Giugno 19th, 2015 Riccardo Fucile
UN NUOVO COLPO PER LA CAPITALE: PER IL TESORO IL COMUNE DEVE RIENTRARE DI QUELLA CIFRA
Dopo le parole, i fatti. Non fossero bastate le frasi di Matteo Renzi («Marino si guardi allo specchio,
oltre che onesti bisogna essere capaci»), dal governo piovono sul Campidoglio due tegole.
La prima dal Mef, ministero Economia e finanze, la seconda dal Consiglio dei ministri.
Secondo la Ragioneria generale, infatti, il salario accessorio pagato dal Comune di Roma ai suoi dipendenti (circa 24 mila) era illegittimo e le controdeduzioni fornite dagli uffici di Palazzo Senatorio «non sono idonee a giustificare l’esistenza del fondo» per quella voce della retribuzione.
Morale della favola, visto che tutto il carteggio tra Mef e Comune viene sempre girato alla Corte dei conti, i magistrati contabili potrebbero chiedere al Campidoglio di «rientrare» di quella cifra erogata tra il 2008 e 2013 (giunta Alemanno), che si aggira intorno ai 350 milioni di euro, senza però poter entrare nelle tasche dei dipendenti, salvaguardati da una recente sentenza.
Per le casse del Comune, già «stressate» dal piano di rientro imposto da Palazzo Chigi dopo il decreto salva Roma e dalla pulizia contabile operata sui crediti inesigibili (altra partita da circa 850 milioni), sarebbe l’ennesimo «buco» da coprire.
Una missione impossibile per Silvia Scozzese, assessora al Bilancio, cooptata dall’Anci nella primavera del 2014 proprio per garantire il Piano di rientro.
La «signora dei conti», ora, è nel mirino dei suoi colleghi di giunta, in particolare – si dice – della «fedelissima» del sindaco Alessandra Cattoi.
È, anche questo, un termometro dei rapporti col governo.
Perchè la vicenda del Mef viene da lontano (Marino, appena insediato, chiamò gli ispettori che fecero il loro rapporto, il Comune ha controdedotto e il ministero prima ha chiesto nuovi chiarimenti senza ottenere risposta, poi è andato avanti) ma il fatto che emerga adesso, dopo le frasi di Renzi, magari non è casuale.
In Campidoglio l’hanno presa male: «La linea del ministero è troppo intransigente», dice il vicesindaco Luigi Nieri.
Nello staff di Marino aggiungono: «Siamo gli unici ad aver riformato il salario accessorio e dovremmo essere gli unici a pagare? Se la Corte dei conti ci chiede i soldi, ci opporremo».
E ancora: «Uno degli ispettori del Mef è lo stesso che, da commissario di Venezia, non è riuscito a toglierlo».
Marino capisce che intorno a sè l’aria è cambiata. E, al di là delle parole di sfida a Renzi («Resto fino al 2023, non ho cambiato idea: un chirurgo va giudicato quando il malato esce dalla sala operatoria, va a casa e riabbraccia la famiglia») comincia a preoccuparsi.
Il sindaco, ieri, è uscito dal bunker a Palazzo Senatorio per incontrare (al riparo da sguardi indiscreti) il commissario del Pd romano Matteo Orfini, l’unica sponda che gli è rimasta.
Ma la seconda tegola gli arriva dal Consiglio dei ministri, che non si terrà più oggi ma all’inizio della settimana prossima.
Lì dovrebbe essere definito il ruolo del prefetto Franco Gabrielli, al quale Palazzo Chigi (al di là delle sfumature lessicali tra «coordinatore» o «commissario») dovrebbe affidare gran parte dei poteri sul Giubileo.
Ma è probabile che dei soldi promessi (500 milioni) ancora non ci sia traccia.
Perchè, filtra da ambienti governativi, dopo Mafia Capitale 2 ci si vuole vedere chiaro prima di stanziare fondi.
Nei confronti di Marino, prende le distanze persino l’amico Graziano Delrio, ministro dei Trasporti: «Non gli sto dicendo di stare tranquillo, valuti da solo il da farsi. Ascolti i romani e verifichi cosa pensano».
E Rosy Bindi torna all’attacco: «Fossi in lui mi interrogherei sulle dimissioni».
Ernesto Menicucci
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 18th, 2015 Riccardo Fucile
DALLA TRATTORIA CHE CHIEDE 579 EURO (PIU’ 115 DI MANCIA) A UNA COPPIA DI GIAPPONESI ALL’IMPERO AMBULANTE DI TREDICINE
Basta questa frase, che non scapperebbe mai a una persona perbene, a dare l’idea dell’aggressività con cui un pezzo della Roma peggiore si intromette nel grande affare del turismo con la prepotenza («te metto le budella in mano») dei bulli d’una volta. Quelli descritti nel ‘600 ne «Le stupende forze e bravure del Capitano Spezzacapo et Sputasaette» da Antonio Pardi: «Son quel gran Spezzacapo alto e superbo, / a la cui forza ogni altra forza cede, / spezzo, rompo, fracasso, frango, snerbo»
Qualche anno fa Francesco Merlo, dopo l’arresto di sei «centurioni», ci è andato con la moglie inglese: «Il Colosseo fuori dal Colosseo è un posto senza legge, dove si mangia, si frega e si fa subito a cazzotti, come ai tempi del Belli, “pe’ schiaffasse in saccoccia li quadrini”».
Immediato l’arrivo dei finti romani antichi: «Could you take a photo of me wearing your “cucullus”?». Alla romana: «Che te fai ‘na foto che me metto er cucullo tuo?».
