Maggio 24th, 2012 Riccardo Fucile
“L’AUTOCANDIDATURA DI TAVOLAZZI E’ UNA SCELTA INCOMPATIBILE”… REPLICA L’INTERESSATO: “ME L’HA CHIESTO IL SINDACO PIZZAROTTI”… NEL MOVIMENTO REGNA GIA’ IL CAOS
“Mi meraviglio che Tavolazzi si ripresenti ancora sulla scena per spaccare il Movimento 5 Stelle e che trovi pure il consenso di un consigliere dell’Emilia Romagna”.
Chiusi i festeggiamenti per il successo elettorale, che ha consegnato al candidato cinque stelle Federico Pizzarotti le chiavi della città di Parma, nel Movimento riemergono le vecchie divergenze.
È ancora una volta un post di Beppe Grillo a scatenare la bufera, il blogger genovese, intervenendo sulla nomina del direttore generale del comune, scrive: “Ho saputo soltanto ieri sera della auto candidatura (appoggiata da un consigliere del Movimento dell’Emilia Romagna) di Valentino Tavolazzi di Progetto per Ferrara a cui è stato inibito l’uso congiunto del suo simbolo con quello del Movimento 5 Stelle qualche mese fa — e aggiunge — Ovviamente è una scelta impossibile, incompatibile e ingestibile politicamente”.
L’ex-comico e fondatore del Movimento continua poi lanciando l’avviso pubblico di selezione.
“La Rete non deve lasciare soli i sindaci del Movimento 5 Stelle. Tutto è avvenuto molto in fretta e c’è la necessità di ricoprire ruoli operativi. A Parma abbiamo bisogno di aiuto. Cerchiamo una persona con esperienza della gestione della macchina comunale per la carica di direttore generale al più presto. Incensurata, non legata ai partiti, di provata competenza”.
Chi interessato, conclude, può mandare il curriculum direttamente al sito del comico genovese, selezionando la mascherina “Aiuto per Parma”.
Poi la bordata contro il consigliere ferrarese, già allontanato dal Movimento a marzo, sempre per decisione di Grillo. “Mi meraviglio che Tavolazzi si ripresenti ancora sulla scena per spaccare il Movimento 5 Stelle e che trovi pure il consenso di un consigliere dell’Emilia Romagna”.
Ma Valentino Tavolazzi, chiamato in causa, smentisce ogni ipotesi di autocandidatura.
Prima lo fa su Facebook, facendo capire attraverso di non essersi mai proposto per quel ruolo: “Stiamo scherzando? Siamo alle comiche. Dovete chiedere a Federico Pizzarotti”.
E poi dà la sua versione dei fatti. “Non è vero che mi sono autocandidato. È stato Federico Pizzarotti in persona, qualche giorno fa, a chiedermelo. Anche lui ovviamente ora si sta domandando l’utilità di questo post, che arreca più danno che vantaggio al Movimento”.
Del resto, dice, il curriculum sarebbe adatto. “Quando me l’ha chiesto ho dato la mia disponibilità — continua — perchè ho già ricoperto quel ruolo, quindi avrei i requisiti giusti. Ma la scelta non è mia. La decisione riguarda esclusivamente il sindaco. Lui per legge ha il diritto e il dovere di scegliere il direttore generale”.
Per ora il neosindaco di Parma non si esprime.
Da ore si trova in una stanza del Comune con alcuni consiglieri, e rifiuta le chiamate dei giornalisti. Ma una mezza conferma Tavolazzi la trova nella replica dal consigliere dell’Emilia Romagna Giovanni Favia, al quale Grillo sembra fare riferimento nel post. “Per le informazioni che ho io Valentino Tavolazzi non si è mai auto candidato come direttore generale del comune di Parma — scrive su Facebook — Nè tantomeno è stato appoggiato dai consiglieri regionali dell’Emilia Romagna, il cui ruolo non è quello di appoggiare o spingere candidature in perfetto stile partito, ma di vigilare che Parma non venga penalizzata nei trasferimenti di risorse regionali”.
E poi rincara: “Prego chi ha fornito questa falsa informazione allo staff del blog di dichiararsi e chiedere scusa. Ed allo staff di verificare prima le informazioni che pubblica”.
Riemerge così, a 72 ore dalla vittoria del ballottaggio e alla vigilia della prova di governo più importante del Movimento 5 stelle, la questione delle espulsioni.
Ritorna a galla riportando con sè anche vecchi veleni, sospetti e mal di pancia.
Con una squadra ancora da formare e un comune tutto da disegnare, la prima grana per il sindaco di Parma Federico Pizzarotti è tutta interna.
Sì, perchè l’intervento di Grillo non solo ha riacceso tra gli attivisti il dibattito sul ruolo e le ingerenze di Grillo. Ma rischia anche di allungare la distanza tra gli eletti del Movimento e il loro ispiratore.
Tavolazzi era stato messo alla porta a inizio marzo, per aver partecipato a una due giorni organizzata a Rimini da alcuni attivisti.
La decisione era stata comunicata da Grillo sempre attraverso un post online, dividendo attivisti ed eletti tra pro e contro epurazione.
E se alcuni avevano accettato senza fiatare scegliendo di prendere le parti del fondatore del Movimento, altri avevano storto il naso, lamentando un’assenza di democrazia interna.
I sospetti e i malumori erano rimasti poi sottotraccia durante l’intera campagna campagna elettorale, alla quale peraltro Tavolazzi, nonostante il divieto di usare il simbolo, ha sempre partecipato.
