Febbraio 17th, 2021 Riccardo Fucile
CRIMI SI RIMANGIA L’ESPULSIONE: “CHI NON VOTA LA FIDUCIA SARA’ CONSIDERATO IN DISSENSO”
«Chi non voterà sì alla fiducia, verrà considerato in dissenso dal gruppo». Così Vito Crimi, capo politico
reggente del Movimento 5 Stelle ha aperto l’assemblea dei deputati grillini.
Crimi avrebbe proseguito il discorso ponendo l’accento sull’eccezionalità della situazione: «Abbiamo risposto all’appello di unità del presidente Mattarella ma ponendo condizioni».
Crimi poi ha sottolineato che «il Movimento non è stato e non verrà schiacciato» dal nuovo governo e che «il decreto per creare il ministero della Transizione ecologica» sarebbe quasi pronto con la possibilità di essere varato al prossimo consiglio dei ministri.
Dopo il discorso di apertura Crimi si sarebbe “dileguato” per entrare (virtualmente) alla riunione del gruppo M5s Senato, senza sciogliere, però, i dubbi dei molti che avevano chiesto l’assemblea per capire cosa potrebbe accadere a chi votasse contro il governo o a chi scegliesse l’astensione.
Crimi avrebbe quindi lasciato la riunione, in preda alla confusione, nelle mani del capogruppo pentastellato alla Camera, Davide Crippa, che ha tentato di prenderne le difese sottolineando che «lo statuto M5s è chiaro e che bisogna attenersi quindi al voto degli iscritti» che si sono espressi la scorsa settimana su Rousseau dando il voto favorevole alla nascita del governo Draghi.
Molti deputati tremano ora all’idea dell’espulsione dal Movimento, altri invece si dicono tranquilli pensando che, al massimo, potrebbe arrivare una sospensione.
I favorevoli al governo Draghi o comunque quelli che si dicono «coerenti con le scelte prese e rispettosi verso la votazione degli attivisti» si aspettano che, a breve, usciranno i veri traditori: «Quelli che sono già al secondo mandato — sottolineano alcuni deputati ad Open — quelli che non aspettano altro che farsi buttare fuori per non restituire i soldi dovuti».
Sull’ambiguità della formula usata da Crimi i grillini dicono che sarebbe legata al numero dei ribelli poichè i vertici M5S, non vogliono, al momento, “legarsi le mani”. Infatti, se i votanti “in dissenso” diventassero molti il Movimento non potrebbe permettersi di espellerli tutti. Caso contrario, se il fronte del No fosse composto da una parte esigua si opterebbe per l’espulsione.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2021 Riccardo Fucile
PARLA LA SIGNORA DEL VINO, JOSE’ RALLO, A.D. DI DONNAFUGATA: “RAGIONIAMO COME SE QUELLA POLTRONA FOSSE GIA’ NOSTRA. IO HO FATTO COSI'”
“Per le donne, soprattutto per quelle nelle istituzioni, ricoprire ruoli di comando sembra essere sempre una ‘concessione’ dall’alto. Io sono fortunata perchè nella mia esperienza personale non ho avuto alcuna concessione: mi sono sempre conquistata i miei spazi non in base a quote rose, vere o finte che siano, ma in base ai miei meriti. È stato così in famiglia, a scuola, sul posto di lavoro”.
A parlare ad HuffPost è la signora del vino Josè Rallo, AD di Donnafugata e componente del CdA di Assovini Sicilia, che raccoglie oggi oltre 90 tra le principali aziende vitivinicole siciliane.
Insieme al fratello Antonio, guida l’azienda di famiglia, fondata nel 1983 dai genitori Giacomo Rallo e Gabriella, pioniera della viticoltura in Sicilia e tra le socie fondatrici dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino.
A Josè abbiamo chiesto cosa significhi per una donna occupare una posizione di potere nell’Italia di oggi e quali siano le difficoltà che incontra chi vuole “sognare in grande”.
