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IN CAMPIDOGLIO SPUNTA IL NOME DI VENDOLA COME VICE-SINDACO

Luglio 16th, 2015 Riccardo Fucile

SEL PER ORA PRENDE LE DISTANZE E PENSA A UN APPOGGIO ESTERNO

La «fase due», quella del rilancio e della «supergiunta», rallenta prima ancora di cominciare.
Dopo l’addio del vicesindaco Luigi Nieri, adesso è Sel a sfilarsi dalla maggioranza e a scegliere «l’appoggio esterno».
Così, adesso, «in questa situazione è difficile reggere», dicono i parlamentari renziani. Dopo aver perso o liquidato sette assessori in due anni, ora Marino deve risolvere anche la «grana» di una maggioranza che, oggi, in questo clima di strategie da rimpasto, appare spaccata.
Ma non è l’unico problema.
Ignazio Marino, che al mattino cita Ernesto Guevara e al pomeriggio vola a Losanna per presentare la candidatura di Roma 2024, a metà  giornata incontra il commissario del Pd romano, Matteo Orfini.
Riunione non semplice: perchè Orfini vorrebbe un rimpasto corposo – c’è chi dice che voglia cambiare metà  della squadra, almeno quattro o cinque assessori – e così Marino, che nelle scorse settimane aveva provato a proporre soluzioni più «chirurgiche», attende proposte.
Solo che il punto è: chi accetta di imbarcarsi in un’avventura che, in attesa della decisione di Alfano sullo scioglimento, appare comunque complicata?
C’è una cosa che dice Matteo Orfini: «Non è neanche detto che il prossimo vicesindaco sia del Pd».
Così non si può escludere nulla: neanche che in questa trattativa che dovrebbe condurre alla «fase due» il posto che fu di Luigi Nieri venga confermato a Sel – così da ritrovare la sintonia di coalizione – con l’ingresso in squadra di personalità  di livello nazionale. Tra i papabili, secondo i rumors del Campidoglio, lo stesso Nichi Vendola.
Difficile fare previsioni, naturalmente: visto che la stessa vicesegretario del Pd, Debora Serracchiani, spiega che dopo la relazione del prefetto Gabrielli, che dà  parere negativo allo scioglimento del Comune, e le parole del procuratore Pignatone che individuano «una discontinuità  e anche la possibilità  di continuare l’azione di governo attendiamo fiduciosi la relazione del ministro Alfano.
Da quel momento in poi sarà  possibile ragionare sulla maggioranza politica e anche sugli assetti».
Di certo, la soluzione per Roma non è semplice: una volta risolta la partita del vicesindaco (tra gli altri candidati sembra esserci Alfonso Sabella, il magistrato antimafia adesso assessore alla Legalità  della Capitale) rimangono sul tavolo sia le altre caselle da sistemare sia, appunto, la partita con Sel.
Per il vicepresidente della Regione, Massimiliano Smeriglio, «la verità  è che Sel, a Roma, da ora è in appoggio esterno alla giunta Marino. Adesso sta al sindaco spiegare alla città  cosa vuole fare e con quale squadra».
E la replica del Pd non si fa attendere: «È un errore».
Non sarebbe il primo, a Roma, e c’è chi dice che rischierebbe di essere l’ultimo.

Alessandro Capponi
(da “il Corriere della Sera“)

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RITARDI, SPORCIZIA, AFFOLLAMENTO SUI MEZZI PUBBLICI DI ROMA: EMERGENZA DA TERZO MONDO

Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile

OGNI VIAGGIO NELLA CAPITALE E UN’AVVENTURA

È un normale pomeriggio di luglio a Roma.
Sono terminate le proteste dei giorni scorsi che avevano provocato malori, liti, ressa e interventi della polizia nella metro.
È solo un normale pomeriggio con la temperatura da Africa subsahariana ed un tasso di umidità  da premonsone.
Roma appare come una città  liquefatta, diluita, sempre più inafferrabile. Non per il caldo ma per quella disarmante certezza di non avere più certezze.
Alla fermata degli autobus a trenta metri dal Campidoglio un grappolo di persone sudate aspetta guardandosi intorno con aria disorientata: la palina degli arrivi è fuori uso.
Da lì ci sono almeno 6 linee diverse di autobus in grado di portare ad una fermata della metropolitana.
La prima passa dopo dieci minuti di attesa. In pieno centro. Le porte si spalancano su un abisso di umanità  accaldata: se c’è dell’aria condizionata accesa nessuno se ne accorge. Una turista chiede all’autista se è l’autobus per andare alla stazione. «Ahò, e che domande so’? E io me fermo pure».
Sono le due e mezza del pomeriggio.
Alla stazione della metropolitana di Piramide le possibilità  di attesa sono due.
Di lì parte il trenino per Ostia, frequenza uno ogni mezz’ora che con il trascorrere delle ore diventano almeno 45.
Da un altro marciapiede passa la linea B della metropolitana, minimo dieci minuti. Sulla banchina hanno il tempo di affollarsi stuoli di persone. Alessandra ha il costume sotto i vestiti e una bambina per mano, sta arrivando da Ostia: «E’ sempre così: ora hanno anche portato la frequenza dei treni per Ostia da dieci minuti a mezz’ora. Noi però paghiamo sempre la stessa cifra. Anzi, di più».
Quando finalmente arriva il treno ci si ammassa dentro come si può, ognuno con la mano sulla borsa.
Non solo non c’è aria condizionata, non c’è proprio aria.
Si respira soltanto quando si aprono le porte e viene voglia anche di ringraziare per essere arrivati. In fondo, non è successo nulla di grave: non c’è un’emergenza nè uno sciopero, si impiega solo il triplo del tempo. E’ colpa di Alemanno, di Marino e di tutti i sindaci di Roma ma andrà  di sicuro meglio se si lasciano le linee dell’Atac, l’azienda municipale dei trasporti.
Il prossimo treno delle Fs per Fiumicino parte alle 15,35.
Le macchine self-service per acquistare il biglietto sono ovunque nella stazione. Spingendo il primo tasto appare una scritta enorme sullo schermo: «Attenti ai borseggiatori».
In effetti intorno alle macchine circolano da anni inquietanti personaggi che con la scusa di aiutare sono pronti a tutto.
Il treno è puntuale e anche dotato di aria condizionata, la prima in due ore. C’è solo uno strano andirivieni di addetti alla protezione dell’azienda e poi di polizia: hanno trovato una valigia incustodita, è scattato l’allarme.
Dopo alcune verifiche la valigia viene portata via, si parte. «A Roma c’è sempre qualcosa che non va», commenta Leonardo, 50 anni, che sta andando a prendere l’aereo per tornare a casa.
Si arriva a Fiumicino dopo le quattro. Alle partenze internazionali non c’è folla.
Tutto sembra procedere a meraviglia finchè non si intravede la prima mascherina, poi la seconda. Sono passati più di due mesi dall’incendio che aveva messo in ginocchio lo scalo, il terminal T3 è stato riaperto ma la normalità  è lontana.
Accanto agli schermi luminosi delle partenze è stato installato un pannello con un avvertimento molto chiaro: «Velocizzare l’arrivo presso l’area di imbarco».
Come dire: allontanatevi in fretta da qui. E tutti si allontanano in silenzio.
In fondo non è successo nulla di grave, non c’è un’emergenza nè uno sciopero.
E’ solo un normale pomeriggio fra i trasporti della capitale d’Italia.

Flavia Amabile
(da “La Stampa”)

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GABRIELLI: “NO A SCIOGLIMENTO ROMA, MA INFILTRAZIONI RILEVANTI”

Luglio 9th, 2015 Riccardo Fucile

LE CONCLUSIONI DELLA RELAZIONE DEL PREFETTO SU MAFIA CAPITALE

“No a scioglimento di Roma per mafia, ma infiltrazioni rilevanti e concrete”.
Sono queste le conclusioni della relazione del prefetto Franco Gabrielli sulla situazione della Capitale che è stata consegnata al ministro dell’Interno Angelino Alfano e alla commissione Antimafia.
“Le evidenze raccolte”, si legge nel documento, “non consentono l’applicazione della misura dello scioglimento dell’Organo consiliare dell’Ente Locale. Gli elementi raccolti sulle infiltrazioni mafiose hanno i caratteri di rilevanza e concretezza, ma non di univocità ”.
E al Tgr Lazio ha aggiunto: “Parliamo sicuramente di una macchina amministrativa fortemente compromessa. Le cose contenute nella relazione sono cose coperte da riservatezza, e quindi credo che il ministro debba fare le sue valutazioni con serenità ”.
Nella relazione, Gabrielli ricorda come la norma sullo scioglimento dei comuni per infiltrazione mafiosa richieda che gli “elementi su collegamenti con la criminalità  organizzata di tipo mafioso” debbano essere “concreti, univoci e rilevanti“.
Per Gabrielli “gli elementi emersi, pur presentando i caratteri di rilevanza e concretezza”, non hanno “il tratto della univocità ” e questo grazie ai tratti di discontinuità .
Il prefetto ha poi smentito le indiscrezioni che parlano di ipotetico scioglimento di alcuni municipi di Roma. “Pur mantenendo il riserbo sul contenuto della relazione”, ha detto, “che credo sia doveroso, abbiamo approcciato una questione che attiene solo al X Municipio (ndr. Ostia) e le cose che circolano sugli altri municipi sono completamente destituite di fondamento”.
E ha poi aggiunto: “Se mai il ministro dell’Interno decidesse di sciogliere il Municipio di Ostia mi associo a chi dice che la persona più indicata come commissario sarebbe proprio l’assessore Alfonso Sabella“.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SONDAGGIO TECNE’ SU ROMA: CINQUESTELLE 32%, PD 26%, FORZA ITALIA 11%

