Ottobre 29th, 2017 Riccardo Fucile
NON HA I REQUISITI NECESSARI PER AVER DIRITTO A UNA VOCE SULL’ENCICLOPEDIA, RISERVATA AI POLITICI CHE HANNO AVUTO CARICHE PUBBLICHE AL MASSIMO LIVELLO ISTITUZIONALE
A una settimana dalle elezioni siciliane è stata cancellata la pagina Wikipedia di Giancarlo
Cancelleri, candidato del MoVimento 5 Stelle alle elezioni siciliane.
Alle 8.34 di domenica 29 ottobre l’utente ‘carlomorino’ ha cancellato la pagina di Cancelleri con effetto immediato perchè, si legge in una nota del sito, avrebbe avuto un “contenuto palesemente non enciclopedico”.
Si tratta della stessa motivazione che viene generalmente data per le pagine “che promuovono prodotti, servizi o persone (incluse note autopromozionali), curriculum vitae personali, specie se scritti in prima persona”.
Sulla cronologia delle modifiche alla voce Giancarlo Cancelleri si può ancora notare che da due giorni la pagina è stata prima cancellata e ripristinata in un minuto da un altro utente, poi definitivamente cancellata in queste ore.
Luca Martinelli di Wikipedia ci spiega che Cancelleri, secondo i criteri di rilevanza per i politici, non ha i requisiti necessari per avere diritto a una voce sull’enciclopedia, visto che è stato finora un semplice parlamentare regionale dell’Assemblea Regionale Siciliana, mentre per poter entrare in Wikipedia bisogna “avere ricoperto (o ricoprire) cariche pubbliche ai massimi livelli in istituzioni internazionali o nazionali di rilievo (parlamentari, capi di stato, ministri e sottosegretari) per almeno una parte rilevante di una legislatura o del mandato”.
La stessa sorte era capitata a Virginia Raggi quando era consigliera e “semplice” candidata sindaca a Roma.
Successivamente, quando Raggi ha vinto le elezioni, la pagina è stata creata.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 29th, 2017 Riccardo Fucile
IL PASSATO TRA BANCHE E PARTITI… “FA LE LISTE DI PROSCRIZIONE”… LA CRISI DOPO PIAZZA SAN CARLO, MA GRILLO E CASALEGGIO LO DIFESERO
«Se cacciate lui vado via io». Prima di ieri, Chiara Appendino ha sempre difeso con tutta
se stessa Paolo Giordana da quei grillini del giro romano che lo attaccavano non perchè fosse poco grillino (quella era la bieca scusa), semmai perchè – essendo di capacità superiori alla media tra i grillini – appariva troppo potente e autonomo dall’entourage di Di Maio, che non lo ama, per usare un eufemismo.
Ciò non toglie che Giordana (detto «Rasputin», ma lui astutamente: «Sono solo un portalettere») fosse diventato a sua volta un uomo chiave del grillismo: la sindaca lo considerava così fondamentale da averlo introdotto sia a Davide Casaleggio, sia a Grillo, creando una consuetudine.
Quando quest’estate Giordana ha festeggiato il suo compleanno in un locale del centro a Torino, chi vi fu a festeggiarlo? Beppe Grillo in persona.
Fu sapientemente fatta uscire una foto di Grillo e Giordana abbracciati, con Chiara in mezzo. Il capo di gabinetto aveva subìto uno scossone dopo il disastro di piazza san Carlo – la finale di Champions tramutata in una tremenda serata di piazza, con un morto e 1562 feriti. A Giordana era toccato coordinare l’organizzazione.
E da allora i suoi nemici l’avevano se non azzoppato, indebolito, con la sindaca che finirà anche per la prima volta indagata dopo tante denunce di torinesi per lesioni.
«Sono convinto – dice ora Giordana – della correttezza della mia condotta. Ma più di ogni altra cosa mi preme tutelare Torino e l’amministrazione». Ma la domanda chiave è: perchè Appendino ha legato così intimamente la sua esperienza a Giordana, col quale tra l’altro è finita di nuovo indagata a inizio ottobre, per il presunto falso ideologico sul bilancio comunale?