Che influenza ha avuto sulla tua vita e sulla tua carriera l’esempio di tua madre, già imprenditrice del vino?
“Vengo da una famiglia particolare, fatta di donne forti, ma anche di uomini molto femministi. Mio padre è l’uomo più femminista che io conosca. Ha sempre avuto una fede sconfinata nelle donne, nella loro determinazione, nelle loro capacità . Lo ha dimostrato credendo nelle scelte di sua moglie, assumendo donne, e ha scommesso anche su di me dandomi lo spazio necessario e la libertà per crescere ed espandermi, motivandomi ad essere me stessa. Quindi la nostra azienda ha sempre visto la compenetrazione stretta tra queste due anime: l’anima forte delle donne e l’anima femminista degli uomini”.
Quanto credi che sia importante l’educazione alla parità di genere?
“Più che alla parità di genere, quella che dobbiamo conquistare è una pari dignità tra i sessi. Noi donne non dobbiamo diventare uomini, ma dobbiamo fare in modo che i nostri punti di vista, i nostri meriti, le nostre capacità contino tanto quanto le loro. Questa strada va preparata, da piccoli. Domandiamoci: stiamo educando i nostri figli affinchè possano incarnare il senso della pari dignità tra i sessi? Io sono stata fortunata, ho sempre avuto di fronte l’esempio di mia madre, imprenditrice, proprietaria del proprio destino, e quello di mio padre, femminista, aperto e comprensivo. Fin da piccola mi è stato trasmesso il concetto che essere donna non sarebbe stato un ostacolo alla mia carriera, anzi. Avrei potuto studiare, lavorare sodo per prendermi ciò che mi spettava, e ho seguito questa strada. Ma non tutti hanno questa fortuna”.
Nel mondo del vino è difficile per una donna ricoprire posizioni di potere?
“Il mondo del vino è storicamente maschile, ma da venti, trent’anni a questa parte le donne si sono fatte strada conquistando posizioni rilevanti e dando vita ad aziende floride. Io stessa sono un’imprenditrice donna, con tantissime collaboratrici donne, e tolto l’ambito strettamente della produzione che continua ad essere dominato dalla componente maschile, più del 50% dei posti che riguardano settori come quello del marketing, delle vendite sono ricoperti da donne. Il 40% dei nostri manager è donna. Ho avuto collaboratrici che hanno avuto gravidanze, maternità felici o meno, donne che hanno avuto difficoltà nei primi mesi di gravidanza e hanno avuto bisogno di assentarsi, o che hanno avuto aborti. Posso dire con certezza che queste donne possono mancare all’azienda per qualche mese ma quando tornano sono ricche, sono donne che guardano al futuro, che credono nella sostenibilità , sono portatrici di valore”.
Secondo la tua esperienza di manager che si è fatta strada seguendo i propri ideali, qual è la maggiore difficoltà che incontrano le donne nel ricoprire ruoli centrali?
“Noi donne non dobbiamo avere la sensazione che le cose ci vengano concesse. Dobbiamo acquisire però maggiore consapevolezza del nostro potere, ovvero essere convinte, noi per prime, che quella sedia, quella poltrona, quel ruolo, ce li meritiamo. Solo sentendoci autorevoli e sicure di noi stesse possiamo trasmettere quest’idea di noi agli altri. Se mostriamo soggezione è possibile che qualcuno approfitti delle nostre debolezze”.
Pensi che sia possibile per una donna coniugare vita familiare e carriera lavorativa o è necessario che la società le vada incontro?
“Credo che sia possibile conciliare il tutto, ma sono necessari dei cambiamenti di mentalità . Facciamo un esempio: una donna, madre, può essere presa da diversi impegni, tra cui il lavoro, la scuola dei figli, la spesa. Per conciliare il suo essere multitasking con il lavoro ha bisogno di organizzarsi: io posso assentarmi anche una settimana da casa sapendo di mancare dal lunedì mattina alla domenica sera, ma non posso accettare di sedermi in consiglio d’amministrazione senza sapere quando finirà la riunione. Se si tratta solo di stabilire l’orario di fine di una riunione perchè non farlo e permettere a noi donne di non rinunciare al nostro stile di vita e ai nostri, altri ruoli?”.
