Novembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO AVER FATTO CAMPAGNA ELETTORALE SULL’ABOLIZIONE DELL’IRAP E LA RIVOLTA FISCALE, ORA I GRILLINI PASSANO AD AUSPICARE MAGGIORI TASSE
Alla fine l’articolato del Movimento 5 Stelle sul reddito di cittadinanza è arrivato: è vero che dovrà essere discusso e modificato in una pubblica discussione in rete (e che forse sarebbe più appropriato chiamarlo reddito minimo garantito), ma il terreno verso cui si muove l’universo grillino appare chiaro.
Questo work in progress è infatti una sorta di manifesto economico del M5S, quel che sembra pensare di come si gestisce il bilancio statale, e riserva più di una sorpresa: per una lista che ha fatto campagna sull’abolizione dell’Irap e la rivolta fiscale, per dire, c’è un incredibile aumento della tassazione con proposte che in questi anni sono stati i cavalli di battaglia della sinistra più o meno radicale (Nichi Vendola ha anche tentato di rivendicare, a ragione, che la prima proposta sul reddito minimo in Parlamento l’ha presentata Sel).
Il meccanismo della legge in sè è molto semplice: chi ha un reddito inferiore ai 7.200 euro l’anno (600 euro al mese) ha diritto ad un aiuto dello Stato per raggiungere quella soglia minima; nel caso di famiglie con figli a carico la soglia si alza (ad esempio 1.630 euro per quattro persone); la mano pubblica interviene anche con altri sussidi per l’affitto, i trasporti, la scuola eccetera; chi percepisce quei soldi s’impegna a rispettare alcune condizioni. Sono le coperture, però, a riservare la sorpresa.
Il viceministro Pd Stefano Fassina le ha definite sostanzialmente insufficienti e incoerenti ed ha in parte ragione: non si può infatti — come il M5S fa in alcuni casi — coprire spesa corrente con soldi stanziati per investimenti, nè indicare introiti a termine per un’uscita strutturale, ma questo è tutto sommato secondario rispetto al “nuovo fisco” disegnato dai 5 Stelle.
TASSA E SPENDI.
La maggior parte dei fondi per coprire i 19 miliardi l’anno (è il tetto massimo) di questo reddito di cittadinanza arrivano da tasse: i tagli riguardano per 2,5 miliardi l’anno per un triennio gli investimenti del ministero della Difesa (un sostanziale azzeramento visto che ammontano in tutto a tre miliardi e mezzo); l’abolizione dei fondi ai partiti e all’editoria che vale però poche decine di milioni l’anno; un contributo su tutte le pensioni in essere. Questo è il meccanismo individuato dal M5S per evitare la bocciatura della Corte costituzionale in cui è incorso Mario Monti sulle pensioni più alte: chi prende dal minimo a circa tremila euro lordi pagherà lo 0,1 per cento per poi passare ad aliquote crescenti fino al 30 per cento di chi riceve ventimila euro al mese.
Si può ipotizzare, sulla base di una simulazione di lavoce.info, che il gettito difficilmente arriverebbe al miliardo l’anno.
Altri soldi poi verrebbero dall’abolizione della Cassa integrazione in deroga: il sottotesto è che un pezzo rilevante di welfare passa dal lavoro alla persona.
BANCHE E “RICCHI”
È da qui che vengono il resto delle coperture: finanza e redditi alti.
La prima proposta che salta all’occhio, infatti, è la patrimoniale per chi ha proprietà (tra immobili, valutati a prezzi di mercato, azioni e pure automobili) superiori al milione e mezzo di euro: si parte da un’aliquota dello 0,5 per cento per arrivare al 3 per cento sopra i 15 milioni. Non è finita.
Il M5S vuole introdurre un nuovo scaglione Irpef: dai 75 ai centomila euro l’anno al 43 per cento come oggi, sopra una nuova aliquota del 45 per cento.
