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LA STRATEGIA DEL CALIFFATO: FAR CRESCERE L’ISLAMOFOBIA NEL MONDO

Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile

CREARE DIVISIONI PER ACCREDITARSI COME ALTERNATIVA ALL’OCCIDENTE

Gli attentati di Bruxelles confermano la mancanza di regole nella sfida del terrorismo.
I civili non vengono risparmiati, anzi il loro sacrificio è funzionale ad amplificare l’effetto psicologico delle bombe. L’intento complessivo di chi attacca va oltre i morti e le centinaia di feriti.
Come è già  accaduto per il Bataclan, gli ispiratori delle stragi utilizzeranno le immagini e la tecnologia moderna per moltiplicare gli effetti delle loro operazioni.
Vedremo quelle immagini dell’aeroporto e della metropolitana all’infinito, e all’infinito ci sentiremo spaventati e senza certezze.
Chi si occupa della strategia mediatica degli islamisti radicali conosce molto bene quali corde toccare sul piano della comunicazione: al Baghdadi e i suoi sanno esattamente cosa suggestiona il nostro immaginario collettivo.
Tutto è simbolo nell’attacco di Bruxelles: l’esplosione accanto al banco dell’American Airlines, la metro che porta a lavoro i funzionari negli uffici della Commissione europea, la terra con il numero più alto di foreign fighters. Bruxelles, peraltro, non significa solo reazione per l’arresto di Salah e l’omicidio di Belkaid.
La città  era da tempo considerata al centro del mirino dei jihadisti. Ma colpirla con un attentato congiunto, che richiede programmazione e coordinamento, proprio nei giorni in cui l’attenzione è massima per le ricerche dei pericoli numero uno, significa dire: “Noi possiamo colpire ovunque e quando vogliamo”.
Le vittime e i feriti del 22 marzo sono il costo vivo, drammatico, dell’ennesimo attacco al cuore dell’Europa.
Il pianto dei bambini intrappolati nella metro è il simbolo di un altro costo da pagare: le conseguenze psicosociali delle vittime indirette dell’attentato.
Il Califfato, infatti, mira ad aumentare l’islamofobia mondiale, a creare divisioni per dipingere più efficacemente i suoi nemici come il Male, parla a chi si sente parte del disegno onnipotente del grande Stato accreditandosi come unica alternativa all’Occidente.
Ma punta anche a farci precipitare nella paura, a trasmettere inquietudine oltre le coste in cui si è territorializzato, ad amplificare la sindrome di assedio, il senso sociale di insicurezza e di precarietà .
La priorità  di chi ha rivendicato i morti di Zaventem e di Maelbeek è immobilizzare i civili inducendo un contagio emozionale negativo attraverso un gesto apparentemente imprevedibile. L’uomo, per sua natura, ha bisogno di percepire la realtà  secondo schemi che lo rassicurino.
Gli attentati, invece, alimentano i vissuti di abbandono e di impotenza, di mancanza di speranza, di perdita di controllo e di minaccia per la vita.
Il terrorismo mina la normalità  e la capacità  di fare previsioni, sconvolge le certezze sulla prevedibilità  e sulla possibilità  di controllare il mondo esterno, distrugge molte convinzioni e aumenta il senso di vulnerabilità .
Può avere ripercussioni sull’assetto delle famiglie e della rete di relazioni. Aumenta l’ansia, altera il senso di appartenenza a una comunità  in termini di vincoli e legami, acuisce tensioni tra gruppi sociali e determina livelli più o meno significativi di disorganizzazione.
Nonostante la maggior parte delle persone non subisca gravi conseguenze, da un quarto a metà  delle vittime indirette sperimenta vissuti di disagio e lievi modifiche del comportamento che si manifestano sotto forma di un’ampia gamma di reazioni normali e adattative, che qualche volta creano sofferenza.
Questa sofferenza interferisce con la capacità  di fronteggiare la quotidianità  e talvolta viene percepita come fonte di colpa o di vergogna. Circa un quarto della popolazione esposta, poi, può sviluppare vere e proprie malattie psichiatriche, spesso non diagnosticate o trattate in modo inadeguato.
Il Belgio si è pietrificato, comprensibilmente. Ma la tenuta sociale dopo gli attentati sarà  determinante nel percorso di ritorno alla normalità , e sarà  fondamentale per proteggere dai disagi psicologici a medio e lungo termine.
I risultati positivi si otterranno soprattutto se Bruxelles riuscirà  a riprendere quanto prima la routine della quotidianità : tutto quello che limiterà  la possibilità  di circolazione di informazioni e rassicurazioni, di monitoraggio della paura e di sostegno alle categorie più a rischio, aumenterà  infatti il rischio di conseguenze negative.

Corrado De Rosa
(da “L’Espresso“)

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L’EROE DI BRUXELLES CHE HA SALVATO SETTE PERSONE

Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile

L’ADDETTO AI BAGAGLI DELL’AEROPORTO: “MIA MAMMA MI DICEVA SEMPRE DI CERCARE LE PERSONE DI BUONA VOLONTA’, CI SONO SEMPRE”

Un addetto ai bagagli dell’aeroporto di Bruxelles, per nulla impaurito dalle esplosioni, ha tratto in salvo sette persone ferite nell’attentato che ha squassato lo scalo di Zaventam. Per questo ora è considerato un eroe.
Alphonse Lyoura stava lavorando quando ha udito una forte esplosione al terminal delle partenze. Immobile, è rimasto in attesa di comprendere cosa stesse succedendo. Due minuti più tardi il secondo kamikaze si è fatto esplodere, lasciando a terra morti e feriti.
Lyoura ha raccontato alla Afp che non ha voluto pensare alle conseguenze: è corso nel luogo delle esplosioni e ha preso in braccio un ferito per portarlo al sicuro.
Ma non si è fermato. E’ tornato all’interno e ha aiutato altre cinque o sei persone gravemente colpite dall’esplosivo.
“C’era sangue dappertutto. Alcuni non si muovevano, altri non avevano più le gambe. Panico totale”, ha detto.
Il dipendente dell’aeroporto è ancora scioccato: “Ho visto un uomo che aveva perso entrambe le gambe, un poliziotto con il braccio maciullato”.
Le gesta di Lyoura hanno fatto immediatamente il giro dei social network e per numerosi utenti il suo comportamento esemplare dona speranza in un evento terribile come l’attentato all’aeroporto e alla metro di Bruxelles.
L’uomo ha confermato all’Afp di avere sentito urla in arabo prima delle due detonazioni. Poco dopo l’Isis ha rivendicato i due attacchi kamikaze.
Su Twitter molti hanno condiviso una frase riferendola all’impresa coraggiosa di Alphonse: “Quand’ero bambino e vedevo notizie terribili in televisione, mia madre mi diceva: ‘Cerca le persone di buona volontà . Ci sono sempre'”.