La zona franca intorno al Colosseo tra abusivi e bancarelle
È una specie di zona franca, il cuore archeologico del mondo, dominata dai potentissimi Tredicine, una famiglia che, nella scia del vecchio Donato, un abruzzese che cominciò alla fine degli Anni 50 con le caldarroste, possiede gran parte dei 69 camion-bar sparpagliati nelle zone più battute dal turismo.
Un feudo cresciuto a dismisura facendosi largo nel suq mediorientale tra venditori abusivi di cartoline, venditori abusivi di tappeti, venditori abusivi di occhiali e soprattutto tra gli «urtisti», che oggi sono 112 e conservano il nome degli ambulanti ebrei che giravano urtando i passanti col permesso d’una bolla papale e reggendo con una banda a tracolla una cassetta, poggiata sulla pancia, con un po’ di souvenir.
Ignazio Marino, a quel feudo dei Tredicine che pagano per stazionare nei luoghi più pregiati e affollati 325 euro al mese per i camion più grandi (dieci euro al giorno: due panini) e 250 per quelli più piccoli (otto euro al dì: un panino e una coca) ha mosso guerra.
In nome del decoro della città i bar ambulanti saranno spostati in tempi brevi (era ora!) in zone meno vistose. Immaginatevi le resistenze. Le polemiche. Le collere.
La grande risorsa dei turisti che Roma maltratta
Che il turismo sia un grandissimo business planetario lo dicono i numeri.
Dal ’90 a oggi i turisti internazionali sono passati da 440 milioni a un miliardo e 138. Con una crescita nell’ultimo anno di 51 milioni.
Fate i conti: un’accelerazione del 158%.
Parallelamente l’Italia è cresciuta la metà : da 26,7 a 48,6 milioni, cioè +82%.
Roma al contrario, anche se gli ultimi anni sono stati così così a causa dei clienti italiani in difficoltà , ha fatto il botto: in venticinque anni è schizzata da quattro a quasi 16 milioni e mezzo di arrivi. Il quadruplo. E i pernottamenti da 11 a 39 milioni.
Ovvio, il turismo organizzato internazionale concentra tutto in pacchetti standard ridotti all’osso.
Se vendi a un canadese o un coreano due settimane standard in Europa come fai a non metterci, tra le tappe, Roma?
Aggiungete l’instabilità progressiva in alcune aree del mondo… Fatto sta che troppi romani già sicuri che Roma sia «caput mundi» (l’ex vicesindaco Mauro Cutrufo si spinse a dire che da sola «ha il 30-40% dei beni culturali del mondo»: bum!) han visto la conferma di una loro convinzione: «Sempre qua devono veni’».
E, se i turisti di tutto il pianeta «devono» venire a Roma, sono i romani a fare loro una gran gentilezza accettando di farsi pagare per farli dormire in alberghi che sono talvolta delle topaie, dare loro da mangiare spesso male a cifre folli, scorrazzarli col taxi (tirando a volte pacchi terrificanti: «tassametro rotto, broken…»), fornire loro tre tiramisù e tre cappuccini per 72 euro come un bar di via Cavour…
Su tutti, svetta il caso della trattoria Passetto vicino a piazza Navona, chiusa dopo avere rifilato a due fidanzati giapponesi un conto di 695 euro di cui 115,50 di «mancia», che i due non si erano mai sognati di autorizzare.
Che senso c’è a trattare così chi contribuisce con l’11% al Pil di una città non altrettanto forte su altri piani economici a partire da quello industriale?
Eppure così va: il turista, per molti, va prosciugato.
Lo spiegava pochi mesi fa un’indagine dell’osservatorio Trivago, il meta-motore di ricerca online che raffronta i prezzi di 700 mila alberghi e B&B del mondo: messi a confronto i prezzi dei nostri hotel con otto altre nazioni europee, è emerso che i listini italiani arrivano a una media di 144 euro contro i 139 del Regno Unito, i 112 della Germania, i 108 della Spagna. Ci batte, a 152 euro, la Francia.
Ma il servizio?
Risponde, dando ragione alle migliaia di lamentele online sulla distribuzione a capocchia delle «stelle» di qualità (una per tutte: «la mia stanza non ha i requisiti del quattro stelle e nemmeno del tre, forse del due.
Niente aria condizionata… dei due cassetti dell’armadio uno è rotto e non si apre, l’altro era pieno di cracker e residui alimentari… nel frigo bar ho trovato un vecchio panino semi avariato… la tv non funziona, il bagno è microscopico, la doccia da ostello…») una ricerca della multinazionale delle prenotazioni online «hotel.info» sulla «customer satisfaction», la soddisfazione, dei clienti. Insomma, il rapporto qualità -prezzo.
Servizi scarsi o fuori norma ma nessuno controlla
Risultato: tra le città europee Varsavia è in vetta con 7,92 punti, seguita da Helsinki (7,64), Berlino (7,59 punti) e giù a scendere.
Tra le nostre la prima è Bologna e le ultime, dietro Napoli, sono proprio Milano e Roma a 6,9.
E parliamo degli hotel ufficiali, figuratevi gli altri. Pare impossibile, infatti, ma tra i vari abusivismi capitolini esiste addirittura quello alberghiero.
Accanto ai 1.041 hotel, Bed & Breakfast e residence ufficiali, spiega il presidente di Federalberghi Giuseppe Roscioli, c’è un mondo di «forse quattromila esercizi clandestini.
Come almeno 25 mila letti destinati a raddoppiare. Visto che il Comune non era in grado di farlo, gli abbiamo fatto noi la mappatura del web: andate, controllate… Macchè. Ci sono pseudo B&B che scrivono sul loro sito: “Ultime 5 camere disponibili”. Ma se i B&B di camere possono averne al massimo tre!».
