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NON SOLO NAVALNY: VIAGGIO NEL GRANDE GULAG DI ZAR VLADIMIR PUTIN, IL MITO DEI SOVRANISTI ITALIANI

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

REPRESSIONE, NEGAZIONE DELLA LIBERTA’ RELIGIOSA, TORTURE, CORRUZIONE, VIOLENZA SULLE DONNE

Un team di medici, tra cui quello personale di Alexey Navalny, si è visto negare l’accesso, ieri, alla nuova colonia penale dove è in cura presso un ospedale della prigione. Il servizio carcerario russo, che ha ripetutamente impedito ai medici di Navalny di visitarlo, lunedì lo ha spostato dalla sua colonia penale nella regione di Vladimir, circa 100 chilometri a est di Mosca, a una struttura medica in un’altra colonia nella stessa regione (la IK-3).
Un team di medici, tra cui il suo medico personale Anastasia Vasilyeva, ha fatto diversi tentativi per vederlo, ma è stato respinto ogni volta. Solo uno dei suoi legali è riuscito a incontrarlo per pochi minuti, prima che finisse l’orario lavorativo della colonia penale. “E’ in cattive condizioni”, ha detto il legale stando a quanto ha detto Leonid Volkov, braccio destro di Navalny in esilio in Lettonia. Lo riportano i media russi
Dallo staff di Navalny comunicano che “il trasferimento alla colonia penale IK-3 è un trasferimento alla stessa colonia di tortura, solo con un grande ospedale, dove vengono trasferiti i malati gravi. E questo va inteso come il fatto che le condizioni di Navalny sono peggiorate così tanto che persino la colonia della tortura lo ammette”, ha scritto su Twitter Ivan Zhdanov, direttore del Fondo Anticorruzione. “È abbastanza chiaro che ora ci viene data una sorta di ‘buona notizia’ sulle condizioni di Alexei prima della protesta. Non fatevi ingannare, possiamo ottenere le vere informazioni solo dagli avvocati”.
Gli oppositori di Putin, che hanno convocato nuove manifestazioni per mercoledì fortemente osteggiate dalla polizia russa, sostengono che un ex dipendente del Fondo Anticorruzione abbia ottenuto per conto dell’intelligence russa gli indirizzi email delle persone che si sono registrate sul sito Svobodu Navalnomu(“Libertà per Navalny”) per partecipare alla protesta in difesa del dissidente: “Tecnicamente, come sempre, il 99% degli attacchi degli hacker avviene attraverso un insider, attraverso una talpa. Abbiamo un ex dipendente che ha avuto accesso ed è stato in grado di scaricare i registri del server di posta”, ha dichiarato il capo della rete degli uffici di Navalny, Leonid Volkov, ricordando che il team di Navalny ha sempre capito che ci fosse una “caccia” dell’Fsb ai dipendenti del Fondo che “vengono intimiditi e corrotti”. Nel caso del sito “Libertà per Navalny”, al dipendente “sono stati negati tutti gli accessi ma non è stato tenuto conto che aveva ancora accesso ai registri dei server di posta”, ha affermato Volkov aggiungendo che “non se n’è andato via nient’altro, nessun dato personale, nessun nome, nessun indirizzo. Solo l’elenco degli indirizzi email”.
Viaggio nel Gulag chiamato Russia
Cosa sia la Russia del presidente-padrone Vlaidimir Putin quanto a libertà represse, lo documenta molto bene Amnesty International nel Rapporto 2019-2020 sullo stato dei diritti umani nel mondo.
“La situazione dei diritti umani della Russia ha continuato a deteriorarsi e i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica sono stati considerevolmente ridotti, nella legge e nella prassi. Coloro che tentavano di esercitare questi diritti hanno dovuto affrontare ritorsioni, comprendenti tra l’altro vessazioni e maltrattamenti da parte della polizia, arresti arbitrari, imposizione di pesanti ammende e in alcuni casi procedimenti penali e carcerazioni.
Difensori dei diritti umani e Ngo sono finiti nel mirino delle autorità tramite l’applicazione di leggi sugli “agenti stranieri” e sulle “organizzazioni indesiderate”.
Centinaia di testimoni di Geova sono stati perseguitati per la loro fede. Anche altre minoranze vulnerabili hanno affrontato forme di discriminazione e persecuzione.
Le autorità hanno fatto ampio ricorso a disposizioni antiterrorismo per colpire i dissidenti in varie parti del paese e in Crimea.
La tortura è rimasta pervasiva, così come l’impunità per i perpetratori.
La violenza contro le donne era ancora diffusa e non adeguatamente contrastata. Una bozza di legge sulla violenza domestica in discussione al parlamento ha suscitato una dura opposizione da parte dei gruppi conservatori e non sono mancate minacce contro i suoi promotori. La Russia ha respinto con la forza rifugiati verso destinazioni in cui erano a rischio di tortura.
Contesto
L’anno, culminato con il 20° anniversario di Vladimir Putin alla guida della Russia, è stato segnato dal ribollire di tensioni politiche e dal malcontento sociale, alimentato dal peggioramento generale degli standard di vita e da una crescente sfiducia popolare nel partito di governo Russia unita.
Corruzione endemica, preoccupazioni ambientali, una pianificazione urbanistica sconsiderata e che aumentava il degrado, oltre al peggioramento della situazione dei diritti umani hanno scatenato un’ondata di proteste locali in tutto il paese.
A Mosca, dove da anni non si vedevano proteste di tale portata, queste hanno preso il via dopo che le autorità si erano rifiutate di registrare i candidati dell’opposizione in vista delle elezioni della Duma (parlamento) della città di Mosca.
A cinque anni dalla sospensione dei diritti di voto in seguito all’annessione della Crimea, la Russia è stata reintegrata nell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa grazie a un compromesso diplomatico.