Qui le risposte possono essere tante. La prima, ufficiale: si conoscono nel febbraio del 2013, in Sala Rossa in Comune. Si trovano. Giordana era transitato da amministrazioni di ogni colore. Era stato staffista di Ferdinando Ventriglia (An) e soprattutto di Paolo Peveraro, liberale e assessore chiave con Castellani e Chiamparino, oggi presidente di Iren.
Giordana sapeva abbastanza cose da suggerire, raccontano i maligni, i testi degli applauditi discorsi di Appendino da consigliera d’opposizione.
Vittorio Bertola, ex consigliere grillino, che mai l’ha amato, ha detto, alludendo a lui: «Quei discorsi non li scriveva Chiara».
Come che sia, i due hanno pure scritto un libretto insieme («La città solidale, per una comunità urbana») in cui citano Keynes in economia, Adriano Olivetti e il sogno di «Comunità » come modello industriale, e parlano pure di una politica fatta da «un io compassionevole ed empatico». Qualcosa che non torna con le multe fatte togliere agli amici e il quadretto di Giordana che ci regalò Piero Fassino, subito dopo la sconfitta, nel giugno 2016: «Sarebbe utile che il presunto prossimo capo di gabinetto evitasse di girare per gli uffici con l’elenco di dirigenti da promuovere e quelli da estromettere».
La seconda risposta è che Giordana fa parte di un giro di fidatissimi, assieme a Domenico, papà della sindaca, e a Marco Lavatelli, il marito, del mondo dell’imprenditoria torinese: un trio che con Chiara prende le decisioni importanti, di sistema.
Giordana come collegamento tra poteri torinesi, che lui – analista finanziario di Intesa San Paolo prima di entrare in Comune – ha frequentato.
La terza risposta sta in relazioni curiose e da esplorare, del «giordanismo»: perchè oltre che appassionato di Bach, o di personaggi storici come Mazzarino e il giovane Napoleone (di cui ha il ritratto in studio), Giordana è sacerdote della «Chiesa autonoma del Patriarcato Autocefalo di Parigi».
Si tratta di una versione della chiesa russa assai discussa, anche per un atteggiamento avanguardistico in tema di omosessualità . Una manna, per i teorici del complotto e delle relazioni tra associazioni segrete.
(da “La Stampa“)
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Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO UN CHILOMETRO CANCELLERI, DI MAIO E GRILLO SALGONO SU UN PULMINO E SPARISCONO, LASCIANDO I 200 ATTIVISTI SCONCERTATI A CAMMINARE PER GLI ALTRI 8 CHILOMETRI PREVISTI
È una festa senza il festeggiato. O per meglio dire, sul più bello, quando la marcia M5s stava per entrare nel vivo, il candidato governatore siciliano Giancarlo Cancelleri sale su un pulmino e va via lasciando gli invitati sul Lungomare di Acicastello senza un punto esatto di riferimento.
Tutti un po’ smarriti sanno solo che devono camminare per altri otto chilometri e arrivare a Catania, dove alle 21 è previsto il comizio.
Qualcuno li cerca: “Dove sono andati tutti?”.
E infatti, insieme a Cancelleri, dopo un chilometro e mezzo, anche Beppe Grillo e Luigi Di Maio si dileguano a bordo di questo pullmino battente bandiera M5s e alle loro spalle rimangono i circa 200 attivisti in marcia, che chilometro dopo chilometro diventano sempre di meno.
Eppure il pomeriggio era iniziato nel migliore dei modi.
La pioggia aveva lasciato spazio a un timido sole, che comunque garantiva una marcia senza troppe complicazioni.
Grillo si è fatto attendere un po’, ma poi arriva e dà il via al suo show: “Noi prospettiamo un salto di qualità . Se i siciliani capiscono e vogliono tentare di darci la fiducia è un voto di fede. Chi siamo in noi? Siamo dilettanti allo sbaraglio? Può darsi. Siamo incapaci, può darsi, ma impariamo”.
Di Maio continua a colpire lo sfidante diretto del centrodestra: “Chi vota Musumeci, vota Miccichè”. Ma gli occhi sono tutti puntati sul leader M5s, è circondato: “Siate curiosi”, dice. Cancelleri cammina mano nella mano con la compagna, si posiziona accanto a Grillo ma parla pochissimo.