Luglio 3rd, 2015 Riccardo Fucile

DOPO L’EFFETTO DELLE INCHIESTE GIUDIZIARIE, L’INTENZIONE DI VOTO DEI ROMANI… ASTENSIONE AL 50%

Nella Capitale si sente l’effetto delle inchieste giudiziarie.
Se a Roma si votasse oggi, il Movimento Cinque Stelle si presenterebbe al ballottaggio da primo partito con un distacco notevole (6%) sul Pd.
E’ il risultato di un sondaggio di Tecnè per Porta a Porta.
Secondo la rilevazione, gli scandali di Mafia Capitale e i primi due anni di amministrazione Marino hanno prodotto un vistoso calo del Partito democratico in città .
I Cinque Stelle raccoglierebbero ad oggi il 32 per cento dei voti, davanti al Pd (26).
La terza forza, ma a distanza di 15 punti, sarebbe Forza Italia che non supererebbe l’11 per cento.
La Lega nella Capitale si fermerebbe al 4.
Fratelli d’Italia sarebbe invece il secondo partito nell’area di centrodestra (7%).
Sia Sel sia Area Popolare raggiungerebbero il 4 per cento.
Certo, sarebbe un risultato in cui il primo partito sarebbe di gran lunga quello del non voto: l’astensione è infatti data al 50 per cento.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CAMPIDOGLIO, FOLLA AL FLASH MOB PER MARINO: “IGNA’, DAJE PIU’ FORTE”

Giugno 27th, 2015 Riccardo Fucile

IL SINDACO: “IO NON MOLLO, CI RIVEDIAMO ALLE ELEZIONI DEL 2018”

«Marino tu devi restare» sulle note della celebre canzone «Marina».
E poi uno slogan che suona come una preghiera: «Daje Igna’!».
Sono centinaia i cittadini che si sono dati appuntamento tramite i social network per il flash mob a sostegno di Ignazio Marino.
Al contrario di M5S, Forza Italia, Fdi, Ncd e opposizioni varie i romani saliti sul colle del Campidoglio vogliono che il sindaco vada avanti, messaggio riassunto in un’enorme bandiera con la scritta «Daje più forte» issata accanto al Marc’Aurelio.
Cori, foto e slogan
Proprio nel giorno in cui al primo cittadino viene assegnata la scorta, il suo popolo manifesta tra stendardi (pure del Pd) fischietti, trombette, cori e una marea di cartelli e t-shirt con foto e slogan, con un leit motiv preciso: «Io sto con il sindaco Ignazio Marino».
E ci sono anche gli eletti della sua Lista civica, come i consiglieri comunali Franco Marino e Svetlana Celli; gli esponenti del Partito democratico, come il deputato ed ex segretario romano Marco Miccoli, Enzo Foschi e il consigliere comunale Athos De Luca; il vicesindaco Luigi Nieri e Annamaria Cesaretti, esponente di Sel nell’assemblea capitolina.
In piazza diversi assessori, dalla dem Marta Leonori (Commercio) ai tecnici Alfonso Sabella (Legalità ) e Maurizio Pucci (Lavori pubblici).
«Non mollo»
Il sindaco, quando si affaccia sulla piazza del Campidoglio, è accolto da un’ovazione. I suoi supporter gridano: «Ignazio, Ignazio» e «Non mollare, non mollare!».
E lui è pronto a raccogliere l’invito: «Oggi questa è la ragione della mia vita: io non mollo e ci rivediamo alle elezioni del 2018. Insieme andremo avanti fino al 2023. Insieme non possiamo che vincere e cambiare Roma, ed è quello che faremo».
E l’assedio del premier Matteo Renzi? E, soprattutto, l’inchiesta Mafia Capitale?
«Il Pd – replica Marino – è il partito di cui ho preso l’unica tessera della mia vita: il Pd non sono le poche persone che in questa città  ne hanno certamente rovinato il nome».

(da “il Corriere della Sera”)

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NEBBIE ROMANE SUL GIUBILEO

Giugno 27th, 2015 Riccardo Fucile

E’ NECESSARIA UNA SVOLTA, MA NON BASTA SOSTITUIRE IL TIMONIERE: OCCORRE UN’ASSUNZIONE DI RESPONSABILITA’ COLLETTIVA DELLA POLITICA

