Marzo 27th, 2011 Riccardo Fucile
INSERITO DI SOPPIATTO NEL TESTO L’AUMENTO DEGLI ASSESSORI DA 12 a 15 E DEI CONSIGLIERI Da 48 a 60… INVECE CHE ABOLIRE LE PROVINCE, NE CREANO TRE NUOVE…I COSTI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO RADDOPPIANO
Il decreto “Millepoltrone”, inserito di soppiatto nel testo di governo che
ripristina i fondi del Fus, cancella l’aumento dei biglietti del cinema, e aumenta il costo della benzina, consentirà alle giunte comunali di Roma e Milano di creare tre poltrone in più da assessore (diventeranno 15 più il sindaco) e altre dodici da consigliere comunale (dovevano ridursi a 48, sono tornati 60).
È l’ultimo regalo (non ancora perfezionato vista la contrarietà già manifestata dal Colle sia per i decreti omnibus che non hanno necessità e urgenza sia per la norma in questione, già infilata e poi ritirata dal milleproroghe proprio su pressione di Napolitano) che la politica si concede mentre continua ad affermare che la cinghia la devono tirare tutti, politici compresi.
Rigore, trasparenza, tagli. Quando viene presentato un qualunque bilancio di un organo dello Stato sono questi i termini che vengono adoperati . Nell’annunciare che per il 2011 la Camera dei Deputati avrebbe speso la cifra record di 1.106.340.178,86 euro, si è adoperata la formula: “Si risparmia lo 0,98% rispetto all’anno prima”.
Che è una dicitura anomala se si pensa che nell’arco del 2009 la spesa effettiva di Montecitorio era stata di 1.054 milioni di euro.
Si è risparmiato, insomma, spendendo 52 milioni di euro in più.
Certo, c’è l’inflazione, ma non si comprende come questo affannarsi sui tagli, alla fine non produca risultati in termini reali.
È lo stesso per il Senato dove gli sbandierati tagli di “35 milioni” con i mille euro in meno al mese per le competenze accessorie dei Senatori e alcune formule di risparmio sui 981 dipendenti di Palazzo Madama, non si vedono nel calderone complessivo che ammonta sempre a 594 milioni di euro, contro i 421 del 2001.
Non fa meglio la Presidenza del Consiglio, che l’anno scorso, mentre continuava a parlare di crisi economica, è riuscita a spendere il doppio di quanto immaginato per il solo funzionamento (617 milioni contro i 363 previsti), facendo anche peggio nella spesa complessiva (con un aggravio di spesa di oltre un miliardo e mezzo di euro).
Alcuni casi eclatanti riguardano le promesse elettorali.
Pensiamo ai famosi “enti inutili” che di quanto in quanto sono oggetto di sforbiciate mediatiche tranne poi conservarsi uguali a sè stessi.
Chi si ricorda della cancellazione delle Province?
Anche loro erano finite nel calderone degli enti non fondamentali: tagliare, razionalizzare, spostare competenze.
Mentre ci si decideva sul da farsi, di province ne sono nate altre tre: quella di Monza-Brianza, quella di Fermo, e quella di Bat, acronimo che racchiude i territori pugliesi di Barletta, Andria e Trani. Giusto da ieri, con decreto della Presidenza della Repubblica, le tre nuove Province sono state dotate di tre nuove Prefetture.
Per essere “enti inutili” crescono bene.
Ma non è l’unico caso.
Una delle moltiplicazioni della rappresentanza politica ha creato in un breve volgere di anni la mutazione delle vecchie “circoscrizioni” (organi prettamente amministrativi) in organi politici territoriali.
Ne sono nate nelle grandi città come Roma e Milano, ma poi si sono estese a una larga fetta del territorio nazionale, tanto che nella finanziaria 2009 si era pensato di “limitarne” la presenza alle sole città con oltre 250mila abitanti.
Il risultato è stato un “Comitato Nazionale Circoscrizioni” che ha chiesto deroghe più o meno locali.
Così, Forlì, che ha poco meno di 120mila abitanti, dalle amministrative del 2009 è amministrata da un sindaco, da una giunta, da un consiglio comunale, e dalle sue tre circoscrizioni che contano altri 20 consiglieri circoscrizionali ciascuna.
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva usato l’accetta, azzerando i compensi dei consiglieri e gettando nel panico una classe amministrativa che con una certa enfasi si era autodefinita, a Roma, degli “straccioni della politica”.