Quali passi in avanti dovrebbe compiere la società per andare incontro alle esigenze delle donne che vogliano ricoprire posizioni di potere?
“Prima di tutto, offrire servizi. La pandemia ci ha messo di fronte alla scarsità o meglio all’inesistenza dei servizi di assistenza alle mamme e ai bambini. Poi c’è il fattore culturale: ancora oggi nelle aziende ci sono disparità di trattamento tra uomo e donna oppure difficoltà da parte delle donne che vogliano far carriera a causa dei preconcetti sulla maternità . Io non dico che siamo totalmente indietro: nel 1983 sono scappata dalla Sicilia perchè la sentivo stretta, sette anni dopo sono tornata e l’ho trovata diversa, anche sotto il punto di vista della parità tra uomo e donna. In Italia di passi avanti ne sono stati fatti, ora si tratta solo, come diciamo noi manager, di ‘rifinire le cose’, apportare migliorie. E in questo le donne possono avere un ruolo forte: le donne che ‘hanno capito’, che si sono emancipate, possono fare rete, coinvolgere le altre nelle stanze dei bottoni. Invece di concentrarci sempre sulle mancanze, dovremmo concentrarci di più su quello che possiamo fare noi”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 16th, 2021 Riccardo Fucile
3,5 MILIONI IN 5 ANNI AL LABORATORIO DI LECCE… ANCHE IL MARITO E IL FIGLIO DELLA BABY SITTER DEI FIGLI DI CINGOLANI SONO STATI ASSUNTI DALL’IIT
Nel 2006, Roberto Cingolani, neo ministro della Transizione ecologica voluto da Grillo, trasferì 3,5 milioni di
euro dai fondi dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit), di cui era direttore dal 2004, al Laboratorio nazionale di nanotecnologie di Lecce diretto dalla moglie Rosaria Rinaldi (oggi ex moglie) e da lui stesso fino al 2004.
Il travaso di fondi di Iit al Laboratorio salentino è stato possibile grazie al doppio ruolo di Cingolani in quel momento: dal 2004 direttore Iit nominato da Giulio Tremonti e, fino al 2006, responsabile della fase di accorpamento dell’Istituto nazionale di fisica della materia (Infm) dentro il Cnr su nomina dell’allora presidente Cnr Fabio Pistella.
Era stato Cingolani a fondare il Laboratorio nazionale di Nanotecnologie di Lecce nel 2001, quando ricopriva la carica di vicedirettore Infm.
Lo ha diretto fino al 2004, anno in cui Cingolani si sposta ad Iit e la moglie Rinaldi diventa responsabile dello stesso laboratorio. Athanassia Athanassiou, la seconda moglie di Cingolani, fisica della materia, è tra i primi ricercatori ad essere assunta a tempo indeterminato presso l’Iit. Il Fatto può ricostruire la storia grazie a documenti pubblici del Cnr, soggetto alla legge sulla trasparenza.
Itt è una fondazione privata, sebbene finanziata con fondi pubblici, non è obbligata a pubblicare le convenzioni che stipula nè i bilanci. La vicenda vede Cingolani vicedirettore dell’Infm dal 2001 al 2003, anno in cui viene nominato commissario straordinario per guidare la sua chiusura e il suo assorbimento da parte del Cnr.
A giugno 2005, è il Cnr a nominarlo responsabile Cnr-Infm per l’accorpamento dei laboratori dell’Infm, con mandato prorogato più volte, fino al 31 dicembre 2006. È in questo periodo di proroghe che Iit stabilisce una convenzione di ricerca con il Cnr, il 7 giugno 2006.
