Destra di Popolo.net

MIGRANTI, ARRIVANO LO STESSO ANCHE CON LE ONG BLOCCATE, A DIMOSTRAZIONE CHE I BLOCCHI SERVONO SOLO A FAR AFFOGARE PIU’ ESSERI UMANI

Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile

ORA L’ITALIA CHIEDERA’ LA RIPRESA DEI RICOLLOCAMENTI IN EUROPA… LA TUNISIA STA FRENANDO LE PARTENZE, LA LIBIA CHE FINANZIAMO FA PARTIRE BARCONI CON 400 PERSONE DOPO AVERLE TAGLIEGGIATE

I tunisini provano a fermarli, i libici no. E i grossi pescherecci capaci di ospitare 3-400 persone come i quattro arrivati ieri in meno di 24 ore a Lampedusa non partono certo dalle spiagge come i gommoni, ma dai porti.
Oppure prendono a bordo i migranti a poche miglia dalle coste. Eppure ieri sono passati inosservati, si sono materializzati solo quando erano a poche miglia da Lampedusa o sono stati avvistati e seguiti dall’alto dai droni di Frontex mentre le autorità maltesi li lasciavano procedere senza intervenire verso le acque territoriali italiane. Come ormai accade da anni.
Che sta succedendo in queste ore nel Mediterraneo dove si susseguono naufragi ( l’ultimo stamattina a poche miglia dalla Libia con 5 vittime tra cui un bambino) e partenze multiple?
L’Italia ha urgenza di capirlo e di agire subito se vuole giocare di anticipo ed evitare di essere travolta da un’emergenza che, con l’arrivo dell’estate e la sempre più ingestibile situazione in Africa, rischia di vedere arrivare migliaia di persone al giorno, la cui gestione e accoglienza in questo momento è tutta sulle spalle dell’Italia visto che il nuovo patto europeo per l’asilo e l’immigrazione è rimasto sulla carta e che i ricollocamenti in Europa sono fermi da mesi causa Covid.
Per questo Draghi ha deciso di mettere in piedi una cabina di regia che si occupi a tutto tondo dell’immigrazione e il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese torna a spingere con i colleghi europei perchè si riparta da subito almeno con il patto di Malta e il meccanismo di solidarietà volontaria per la redistribuzione in Europa dei migranti che sbarcano nei Paesi costieri.
Nel frattempo la macchina del Viminale e delle prefetture si è messa in moto per gestire al meglio l’accoglienza, alleggerendo la pressione su Lampedusa nel timore di nuovi arrivi.
C’è da gestire anche la complessa e delicata operazione sanitaria di tamponi e isolamento per tutti i migranti sbarcati, alcuni già trasferiti su navi quarantena, altri verranno redistribuiti in strutture apposite da riattivare a terra.
Resta il grande urgente nodo dei soccorsi nel Mediterraneo per evitare che tragedie come i naufragi dei giorni scorsi si ripetano.
In questo momento non ci sono navi umanitarie in mare, le poche rimaste in missione sono bloccate nei porti italiani da fermi amministrativi o quarantene e – come denunciato più volte anche dalle agenzie dell’Onu, Unhcr e Oim – manca un meccanismo di soccorso europeo.
Un punto sul quale oggi interviene il segretario del Pd Enrico Letta che chiede che la missione europea Irini, che ha come missione la lotta ai trafficanti di armi e petrolio, si trasformi in una missione di soccorso.
“Il problema dei migranti è grande e va gestito – dice Letta – Credo che la missione militare Irini, davanti alle coste libiche, deve essere trasformata da missione che si occupa di fermare le armi a missione che consente di gestire il salvataggio in mare”. “L’Europa – aggiunge Letta – deve fare di tutto per far sì che queste regole vengano rispettate, come quelle di ricollocamento e gestione. Sono convinto che Draghi sia la persona giusta perchè a livello europeo ha una credibilità enorme”.
Nei prossimi giorni, Draghi convocherà la cabina di regia con cui intende seguire per tutta l’estate i flussi migratori. Ne faranno parte, insieme al ministro dell’Interno, anche quelli della Difesa, degli esteri, dei Trasporti.
E il 20 maggio, Lamorgese tornerà in Tunisia per stringere patti ancora più incisivi con il governo di Tripoli e scongiurare un’altra estate di sbarchi autonomi. Ieri la Tunisia ne ha fermati quattro, bloccando 215 persone che stavano mettendosi in mare, ma cinque barchini sono riusciti ad arrivare a Lampedusa e su uno di questi erano quasi tutti minorenni: due adulti e 14 ragazzini tra gli 8 e i 14 anni.
(da La Repubblica)

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SCOMPARSO IL MEDICO CHE CURO’ NAVALNY IN SIBERIA DOPO L’AVVELENAMENTO, NEGANDO LA PRESENZA DI NOVICHOK NEL SANGUE DELL’OPPOSITORE

Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile

AVEVA FALSIFICATO LA DIAGNOSI PER ORDINI SUPERIORI… ORA SPARISCE: ERA DIVENTATO UN TESTIMONE SCOMODO?