Adesso, con apposito decreto (è lo stesso del Fus, dei biglietti del cinema e della benzina) anche i consiglieri municipali di Roma riotterranno le loro spettanze.
Ma a quanto ammontano?
Oltre al gettone di presenza e al rimborso per le ore di lavoro mancate, la cifra per ciascuno è poco sopra i mille euro al mese.
La circostanza bizzarra è che quei 20-30mila euro al mese per il mantenimento dei consigli municipali a volte coincide con i 20-30mila euro mensilmente spesi per le attività che la stessa circoscrizione dovrebbe fornire ai cittadini.
È un po’ come se, arrivati i soldi dello Stato, si decidesse di fare a metà : metà ai residenti, metà ai consiglieri.
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Marzo 24th, 2011 Riccardo Fucile
TIPICO RAPPRESENTANTE DEL FOLKLORE AENNINO, IL 64ENNE BOSS ROMANO OGNI MERCOLEDI’ PRANZA AL SENATO CON UN’AVVENENTE RAGAZZA….”ME LA DEVI FAR SCRIVERE AL SECOLO” SI RACCOMANDA CON IL NUOVO AMMINISTRATORE…E A CONFERMA AVVENUTA BRINDA A CHAMPAGNE
Lei lo guarda sorridente, lui controlla che le servano sempre i piatti migliori e che le
altrui occhiate alle sue forme, spesso molto esposte, siano d’apprezzamento ma non eccessivamente impertinenti.
Lui è il senatore romano del Pdl Domenico Gramazio, 64 anni appena compiuti, ex duro del Msi e di An; lei una procace ragazza mora tra i 25 e i trent’anni, a cui nessuno riesce a dare un nome.
Una collaboratrice, un’amica, una dipendente del Senato?
Non si sa, ma insieme danno vita a quella che a Palazzo Madama, nei corridoi defilati del piano terra o o alla buvette, tutti definiscono ormai lo «spettacolo del mercoledì», perchè la scena si consuma ormai da qualche settimana al ristorante del Senato e quasi sempre di mercoledì.
Il primo avvistamento della coppia risale a febbraio: i due erano seduti al tavolo sotto la finestra che affaccia sul cortile, uno dei due di solito riservati alla stampa parlamentare, in compagnia del senatore Ciarrapico e di altri esponenti più o meno di spicco del Pdl.
Stessa scena i mercoledì successivi, fino al 23 marzo: quando il pranzo diventa l’occasione per introdurre la ragazza nel mondo dell’informazione.
Al tavolo, stavolta ci sono lei, Gramazio e altre tre persone.
A un certo punto il senatore, dopo essersi alzato velocemente, si allontana e poi torna al tavolo tirando per un braccio un commensale che presenta come «l’amministratore delegato del “Secolo d’Italia”».
Poi la presentazione dell’ad alla ragazza e la richiesta: «Me la devi far scrivere sul “Secolo”».
Quindi una frase incomprensibile, infine un: «magari di moda».
Affermativa la risposta del presunto ‘amministratore delegato’: «Si può fare, certo… fatto».
Soddisfazione di lei, gioia di Gramazio che, esultante, annuncia di volere brindare con «una bottiglia di champagne».
Magari anche al nuovo corso del “Secolo d’Italia”, strappato proprio dagli ex An come Gramazio a Fini e all’ex direttore Flavia Perina, che consente finalmente di disporre di preziose collaborazioni anche per i propri amici.
Roberto Franchini
(da “L’Espresso“)
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Marzo 23rd, 2011 Riccardo Fucile
SPUNTA ANCHE UNA NUOVA INQUILINA NELL’ALLOGGIO DEL MARITO DELLA GOVERNATRICE…LA POLVERINI ORA DICE CHE E’ SEPARATA DI FATTO DAL MARITO, MA HA ABITATO IN QUELLA CASA SENZA AVERNE TITOLO, CAUSA REDDITO SUPERIORE…IL MARITO PAGA 380 EURO IN QUANTO LA OCCUPA ABUSIVAMENTE… E LO SFRATTO ORA RIPARTE
Chi abita realmente in via Bramante, nella casa dell’Ater dove Renata Polverini ha vissuto abusivamente per 15 anni, fino al 2004?
È questa la domanda a cui probabilmente sarà chiamata a rispondere la procura di Roma.