Insomma, accusa, il caos è tale che «puoi finire ospite a casa di Pacciani…». Il mostro di Firenze. Esagerato? «Per niente. Le catene internazionali, lo dico per esperienza personale, vengono una volta l’anno a controllare con una pignoleria notarile. Arrivano a sorpresa, guardano la polvere sotto i letti, misurano il microclima nei bagni, contano quanti squilli fa il telefono prima che la reception risponda… Se qualcosa non va, tolgono il loro marchio».
Da noi? «Da noi non controlla nessuno. Da anni. Due stelle, tre stelle, quattro stelle… Non vogliono dire niente, se non controlli. Magari un albergo era ottimo vent’anni fa, ma poi… Il caos è tale che, col Giubileo in arrivo e i rischi del terrorismo internazionale, abbiamo posto perfino al prefetto il problema delle registrazioni dei clienti».
Fa 143 mila addetti, il turismo «ufficiale», a Roma.
Più di tutti gli occupati italiani della chimica messi insieme. Poi c’è il «nero». Presumibilmente almeno ventimila persone.
Per una parte gestito da sedicenti «brave persone» che trovano normale rifiutare la carta di credito («Ahi ahi, la linea non funziona…») per farsi pagare in nero e fregare il Fisco, per un’altra da figuri dal profilo ambiguo o direttamente legati alla piccola o meno piccola criminalità .
L’allarme sicurezza sui siti dei consolati stranieri
A farla corta: l’acquazzone di turisti che dal ’90 si abbatte felicemente sulla capitale d’Italia non viene usato male ma malissimo. Uno spreco.
Con l’aggiunta di figuracce internazionali non solo sul piano del rapporto qualità -prezzo (dice l’ultimo Brand Index che tra il 2012 e 2014 siamo scesi dal 28 º al 57 º posto e Roma ci mette molto di suo) ma della stessa sicurezza.
Basti ricordare come, dopo l’allerta nel 2009 di TripAdvisor contro «Roma ladrona», lo stesso sito del governo britannico gov.uk , alla voce «crime», mesi fa raccomandava: «Attenti alle bande a Termini e sui bus, lasciate gli oggetti di valore in hotel». Con doppia attenzione sulla «linea 64 diretta in Vaticano».
Eppure è così bella, la nostra Roma, così ricca di angoli suggestivi, così densa di atmosfere, così traboccante di piazze rinascimentali e siti archeologici e resti medievali da meritar davvero l’amore di tutti. Incantati come restò incantato, tra i tanti, Wolfgang Goethe.
Che ricordando una luna immobile e «limpidissima» sui Fori, scrisse: «Era uno spettacolo magico. Così bisogna vedere illuminati il Pantheon ed il Campidoglio, San Pietro e tutte le altre piazze e strade di Roma. E così anche il sole e la luna, come l’ingegno umano, hanno qui un ufficio ed un compito diverso da quello che hanno altrove; qui si offrono a loro masse prodigiose e pure, perfette…».
Dicono i numeri del ministero dei Beni culturali che dal 1996 a oggi, in vent’anni, i turisti a Castel Sant’Angelo sono raddoppiati, alla Galleria Borghese sono triplicati, al circuito archeologico del Colosseo, del Palatino e del Foro, un tempo separati, si son quadruplicati passando da meno di un milione e mezzo a oltre sei milioni.
Per non dire del Pantheon, salito da poco più di un milione di visitatori addirittura a sei e mezzo.
Un boom tale da spingere qualcuno a chiedersi: d’accordo, è ancora una chiesa, ma coi problemi finanziari che ha la cultura non sarebbe il caso di far pagare a tutti qualche euro?
Gli stessi numeri, però, mostrano come questo boom del turismo di massa, che concentra all’inverosimile anche i tavolini che invadono ogni centimetro di certe stradine, tagli fuori ciò che per la massa è un po’ più «scomodo» come le Terme di Caracalla, la villa dei Quintili e la tomba di Cecilia Metella, frequentate oggi più o meno quanto nel 2006 nonostante il biglietto cumulativo costi solo 6 euro: una miseria.
Oppure gli scavi di Ostia antica, che mostrano un +27% davvero modesto davanti alla quadruplicazione dei turisti. E non parliamo della meravigliosa villa Adriana: in vent’anni è riuscita addirittura a perdere quasi un quarto dei vecchi visitatori.
I conflitti amministrativi sulle zone archeologiche del centro
Più ancora colpisce, tuttavia, che perfino l’esorbitante centralità del Colosseo, del Palatino e dei Fori non sia stata accompagnata da una sistemazione che altrove sarebbe stata scontata.
Pare impossibile ma l’area archeologica più famosa del pianeta è divisa fra due padroni. Un pezzo è del Comune, uno dello Stato. La Domus Aurea, ad esempio, è dello Stato ma non tutta: le murature delle terme di Traiano, costruite sopra la villa di Nerone, sono del Comune. Come il giardino sovrastante dove c’è un pino himalayano piantato ottant’anni fa.
Le radici sono penetrate così in profondità da mettere a rischio una delle parti più preziose della dimora imperiale, la volta con la scena di Ulisse e Polifemo.
Dovrebbe esser eliminato ma chi lo deve togliere? Il Comune: il giardino è suo. E siccome c’è un comitato di cittadini che si oppone al necessario trapasso del vegetale, ecco che il Campidoglio ha nominato un mediatore culturale per risolvere la rogna. L’albero o gli affreschi? I cittadini di Colle Oppio sono pur sempre elettori…
Questa insensata dicotomia, per cui il Mausoleo di Augusto è comunale e il Colosseo statale (ma non l’area intorno, che appartiene a Roma Capitale!) va avanti dal 1925 (novant’anni!) senza che la politica si sia mai curata di risolverla.