Venne accusato dai sostenitori dell’attivista di aver falsificato la diagnosi, rendendosi responsabile del ritardo del trasferimento in Germania per le appropriate cure
Alexander Murakhovsky, primario del pronto soccorso della clinica di Omsk dove l’oppositore del Cremlino Alexei Navalny venne curato subito dopo essere stato avvelenato lo scorso agosto, è scomparso venerdì, giorno in cui si sono perse le sue tracce dopo una battuta di caccia in una foresta nella regione di Omsk, a Est di Mosca. Secondo quanto riferito da fonti della polizia all’agenzia Tass, gli agenti lo stanno ricercando con l’ausilio di droni, elicotteri e volontari.
Il dottor Murakhovsky, nel frattempo nominato ministro della Sanità della Siberia, era stato il medico che dopo l’ospedalizzazione di Navalny dichiarò che i risultati delle analisi dell’oppositore di Vladimir Putin non mostravano tracce di avvelenamento da Novichok.
Il tutto venne successivamente smentito dall’OPCW (l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche). E Murakhovsky venne accusato dai sostenitori dell’oppositore del Cremlino di aver falsificato la diagnosi, rendendosi responsabile del ritardo del trasferimento in Germania di Navalny per le appropriate cure.
(da agenzie)

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LA BALLA SOVRANISTA DEL “NATALE CANCELLATO CON IL DDL ZAN”

Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile

SAVIANO SMONTA TUTTE LE MENZOGNE CHE RACCONTANO CONTRO IL DECRETO

Ieri Roberto Saviano ha smontato in pochi minuti tutte le menzogne che sono state raccontate come spauracchio per ritardare e ostacolare l’approvazione del DDL Zan
“Le polemiche di questi giorni hanno contribuito ad accendere i riflettori sul Ddl Zan, un disegno di legge che dopo essere stato approvato alla Camera a novembre scorso era rimasto in stallo al Senato per 6 mesi”, ha iniziato a spiegare lo scrittore:
“Un tempo infinito, che è servito ai partiti politici ostruzionisti a polarizzare – o disorientare a proprio favore – l’opinione pubblica, a sollecitare la propria base elettorale paventando ogni sorta di pericolo in agguato dietro questa legge.”
Saviano elenca tutte le fake news sulla legge, dalle lezioni gender nelle scuole all’utero in affitto per arrivare al Natale cancellato. Poi spiega cosa è davvero: “Il Ddl Zan intende estendere la Legge Mancino anche a motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità, che verrebbero quindi aggiunti a quest’articolo del Codice penale”, e soprattutto cosa non è: “Il Ddl non contiene alcun riferimento alla maternità surrogata, all’adozione o al matrimonio gay, che sono solo obiezioni strumentali con l’effetto di farlo naufragare”, ricordando anche che chi dice che sia una legge liberticida racconta una menzogna: “C’è poi chi sostiene che il Ddl Zan rappresenti una minaccia per la libertà di espressione, che si trasformerebbe in una legge bavaglio, ma in realtà è proprio il suo testo a specificare che la libertà di espressione è tutelata, all’articolo 4”.
Perché dunque serve il DDL Zan? Saviano sottolinea: “In realtà, anche quando viene riconosciuta l’aggravante per motivi futili e abietti , non si riconosce comunque l’aggravante dei crimini d’odio, in cui si colpisce una persona in quanto appartenente a una minoranza”, ricordando quanti episodi di violenza sono stati denunciati: “Ma basta guardare i dati per capire che non è così. Dal maggio 2019 al maggio 2020 l’Arcigay ha raccolto 138 casi di crimini d’odio nei confronti di persone Lgbt, molti altri ne sono stati registrati nel corso dell’anno. Tra questi ci sono anche omicidi e aggressioni, commessi da Nord a Sud. Non sono bravate, sono crimini, e una legge che prevede delle aggravanti non è un capriccio, ma rappresenterebbe un deterrente per atteggiamenti e comportamenti discriminatori.”
(da agenzie)