“Se a Comacchio ci sono una lista e un sindaco è anche merito nostro (mio e del gruppo di Cento, ndr). Abbiamo lavorato per più di un anno. Noi stiamo continuando a fare quello che facevamo prima che Grillo decidesse di levarci il simbolo. E lo faremo ancora per molto perchè crediamo in questo Movimento”.
Giulia Zaccariello e Silvia Bia
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
IL COMICO GENOVESE CONTRO I CONDUTTORI DI TALK SHOW: “HANNO INVENTATO L’INFORMAZIONE A CIRCUITO CHIUSO”… I MILITANTI 5S A PIZZAROTTI: “NON HAI VINTO TU”
“È sempre più estraniante guardare cicciobombi e labbra turgide, megafoni dei partiti nelle televisioni nazionali, nei telegiornali, nei
talk show. Il loro lavoro di portavoci e anfitrioni, finora, lo hanno svolto egregiamente, hanno trasformato personaggi come Lupi, Formigoni, Alfano, Veltroni, Alemanno, Fini in giganti della politica. Li hanno tenuti in vita”.
Beppe Grillo sul suo blog, il giorno dopo l’attacco al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, si scaglia contro i giornalisti tv, accusati di essere al servizio dei partiti.
“I conduttori sono animali domestici (pappagalli?) – si legge nel post – dimenticati dal padrone dopo un trasloco”.
E sempre il blog di Grillo diventa il luogo nel quale si accendono, a soli due giorni dal voto, i primi contrasti all’interno del movimento.
I militanti più agguerriti, infatti, usano la Rete per criticare la presa di posizione del neosindaco di Parma, Federico Pizzarotti, che in un’intervista a Repubblica ha detto: “Grillo ha aperto una strada, ma a Parma hanno eletto noi”.
Pertanto, se il comico genovese “vuole venire per un saluto – dice il sindaco- ci farà piacere. Comizi di ringraziamento no, porterebbero via tempo”.
Pizzarotti “è solo un portavoce – fa notare Paolo B. – quindi sbaglia a dire ‘ho vinto io’, contraddice alla radice l’idea del M5s. Se davvero pensa di essere il sindaco nel sensoclassico del termine e non in quanto portavoce del M5S e dei cittadini di Parma, è fuori strada e mette tutti in difficoltà “.
Altri sono più diretti. “Caro Pizzarotti, a Parma hanno vinto i cittadini. Non è la tua vittoria, devi essere riconoscente a vita dell’opportunità che ti ha dato Grillo, poichè lui è il promotore di tutto questo. Viva viva Grillo”, grida al mondo Alessandro D. da San Teodoro.
Il programma del M5s per la tv.
Riferendosi ai talk show, il comico scrive sul blog: “I loro studi, dove hanno manipolato per decenni l’opinione pubblica, sono spogli, tristi. I partiti vi inviano figure di secondo piano, per fare presenza. I conduttori sono costretti a intervistarsi tra di loro, a scambiarsi opinioni di cui non frega niente a nessuno. Santoro intervista Lerner. La Annunziata intervista Santoro. La Gruber intervista Mieli. Hanno inventato – conclude – l’informazione a ciclo chiuso”.
Grillo, poi, ricorda le proposte del Movimento 5 Stelle, che prevedono tra l’altro di vietare ai privati di possedere più del 10% di una tv nazionale e per vendere due canali Rai.
“Ci vediamo in Parlamento”, conclude il post a proposito della riforma della televisione che Grillo intende portare avanti.
Innanzitutto “nessun canale televisivo con copertura nazionale può essere posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato, l’azionariato deve essere diffuso con proprietà massima del 10%”.
Ma c’è di più: le frequenze televisive vanno assegnate attraverso un’asta pubblica ogni cinque anni; abolizione della legge del governo D’Alema che richiede un contributo dell’uno per cento sui ricavi agli assegnatari di frequenze televisive; vendita ad azionariato diffuso, con proprietà massima del 10%, di due canali televisivi pubblici; un solo canale televisivo pubblico, senza pubblicità , informativo e culturale,indipendente dai partiti; abolizione della legge Gasparri”.
“Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?).
Noi neppure”, conclude.
Le due voci della Rete.
Sul web non manca chi si schiera al fianco di Federico Pizzarotti, anche se sono pochi.
Pericle, ad esempio, condivide che il sindaco dica di non prendere ordini da Grillo. “Ha fatto bene. Ma come- chiede agli altri militanti- tutti i giorni ci attaccano con la scusa che Grillo è il padrone del M5s, praticamente una copia del Pdl, e se uno spiega che nel M5s non ci sono padroni, nè boss vi agitate?”.
La maggior parte sta con il comico genovese.
Il più drastico è Alex Scantalmassi, parmigiano. “Io non mi sento rappresentato dal neosindaco di Parma- dice- non ho votato e fatto votare uno che poi alla prima intervista parla a titolo personale, rivendicando addirittura la vittoria come sua. Pizzarotti dovrebbe rettificare le sue dichiarazioni fatte dopo il voto, deve dimostrare umiltà e ammettere di avere sbagliato”.
Secondo Scantalmassi, c’è un filo comune che lega i dissidenti grillini di Rimini e le parole del sindaco di Parma “trovo un’analogia. Usare Beppe e me e gli altri, per arrivare alle poltrone per poi presentarsi come ‘i grillini che pensano’ da soli vuol dire tradire il metodo. Occhio che ci metto un attimo a prezzarvi per quello che siete”, è l’avvertimento alla giunta e ai consiglieri neoeletti.