Gli attivisti in marcia indossano tutti scarpe da ginnastica, jeans e maglietta possibilmente M5s. Anche Alessandro Di Battista, che insieme a Paola Taverna, Roberta Lombardi e a qualche altro deputato, cammina fino alla fine: “Più persone vanno a votare, più possibilità abbiamo di vincere e di ridurre gli impresentabili”, va dicendo.
Il candidato governatore e Di Maio sono gli unici due in abito. E con le loro scarpe poco adatte a marciare vanno via verso Augusta, dove c’è un altro comizio in programma.
“Ma ad Augusta non potevano andare un altro giorno, dal momento che oggi c’era la marcia?”, domanda un deputato arrivato per questa marcia che doveva essere una festa.
Ma qui gli invitati sono rimasti soli.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile
LE CONVINZIONI DI GRILLO E CASALEGGIO, LA CONVENIENZA A CAVALCARE I PEGGIORI UMORI DEGLI ITALIANI, L’UNIFORMARSI AI SONDAGGI, IL PARTITO AZIENDA… DEL M5S DELLE ORIGINI E’ RESTATO BEN POCO
Se è difficile etichettare compiutamente il Movimento cinque stelle sull’asse destra-sinistra, è innegabile che nel corso degli anni, su due temi in particolare, la connotazione a destra della creatura di Casaleggio e Beppe Grillo si è fatta via via più evidente: non fosse altro che per le posizioni sull’immigrazione, e la sempre più percepibile vicinanza geopolitica con Vladimir Putin (ancor più che con Nigel Farage), e persino col pensiero “rosso-bruno” di Aleksandr Dugin, anti-Nato ed “eurasiano”.
Ogni volta che avete letto di “svolta a destra del Movimento” (sui migranti) vi siete trovati, insomma, dinanzi a un titolo fuorviante: semplicemente perchè non c’è stata nessuna svolta.
Il Movimento, se parliamo della sua cellula fondativa – la Casaleggio associati, e il suo fondatore Gianroberto Casaleggio – non è mai stato strutturalmente orientato a sinistra. Anzi.
Nasce con un forte spirito polemico contro la sinistra, identificata con la piaga del politically correct. Casaleggio senior raccontava ai suoi dipendenti che il Movimento doveva essere una rete, ma anche andare a stare nei luoghi fisici, un po’ come Umberto Bossi e la Lega delle origini nei bar delle valli padane.
C’erano quattro gatti a sentirlo, diceva sempre Casaleggio, «e ve lo dico perchè uno di quei quattro ero io».
Peraltro, se è vero che – almeno alle origini – l’elettorato grillino è stato molto trasversale, è anche un dato – mostrato da tanti sondaggi, e confermato dall’ultima analisi del Mulino di Piergiorgio Corbetta – che si sono assottigliati notevolmente gli elettori di sinistra, mentre quelli di destra sono cresciuti, o almeno rimasti stabili: chiara conseguenza di alcune precise scelte politiche cinque stelle.
Sui migranti, per dire: a ottobre del 2013 il gruppo parlamentare era a favore dell’abolizione del reato di immigrazione clandestina, Casaleggio senior e Grillo rimisero pesantemente in riga i senatori con un post sul blog – scritto di suo pugno da Gianroberto – in cui si diceva: «Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità , presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico».
L’inclinazione a destra è stata dunque un mix tra le convinzioni dei due fondatori, e le convenienze di un partito (il Movimento è sempre più diventato un partito) costruito da e su un’agenzia di marketing, dunque una forza politica costantemente governata sulla base di sondaggi, umori, “sentiment”.
Quando il sentimento dominante diventerà anti-migranti, nessuna sorpresa nel vedere il candidato Luigi Di Maio cavalcare la campagna contro le Ong.
Nessuna “svolta”. Come nessuna sorpresa deve destare Grillo che definisce Trump e Putin (al Journal du Dimanche) «uomini di stato forti di cui la politica internazionale ha bisogno».