Il 13 luglio saranno già  passati quattro mesi dalla proclamazione del Giubileo straordinario e ne mancheranno meno di cinque all’apertura dell’evento, prevista per l’8 dicembre prossimo.
Ma niente di concreto, per quanto è dato sapere, è ancora stato messo a punto. Nessuna decisione, nessun piano, nessuna organizzazione.
Chi in questi giorni ha partecipato a qualche riunione con i tecnici comunali conferma un senso di generale disorientamento.
Forse comprensibile se si tiene conto dei problemi quotidiani e urgentissimi della città , ma anche delle docce scozzesi alle quali il sindaco Ignazio Marino viene costantemente sottoposto da mesi con le indiscrezioni circa la possibile nomina di un commissario governativo.
I giornali riferiscono di screzi continui fra il Campidoglio e Palazzo Chigi, sempre regolarmente smentiti.
Che però l’impasse sia totale è un dato di fatto facilmente ricavabile dalle dichiarazioni.
Se Ignazio Marino aveva risposto il 13 marzo scorso all’annuncio del pontefice con un rassicurante «Roma è pronta da subito», ecco che il 12 giugno lo stesso sindaco di Roma diceva: «È urgente iniziare le opere visto che mancano pochi mesi all’8 dicembre».
Quali opere? «La riparazione delle buche e la sistemazione di quei percorsi pedonali a cui tanto tiene il Papa».
Anche perchè per il Giubileo si prevede un aumento di almeno dieci milioni di turisti.
Per capirci, lo stesso numero di persone che ogni anno visita il solo museo del Louvre senza che per questo la città  di Parigi vada in confusione mentale.
Nemmeno dopo che la strage di Charlie Hebdo ha imposto da gennaio misure di sicurezza eccezionali. È stato fatto un piano ed è stato rispettato, con un minimo aumento del disagio che non scoraggia milioni di turisti.
Ma lì ci sono trasporti che funzionano, un’amministrazione comunale che funziona, uno Stato che funziona.
A Roma, purtroppo, no. E la cosa preoccupante è che nessuno se ne preoccupa.
Ulteriore dimostrazione della sconcertante inconsapevolezza che aleggia sulla capitale la troviamo all’aeroporto intercontinentale di Fiumicino, dove arrivano i turisti di tutto il mondo.
A un mese e mezzo dall’incendio divampato (con modalità  che ancora non abbiamo ben capito) nel Terminal numero tre, i disagi per i viaggiatori non sono finiti.
Riaperto qualche giorno dopo il disastro, quello scalo è stato sequestrato e poi dissequestrato: ma il calvario non è finito.
Ora, denuncia il deputato democratico Michele Anzaldi, si è deciso di procedere a ulteriori accertamenti sanitari a cura dell’Asl nell’area dei negozi (ancora chiusa) che richiederanno almeno venti giorni.
Dal che è facile dedurre che l’aeroporto non tornerà  alla normalità  prima della metà  di luglio. Anche in questo caso il fatto di essere in piena stagione turistica non preoccupa nessuno. Ma a chi toccherebbe?
Ovviamente alla politica, nella fattispecie quella che ha le responsabilità  del governo nazionale, regionale e locale: tutte coincidenti nello stesso schieramento.
Se però ogni energia più che essere concentrata sulla soluzione rapida dei problemi non fosse assorbita da una insensata guerra fratricida interna al Partito democratico. Da una parte i renziani che considerano Marino inadatto a guidare Roma e manovrano neppure troppo nell’ombra per metterlo sempre più in difficoltà , sperando che si decida prima o poi a fare le valigie.
Dall’altra il sindaco che gioca perennemente in difesa.
Il risultato è che la svolta di cui la capitale d’Italia avrebbe un disperato bisogno non si vede.
A Marino questo giornale non ha mai risparmiato le critiche.
Il problema principale sta nella mancanza di autorevolezza e questa carenza si riflette in modo palpabile sul governo di una città  che sembra non governata affatto.
Ma chi invoca da sinistra le sue dimissioni dovrebbe ripensare a come si è arrivati a questa scelta degli elettori e agli errori gravissimi di cui si è reso responsabile il gruppo dirigente del Pd.
Chi le pretende da destra, invece, farebbe meglio ad arrossire per le rovine materiali e le devastazioni morali di cui in cinque anni ha disseminato Roma: non bisogna aggiungere altro.
È fuori di dubbio che sia necessario un cambio radicale di passo nella gestione di una città  che versa in condizioni inaccettabili per una capitale.
Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, non è sufficiente sostituire il timoniere. Servirebbe un’assunzione di responsabilità  collettiva della politica nei confronti dei cittadini.
Che però è impossibile senza una rigenerazione dei partiti, negli ultimi anni sempre più somiglianti a comitati d’affari ripiegati su bassi interessi personali e di bottega. La destra è in macerie.
Mentre il gruppo dirigente del Pd romano è in rotta: il compito di dipanare le nebbie che per troppo tempo l’hanno avvolto, affidato al commissario Matteo Orfini, è da far tremare le vene ai polsi. A lui i migliori auguri di successo.
Diversamente, il dibattito su Marino rischia di essere soltanto l’ennesimo falso problema.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)

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SALVINI TRADISCE LA MELONI E SI ACCORDA CON SILVIO PER MARCHINI

Giugno 25th, 2015 Riccardo Fucile

IL LEADER LEGHISTA AD ARCORE HA DATO IL VIA LIBERA PER LANCIARE LA CANDIDATURA DELL’IMPRENDITORE ROMANO… MARCHINI PERO’ PENSA UN “LABORATORIO” BIPARTISAN

La cena di Arcore, martedì sera, tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (presente anche Licia Ronzulli), ha avuto un risvolto romano.
Nel quadro delle alleanze, presenti e future, il leader di Forza Italia ha esposto a quello leghista il suo piano per Roma: «Il nostro candidato – gli ha detto – è Alfio Marchini».
Messaggio che Berlusconi ha già  veicolato ai suoi luogotenenti romani: Antonio Tajani, il coordinatore Davide Bordoni, il senatore Francesco Giro (che un pensierino, sulla candidatura, lo stava facendo…).
Dunque, Marchini. E Salvini, questa è la notizia, non ha opposto il veto.
Anzi: «A Roma voglio vincere, uniti si può fare», il senso del suo discorso.
Del resto, era quello che nello staff dell’imprenditore si aspettavano da qualche settimana: «Vedrete che Salvini non dirà  no…», ragionavano i suoi. Così è stato.
Per Salvini contano due aspetti.
Presentarsi a Roma, ma senza doversi «misurare» con un suo vero e proprio candidato.
Evitare la candidatura di Giorgia Meloni, capofila di un pezzo di destra che ha condiviso l’esperienza della giunta Alemanno (che ora è in Fdi).
Marchini, sarebbe l’uomo giusto per riunire il centrodestra sotto mentite spoglie. L’imprenditore, infatti, lavora alla formazione di due liste: una esclusivamente civica (col suo nome), l’altra più «politica», dove ci saranno anche ex centrodestra ed ex centrosinistra.
È possibile che, per varare questa sorta di «laboratorio», i partiti non presentino i loro simboli: anche gli Ncd alfaniani sarebbero su questa strada.
In questo modo, ragiona chi sta intorno a Marchini, «si può superare il 30% al primo turno e poi giocarcela al ballottaggio».
Lui, l’imprenditore, continua a ripetere: «Come va a finire non lo so, Marino è come il toro che ignora il torero voltandosi dall’altra parte. Dovrebbe dimettersi per garantire quell’agibilità  politica che oggi non c’è».
Scioglimento per mafia o corruzione? «Chi ama Roma, e noi tutti amiamo Roma, l’ultima cosa che vogliamo è uno scioglimento del comune per fenomeni criminali».
Roberto Morassut (Pd) lo critica: «A differenza di Marchini, penso che invece c’è assoluto bisogno di ristabilire le differenze fra destra e sinistra».
Controreplica di Marchini: «Dal 2013 il bipolarismo, a Roma, non esiste più».