Insomma, il clima è surriscaldato.
Qualcuno, come Gerardo S. da Vaglio, in Basilicata, cerca di spegnere gli ardori. “Hei, heià embè, che ci sta prendendo a tutti quanti?”, chiede il ‘pacificatore’.
Federico Pizzarotti, osserva, “ha espresso una sua opinione che non deve essere necessariamente interpretata negativamente.
‘Ho vinto io’- spiega ripetendo le parole del sindaco- non significa volersi smarcare da Beppe Grillo e tantomeno rinnegarlo. Questo lasciamolo dire a Fiorello e a tutti i prezzolati dell’informazione e della politica sonoramente sconfitta! Non facciamo il loro gioco”.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
GRILLO: “RIPRENDIAMOCI IL PAESE”…BERSANI: “A BUDRIO E GARBAGNATE LI ABBIAMO SCONFITTI”
Ce le ricorderemo le elezioni amministrative del 2012: un terremoto bipolare e un rompicapo elettorale da decrittare, come un enigma,
una giornata di sorrisi di cartapesta, sguardi torvi edi facce pietrificate.
Un vortice dove tutto turbina e nulla è come appare a prima vista.
Nella politica formato Polaroid, che finisce in cortocircuito fra la cosiddetta “Foto di Vasto” e la cosiddetta “Foto di Palazzo Chigi” (ovvero l’alleanza di governo twittata da Pier Ferdinando Casini), che foto è la “foto di Parma”, e cosa ci dice oggi?
Quali sono le conseguenze che il “Parmacotto” grillino Pizzarotti introduce nel già terremotato sistema politico della Seconda Repubblica?
Proviamo a partire dal Movimento Cinque Stelle.
Il paradosso del raddoppio
Ha vinto la sua sfida, su questo non c’è dubbio. Passa dal 5% delle elezioni regionali alla conquista di una grande città , alla prova del governo.
Vince a Mira, Comacchio e (già al primo turno) Sarego.
Tant’è vero che Beppe Grillo annuncia trionfante: “Dopo Stalingrado ora ci aspetta Berlino! E adesso riprendiamoci questo Paese”.
Poi c’è la vittoria del centrosinistra.
La coalizione raddoppia il numero dei suoi sindaci da 45 a 92. Si porta a casa 15 comuni su 27 nelle città capoluogo (prima ne aveva solo 9). Dovrebbe gioire.
Ma se è così, allora, perchè nella sede del Pd la faccia di Pier Luigi Bersani è nera, la bocca è ripiegata all’ingiù come quella di un Gargamella, il tono vagamente incazzoso?
I leader del Pd italiano sono una varietà politica unica al mondo, tristi quando dicono di aver trionfato. Festosi quando perdono.
Se fosse vera la prima cosa, Bersani dovrebbe almeno cambiare faccia.
O magari evitare frasi boomerang che entreranno nella storia.
Come questa: “Ci sono anche dei comuni dove abbiamo ‘non vinto’ come Parma e Comacchio”.
Il tono è vagamente sarcastico con i giornalisti.
Ma nessuno gli ha ancora fatto una domanda, perchè quando parla così, è ancora alla sua dichiarazione introduttiva.
Subito dopo, il segretario, inanella un’altra perla memorabile della conferenza stampa, questa curiosa considerazione: “Voglio sfatare l’idea che noi contro i grillini perdiamo sempre. A Budrio e Garbagnate vinciamo noi!”.
Excusatio non petita, difesa non necessaria.
Bersani mostra l’istogramma dei comuni vinti, ma rivela di sentirsi quasi ferito dal successo grillino.
La Serracchiani dice di più: “Parma oscura tutto il resto”.
Grillo invece parla già della presa di Berlino, ma non può ignorare che senza il doppio turno (alle politiche il ballottaggio non c’è) la “presa di Stalingrado” sarebbe stata impossibile.
Tormentone Udc
Altro fermo immagine, il riverbero su scala nazionale. Il Pd viene indicato dal sondaggio della Emg di Fabrizio Masia al 25%. Ancora in calo. Primo partito, ma in retromarcia.
Grillo, nello stesso sondaggio sulle intenzioni di voto nazionali sfiora il 13%, per la prima volta.
Il secondo fermo immagine, nel Pd, di ieri è di nuovo nello studio de La7, nello speciale di Enrico Mentana. Anche Enrico Letta sembra inquieto. Ha un sorriso senza luce quando dice: “Bisogna capire che queste elezioni sono un grandissimo segnale di disagio. Ci serve una legge elettorale per allargare le alleanze, perchè si governa solo con coalizioni più larghe e con il doppio turno”.
Poi, durante lo spot, se gli chiedi perchè mai, ti spiega: “Dobbiamo cercare l’alleanza con l’Udc”.
Se il Pd non può sorridere, dunque, è perchè in questa vittoria è prigioniero di due paradossi.
Il primo è che (esattamente come il Pdl) nelle grandi città non è stato in grado di selezionare o di produrre una classe dirigente vincente. Anzi. Nelle grandi città vincono candidati selezionati con le primarie come Marco Doria (sostenuto da Sel) o come Leoluca Orlando, il “vintage” che non invecchia mai, che si porta 30 consiglieri dell’Idv in consiglio (con l’11%!) e cita Picasso sorridendo sotto le sue belle occhiaie: “Servono molti anni per imparare ad essere giovani”.