Poi c’è la stangata sul mondo finanziario: aumento della tassazione sulle rendite dal 20 al 22 per cento; diminuzione della deducibilità delle minusvalenze; aumento del 3 per mille dell’imposta di bollo sul portafoglio titoli; aumento della cosiddetta Tobin tax dallo 0,2 all’1 per cento (più una stangata sulle operazioni sui derivati).
Altri 2,7 miliardi l’anno, infine, dovrebbero arrivare da nuovi introiti sui giochi (difficile in un settore già spremuto e in calo).
A parte la fattibilità di arrivare con queste proposte a 19 miliardi, risulta comunque sorprendente che Beppe Grillo si sia dichiarato contrario alla cosiddetta Google tax.
Una delle tante contraddizioni.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
ALLA CAMERA BEN 78 DEPUTATI AVEVANO DETTO SI’ ALLA NORMA PER FAR EMERGERE I PROFITTI REALIZZATI IN ITALIA DALLE SOCIETA’ ON LINE STRANIERE E PER COMBATTERE IL DUMPING FISCALE: RICHIAMATI ALL’ORDINE DAL CAPOCOMICO
La Google Tax? Beppe Grillo la stronca, ma i suoi parlamentari la approvano. 
Anzi, 78 deputati del M5S l’hanno anche votata.
Si apre un nuovo caso emblematico dentro al Movimento alle prese con la legge di stabilità all’esame del Senato.
Tra le misure previste dalla maggioranza c’è anche la cosiddetta Google Tax, una proposta del Pd, proposta su impulso del presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, e del deputato Ernesto Carbone.
La norma punta a far emergere i profitti realizzati in Italia dalle società online straniere.
A differenza dei concorrenti ‘made in Italy’, aziende come Google e Amazon, ma anche imprese di e-commerce, vendono servizi, oggetti e pubblicità nel nostro Paese ma pagano le tasse in Stati dove l’aliquota è più bassa.
Per evitare questa forma di ‘dumping fiscale’, i democratici prevedono che chi acquista beni e servizi da tali imprese possa farlo solo se c’è una titolarità fiscale italiana.
In questo modo, spiegano, si raccoglierebbero centinaia di milioni di euro.
Anche 1 miliardo, da destinare – hanno spiegato – alla riduzione della tassazione sul lavoro.
Contro questa strategia, però, si è scagliato chiaramente nelle scorse ore Beppe Grillo. Citando lo scrittore e ‘senior fellow’ dell’Adam Smith Institute, Tim Worstall, il leader dei cinque stelle ha definito “illegale” la Google tax.
“Il partito democratico, ha proposto una normativa che costringe Google, Facebook e altri giganti a pagare le tasse locali sulle loro entrate italiane, anzichè in Paesi con pressione fiscale inferiore come Irlanda e Lussemburgo. E’ un approccio del tutto illegale”, ha scritto Worstall, sostenendo che in questo modo viene violato il trattato di Roma del 1957.
Ma i parlamentari M5S non sono affatto convinti che sia questa la posizione corretta. Prova ne è il fatto che la stragrande maggioranza di loro la Google tax l’ha già votata.
E’ successo il 24 settembre scorso, quando nell’aula della Camera era in discussione la legge delega per la riforma del fisco (ddl 282, ora all’esame del Senato).
L’articolo 9, comma 1, lettera ‘i’, impegna il Governo, coi decreti attuativi della delega, a prevedere “l’introduzione, in linea con le raccomandazioni degli organismi internazionali e con le eventuali decisioni in sede europea, tenendo conto anche delle esperienze internazionali, di sistemi di tassazione delle attività transnazionali, ivi comprese quelle connesse alla raccolta pubblicitaria, basati su adeguati sistemi di stima delle quote di attività imputabili alla competenza fiscale nazionale”.
In sostanza è il principio che ispira la norma proposta da Boccia per la legge di stabilità .
Il Pd ha ripresentato la norma in forma di emendamento alla manovra per anticipare i tempi rispetto alla delega fiscale, per la cui applicazione bisogna attendere il via libera definitivo del parlamento e poi un decreto attuativo da emanare entro un anno.