Se da un lato questa mossa è stata vista da parte della comunità dei diritti umani russa come un tradimento dei valori fondanti del Consiglio d’Europa, è stata invece accolta con favore da chi la riteneva un’occasione per trattenere la Russia entro l’orbita europea e salvaguardare l’accesso dei cittadini russi alla Corte europea dei diritti umani (European Court of Human Rights – Echr). La Russia ha perseguito una politica per integrare ulteriormente la Crimea occupata, mentre la sua attuale presenza militare, manifesta o segreta, in Georgia, Siria, Ucraina, e non solo, ha continuato ad alimentare violazioni dei diritti umani.
Libertà di riunione
Il crescente scollamento tra autorità e opinione pubblica in generale ha spinto un numero crescente di persone a scendere per le strade a protestare, non solo per questioni politiche ma anche sempre più spesso per questioni legate all’economia locale, a tematiche sociali o ambientali, come lo smaltimento dei rifiuti, o per altre richieste politiche in senso più ampio.
Le autorità hanno spesso risposto rifiutando il rilascio dell’autorizzazione necessaria per i raduni pubblici (essendo l’esplicito permesso delle autorità un prerequisito legale ancora essenziale), interrompendo bruscamente raduni pacifici e avviando nei confronti di organizzatori e partecipanti procedimenti amministrativi e penali.
Per contro, questo trattamento riservato ai manifestanti ha finito per suscitare sentimenti di pubblica solidarietà senza precedenti.
Tra luglio e agosto, più di 2.600 persone sono state arrestate nel contesto delle proteste tenutesi a Mosca, che si sono svolte in maniera pacifica fino a quando poliziotti e agenti della guardia nazionale non sono intervenuti con la forza.
A fronte delle numerose segnalazioni di arresti arbitrari, uso eccessivo e indiscriminato della forza e maltrattamento da parte degli agenti, non sono note indagini contro i responsabili.
Nel reprimere la protesta, le autorità sono tornate ad applicare l’art. 212.1 del codice penale, riguardante la “ripetuta violazione delle norme che regolamentano lo svolgimento dei raduni pubblici”.
Difensori dei diritti umani e libertà d’associazione
È prevalso un clima d’impunità per gli episodi di violenza contro difensori dei diritti umani verificatisi in passato.
Le autorità hanno regolarmente utilizzato leggi repressive sugli “agenti stranieri” e sulle “organizzazioni indesiderate” contro Ngo di difesa dei diritti umani, altre associazioni e i loro membri, oltre ad avviare azioni penali e campagne diffamatorie attraverso gli organi d’informazione controllati dal governo.
A 10 anni dal suo rapimento e omicidio, i sospetti assassini di Natalia Estemirova, una nota collaboratrice dell’’Ngo Memorial, di Grozny, non erano stati ancora assicurati alla giustizia.
L’autorità giudiziaria ha aperto ben cinque fascicoli penali sulla base di accuse infondate contro la presidente di Ecodefence, Aleksandra Koroleva, costringendola a lasciare il paese in cerca di protezione internazionale.
Ad agosto, il comitato investigativo ha avviato un’indagine penale nei confronti della Fondazione anticorruzione di Aleksey Navalny (Fbk) per presunto riciclaggio di denaro. L’indagine è stata usata come pretesto per effettuare una serie di perquisizioni in varie parti del paese nelle abitazioni dei suoi sostenitori e altri attivisti d’opposizione e i conti bancari personali dei dipendenti di Fbk e di vari attivisti sono stati congelati. A ottobre, le autorità hanno registrato Fbk come “agente straniero”.
Fino ad allora Fbk era stata uno dei progetti di crowdfunding di maggior successo in Russia9. Altre quattro organizzazioni straniere, tra cui l’Ngo con sede a Praga People in Need, sono state dichiarate “indesiderate”, portando il numero delle Ngo così definite dalle autorità a 19; queste, così come eventuali altre associazioni a loro collegate, sono state tutte dichiarate illegali in Russia. Diverse Ngo russe sono state pesantemente penalizzate per accuse pretestuose di legami con “organizzazioni indesiderate”.
Libertà d’espressione
Il diritto alla libertà d’espressione è stato ulteriormente limitato nella legge e nella prassi, anche attraverso ulteriori restrizioni all’utilizzo di Internet e nuove ritorsioni contro il dissenso online. La legislazione che regolamenta l’espressione è stata applicata con sempre maggiore disparità nei confronti degli organi d’informazione controllati dallo stato e dalle autorità, rispetto a chi esprimeva opinioni critiche o dissenzienti.
Mentre il reato di “incitamento all’odio e all’inimicizia” (art. 282 del codice penale) è stato parzialmente depenalizzato a gennaio, altre disposizioni contenute nel codice penale, compreso l’art. 280 (propagazione dell’”estremismo”) hanno continuato a essere utilizzate in maniera selettiva per colpire i dissidenti.
Ai sensi della nuova legislazione adottata a marzo, la “diffusione di notizie false” e gli “insulti” contro lo stato, i suoi simboli e le sue istituzioni attraverso Internet sono diventati reati punibili con pesanti ammende. Le nuove norme hanno subito determinato l’avvio di azioni penali e a dicembre erano almeno 20 gli individui multati come “trasgressori”, per lo più per avere criticato il presidente.
Per contro, la diffamazione di persone critiche nei confronti del governo e la diffusione di “notizie false” su di loro attraverso gli organi d’informazione controllati dallo stato erano la norma. Il presidente della Cecenia, Ramzan Kadyrov, ha pubblicamente e del tutto impunemente minacciato di “uccidere, mandare in galera e intimidire” i blogger che seminavano “discordia e pettegolezzi”.