Il secondo motivo per cui mezzo Pd è inverosimilmente listato a lutto è perchè vince — sì — ma con l’alleanza che una parte importante del suo gruppo dirigente (veltroniani, lettiani, fioroniani e centristi) non voleva.
Non solo quella con Italia dei Valori e con Sel, ma, in moltissimi casi, anche con la Federazione della sinistra.
Tant’è vero che, sempre Letta, ieri ripeteva: “Mi chiedo. Di Pietro può essere considerato di sinistra? Possiamo vincere le elezioni e pensare di governare con i comunisti? Io l’ho già fatto nel 1996 e non voglio ripetere l’esperienza!”.
Ed ecco il problema: la base del centrosinistra e queste elezioni hanno affondato i sogni di convergenze post-democristiane al centro, e indicato una strada diversa.
Il prezzo di Mont
Il terzo punto decisivo è questo: è vero che erano elezioni amministrative, ma a sinistra vincono i candidati che sono fuori dalla maggioranza Monti.
Stravince chi come Doria ripete: “Questo governo non ha risposto al disagio sociale”.
Anche nel centro-destra questo è un effetto destabilizzante, che rafforza il partito dello staccate-la-spina.
“Grillo — spiega Daniela Santanchè, la massima esponente — ha vinto con i nostri voti. Abbiamo offerto al popolo del Pdl un residence per terremotati di tagli e tasse, quello del governo Monti. E loro hanno preferito cambiare casa e prenderne in affitto un’altra, dai candidati del movimento Cinque Stelle.
Possiamo recuperarli — conclude la pasionaria pidiellina — solo se cambiamo rotta”.
È già pronta la sfida delle primarie con la granitica cerbiatta governativa, Mara Carfagna.
Sono stati puniti i partiti del governo. Ma anche quelli del vecchio governo.
È stata piallata la Lega, che perde sette ballottaggi su sette.
E manda in tv un Bobo Maroni terreo, che ricorda il Claudio Martelli del 1993.
Eredita un partito da raddrizzare, forse fuori tempo massimo.
La mappa della Lega che non c’è più, è anche quella del M5S, che eredita i suoi voti.
Provate a sentire cosa dice Giovanni Favia, il più visibile dei grillini: “Primo: abbiamo fatto boom, e questa volta lo hanno sentito tutti”. Secondo: “Si è dimostrata una balla l’idea che per vincere dovevamo coalizzarci”. Poi: “Terzo: vedo che il Pd è depresso. Hanno ragione perchè a Parma hanno capito che gli rompiamo il giochino. Ormai lottano per sopravvivere. Presto dovranno trovarsi un lavoro vero — conclude con l’ultima stoccata e per loro non sarà facile”.
In questo mondo al contrario, in questo valzer di maschere che si scambiano i ruoli, anche un grillo — per una volta — può avere un sorriso caimano.
Luca Telese blog
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Maggio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IL MOVIMENTO CINQUE STELLE E’ LA TRASPOSIZIONE POLITICA DI “STRISCIA LA NOTIZIA”? … LA SUGGESTIONE ESISTE, GRILLO E’ SICURAMENTE ANCHE IL GABIBBO, MA CHE GUARDA REPORT, HA LETTO “LA CASTA” E SA STARE SUL WEB
I due hanno in comune la cadenza, ligure, e l’ideatore, Antonio Ricci, di cui Grillo è stato a lungo il ventriloquo tv. 
«Fantastico», «Te la do io l’America», «Te lo do io il Brasile»: l’unico programma di successo che Ricci non gli ha curato è «Te la do io l’Italia».
Quello se lo sta scrivendo da solo.
Se Grillo ricorda il pupazzo rosso che svergogna i potenti tra ghigni e sberleffi, l’attivista-tipo del Cinque Stelle assomiglia a uno di quegli inviati di «Striscia» che consegnano tapiri: informato, tignoso, sfacciato.
Quanto all’elettorato, ne esiste uno cresciuto con le tv berlusconiane che da anni si abbevera ai programmi satirici di denuncia e ha finito per introiettarne meccanismi e valori.
«Striscia» e «Le Iene» si pongono come giustizieri della notte, raddrizzatori di torti, vendicatori degli oppressi in contrapposizione a un Potere che magnanimo li finanzia attraverso la pubblicità . Secondo lo studioso dei media Massimiliano Panarari, il loro segreto consiste nel dare sfogo al rancore popolare verso un sistema concepito come nemico.
Ai seguaci di «Striscia» il movimento di Grillo non sembra antipolitica, ma politica: difesa del cittadino.
In realtà , sostiene Carlo Freccero, il termine corretto è Apolitica: il rifiuto dei partiti, ormai ridotti a meri comitati d’affari.
E qui l’albero genealogico del grillismo si allarga a «Report» di Milena Gabanelli e al bestseller «La Casta» di Stella e Rizzo.
E’ la versione sofisticata della tv di denuncia, il Gabibbo in bella copia, il grande giornalismo d’inchiesta.
Gabanelli incarna l’archetipo grillista del Controllore, colui o colei che incrocia i dati, macina le informazioni e rivela i segreti del Moloch che ci condiziona la vita, sia esso una multinazionale di farmaci o un assessore arrogante e corrotto.
Il milione di copie de «La Casta» è stato un fenomeno sociale che la cultura in ghingheri non ha voluto capire, forse perchè gli artefici non erano due intellettuali spocchiosi e incomprensibili, ma due bravissimi giornalisti.
Stella e Rizzo hanno dato sostanza di pagine al mal di pancia verso i partiti e il loro sistema chiuso di privilegi.