Come si evince dai documenti Cnr, a firmare la convenzione per conto di Iit non è il suo direttore, Cingolani, ma l’allora vicepresidente di Iit, Giuseppe Cerboni. Per il Cnr, firma Pistella. Cingolani firma invece come responsabile Cnr-Infm la delibera in cui si autorizza che la convenzione Iit-Cnr venga svolta presso il laboratorio di Lecce e sotto la direzione della Rinaldi.
Autorizza anche un trasferimento di 3,5 milioni in 5 anni da Iit al laboratorio leccese. Cingolani era, quindi, al tempo stesso erogatore (in qualità di direttore di Iit) e beneficiario dei fondi, visto che risultava ancora responsabile dei laboratori Cnr-Infm, come quello diretto dalla moglie.
La Rinaldi ottenne anche un contratto di collaborazione esterna di un anno con Iit. Altri laboratori precedentemente apparenti a Infm vennero scelti discrezionalmente da Iit per collaborare e beneficiare dei suoi fondi: il centro di ricerca Soft-Infm della Sapienza diretto dal fisico Giancarlo Ruocco, e il centro Nest alla Normale di Pisa, diretto da Fabio Beltram, ordinario di Fisica della materia nello stesso ateneo. Oltre a un altra decina di gruppi e centri dell’università pubblica scelti da Iit.
Da gennaio 2006 a dicembre 2010, Athanassia Athanassiou, attuale moglie di Cingolani, è stata anche lei ricercatrice senior presso il Laboratorio di nanotecnologia di Lecce.
Da gennaio 2011 è diventata coordinatrice della Piattaforma materiali intelligenti nello stesso laboratorio, parte della rete Iit. Nel settembre 2012, si è trasferita all’Iit ed è stata tra i primi 5 ricercatori a ottenere una posizione di tenure track, cioè un contratto a tempo indeterminato.
Anche il figlio e il marito della tata dei figli di Cingolani, rispettivamente Paolo e Arcangelo Barbieri, sono stati assunti ad Iit. Il primo in categoria protetta e il secondo come tecnico di laboratorio.
Lo riporta Thomas Mackinson in un’intervista allo stesso Cingolani nel 2014 sul Fattoquotidiano.it. Non c’è nulla di opaco, aveva risposto il neo ministro, spiegando che al laboratorio di Lecce c’era un ragazzo che aveva potuto conoscere e apprezzare. Così decise di assumerlo a Iit come tecnico della sicurezza. Fece un contratto anche al padre tra le categorie protette. La moglie era la baby sitter dei figli.
Cingolani non ha risposto alla richiesta di chiarimenti del Fatto.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 16th, 2021 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI VISITATORI E GUIDE TURISTICHE: “UN CARNAIO, NELLE STANZE DI RAFFAELLO ERAVAMO TUTTI ATTACCATI”
Sabato pomeriggio visitare i Musei Vaticani è stato come entrare in un girone infernale. Al netto della bellezza
delle sale e del valore inestimabile delle opere che i romani hanno finalmente potuto riscoprire dopo mesi di chiusura, alla vigilia di San Valentino si sono registrati assembramenti e caos.
A denunciarlo, con tanto di foto, non sono solo alcune guide turistiche autorizzate dal Vaticano, ma anche i visitatori stessi, che hanno riportato le proprie impressioni sui social e su TripAdvisor. “Sabato ho seguito due gruppi nei Musei Vaticani”, spiega Vincenzo Spina, una delle tante guide che sui social si sono sfogate per gli assembramenti.
“Al mattino la situazione è stata gestibile” ma è nel pomeriggio che il caos, in alcuni punti, ha avuto la meglio. “La visita dei Musei si sviluppa su un grande e lungo percorso – precisa Spina, in attesa di una risposta dalla direzione dei Musei, a cui ha scritto per capire cosa non abbia funzionato – .Il carnaio, il tappo, si è verificato nella stanza più grande di quelle di Raffaello”.