La verticalità proprietaria del Movimento è un altro elemento che rimanda – foss’anche nella memoria collettiva italiana – al conflitto d’interessi che abbiamo a lungo sperimentato nel centrodestra italiano di Silvio Berlusconi.
Il tutto con un elemento di infingimento in più, la negazione di ciò che stava avvenendo: come successo anche per gli incontri – numerosi – dei cinque stelle con gli emissari di Vladimir Putin, e la sempre più smaccata propaganda pro Russia nella macchina social pro Movimento.
Tutto questo è compiutamente destra, o è una nuova, più sfuggente forma di populismo autoritario?
In attesa di rispondere in maniera definitiva, sfogliamo inquieti l’album di famiglia, le foto di Grillo con Farage, la predilezioni russe alla Casaleggio, la fine di un Movimento che era nato inneggiando ad Anna Politkovskaja.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile
LA SINDACA: “MI DISPIACE, PRIMA VIENE L’INTERESSE DELLA CITTA'”
Paolo Giordana capo di gabinetto della sindaca di Torino Chiara Appendino si è dimesso
dopo la pubblicazione delle intercettazioni delle telefonate in cui chiedeva al presidente di Gtt Ceresa di togliere una multa a un amico.
“Sono convinto della correttezza del mio operato e lo dimostrerò nelle sedi opportune. Mi preme, più che ogni altra cosa, tutelare la Città di Torino e l’Amministrazione. Per questa ragione ho prontamente rassegnato le dimissioni nelle mani della Sindaca” ha dichiarato Giordana.
Chiara Appendino ha replicato “Accetto le dimissioni di Paolo Giordana, sono umanamente dispiaciuta per la persona, lo ringrazio di aver messo al primo posto l’interesse della Città ” Interpellato a margine della marcia per le Regionali il leader M5s Luigi Di Maio ai cronisti risponde: “Le dimissioni di Giordana? Si commentano da sole”. Chi fa errori come questo va fuori.
In mattinata Giordana era stato interrogato per oltre tre ore dai magistrati della Procura di Torino per un altro scandalo in cui è coinvolto la vicenda del non inserimento di un debito nei confronti di una società la Ream nel bilancio del Comune di Torino per cui è indagato, insieme alla sindaca Chiara Appendino e all’assessore Sergio Rolando per concorso in falso in atto pubblico. Proprio nell’ambito di quello scandalo è stata intercettata la telefonata che ha portato alle sue dimissioni.
Dopo l’interrogatorio, in cui era assistito dall’avvocato Luigi Chiappero, Giordana è uscito da una porta laterale del Palazzo di Giustizia evitando i giornalisti
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile
IN UNA INTERCETTAZIONE GIORDANA CHIEDE A CERESA DI INTERVENIRE PER UNA MULTA DA 90…. L’ALTRO ACCETTA ED ESEGUE
Nelle carte dell’inchiesta GTT c’è un’intercettazione che riguarda il capo di gabinetto della sindaca di Torino Chiara Appendino, ovvero Paolo Giordana.
Intercettato al telefono con l’amministratore delegato di Gtt, Walter Ceresa, Giordana gli chiede di togliere la multa fatta a un amico sul pullman.
La telefonata risale al 25 luglio 2017 e la conversazione si trova nelle carte dell’inchiesta per falso in bilancio: il capo di gabinetto, scrive il quotidiano, è intercettato.
La conversazione comincia con l’annuncio, da parte di Giordana, dell’approvazione della delibera straordinaria del piano di rientro dei debiti pregressi verso la società . Poi si arriva al clou:
Ma come gli stessi investigatori sottolineano, la reale ragione della telefonata era diversa. Mettere a conoscenza l’amministratore delegato di Gtt che un suo amico è stato multato sul pullman. Giordana chiede un favore, insomma, cosa si può fare per questa multa? «Senti, io ti chiamavo per una cosa molto più prosaica. C’è stato un increscioso, come dire, evento». Così il capo di gabinetto della sindaca Appendino cambia argomento durante la conversazione con l’amministratore delegato dell’azienda dei trasporti.