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TROPPE BESTEMMIE MENTRE SI GIOCA: IL PARROCO FA TOGLIERE LE PORTE AL CAMPETTO DI CALCIO DELLA CHIESA

Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile

SUCCEDE IN VENETO: LA GIUSTA DECISIONE A CAUSA DEL COMPORTAMENTO INCIVILE DI CHI UTILIZZA I CAMPETTI, COSI’ IMPARANO L’EDUCAZIONE

A mali estremi, estremi rimedi. La decisione sui generis di don Mirco Pasini ha diviso la comunità di Torre di Fine, piccolo centro frazione di Eraclea (in provincia di Eraclea). Per mettere un freno alle troppe bestemmie, alle urla e al comportamento incivile di alcune persone, il parroco della chiesa di San Ferdinando Re ha deciso di far rimuovere le porte dal campo di calcetto all’interno dei terreni della sua oratorio. Stesso destino anche per quello, vicino, dedicato al basket.
Come riporta Il Gazzettino, don Mirco Pasini ha provato – per mesi – a dissuadere i giovani che frequentano e utilizzano i campi da gioco della sua parrocchia, tentando la via del dialogo.
Si tratta di giovani tra i 16 e i 18 anni che, però, non sembrano aver accolto a braccia aperte le indicazioni date dal parroco per l’utilizzo del manto erboso sui cui è possibile giocare a calcetto.
Per questo motivo, dopo una trattativa dialettica non andata a buon fine, ecco arrivare il gesto forte: rimuovere le porte e i canestri per rendere quegli spazi – di fatto – inutilizzabili per giocare e praticare sport.
Per colpa di pochi, ci rimetteranno tutti. Lo sa bene don Mirco Pasini che, però, è sicuro che questa sua mossa possa scuotere le coscienze. Perché non si tratta solamente di imprecazioni, ma anche di mozziconi di sigaretta gettati a terra e di urla sguaiate, anche durante le funzioni.
“Il problema non è solo di fede. Bestemmiano anche contro il sottoscritto, usano un linguaggio non consono, non c’è alcun rispetto della comunità e gettano rifiuti a terra”, ha spiegato il parroco a Il Gazzettino. Dopo il suo annuncio, alcuni giovani hanno chiesto di poter ripulire la zona esterna dell’oratorio.
(da agenzie)

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INQUINARE MENO, CONSUMARE MENO