I custodi, che tentavano di contingentare gli ingressi, a un certo punto non hanno più avuto la situazione sotto controllo e i visitatori non hanno potuto procedere, nè tornare indietro.
“Prendetevela coi ‘piani alti'”, avrebbero risposto a chi si è lamentato del maxi-assembramento. “Sembrava la banchina della metro all’ora di punta, con famiglie che cercavano di tornare indietro, altri visitatori che urlavano “ci hanno sequestrati””, aggiunge la guida, che ai suoi gruppi prenotati per i prossimi tre sabati – sì, i musei Vaticani al sabato sono aperti a differenza dei musei statali – sta “proponendo il rimborso”.
E un’altra guida, Isabella Ruggiero: “A nessuno viene in mente che se un ambiente è troppo affollato deve sintetizzare in 3 minuti e passare nella sala successiva?”.
I visitatori non hanno perdonato. e su TripAdvisor hanno rilasciato recensioni dal punteggio bassissimo.
“Esperienza da non ripetere – scrive Raffaella – . Purtroppo, con molto rammarico, devo sottilineare l’assoluta mancanza di rispetto delle norme di sicurezza relative al Covid. Le persone si sono ritrovate in diversi momenti in una specie di girone infernale, senza la minima distanza prevista dalle normative. Capisco che per i Musei Vaticani, il numero di persone presenti fosse assolutamente inferiore alla media dei tempi normali, ma siamo in pandemia e questo modo di agire è intollerabile, sia per gli ospiti che per chi lavora dentro al museo. Inoltre, questo stato di cose dovrebbe suggerire che gestire in questo modo gli spazi collettivi, oltre a essere dannoso per la salute, non crea certo un’esperienza culturalmente esaltante”.
Le fa eco Marta P.: “Super assembramenti, pessima organizzazione. Tantissimi gruppi con guide che si bloccavano nelle sale, con decine di persone senza distanziamento. I Musei sono ovviamente bellissimi, ma c’era troppa gente accalcata e in questo periodo è un errore organizzativo inaccettabile”. Al momento dai Musei Vaticani non è venuta nessuna risposta o spiegazione dell’accaduto.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 16th, 2021 Riccardo Fucile
“SOLO 5 GIORNI FA SI E’ SCOPERTA L’INCIDENZA DEL 18% DELLA VARIANTE INGLESE”
Nessuno ha la certezza su quale potrebbe essere la situazione oggi se l’Italia avesse chiuso interamente per tutta la durata delle vacanze di Natale e fa specie che oggi si pensi alle piste da sci come un bisogno primario.
Il virologo Andrea Crisanti è convinto che la situazione oggi sarebbe stata diversa.
“Se avessimo fatto il lockdown a dicembre e poi ora il controllo delle varianti, noi oggi avremmo gli impianti” sciistici “aperti probabilmente”.
Per l’esperto, “è stata una sfortuna che la decisione” di prorogare lo stop di queste attività “sia stata presa con così poco anticipo. Io – ha spiegato – sono il primo che ha sempre detto che ci vuole trasparenza e che bisogna dire le cose con largo anticipo per prepararsi. Però è anche vero che abbiamo saputo per la prima volta che la variante inglese aveva un’incidenza del 17-18% 5 giorni fa, perchè finalmente 5 giorni fa è stato fatto il primo campionamento a tappeto in Italia ed è chiaro che una percentuale del 17-18% non poteva essere ignorata
Ma, ha aggiunto, “teniamo presente che questo è stato fatto per il bene degli italiani, non contro qualcuno. L’agenda qui la detta il virus, se a un certo punto la variante inglese è al 17%, che dobbiamo fare se lo abbiamo saputo 5 giorni fa? Dovevamo mantenere gli impianti aperti per fare in modo che si diffondesse e arrivasse al 30-40% con centinaia di morti?”, ha provocatoriamente domandato il direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova e docente di Microbiologia dell’ateneo cittadino.