(da agenzie)

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ARRESTATO L’ARTIFICIERE DELL’ATTENTATO A BRUXELLES, MA POI ARRIVA LA SMENTITA

Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile

PARE CONFERMATA UNA VITTIMA ITALIANA

La direzione delle Unità  Speciali (Dsu) avrebbe arrestato nel quartiere di Anderlecht Najim Laachraoui il terzo uomo che compare nella foto della videosorveglianza dell’aeroporto insieme ad altri due vestiti di nero e morti nell’attacco suicida.
Era ricercato e sarebbe l’artificiere del gruppo.
Lo riferisce in esclusiva il sito del quotidiano belga Derniere Heure e il procuratore federale, che non conferma queste informazioni, ha però annunciato una conferenza stampa alle 13 senza negare l’arresto di Laachraoui.
Poi arriva la smentita: non è lui l’uomo arrestato dalla direzione delle Unità  Speciali (Dsu) della polizia belga. L’uomo più ricercato d’Europa resta a piede libero.
La smentita arriva dallo stesso quotidiano che aveva dato la notizia, il belga Derniere Heure. Laachraoui è il terzo uomo che compare nella foto della videosorveglianza dell’aeroporto insieme ad altri due vestiti di nero e morti negli attacchi suicidi. Il procuratore federale ha annunciato una conferenza stampa alle 13

Nella foto dei circuiti interno dello scalo, indossa un cappello nero e una giacca chiara. Avrebbe gestito gli esplosivi e pianificato anche gli attentati di Parigi.
E’ ricercato dal 4 dicembre, fermato – sotto la falsa identità  di Soufiane Kayal – ai primi di settembre al confine austro-ungarico in compagnia di Salah Mohamed Abdeslam e Belkaid.
L’identificazione risale a due giorni fa: il suo Dna era sulle cinture esplosive utilizzate al Bataclan e allo Stade de France, il 13 novembre scorso.
Come anticipato da Repubblica gli altri kamikaze identificati dalla polizia sono i fratelli Khalid e Ibrahim El Bakraoui .
Ma la tv pubblica belga Rtbf ha scritto sul suo sito Internet che i due presunti jihadisti si sarebbero fatti saltare in aria in due posti diversi, Brahim El Bakraoui si sarebbe fatto saltare in aria all’aeroporto, L’altro, Khalid, invece, sarebbe il kamikaze che ha fatto strage nella metropolitana di Maelbeek.
Il giorno dopo il caos, cominciano le procedure di riconoscimento delle vittime. Potrebbe esserci una vittima italiana tra i morti degli attentati di ieri a Bruxelles.
La Farnesina, però, rende noto che le verifiche sono ancora in corso. L’ambasciata italiana in Belgio, secondo quanto si apprende, è in contatto con la famiglia per l’assistenza relativa alle procedure di identificazione.
“Il presidente del Consiglio ci ha informato che c’è una verifica in corso su una possibile vittima italiana” degli attacchi a Bruxelles, ha detto Maurizio Lupi all’uscita da Palazzo Chigi. E ha aggiunto che la vittima sarebbe “una donna che era dispersa”: “E’ in corso la fase di riconoscimento, i familiari sono con il console a Bruxelles. Era una donna che prendeva normalmente la metropolitana e dovrebbe essere tra le vittime della metro ma la violenza dell’esplosione ha reso le vittime irriconoscibili”, ha riferito.
Perquisizioni, controlli in strada e abitazioni private, posti di blocco. Per tutta la notte le teste di cuoio, armi in mano, hanno battuto ogni angolo della città  per una caccia all’uomo che prosegue anche in queste ore.
Secondo le ultime informazioni, che gli inquirenti stanno cercando di verificare, i tre uomini responsabili dell’attentato all’aeroporto sarebbero arrivati allo scalo con tre auto differenti: un taxi classico, una Renault Clio e un’Audi S4 nera.
Ma è la testimonianza di un tassista a rivelarsi molto preziosa. L’uomo avrebbe riconosciuto due dei tre attentatori, per averli portati all’aeroporto. Si tratta dei due uomini con una maglia e un guanto nero, ripresi dalle telecamere dello scalo, considerati i kamikaze di Zeventem. Il tassista, secondo quanto si è appreso, avrebbe riferito agli inquirenti l’indirizzo in cui ha caricato i due attentatori, affermando di essere rimasto sorpreso dal numero di bagagli che avevano con loro. L’uomo avrebbe anche costretto i due clienti a lasciare alcune valigie a casa.
Una testimonianza che avrebbe dato il via a ispezioni e perquisizioni e avrebbe permesso di ritrovare all’aeroporto una terza bomba inesplosa. Alle rivelazioni del tassista sarebbe anche legata la grande operazione di polizia iniziata ieri e proseguita tutta la notte a Schaerbeek. Durante le perquisizione sono stati ritrovati un ordigno esplosivo con all’interno chiodi, prodotti chimici e una bandiera dell’Is, mentre in serata all’aeroporto è stato trovato altro esplosivo, costringendo le autorità  a isolare nuovamente tutta la zona, per consentire agli artificieri di mettere al sicuro l’area.

(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A CASELLI: “IN UE CIRCOLANO UOMINI, BENI E DENARO, MA NON POLIZIOTTI E MAGISTRATI, SERVE UNA PROCURA EUROPEA”

Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile

“LE BR FURONO SCONFITTE SOLO DOPO ESSERE STATE ISOLATE POLITICAMENTE, LA STESSA COSA DEVE AVVENIRE NEL MONDO ISLAMICO”