Con la manovra, invece, entro fine anno al massimo, la Google tax sarà legge.
Nonostante l’anatema di Grillo, lo scorso 24 settembre a votare la Google tax nella delega fiscale sono stati anche i parlamentari grillini.
L’articolo 9, infatti, secondo quanto risulta all’agenzia Dire, è stato approvato in aula con 443 voti a favore.
I presenti erano 447, e 62 i deputati in missione (tra i quali i tre grillini Luigi Di Maio, presidente di turno dell’aula, il presidente della commissione di Vigilanza Roberto Fico, e il deputato Luca Frusone). In quell’occasione i voti contrari furono soltanto tre (Giovanna Petrenga e Riccardo Gallo del Pdl più Luisella Albanella del Pd) e un astenuto (Mauro Pili, del Pdl). Ma nessuno dei 5 stelle ha votato contro.
Il giorno successivo, sul complesso del provvedimento, il Movimento si è invece astenuto.
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Novembre 8th, 2013 Riccardo Fucile
“COSTA 30 MILIARDI, LE COPERTURE PREVISTE DA GRILLO NON ARRIVANO A 4”
Stefano Fassina smonta la proposta di legge dei Cinque Stelle sul reddito di cittadinanza, bollandola come un concentrato di “super balle”. Secondo il viceministro all’Economia, è impossibile, anche nella più generosa delle valutazioni, recuperare i soldi necessari a realizzarla.
“Il livello di demagogia nella discussione pubblica di proposte economiche è sempre più alto. Grillo supera tutti, impresa non facile dati i competitor in campo”, attacca Fassina, prendendo le mosse dalla proposta M5S di “un reddito di cittadinanza di 600 euro al mese per tutti coloro che siano disponibili a lavorare e un’integrazione al reddito fino a 600 euro per le pensioni e le indennità di importo inferiore”.
“Il costo complessivo – rileva il viceministro all’Economia – supera, secondo le valutazioni più prudenti, i 30 miliardi di euro all’anno. La cosiddetta ‘copertura’ arriverebbe dal taglio delle pensioni d’oro, dall’Imu sui beni della Chiesa e dal taglio delle spese militari. La prima voce, anche nell’ipotesi di considerare ‘d’oro’ le pensioni superiori a 3500 euro netti mensili, implica risparmi di alcune centinaia di milioni di euro all’anno”.
“L’eventuale Imu sui beni della Chiesa utilizzati per attività miste – prosegue Fassina – porterebbe un gettito aggiuntivo di alcune decine di milioni di euro all’anno. Infine, l’azzeramento delle spese militari, non soltanto gli F-35, ma tutto proprio tutto, a parte il ‘dettaglio’ dell’impossibilità di utilizzare risorse in conto capitale per finanziare spesa corrente, libererebbe circa 3,5 miliardi all’anno”.
“In tutto, in una generosissima valutazione, intorno a 4 miliardi disponibili soltanto per alcuni anni. Un decimo di una prudente previsione di spesa. Le balle di Grillo – è la stoccata finale dell’esponente Pd – sono sempre più grosse. Il nuovo che avanza”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 7th, 2013 Riccardo Fucile
TRE SOLI GRILLINI IN AULA A DISCUTERE IL BILANCIO, HANNO PERSO L’APRISCATOLE
La storia di un certo Robespierre, che non faceva il centravanti del Bordeaux, ma il rivoluzionario, è piuttosto illuminante.
Dopo aver ghigliottinato parecchia gente che se lo meritava, finì ghigliottinato anche lui.
E probabilmente se lo meritava.
Il fatto è che quando innesti un meccanismo, specialmente un meccanismo di indignazione, non è tanto facile fermarlo.
Così possono passare in cavalleria, come si dice, faccende che non sfigurerebbero nello “strano ma vero” della Settimana Enigmistica, materia in cui pare i grillini siano maestri.
I microchip sottopelle, e va bene, archiviati.
Le scie chimiche, divertenti, archiviate pure quelle.