Il parossismo è ai Fori: la parte di destra, percorrendo via dei Fori Imperiali da piazza Venezia verso il Colosseo, è statale. La parte di sinistra comunale. Ed ecco due soprintendenze, due amministrazioni, due sbigliettamenti…
Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ha promosso la costituzione di un «consorzio» almeno per la gestione comune dei Fori. Ma la soluzione vera, lo sanno tutti, sarebbe la fusione. Ma tant’è.
Chi glielo dice ai dipendenti? E chi si carica della rogna di ricongiungere le proprietà di due demani diversi? E chi glielo spiega poi alla miriade di ditte private che da quella storica divisione hanno tutto da guadagnare?
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 17th, 2015 Riccardo Fucile
LA MINACCIA DI RENZI SI TRAMUTA IN UN PETARDO BAGNATO… IL PREMIER STA SOLO USANDO ARMI DI DISTRAZIONE DI MASSA
Il Patto della PlayStation tra i due Matteo del Pd si schianta sul Campidoglio. Quell’immagine del
segretario e del presidente dem seduti uno a fianco all’altro a giocare in attesa del voto delle regionali è stata scattata poco più di due settimane fa al Nazareno.
Ma l’improvvisa sterzata del premier contro il sindaco di Roma Ignazio Marino, senza aver neppure avvertito Orfini preventivamente, sta dividendo seriamente i due Matteo. Orfini da dicembre è stato scelto da Renzi come commissario del Pd romano, ha sempre difeso Marino come “baluardo contro mafia e malaffare”, in accordo col premier-segretario, e ora non ha alcuna intenzione di fare retromarcia, cancellando questi sette mesi di lavoro spesi per “rigenerare il Pd romano”.
Non è solo una questione di puntiglio.
Orfini, per la prima volta da molti mesi, non condivide la linea di Renzi.
E così coglie l’occasione della conferenza stampa per presentare la festa dell’Unità di Roma che parte il 18 giugno e durerà fino a fine luglio — una durata monstrum – per sottoporsi volentieri al fuoco di fila domande dei cronisti.
Il commissario elogia il lavoro svolto in questi mesi anche dal Campidoglio (“Piano di rientro chiuso con un anno di anticipo”), poi ricorda che Marino “sarà assolutamente ancora sindaco” il 21 giugno, quando è prevista la sua serata alla festa Pd.
Poi ricorda al premier “quello che anche lui ha sostenuto in tutti questi mesi” e cioè che “Marino e Zingaretti sono un baluardo contro le mafie”.
E anche un altro punto non irrilevante: “Stiamo tutti fronteggiando una campagna contro la destra e il M5s che chiedono le dimissioni del sindaco, una richiesta ir-ri-ce-vi-bi-le”.
Il tono resta monocorde, ma i contenuti col passare dei minuti si fanno sempre più affilati.
Sintomo di un fastidio covato per tutta la giornata di martedì e per tutta la notte.
“Da Renzi è arrivato uno stimolo a fare di più? Bene, dopo aver fermato questa campagna di delegittimazione e dopo che sarà stato escluso lo scioglimento del Comune, ci porremo il tema di un salto di qualità dell’amministrazione. Non solo Ignazio, ma nessuno di noi sarà tranquillo finchè non si saranno risolti tutti i problemi della città ”.
Nel momento più duro per Renzi, con la buona scuola a rischio di saltare e la minoranza bersaniana che vive da mesi nel Pd da separata in casa, Orfini mette sul tavolo tutto il peso del sostegno che finora ha garantito al premier-segretario.
E infila una frase durissima: “Marino non va via perchè lo dice il presidente del Consiglio, è stato scelto dagli elettori Pd con le primarie e poi dal voto degli elettori romani. Il suo dovere è quello di governare”.
Orfini insiste, toccando uno dei talloni d’Achille di Renzi, la mancata legittimazione elettorale: “Il Pd non molla il sindaco. E se il segretario gli chiede se se la sente di andare avanti, io credo che questa sfida vada raccolta”.
Una difesa totale, il commissario si pone come scudo umano a difesa del sindaco chirurgo.
Dopo queste parole, se Renzi insisterà dovrà anche mettere in conto le dimissioni di Orfini da commissario.
E il salto verso il voto a Roma con un Pd ancora più nel caos. Senza contare il risvolto politico nazionale di una rottura con Orfini e con la sua area dei Turchi che, fino ad ora, ha garantito una copertura a sinistra al renzismo.
Nella testa di chi ha ascoltato il presidente dem restano le parole “richiesta irricevibile”, accostate alla richiesta di dimissioni del sindaco.
Una risposta apparentemente diretta ai grillini e alle altre opposizioni, ma in realtà diretta a palazzo Chigi.
Orfini infatti rimanda al mittente la richiesta di un cambio di passo della giunta “entro una settimana”.
E rimanda questo “salto di qualità ”, che passerebbe anche da un nuovo e ancor più radicale rimpasto, “a quando sarà chiaro che avremo fermato questa campagna di delegittimazione e scongiurato il commissariamento del Comune”.
Di rimpasto, del resto, ce n’è già stato uno nello scorso dicembre, con l’ingresso in giunta del magistrato Alfonso Sabella come assessore alla Legalità .
E’ l’unico nome citato da Orfini. Per ribadire che ora non c’è spazio per i dubbi e soprattutto per il fuoco amico.
In Campidoglio, le parole del commissario arrivano come un toccasana.
E del resto Marino, a dimettersi non ci ha pensato neppure per un istante. E stavolta la minaccia di Renzi rischia di trasformarsi in un petardo bagnato.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 17th, 2015 Riccardo Fucile
BERLUSCONI PUNTA SU TAJANI E CARFAGNA
Recapitato l’avviso di sfratto a Ignazio Marino, il premier Matteo Renzi pensa già al dopo. 