“Uomini, donne, merci, beni, servizi, denari circolano liberamente in Europa. Unica eccezione, quella dei poliziotti e dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni”. Gian Carlo Caselli commenta le stragi di Bruxelles dal suo punto di vista di magistrato — ora in pensione — che ha indagato sul terrorismo e ha fatto parte di Eurojust, l’ufficio di cooperazione giudiziaria dell’Unione europea.
E spiega che per contrastare “i macellai che colpiscono i civili in modo indiscriminato” la strada è quella di potenziare al massimo la cooperazione investigativa e giudiziaria tra Stati membri.
“Si può anche inziare con un’unica struttura specializzata in terrorismo — afferma l’ex procuratore capo di Torino — ma è chiaro che l’orizzonte deve essere una Procura europea”. Chiesta oggi anche dal ministro della Giustizia Andrea Orlando.
Del resto ragiona Caselli, “il crimine organizzato, si tratti di terrorismo mafia o quant’altro, vive e opera pienamente inserito nel ventunesimo secolo perchè sfrutta tutti gli spazi che la modernità  offre. Sul fronte della giustizia, invece, siamo ancora al diciottesimo secolo. Nel senso che le frontiere nazionali restano una barriera che frena, complica a volte inceppa le indagini”.
Con gli strumenti disponibili oggi che cosa è possibile fare per coordinare la lotta al terrorismo?
Alcuni primi passi su coordinamento e norme antiterrorismo comuni sono stati fatti. Rispetto ai fenomeni e ai delitti che coinvolgono più stati, come le tragedie di Bruxelles e Parigi, è possibile creare squadre investigative comuni (previste da una decisione quadro del Consiglio d’Europa del 2002 e ratificate in Italia soltanto il mese scorso, ndr) formate da poliziotti, magistrati ed eventualmente rappresentanti di Eurojust di ogni stato interessato. La novità  importante è che le prove ovunque raccolte valgono in qualunque Paese il processo venga poi celebrato. Mi pare che la squadra franco-belga messa in campo dopo gli attentati di Parigi si muova nella direzione giusta
Dopo le stragi di stamattina a Bruxelles c’è chi chiede l’istituzione di una Procura europea. Nel suo ultimo libro, “Nient’altro che la verità ” (Piemme), sottolinea che il coordinamento tra le diverse procure interessate dagli omicidi delle Brigate rosse, realizzato all’epoca in modo spontaneo al di là  dall’ordinamento, fu determinante per sconfiggere il terrorismo.
La gravità  e la frequenza di questi attentati — Papa Francesco ha parlato di ‘schegge di una terza guerra mondiale’ — rischia di rendere insufficiente il semplice cooordinamento tra Stati membri. Ci vuole un’integrazione sul piano legislativo, delle magistrature, delle polizie. La procura europea è un passo necessario, dato che Eurojust si limita appunto al coordinamento dell’attività  giudiziaria.
Le differenze sono molte ed evidenti, ma vede qualche punto di contatto tra il terrorismo italiano degli anni Settanta-Ottanta e quello attuale di matrice jihadista, soprattutto dal punto di vista del contrasto?
Rispetto ad attacchi come quello di oggi a Bruxelles non parlerei di terroristi, estremisti, fanatici, ma brutalmente di macellai. La parola mi sembra adeguata alla spietatezza degli attentati. Il terrorismo brigatista era diverso, selettivo, non colpiva nel mucchio. Nel nostro Paese la macelleria che colpiva nel mucchio era di matrice fascista, quella delle stragi, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna. I responsabili erano pochi e ben protetti dagli apparati. Per attacchi come quello di Bruxelles non parlerei di terroristi, estremisti, fanatici, ma brutalmente di macellai
Lei sottolinea sempre come il terrorismo di allora sia stato sconfitto anche politicamente e culturalmente, prima che con la repressione, perchè i brigatisti furono isolati anche a sinistra. Vede paralleli possibili con il terrorismo di oggi?
In una grande città  sono infinite le possibilità  di mimetizzazione di terroristi disposti a trasformarsi in macellai. E crescono se il milieu, l’acqua in cui nuotano, è caratterizzato da compiacimenti, connivenze, contiguità , alleanze. Questo può avvenire per mille ragioni storiche, etniche, religiose, di mancata integrazione. Il solo contatto che vedo con la storia italiana è il favore di cui le Br del primo periodo hanno goduto grazie a teorie folli come i ‘compagni che sbagliano’, ‘nè con lo Stato nè con le Br’. Tanta benzina nei loro motori. Il milieu di cui abbiamo detto può svolgere oggi un ruolo simile. Ho l’impressione però che si limiti a dire ‘compagni’, senza aggiungere ‘che sbagliano’.
Dunque che cosa suggerisce per combattere questo terrorismo? Sarebbe utile una collaborazione con le comunità  musulmane in Italia
Soluzioni in tasca non ne ha nessuno. L’esperienza con le Brigate rosse insegna che decisivo è stato l’isolamento politico del terrorismo. Con Br e Pl ci sono voluti circa cinque anni, spartiacque sono stati gli omicidi del sindacalista Guido Rossa e di Aldo Moro. Si spazzarono via le ambiguità , le sciocchezze propagandate da tanti cattivi maestri, noti e sconosciuti, che fomentavano la violenza anche se per sè preferivano l’”armiamoci e partite”. Il fatto che Salah sia stato arrestato lì da dove era venuto, tra le proteste della popolazione locale, la dice lunga. Questo rende difficile la strategia dell’isolamento politico. Dunque è fondamentale il contributo e la collaborazione con il mondo islamico e i suoi intellettuali. Le parole di chi appartiene alla stessa cultura e tradizione di fondo possono fare più presa. Salah è stato arrestato lì da dove era venuto, tra le proteste della popolazione locale
Spesso la politica opta invece per il muro contro muro.
Un pericolo incombente che rende il contrasto ancora più impervio è che si scateni la caccia al diverso. Anche se nato come francese o belga, ma in una famiglia di origini arabe. La caccia al diverso è un problema. La sicurezza è necessaria, dobbiamo prepararci a restrizioni per averne un po’ di più, ma non deve diventare una specie di altare su cui sacrificare tutti il resto, i diritti. Senza diritti non c’è giustizia, senza giustizia non c’è pace. Dall’ingiustizia nascono violenza, rabbia, fino alla macelleria. In ogni caso, la cooperazione internazionale non è facile se sullo sfondo c’è una confusione così grave. Putin, Assad, Erdogan, Arabia Saudita.. sono i nostri alleati per esportare la democrazia? Non sono soggetti propriamente democraci. E l’Arabia Saudita, addirittura, fornisce armi e soldi agli estremisti
Dalla sua ultima esperienza come procuratore capo a Torino, come valuta il rischio terrorismo in Italia?
Di certezze non se ne possono avere. Una relativa sicurezza la offrono la nostra intelligence, la polizia, la magistratura. Perchè funzionano bene in base a specializzazione delle competenze e centralizzazione delle informazioni.

Mario Portanova
(da “il Fatto Quotidiano“)

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“INUTILE BLINDARE AEROPORTI E CITTA’, SE VOGLIONO, UCCIDONO LO STESSO”: L’ANALISI DELL’ESPERTO DELL’ISPI

Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile

VARVELLI: “OCCORRE RICOSTRUIRE STATI PLURALISTI IN MEDIO ORIENTE, IL TERRORISMO VA FERMATO ALLE ORIGINI”