A dicembre, il presidente Vladimir Putin ha firmato una nuova legge in base alla quale le persone accusate di avere divulgato informazioni prodotte da “agenti” o da organi di stampa stranieri e di aver ricevuto fondi dall’estero, avrebbero avuto l’obbligo di registrarsi e di essere regolamentate come “agenti stranieri”. Le sanzioni previste per i trasgressori comportavano il pagamento di ammende fino a cinque milioni di rubli (80.000 dollari Usa).
Libertà di religione e credo
In tutta la Russia, centinaia di testimoni di Geova sono incorsi in procedimenti a causa del loro credo religioso, dopo che l’organizzazione era stata dichiarata “estremista” e ufficialmente vietata nel 2017. A febbraio, la prima persona a essere detenuta in seguito al divieto, il cittadino danese Dennis Christensen, del gruppo locale dei testimoni di Geova di Orel, nella Russia centrale, è stato condannato a sei anni di carcere per “avere organizzato attività di un’organizzazione estremista”.
Dopo che a maggio il suo appello era stato respinto, è stato mandato a scontare la pena di carcere a 200 chilometri di distanza, nella regione di Kursk. Almeno altri 17 testimoni di Geova sono stati processati durante l’anno, sette di loro sono stati condannati a pene detentive, mentre molti altri hanno subìto vessazioni, come perquisizioni intrusive nelle loro case. Alcuni hanno anche asserito di essere stati torturati e altrimenti maltrattati durante gli interrogatori.
Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate
La discriminazione e la vessazione nei confronti delle persone Lgbti è rimasta un fenomeno pervasivo, con l’omofoba “legge sulla propaganda gay” che è stata ripetutamente utilizzata dalle autorità per reprimere la loro libera espressione. Le minacce contro gli attivisti Lgbti erano molto frequenti, mentre i perpetratori godevano dell’impunità. Le crescenti prove emerse riguardanti casi di rapimenti, tortura e uccisione di uomini gay da parte delle autorità cecene, avvenuti nell’arco degli anni precedenti, sono state costantemente ignorate dalle autorità federali.
A maggio, Maxim Lapunov, un sopravvissuto che non era riuscito in alcun modo a ottenere giustizia in Russia, ha presentato una denuncia presso l’Echr, che l’ha accolta a novembre e chiesto formalmente alla Russia di fornire una risposta entro quattro mesi. A novembre, l’attivista Lgbti Yulia Tsvetkova, di Komsomolsk sull’Amur, nell’estremo est della Russia, è stata incriminata per “produzione e distribuzione di materiale pornografico” e posta agli arresti domiciliari per avere pubblicato online disegni dei suoi genitali per promuovere la “body-positive”. Tale imputazione comporta sanzioni fino a sei anni di carcere.
Controterrorismo
La legislazione antiterrorismo è stata ampiamente utilizzata per avviare procedimenti politicamente motivati. A marzo e maggio, sono iniziate a San Pietroburgo e Penza le udienze del processo a carico di sette uomini accusati di essere coordinatori o membri di un’organizzazione “terroristica” denominata Set’ (Rete).
A dicembre, la procura di Penza ha proposto pene variabili dai sei ai 18 anni di carcere.
Durante il processo le accuse credibili di tortura avanzate da diversi imputati, tra cui Viktor Filinkov e Dmitry Pchelintsev, sono state del tutto ignorate e il caso giudiziario, che prendeva di mira prevalentemente oppositori e attivisti politici e si basava su “confessioni” estorte, ha fatto sorgere il dubbio che le accuse a loro carico fossero inventate. In Crimea, le accuse di appartenenza all’organizzazione sono state ampiamente utilizzate dalle autorità de facto come pretesto per ritorsioni politicamente motivate contro la minoranza etnica dei tartari della Crimea. In maniera del tutto simile, durante l’anno in Russia sono state emesse pesanti condanne contro almeno altri 15 presunti membri di Hizb ut-Tahrir
Tortura e altri maltrattamenti
Tortura e altri maltrattamenti nei luoghi di detenzione sono rimasti un fenomeno pervasivo ed è prevalso un clima di impunità pressoché assoluta per i perpetratori. Sono stati segnalati innumerevoli casi di tortura in tutta la Russia. A dicembre, la fondazione no profit Nuzhna Pomosch è riuscita a ottenere i dati ufficiali diffusi dal comitato investigativo riguardanti la tortura nei luoghi di detenzione. Secondo il comitato, dal 2015 al 2018 erano state registrate dalle 1.590 alle 1.881 denunce all’anno per “abuso d’autorità” da parte di agenti penitenziari. Di queste, soltanto una percentuale dall’1,7 al 3,2 per cento era stata oggetto d’indagine.
Violenza contro donne e ragazze
Diversi casi di alto profilo hanno rappresentato in maniera emblematica il fenomeno della violenza contro le donne, in special modo la violenza domestica.
Per tutta l’estate, a Mosca e in altre località, sono stati organizzati picchetti e flash mob a sostegno delle sorelle Khachaturyan, Angelina, Krestina e Maria. Arrestate a luglio 2018, le tre sorelle che all’epoca avevano 17, 18 e 19 anni, avevano ammesso di avere ucciso il padre dopo anni di sistematici abusi fisici, sessuali e psicologici.
Per gli attivisti, il loro caso era il simbolo delle innumerevoli altre sopravvissute ad abusi e della fallimentare risposta dello stato: mancanza di protezione e dure sanzioni per azioni dettate dalla disperazione.
Rifugiati e migranti
La Russia ha continuato a respingere persone che necessitavano di protezione internazionale verso destinazioni dove avrebbero rischiato di essere sottoposte a tortura e altre violazioni dei diritti umani, anche attraverso prassi equiparabili a rendition segrete.
(da Globalist)