Cosa accomuna lo spettatore di «Striscia» a quello di «Report» ed entrambi al lettore de «La Casta»?
L’idea che destra e sinistra siano diventate la stessa cosa: se non nei valori, nel personale politico che ha smesso di incarnarli per dedicarsi esclusivamente alla gestione del potere.
Le radici televisive del grillismo affondano qui e gli hanno sicuramente creato un pregiudizio di simpatia fra gli elettori, anche fra coloro che non lo votano.
Di fronte a questo pregiudizio positivo vacillano i dibattiti sul sistema elettorale.
Il doppio turno, infatti, funziona quando l’avversario è percepito come una minaccia (un leghista per un democratico, un «comunista» per un berlusconiano) e spinge l’elettore avverso alle urne per incoronare il male minore.
Ma il Movimento Cinque Stelle non fa davvero paura a nessuno, semmai suscita curiosità .
Così si spiega perchè al ballottaggio di Parma il candidato del centrosinistra non sia riuscito nemmeno a fare il pieno dei voti presi al primo turno: migliaia di suoi elettori non hanno sentito l’urgenza di tornare alle urne.
Magari in cuor loro si saranno persino augurati il trionfo della «novità ».
Ma Grillo e il grillismo non si esauriscono nei vecchi mezzi di comunicazione, parola cartacea e tv.
Il Cinque Stelle non si può capire senza la «class action», quel fenomeno importato dagli Stati Uniti che induce le vittime di un medesimo torto a unire le proprie forze e a fare causa comune contro il potere che le ha defraudate di qualche diritto.
Il berlusconismo era delega passiva al demiurgo.
Il grillismo è assunzione collettiva di responsabilità .
Il berlusconiano votava col telecomando, l’attivista di Grillo (non chiamiamolo grillino) con la tastiera del Web.
I seguaci di Berlusconi cercavano di assomigliare al Capo fin dalle barzellette, mentre quelli di Grillo non assomigliano a Grillo: nell’approccio sono molto meno televisivi e molto più seri.
Il mito fondante del Movimento Cinque Stelle, solo in questo simile all’Uomo Qualunque di Giannini, è il Buon Amministratore.
Persa la speranza di sottrarre il mondo alle trame dei grandi capitalisti, il grillismo chiede alla politica di diventare apolitica, cioè di limitarsi all’ordinaria amministrazione.
Perciò la politica potrà salvarsi solo se smentirà Grillo, ricominciando a fare sogni grandi. Altrimenti il Gabibbo barbuto trionferà , così come «Striscia» trionfa da vent’anni contro una Rai che ha saputo, o voluto, contrapporgli sempre e soltanto dei Pacchi.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Maggio 18th, 2012 Riccardo Fucile
I 50.000 ASTENUTI DEL PRIMO TURNO SARANNO L’AGO DELLA BILANCIA NEL BALLOTTAGGIO TRA BERNAZZOLI E PIZZAROTTI
E’ arrivato Le Monde per capire se il “grillino” Federico Pizzarotti (che si è preso 15 giorni di ferie dalla banca dove lavora per
organizzare il ballottaggio) è un Hollande di provincia.
E’ arrivato il New York Times e lunedì addirittura si vocifera di un collegamento della Cnn da piazza Garibaldi.
La provincia, si sa, è sorniona e un pò ci gode ad essere sulla ribalta. A parlare di una sua unicità , vera o presunta.
E allora ricorda ai tanti microfoni, alla selva di telecamere, che questo ex ducato ha la vocazione al laboratorio: primi nella rossa Emilia a chiudere la stagione dei sindaci di centrosinistra e ad aprire quella del civismo berlusconiano con l’elezione a primo cittadino di Elvio Ubaldi.
Correva l’anno 1998 e l'”anarchico” del Pci Mario Tommasini, con una sua lista, mandò in soffitta la nomenklatura che voleva riconfermare in municipio il notaio Stefano Lavagetto del Pds.
Se poi le lancette si spostano ben più indietro nel tempo ecco la Parma delle barricate, ribelle, popolare e imprevedibile, che ferma, l’unica, le squadracce di Balbo.
Primi, ahinoi, negli scandali tra urbanistca e politica nel lontano 1976 con tutti i partiti più grandi dentro.
Primi, ahinoi, nei debiti con un macigno di 600 milioni di esposizione tra Comune società partecipate. Un rosso che alimentò la rabbia della folla contro il palazzo inquisito.
Era la notte di San Giovanni di un anno fa e all’alba scattarono le manette. Una vera e propria retata di dirigenti in Comune. E da allora tutto ha iniziato nuovamente a cambiare.
Per mesi gli indignati sotto il municipio, la Giunta di centro destra barricata nel corso dei Consigli comunali.
Un logoramento fino a settembre quando l’ex sindaco Pietro Vignali getta la spugna e in città si apre la gestione commissariale.
Al primo turno è stato il Movimento 5 Stelle a intercettare più di ogni altro il voto di chi, sdegnato dalla casta e dalle ruberie, vuole cambiare.
Un mix tra l’antipolitica del leader Grillo e temi più concreti calati sulla città che ha fatto centro: quasi 20% al primo turno.
E Parma è di nuovo sulla ribalta. “Caput mundi, la nostra Stalingrado”, dice Grillo. E’ Pizzarotti a sfidare il candidati del Pd Vincenzo Bernazzoli. Il “ritorno al futuro” di Ubaldi, l’altro designato al ballottaggio, non si avvera.