“Un lockdown sarebbe stato necessario sotto Natale – ha ribadito Cristanti – Se lo avessimo fatto, non avremmo le varianti al 20% e potremmo programmare questo periodo in maniera completamente diversa. Se non c’è trasmissione, non c’è diffusione delle varianti, quindi avremmo potuto tranquillamente evitare di arrivare a questo punto”.
(da Open)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
CERTO, FATE CON CALMA, TANTO HANNO TUTTA LA VITA DAVANTI
Nella giornata che lancia la corsa degli over 80 a registrarsi sul portale della Regione per poter fare il vaccino
anti Covid in Lombardia, l’assessora al Welfare e vicepresidente Letizia Moratti si tira dietro un coro di polemiche per una frase pronunciata ieri davanti ai microfoni del Tgr Rai a proposito della campagna vaccinale. “Le persone devo stare serene. Tutti gli over 80 saranno vaccinati. Non c’è da aver fretta”.
E continua: “Anche per le persone che non possono uscire di casa abbiamo previsto o il medico di medicina generale o l’assistenza domiciliare o i medici dell’Usca. Saranno garantiti anche i trasporti di medici dalla Protezione Civile. La prima dose sarà somministrata entro fine marzo e auspicabilmente entro metà aprile la seconda dose, sempre che saranno rispettati i tempi previsti per la distribuzione dei vaccini necessari. Partiremo con 15 mila dosi la settimana, passando poi a 50 mila e 100 mila. Ci sono 200 punti vaccini, ma sono in fase di apertura altri centri”.
Una gaffe, l’ennesima. E sempre sul tema vaccini, come quella commessa pochi giorni dopo aver assunto l’incarico in cui aveva legato la richiesta della distribuzione delle dosi al Pil di una regione.
Stavolta, mentre c’è chi mette in guardia da un’ulteriore impennata dei contagi e chi paventa l’ipotesi di un nuovo lockdown, o chi ancora ha combattuto per tutta la giornata con il tentativo di prenotare sul portale regionale, preso letteralmente d’assalto, le parole dell’assessora fanno infuriare.
E su Twitter rimbalzano velocissime. C’è chi dice: “Mi sarei aspettato una frase diversa tipo lo faremo più in fretta possibile… e invece”, chi incredulo: “L’ha detto davvero o sto vivendo un incubo?”.
E chi ancora: “Stamattina ho prenotato il vaccino per mia suocera di 86 anni ed ora Moratti dice che non c’è fretta! Cosa abbiamo fatto di male noi lombardi?”.
E poi: “Ho fatto la fila sul portale a ripetizione dalle 12.45 e ancora non sono riuscita a iscrivere nonna. In Lombardia sempre meglio eh… ma d’altra parte, perchè mai avere fretta?”.
Ma le critiche sono a decine. Mentre, a conti fatti, non è detto che le dosi che arriveranno in Lombardia entro l’estate bastino, come prevede il piano regionale, a coprire tutta la popolazione.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
LA LETTERA DELL’11 FEBBRAIO A GUALTIERI DIMOSTRA CHE LE ACCUSE DI RENZI ERANO INFONDATE
In una lettera inviata l’11 febbraio scorso all’allora ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, la Ue ha promosso il governo italiano sull’impostazione generale del Recovery Plan. Si tratta di una notizia passata quasi sotto traccia a causa del cambio di governo, ma che ha una certa rilevanza politica. Uno dei motivi, se non quello principale, per cui il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha fatto cadere il Conte bis a favore del nuovo esecutivo è proprio per la scrittura del Recovery Plan, giudicata, anche da diversi commentatori, come insufficiente e inadeguata.
Non a caso lo stesso Renzi, subito dopo l’incarico a Draghi, ha affermato che il Recovery Plan “va riscritto integralmente: una buona squadra lo riscrive in tre giorni”.