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

L’AFRICA STAVA MOLTO MEGLIO QUANDO SI AIUTAVA DA SOLA

Bio, green, filiera corta. Non si sente parlar d’altro. La filiera corta, come la Democrazia, esisteva prima di sapere di esser tale. È tipico della società contemporanea scoprire cose che esistevano già fingendo, o illudendosi, che siano nuove
Per secoli i popoli dell’Africa Nera hanno vissuto di economia di sussistenza, autoproduzione e autoconsumo, si cibavano cioè di ciò che producevano. Più corta di così? Sul piano alimentare utilizzavano lo scambio solo eccezionalmente e nella forma del “baratto puro”.
Così uno scrittore del regno africano del Dahomey ricorda, con nostalgia, la natura del “baratto puro” quando il denaro, che in quella parte del Continente nero fece la sua comparsa piuttosto tardi, nel XVIII secolo, non esisteva ancora: “In quei giorni non vi era moneta. Se volevi comprare qualcosa e tu avevi sale e un altro aveva grano, tu gli davi un poco di sale e lui ti dava un poco di grano. Se tu avevi pesce e io avevo pepe, io ti davo pepe e tu mi davi pesce. In quei giorni esisteva soltanto il baratto. Niente moneta. Ciascuno dava all’altro ciò che aveva e ne riceveva ciò di cui aveva bisogno”. Che cosa aveva determinato il cambiamento lamentato dallo scrittore del Dahomey? Quando i primi colonizzatori arrivarono da quelle parti misero una tassa su ogni capanna, così l’agricoltore era costretto a produrre un surplus e ad entrare quindi in quel sistema economico occidentale che conosciamo molto bene.
Nonostante ciò i popoli africani resistettero a lungo. Ai primi del Novecento l’Africa era alimentarmente autosufficiente. Adesso c’è tutto un pruriginoso e ipocrita movimento per “salvare l’Africa”.
L’Africa stava molto meglio quando si aiutava da sola. Ancora nel 1961 era, in buona sostanza, autosufficiente, al 98%. “Ma da quando ha cominciato ad essere aggredita dalla integrazione economica – prima era considerata un mercato del tutto marginale e poco interessante – le cose sono precipitate. L’autosufficienza è scesa all’89% nel 1971, al 78% nel 1978” (Il vizio oscuro dell’Occidente, 2002).
Per quello che è successo dopo non sono necessarie statistiche, basta osservare l’enorme flusso di emigranti, ridotti alla fame, che pur di arrivare in Europa sono disposti ad attraversare la Libia, a rischiare la morte, e spesso a trovarla, sui gommoni degli scafisti che non sono i protagonisti di questa tragedia, i veri protagonisti siamo noi occidentali.
Sono state scritte intere biblioteche sui crimini del comunismo, che ovviamente ci sono stati e ci sono, ma verrà pure un giorno in cui qualcuno dovrà scrivere un libro sui crimini dell’industrial capitalismo, del turbocapitalismo, che riescono ad essere ancora peggiori di quelli.
Agli inizi di aprile gli Stati appartenenti al gruppo del cosiddetto G20, cioè i venti paesi più industrializzati del mondo, resisi conto che stiamo assassinando l’ecosistema, cioè la terra su cui abitiamo, hanno organizzato l’ennesima riunione per ridurre i danni dell’inquinamento ambientale. Chi dice entro il 2030, chi entro il 2050.
Di qui la litania, in atto da qualche anno, del bio, del green, della filiera corta, delle macchine all’idrogeno, delle macchine elettriche, della riduzione di CO2.
Quand’anche fossero in buona fede, e ci credo pochissimo, son tutte balle, luride balle. Perché qualsiasi energia, foss’anche la più pulita, se usata in modo massivo è inquinante. Perché ha bisogno di un’altra energia che la inneschi. Prendiamo le auto all’idrogeno. In teoria l’idrogeno è il combustibile ideale. In natura esiste in quantità enormi e la sua combustione genera come residuo soltanto acqua. L’estrazione dell’idrogeno, però, richiede energia, quindi la sua convenienza dipende da quanta energia si consuma per estrarlo e – ancora una volta – da come questa energia viene prodotta.
Oggi la maggior parte dell’idrogeno in commercio è un prodotto secondario della lavorazione degli idrocarburi. È il metodo più economico ma anche quello più inquinante: si generano svariate tonnellate di CO2 per ciascuna tonnellata di idrogeno prodotta.
Altro problema è quello relativo alle fonti rinnovabili, in particolare l’eolico e il fotovoltaico: coprire il mondo di pale eoliche e di pannelli fotovoltaici non lo rende, con buona pace di Beppe Grillo, un posto migliore. Perché la costruzione e poi lo smaltimento di pale e pannelli comporta a sua volta un impatto ambientale.
C’è un solo modo per ridurre l’inquinamento: produrre di meno e consumare di meno. Cioè, in pratica, scaravoltare l’attuale modello di sviluppo che si basa sul consumo. Siamo arrivati al punto paradossale che noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre.
In questo il Covid (non subito perché adesso ci sono singole imprese o singoli individui in situazioni economiche disperate) potrebbe tornarci utile.
In un anno di lockdown abbiamo imparato a ridurre i consumi a ciò che veramente riteniamo essenziale. Prendiamo, a solo titolo di esempio, il vestiario. Non è necessario avere nell’armadio cento vestiti e duecento paia di scarpe – in questo caso parlo soprattutto alle donne – per sentirsi a proprio agio e sufficientemente eleganti.
Non è necessario avere quattro televisori in casa. Non è necessario avere quattro automobili. E così via.
Ciascuno può ridurre quei consumi che lo interessano di meno. Se ciascuno di noi fa queste scelte, automaticamente, in via generale, si ridurranno consumi e produzione.
E in questo modo si risolverà anche la questione che mi pose lo storico Carlo Maria Cipolla quando gli prospettai questa ipotesi: “Ciò che è essenziale si differenzia da individuo a individuo. Per lei, magari, essenziali sono i libri, per altri beni molto diversi” (Scienza Amara, Pagina, 18 marzo 1982). Va bene.
Ma se ciascuno di noi consuma solo ciò che per lui è veramente essenziale, e quindi senza ledere la libertà di scelta dell’individuo, si otterrà ugualmente una generale riduzione dei consumi marginali.
Ma dubito molto che ci arriveremo mai. L’uomo è un animale troppo stupido. Prima di tentare Eva con la mela della conoscenza Satana si rivolse al leone e il leone reagì con un ruggito così potente che mandò Satana a ruzzolare per le terre. Allora Satana capì che aveva sbagliato il bersaglio e si rivolse al soggetto più debole (intendo l’uomo in generale, non Eva).
E oggi impera nel mondo.
Massimo Fini

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RECOVERY, INIZIAMO MALE: SANITA’, DIMEZZATI I FONDI PER LA RETE TERRITORIALE