Il Pdl sprofonda al 4,7% dal 24% forse porterà in aula un consigliere comunale di minoranza.
Una stagione politica di centrodestra durata 14 anni si chiude. Ma i fari sono tutti per lui: Pizzarotti.
La facevano tutti più facile.
Ed ora – come fosse nei palchi e nei loggioni del teatro Regio – la città assiste all’inedita lotta tra Davide e Golia.
Tra Bernazzoli, presidente in carica dell’Amministrazione provinciale (non si è dimesso dall’incarico) contro Pizzarotti, bancario esperto di informatica.
Da duecento a trecento mila euro di spese elettorali per il primo, 6mila il secondo. Comitato elettorale in centro più sedi di partito il Pd, rintracciabili sul web i grillini. Di un paesino del Parmense e quindi non votante Bernazzoli, parmigiano ma a Reggio Emilia per lavoro Pizzarotti. 34 mila voti l’esponente del centro sinistra al primo turno e 17mila lo sfidante: 39,7% contro il 19,47.
Ma la vera incognita del secondo turno, e potenziale asso nella manica dei 5Stelle, sono i 50 mila astenuti, il 36 per cento che non è andato alle urne: il primo partito della città .
Domenica e lunedì la differenza potrebbero farla loro se decidessero di “impugnare” la scheda elettorale.
Bernazzoli, nella sua coalizione, ha già messo insieme ex finiani e vendoliani e pare avere già rastrellato dove possibile.
L’altro candidato strizza l’occhio a chi, stufo della politica, al primo turno non ha votato.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali dei vertici locali del Pdl, in molti prevedono un appoggio dei pidiellini a Grillo con la speranza di rientrare in gioco a dispetto delle urne.
Cosa che sarebbe loro preclusa definitivamente in caso di vittoria del centrosinistra. Dai due quartieri generali concordano: affluenza bassa favorito Bernazzoli, affluenza alta tutto è possibile.
Bernazzoli ha vinto senza trionfare le primarie.
Forti i mal di pancia interni al Pd dove molti avrebbero visto di buon occhio la candidatura dell’ex capogruppo in Consiglio comunale Giorgio Pagliari nell’ennesima riproduzione delle mai sopite frizioni tra post Pci e post Dc.
Altri ancora avrebbero voluto un nome meno di apparato e più di rottura, espressione della società civile.
Intanto l’esponente democratico incrocia le dita dopo che la senatrice Albertina Soliani fu sconfitta nel 2007 e l’assessore regionale Alfredo Peri, già sindaco di Collecchio, fece il bis nel 2007.
Dice che in caso di vittoria in Giunta chiamerà assessori in base alle specifiche competenze.
Garantisce esperienza e conoscenza della macchina amministrativa e ricorda che a giugno potrebbero mancare i soldi per pagare i 1300 dipendenti comunali.
Serve una persona in grado di trattare con le banche, dice. Pizzarotti sceglierà gli eventuali assessori tramite curricula da inviare on line e afferma: “Non mi consulterò con Grillo di cui non ho neppure il cellulare”.
Nella Parma capitale del made in Italy alimentare, i poteri forti questa volta non si schierano esplicitamente.
Pesa lo scotto di avere designato, nel 2007, con voto palese, la discesa in campo di Vignali, allora figlioccio politico di Ubaldi, in quel patto tra politica e grandi opere, appaltate ai costruttori locali, che pareva non dovesse mai finire.
Poi la crisi, la bolla immobiliare e i debiti hanno presentato il conto.
Da venerdì sera sarà silenzio elettorale.
Stasera ci sarà da ridere con Gene Gnocchi, amico di Bernazzoli, chiamato a chiudere la campagna elettorale.
Domani sera tocca a Grillo che torna per l’investitura finale.
Battute e risate per tutti, almeno fino a lunedì pomeriggio.
Chi sarà “l’erede” di Maria Luigia? Il delfino di Bersani o quello di Beppe Grillo.
Su questo interrogativo anche da fuori Italia guardano Parma.
Antonio Mascolo e Francesco Nani
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 14th, 2012 Riccardo Fucile
IL CASO DEL CONSIGLIERE REGIONALE EMILIANO DE FRANCESCHI, OGGETTO DI UNA QUERELA PER DIFFAMAZIONE…LA NORMA E’ GIA’ ASSURDA IN SE’ PERCHE’ EQUIPARA REATI GRAVI A QUELLI TIPICAMENTE GIORNALISTICI… LA SUA APPLICAZIONE ALLA CANDIDATURA E NON ALL’ELEZIONE POI E’ UMORISTICA
Che il pianeta del Movimento 5 Stelle sia poco conosciuto al di fuori degli adetti ai lavori è cosa nota. Che sia spesso in preda a beghe interne, come in tutti i partiti tradizionali che i grillini si prefiggono di combattere a parole, è un dato di fatto.
L’originalità umoristica del suo leader in verità si riflette anche sulla applicazione delle regole interne che esistono solo in teoria: se tutti i partiti hanno un regolamento preciso, i grillini vantano un “Non statuto” che detta solo alcune norme basilari.
Tra queste l’art 7 del non statuto precisa: “i candidati saranno scelti fra i cittadini italiani, la cui età minima corrisponda a quella stabilita dalla legge per la candidatura a determinate cariche elettive, che siano incensurati e che non abbiano in corso alcun procedimento penale a proprio carico, qualunque sia la natura del reato ad essi contestato.”