Ernesto Menicucci
(da “il Corriere della Sera”)

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MARINO E LA SFIDUCIA DI RENZI: “IL SINDACO NON PUO’ CONTINUARE”

Giugno 23rd, 2015 Riccardo Fucile

LE PRESUNTE TRUPPE CAMMELLATE ALLA FESTA DELL’UNITA’

«Marino non è in grado di proseguire». Lo dice così, nel suo linguaggio che lascia pochi spazi alle ambiguità , il premier.
Lo dice ai fedelissimi che riunisce prima delle cose «veramente importanti», ossia il vertice sulla Grecia di ieri e quello di giovedì sull’immigrazione.
La lascia cadere in questo modo – il suo modo – e poi con voce pacata ma ferma aggiunge: «Su Roma ci saranno delle sorprese imminenti».
Per farla breve, il preavviso di sfratto a Ignazio Marino è stato dato. Adesso tocca al sindaco raccoglierlo.
«E delle truppe cammellate che si è portato dietro per farsi applaudire a me non importa niente, ma proprio niente», spiega Renzi ai suoi.
E aggiunge. «Notoriamente per essere un bravo sindaco bisogna essere onesto, qualità  che Ignazio, a cui voglio molto bene, ha senz’altro. Quello che deve dimostrare e che finora non ha dimostrato è di saper governare una città . Io lo aspetto a questa prova. Lui mi ha sfidato alla festa dell’Unità , vedremo chi la vince».
È un avviso che chiunque, tranne che nel caso di Marino, indurrebbe un sindaco non amato dal partito e dai romani (stando almeno ai sondaggi che arrivano e preoccupano il Pd ) a lasciar perdere. Così non è finora. Ma questa è una delle tante partite che il premier non vuole perdere.
Con il commissario del Pd di Roma, dopo uno scontro pur aspro, si sono lasciati con una promessa che per l’inquilino di Palazzo Chigi è come un parola data.
Cioè incancellabile: «Cerca di farlo andare via tu con le buone».
Roma, l’Italia, il Pd in genere, non si può permettere di cadere in mezzo al guado, spiega un renziano di stretta osservanza, con un Marino che si fa applaudire da «truppe cammellate» e un «elettorato libero» che si sparpaglia e vota, per disperazione, «un grillino come Di Battista» o una coalizione di centrodestra che si cela dietro una lista civica con Marchini ».
Insomma «è una situazione a cui dobbiamo porre rimedio».
Più importante della «riforma della scuola», dove ormai «la fiducia è sicura», più importante ddl Boschi sul bicameralismo «su cui stiamo lavorando con le minoranze ma anche con gli altri per trovare un testo il più condiviso possibile».
Non è «una questione di principio» per il premier: «Stiamo accelerando su tutto, perchè siamo tornati alle origini, a quello per cui la gente ci votava».
Marino però resiste. Ma di fronte a sè ha una ruspa. Di quelle vere. Non di quelle evocate nei comizi di Matteo Salvini.
Renzi è determinato, sicuro e, soprattutto, ha sempre in mente lo stesso obiettivo: «Io ho scommesso tutta la mia esperienza politica sul tema del coraggio, è ovvio che trovo questo momento molto difficile, ma è altrettanto ovvio che lo trovi molto esaltante». Ora a farne le spese sarà  Marino.
E non solo perchè i report che arrivano al Nazareno sono tutti negativi. Ma anche perchè il sindaco ha cercato di sganciarsi da quel Pd che gli ha consentito di arrivare in Campidoglio.
Prima bussando alla porta grillina, che ha trovato inesorabilmente sprangata. E ora facendo «toc toc» a quella di Sel, che dopo le intercettazioni che riguardano il vice sindaco Luigi Nieri, si trova in grande imbarazzo.
Da quell’orecchio Renzi non ci vuole proprio sentire: «Nessun accomodamento, niente che sembri che noi abbiamo paura degli elettori».
Per farla breve, Marino dovrà  passare per la cruna dell’ago renziano: «A un certo punto, bisogna avere il coraggio di presentarsi a viso aperto agli elettori».
Peccato che non sarà  Marino a fare questa esperienza.
All’attuale sindaco il premier lascia solo due strade: o si commissaria il Comune, non per mafia, ma per corruzione o si dimette. Ed è chiaro che è la seconda soluzione quella che viene indicata a Marino come la via di scampo.
Per consentire al premier di accorpare l’elezione di Roma con le altre che si terranno la primavera prossima a Milano, Torino, Bologna e Napoli.
E il candidato, è ovvio, non sarà  Marino.

Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)

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ROMA, GLI SPRECHI: QUEI PREMI REGALATI ANCHE A CHI NON LAVORA

Giugno 19th, 2015 Riccardo Fucile

DA AMA A METRO C, ECCO COME VENGONO DILAPIDATE LE RISORSE PUBBLICHE DELLA CAPITALE

«Ecco l’asilo dove al mattino / vien la maestra con il trenino. / Quella di ruolo sul primo vagone / ha quasi sempre un gran febbrone. / E la supplente che viene seconda / dopo due giorni è già  moribonda / Passa la terza e questo convoglio / scassa le casse del Campidoglio…»
Il «trenino» della filastrocca c’è davvero. Circola a Roma, fra gli asili nido e le «materne» comunali.
Le maestre in pianta stabile, che complessivamente costano 145 milioni, sono 5.400.
Ma ce ne sono altre 2.400 a tempo determinato, supplenti delle titolari e altre 4.000 superprecarie (quadruplicate in pochi anni) per la supplenza delle supplenti assenti.
Per un costo totale, insieme, di altri 65 milioni. Con un assenteismo oltre il 30%.
Una situazione così pesante che Marino a un certo punto chiese all’Inps di fare dei controlli a tappeto. Era tutto pronto. Controlli garbati. Men che mai polizieschi: si sa che i piccoli si ammalano spesso e coi piccoli si ammalano le maestre.
Insomma, niente a che fare con la Gestapo. Eppure, la mattina in cui dovevano partire i controlli, la lista delle assenti non è partita.
E così il secondo giorno, il terzo, il quarto… Controlli sospesi. Evaporati…
Dice molto, questa storia, della piega che hanno preso le cose, da decenni, al Comune di Roma. Senza che alcuno sia riuscito (ammesso ci abbia provato) a cambiare certe cattive abitudini.
Ciò che non viene fatto per le strade dissestate viene fatto per quietare ogni possibile conflitto col personale e più in generale col mondo del lavoro storicamente legato al posto pubblico: rattoppi, rattoppi, rattoppi.
Quando il Comune non poteva assumere, ci pensavano le municipalizzate. Quando non potevano le municipalizzate, ecco gli appalti esterni a ditte private che il Campidoglio si caricava sulle spalle.
Risultato? Dopo Poste e Ferrovie il Comune di Roma è la terza azienda del Paese.
Sommando i quasi 25 mila dipendenti diretti con gli almeno 35 mila delle municipalizzate supera quota 60 mila. Più del doppio del personale italiano della Fiat.
Se contiamo poi le ditte che lavorano in appalto, come le cooperative di cui si sono recentemente occupate le cronache o le ditte addette alle manutenzioni stradali o le aziende di supporto all’Atac, andiamo ancora più su, su, su…
Sapete quante sono le società  che fanno capo a «Mamma Lupa»? Ventisei.
Più una giungla di controllate: Acea, Atac e Ama ne hanno da sole 44.
Un groviglio inestricabile.
Il Campidoglio, per dire, è l’unico ente pubblico al mondo proprietario di una compagnia di assicurazioni. La Adir. Per risparmiare? Macchè: paga premi 3,2 volte più cari rispetto a quelli del municipio di Milano.
Per non parlare dei sinistri liquidati assai «generosamente»: 4,2 volte più che nel capoluogo lombardo.
Se ne occuparono un paio di anni fa perfino le cronache rosa quando Antonio «Karim» Capuano, un belloccio tronista di «Uomini e Donne», finì con la Smart contro un bus Cotral e restò in coma un paio di settimane.
Saltò fuori che viaggiava senza assicurazione e aveva un tasso alcolemico quasi quadruplo rispetto al consentito. Leggi alla mano, poteva pagare la ciucca con una multa da 1500 a 6000 euro, l’arresto da 6 mesi ad un anno, la sospensione della patente da 1 a 2 anni, la confisca dell’auto…
Per due anni, davanti alla richiesta del giovanotto di tre milioni di euro di danni perchè, minato nella salute, non poteva partecipare ai talk show, l’assicurazione comunale rifiutò: dato che c’era almeno il concorso di colpa, al massimo 250mila. Non un euro di più.
Il «tronista» del resto, a dispetto dell’invalidità  all’80% pareva piuttosto guarito, tanto che in attesa del risarcimento da invalido s’era fatto arrestare per aver staccato a morsi l’orecchio a un rivale. Come Tyson.
Finchè un bel giorno, come ricostruì il Tg7 di Enrico Mentana, i vertici dell’Adir cambiarono idea e riconobbero al bellone mozza-orecchi una transazione da un milione e 200 mila euro.
Il doppio di quanto il Tribunale di Milano riconosce nella sua tabella dei risarcimenti a un quarantenne colpito da cecità  assoluta o dalla perdita delle braccia.
Informato di come giravano le cose, Marino denunciò in consiglio le scelte del Cda guidato da Marco Cardìa, figlio dell’ex presidente della Consob Lamberto, come «riprovevoli».
1) L’occultamento al Comune delle contestazioni mosse ad Adir dall’Istituto Vigilanza Assicurazioni. 2) Il «ricorso incomprensibile a un numero sempre più cospicuo di avvocati del libero Foro». 3) Il prestito di 220 mila euro concesso dallo stesso Marco Cardia a se stesso Cardia Marco.