“Ne ho parlato tanto, ma oggi l’ho vissuto quasi sulla mia pelle. Ho ancora addosso l’angoscia e tuttavia non credo affatto, come si sente dire in queste ore, che dobbiamo rassegnarci a rinunciare alla nostra libertà , militarizzando strade e aeroporti”.
A parlare è Arturo Varvelli, ricercatore dell’Ispi che si occupa di politica internazionale e terrorismo, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo. Era a Bruxelles quando è circolata la notizia dell’attacco, atteso a un convegno sul radicalismo organizzato dall’Ispi e da due think-tank europei. “Venendo in centro incontravamo persone sconvolte, alcune arrivavano dalla metropolitana ed erano state partecipi dell’attacco, le lacrime, chiamavano a casa per dire che stavano bene. Non si riusciva a parlare, le linee erano occupate”.
Che idea si è fatto dell’attacco?
“Che certo può essere una risposta all’arresto di Salah, ma certamente era stato preparato da tempo. Un attacco simile richiede una preparazione che supera i tre giorni. Forse lo hanno semplicemente anticipato per evitare di essere “bruciati” da Salah o da chi è nel mirino degli inquirenti. Sempre che Salah fosse al corrente di ciò, perchè mi pare che la rete di connivenze di cui godesse, capace di tenerlo nascosto per quattro mesi, sia molto ben organizzata e ampia. C’è una parte di comunità  che è molto omertosa e partecipa di questa decisione, o anche solo intimorita, per cui chi sa non denuncia per paura di ritorsioni da parte di qualcuno della comunità  stessa. Capiamo anche in quale tensione vive questa parte di comunità . Poi c’è una rete di “facilitatori”, di persone insospettabili che si adoperano. E’ qualcosa che noi, tutto sommato, conosciamo bene perchè vicina all’omertà  tipica delle zone mafiose”.
Lei sarebbe dovuto partire da quell’aeroporto proprio oggi. Immaginava potessero colpire lì?
“All’aeroporto, come si sa, i controlli sono nella fase post, l’attentato è stato fatto agli ingressi. Mi chiedo come si fa a militarizzare completamente un aeroporto, una città , una civiltà . Non penso che questo sia possibile e in ogni caso, anche se ci riuscissimo, saremmo comunque esposti altrove: nei mercati, per le strade, nei porti, nei palazzi. Non si può pensare di militarizzare una società . Bisogna fare prevenzione, è un problema che si trascinerà  per tempo. Non lo risolviamo domattina, non militarmente ma mettendo a fuoco che la questione culturale è prioritaria su tutte le altre”.
Non è la prova che è venuto il momento di intervenire contro lo Stato Islamico che tutto può fare tutto?
“Possiamo anche dire che facciamo un intervento armato che smantella lo Stato Islamico, come è stato detto da Putin e da altri. Ma bisogna considerare che ci mettiamo i famosi “boots on the ground”, e chi è disposto a farlo realmente? Questo proprio non si sa. Ma anche questo non risolve il problema perchè lo estinguiamo lì ma poi rispunta altrove, in altre parti del mondo. E che facciamo, interveniamo in tutto il mondo? Dalla Siria alla Libia, dalla Nigeria all’Iraq, allo Yemen?”.
Allora ci arrendiamo. Ci rassegniamo al fatto che si parta senza sapere se arriva…
“Certo, non si può neppure negoziare, perchè non si si negozia sui nostri principi vitali. Bisogna tenere la barra dritta, sapere quali sono gli obiettivi di lungo termine. Non prendere decisioni controproducenti rispetto a quelli. Il primo è ricostruire stati in Medio Oriente che siano inclusivi e pluralisti il più possibile, che non significa necessariamente esportare la nostra democrazia con le baionette. Se guardiamo le mappe degli stati falliti e in via di fallimento e quelli che non controllano il loro territorio e la mappa delle insorgenze terroristiche si sovrappongono completamente. Non solo guerra ma, se viene fatta, che sia con la finalità  di ricostruire quel tipo di stati, con la finalità  inclusiva. Più ci sono parti escluse e più avremo possibilità  di avere formazioni terroristiche. Il terrorismo di Isis, per dire, si alimenta dell’esclusione dei sunniti nel Medio Oriente, sostanzialmente Isis si è fatto paladino dell’islam sunnita. E noi gli stiamo permettendo di farlo: quale alternativa stiamo dando? Bisogna essere più sottili e intelligenti di loro. Poi bisogna combatterli con gli strumenti della civiltà  di cui disponiamo se vogliamo che prevalga la nostra da noi”.
Dove stiamo sbagliando, che ci colpiscono e noi sembriamo disarmati?
“Questa è la nostra percezione. Loro pensano che siamo noi a colpirli e loro disarmati e inermi, altrimenti non sarebbe nato Al Qaeda prima e l’Isis dopo, loro si nutrono di questa percezione che abbiamo noi di essere colpiti, impotenti e innocenti e di morire nelle nostre metropolitane e nei nostri aeroporti. E’ lo stesso atteggiamento mentale che ha parte della comunità  islamica araba nei nostri confronti. Ci pensano e ci narrano come gli aggressori. I terroristi si nutrono di questo e vogliono che noi percepiamo lo stesso identico atteggiamento. Il terrorismo è un messaggio politico, è comunicazione politica. Vogliono destabilizzarci. Per questo la nostra risposta deve essere un po’ più articolata e intelligente di quella di semplice pancia”.
Chiudere le frontiere, come si è detto, è una soluzione?
“No. Certo, i terroristi possono arrivare anche tramite i canali dell’immigrazione clandestina ma mi pare che i potenziali terroristi ce li abbiamo già  in casa. Perchè dobbiamo guardarci da quelli che arrivano da fuori quando il problema è già  dentro? Salah abita e vive in questo ambiente da anni, non è arrivato l’altro giorno. Stiamo parlando di persone che si radicalizzano nei nostri ambienti. Quindi in realtà  c’è qualcosa nel nostro ambiente che deve essere ripensato e rivisto e deve far sì che la nostra società  sia percepita realmente come inclusiva di queste persone. E queste persone devono fare a loro volta uno sforzo di integrazione. Dobbiamo anche essere più fermi nel rispetto dei valori universali. Non sono incompatibili con l’Islam che non è lo Stato Islamico, che è un fazzoletto, una declinazione”.
Noi come siamo messi?
“Abbiamo fatto passi avanti relativamente alla nostra intelligence, alla nostra capacità  di capire il fenomeno. Ovviamente bisogna fare molto di più e tutto questo non vuol dire che domattina purtroppo non possa esserci un attentato in Italia. Per compiere un attentato ormai non ci vuole molto. Penso tutto sommato che il caso belga sia piuttosto sfortunato per il numero di foreign fighters, cioè di persone pro capita che sono partite dal Belgio e sono andate a combattere e lì si sono radicalizzate. In Italia mi pare che siamo un po’ più fortunati o forse siamo ancora in tempo perchè le nostre seconde e terze generazioni stanno nascendo ora. Ora ragazzini che provengono da famiglie di immigrati stanno iniziando   a crescere in Italia. E ora non bisogna sbagliare le mosse”.
Torniamo all’aeroporto, il punto più presidiato d’Europa. Dovremo rinunciare ancora alla nostra libertà  personale?
“Beh hanno colpito fuori dalle aree di check-in che ancora non sono sottoposte ad alta intensità  di controllo. Come le stazioni. Ma poi ci sono i bar, i teatri. Che facciamo? Non possiamo militarizzare un Paese e io non ho alcuna intenzione, come penso tutti noi, di privarci de nostro stile di vita e della nostra libertà . Quindi naturalmente parliamo di un fenomeno che è molto aggressivo in questo momento e che io ho vissuto stamattina sulla mia pelle quasi. Ma è ancora limitato, bisogna ragionare con la testa e non con la pancia. Non si può rinunciare a quello che siamo. Dobbiamo cercare di essere tutti più consapevoli e allertati e mettere chi fa sicurezza nelle condizioni di farlo, certo smettere di strumentalizzare questa situazione soffiando nella battaglia politica questi avvenimenti. Chi lo fa non va nella direzione dell’interesse nazionale che non è certo quello di alimentare il fuoco ma di spegnerlo spezzando i fronti dando insieme segnali di forza e di civiltà  insieme”.

Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IDENTIFICATI DUE KAMIKAZE E IL TERZO UOMO IN FUGA, PROBABILE UN’ ITALIANA TRA LE VITTIME

Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile

IL COVO SCOPERTO GRAZIE A UN TASSISTA… IL TERZO RICERCATO E’ L’ARTIFICIERE DEGLI ATTACCHI A PARIGI…LA FARNESINA: “SIAMO IN CONTATTO CON FAMIGLIA PER IDENTIFICAZIONE”

Il giorno dopo il caos, cominciano le procedure di riconoscimento delle vittime. Potrebbe esserci una vittima italiana tra i morti degli attentati di ieri a Bruxelles.
La Farnesina, però, rende noto che le verifiche sono ancora in corso.
L’ambasciata italiana in Belgio, secondo quanto si apprende, è in contatto con la famiglia per l’assistenza relativa alle procedure di identificazione.
Le autorità  belghe hanno identificato i fratelli Khalid e Ibrahim El Bakraoui, 27 e 30 anni, i due kamikaze che ieri si sono fatti saltare in aria all’aeroporto di Zaventem, dove sono morte 20 persone.
Erano noti alle autorità  come esponenti della criminalità , ma non per fatti legati al terrorismo.
Il terzo uomo — che compare nella foto con i due e che risulta attualmente ricercato — è Najim Laachraoui, ritenuto l’artificiere degli attacchi di ieri ma anche di quelli del 13 novembre a Parigi.
Anche lui, quindi, come Salah Abdeslam — che però è stato catturato il 18 marzo — ha finora trascorso oltre quattro mesi da latitante nascondendosi a Bruxelles.
L’identità  degli attentatori è stata scoperta grazie al tassista che li ha portati ieri in aeroporto, sorpreso dal fatto che i kamikaze gli avessero impedito di toccare le loro valigie.
E’ stato lui a condurre gli inquirenti nel covo di Schaerbeek, da dove erano partiti, e dove ieri è stata trovata una bomba con dei chiodi, prodotti chimici e una bandiera dello Stato Islamico.
Ancora nessuna notizia, invece, dei responsabili dell’attacco alla metro, dove sono morte 11 persone.
I kamikaze e il terzo uomo in fuga
Khalid aveva preso in affitto sotto falsa identità  l’appartamento del 60 rue du Dries a Forest dove si era verificata la sparatoria con la polizia e dove erano stati ritrovate le impronte di Salah Abdeslam, uomo delle stragi di Parigi arrestato nei giorni scorsi a Bruxelles dopo quattro mesi di latitanza.
Nell’immagine delle telecamere di sorveglianza dello scalo, i due fratelli indossavano un guanto nella mano sinistra, sotto il quale nascondevano il detonatore.
E’ invece ancora ricercato l’uomo che era al loro fianco e che indossava un cappello. Laachraoui, nato il 18 maggio 1991 era partito per la Siria a febbraio 2013 ed era con Salah, in una Mercedes in affitto, quando furono fermati il 9 settembre 2015, due mesi prima degli attentati del 13 novembre, alla frontiera tra Ungheria e Austria. Erano assieme a Mohammed Belkaid, l’uomo ucciso nel blitz della polizia a Forest, tre giorni prima dell’arresto di Abdeslam.
Il ruolo chiave del tassista
I fratelli El Bakraoui e Laachraoui hanno raggiunto lo scalo a bordo di un taxi: le immagini di videosorveglianza mostrano i tre insieme che spingono i carrelli con sopra le loro valigie, contenenti gli esplosivi, prima di separarsi nella hall delle partenze.
Le stesse immagini mostrano il terzo uomo, attualmente ricercato, abbandonare il suo carrello prima di darsi alla fuga. A dare preziose informazioni agli inquirenti diverse ore dopo le esplosioni a Zaventem è stato il tassista che ha portato all’aeroporto almeno una parte del commando di terroristi.
L’uomo ha soprattutto comunicato alle forze dell’ordine che il numero di bagagli trasportato dai clienti non corrispondeva agli ordigni esplosi. Questo ha immediatamente fatto scattare le ricerche nello scalo con il ritrovamento successivo di un ordigno non esploso poi neutralizzato dagli artificieri.
L’uomo inoltre ha potuto fornire l’indirizzo di Scharbeek dove aveva prelevato i suoi passeggeri consentendo così le perquisizioni che hanno portato al ritrovamento di sostanze chimiche e di un ordigno esplosivo contenente chiodi.
Non tutti i bagagli erano stati imbarcati dal tassista perchè nell’auto non c’era più posto, si legge sul sito della Derniere Heure. Oltre al taxi l’inchiesta si focalizza su altri due veicoli che sarebbero stati usati dal commando, una Renault Clio e un’Audi nera S4.
Le vittime degli attentati
Gli attacchi in aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles hanno causato la morte di 31 persone e il ferimento di altre 250. Il sito della televisione belga Rtbf precisa però che si tratta di cifre provvisorie.
Una cittadina peruviana di 36 anni è stata intanto identificata formalmente come una delle persone rimaste uccise negli attentati rivendicati dallo Stato Islamico. L’informazione è stata comunicata dal ministero degli Esteri peruviano. La donna, residente a Bruxelles da sei anni, si trovava all’aeroporto. Era in compagnia del marito e delle due figlie, una delle quali è rimasta ferita dalle schegge, ha dichiarato a Lima alla stampa il fratello della vittima.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL BELGIO E’ UNO STATO FALLITO E ALCUNI ALLEATI CI STANNO TRADENDO

Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile

LA SICUREZZA COLABRODO DEL BELGIO E LA NECESSITA’ DI UN CAMBIO DI PASSO TRA INTELLIGENCE… CHI FINANZIA IL TERRORISMO ?