Ora, ultima pagina dello stupidario, le sirene, non quelle delle ambulanze, ma quelle con la coda da pesce, le tette al vento (anzi, ai flutti) e il canto magico.
Quelle di Ulisse e di Walt Disney, insomma, quelle lì, che il governo americano vorrebbe nascondere e che invece esistono eccome, come ci assicura, dopo aver visto un documentario piuttosto fantasioso, la deputata del M5s Tatiana Basilio.
Niente di male: davanti a gente (deputati e senatori a decine, anzi a centinaia) pronti a sostenere che Berlusconi è innocente, un liberale, una brava persona, che qualcuno creda alle sirene, ai marziani col naso a trombetta o ai Ligresti trattati come tutti gli altri detenuti non fa quasi notizia. Archiviamo dunque anche le sirene, bye, bye.
Invece è un po’ più difficile archiviare altre cosucce sparse.
Gocce nel mare, per carità , ma sapete com’è, se pecca un fesso qualunque non si stupisce nessuno, ma se pecca chi ha avuto tanto successo nel denunciare i fessi qualunque, beh, il discorso cambia un pochino (chiedete a Robespierre).
Però continuo a consigliare moderazione e persino magnanimità .
Non mi pare così importante accanirsi sui rimborsi per i pranzi alle Regione Emilia Romagna, su cui la magistratura ha avviato un’inchiesta.
Peccati veniali: 9mila euro a testa in pranzi e cene, meno del Pdl, ma più del Pd, forse perchè la virtù sta nel mezzo.
E nemmeno sarebbe il caso di accanirsi sulla riunione a nervi tesi dell’altro giorno, quando il M5s discuteva — senza streaming, dannazione — di portaborse amici e amici degli amici, con deputati inviperiti, lacrime, pugni sul tavolo.
Andiamo, soltanto per l’assunzione di qualche collaboratore (il fidanzato, per dire, o la figlia del convivente).
Porca miseria, dove andremo a finire con questo moralismo, con questa astrusa severità ? Niente drammi, please, succede nelle migliori famiglie.
Peccato però per altri dettagli.
A discutere sul bilancio, alla Camera erano in tre. Pochini, per gente che aveva promesso vigilanza sopraffina, apriscatole per scardinare la scatola di tonno e altre bei propositi di stampo rivoluzionario.
Ora sembrano senza apriscatole, si direbbe, il che dovrebbe far riflettere un po’ tutti, e prima di tutti i sostenitori del movimento, sull’effettiva irrilevanza politica di una forza che ha il 25 per cento dei voti.
Ecco, tutto qui.
Prevengo le obiezioni. Ma gli altri sono peggio. Ma i giornali ci odiano. Ma perchè ce l’hanno con noi. Ma qual è l’alternativa. Ladri. Zombie, Siete morti.
Aggiungere a piacere, salare, pepare e servire caldo.
Si accettano anche argomentazioni scomode, tipo: ma forse le sirene ci sono veramente.
Ecco, tutto bene. Ma la storiella di Robespierre, che non era il centravanti del Bordeaux, è lì da leggere.
Istruttiva.
Alessandro Robecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
L’AVEVA ASSUNTA COME ASSISTENTE NONOSTANTE LE REGOLE DEL MOVIMENTO: PER LEI NON ERA UNA PARENTE
Prima ha assunto la figlia del compagno come assistente personale, poi si è difesa dicendo che
“il Regolamento del Senato lo consente, non essendo la ragazza una parente”, infine ha dovuto capitolare davanti al fuoco incrociato delle polemiche che le sono piovute addosso.
La senatrice salentina del Movimento 5 stelle Barbara Lezzi ha rescisso il contratto di collaborazione con la ventiduenne “brillante, laureata in Economia” che aveva assunto qualche mese fa.
Lo ha fatto per “mettere a tacere i soliti noti”, ha spiegato sul suo profilo fb, “d’accordo con la ragazza – ha aggiunto al telefono – che ha preferito decontrattualizzarsi ma che continuerà ad impegnarsi come attivista del Movimento, così come faceva prima di avere un regolare contratto”.