Secondo le indiscrezioni, alcuni dipendenti dell’azienda delle case popolari starebbero predisponendo un esposto da presentare a Piazzale Clodio per cercare di fare chiarezza su una situazione che si fa ogni giorno più misteriosa.
«Non vivo più lì e io e mio marito siamo separati di fatto (ma non legalmente, ndr)», si è difesa la presidente della Regione, che comunque ha vissuto in quell’appartamento anche quando era proprietaria di altri immobili e quando il proprio reddito familiare era ben superiore ai limiti di legge per ottenere l’alloggio pubblico.
Oggi nella casa popolare all’Aventino (380 euro di canone, compresa «l’indennità di occupazione abusiva») dai documenti risulta residente il marito Massimo Cavicchioli, già sfrattato dall’ente perchè non in possesso dei requisiti.
Lo sfratto però è stato misteriosamente bloccato in pratica proprio quando alla guida dell’Ater è arrivata Stefania Graziosi, nominata commissario da Renata Polverini.
In realtà però in quell’appartamento risulta residente anche un’altra persona: S.C., cittadina inglese di 53 anni.
Secondo i vicini invece non si vede spesso da quelle parti Massimo Cavicchioli.
«Forse abita da qualche altra parte», insinua qualcuno.
Era già successo in passato che avesse dato in prestito ad altre persone l’appartamento (cosa vietata dalla legge ed è anche questo uno dei motivi per cui in passato era stato avviato lo sfratto).
In ogni caso, essendo ancora sposato agli effetti di legge con Renata Polverini, Cavicchioli sfora ampiamente i tetti di reddito e disporrebbe, almeno in teoria, della casa della moglie.
«Se ci si fidasse delle separazioni di fatto, qualsiasi coppia potrebbe eludere la legge per mantenere la casa pubblica, pur avendone un’altra di proprietà . E un’amministratrice attenta come la presidente della Regione, dovrebbe saperlo bene», spiega uno dei dipendenti dell’Ater che sta preparando l’esposto alla procura.
L’assessore regionale alla casa, Teodoro Buontempo, proprio il giorno prima che scoppiasse lo scandalo, aveva annunciato insieme alla Polverini: «Cacceremo i furbi dalle case Ater».
Poi Buontempo è scomparso: non un commento, telefonino staccato da giorni.
E adesso, secondo il nuovo commissario Bruno Prestagiovanni, l’iter dello sfratto è ripartito.
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Marzo 22nd, 2011 Riccardo Fucile
SPICCANO PERSINO PORSCHE, SMART E SUV…META’ DELLE AUTO PARCHEGGIATE IN VIA DEL BABUINO HA IL TAGLIANDO DEI DISABILI: TUTTI COL CONTRASSEGNO NELLA ZTL
Contrassegni per handicappati: tanti, incontrollati e spesso inverosimili.
Come quello della Porsche Carrera color piombo in via Bocca di Leone. Oppure del veicolo con il bollino blu del Comune di Roma e il permesso per portatore di handicap di Campobasso.
Nel viavai di auto al Tridente l’unica costante è questa: le auto parcheggiate grazie al contrassegno arancione sono circa la metà .
«Il vigile dovrebbe aspettare il guidatore e fare una verifica: il permesso gli appartiene o è prestato? Insomma questi parcheggi sono necessari per accompagnare una persona invalida oppure la stanno privando di un suo diritto?» così chiede Simone, disabile.
A Roma il numero dei permessi è 60 mila.
Per ogni titolo è possibile far entrare fino a tre auto.
Un sistema «riformato» sei anni fa che avrebbe dovuto essere accompagnato da un supplemento di controlli che manca.
Cambiano tempi e amministrazioni ma la tinta fiammeggiante del permesso per disabili è sempre quella che «si porta di più», soprattutto al Tridente.
Sono le dodici e trenta di sabato 19 marzo e, all’altezza del civico 49 di via del Babuino, c’è una Fiat Punto con bollino di controllo per le emissioni inquinanti e contrassegno arancione.
Con una contraddizione però, perchè se l’adesivo blu ha il marchio del Comune di Roma, il contrassegno per disabili (che consente di parcheggiare senza limiti all’interno della zona riservata) è stato invece rilasciato dal sindaco di Torella del Sannio, un fiero paesello del Molise in provincia di Campobasso.
Ora i casi son due: o c’è un molisano residente a Roma che fa la spola tra il Tridente e Campobasso, oppure c’è un guidatore che utilizza un permesso di un altro (smarrito? mai ritirato dopo il decesso?) per fare shopping senza problemi e gratuitamente.