Non un attentato qualunque. Nell’attacco a Bruxelles ci sono tre indicazioni che, se si vuole finalmente fare sul serio, l’Europa può usare per prendere un nuovo corso di azione contro il terrorismo.
1) Il Belgio si è confermato oggi, come del resto molti ripetono sottovoce da mesi, uno stato fallito. Proprio così viene detto nei giri diplomatici e di intelligence: fallito esattamente come si dice per la Siria o l’Iraq. Spiacevole dirlo, ma vero.
Nonostante gli aiuti di analisi e di logistica, di appoggi militari e di intelligence da parte di mezza Europa , Francia, Inghilterra, Germania, e Stati Uniti, il governo di Bruxelles non è stato in grado di identificare e ancor meno fermare la macchina terroristica saldamente piantata nelle sue visceri.
Una falla enfatizzata da una coincidenza (ma esistono le coincidenze in tali materie?): lunedì mattina, cioè 24 ore prima degli attacchi in Belgio, il New York Times ha pubblicato il rapporto di 55 pagine stilato dalla polizia francese sui fatti del Bataclan.
Un rapporto che ha fatto il giro del mondo e che, proprio nelle ore in cui il Belgio festeggiava con una certa precipitazione la cattura del primo pentito Isis, scoperchiava una realtà  peggiore di quel che si sia fin qui saputo.
A partire dal numero – in quel rapporto si parla di ben 90 foreign fighters ritornati in Belgio, descrive una organizzazione che si appoggia a legami familiari vasti (cugine, amici, case ospitali) e a una rete operativa molto sofisticata.
C’è ad esempio il sofisticato uso di strumenti di comunicazione: dalle casse piene di telefonini ancora in buste di plastica ritrovati nei covi, alle informazioni con codice criptato che vengono passate e che non sono mai state intercettate.
Un sopravvissuto del Bataclan ha raccontato ad esempio di aver visto uno dei terroristi aprire il suo portatile e lavorare su uno schermo dove passavano solo righe di numeri.
E c’è il problema degli esplosivi, racconta il rapporto francese: vero che le bombe sono fatte con materiali in commercio, ma sono instabili e hanno bisogno di essere preparate e tenute in un ampio spazio.
Hanno bisogno insomma di esperti e di una logistica seria.
Come è possibile che una realtà  così complessa non sia stata scoperta, nonostante l’impegno di tutte le intelligence europee?
I francesi senza tanto mascherarlo, puntano il dito sul Belgio, sulle sue lentezze e la sua mancanza di convinzione: una delle vicende segnalate è che una volta una indicazione sospetta è stata fatta cadere perchè in Belgio è illegale perquisire una abitazione privata dalle 21 alle 5 del mattino.
Furbizia, mancanza di attenzione, questa belga? Appare in verità  solo una enorme sottovalutazione.
2) Il doppio giro di attentati messo in atto per modalità  e tempistica rende evidente una preparazione militare di alto livello. Che punta all’esistenza di una organizzazione forte, con capacità  logistiche serie, e con una regia che conosce molto bene tecniche e tattiche di guerra.
Ci troviamo di fronte a un gruppo che a 48 ore dalla cattura della sua primula rossa, cioè da quella che era stata subito venduta come una sconfitta della rete terrorista in Belgio, l’arresto di Abdelaslam, è stata in grado di attaccare su due fronti negli stessi chilometri quadrati che a parole erano stati messi in sicurezza.
È stata in grado cioè’ di mettere in campo subito un gruppo di combattenti, appoggi logistici, armi ed esplosivo per i nuovi attentati ed è stata in grado di piazzarli senza che venissero scoperti, nel pieno cuore di una città ‘ militarizzata.
Tutto questo punta all’esistenza di una regia, di una forte tattica, di una enorme preparazione, e, non ultima, di una grande agibilità  sul territorio.
Altro che giovani mussulmani disaffezionati dalla vita di periferia, branco di giovani lupi allo sbando, gruppetti di amici.
Da tutto quello che si è visto a Bruxelles possiamo dire che in Europa opera un vero e proprio nuovo fronte militare.
3) Chi finanzia questo fronte? Operazioni quali quelle che abbiamo descritto, e che non sono appunto raccolte occasionali di estremisti, richiedono un finanziamento sostenuto nel tempo e nel volume.
O vogliamo davvero immaginare che questi terroristi di ritorno si mantengano con lavoretti o ospitalità  di famiglie o la carità  della beneficenza delle locali moschee? Macchine, armi, spazi in affitto, viaggi. Qualcuno paga.
Così come qualcuno paga la enorme rete dell’Isis nei territori che occupa: oppure davvero vogliamo credere che la gestione di parte di Iraq e Siria, l’organizzazione di spedizioni in Libia e di attentati in Europa, siano finanziati solo dal traffico illegale di petrolio, antichità ‘ e prostituzione? Qualcuno paga e sono finanziamenti che solo entità  statali possono fornire.
Queste tre indicazioni possono darci a loro volta tre risposte sull’immediato fare.
1) Come è’ accaduto in Belgio, il nostro maggior rischio oggi è quello di sottovalutare la forza militare, politica e organizzativa del fronte che ci sta attaccando. È ora di fare una seria rimessa a punto delle nostre analisi e prendere le nuove misure.
Il fronte europeo è chiaramente, profondamente organico a quello che si muove in Siria o in Libia. Quando si dice siamo in guerra non è un modo di dire. Ma per l’Europa va chiarito se il circuito Belga è l’unico o se ce ne sono altri.
L’intelligence europea inclina per la seconda opzione
A Londra nelle scorse settimane è trapelato un allarme degli Interni secondo il quale gruppi terroristici potrebbero oggi essere in grado di mettere in atto fino a 10 attacchi contemporanei nella capitale Inglese mandando in tilt ogni apparato di sicurezza. E Parigi appare altrettanto allarmata.
2) Più uomini nelle strade è una risposta efficace?
Il caso del Belgio prova esattamente di no: Bruxelles è da mesi blindatissima ma i terroristi hanno continuato a proliferare.
Finora l’unica arma risultata efficace è l’intelligence, quella minuta, semplice,estesa fino alle conoscenze minime delle abitudini dei cittadini.
È’ arrivato il momento di far fare un salto al coordinamento di informazioni e operatività  dei vari paesi europei. Costerà  tanto i termini di libertà ‘ individuali di tutti. Ma è’ meglio di mobilitare apparati militari da noi come su altri fronti.
3) È ora che si indichi anche il vero nemico politico che ce’ dietro il terrorismo. Cioè’ che si facciano i nomi degli stati che finanziano questo progetto per i loro fini di dominio. Sappiamo chi sono.
Sono nostri alleati, ufficialmente. Ma questa ambiguità ‘ diplomatica va rotta.
Il costo è alto, e non solo in termini di affari. Il rischio di rotture internazionali interstatali acuisce il pericolo di una precipitazione globale ma se non si chiariscono gli schieramenti di questa guerra, non riusciremo certo a costruire strategie di difesa.
Certo, nulla di tutto questo è facile. È’ arrivato il momento di un cambio di passo.
Il prezzo è’ molto alto. Ma la politica dello struzzo non allontanerà  il pericolo.

Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)

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L’ANALISI DI IACOVINO (CESI): “OPERAZIONE ACCELERATA DOPO L’ARRESTO DI SALAH”

Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile

L’ESPERTO: “MANCA COORDINAMENTO TRA INTELLIGENCE EUROPEE”… “L’ITALIA E’ DEBOLE SULLE FORZE DI INTERVENTO RAPIDO, FORTE SU CONTROLLO DEL TERRITORIO E COORDINAMENTO”