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

IL 20% DEI FONDI VA A CONFINDUSTRIA, RIDOTTE DELLA META’ LE RISORSE AI PRESIDI SANITARI DEL TERRITORIO

Chi nei mesi passati aveva pensato che la pandemia e, eufemizzando, le difficoltà incontrate dal Sistema sanitario nell’affrontarla avrebbero portato a un cambio di paradigma per il futuro, a pensare alla salute non più come una spesa ma un investimento, ha sbagliato indirizzo, Paese e soprattutto governo.
L’analisi incrociata della missione “Salute” del Piano di ripresa (Pnrr) e del Documento di economia e finanza (Def) per il triennio 2022-2024 dimostrano che l’attuale esecutivo, ancor più del precedente, non vede l’ora di tornare al business as usual: cioè, all’ingrosso, a com’era il Servizio sanitario nazionale dopo la cura di tagli cui è stato sottoposto per un quindicennio
Inizieremo dal cosiddetto Recovery Plan che in realtà non recupera quasi nulla: la cifra che il Pnrr Draghi dedica alla salute è un po’ inferiore a quella del Pnrr di Conte (circa 18 miliardi, all’ingrosso 600 milioni in meno).
La parte che ci interessa è la missione 6.1 dedicata all’assistenza territoriale: 7 miliardi destinati a tre obiettivi, gli stessi già presenti nel Piano di gennaio, ma con un tale spostamento interno di risorse che ne risulta di fatto stravolta l’impostazione, peraltro essendo il ministro della Salute lo stesso in entrambi gli esecutivi, cioè Roberto Speranza. La sostanza è che gli investimenti nella rete sanitaria sono dimezzati e ora si punta tutto sull’assistenza a casa e la telemedicina (nel senso di “a distanza”).
Partiamo dal progetto originale, quello di gennaio, che era un tentativo di ricostruire la rete fisica del Ssn – falcidiata per anni da chiusure e accorpamenti, spesso a favore di strutture private – i cui effetti nefasti sono stati evidenti a tutti con l’arrivo del Covid. Primo obiettivo: 4 miliardi di euro erano destinati all’apertura di 2.564 Case della comunità (una ogni 24.500 abitanti) “con l’obiettivo di prendere in carico 8 milioni circa di pazienti cronici mono-patologici e 5 milioni circa di pazienti cronici multi-patologici”.
Le Case della comunità sono strutture pubbliche in cui si troveranno medici di medicina generale e specialisti, infermieri e altri professionisti della salute, più addetti ai vari servizi sociali (nelle intenzioni questo capitolo del Pnrr doveva interagire con quello dedicato all’housing sociale e alla rigenerazione urbana).
Secondo obiettivo: due miliardi per aprire 753 Ospedali di comunità (uno ogni 80mila abitanti) per ricoveri di breve durata (massimo 15-20 giorni).
Terzo obiettivo: un miliardo per realizzare 575 Centri di coordinamento per l’assistenza domiciliare con “51.750 medici e altri professionisti attivi, nonché 282.425 pazienti con kit technical package attivo” per la telemedicina (per cui andranno anche definite le linee guida).
Il Pnrr di Draghi stravolge questa impostazione: dimezza i fondi e il numero sia delle Case di comunità (2 miliardi) che degli Ospedali di comunità (1 miliardo) e punta tutto sull’assistenza domiciliare e la telemedicina (4 miliardi) con “l’obiettivo di prendere in carico il 10% della popolazione over 65 entro il 2026”.
Più alto l’investimento una tantum per tecnologia e strutture digitali, meno onerosi i costi di gestione e, però, anche l’impatto sulla vita dei territori, specie nelle cosiddette aree interne (maggiormente bisognose di infrastrutture sociali).
Questo a non dire che la telemedicina rischia di essere una bella idea con pochi agganci con le condizioni concrete della popolazione: basta immaginare migliaia di anziani alle prese col “kit technical package”.
Questa scelta del governo, come detto, è in linea con le previsioni del Def del mese scorso: alla fine del triennio 2022-2024, dice l’esecutivo, la spesa sanitaria dovrà calare in rapporto al Pil di un punto percentuale tondo (dal 7,3% del 2021 al 6,3% che era il livello previsto nel 2020 senza il coronavirus).
Detta in altro modo, secondo i calcoli del Forum per il diritto alla salute, una discesa a un tasso medio annuo dello 0,7% in anni in cui il Pil nominale è previsto crescere in media del 4,2%.
Cosa significa questa scelta? Che le maggiori spese dell’ultimo biennio saranno riassorbite quasi senza lasciare traccia: non solo quelle per i farmaci o le migliaia di degenze in ospedale, ma anche quella per il personale assunto (in gran parte precario) e le strutture messe in piedi per l’emergenza.
L’Italia tornerà dunque a essere tra i Paesi europei che spendono meno in salute: il nostro 6,3% sul Pil di partenza (e di arrivo al 2024) ci poneva largamente dietro i dati pre-Covid di Germania (9,9%), Francia (9,4), Svezia (9,3), Olanda (8,2) e Gran Bretagna (8%), come si vede Stati con modelli molto diversi tra loro. Cosa che il governo ovviamente sa: ce la siamo cavata, “nonostante la spesa sanitaria sul Pil risulti inferiore rispetto alla media Ue”, scrive nel Pnrr.
Se la spesa pubblica è bassa, tende ovviamente a salire quella privata diretta: il 2% del Pil qui da noi, la metà in Francia e Olanda, l’1,4% in Germania.