Non sembrerebbe pensarla così la Commissione Europea, però, che, come detto, in una lettera inviata all’ormai precedente esecutivo, ha lodato “l’approccio generale e il dialogo costruttivo intrapreso finora con la Commissione europea” in occasione del piano di ripresa italiano.
La missiva, indirizzata all’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e firmata dal vice presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, e dal commissario Paolo Gentiloni, sottolineava anche la necessità di “lavorare sui dettagli delle riforme e degli investimenti chiave, per garantire un solido piano di ripresa e resilienza”. Ma di certo non rappresentava una bocciatura da parte della Ue al Recovery Plan italiano.
Nella lettera, inoltre, veniva espresso “apprezzamento per gli sforzi compiuti dall’Italia per contenere la pandemia e limitarne l’impatto sull’economia, per le informazioni fornite dal governo italiano sulle nuove misure e per la loro prevista natura mirata e temporanea”, mentre Gentiloni sottolineava l’importanza di non ritirare misure come la cassa integrazione.
“Sappiamo che hanno un orizzonte temporale limitato — ha scritto Gentiloni — “la decisione di come uscire da questa situazione di emergenza, quando e con quale grado di selettività è una decisione molto, molto importante. Anticiparla rischia di diminuire le chances di ripresa, prenderla troppo tardi rischia di alimentare un’illusione che poi si traduce in effetti sociali ancora più difficili”
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
A FORZA DI RISTORI A TUTTI AUMENTA IL DEBITO SULLE SPALLE DELLE FUTURE GENERAZIONI: E’ COME SE OGNI FAMIGLIA ITALIANA AVESSE UN DEBITO DI 98.000 EURO… QUANDO LA BCE CHIUDERA’ IL RUBINETTO SARANNO DOLORI
L’anno senza precedenti per la crisi pandemica e i 108 miliardi di sussidi, ristori, paracadute vari iniettati
nell’economia si è chiuso con un picco del debito pubblico altrettanto inedito: secondo i dati aggiornati dalla Banca d’Italia, al 31 dicembre del 2020 il debito delle Amministrazioni pubbliche era pari a 2.569,3 miliardi; a fine 2019 il debito ammontava a 2.409,9 miliardi (134,7 per cento del Pil).
Via Nazionale spiega che lì’aumento del debito nel corso del 2020 (si parla di ben 159,4 miliardi) ha riflesso “sia il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (152,4 miliardi) sia l’incremento delle disponibilità liquide del Tesoro (9,6 miliardi, a 42,5); gli scarti e i premi all’emissione e al rimborso, la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e la variazione del cambio hanno complessivamente diminuito il debito per 2,6 miliardi”.
Quasi tutto lo stock di indebitamento viene dal centro del Paese: “Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, il debito consolidato delle Amministrazioni centrali è cresciuto di 160,1 miliardi, a 2.484,9, mentre quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 0,8 miliardi, a 84,2; il debito degli Enti di previdenza è rimasto sostanzialmente stabile”.
Come più volte sottolineato da diversi osservatori, a tenere in linea di galleggiamento i conti pubblici – in attesa che arrivino i soldi dell’Europa – è stato l’Eurosistema, ovvero gli acquisti da parte della Bce – mediati da via Nazionale – nell’ambito del piano anti-pandemico.
“Nel corso del 2020 la quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia è cresciuta per effetto degli acquisti di titoli pubblici nell’ambito dei programmi decisi dall’Eurosistema, collocandosi al 21,6 per cento (dal 16,8 per cento della fine del 2019)”, spiega infatti Banklitalia. Lo scorso dicembre la durata media del debito era pari a 7,4 anni, da 7,3 del 2019.