I contrassegno infatti da automaticamente diritto all’utilizzo delle strisce blu.
Il fatto è che non lo sapremo mai.
Resteremo con il dubbio, perchè i vigili raramente aprono istruttorie di questo tipo.
«Queste auto in sosta con il permesso per handicappati sono irremovibili – dice Simone, in marcia per il centro su una sedia a rotelle vera e non stilizzata su un cartoncino – il vigile dovrebbe aspettare il guidatore e fare una verifica: il permesso gli appartiene o è prestato? Insomma quel parcheggio era necessario per accompagnare una persona invalida oppure no?».
Non è differenza da poco per un disabile che si sforzi di fare una vita normale.
Sulle auto parcheggiate con un permesso per disabili, si è sempre chiesto controlli supplementari, perchè dietro potrebbe esserci un abuso nei confronti di un vero disabile.
Eppure dall’introduzione della ztl in centro (anni Novanta), la proliferazione dei permessi per disabili è sempre stata il vero mistero del Babuino. L’autorizzazione sbuca da cruscotti e parabrezza, appoggiata al volante o in bilico sull’aeratore.
Tutto ciò giorno e notte, nei feriali e per le feste comandate, in ricchezza (degli affari) e in povertà , ai tempi della crisi.
Matrimonio inossidabile quello tra il Tridente e il logo della sedia a rotelle, ha resistito a scandali e interrogazioni comunali.
Senza mai attirare sul serio l’attenzione del I Gruppo della municipale che, da un lato, combatte le contraffazioni attraverso il gruppo guidato dal comandante Carlo Buttarelli, e, dall’altro, non riesce a vigilare su via del Babuino.
Eppure ci sarebbero varie ragioni per dubitare di alcuni abusi del contrassegno arancione.
Come pure della sua distribuzione «di massa»: su ventisei auto parcheggiate in via del Babuino, sono undici quelle che hanno in dotazione il logo della sedia a rotelle, circa la metà .
Ne hanno uno sia la Mini verde bosco parcheggiata di fronte a un gioielliere che la Peugeot azzurrina in sosta parallela dall’altra parte del marciapiede. Ce n’è uno sul parabrezza della Mercedes nera 4 Matic e sulla Smart blu proprio di fronte alle Gallerie Benucci.
Su una Fiat Cinquecento in prossimità delle vetrine dei Fratelli Rossetti; sulla Panda azzurrina (perlata) in sosta davanti a un portone e sulla Mercedes argento di fonte al civico 135 (in questo caso il numero di permesso e la data di scadenza sono pearltro illeggibili).
Lo espone il proprietario di un’altra Cinquecento bianca assieme al biglietto scritto a mano «Sono in pizzeria» e lo ostenta anche una Nissan bianca dallo smalto scintillante come appena uscita dal concessionario.
Magari anzi è stato proprio il contrassegno della sedia a rotelle ad autorizzare la sosta spericolata della Nissan che alle 13 di sabato mattina, è ben piazzata sui sampietrini di piazza di Spagna in un’area su cui solitamente convergono tre limitazioni: quella della zona a traffico limitato, una seconda dell’area riservata ai pedoni e infine il parcheggio per i taxi.
Per la verità l’aura d’inviolabilità che avvolge la Nissan proprio al crocevia che compendia vari divieti è oggetto di curiosità da parte di qualche passante.
Ci vorrebbe qualcuno autorizzato a pensar male per mestiere (un vigile?).
Ma i «pizzardoni» del I Gruppo sostano tranquilli alla base della scalinata di Trinità dei Monti e i controlli al Babuino si limitano alla routine.
Altri stravaganti titolari di contrassegno per handicappati s’incontrano tra via Borgognona e via Condotti.
Esempio: la bionda guidatrice di una giardinetta Minor (un cult del ’67) che scende la rampa di San Sebastianello con tre ragazzi in divisa da scuola allegramente piazzati sui sedili.
Oppure il proprietario della Porsche Carrera color piombo che rombante e lanciata, sosta da un’ora (tra le 12, 30 e le 13,30 dello stesso sabato) tra l’Hotel d’ Inghilterra e la boutique di Valentino in via Bocca di Leone.
Davvero è questa la vettura più adatta al portatore di un qualunque handicap?
Un’auto che sfiora i 330 chilometri orari con l’abitacolo da pilota e l’accelerazione di un bolide?