Un anticipo di tempesta si era già avuto a settembre, quando la nomina della Lezzi quale capogruppo dei grillini al Senato era saltata (in favore della collega Paola Taverna), proprio all’indomani della diffusione delle notizie relative a quella strana assunzione.
Nei giorni scorsi l’argomento è tornato nuovamente in auge, nell’ambito di un confronto al vetriolo tra la base del movimento leccese e i parlamentari, relativo proprio al comportamento degli inquilini salentini di Montecitorio e Palazzo Madama.
E se gli attivisti hanno contestato le modalità di scelta dei collaboratori ed evidenziato la vicinanza tra la Lezzi e la sua assistente personale, è stata proprio quest’ultima – nel corso di un incontro pubblico a Lecce – a chiarire di non aver violato alcun regolamento, dal momento che le norme prevedono che non vengano assunti “parenti, conviventi e affini”, mentre la ragazza non è parente nè convivente, ma semplicemente la figlia “dell’uomo con cui ho una relazione”, a sua volta non convivente.
Una giustificazione che, a quanto pare, non è bastata ad alcuni colleghi a cinque stelle, che lunedì pomeriggio hanno manifestato il loro disappunto durante un’infuocata riunione a Palazzo Madama.
Se il regolamento del Senato è legge, infatti, è altrettanto vero che nel documento firmato dai candidati del M5S prima delle elezioni tutti si sono impegnati a utilizzare
un criterio meritocratico nella selezione di qualsiasi posizione, promettendo anche “di non selezionare per tali posizioni parenti e affini fino al quarto grado”.
Un’evidenza che – secondo la senatrice – non configura comunque alcuna violazione, “Ribadisco di aver rispettato tutte le regole”, al punto che della vicenda non è stato neppure necessario discutere con il leader:
“Con Grillo di questo non ho parlato, non ce n’era alcun bisogno”.
(da “La Repubblica“)
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Novembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
COME I REGIMI COMUNISTI CANCELLAVANO DALLE FOTO I POLITICI CADUTI IN DISGRAZIA, I GRILLINI LI FANNO SPARIRE DALLA RETE… SPERAVANO DI AVER FATTO IN TEMPO, MA GLI E’ ANDATA MALE… ECCO LE PROVE
Non si sono accorti però che lo hanno cancellato solo dalla pagina del MeetUp di Tigulio ma non quella del MeetUp di Genova.
E’ vergognoso che un Movimento politico reagisca in questo modo per non essere collegato a una persona che ha commesso un crimine odioso e che è stato sorpreso dalla Polizia mentre condivideva sul suo pc materiale pedo pornografico.
Ancora una volta il Movimento 5 Stelle ha dimostrato di essere uguale a quei partiti che vorrebbe mandare a casa.
La zozzura la nasconde sotto il tappeto e poi pretende trasparenza dagli altri.
Quella che vedete qui è la foto pagina del MeetUp di Tigullio che Codadipaglia a 5 Stelle ha prontamente fatto sparire.
Purtroppo per loro l’avevamo salvata prima che la cancellassero.
https://www.facebook.com/photo.php?fbid=546815032061815&set=a.439631462780173.1073741826.439624779447508&type=1&relevant_count=
Qui trovate l’articolo con la notizia del suo arresto per pedofilia e la foto del suo account del MeetUp di Genova che si sono dimenticati di cancellare:
http://www.ilsecoloxix.it/p/levante/2013/10/25/AQBtegl-pedofilia_manette_web.shtml
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=542702495806402
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Novembre 5th, 2013 Riccardo Fucile
VILMA MORONESE E BARBA R LEZZI HANNO ASSUNTO CONE ASSISTENTI RISPETTIVAMENTE PARTNER E FIGLIA DEL COMPAGNO
Urla, lacrime, lanci (reciproci) di accuse: è un’assemblea decisamente agitata quella tra i senatori del Movimento 5 Stelle in merito alla cosiddetta «parentopoli grillina».