“L’attentato a Bruxelles per certi versi è peggio di quelli di Parigi. Dimostra quanto sia capace la rete dello Stato Islamico in Europa. E’ una minaccia evoluta, è la dimostrazione di forza di una rete europea che in barba a tutti i controlli e tutte le indagini riescono a organizzare un attentato nel cuore dell’Europa e nel punto più presidiato di tutti: l’aeroporto”.
Parola di Gabriele Iacovino, coordinatore degli analisti del Centro Studi Internazionali (CeSi) che a caldo dopo gli attacchi ragiona della forza degli aggressori e della debolezza degli aggrediti, anche in Italia dove — dice l’esperto — “siamo molto deboli su alcune cose come le forze di intervento rapido ma forti su altre, come il controllo del territorio e il coordinamento delle intelligence”.
Perchè hanno colpito ora, una rappresaglia per l’arresto di Salah?
“Da un’analisi rapida e sommaria sulle poche notizie che abbiamo di fatto questo attentato dovrebbe essere stato organizzato da tempo perchè non si può improvvisare un attacco con esplosivi in una città  come Bruxelles in pochi giorni. Quindi un attentato preparato da tempo, ma la tempistica dell’esecuzione è stata decisa dopo l’arresto di Salah, anche e forse perchè di fatto i terroristi hanno avuto il timore che potesse dare informazioni su questo attentato o chi lo stava per compiere. E quindi bruciare tutta la preparazione che questo attentato aveva richiesto”.
Cosa vogliono dimostrare?
“Destabilizzare, minare il nostro senso di sicurezza, certo. E per certi versi ci sono riusciti perchè questo attacco ci costringe a chiederci: come è possibile che in un periodo come questo, dove il Belgio dovrebbe essere sottosopra per cercare Salah, di fatto sia stato possibile organizzare un attentato del genere? Un attacco che è addirittura è un passo avanti di metodologia rispetto a Parigi? Qui non si parla nuovamente di attentatori che si mettono a sparare in mezzo alla strada con dei kalashnikov reperiti sul mercato nero. No, qui stiamo parlando di bombe, esplosivi. Ormai siamo abituarti a pensare alle bombe come qualcosa di semplice che si costruisce in casa guardando il bigino su Internet. Non è così, c’è bisogno di un’expertise, di una conoscenza, di una preparazione e capacità  di gestire determinati materiali. E poi di trasportarli. Stiamo parlando di trasportare degli ordigni di martedì mattina nei punti nevralgici della capitale d’Europa”.
Come si fa a bucare la sicurezza al suo massimo livello?
“Di fatto è semplice perchè se io e lei abbiamo una valigia possiamo andarci ovunque, ma è quello che c’è nella valigia che è complicato. Quindi, da una parte expertise, dall’altra capacità  di movimento, inoltre di mettere a sistema una rete per creare un attacco del genere, perchè stiamo di nuovo parlando di un attacco congiunto su vari posti anche lontani tra loro, perchè l’aeroporto è a 15 km dal centro di Bruxelles. Quindi di cellule coordinate con operativi, logistica, comunicazione e ospitalità  perchè poi bisogna anche nascondersi, come ben dimostra lo stesso Salah. La cosa che in questo momento fa venire ancor di più i brividi è come questo sia possibile quando l’attenzione era massima perchè si cercava un terrorista. Quindi quando c’era più difficoltà  negli spostamenti, perchè c’era sempre la polizia, c’era più difficoltà  nelle comunicazioni perchè di fatto si stava in ascolto. Anche la rete, probabilmente, doveva essere ben protetta perchè di fatto si sono mossi quando le attenzioni delle forze dell’ordine erano altissime”.
Com’è possibile colpire addirittura l’aeroporto, cioè un punto sensibile per definizione?
“Il sistema di sicurezza occidentale degli aeroporti è focalizzato sulla sicurezza dei velivoli, è un retaggio degli anni Settanta. Infatti io e lei facciamo i controlli dopo, per andare agli imbarchi. Mentre se andiamo in altri paesi, più difficili come Algeria, lo stesso Pakistan ma anche in Ucraina di fatto si fanno controlli con il metal-detector all’ingresso dell’area del check-in, infatti a Bruxelles l’ordigno è esploso proprio lì dove di fatto non ci sono controlli per entrare. E questo significa esporre il fianco da parte nostra, da parte dei terroristi sfruttare la falla in un sistema di sicurezza. Il problema è che il terrorismo colpisce la nostra vita quotidiana. E inevitabilmente in quella ci sono delle falle nella sicurezza. Perchè sennò non potremmo fare nulla”.
Cosa ci dice allora questo attentato in aeroporto?
“Che bisogna portare la barriera “oltre”. Pensi ai treni che fanno della velocità  la loro punta di diamante. Perchè se devo perdere tempo per accedere al treno, a questo punto prendo l’aereo che ci mette di meno. E’ lo stesso concetto: perchè non entrare in stazione con un ordigno? E’ veramente difficile fermare gli attentati una volta che sono stati posti in essere. Il punto fondamentale è cercare di prevenirli mettendo a sistema tutte le informazioni della rete di polizia e di intelligence, l’apparato di sicurezza di uno Stato o più Stati. E’ questa la vera sfida che di fatto in Europa, al pari della sfida politica, sta per essere persa: il coordinamento di tutte le intelligence europee è un punto fondamentale e non sta funzionando. Siamo lontanissimi. Se pensa che l’11 Settembre Cia ed Fbi non si sono mai parlati e sono dello stesso stato. Si figuri in Europa, è difficile”.
Ma sono i radicalizzati che sono troppi e difficili da controllare o le autorità  belghe ancora una volta dimostrano di non essere in grado?
“Da una parte è un fenomeno difficile da controllare. Perchè di fatto stiamo parlando di cittadini europei, di trovare l’ago in un pagliaio. Ma è al difficoltà  intrinseca del lavoro dell’agenzia di sicurezza. Di fatto però abbiamo visto da una parte, tra Parigi e Bruxelles che comunque chi organizza questi attentati ha degli spazi di manovra. E dove li trova? In quartieri dove le forze di polizia non entrano, se non sparando. Le banlieue parigine, le periferie di Bruxelles, dove per entrare di fatto devi sparare. Una situazione sui generis. In Italia, ad esempio, non ci troviamo di fronte a questi casi se non per altri fenomeni criminali. Nulla accade a caso: se c’è la possibilità  di organizzare qualcosa, io vado dove è più facile organizzarlo. Quindi in quelle regioni”.
Cosa è cambiato rispetto ad Al Qaeda?
“E’ cambiato il messaggio, più patinato e potente, del Califfato, di Daesh e dello Stato Islamico. Il messaggio di radicalizzazione di Al Qaeda non era così forte. Quella di Bin Laden era un’agenzia di sevizi, finanziava, supportava, preparava. Lo Stato Islamico lavora anche sull’identità , sull’appartenenza e un messaggio molto più “accogliente” per coloro che intendono ingaggiare la guerra santa o non si sentono participi della società  europea. E questo ha allargato e moltiplicato i recettori del messaggio che si fa più forte, suggestivo, pervasivo soprattutto nei giovani. Anche perchè raggiungere la Siria è molto più facile che andare in Afghanistan. Basta andare in Turchia, prendere l’auto e in un paio di giorni sei lì, dove c’è una palestra pronta per la radicalizzazione da mettere a frutto al rientro, perchè grazie al passaporto è facile andare come tornare”.
Italia. Come siamo messi?
“E’ vero che oggi siamo più esposti per un ritrovato impegno del nostro Paese in Libia. Ma è anche vero che sarebbe stato difficile starne fuori di fronte a una minaccia così totalizzante come il Daesh. Siamo tutti occidente ai loro occhi. E tuttavia l’Italia ha una forza nella sua rete di polizia che non ha eguali in Europa. Un po’ perchè siamo ridondanti e pletorici, per cui ci piace avere 5 numeri di emergenze. Ma a quei numeri rispondono varie autorità  e il fatto stesso di avere polizia e carabinieri di permette di avere un controllo del territorio maggiore della gendarmeriè in Francia o la polizia belga. La rete urbana della polizia e quella extraurbana dei carabinieri è comunque una rete estesa che non ha pari in Europa. Quindi non è che siamo al sicuro grazie a questo. Però di fatto come facevamo prima distinguo sulla capacità  di questi gruppi che trovano in alcuni quartieri lo spazio d’azione, dobbiamo anche dir e che di fatto in Italia abbiamo una situazione diversa. Non necessariamente migliore, ma diversa”.
Certo, la minaccia è così multiforme che di fatto è difficile dire che siamo sicuri…
“Però accanto a quel modello esteso di controllo de territorio, noi abbiamo uno strumento che di fatto in Europa non ha nessuno: il ‘Casa’, comitato di analisi strategica antiterrorisimo. E’ un comitato di cooperazione composto da tutti i servizi di intelligence italiani e tutte le forze di polizia che uno o due volte la settimana si mettono al tavolo e mettono a sistema tutte le informazioni. Detta così sembra banale, ma di fatto non succede altrove. Nel mondo dell’intelligence il problema spesso non è trovare l’informazione, ma condividerla e metterla a sistema. Se lei ha un pezzo e io un altro dell’informazione ma non vengono uniti, sono entrambe inutili. Da sole non significano nulla, insieme risolvono il problema. A questo serve il ‘Casa’”.
La grande minaccia per l’Italia?
“In questo momento arriva dalla radicalizzazione dei Balcani. Sono un territorio poco controllato, dove la radicalizzazione è forte ma anche la malavita con i mercato nero delle armi. E’ come se fosse la nostra banlieue separata da un mare che ci divide però se prendiamo un traghetto ad Ancora per andare a Spalato non ci controlla nessuno. E negli ultimi tempi diversi servizi giornalistici hanno documentato come intere cittadine abbiano offerto ospitalità  ai radicalisti islamici”.
Che dobbiamo fare come Italia?
“Continuare con il lavoro finora svolto. Cercare di capire quali sono i buchi nella sicurezza. Noi ad esempio abbiamo un gap forte sulle forze di intervento rapido della polizia. Da una parte abbiamo i Nocs, i Gis dall’altra ma sono gruppi ristretti che non possono fare il lavoro su tutto il territorio italiano. Questo sulla fattispecie “Bataclan”, quindi sulla sparatoria. I discorso degli attentati terroristici è soprattutto un lavoro forte di coordinamento di intelligence. Perchè una volta che si è messo in moto l’attentato è difficilissimo fermarlo, anche se dispieghi soldati e polizia in forze. Ovviamente anche il nostro concetto di sicurezza negli aeroporti e nelle stazioni dovrà  cambiare ed evolvere e in primis noi cittadini dobbiamo capire che per la nostra sicurezza dobbiamo fare una fila in più. Dobbiamo capire che anche al check-in dobbiamo fare controlli: siamo disposti?”.

Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)

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CACCIA AI TERRORISTI, CINQUE SOSPETTATI, QUATTRO NELLA RETE DI SALAH

Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile

DUE ERANO GIA’ FUGGITI NEL CORSO DELL’ARRESTO DEL SUPER-RICERCATO… I DUE NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE I FRATELLI EL-BAKRAUOI

Caccia all’uomo senza sosta a Bruxelles, con le piste delle indagini post-Parigi e quelle degli attentati odierni nella capitale belga che si intrecciano, con nomi e volti che ritornano, identikit che si sommano, foto che circolano a velocità  vertiginosa.
Cinque sono le persone sospettate dalla polizia di Bruxelles per le stragi all’aeroporto e del metrò. Due i fermi , ma di individui forse non coinvolti nell’attentato.
Sono stati bloccati a un paio di chilometri della stazione metro di Maelbeek, alla Gare du Nord della capitale belga.
Le indagini messe in campo dalle autorità  belghe dopo lo sconvolgente risveglio di Bruxelles, devastata dalle esplosioni all’aeroporto di Zaventem e nella metropolitana, si sono concentrate su cinque individui.
E tutto parte dalle immagini delle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto. La polizia ha diffuso un fermo immagine di tre presunti attentatori.
Il procuratore federale Van Leeuw in conferenza stampa ha affermato che due dei tre soggetti ritratti, vestiti con abiti scuri, sono presumibilmente morti facendosi saltare in aeroporto.
E’ invece attivamente ricercato il terzo uomo, che nel fermo immagine indossa una giacca chiara e un cappello.
Il procuratore Van Leeuw ha dichiarato che testimoni lo hanno visto allontanarsi precipitosamente dall’aeroporto.
La polizia belga chiede l’aiuto della rete (“Lo riconoscete?”), perchè evidentemente non è stato possibile identificarlo. Ma è in corso, riferiscono i media locali, un’operazione delle forze speciali belghe nel quartiere di Schaerbeek, nord-est di Bruxelles, avanzando l’ipotesi che l’obiettivo sia proprio il terzo sospetto.
Nelle perquisizioni a Schaerbeek sono stati trovati un ordigno esplosivo con chiodi, prodotti chimici e una bandiera dell’Is, annuncia la procura federale.
Oltre all’uomo con la giacca bianca, gli altri quattro potrebbero essere già  ricercati in qualità  di complici e fiancheggiatori di Salah Abdeslam.
Due dei quali, a giudicare dalla somiglianza, potrebbero essere proprio i due sospetti vestiti di nero ritratti dalle telecamere dell’aeroporto di Zaventem.
Quindi, come ha spiegato il procuratore, potrebbero essere i due kamikaze di Zaventem.Si tratta dei fratelli Khalid e Ibrahim el-Bakraoui. Conosciuti per il notevole curriculum criminale ben prima della loro affiliazione al terrorismo jihadista, condannati più volte per violenze a mano armata, sono ritenuti aver soggiornato in diversi alloggi trasformati in nascondigli dalla rete di contatti di Abdeslam Salah.
In particolare, nell’appartamento in rue de Dries nel quartiere Forest di Bruxelles dove le forze dell’ordine erano entrate tre giorni prima dell’operazione in rue des Quatre Vents a Molenbeek che ha portato alla cattura del più noto super-ricercato.
Le loro foto segnaletiche sono state diffuse dal sito marocchino Rue20.com. Il confronto con i soggetti ripresi all’aeroporto evidenzia, almeno in un caso, una notevole corrispondenza.
Per il procuratore Van Leeuw, “è presto per collegare gli attentati di Bruxelles a quelli di Parigi”. Sarà  presto, ma tra i ricercati figurano certamente Mohamed Abrimi e Najim Laachraoui, i due complici di Salah sfuggiti alla serie di operazioni di polizia che la settimana scorsa hanno portato all’arresto dell’unico sopravvissuto del commando jihadista autore degli attentati di Parigi del 13 novembre.
La caccia a Abrimi e Laachraoui, che impegnava già  le polizie di tutta Europa dopo l’arresto di Salah, si è intensificata dopo l’attacco a Bruxelles.
Nei confronti di Abrini la polizia belga aveva già  emesso un mandato di cattura internazionale lo scorso novembre.
Di nazionalità  belga e marocchina, il 31enne Abrini era stato ripreso in compagnia di Abdeslam dalle telecamere di una stazione di servizio a nord della Francia, la loro auto era la Renault Clio utilizzata per gli attentati di Parigi.
Quanto a Laachraoui, 24 anni, gli investigatori ritengono che, partito per la Siria nel 2013, abbia assunto la falsa identità  di Soufiane Kayal per recarsi in Ungheria insieme ad Abdeslam lo scorso settembre.
Sempre a nome di Kayal vennero condotte altre attività  legate agli attacchi di Parigi e, secondo quanto riferito dalla stampa, tracce del suo dna sono state rinvenute su almeno due delle cinture esplosive usate dai kamikaze in quegli attentati.
La polizia era da mesi a conoscenza del fatto che Laachraoui facesse ricorso al falso nome di Kayal, ma la sua vera identità  è stata resa nota solo questa settimana.

Paolo Gallori
(da “La Repubblica”)

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