(da Il Fatto Quotidiano)

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I TROPPI ONORI DI MADAME CASELLATI

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

QUESTIONI DI VOLI, ENTRATE E PRECEDENZE

Qualche vezzo di troppo e un nome insolitamente lungo per non destare sospetti ma Maria Elisabetta Alberti Casellati era partita bene.
Appena salita, prima donna della storia, al secondo scranno della Repubblica, era volata a Genova per seguire il concerto diretto dall’amato figlio Alvise senza cerimoniale e aereo di Stato, che, come da prammatica, le era stato offerto.
D’altra parte era il marzo del ‘cambiamento’ 2018 e il suo omologo alla Camera, il neo-eletto grillino Roberto Fico, per raggiungere il Parlamento avrebbe preso l’autobus. Insomma, al vento anti-casta occorreva offrire un po’ le vele.
Così, sorprende un po’ la deriva presa qualche tempo dopo dall’avvocato rodigina specializzata in cause di nullità presso la Sacra Rota (cit. “il matrimonio non è un giro di valzer”), poi fulminata dalla rivoluzione liberale del Cav, infine assurta a carica istituzionale.
Va bene che l’aria è cambiata e le sirene del populismo meno intense, ma 124 voli di Stato in un anno, come emerso dalle recenti cronache sembrano un po’ troppi anche per chi ritiene la pratica legittima. Perché è filosoficamente corretto che i servitori dello Stato abbiano a disposizione scorte e spostamenti celeri e protetti, il loro corpo – assunta la carica – diviene interesse pubblico, ma il presidente Casellati (vuole essere appellata al maschile) ha preso di questa giusta nozione una forma un pochino estensiva.
Nulla di illegale insomma, ma ai limiti del decoro istituzionale, concetto (il decoro) al quale la stessa Casellati tiene molto. Sempre elegante, mai il trucco fuori posto (“Non potrei mai uscire senza eyeliner”), ribrezzo verso “unghie lunghe e bocche colorate”, scelta del tailleur quotidiano adatto all’occasione, come quello nero funereo nel giorno in cui si votò la decadenza a Berlusconi da senatore. “Panzer in Vuitton” la definisce “La Verità”, e dunque occorre passare dalla forma alla sostanza. Alla Casellati pre-e-politica. Inflessibile, determinata, (“workalcohic”, dice il figlio). Alla necessaria retorica dell’unica figlia femmina, con tre fratelli, in carriera nonostante il padre (“partigiano, ma liberale”) che la voleva maestra. In un percorso da matrimonialista che la fece ascendere alla causa di divorzio Stefano Bettarini-Simona Ventura con antagonista Anna Maria Bernardini De Pace (evidentemente nel settore la lunghezza del nome pesa).
In quanto al ruolo da “pasdaran” del berlusconismo, la costanza e la professionalità ebbero un ruolo innegabile.
Scoperta dall’ex doge Giancarlo Galan caduto in disgrazia per le vicende del Mose, pur sottosegretaria alla Salute non disdegnava di tornare sul territorio, per esempio Padova, dove pare allestisse un banchetto per mantenere il rapporto con la gente.
In 20 anni di Aula, presidia i banchi del centrodestra per non far mancare il numero legale, “quando tutti erano sulle spiagge di Ponza o in barca al largo di Cavallò” (ancora “La Verità”). Lei, è noto, preferisce Cortina, ma non disdegna la Sardegna – meta dei 4 recenti voli non proprio istituzionali in pieno agosto – o la Calabria – dove pare che nel 1971 venne eletta Miss Palizzi.
Di indubbio maggior rilievo le altre sortite extra Palazzo. In tv per esempio tenne banco negli anni più tosti della difesa del Cav dagli assalti giudiziari. Le punte: dalla Gruber rivendica la versione ‘Ruby-nipote di Mubarak’ e si scontra con Travaglio (“Questa signora dice puttanate”. Risposta con alzata d’occhi bistrati: “Lei è un maleducato”). Poi c’è la faccenda dei gradoni del palazzo di Giustizia di Milano dove protesta con altri esponenti di Forza Italia sempre per evitare il processo Ruby.