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SE SEI TESTIMONE DI UN REATO NON FARE IL DELATORE: IL CONSIGLIO DI SALVINI AGLI ITALIANI, UN BELL’ESEMPIO DA UN EX MINISTRO DEGLI INTERNI

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

GASSMANN (CHE AVEVA AVVISATO LA POLIZIA PER LA FESTA ABUSIVA E CHIASSOSA DEI VICINI DI CASA) PER IL LEGHISTA SAREBBE UN “DELATORE”

Salvini dà del “delatore di Stato” a Gassmann e dice di non denunciare i vicini che organizzano feste. Il leader della Lega avrebbe suonato al campanello chiedendo di “star più tranquilli”. Perché “la delazione di Stato non fa parte del mio paese ideale”. Ma il punto non è questo
Matteo Salvini ha dovuto dir la sua anche su questo, dimenticandosi forse di essere un senatore della Repubblica italiana e il leader di un partito che è tra i maggiori azionisti dell’esecutivo di Mario Draghi.
E che il suo governo ha messo nero su bianco alcune norme anti contagio che sono indispensabili affinché il giusto modo di comportarsi possa far sì che nel tempo diminuiscano i contagi e (soprattutto) i decessi dovuti all’epidemia di covid-19.
Oggi, intervenendo alla trasmissione d Radio 1 Un giorno da Pecora, ha detto la sua sulla questione Alessandro Gassmann. Di che stiamo parlando? Di un post su twitter in cui il noto attore diceva di aver denunciato un vicino alle forze dell’ordine, perché sentiva che da casa sua provenivano delle urla e della musica, tanto da far intendere che in quell’abitazione fossero in troppi, che ci fosse una festa, e che si stesse commettendo un illecito.
Perché – ovviamente – i party in casa non sono consentite, al pari quelle all’esterno o nei locali.
Aveva scritto: … sai quelle cose di condominio quando senti in casa del tuo vicino ,inequivocabilmente il frastuono di un party con decine di ragazzi?… hai due possibilità: chiamare la polizia e rovinarti i rapporti con il vicino, ignorare e sopportare, scendere e suonare…E poi, primo commento: “Fatto il mio dovere. Fiero”.
Il tweet dell’attore aveva però suscitato anche reazioni contrarie: se è vero che qualche commento al suo post fosse di assenso rispetto alla denuncia, altri invece l’hanno etichettato come una spia. Ma, sui social (ahinoi) questo non sorprende più. A sorprendere è altro, e a questo ci arriviamo
A sorprendere è che uno dei maggiori leader della politica italiana, che oggi è senatore della Repubblica e sostenitore di questo governo (che queste regole, lo ripetiamo, le ha date), rientri nella schiera di quelli che danno della “spia” ad Alessandro Gassmann, che invece – come ha detto lui stesso – ha solo fatto il suo dovere. Ha detto Matteo Salvini a Radio 1:
“La delazione di Stato non fa parte del mio paese ideale, quindi se c’è qualcuno che si gloria, alla Gassman, di aver denunciato i vicini”, non sono d’accordo perché “penso che siano altri i meriti civici…”
Ma il problema – oltre a quello di dare del delatore a Gassmann, un cittadino che ha fatto il suo dovere – è che il punto non è stare più o meno tranquilli. Perché il punto non sono le grida, la musica alta o gli schiamazzi. Il punto è che quelle persone in quella casa non potevano esserci.
Per quelle norme anti contagio che tutti dovrebbero rispettare, e che molti – seppure con molti sacrifici – stanno facendo. Rispetto ad altri, che invece se ne infischiano. E non sia mai che il leader della Lega presti il fianco a costoro.
(da NextQuotidiano)

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“MOLTI RISTORANTI ERANO GIA’ IN CRISI PRIMA DEL COVID, SONO TROPPI”: INTERVISTA AL CRITICO GASTRONOMICO VISINTIN

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

“UNO SU CINQUE NUOVE APERTURE NELLE GRANDI CITTA’ SONO IN MANO ALLA MALAVITA, MOLTI APRONO E CHIUDONO IN UN ANNO PER INCAPACITA'”… “SONO UNO DEI LUOGHI MENO SICURI, CI RESTI DUE ORE SENZA MASCHERINA”

