’ universita’ privata, la stessa delle studentesse amiche del canadese, ed era andato al ristorante insieme alla famiglia.
E si indaga ancora sulla vita dei sei complici morti, cinque dei quali subito identificati e dei quali sono stati forniti nomi e foto poche ore dopo la conclusione dell’azione.
Sul sesto assalitore morto gli investigatori non hanno (o non forniscono) informazioni. Forse è straniero, forse l’anello di collegamento con la mente dietro l’attentato, quello che potrebbe avere legami con formazioni internazionali. Sull’identità di uno di loro ci sarebbe un giallo, potrebbe non essere un militante, ma semplicemente un cuoco del ristorante. Così scrive oggi il quotidiano Dhaka Tribune. Il giornale riferisce che si tratterebbe di Saiful Choukidar, 40 anni, che dopo essere emigrato in Germania era tornato anni fa in Bangladesh e lavorava dal 2015 come cuoco presso il ristorante assaltato.
I dubbi sono cominciati ad emergere quando dopo aver detto che l’operazione di liberazione degli ostaggi si era chiusa con l’uccisione di sei militanti, la polizia ha diffuso però solo cinque presunti loro nomi, ma fra le cinque foto passate ai media dalla polizia, una sarebbe invece proprio di Choukidar, ritratto con il suo camice bianco da lavoro.
E l’equivoco è confermato anche dal fatto che, rivendicando l’attacco, l’Isis ha diffuso cinque fotografie dei suoi autori, fra cui non c’è però quella del cuoco bengalese. Ma c’è addirittura chi dice che i nomi dei cinque membri uccisi del commando diffusi poco dopo l’attentato fossero tutti falsi.
“Uccisi nei primi 20 minuti”
La polizia di Dacca, sotto accusa per i ritardi e l’approssimazione del blitz, ribadisce oggi che i terroristi avrebbero ucciso gli ostaggi catturati nel locale nei primi 20 minuti dalla loro irruzione all’Holey Artesan Bakery.
“Molti giornali hanno scritto che abbiamo tardato l’inizio dell’operazione di salvataggio, ma così non è stato”.
Membri del governo di Dacca: “L’Is non c’entra”.
“Sono uomini giovani che hanno studiato e frequentato l’università . Nessuno di loro veniva da una madrassa (scuola coranica, ndr). Non c’è alcun legame con lo Stato Islamico” dichiara il ministro dell’Interno Asaduzzaman Khan, proseguendo in quell’atteggiamento di negazione del male, si chiami Is o Al Qaeda, già esibito dal governo bengalese davanti alle prime avvisaglie della minaccia del radicalismo islamista.
Khan aggiunge che i terroristi “erano membri di Jamaeytul Mujahedeen Bangladesh”, gruppo jihadista bandito nel Paese da oltre un decennio, collegato a Jamaat e-Islami (alleato del principale partito di opposizione, il nazionalista Bnp guidato da Zia Khaleda), e all’Isi, i servizi pakistani.
Sulla stessa linea il capo della polizia locale, Shahidul Hoque: gli inquirenti stanno esaminando l’ipotesi di “collegamenti internazionali” e ci sono sospetti su “membri importanti di Jamaeytul Mujahdeen Bangladesh”. Intervistato dal quotidiano The Daily Star, Hoque aggiunge che dei sei terroristi, almeno cinque erano ricercati da tempo.
Le prime ripercussioni economiche
Dopo l’attentato, il gigante tessile Uniqlo ha sospeso i viaggi dei loro dipendenti in Bangladesh, dove hanno vari impianti di produzione.
Così anche il gruppo Toshiba, Mitsubishi Motors e altre aziende nipponiche dei settori alimentare e immobiliare. Sette le vittime giapponesi nell’attentato di venerdì a Dacca. In Bangladesh operano circa 240 aziende giapponesi, e il commercio bilaterale tra i due Paesi ha sfiorato i 3 miliardi di euro nel 2015, il 34 per cento in più dell’anno precedente. Il Giappone è anche il maggior donatore di aiuti allo sviluppo del paese asiatico.
Allerta della Farnesina
La Farnesina allerta gli italiani in Bangladesh esortandoli alla massima prudenza, in quanto non esclude il rischio di altri attentati. E’ quanto si legge sul sito della Farnesina che ha diramato oggi, nella sezione “Viaggiare Sicuri”, un aggiornamento della situazione nel Paese dopo l’attentato di venerdì scorso.
“In considerazione della presenza nel Paese di formazioni di ispirazione jihadista non si può escludere il rischio di possibili ulteriori atti ostili. Si raccomanda di evitare gli assembramenti specialmente nei fine settimana e durante il venerdì di preghiera, e di tenersi costantemente aggiornati sulla situazione di sicurezza nel Paese dai media locali e siti internet. Per tali informazioni si può fare riferimento ai quotidiani locali online in lingua inglese”.
Il ministero degli Esteri ricorda inoltre che prima dell’attacco al ristorante ‘Holey Artisan Bakery’ di Dacca, altri tre attacchi contro stranieri che hanno avuto luogo nel 2015: il 18 novembre contro un connazionale nella città di Dinajpur nel nord del Paese, il 3 novembre contro un cittadino giapponese, nel distretto di Rangpur, ed il 28 settembre, a Dacca, nel quartiere di Gulshan, contro un connazionale, Cesare Tavella, che ha perso la vita”.
(da “La Repubblica”)
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