Ciò detto, il sindaco azzerò i vertici. Salvando solo il direttore generale: aveva un contratto blindato con una penale stratosferica.
E le farmacie comunali? Appena insediato, Marino si mise le mani nei capelli: alla Farmacap, che per i suoi «sportelli» si era spinta a pagare qua e là  affitti che arrivavano a 160-170 mila euro l’anno, c’era un buco abissale.
Tanto da costringere il Campidoglio a tirar fuori una quindicina di milioni per evitare la bancarotta e non mettere a rischio il posto dei 362 dipendenti.
Trecentosessantadue: otto dipendenti e mezzo per ciascuna delle 43 «comunali». Unico caso planetario di farmacie in rosso.
Niente, comunque, rispetto ai colossi Acea, Atac e Ama, che pagano insieme quasi 32 mila stipendi.
L’Acea, quotata in borsa e posseduta dal comune, dai francesi di Suez e dal costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, ne ha tentate in questi anni di tutti i colori.
Dalle avventure internazionali per distribuire acqua in Perù o in Armenia al disastroso sbarco nella telefonia, archiviato con perdite per oltre 200 milioni.
Il tutto mentre distrattamente si «dimenticava» della rete dell’illuminazione pubblica del centro storico che, come rivela lo stato dei lampioni, è la stessa di ottant’anni fa. E solo da poco è stata «attenzionata», per dirla in burocratese, da un piano straordinario (sei milioni l’anno) di adeguamento al terzo millennio.
Quanto alle altre due balene pubbliche capitoline, se fossero private sarebbero fallite da un pezzo. Soffocate da un torbido intreccio di inefficienze, interessi politici e clientele partitiche, sindacali e personali di questo o quel cacicco, l’Atac e l’Ama vengono tenute in vita con costi astronomici.
La prima, che gestisce tram, autobus e metro, ha 12.184 dipendenti, un migliaio più dell’Alitalia. Senza l’appeal per attirare sceicchi. Ovvio.
In dieci anni ha accumulato perdite per un miliardo e 600 milioni. Gli autobus hanno un’anzianità  media di nove anni e passa. Seicento su 2.300, cioè più di uno su quattro, sono inutilizzabili o vengono addirittura cannibalizzati per i pezzi di ricambio.
Gli incassi dei biglietti sono la metà  che a Milano, l’evasione è da capogiro.
Gli autisti di tram e metro, dice un recente rapporto dell’assessorato ai Trasporti, guidano 736 ore l’anno contro le 850 a Napoli e le 1.200 a Milano.
«Dei 6.500 autisti dell’azienda circa 970 restano a casa ogni giorno», spiegava mesi fa un’inchiesta di Ricardo Tagliapietra sul Messaggero denunciando un assenteismo che in agosto era arrivato al 22%, « Una delle curiosità  puramente numeriche riguarda le visite mediche per l’abilitazione alla guida. Fino al 2010 venivano eseguite dall’Asl attraverso l’ospedale San Giovanni (struttura pubblica): mediamente c’erano una cinquantina di autisti l’anno con inidoneità  alla guida. Poi la gestione è passata al centro diagnostico Pigafetta (struttura privata, partecipata da Ferrovie dello Stato). Negli ultimi tre anni il numero di inidonei è salito da 50 a 607, di cui 387 temporanei e 220 definitivi…»
Va da sè che non si muove foglia che sindacato non voglia: 13 sigle per diecimila iscritti.
E poichè i 12 mila dipendenti dell’Atac non parevano sufficienti, nel 2006 alcune linee periferiche sono state appaltate a un consorzio di autotrasportatori con altre 884 persone.
Con il costo di un altro centinaio di milioni l’anno caricato sull’Erario. S’è visto di tutto, all’Atac: di tutto.
Perfino sette lettere firmate dall’amministratore delegato imposto da Gianni Alemanno, Adalberto Bertucci, che riconosceva a sette dirigenti di nomina politica, i «Magnifici 7», un’indennità  pari a cinque anni di stipendio (cinque anni!) nella sola ipotesi che fossero spostati di scrivania. Come premio per tanta arguzia manageriale lo stesso Bertucci aveva una busta paga all’altezza dello sfacelo: 359.586 euro annui. Grazie a una maxi consulenza che integrava lo stipendio Atac. Committente? L’Atac.
Franco Panzironi, amministratore delegato dell’Ama, l’azienda dei rifiuti, si trattava ancora meglio: 545.288 euro l’anno.
Un compenso anche qui all’altezza dello sfacelo: fu lui a gonfiare gli organici già  gonfi con altre 1.518 persone.
Con procedure così discutibili (amici, cognati, cugini, signorine di coscia lunga) da finire dritto nell’inchiesta «Parentopoli» e uscendone con una condanna in primo grado a 5 anni e tre mesi. Era la «stagione delle cavallette», certo.