«Un mio amico. Per carità , i controllori sono tanto bravi però un po’ troppo, come dire, quadrati. Praticamente un mio amico era sul pullman che stava per timbrare il biglietto e il controllore l’ha fermato dicendogli “lo deve timbrare 5 minuti fa, 1 minuto fa, 30 secondi fa. Adesso le devo fare la multa”. Non è tanto carina come cosa. Cosa possiamo fare?».
L’ad di Gtt chiede cosa ha fatto l’amico e se ha la multa. E Giordana risponde che «ha la multa e il biglietto timbrato anche».
Paolo Giordana ha quindi telefonato per chiedere un favore approfittando evidentemente del suo ruolo di capo di gabinetto della sindaca.
L’altro acconsente e il giorno dopo conferma al capo di gabinetto della sindaca che l’amico è salvo:
Ceresa a questo punto dice: «Sì, manda. Posso… Me la puoi mandare? Che faccio io!» Tra i due uno scambio di battute per capire come passarsi il verbale.
Alla fine Giordana dice che gli invierà la multa via whatsapp perchè «è più comodo, ce l’ho sul telefonino». E poi i convenevoli di chiusura, con un grazie mille da parte del capo di gabinetto all’amministratore delegato di Gtt.
Il 26 luglio Ceresa chiama il capo di gabinetto. Anche per questa telefonata i finanzieri rimandano le considerazioni del caso all’autorità giudiziaria.
«Paolo, tutto a posto quella cosa che mi hai detto», dice Ceresa. Giordana risponde: «Quindi gli dico di stare tranquillo». La risposta di Ceresa è lapidaria: «Sì, sì, non gli arriverà la multa».
Questo il testo dell’intercettazione:
Giordana: «Senti ma io ti chiamavo per una cosa molto più prosaica: c’è stato un increscioso, come dire, evento. Un mio amico, per carità i controllori sono tanto bravi però sono un po’ troppo, come dire, quadrati. Praticamente un mio amico era sul pullman che stava per timbrare il biglietto e il controllore l’ha fermato dicendogli “no guardi lo doveva timbrare 5 minuti fa, 1 minuto fa, 30 secondi fa. Adesso le devo fare la multa” eh eh eh… come dire, non non è tanto carina come cosa. Ehm… Cosa possiamo fare?»
Ceresa: «Eh, ma lui cosa ha fatto? Ha la multa?»
Giordana: «Ha la multa e il biglietto timbrato anche».
Ceresa: «Si manda. Posso… Me lo puoi mandare? Che faccio io!».
Giordana: «Fai tu?
Ceresa: «Sì, sì
Giordana: «Cosa faccio? Mi faccio lasciare la multa e te la mando?».
Ceresa: «Si, si. Mandala pure a me». Giordana: «Guarda, io te la mando via whatsapp. Eh».”
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 27th, 2017 Riccardo Fucile
“TANTO E’ VERO CHE IL RICORSO DEPOSITATO OGGI IN TRIBUNALE A PALERMO L’HA FIRMATO LUI COME LEGALE RAPPRESENTANTE”
Il “capo politico” del Movimento 5 Stelle “è ancora Beppe Grillo”. Lo sostiene, parlando con l’Adnkronos, Lorenzo Borrè, legale dell’attivista Mauro Giulivi, che oggi a Palermo ha partecipato all’udienza per discutere il reclamo presentato dai 5 Stelle contro l’ordinanza del Tribunale che ha sospeso l’efficacia delle regionarie siciliane di luglio.
“Il capo è ancora Grillo — rimarca l’avvocato con l’agenzia di stampa — tant’è vero che il reclamo depositato dal M5S il 4 ottobre”, quindi 11 giorni dopo le primarie per la premiership che hanno incoronato Luigi Di Maio, “contro l’ordinanza del 19 settembre, è stato presentato da Beppe Grillo come legale rappresentante.
Il che confuta l’opionione di chi ritiene che il nuovo capo politico dei 5 Stelle sia Luigi Di Maio”.
Ma questo compito non spetta al garante, ruolo ancora ufficialmente ricoperto da Grillo? “No, il garante è una figura terza, mentre il legale rappresentante è colui che ha direzione dell’associazione politica”, risponde Borrè.