Eppure a giudicare dal permesso color arancio sul parabrezza nessun dubbio.
Certamente sì.
Ilaria Sacchettoni
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 18th, 2011 Riccardo Fucile
ABITAVA IN UNA CASA DELL’ATER, DOVE RISIEDE ANCORA SUO MARITO: UN’ASSEGNAZIONE INCOMPRENSIBILE, VISTO IL SUO REDDITO…NEL FRATTEMPO ACQUISTAVA APPARTAMENTI IN GIRO PER LA CAPITALE…LA CASTA COLPISCE ANCORA
Renata Polverini ci è andata giù pesante. 
Lo scandalo Affittopoli e delle case di proprietà di enti locali svendute a quattro soldi ai soliti potenti l’ha davvero scandalizzata.
«L’era dei privilegi è giunta al capolinea», ha detto in un’intervista pochi giorni fa: «Sono contratti assolutamente fuori dai valori di mercato».
Una vera indecenza.
Sotto il fuoco di fila del Popolo della Libertà sono finite le giunte di centrosinistra, da quella di Francesco Rutelli a Walter Veltroni.
Accusate di aver girato appartamenti a sindacalisti e politici amici per pochi spicci, per non parlare degli immobili di lusso svenduti a prezzi di favore in aste pubbliche.
L’indignazione del presidente della Regione Lazio ha contagiato anche il suo assessore alla Casa, Teodoro Buontempo, che ha ordinato di bloccare all’istante la vendita dei gioiellini dell’Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica.
«Non ci saranno sconti per chi ha violato la legge. Ecco perchè ho voluto una commissione straordinaria che faccia chiarezza».
Gianni Alemanno s’è subito accodato allo sconcerto generale, varando un’altra commissione ad hoc.
Stavolta al Campidoglio: «Non voglio fare nè allarmismo nè dossieraggio, solo appurare la verità ».
Chissà se per far luce sull’Affittopoli romana il sindaco farà un salto anche a via Bramante, nel cuore di San Saba.
Uno dei quartieri più belli della capitale, a pochi passi dall’Aventino, dove chi vuole acquistare una casa ai valori correnti può sborsare anche 10 mila euro al metro quadrato.
Al numero civico 3 e 5 ci sono i due ingressi di un condominio degli inizi del Novecento, sei palazzine di proprietà dell’Ater con giardinetto interno annesso.
In tutto una novantina di alloggi, destinati per legge a quei cittadini indigenti che non possono permettersi i canoni d’affitto imposti dal mercato.
Entrando nel vialetto, nascosto da felci e alberelli, in fondo a sinistra c’è l’edificio B.
Scorrendo i cognomi perfino Alemanno strabuzzerebbe gli occhi leggendo sul citofono, accanto al pulsante in alto a destra, “Cavicchioli-Polverini-Berardi”.
Massimo Cavicchioli lui lo conosce bene: è infatti il marito del governatore Polverini.
Un uomo schivo, ex sindacalista della Cgil, oggi esperto informatico da sempre lontano dalle luci della ribalta.
Berardi è il cognome di sua madre Pierina, morta anni fa.
«Un errore, forse un omonimo, non possono essere loro, lei guadagna oltre 10 mila euro al mese», penserebbe il sindaco di Roma passando dal portoncino, dove è attaccato un avviso del Comitato Inquilini Ater San Saba che annuncia l’apertura di un nuovo sportello di zona.
Eppure sulla buca delle lettere al piano terra ci sono anche le iniziali degli inquilini: “Cavicchioli M.-Polverini R.”.
Due indizi non fanno una prova. Ma tre?
La targhetta accanto alla porta dell’abitazione, al quarto piano, riporta gli stessi cognomi.
Una chiacchierata con i vicini fuga altri dubbi: «Mi ricordo della signora Clementina, la nonna del signor Cavicchioli. Lei non c’è più, anche i genitori di lui sono morti, e da sempre vedo entrare solo il figlio e i suoi amici. Quanto si paga qui? Dipende dalla metratura, ma la mia bolletta è di 130 euro al mese».
A “l’Espresso” risulta che nell’appartamento (quattro vani più bagno e cucina) risieda proprio il marito della Polverini.
Ma non è tutto: i documenti dell’Anagrafe dimostrano che la governatrice ha vissuto per ben 15 anni nella casa popolare di via Bramante.
Per la precisione, dal giorno del matrimonio (celebrato il 21 giugno del 1989) al settembre del 2004.