Ma certe storiacce sarebbero stati possibili senza un clima favorevole di complicità , omertà  e connivenze? Il sindacato che faceva assumere i raccomandati propri chiudendo un occhio su quelli altrui non ha nulla da dire? E se il sindacato è potente all’Atac, all’Ama è potentissimo. Tanto da aver costretto l’azienda a firmare un accordo integrativo pazzesco.
Concedeva un premio di produzione (premio di produzione!) a chi si fosse presentato al lavoro almeno la metà  (la metà !) delle giornate lavorative e non avesse collezionato più di cinque giorni (cinque giorni!) di sospensione per motivi disciplinari. Demenziale.
In un’azienda allo sfascio, con un costo del servizio che sfiora gli 800 milioni annui.
Una morosità  alle stelle e una montagna di crediti inesigibili. Al punto di costringere il Comune ad accantonare a fondo rischi centinaia di milioni.
Metà  Metro C è costata più dell’Autosole
Si dirà  che succede anche altrove. Può darsi. Solo a Roma, però, è potuto accadere che il Comune, per fare una metropolitana, la linea C, costituisse una società  delegata a gestire l’appalto: la Roma Metropolitane.
Occupa 179 persone e ha un solo scopo: tenere i rapporti col general contractor della Metro C: un consorzio composto da Caltagirone, Astaldi, cooperative rosse e Ansaldo, di Finmeccanica. Una Santa Alleanza che ricorda le spartizioni delle opere pubbliche in tempi non lontani.
Otto mesi fa l’Autorità  anticorruzione di Raffaele Cantone, innescata dalla denuncia di un consigliere radicale e di un ingegnere, Riccardo Magi e Antonio Tamburrino, sfornò un rapporto ustionante su quella mostruosa creatura nata e cresciuta sotto lo sguardo affettuoso dell’ex responsabile governativo delle grandi infrastrutture, poi finito in manette, Ercole Incalza.
Si raccontava di un appalto dai contorni discutibili e delle 45 (quarantacinque) varianti in corso d’opera che avevano fatto lievitare i prezzi da poco più di 3 miliardi a 3 miliardi e 739 milioni: quanto il costo, in euro attuali, dell’Autostrada del Sole.
E non siamo ancora a metà  dell’opera. Vabbè che sotto Roma ci sono resti archeologici ed è complicato scavare, ma santo Iddio!
Pochi giorni fa Magi e Tamburrino hanno presentato una nuova denuncia.
Sostengono che per venire fuori da un pasticcio che rischia di costare più del Mose di Venezia, si sta pensando di bypassare tutto il centro storico con un tunnel di due chilometri e mezzo per portare i convogli direttamente dal Colosseo a San Pietro. Non stop. Ma ha senso? Boh… Preventivo: un altro miliardo e mezzo. Almeno
Sempre che non ci si metta di mezzo qualche arbitrato. Perchè su quelli una certezza c’è: il Comune perde sempre.
Ha perso con gli autotrasportatori privati che gestiscono le linee periferiche: 115 milioni.
Ha perso coi gestori della discarica di Malagrotta: 90 milioni. Ha perso, grazie anche alla perizia di galantuomini quali Angelo Balducci (poi ammanettato per gli scandali del G8 alla Maddalena, dei Mondiali di nuoto e gli eventi per i 150 anni dell’Unità  d’Italia) con lo stesso consorzio Metro C: altri 90 milioni.
Sono decenni che Mamma Lupa sfama decine di migliaia di romani senza badare troppo a ragioni e meriti.
Dicono tutto i numeri del «salario accessorio» che ha generato una sfida durissima tra Marino e i sindacati. È una voce dello stipendio che doveva essere collegata a particolari mansioni.
Una specie di premio ai più bravi, più volenterosi, più fedeli al lavoro. Ma è diventata via via una componente ordinaria delle retribuzioni.
Come fosse dovuta a tutti.
Fra il 2000 e il 2012, dice un dossier del ministero dell’Economia, sono state distribuite 94.994 gratifiche. La ricompensa del Campidoglio per 94.994 valutazioni positive: bravo, dipendente! E le negative? Tenetevi forte: 15. Quindici! Cioè lo 0,016%. Manco un asino. Un analfabeta. Un lavativo. Tutti bravissimi, tutti puntualissimi, tutti efficientissimi.
Ma i dirigenti? Possibile che un andazzo come questo sia andato bene per anni a chi gli uffici deve comunque farli funzionare? La risposta è ancora in quel rapporto. Nessuna lagnanza. Ovvio: le retribuzioni accessorie dei dirigenti, fra il 2001 e il 2012, sono salite mediamente da 45.640 a 88.707 euro l’anno pro capite.
Un’impennata del 94,3% in anni in cui il Pil medio di ogni italiano precipitava di 8 punti e la vendita delle auto ai livelli del 1964.
«Non risulta», sostiene il rapporto, «che a nessun dirigente sia stata negata l’erogazione della retribuzione di risultato».
Nessuna meraviglia: una nota del dipartimento risorse umane del dicembre 2011, ai tempi della destra e di Alemanno, rifiutava il premio di produttività  a chi avesse lavorato «un numero di giornate inferiore a 110».
Due giorni di lavoro a settimana. Ammazza, che severità !

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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