La norma è di per sè già assurda perchè, non specificando categorie precise di ipotesi di reato (tutto da provare in un’aula di tribunale e per tre gradi di giudizio) finisce per equiparare reati gravi alla semplice posizione di chi magari subisce una semplice querela per diffamazione per aver denunciato un intrallazzo e in conseguenza di ciò viene querelato dalla presunta parte offesa per poi essere magari assolto dal giudice qualche anno dopo.
Nel frattempo, secondo i grillini, non potrebbe candidarsi nelle file del M5S.
Ma per assurdo, se nessuno se ne accorge, potrebbe essere eletto: la norma infatti vale solo per chi si candida e non per chi è eletto.
Incredibile, ma vero.
Un esempio pratico: Andrea De Franceschi, consigliere regionale in Emilia-Romagna del M5S, ha un procedimento penale in corso, ed è in carica regolamente, come M5S.
Si tratta di un procedimento penale che nasce da una querela per diffamazione presentata dal Consigliere Regionale Vecchi.
Per l’assurdo di quella norma del Non Statuto del M5S, De Franceschi, sarebbe stato e sarebbe “non candidabile” dal M5S, ma risulta eletto ed in carica per il M5S, come sottolinea la Casa della Legalità .
A questo punto ci si domanda: De Franceschi, sulla base di quella norma “statutaria”, deve dimettersi o no?
In altre parole: la norma che vuole tenere fuori dalle liste chi ha “procedimenti penali a carico qualunque sia la natura del reato ad essi contestato”, non vale anche per gli “eletti”?
O una volta che uno ha scapolato il divieto e viene eletto, diventa forse intoccabile come nei peggiori partiti della Prima Repubblica?
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Maggio 12th, 2012 Riccardo Fucile
IL LEGAME TRA L’IMPRENDITORE GATTIGLIA E IL GOVERNATORE DELLA LIGURIA… NEL 2005 L’OPERAZIONE PESCE FRESCO DELLA BASKO FINANZIATO DALLA REGIONE…E IL PIU’ VOTATO DI SEL PER ANNI HA CURATO LA FESTA DEL PD
Rileggendo il libro-inchiesta “Il partito del cemento” di Marco Preve e Ferruccio Sansa, si
trova, nel capitolo dedicato al governatore della Liguria Claudio Burlando ed al suo blocco di potere, la famosa lista dell’associazione Maestrale del presidentissimo…
Marco Preve e Ferruccio Sansa precisano in nota:
“Meno noto al grande pubblico il nome di Maurizio Gattiglia, ma i bene informati sanno che è uno dei grandi imprenditori liguri, perchè suo padre partendo da una drogheria arrivò a fondare la Sogegross, colosso della distribuzione alimentare (vi dicono niente i marchi Basko, Ekom e Doro Centry?) che conta oltre duemila dipendenti e un fatturato di 522 milioni di euro nel 2005. Maurizio è oggi l’amministratore delegato. Nel 2005 lanciò il progetto «Fresco di più», per promuovere la vendita di pesce fresco. L’iniziativa, come riferiscono le pubblicazioni di categoria, è stata interamente finanziata dalla Regione Liguria ed è stata realizzata insieme con Basko e le associazioni liguri dei pescatori.”.
Quel gruppo che fa capo alla Sogegross è uno di quelli che abbiamo più volte indicato tra i principali sponsor del PD, attraverso la “festa democratica”, che viene seguita dalla società (del partito) A.P.G. SRL (il cui ex presidente, per anni, è stato Gianni Crivello, il più votato della lista di SEL per il consiglio comunale in appoggio a Marco Doria).
Manifesti e striscioni negli spazi della kermesse, ma anche l’affitto di stand sotto l’insegna “Basko” per allietare la politica dei militanti PD.
La Sogegross, per mantenere il suo ruolo chiave nella città , ha bisogno di alleati.
Altrimenti chi mai le avrebbe permesso di spartirsi il mercato con la Coop (altro grande sponsor del PD)?
E la Sogegross ha anche quindi bisogno che gli Enti Locali non ostacolino i piani di sviluppo… così come che approvino le eventuali varianti e autorizzazioni necessarie ad incrementare la propria presenza in città .
Non è un caso che nel 2011 denunciò i ritardi della macchina comunale che ostacolavano i progetti di ampliamento…
Dopo il ballottaggio a Genova, quando si insedierà il nuovo Consiglio Comunale, la Sogegross potrà contare anche su un proprio manager direttamente seduto sui banchi della sala rossa di Palazzo Tursi.
No, non è un eletto del PD o di SEL, ma un eletto della lista del M5S di Genova, il movimento di Beppe Grillo: Andrea Boccaccio, il terzo più votato.
Strane coincidenze…
Casa della Legalità
Ufficio di Presidenza
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Maggio 11th, 2012 Riccardo Fucile
QUANDO EMERSE DAI SONDAGGI LA POSSIBILITA’ DELLA FORTE CANDIDATURA DI FERRUCCIO SANSA, GIORNALISTA DEL “FATTO” E FIGLIO DELL’EX SINDACO DI GENOVA, BURLANDO E GRILLINI SI MISERO D’ACCORDO PER FARLO FUORI…COSI’ SI EVITA IL PROBLEMA DI AMMINISTRARE
Tutto ebbe inizio quando, dieci mesi fa, un giornalista de “Il Secolo XIX” promosse una sorta di sondaggio tra i “grillini”.
Da questo lavoro emerse che il candidato sindaco ideale per il M5S di Genova sarebbe stato il giornalista Ferruccio Sansa.