L’anno di pandemia ha picchiato duro sui ristoratori, su quelli che protestano senza agitare le piazze e su quelli che le piazze le agitano, qualcuno più per un suo tornaconto che perché non tornano i conti. Tutto lecito, tutto comprensibile ma, per usare espressioni ormai familiari, la ristorazione aveva già molteplici patologie pregresse. Insomma, una buona parte della ristorazione è morta con il Covid, non strettamente “per”. Ne ho parlato con il critico gastronomico del Corriere della Sera Valerio Visintin.
Cosa ne pensa delle proteste dei ristoratori in piazza?
“Le proteste con toni eccessivi non vanno bene, generano assembramenti, sono a rischio infiltrazioni e non solo da parte della destra estrema ma anche della malavita organizzata. Poi è chiaro che l’esasperazione giustifica molto di quello che abbiamo visto. Capisco, sul piano umano, la partecipazione di molti ristoratori. Detto ciò, hanno molta più visibilità di tante altre categorie ugualmente in crisi”.
Il problema dei ristoratori in crisi è inevitabilmente esploso con la pandemia. La crisi però nel settore è endemica
“Il punto è che molti ristoratori fallivano già da prima, era un settore fintamente florido. C’era un’espansione nel numero di insegne che non rispettava le regole del mercato, il rapporto domanda/offerta era completamente stravolto”.
Soprattutto in città come Milano.
“A Milano c’erano più posti a sedere nei ristoranti che tutti gli abitanti compresi i turisti. Prima della pandemia dicevo sempre che se fossero andati simultaneamente tutti i milanesi al ristorante compresi i bambini lo stesso giorno, sarebbero rimasti comunque dei ristoranti vuoti”.
Quanti ne chiudevano?
“L’aspettativa media di un ristorante non superava l’anno. Un fenomeno estrogenato. Dopo due settimane dal lockdown, infatti, molti ristoratori erano già con l’acqua alla gola”
Perché?
“Perché è la prova del nove del fatto che queste aziende contino quasi esclusivamente sulla cassa e finiscano per accumulare debiti con grandissima rapidità, finendo poi per non pagare i fornitori e tutto il resto”.
Quello del ristorante è un modello economico molto complesso?
“Ci sono tantissime spese fisse, l’affitto nelle grosse città è insostenibile. A Bolzano l’affitto di un grande locale in centro è sui 10mila euro al mese, a Milano sui Navigli con 10mila euro ci affitti un buco. Aggiungi che su questo mercato si sono buttate a capofitto persone non preparate, ignorando che sia un lavoro difficilissimo, che non ti puoi inventare al momento. Si tratta di fare conti, scegliere la merce, gestire il personale, saper trattare con i clienti, un impegno enorme”.
C’era una selezione naturale anche prima?
“Sì. E c’è da tenere in considerazione che nel mondo della ristorazione ci sono importanti infiltrazioni della malavita organizzata. Nelle grandi città una ogni 5 nuove aperture aveva più o meno palesi vicinanze con la malavita, che è una spinta propulsiva dietro a tante aperture. Poi c’è anche quella che definisco ‘la malavita disorganizzata’, ovvero grossi imprenditori che dovevano riciclare denaro e si sono lanciati in molte imprese sospette nella ristorazione”.
Poi c’è la parte buona, sana della ristorazione
“Ovvio che moltissimi ristoratori sono onesti, ma la quota del torbido non è irrilevante. Se a chi ho citato aggiungi quelli che magari finiscono o finiranno nelle maglie della malavita perché in difficoltà economica, soprattutto nei momenti complessi come questo…”.
Cosa pensa che accadrà nel settore?
“Ci sarà l’assalto nei ristoranti nei primi tempi, sicuramente tutta l’estate, perché si ha bisogno di riallacciare l’anello sociale, poi però la gente già provata dalla crisi finirà presto i soldi. Credo che i conti veri li faremo in autunno, quando non ci saranno tavoli all’aperto, quando ci saranno davvero pochi soldi. Ricordiamoci che tra i posti al chiuso il ristorante resta uno dei più pericolosi, non esiste alcun luogo in cui stai seduto una/due ore e anche più, senza la mascherina”.
Il mondo del delivery come si sta comportando?
“Un disastro. Molti si limitano a fare un’estensione della doggy bag, ti mettono il cibo nella vaschetta di alluminio. Quasi nessuno è attento alla questione ecologica, non usano i contenitori compostabili. Oppure capita soprattutto per i ristoranti di una certa levatura che ti mandino una marea di pacchetti e poi devi cucinare tu. L’altro giorno ho ordinato da un noto ristorante milanese in zona Tortona: la pasta la devi cucinare, la pizza te la devi cuocere…allora se devo spignattare vado al supermercato, che mi costa anche meno”.
Nella ristorazione c’è stato qualche segnale positivo perfino in pandemia?
“Molto poco, diciamo che le dark kitchen, le cucine pensate proprio per il delivery, se reggeranno, potrebbero diventare la versione moderna delle vecchie rosticcerie”.
Parliamo di ristoratori. C’è chi in questo periodo ha comunicato bene nel mondo della ristorazione?
“Molti tacciono, i più noti hanno paura di mostrare la loro fragilità e anche dell’eventuale contraccolpo che può arrivare da una frase detta male, perché sono ricchi e privilegiati e come tali vengono spennacchiati ogni volta che piangono. Io apprezzo il silenzio dei vari Cracco, ma anche uno come Oldani, che invece parla e dice cose molto ragionevoli, come anche Bartolini, a parte su una cosa”.
Cioè?
“Ha detto che i ristoranti di alta fascia sono sicuri. Una follia: che fai, apri i ristoranti solo per un ceto sociale?”.
Perché gli stellati sarebbero più sicuri?
“Perché, secondo lui, hanno più spazio e aereazioni migliori. Perché hanno più soldi, insomma. Rischia la lapidazione”.
A parte che non ha mai visto la metratura di certi all you can eat, grandi come Piazza Duomo…
“La verità è che stanno attraversando un’enorme crisi anche loro. I ristoranti d’alta cucina incassano mediamente 2.000 euro al giorno (se calcoliamo i 365 giorni l’anno), per cui è evidente che nessun ristorante d’alta cucina può sopravvivere già in tempi floridi. Gli stellati guadagnano su indotti vari quali sponsorizzazioni, eventi, consulenze, catering… ora che per loro si è chiuso anche quel rubinetto è un disastro”.
Accanto a chi chiude c’è sempre chi pensa di fare un affare rilevando ora un locale… Cosa ti senti di raccomandare a chi si lancia nell’impresa?
“Molto semplicemente di fare bene i conti, perché questo è un lavoro che va millimetrato e scandagliato in ogni sua angolatura”.
Su quale tipo di ristorazione vale la pena di investire?
“Funzionano le pizzerie e locali ibridi, quelli che mixano ristorazione veloce e cocktail, i classici beveroni su cui si guadagna molto. Funzionano le cicchetterie ovvero il modello ‘bicchiere con la tartina’ che riducono i costi e hanno molti clienti in piedi. È penalizzata la ristorazione che potrei definire da ceto medio, tanto più che sui format dei ristoranti c’è una forte incidenza della stampa”.
Cioè?
“Si parla sempre e solo delle novità, fossero anche una scemenza. Tutto quello che non si distingue dalla massa, anche se di qualità, non è notiziabile. Nessuno sulla stampa ne parla, a meno che dietro non ci sia un nome famoso”.
E la cucina etnica?
“Ci sono città in cui praticamente non esiste, lì si potrebbe seminare”.
Dici che aprire un vietnamita a Palermo funzionerebbe?
“Può essere”.
Cosa ti spaventa di questo momento?
“Le piccole oligarchie di imprenditori che potrebbero spazzare via tutto, magari con quelle catene orrende. Che potrebbero rimanere pochi ristoranti a conduzione familiare. Che tanti per aprire dovranno chiedere i soldi a qualcuno, e lo stesso vale per chi dovrà sopravvivere”.
Tutti quei ristoranti con affitti stellari in galleria a Milano sono sopravvissuti?
“E certo. Anche chi aveva minacciato chiusure è rimasto in piedi…”.
(da TPI)

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CRISANTI: “LE RIAPERTURE? OGNI VOLTA GLI STESSI ERRORI”

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

“ECCO COSA OCCORRE PER USCIRE DALL’EMERGENZA IN OTTO MESI”