Oggi il M5S ha chiesto un rinvio dell’udienza all’8 novembre, ovvero dopo il voto in Sicilia, racconta Borrè. Il giudice l’ha concessa.
L’ordinanza con cui il giudice ha sospeso le Regionarie M5S in Sicilia rimane efficace ed è stata disattesa dallo stato maggiore grillino.
Ieri Beppe Grillo ha smentito le voci, alimentate da un articolo del Corriere della Sera, di un divorzio tra lui e Casaleggio: “Non c’è nessun divorzio tra me e Casaleggio. Secondo la stampa avremmo dovuto divorziare 3, 4 volte. Ma non posso permettermelo: vi immaginate quanto mi costerebbe di alimenti?”.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 25th, 2017 Riccardo Fucile
SCONCERTO PERSINO TRA I PARLAMENTARI GRILLINI, POI UN SAGGIO DI ITALIANO CORRETTO: “MI E’ SCAPPATO UN EPITETELO”
A fine seduta di Palazzo Madama, dopo la richiesta del governo di porre la fiducia sul
Rosatellum e la bagarre in Aula, è intervenuto nella discussione generale anche il senatore M5s Sergio Puglia.
E nel corso del suo intervento, si è lasciato sfuggire un’espressione tutt’altro che politicamente corretta: “Non abbiamo paura di sparire, ma di avere un Parlamento con le solite facce da ca…“.
Parole che hanno sorpreso pure i suoi stessi colleghi, compresa Michela Montevecchi.
A riprendere Puglia è stato il presidente del Senato, Pietro Grasso.
Il senatore si è così scusato, ma con un altro errore: “Mi è scappato un epitetelo” (al posto di “epiteto”)
La classe non è acqua e l’italiano rimane un optional.
(da agenzie)
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Ottobre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
CHE PAGLIACCIATA, ORA I GRILLINI HANNO CHIESTO UNA CINQUANTINA DI VOTI SEGRETI E IL GOVERNO HA DOVUTO METTERE LA FIDUCIA
«Certo che siamo contro il voto segreto — dice il senatore grillino Giovanni Endrizzi — ma siamo in emergenza democratica e useremo tutti gli strumenti possibili per opporci al Rosatellum».
La democrazia è anche cambiare idea a seconda dell’obiettivo da raggiungere. E in politica, si sa, è una dote di molti.
Nel marzo 2013, dopo il voto dell’aula del Senato per la scelta del presidente, Beppe Grillo scriveva: «Il voto segreto non ha senso, l’eletto deve rispondere delle sue azioni ai cittadini con un voto palese». In questi quattro anni di legislatura l’idea è sempre rimasta questa. In nome di una trasparenza, facilmente abbandonata in casa propria, i 5 stelle hanno sempre osteggiato la tattica parlamentare che faceva leva sul voto segreto, senza mai però disdegnarne davvero i benefici quando favoriva il Movimento.
Alla vigilia dell’approdo in aula al Senato della legge elettorale approvata alla Camera, dopo l’ok della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, il M5S ha chiesto una cinquantina di voti segreti sul testo. Di fatto, così i grillini hanno spinto il governo all’ovvia decisione di mettere la fiducia. Realisticamente era quello che Palazzo Chigi avrebbe comunque fatto per scoraggiare prevedibili agguati.
Per i grillini il voto segreto è l’ultima speranza di provocare la reazione di chi nella maggioranza vorrebbe votare contro la legge, ma potrebbe farlo solo con l’assicurazione dell’anonimato. Per il governo, la scelta della fiducia, dopo averla posta già a Montecitorio, è una conseguenza logica. Nel Pd danno per fatta la legge elettorale entro la settimana.
La questione poi passerà al Quirinale. I 5 Stelle, che mercoledì, presente Grillo, circonderanno il Senato, si sono portati avanti e hanno chiesto al presidente Sergio Mattarella, con un post sul blog, di non firmare la legge. «Se lo farà — scrivono i grillini — sarebbe anche lui tra i responsabili di una legge incostituzionale e di uno strappo irreparabile per la nostra democrazia».
(da “La Stampa”)
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