A quale potrebbe essere il sostituto del chirurgo, la carta vincente con cui arginare l’ascesa dei Cinque Stelle.
Per ora, la rosa dei papabili nel Pd si limita a pochi nomi.
Innanzitutto, secondo quanto scrive il Corriere della Sera, c’è Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera, ex braccio destro di Francesco Rutelli quando era sindaco di Roma.
Il quale, però, non sarebbe molto convinto di volersi lanciare nell’impresa.
Un altro papabile è il prefetto Franco Gabrielli, cui spetterà il compito di gestire la città una volta che Marino si sarà tirato indietro.
A lui è già stato affidato il commissariamento “soft” del Giubileo, un evento a cui Renzi tiene moltissimo come trampolino per il rilancio dell’immagine della Capitale e del Paese intero.
Dopo mesi alle prese con Anno Santo e amministrazione straordinaria, Gabrielli potrebbe essersi guadagnato un posto nel cuore dei romani — o forse no.
Secondo il Messaggero, per il premier quella di Gabrielli sarebbe una exit strategy.
Oltre a Giachetti — che al momento sembrerebbe la prima scelta — si fa il nome dell’attuale ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, anche lui uno dei protagonisti dell’era di Rutelli al Campidoglio.
Il Messaggero include nella lista dei possibili candidati anche la “turborenziana” Lorenza Bonaccorsi, presidente del Pd Lazio.
Che non nasconde il desiderio di un’accelerazione: “Da persone serie — dice — bisogna valutare la situazione: se e come andare avanti”.
Marino, intanto, è barricato al Campidoglio dove si sfoga con i suoi. “È curioso: qui tutti parlano di massimi sistemi. E sul Giubileo il governo non mi fa sapere ancora niente”.
Ieri aveva risposto alle critiche del segretario Pd con grandi sorrisi e parlando di cultura.
Ma il ticchettio dell’orologio, per lui, sembra battere più veloce.
Così anche la destra si prepara alla possibilità di un voto nella Capitale entro il 2016.
Silvio Berlusconi vede di buon occhio la candidatura di Antonio Tajani, ma non esclude la possibilità di puntare sull’avvenenza di Mara Carfagna come nuovo volto del centrodestra.
Gli ex di Alleanza Nazionale non hanno dubbi: per loro la candidata ideale è Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 12th, 2015 Riccardo Fucile
L’IRA DI MARINO: “COSI’ IO NON CI STO”
Bisogna lavorarci ancora un po’ ma è quasi tutto pronto per la nomina di un commissario al
Giubileo che comincia l’8 dicembre e finisce nel novembre del 2016. Fino a qualche giorno fa il ruolo era rivendicato con forza e senza alcuna apertura a soluzioni differenti da Ignazio Marino.
Adesso è cambiato tutto e Matteo Renzi si prepara a scegliere un’altra persona affiancandola al primo cittadino nella gestione di un evento planetario. La scelta cadrà sul prefetto di Roma Franco Gabrielli.
Non è un cambio di linea rispetto alla blindatura di Marino nel pieno della bufera di Mafia capitale.
Ma è la presa d’atto che il chirurgo ha bisogno di aiuto, non può gestire pressioni fortissime, lavoro di trasparenza che va avanti e contemporaneamente tutti gli atti di una vetrina mondiale come l’Anno Santo.
Già ieri gli uffici di Palazzo Chigi avevano preparato il decreto della presidenza da varare nel pomeriggio descrivendo gli ambiti del commissariamento.
Nel testo non si facevano nomi e quindi non si escludeva che potesse essere lo stesso sindaco a guidare la macchina giubilare.
Si descriveva una figura di “raccordo operativo” legata all’appuntamento.
Il decreto è saltato all’ultimo momento e con esso l’inserimento nel dl enti locali dei fondi per gestire il Giubileo.
Un piccolo giallo. Alcuni dicono che la norma non fosse perfetta, quindi da riscrivere. Altri immaginano un Marino furioso per questo primo concreto scollamento tra la sua posizione e la posizione del Partito democratico.
Proprio mentre l’inchiesta travolge il Campidoglio.
La verità è che il Pd sta provando a convincere il sindaco ad accettare un sostegno. “E’ nel suo interesse condividere le responsabilità “, spiegano a Largo del Nazareno.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Giugno 11th, 2015 Riccardo Fucile
I DEM ASPETTERANNO LA RELAZIONE DEL PREFETTO GABRIELLI CHE ARRIVERA’ ENTRO FINE LUGLIO
Ignazio Marino non si tocca, è blindato, il Pd su questo argomento non può e non deve permettersi
fratture e distinguo.
La linea dunque non cambia, l’hanno decisa insieme Matteo Renzi e Matteo Orfini, il commissario di Roma.
«Il sindaco ha portato le carte in Procura, ha aperto il Campidoglio alla Guardia di Finanza. La sua onestà è a prova di bomba».
Ma intorno a Marino l’inchiesta esplode e le schegge si avvicinano pericolosamente alla giunta. Per questo, nelle ultime ore a Palazzo Chigi e Largo del Nazareno si ragiona, in linea teorica, di un piano B.
L’ipotesi di far scivolare la situazione fino allo scioglimento per mafia va esclusa a priori. Sarebbe un danno d’immagine planetario, per di più alla vigilia del Giubileo.
Tendendo le orecchie verso la Procura e verso la Prefettura, si anticiperà questo possibile catastrofico esito e solo a quel punto a Marino verrà chiesto, o meglio imposto, il passo indietro.
Orfini garantisce che nessuna delle ipotesi peggiori si realizzerà . «Non avrei fatto lo scudo umano se avessi avuto qualche dubbio».