«Ogni volta gli stessi errori. Non si impara mai. È incredibile». Il professor Andrea Crisanti, direttore di Microbiologia e virologia dell’Università di Padova, boccia su tutta la linea le «riaperture ragionate a partire dal 26 aprile», annunciate dal presidente Draghi lo scorso venerdì.
Il problema, secondo Crisanti, sta proprio in quell’aggettivo: «ragionato».
“Ragionato” non è un termine scientifico – spiega a Open -. Il rischio può essere calcolato, valutato o interpretato, semmai». E aggiunge: «Se si tratta di un rischio calcolato, quanti casi e quanti morti sono stati messi in conto? Se hanno fatto questo calcolo sarebbe meglio ci venisse detto, perché sapremmo cosa rischia l’Italia».
Una nodo apparentemente lessicale ma che, a detta del professore di Padova, porta con sé forti ripercussioni sull’effettiva ripresa dell’Italia dalla pandemia di Coronavirus.
Professor Crisanti, quali sono i dati necessari per poter parlare di “rischio ragionato”, così come definito dal presidente Draghi?
«Il rischio può essere calcolato, valutato o interpretato, non “ragionato”. Deve essere calcolato in termini di probabilità e di conseguenze. Tradotto: che probabilità c’è che la trasmissione del virus riparta? E poi: quanti morti in più ci si aspetta? Questi sono i termini della discussione. Non ci sono altri calcoli né ragionamenti da fare».
A dicembre, sulle riaperture lei sosteneva che si stavano vendendo «false speranze, intercettando il desiderio della gente di liberarsi dall’incubo». È ancora così?
«Siamo nella situazione, non è cambiato niente».
Sempre in quell’occasione parlò anche «di ossessione della zona gialla». Questa tornerà dal 26 aprile, in modalità “rafforzata”. Che ne pensa?
«Sono tutte misure fatte senza nessuna valutazione. Nel Regno Unito hanno eliminato alcune misure di distanziamento sociale e portato il Paese in una situazione che è esattamente quella che si intende replicare in Italia a partire dalla prossima settimana. Però con dei parametri completamente diversi. Allora o siamo noi irresponsabili nei confronti della salute o sono irresponsabili gli inglesi nei confronti dell’economia. Non c’è una via di mezzo».
Per la riapertura delle scuole si ipotizza una presenza al 100% per tutti, con lezioni all’aperto, screening, ingressi scaglionati. Basterà?
«Non si sa nulla, sono solo ipotesi. La decisione di tenere le scuole aperte o chiuse la si fa senza nessun dato alla mano. Non c’è nessuna informazione che giustifichi né l’una né l’altra scelta».
Cosa ne pensa dei pass per gli spostamenti?
«Dipende da come sono impostati e da quali parametri vengono presi in considerazione. Se è basato sul tampone rapido è una boiata pazzesca. Se è basato sulla vaccinazione c’è un problema etico, perché ci sono persone vaccinate per priorità e altre no. L’opzione sui guariti dalla Covid, che hanno quindi gli anticorpi, ha già qualche fondamento in più. Ma è da monitorare».
Professore però pragmaticamente, dopo oltre un anno di chiusure a singhiozzo, una strada per uscire da questa situazione in sicurezza ci sarà pure, no?
«Certo che c’è. Anzitutto bisogna mantenere le misure attuali e procedere a tambur battente con le vaccinazioni di massa. A questo bisogna unire il sequenziamento dei positivi, per capire se stanno emergendo varianti, e implementare il tracciamento. Però vanno eliminati i tamponi rapidi, che sono un elemento di confusione terribile».
E quanto tempo ci vorrà?
«In otto mesi potremmo uscirne. Però bisognerà fare investimenti nelle giuste direzioni: vaccini, tracciamento e sequenziamento delle possibili varianti. Solo questa è la ricetta per uscirne».
(da Open)

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LA SCOPERTA: LA LEGA RIPAGA (A RATE) I 49 MILIONI CON I SOLDI PUBBLICI

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

RESTITUISCE IL DEBITO CON I SOLDI DEI CONTRIBUENTI

Il Fatto Quotidiano stamattina racconta che la Lega ha trovato un modo “originale” per restituire i famosi 49 milioni allo Stato.
Il Carroccio ha ottenuto di poter restituire il maltolto ai cittadini italiani a condizioni speciali: rate da 600 mila euro all’anno, per una dilazione in quasi 80 anni, senza interessi. Ma sta anche restituendo il debito con i soldi dei contribuenti.
Stefano Vergine racconta che nei bilanci la Lega Nord ha incassato in tutto 1,4 milioni. La metà arriva dal 2 x1000, denaro che ogni cittadino può decidere di versare, invece che allo Stato sotto forma di Irpef, al proprio partito preferito. E con questi soldi che Salvini sta ripagando il debito dei 49 milioni.
Un paradosso: così facendo Lega Nord ripaga allo Stato il suo debito usando denaro sostanzialmente pubblico: la norma sul 2 x 1000 prevede infatti che, nel caso in cui il contribuente non effettui una scelta sulla destinazione della quota Irpef, la somma vada allo Stato.
Nel bilancio della Lega dunque le entrate sono pari a 1,4 milioni. Ma le spese, 1 ,7 milioni in totale, portano il risultato finale in rosso per 292 mila euro.
E questo perché Salvini ha insomma spostato quasi tutte le finanze sul nuovo partito, lasciando al vecchio i debiti e quelle minime entrate necessarie per saldare le rate da 600mila euro all’anno di debito verso lo Stato.
Anche le spese sostenute da Lega Salvini Premier sono rilevanti (8,8 milioni), ma il risultato finale, cioè la differenza tra entrate e uscite, è positivo per 875 mila euro.
Sulla questione potrebbe essere presto un giudice a esprimersi. E questo perché in un atto di citazione indirizzato al Tribunale di Milano, in cui chiede che gli vengano pagate 6,3 milioni di euro di parcelle legali mai saldate, l’ex avvocato della Lega Nord e di Umberto Bossi, Matteo Brigandì., denuncia infatti la continuità finanziaria dei due partiti
Brigandì. – che si considera un creditore del movimento – chiede le parcelle mai saldate a entrambi i partiti, la vecchia e la nuova Lega.
“La Lega Salvini Premier, in buona sostanza, è la stessa associazione di Lega Nord per l’indipendenza della Padana, si legge nell’atto di citazione. Per l’ex avvocato di Bossi gli elementi per dimostrare la continuità giuridica tra i due movimenti sono parecchi: la coincidenza delle sedi (sono entrambi registrati al 41 di via Bellerio), il fatto che “l’intera dirigenza dei due partiti sia la medesima”.
Brigandì allega alla causa civile un’intervista rilasciata da Salvini nel 2018 a uno studente per la sua tesi di laurea. Dove Salvini dice che i due partiti verranno fusi. Per Brigandì è la dimostrazione che i debiti della Lega devono essere onorati anche da Lega Salvini Premier.
(da La Notizia)