Sul peso del debito arriva il conteggio dell’Unione nazionale consumatori. “Anche se a dicembre il debito in valore assoluto è inferiore rispetto al precedente primato di ottobre, quando era pari a 2.587,471 miliardi calcolando il debito per ogni italiano si raggiunge un record storico – dice il presidente Massimiliano Dona dell’Unc – Se, infatti, consideriamo la popolazione residente secondo i dati ufficiali Istat relativi al 1° gennaio di ogni anno, nel 2020 è come se ogni italiano avesse un debito di 43 mila e 78 euro.
Un valore superiore al precedente primato del 2019 quando era pari a 40 mila e 288. A famiglia si tratta di un debito pari a oltre 98 mila euro, 98.091 euro per la precisione”.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
ORA SE LA PRENDE PURE CON SE STESSO
Quello a cui nessuno ormai credeva più, alla fine è accaduto: il ministro della Salute Roberto Speranza ieri sera ha firmato il provvedimento con cui proroga lo stop a tutto lo sci amatoriale e non agonistico fino al prossimo 5 marzo, in quella che si può considerare il primo atto importante del nuovo governo Draghi.
Decisivo il parere del Comitato tecnico scientifico e le preoccupazioni per la variante inglese che — dati alla mano — è responsabile del 18% dei contagi nell’ultimo periodo.
In pratica: un contagiato italiano su cinque è positivo al ceppo d’Oltremanica. E poi ci sono altri dati di realtà : l’emergenza è ancora tutt’altro che superata, anche se qualcuno nel frattempo si era illuso.
I numeri in possesso dei tecnici non sono affatto rassicuranti, confermati dal grido d’allarme che arrivano da medici e infermieri di molti ospedali, preoccupati per quelle che sono chiare avvisaglie di una nuova recrudescenza del virus.
D’altra parte, come era facile immaginare, la decisione di Speranza ha mandato su tutte le furie, prima ancora che gli sciatori, gli operatori e i lavoratori del comparto della montagna, che si sono sentiti traditi da una decisione presa in zona Cesarini, dopo che lo stesso governo, appena una settimana prima, aveva assicurato che ci fossero le condizioni per una riapertura in sicurezza.
Siamo alle solite, insomma. Da qualunque punto di vista osservi la questione, il Covid impone quella che è, ad oggi, ancora un’irrisolvibile equazione che metta insieme il criterio di massima prudenza e la salvaguardia economica e sociale dei settori più colpiti.
Il virus, insomma, è ancora lì tra noi, anche se nell’ultimo mese ce ne siamo dimenticati, troppo presi a occuparci di chi avrebbe votato una fiducia o a far la conta del toto-ministri, in quella che appare, ogni giorno che passa, la crisi più incomprensibile e imperdonabile della storia repubblicana.
Ma come? Non era il governo Conte che sadicamente voleva tenerci chiusi in casa? Non era il governo precedente che voleva far fallire i lavoratori della montagna e mandare gambe all’aria un intero settore?
Chi si era illuso che con Draghi al governo il virus sarebbe magicamente sparito dalle nostre vite dovrà fare i conti con la realtà . Nel caso qualcuno non se ne fosse ancora accorto, siamo (ancora) in una pandemia.
E chi prende decisioni così complesse lo fa dovendo mettere insieme e tenere in equilibrio una quantità di fattori, interessi, dati, previsioni inimmaginabili. Si chiama anche politica. Giusta o sbagliata che sia.
Era così ieri con Conte. Sarà così domani con Draghi. Quello stesso Draghi da cui in molti si attendevano la fine dell’austerity sanitaria e l’inizio di una nuova stagione di aperture e che, invece, ieri — come riporta “Repubblica” — non solo è (ovviamente) informato della decisione del suo ministro ma l’ha anche sottoscritta e approvata al termine di un lungo confronto proprio con Speranza.
Alla faccia di quel Matteo Salvini che continua a ululare alla luna contro ogni chiusura come se fosse un ultras dai banchi dell’opposizione. Qualcuno lo avvisi che ora siede al governo.
(da TPI)
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