Le carte degli atti amministrativi che la commissione consegnerà lunedì al prefetto di Roma Franco Gabrielli sono state lette e spulciate da Orfini e da un pool di tecnici per verificare eventuali infiltrazioni.
«Non ci sono, anzi sono state respinte dall’attuale amministrazione », ripete il presidente del Pd. Ci mette non la faccia ma la mano sul fuoco, più doloroso se dovesse sbagliarsi. Però tutto intorno all’inappuntabile e incorruttibile Marino, brucia il Pd e brucia il sistema della Capitale. Gabrielli ha fatto sapere che si prenderà tutti i 45 giorni che la legge gli assegna per leggere il migliaio di pagine in arrivo lunedì. In tutto questo periodo gli occhi del Pd e del governo saranno puntati sulla prefettura. Ma non basta.
Cos’altro hanno in mano i sostituti guidati dal procuratore Giuseppe Pignatone?
C’è il rischio che un avviso di garanzia per 416 bis (mafia) piombi dentro l’aula Giulio Cesare?
Il Pd ha deciso di resistere. Fare pulizia dentro di sè e quadrato intorno a Marino.
Gianni Cuperlo ieri mattina Omnibus ha adombrato la possibilità che il sindaco sia costretto a dimettersi per poi ricandidarsi come uomo della discontinuità assoluta.
Anche per non aprire una crepa nel fronte delicatissimo di Mafia capitale, l’ex presidente del Pd invita a risentire la registrazione: «Marino è la soluzione del problema non il problema. Se non ci sono novità deve andare avanti».
Orfini giura che le novità non potranno essere negli atti amministrativi dell’attuale giunta. «Non esiste un solo passaggio che autorizzi a pensare di un’infiltrazione mafiosa in Campidoglio negli ultimi due anni».
Viene letta con un sospiro di sollievo la dichiarazione del comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette. Il capo dell’Arma esclude «una contiguità del’organizzazione criminale con le cosche tradizionali ». Significa che al momento non si vedono elementi per lo scioglimento del Comune
Il fenomeno è talmente vasto da rendere insufficienti anche i segnali positivi e sicuramente le parole del comandante generale rientrano nella categoria buone notizie in mezzo a una bufera di soli disastri. Orfini giura sulle delibere di Marino. Ma incombe il mare di intercettazioni ancora non rese pubbliche, quelle che giacciono nei cassetti di Piazzale Clodio.
Nessuno al Pd può garantire che non esca altro. Per il momento, la linea non cambia.
Pulizia totale nel Pd romano, strenua difesa di Marino da qualche giorno però associato alla figura di Nicola Zingaretti. Una mossa che a messo sul chi va là alcuni.
Perchè è chiaro che la regione e la giunta Zingaretti non sono lontanamente coinvolti al pari del Campidoglio. Quindi l’”accoppiamento” serve a rafforzare la blindatura. Durante la prima ondata di Mafia capitale non era successo. Largo del Nazareno stavolta ha sentito la necessità di un di più.
Usando il governatore del Lazio per fare da scudo al sindaco. E per coinvolgere l’intero partito nella battaglia per contrastare la forza dell’inchiesta visto che Zingaretti non è vicino a Renzi, anzi è considerato dalla minoranza l’unica vera alternativa alla leadership del premier
Dalla giunta arrivano segnali di tenuta.
La figura di Alfonso Sabella, magistrato prestato all’assessorato per la legalità , funziona sul piano pratico per i suoi atti anticorruzione e sul piano politico per le insospettabili doti di resistenza.
Il vicesindaco Luigi Nieri è finito nelle intercettazioni, ma secondo Orfini gli atti amministrativi dimostreranno semmai che anche lui ha respinto le infiltrazioni invece di agevolarle.
Questo raccontano le delibere del Campidoglio dall’ascesa di Marino in qua
Cosa abbia in mano la procura, che pure ha stabilito un collegamento diretto con Marino, rimane un mistero.
Troppo grandi le ramificazioni, troppo profondo il marcio romano per essere sicuri al 100 per cento che non servirà un piano B.
Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica”)
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Giugno 7th, 2015 Riccardo Fucile
TRA UNA SETTIMANA IL DOSSIER DEGLI ISPETTORI AL PREFETTO…IL COMUNE RISCHIA IL COMMISSARIAMENTO PER PIU’ DI UN ANNO
Da qualche giorno uno spettro è tornato a Palazzo Senatorio: quello dello scioglimento per mafia.
E non solo perchè ad agitarlo, mentre il Pd lo esclude, è praticamente l’intero centrodestra.
Il 15 giugno scade infatti il termine entro il quale la Commissione di accesso agli atti, insediata a metà dicembre, dovrà consegnare la relazione sull’eventuale inquinamento dell’amministrazione.
Nominata in seguito all’esplosione dell’inchiesta Mondo di Mezzo, è presieduta dal prefetto Marilisa Magno e coadiuvata da una struttura investigativa formata da carabinieri, polizia, Dia e Finanza.
Una squadra che da quasi sei mesi setaccia ogni delibera di giunta, verbale di consiglio, gara d’appalto, determina dirigenziale votata o firmata negli ultimi sette anni in Campidoglio, aziende partecipate e municipi: i cinque di Alemanno e i primi due di Marino
Un lavoro immane che confluirà nella relazione da inviare – entro una settimana – al neo-prefetto Franco Gabrielli.
Il quale, pur non conoscendo l’esito dell’attività ispettiva, spiega che «la Commissione sta producendo una relazione corposissima, ha già superato le 700 pagine, e anche a causa degli ulteriori sviluppi dell’inchiesta si prenderà tutto il tempo fino al termine».