Burlando ed il PD iniziarono a tremare.
Al compleanno di Roberta Pinotti, proprio il giorno in cui uscì la mezza pagina de Il Secolo XIX dove si racconta dell’ampio consenso che troverebbe una candidatura di Ferruccio Sansa per il M5S a Genova, non si parla d’altro e della necessità di impedire questa candidatura.
Da un sondaggio interno al PD emerge, nei giorni seguenti, che se il M5S è accreditato allora di un 3-4% con una candidatura come quella di Sansa balzerebbe di colpo oltre il 14% (oltre il 20% ai giorni nostri quindi)
Un pericolo per il centrosinistra.
Con quelle percentuali e con una buona campagna elettorale, Sansa potrebbe andare al ballottaggio.
La possibilità che unisca i movimenti e comitati “liberi” della città e vinca non sono quindi poche.
Ma la cosa impressionante è un’altra: chi si oppone strenuamente e pubblicamente all’ipotesi di candidatura di Ferruccio Sansa?
Il “Gruppo Storico” che ora vanta il marchio “M5S Genova”.
Proprio loro, che da quella candidatura avrebbero il maggior vantaggio e la possibilità addirittura di arrivare al ballottaggio e quindi anche di poter vincere.
Fanno un comunicato stampa in cui dicono che quella di Sansa non è la candidatura del M5S. Poi fanno anche un video in cui ribadiscono il “no” a quella candidatura.
Affermando che stimano il giornalista genovese ma dichiarano che non può essere lui il candidato perchè è troppo “vecchio” (ha solo un anno in più del candidato che sceglieranno), e poi che “non fa parte del nostro network”.
Nel video precisano a più riprese che loro non hanno mai contattato Ferruccio Sansa… chissà come mai ci tengono così tanto a sottolineare che non lo hanno contattato?
Forse debbano rassicurare qualcuno… di nome Claudio?
Anche Grillo, imbeccato, storce il naso; con Sansa, persona libera, se mai dovesse accettare di candidarsi, si potrebbe vincere e se si vince ci si devono assumere delle responsabilità .
Quindi anche questa volta, come alle Regionali con il “no” a Paolo Franceschi, una persona valida, preparata e indipendente, che acrebbe potuto portare ad un’unità movimenti e comitati, arrivando ad una importante affermazione elettorale,il M5S e Grillo scelgono la fuga.
Meglio una listina che elegge due-tre consiglieri controllabili… e non ci si assume la responsabilità di amministrare.
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Maggio 11th, 2012 Riccardo Fucile
IN PRECEDENZA INVITARONO PERSINO SCILIPOTI COME “ESPERTO DI PROBLEMI AMBIENTALI”… L’ASSE PRIVILIEGIATO GRILLINI-PD GARANTITO DALLA CAPPELLO
Il Meetup Amici di Beppe Grillo è solidamente da tempo in mano all’ex assessore prov. dell’Idv Manuela Cappello e al suo consorte.
La Cappello, poi cacciata o andatasene da sola, a seconda delle opposte versioni, dal partito di Di Pietro, è sempre stata al centro delle polemiche interne ai grillini, chi la ama e chi la odia insomma.
Ma alla fine è sempre lei che ha un rapporto privilegiato con Beppe Grillo e dietro la scelta di Putti come candidato sindaco ci sarebbe la sua esigenza di non bruciarsi con una carica elettiva locale quando tra un anno all’orizzonte si prospetta per lei un posto in Parlamento.
Come sapete il regolamento interno ai grillini vieta a un consigliere comunale in carica di presentarsi ad altre elezioni prima della fine del mandato.
Quindi avanti Putti per il comune di Genova, se si fosse presentata lei sarebbe rimasta bloccata a palazzo Tursi e impossibilitata a spiccare il volo verso i palazzi romani.
Fu d’altronde lei, come da foto che pubblichiamo e video rintracciabile in rete, che invitò Scilipoti, prima del salto della quaglia, a un convegno dei grillini a Genova come “esperto di tematiche ambientali”.
Il che è tutto dire.
Questo sempre con acquiescenza, quando non pieno consenso, di Beppe Grillo che ha sempre sostenuto fortemente Di Pietro e la sua Idv, anche davanti all’uso personalistico dei rimborsi elettorali”, proprio del partito a guida familiare dove la democrazia è bandita.
Non a caso i due candidati “grillini”, Sonia Alfano e Luigi De Magistris, alle europee nella lista Di Pietro — Italia dei Valori, hanno visto il Meetup genovese di Beppe Grillo prodigarsi in una mobilitazione mai vista, ovviamente per invitare a porre la X sulla simbolo del gabbiano.
A quel punto gli esponenti principali del “Gruppo Storico” dei grillini invitano a votare alle regionali per una candidata della lista “Noi
con Burlando”: la Cappello addirittura partecipa ad iniziative ufficiali (come da foto che pubblichiamo)
Beppe Grillo in quel caso tace…
Burlando vince le elezioni e cosa dichiara subito?
Semplice: ho vinto perchè qui in Liguria sono riuscito a fare un accordo con quelli del MoVimento di Beppe Grillo.
Chiaro?
Diremmo abbastanza… anche perchè mai Beppe Grillo smentì tale dichiarazione dal suo blog… eppure spesso mette dei “PS” in cui smentisce o fornisce precisazioni rispetto a dichiarazioni di questo o quello.
In questo caso lascia correre… come se fosse vero… ed in effetti, nei fatti, era vero.
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