Una vera e propria polveriera lunga tre ore (e ancora in corso).
A lanciare la scintilla l’agguerrita Laura Bignami nell’incontro, la scorsa settimana, con Beppe Grillo e poi rimbalzata nei meetup di tutta Italia.
Lunedì Bignami ha disertato la riunione, ma sul tavolo è finita comunque l’assunzione di collaboratori da parte di alcuni parlamentari: in alcuni casi – è l’accusa avanzata – non sarebbero mancate corsie preferenziali per parenti, partner e «amici di».
Due delle senatrici finite sul banco degli imputati -Vilma Moronese e Barbara Lezzi, accusate di aver assunto rispettivamente partner e figlia del compagno – hanno rigettato gli attacchi, assicurando di avere la coscienza pulita: «Abbiamo rispettato le regole -hanno sostenuto- perchè i partner in questione non sono conviventi».
Ma su questo punto molte le repliche piccate di chi è sposato: «Allora devo divorziare per poter assumere anch’io la mia compagna?», ha chiesto sarcastico un senatore 5 stelle.
ACCUSE E OFFESE
C’è chi, come Vilma Moronese, lascia (in lacrime) l’aula nel corso dell’assemblea. Ma le polemiche non si placano, anzi.
Qualcuno denuncia «il clima disgustoso e avvilente che c’è qui dentro, clima vessatorio e ricattatorio. à‰ vergognoso».
Volano parole grosse anche contro i «sospettati»: «Siamo finiti sui giornali per colpa tua», grida una senatrice attaccando un collega.
Il capogruppo Paola Taverna si allontana dalla riunione sbuffando, il senatore Giovanni Endrizzi tuona richiamando all’ordine i colleghi: «Domani (martedì, ndr) in aula c’è la Cancellieri e stiamo perdendo tempo su questo».
Intanto la riunione va avanti e la tensione non scema.
Una senatrice torna sulla rendicontazione delle spese e accusa: «Come si possono spendere 1.800 euro per capi d’abbigliamento? Le regole non erano queste».
Polemica poi per la mail in cui Claudio Messora, a capo della comunicazione M5S del Senato, comunica ai parlamentari che la riunione non verrà trasmessa in streaming per evitare boomerang mediatici.
NIENTE STREAMING
L’assemblea ha dibattuto per due ore sull’opportunità di andare in diretta streaming.
«Un tempo queste decisioni venivano votate dall’assemblea -lamenta un senatore sbattendo la porta – ora vengono calate dall’altro come un tris di assi».
«Cerchiamo di non farci del male -invita alla calma un altro senatore grillino – qui ci stiamo suicidando».
Qualcuno alza la mano e chiede a gran voce regole chiare sulla vicenda collaboratori: «Solo così si evitano nuovi casi e si danno risposte chiare alla base».
Ma l’assemblea non ha assunto decisioni in merito: al momento non sono previste votazioni e non ha deciso come comportarsi in futuro per evitare nuovi casi di «parentopoli» anche se qualcuno aveva chiesto regole certe per evitare nuove discussioni. Il dibattito, quindi, resta aperto.
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 5th, 2013 Riccardo Fucile
ATTACCO DI GERONTOFOBIA A “TRAMONTO DORATO”: NICK IL NERO, RESPONSABILE COMUNICAZIONE AL SENATO, VUOLE TOGLIERE IL DIRITTO DI VOTO AGLI ANZIANI
Arginare il diritto al voto degli anziani è una delle priorità politiche di Nik il Nero (al secolo
Nicola Virzì, camionista, videomaker e responsabile della comunicazione dei grillini al Senato).
“C’è un’età minima per votare… – ha scritto Nik sul suo profilo Facebook – per quella massima che si fa?”.
Vale a dire: sarà il caso di impedire agli italiani di una certa età di partecipare al voto? Il camionista con la passione delle handycam è evidentemente terrorizzato dall’idea che le sorti del Paese possano essere decise da persone con troppi capelli bianchi in testa.