Dunque il 15 giugno. «Poi il prefetto avrà a disposizione 45 giorni, in cui formulerà le sue valutazioni, anche sentito il Comitato per l’ordine e la sicurezza allargato al procuratore Pignatone. Non vorrei sembrare Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore», precisa Gabrielli, «ma esaminare tutto richiederà tempo».
E si arriva al 30 luglio.
A quel punto la palla passerà al ministro dell’Interno che «farà un’ulteriore istruttoria e se dovesse ritenere che il Comune sia infiltrato proporrà lo scioglimento al Consiglio dei ministri, organo cui spettano questi provvedimenti».
Anche se poi, tecnicamente, è il presidente della Repubblica a emettere il decreto.
Non fa previsioni, Gabrielli, ma valutazioni quelle sì, e non sono confortanti: «Non posso escludere nulla. Quanto emerso dalle carte, gli intrecci, le relazioni, sono molto preoccupanti e grandemente disarmanti, un quadro lesivo della credibilità delle istituzioni».
Tutto è dunque possibile.
Nell’ipotesi peggiore, il Campidoglio resterebbe commissariato dai 12 ai 18 mesi prorogabili fino a 24.
Dopodichè si andrebbe a nuove elezioni. Escludendo per incandidabilità il sindaco, i consiglieri e gli assessori uscenti, compresi quelli municipali.
Significherebbe azzerare l’intera classe politica attuale.
Scenari shock che l’assessore ex pm Alfonso Sabella esclude: «Le criticità necessarie per sciogliere devono essere “attuali”. Ma noi abbiamo voltato pagina».
Giovanna Vitale
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 16th, 2015 Riccardo Fucile
SPRECHI: E’ QUESTO IL CANONE MENSILE MEDIO DEI 43.000 IMMOBILI DI PROPRIETA’ DEL COMUNE DI ROMA… CHE POI SPENDE 21 MILIONI L’ANNO PER UTILIZZARE 5.000 ABITAZIONI PRIVATE
Le dimensioni del problema sono in tre numeri.
Per affittare uffici e appartamenti destinati alle carenze abitative, nonchè per gestire il patrimonio immobiliare comunale, il Campidoglio ha speso lo scorso anno 138,9 milioni di euro: incassando 27,1 milioni (dato 2013) di canoni per i propri beni affittati ai privati. Perdita secca, 111,8 milioni l’anno.
Quaranta euro per ogni cittadino, neonati e vegliardi compresi.
Sono le cifre impressionati di un pozzo senza fondo, ma che non dicono neppure tutto del modo assurdo con cui è stato gestito dalla notte dei tempi l’immenso patrimonio immobiliare della Capitale.
Le maxi-spese del Comune
Per capire le difficoltà che si parano davanti a chiunque voglia invertire la rotta facendo cessare innanzitutto lo scandalo indicibile degli affitti irrisori, come ha promesso l’attuale amministrazione, bisogna infatti scendere nelle profondità di questo abisso.
Quei 27,1 milioni sono il rendimento di 43.053 beni immobili: ognuno dei quali frutta al Comune in media 52 euro e 46 centesimi al mese.
Fermo restando che è persino difficile dire quanto davvero rimanga nelle casse comunali. Nei 138,9 milioni di spesa sono compresi i cinque sborsati per la manutenzione degli ascensori e i nove che incassava la società Romeo per altre manutenzioni e gestioni amministrative tramite due diversi contratti, uno dei quali ora cessato e l’altro in attesa di gara.
Non ci sono invece nel conto i molti milioni spesi per le bollette dell’acqua, nè l’Imu seconda casa che il Campidoglio paga per sue diverse proprietà in centri extracomunali come Albano Laziale o Guidonia.
Parliamo in questo caso di almeno sei milioni l’anno.
Il caso Armellini
In compenso per 4.801 abitazioni affittate dai privati, 1.042 dei quali riconducibili a quell’Angiola Armellini che secondo le Fiamme Gialle invece l’Ici non la pagava, il Campidoglio ha tirato fuori nel 2013 la bellezza di 21 milioni 349.652 euro.
Mediamente, 370 euro e 57 centesimi al mese per ciascuna di esse: sette volte quello che incassa per i propri appartamenti.
Ed è ancora niente, tuttavia, in confronto a certe vette raggiunte dai Centri di assistenza abitativa temporanea, ossia l’emergenza dell’emergenza, per cui il Comune era arrivato a pagare, tenetevi forte, anche quattromila euro al mese per appartamento. Una follia.
Tanto più, stanno facendo scoprire i controlli avviati per stroncare gli abusi, che gran parte degli assegnatari non ha neppure i requisiti per stare lì.
Gli immobili commerciali
Il problema, poi, non riguarda soltanto le case.
Roma ha 598 immobili non residenziali e spende 50,9 milioni per affittare uffici.
Il sito comunale informa che nel 2014 sono stati risparmiati 2,1 milioni.
E che molti contratti sono stati rimessi in discussione, come del resto quelli relativi agli usi residenziali: operazione che dovrebbe portare da 42 a 27 milioni l’esborso per l’emergenza abitativa più emergenziale.
Il Comune dice che la spesa complessiva per il patrimonio immobiliare dovrebbe scendere dai 138,9 milioni del 2014 a 99,5 nel 2015, a 83 nel 2016,a 72 nel 2017.
Auguri.
Poi c’è il piano di dismissioni avviato dall’amministrazione guidata da Ignazio Marino. Che sta facendo discutere non poco in consiglio comunale soprattutto a causa dello sconto previsto per gli inquilini che decidessero di comprare.
La legge fantasma
Il Comune argomentava l’esistenza di una legge, che però non si è mai trovata.