Non proprio un viatico cristallino per arrivare a Palazzo Madama, lo hanno già notato in tanti, da Liana Milella a Gian Carlo Caselli, ma tant’è, nonostante le leggi ad personam, nonostante la troppa nettezza di alcune posizioni (antiabortista, pro case chiuse, contro le unioni civili…) e accuse di nepotismo per una lontana assunzione della figlia manager di Publitalia nella sua segreteria, Elisabetta Casellati alla presidenza del Senato poi ci arriva. Quasi incidentalmente, prima delle consultazioni che produrranno l’avvocato del popolo Giuseppe Conte e l’esecutivo ircocervo Lega-5 stelle.
Scrive Susanna Turco su L’Espresso: “Come correlato di una ipotesi che non si è mai verificata. Quella che al governo andasse anche un centrodestra ‘classico’”. Da svolta mancata della Storia, lei non si perde d’animo e dichiara che alla storia vuole comunque passare “per ridurre i costi del Parlamento”. Insomma, predetto spirito del tempo: basta privilegi.
Non va proprio così. Decisioni altalenanti sulla questione vitalizi, troppi movimenti di personale a Palazzo Madama, voli di linea “in ostaggio” – scrive “Il Fatto”, che la chiama “Evita” – per imbarchi “sempre per ultima”.
Questioni di cappelliere, entrate e precedenze. In quanto a cerimoniale, per evitare lo sgarbo a Mattarella, tampona l’auto del Quirinale in un corteo presidenziale a Vo’ Euganeo.
Coincidenza che fa sussultare i retroscenisti: c’è il Colle nel suo cuore. Troppi indizi. Troppi premi, troppi discorsi, troppe prime a teatro, troppa “diplomazia culturale” e qualche sgarbo effettivo come quando Casellati si fa accompagnare in Libano dalla ministra Trenta violando il protocollo: “il titolare della Difesa può scortare solo il capo dello Stato” (ancora “Il Fatto”, che ha memoria lunga).
Anche le gaffe in materia di politica estera sembrano percorse da un indicibile anelito, come se per quanto dorata, la gabbia del Senato le vada un po’ stretta. Accoglie il cinese Xi, presidente del più grande regime del mondo, come “segno di grande attenzione e vicinanza alle istituzioni parlamentari” (e qui un brivido corre lungo la schiena). In un minuto di discorso scatena una mezza crisi con la Germania pronunciando la frase “Berlino discute, l’Europa brucia”.
È grossier, ma è tentativo di politica, come quando abbandona la dovuta equidistanza e piccona Conte in piena pandemia, mentre proprio per evitare il virus, e causa mal di schiena, si imbarcava un centinaio di volte sulla tratta Roma-Venezia. Sul Falcon di Stato, modello 900 dell’Aeronautica, 31° stormo di Ciampino. Ed è tutto un levitar di domande: è lecito, non lo è, è un abuso, è indecoroso. Son cose, che al di là del merito, restano nella testa del popolo, e da secoli.
“I soggiorni della corte per sei settimane d’estate a Compiègne, in autunno a Fontainebleau, erano chiamati grandi viaggi perché si spostavano tutti i dipartimenti e tutti gli uffici dei ministri”, scrive Daria Galateria nel suo delizioso “L’etichetta alla corte di Versailles” in cui l’accademica romana ricostruisce il mirabolante cerimoniale di Luigi XIV, il re Sole, che ai suoi riti “enigmatici e spesso ridicoli” era probabilmente il primo a non credere: ”È d’altronde uno dei più visibili effetti del nostro potere dare a volontà un valore infinito a quello che in sé non è nulla”.
Una gioia del sovrano “pura” perché consta di onori che ai sudditi non costavano nulla. Gli onori alati del presidente Casellati – ha calcolato il verde Angelo Bonelli – sarebbero costati un milione di euro.
(da Huffingtonpost)