Ma la provocazione non piace al suo pubblico. ” Niente, dato che non esiste un’età massima per godere dei diritti civili e politici” è la prima – e più educata – risposta che gli arriva.
“Ci sono ottantenni che sono molto più’ intelligenti di te”, osserva pungente un altro utente.
“Vergognati”, stigmatizza in maniera laconica un altro ancora.
Tra i pochi che si spendono per sostenere l’idea di Nik il Nero, spicca Dario Pattacini, giornalista un tempo vicino all’Idv, ora nell’orbita del Movimento 5 stelle e della sua web tv la Cosa.
“Da almeno 10 anni – scrive Pattacini – sostengo che arrivati a 70 anni, non si debba piu’ avere il diritto di voto. Un ultra settantenne – chiede – perchè deve condizionare la vita delle future generazioni?”.
Ecco, Beppe Grillo di anni ne ha 65.
Forse Virzì e Pattacini, in fondo in fondo, stanno pensando a lui…
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Novembre 5th, 2013 Riccardo Fucile
ERANO ARRIVATI 20.000 CURRICULA DI CANDIDATI CHE SPERAVANO NELLA SELEZIONE PROMESSA… LA SENATRICE SI AUTOASSOLVE: “MOLTI DI NOI HANNO SCELTO AMICI CON LEGAMI PREGRESSI”: QUESTI SAREBBERO I MORALIZZATORI CHE VOGLIONO LE DIMISSIONI DELLA CANCELLIERI
Parafrasando Mozart, è noto che in Italia “così fan tutti”. 
«Tutti, ma non quelli del Movimento!», spiega sempre Beppe Grillo, che sulla diversità antropologica dei suoi deputati rispetto a quelli del Pdl e del «Pd-meno-L» ha basato il codice di comportamento dei Cinque Stelle e parte importante del consenso ottenuto nel Paese.
Eppure non tutti gli eletti pentastellati devono pensarla allo stesso modo: la senatrice Barbara Lezzi, quarantenne leccese e considerata tra le attiviste più vicine al leader, ha infatti assunto come portaborse – tra i circa 20mila candidati che hanno inviato un curriculum al sito del movimento sperando in una selezione basata sul merito – la figlia del suo fidanzato.
Non proprio una persona a caso.
La voce dell’assunzione era girata tra la base qualche settimana fa, quando la Lezzi era finita con Paola Taverna al ballottaggio per la nomina di capogruppo dei Cinque Stelle al Senato.
Entrambe fedelissime del tandem Grillo-Casaleggio, alla fine fu la Taverna (20 voti a 13) a spuntarla, nonostante la Lezzi avesse persino annunciato (ironicamente) di voler «sposare Beppe» perchè d’accordo con tutto quello che diceva.
I sospetti sulla portaborse sono iniziati a circolare tra gli attivisti pugliesi a fine settembre, scatenando in rete polemiche e smentite, e coinvolgendo per errore anche un’altra senatrice del movimento, Daniela Donno.
Così tre giorni fa è stata la stessa Lezzi, durante un’incontro pubblico, ad ammettere di aver contrattualizzato come «assistente personale» la figlia del compagno.
«Per gli assistenti personali» ha spiegato davanti alla platea grillina «noi non abbiamo stabilito nessuna norma interna se non quella prevista dal Senato. Che prevede che non vengano assunti familiari, conviventi, parenti o affini».
Secondo la Lezzi, dunque, la figura della figlia del fidanzato non può essere considerata “affine”.
«Io ho assunto una ragazza, che ho conosciuto ai meet-up insieme al padre, con il quale adesso ho anche una relazione» ha ragionato «Io non convivo con il padre: sono molto tranquilla a dirla questa cosa. Io tra l’altro ho assunto non il padre, ma la figlia, che è una ragazza laureata in Economia, e io sono vicepresidente della commissione Bilancio…».
Insomma, tutto normale…
Emiliano Fittipaldi
(da “l’Espresso”)
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