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LA FUGA DI FONTANA E BERTOLASO DALLA GIORNALISTA DI REPORT PER NON RISPONDERE A DOMANDE SCOMODE

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

REPORT FA SAPERE CHE FONTANA HA FATTO CAUSA ALLA TRASMISSIONE PER LA VICENDA DEI CAMICI DEL COGNATO

Ieri Report ha mostrato le immagini della sua inchiesta sulla sanità in Lombardia ai tempi del coronavirus, con due protagonisti d’eccezione: Guido Bertolaso e Attilio Fontana.
Chi ha deciso di affidare ad Aria la realizzazione della piattaforma di prenotazione dei vaccini in Lombardia? Chi ha deciso di anticipare la campagna vaccinale?
Report lo ha chiesto a Bertolaso, consulente della Regione per la campagna vaccinale.
Ma né Fontana, che ha rifiutato di replicare alle domande su Aria, né Bertolaso avevano troppa voglia di rispondere. Nel video della puntata integrale, a partire dal minuto 37, si vede Paolo Sensale, portavoce di Fontana, che allontana la giornalista Claudia Di Pasquale.
Negli ultimi mesi in Lombardia è successo di tutto. Si sono accumulati annunci, proclami, disguidi e disservizi. Sono saltate diverse teste. Si sono succeduti due assessori al welfare, due assessori alla famiglia, due consulenti per la campagna vaccinale, tre direttori generali al welfare. Il piano vaccinale è stato rivisto più volte, è stata cambiata persino la piattaforma per la prenotazione dei vaccini ed è stato azzerato il cda della società regionale Aria.
Intanto ieri Report ha fatto sapere che Fontana ha chiesto danni per 250mila euro alla trasmissione della Rai per l’inchiesta sui camici in Lombardia.
(da La Notizia)

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IL SINDACO SOVRANISTA CHE NEGA LA CITTADINANZA A LILIANA SEGRE MA VOLEVA OSPITARE JENNIFER LOPEZ

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI GUALDO CATTANEO IN UMBRIA PARLA DI “LEGAMI STORICI” CON IL PAESE DI 5.000 ABITANTI: QUALI SAREBBERO QUELLI DI JENNIFER NON E’ DATO SAPERLO

Enrico Valentini è il sindaco di Gualdo Cattaneo, piccolo comune di cinquemila abitanti vicino a Perugia. Nei giorni scorsi Valentini ha detto no alla cittadinanza onoraria per la senatrice a vita Liliana Segre.
Con una motivazione chiara: “Non può essere cittadina onoraria di Gualdo Cattaneo perché non ha legami storici con il territorio, non rappresenta il nostro Comune, non ha vissuto qui”. Tutto chiaro, no?
Non molto. Perché un anno fa aveva invece invitato nel suo comune la cantante Jennifer Lopez con una lettera aperta pubblicata su Facebook. Nella quale magnificava le Lumache alla Pomontina del luogo:
Buonasera Jennifer Lopez.
Sono Enrico Valentini Primo cittadino del Comune di Gualdo Cattaneo in provincia di Perugia. Per ovvie ragioni legate alla distanza , ‘scelte lavorative e di vita differenti’ non ci conosciamo direttamente anche se ,da qualche parte, credo di averti visto nonostante fatichi a ricordare il dove. Leggo che vuoi venire in Italia a vivere……Veramente?! E quale posto migliore del Comune di Gualdo Cattaneo? Non è un caso che nel 2019 il nostro comune avesse il 30% degli ultra centenari Umbri.
Sai perché? Perché noi mangiamo le Lumache alla Pomontina, perché ovunque vai vedi oliveti unici che producono un olio unico e fenomenale, perché il Cicotto esiste solo a Grutti, perché la porchetta de ‘Guallo’ è la migliore d’Italia, perché siamo uno dei pochi comuni che ha il tartufo bianco e nero nello stesso comune, perché tutti i funghi che si trovano a Gualdo cattaneo in un solo giorno un Americano non li mangerà nemmeno durante tutta la sua vita, perché il Presepe di Marcellano , i nostri Castelli pieni di storia, il nostro Caro Beato Ugolino e la frittella di Pozzo non li troverai in nessuna sponda del Mississippi
Ora, sicuramente ci sarà una spiegazione logica. Sicuramente Jennifer Lopez ha legami con il territorio perugino ben superiori a quelli di Liliana Segre.
Restiamo in attesa che li spieghi
(da Globalist)

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PER 15 ANNI HA PRESO LO STIPENDIO MA AL LAVORO NON E’ ANDATO NEANCHE UN GIORNO

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

ERA UN ADDETTO ALLA PREVENZIONE INCENDI DELL’OSPEDALE DI CATANZARO, PER METTERE A TACERE LA SUA RESPONSABILE USAVA LE MINACCE