L’unico riferimento erano le modalità utilizzate dieci anni fa per le disastrose dismissioni degli enti previdenziali. E il consigliere radicale Riccardo Magi non si è fatto scappare l’occasione per proporre con suoi emendamenti di abolire quel beneficio, riservando agli inquilini solo il diritto di prelazione sul prezzo risultante da una gara.
Anche perchè fra i 600 immobili da mettere in vendita ce ne sono parecchi assai appetitosi, in strade prestigiose del centro storico come Via dei Coronari, e quartieri dove le quotazioni non sono proprio modeste come Trastevere o Prati.
La storia spesso poco edificante delle cessioni di immobili pubblici deve consigliare estrema prudenza.
Auguri bis.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
L’83,5% DEI VIGILI ASSENTI PER MALATTIA A CAPODANNO, ASSENZE ANCHE PER AUTISTI ATAC….E SI SCATENA LA GUERRA SENZA CONOSCERNE LE CAUSE
Assenteisti per malattia.
L’ 83,5% dei vigili previsti nel turno del 31 per coprire la festa voluta dal Campidoglio in via dei Fori Imperiali e al concertone del Circo Massimo ha presentato certificato medico per malattia. I dati del Campiglio mostrano come il 31 mattina «da una iniziale disponibilità di più di 900 vigili se ne sarebbero presentati 165» con l’evidente rischio caos per viabilità , soccorsi e servizi essenziali proprio nella notte della festa in piazza.
«Hanno messo a repentaglio la sicurezza della città » ha dichiarato il comandante Raffaele Clemente. «Un fatto grave e inaccettabile» l’ha definito il vice sindaco Luigi Nieri, preoccupato di un atteggiamento che arriva «nel momento in cui stiamo cercando un terreno di confronto sul contratto decentrato».
È l’ennesimo braccio di ferro tra i vigili da un parte e il comando e l’amministrazione dell’altra. I vigili in particolare contestano il piano messo a punto dal comandante Raffaele Clemente per la rotazione degli incarichi come misura per fronteggiare la corruzione. Un piano già avviato, che prenderà il via il 12 gennaio.
Dal rifiuto degli straordinari alle assenze per malattia
Dopo il differimento dei giorni scorsi dell’assemblea sindacale prevista per il 31 a ridosso della mezzanotte e proseguendo il rifiuto degli straordinari (che copre il 20% delle presenze), il comando aveva predisposto una ridistribuzione del personale, ma sono giunte le assenze per malattia.
Il comandante Clemente ha fatto scattare la procedura di reperibilità per le situazioni di urgenza (nelle quali rientra il concerto di Capodanno) chiamando i vigili al lavoro e garantendo l’impiego di circa 470 unità , di cui 240 dalle 18 e circa 230 a partire dalle 24.
Una presenza minore rispetto alle circa 700 unità che da anni stabilivano in straordinario la copertura della notte di Capodanno e una risparmio per l’amministrazione. «Ringrazio gli agenti che hanno compiuto un eccellente lavoro» ha dichiarato il comandante.
I sindacati: «Anno horribilis il 2015»
I sindacati dal canto loro reagiscono con «sconcerto e imbarazzo» e parlano di «disaffezione delle persone per le politiche dell’amministrazione e del comando», annunciando un «annus horribilis» quello del 2015 per la capitale «dove i grandi eventi sono all’ordine del giorno e ricorrere all’istituto della reperibilità è economicamente svantaggioso».
E la battaglia non si ferma, anzi. L’agitazione è promessa in vista del derby Roma – Lazio dell’ 11 gennaio. Mentre lo «sciopero» degli straordinari, con l’astensione volontaria, continua.
La diserzione numerica
Il comandante della Polizia locale di Roma Capitale, Raffaele Clemente ha stigmatizzato «l’atteggiamento di quanti hanno cercato di sabotare, con una diserzione numerica assolutamente ingiustificata. Le divergenze sorte nelle ultime settimane o mesi sul fronte della rotazione degli agenti o sulla definizione del salario accessorio – ha aggiunto – non dovrebbero essere prese a pretesto per venir meno alla propria professionalità e ai propri doveri.
Per questa ragione sarà rigorosamente ricostruita l’intera vicenda a favore dell’ autorità giudiziaria o di garanzia. Ogni eventuale condotta illecita sarà sanzionata amministrativamente».
Un quarto degli autisti Atac in servizio
Assenti (forse) per malattia anche gli autisti dell’Atac. «Causa mancanza di personale la frequenza dei treni provoca 30 minuti di attesa» si leggeva sul cartello della linea A della metropolitana il 31 notte. Il cartello fotografato ha fatto il giro del web l’1 mattina e si sono scatenate proteste a pioggia.
Fino a quando nel pomeriggio l’Atac ha dichiarato: «Sui convogli della linea A della metro erano disponibili solo 7 conducenti sui 24 che sarebbero stati necessari a garantire la regolarità del servizio».
Per questo le corse sono state più lente dalle 23.30 fino a fine servizio «circa 10-15 minuti di attesa a fronte di 5». «È stato invece regolare il servizio sulla linea B» hanno assicurato dall’Atac. Ma dall’azienda non ha fatto sapere il motivo delle assenze, lasciando il forte sospetto dei certificati medici. «Nessun alibi» tuona l’assessore ai trasporti Guido Improta.
«Chiederò all’Amministratore Delegato di Atac, Danilo Broggi, di porre in essere ogni iniziativa per sradicare una mentalità lontana dalla logica di servizio che deve caratterizzare chi lavora in un’azienda municipalizzata». L’assessore promette di «accertare le motivazioni per le quali su un bacino di 150 macchinisti abbiano dato la loro disponibilità ad operare la notte di Capodanno solo in 7».
Manuela Pelati
(da “La Repubblica“)
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