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SALVINI TORNA AL PAPEETE CON 16 PUNTI IN MENO NEI SONDAGGI

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

E LA MELONI ALLE CALCAGNA

Matteo Salvini torna al Papeete. Lo ha annunciato lui stesso nei giorni scorsi. Ma ci torna, racconta oggi Il Fatto Quotidiano, in un modo molto diverso da due anni fa. Quando era il ministro dell’Interno, ai massimi della popolarità e con un partito che cresceva. Oggi nei sondaggi ha perso 16 punti e ha Giorgia Meloni alle calcagna nel centrodestra.
I sondaggi danno la Lega intorno al 21% perdendo 13 punti rispetto alle elezioni europee del 2019 (34,3%) e 16 punti rispetto al 37% dell’agosto successivo, quello del Papeete.
E c’è di peggio. Secondo i dati di Youtrend, la caduta è stata ancora più accentuata: il picco della Lega è stato toccato l’11 luglio 2019 con il 37,7% fino al 21,8% di oggi. Un crollo del 16%.
ello stesso periodo, buona parte di quei consensi persi sono andati a Fratelli d’Italia che ha guadagnato 12 punti rispetto alle europee 2019: dal 6,4% al 18,4% di oggi, il punto più alto di sempre del partito di Giorgia Meloni.
Secondo l’ultima supermedia di Youtrend il distacco tra Lega e FdI è al minimo storico: tra il partito di Salvini e Meloni ci sono solo 3 punti. Quasi come il margine di errore di ogni sondaggio.
Così il sorpasso da parte di FdI, che comporterebbe una nuova leadership nel centrodestra, potrebbe verificarsi già nelle prossime settimane. E c’è anche un pronostico. “Anche se non è detto che questo avvenga, se la tendenza fosse costante l’aggancio potrebbe esserci tra tre mesi –spiega Lorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend – anche perché negli ultimi 90 giorni il distacco tra i due partiti si è quasi dimezzato”.
(da La Notizia)

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LA “FAVOLA” DELL’UNITA’ NAZIONALE

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

LEGA IN TRINCEA PER DIFENDERE L’INDIFENDIBILE DURIGON E GLI ALTRI ZITTI (A PARTE IL M5S)

Claudio Durigon è un leghista piuttosto robusto, molto votato nel basso Lazio, troppo secondo chi sostiene abbia beneficiato della benevolenza, diciamo così, di personaggi vicini ai clan di Latina.
Non gli ha giovato neppure essere stato pizzicato da una telecamera nascosta di Fanpage mentre discorrendo con un conoscente in merito alle inchieste giudiziarie sui soldi del Carroccio assicurava: “Il generale della Guardia di Finanza che indaga lo abbiamo messo lì noi”.
Ora, poiché il suddetto è stato nominato sottosegretario all’Economia nel governo Draghi, i 5Stelle vorrebbero cacciarlo attraverso una mozione parlamentare che al momento non sembra tuttavia raccogliere ulteriori consensi nella larga maggioranza parlamentare.
Infatti, più delle amicizie chiacchierate e della vanterie del Durigon (di cui si occuperà chi di dovere) ci sembra interessante il tema dell’unità nazionale – strombazzata come un evento prodigioso insieme alla glorificazione di un premier che quasi camminava sulle acque –, ma che tre mesi dopo si manifesta piuttosto come disunità sulle principali questioni di governo.
Dall’abolizione del coprifuoco (Lega contro Pd e M5S) alla proroga del Superbonus (M5S contro tutti).
Senza contare che alla bisogna vengono creati nuovi motivi di contrasto, come il referendum sui magistrati promosso da Matteo Salvini assieme ai Radicali allo scopo di cancellare la legge Severino.
Norme che in seguito al rinvio a giudizio sul caso Open Arms potrebbero pregiudicare sul nascere la corsa dell’ex ministro degli Interni verso Palazzo Chigi. La mozione Durigon, infine, ha tanto l’aria di rendere la pariglia ai leghisti dopo che pochi giorni fa avevano cercato di disarcionare, non riuscendovi, Roberto Speranza dal ministero della Salute.
Insomma, a parte gli incensieri in servizio permanente effettivo, era apparso subito evidente che la favola dell’“unità nazionale” fosse appunto tale, buona per mascherare la manovra di palazzo che avrebbe mandato a casa Giuseppe Conte.
Il quale, ieri, in una conversazione con il Corriere della Sera, confermando la stima per il suo successore (“una grande personalità italiana”) osserva che “è difficile gestire una maggioranza con un perimetro molto largo”. Infatti.
Quanto alla caduta del suo governo, l’ex premier parla di una “convergenza di interessi economici e politici”. Tema che ci sarà tempo per approfondire.
(da Il Fatto Quotidiano)

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