Per quindici anni non si è mai presentato al lavoro, ma non ha mai smesso di percepire lo stipendio. Ha messo insieme più di mezzo milione di retribuzione non dovuta Salvatore Scumace, formalmente dipendente del Centro Operativo Emergenza Incendi (C.O.E.I.) dell’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro, ma di fatto un fantasma.
A stanarlo è stata la Guardia di Finanza, coordinata dalla procura diretta da Nicola Gratteri, passando al setaccio tabulati di presenza e turni di servizio dell’ospedale. Nonostante risultasse in pianta organica, mai, in nessun caso e neanche per un giorno in quindici anni, Scumace risultava presente.
Solo qualcuno dei dipendenti, ascoltati dagli investigatori, ricordava “una persona molto distinta” che più o meno nel 2005 si è presentata senza preavviso nell’ufficio della responsabile del C.O.E.I. Ma di certo – si è scoperto – non era una visita di cortesia. Pesanti minacce, intimidazioni e promesse di nuocere a lei e ai suoi familiari. Questo è stato il biglietto da visita di Scumace, che ha convinto la funzionaria, estranea alle indagini, a soprassedere sulle segnalazioni disciplinari che aveva iniziato ad inviare.
“Pressioni” che, quando la donna è andata in pensione, il recordman degli assenteisti non ha dovuto più fare. Il nuovo responsabile del C.O.E.I., Nino Critelli e i due dirigenti pro tempore dell’ufficio risorse umane Vittorio Prejanò e Maria Pia De Vito – tutti indagati per abuso d’ufficio – non si sono mai disturbati a fare controlli.
Grazie alle indagini della Finanza, coordinate dall’aggiunto Giancarlo Novelli e dal pm Domenico Assumma, la questione però è venuta fuori. Era il luglio 2020 e l’ospedale Pugliese Ciaccio non ha potuto fare a meno di avviare un primo procedimento disciplinare nei confronti di Scumace, affidato a un’apposita commissione.
Allo scopo, sono stati individuati un presidente, Domenico Canino, e due membri, Laura Fondacaro e Antonino Molè, incaricati di vagliare la posizione del dipende e indicare l’eventuale sanzione. Ma nonostante l’uomo non si sia mai presentato al lavoro e fosse per tutti un fantasma, la commissione non ha trovato alcunché da ridire. E nero su bianco hanno affermato l’impossibilità di avanzare un addebito disciplinare nei confronti del dipendente. Un verdetto buono a “guadagnare” un avviso di conclusione indagini per il reato di falso in atto pubblico e abuso d’ufficio.
Assai più complessa la posizione di Scumace, che solo nell’ottobre 2020, all’esito di un secondo procedimento disciplinare, è stato licenziato per giusta causa e senza preavviso. Adesso però per quei quindici anni da fantasma dovrà rispondere anche di estorsione aggravata.
(da La Repubblica)

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I TAMPONI RAPIDI CHE IN LOMBARDIA COSTANO FINO A 50 EURO MENTRE NEL LAZIO AL MASSIMO 22

Aprile 19th, 2021 Riccardo Fucile

DIVERSE REGIONI HANNO PREVISTO COSTI FISSI, LA LOMBARDIA NO

Vivere in una Regione o in un’altra, in epoca Covid, può costituire un vantaggio o uno svantaggio. Accade per la campagna di vaccinazione, in cui alcune realtà territoriali sono meglio organizzate e più veloci di altre, ma succede anche con un’altra delle armi che abbiamo per contrastare i contagi da Coronavirus: i test antigenici rapidi, strumenti che possono rivelarsi preziosi per prevenire il dilagare dell’infezione, perché veloci, economici e ormai facilmente accessibili in diverse Regioni d’Italia, tramite le farmacie. Non tutte le Regioni, tuttavia, garantiscono la stessa possibilità di accesso ai test rapidi – i quali, lo ricordiamo, non hanno funzione diagnostica come il tampone molecolare, ma solamente di screening.
Nel Lazio, ad esempio, la Regione ha fissato un prezzo fisso, pari a 22 euro, per il tampone rapido, cui tutte le farmacie devono attenersi. La cifra è stata fissata già a novembre 2020, grazie a un accordo con le associazioni di categoria.
A fissare un prezzo massimo per i test antigenici rapidi in farmacia sono state ad esempio anche l’Emilia Romagna (15 euro), la Puglia (20 euro), la Campania (22 euro), l’Umbria (22 euro), la Toscana (22 euro) e il Veneto (26 euro).
Al contrario, altre Regioni, pur prevedendo la possibilità di effettuare i test in farmacia, non hanno fissato un costo massimo. È il caso della Lombardia, dove i test antigenici sono arrivati nelle farmacie solo a marzo, e dove ogni struttura è libera di fissare il prezzo che vuole, col conseguente rischio di rincari per gli utenti.
Il protocollo della Lombardia per i test rapidi Covid nelle farmacie è stato approvato lo scorso 1 febbraio 2021. Prevede l’obbligo per l’utente di fissare un appuntamento, e la necessità di essere asintomatici. L’esito del test arriva nell’arco di 15 minuti e, se positivo, viene immediatamente trasmesso all’Asl di riferimento.
Per quanto riguarda il prezzo, però, la giunta guidata da Attilio Fontana non ha previsto alcun tetto massimo. L’unica tariffa prevista dal protocollo è il rimborso di 12 euro (iva esclusa) riconosciuto alle farmacie per ogni test rapido effettuato. Si tratta di “un compenso comprensivo dei costi per l’approvvigionamento dei materiali di consumo, dei dispositivi di protezione individuale e della remunerazione del servizio”.
La diretta conseguenza della mancata previsione di un prezzo massimo, per la popolazione lombarda, sono le notevoli differenze di costo fa una farmacia all’altra. La cifra varia quindi a seconda del quartiere o della città di riferimento, arrivando anche a raggiungere i 50 euro, come documentato di recente da Il Fatto Quotidiano.
Resta da chiedersi se il governo – che sul tema dei vaccini ha condannato le disparità tra Regioni – possa tollerare che rimangano differenze di questo tipo sul costo dei tamponi rapidi nelle farmacie, o se invece non sia più opportuno fissare un prezzo massimo a livello nazionale, come deciso dal governo Conte sulle mascherine a 50 centesimi. Nel frattempo, a continuare a farne le spese, saranno i cittadini lombardi, che hanno già pagato un prezzo molto alto a causa della pandemia.
Un’iniziativa positiva da segnalare, in questo contesto, è la possibilità di eseguire, a partire dal 16 aprile, test rapidi gratuiti nelle tensostrutture allestite dalla Croce Rossa presso la stazione di Milano Centrale.
Lo stesso succede a Roma, a stazione Termini, grazie alla collaborazione col Gruppo Ferrovie dello Stato e al contributo della Commissione europea. Un piccolo passo, che però non può rappresentare la soluzione adeguata per oltre 10 milioni di lombardi.
(da TPI)

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