Periodo in cui Renata ha fatto carriera, diventando prima responsabile delle relazioni internazionali e comunitarie dell’Ugl, poi – dal 1999 – vice segretario della Confederazione sindacale di destra.
Non si sa quanto la famiglia Cavicchioli-Polverini guadagnasse al tempo (da leader dell’Ugl Polverini prendeva 3.500 euro al mese; nel 2008, secondo la dichiarazione dei redditi, sfiorava i 140 mila euro annui), ma i maligni sospettano che i due non avessero i requisiti per vivere negli appartamenti dell’ex Istituto autonomo case popolari.
«Se il reddito del nucleo familiare supera il limite stabilito, ora fissato a 38 mila euro lordi annui, l’assegnazione decade automaticamente. Chi ci resta diventa un occupante abusivo non sanabile», ragionano dall’Ater.
Forse le entrate dichiarate erano più basse, ma la coppia presidenziale non doveva passarsela male, visto che la Polverini – restando ferma a San Saba – chiedeva mutui e comprava altri immobili.
Per centinaia di migliaia di euro.
Già . Il governatore sembra avere una vera passione per il mattone, e grande fiuto per gli affari.
Mentre risiedeva nella casa popolare, si dava da fare per acquistare appartamenti a Roma, e non solo.
Andiamo con ordine.
Nel marzo del 2001 la Polverini compra un pied-à -terre nel piccolo borgo di Torgiano, tre vani più box in provincia di Perugia.
Città a lei cara, visto che sua madre è nata lì.
Firma l’atto di compravendita il giorno 21 dal suo notaio di fiducia, da cui torna dopo meno di una settimana per formalizzare l’acquisto di un’altra casa romana, quartiere Monteverde.
Cinque stanze, bagni e cucina a due passi da Villa Doria Pamphilj.
La casa forse non le piace (in effetti San Saba è molto più trendy), di certo un anno dopo la gira alla madre Giovanna.
L’atto di donazione è del 19 marzo 2002.
Dieci giorni dopo, il 28 marzo, un nuovo colpo da maestra: la Polverini compra un altro appartamento, stavolta al Torrino.
La zona è semicentrale, vicino all’Eur, ma l’abitazione è molto grande, sette vani più box.
Soprattutto, è un immobile ex Inpdap, e il prezzo è da record: come ha scritto Marco Lillo su “Il Fatto”, la Polverini se lo prende sborsando appena 148 mila euro, la cifra chiesta a tutti gli inquilini del palazzo dalla società di cartolarizzazione di Stato (Scip) che vendeva con forti sconti.
Sui documenti dell’Anagrafe consultati da “l’Espresso” risulta però che la Polverini al Torrino non abbia mai avuto residenza: chissà come ha fatto a condurre in porto l’operazione.
Anche stavolta l’appartamento non deve essere di suo gusto, tanto che nel 2007 lo vende a prezzo ben più alto (234 mila euro dichiarati) a un suo collega sindacalista, Rolando Vicari dell’Ugl.
Lo slalom tra gli acquisti di Renata non è finito.
Perchè sette mesi dopo, a dicembre del 2002, quando ancora risiede nella casa Ater, compra dallo Ior una bella casa con nove stanze, due box e tre balconi sull’Aventino.
Un posto da sogno, che la Banca Vaticana dà via per 272 mila euro.
Dopo due anni, il 20 settembre del 2004, l’ex leader dell’Ugl si allarga comprando l’appartamento gemello confinante con terzo box annesso. Stavolta dalla Marine Investimenti Sud, una società immobiliare da sempre in affari con la Santa Sede, un tempo partecipata al 90 per cento dalla Finnat di Giampiero Nattino, ma oggi controllata da società off-shore che rimandano fino a Montevideo, in Uruguay.
Renata spende altri 666 mila euro ed è finalmente soddisfatta.
Una settimana dopo il rogito dal notaio Giancarlo Mazza (finito sulle cronache dei giornali come recordman dell’evasione nazionale) cambia finalmente la sua residenza e dà l’addio alla casa dell’Ater, a soli 850 metri di distanza, dove lascia la sua residenza il marito Massimo (seppure sulle Pagine Bianche anche lui risulti all’indirizzo della moglie).
L’ultimo acquisto sull’Aventino la Polverini lo fa lo scorso agosto, quando compra un quarto box (ma di quanti posti auto ha bisogno la presidente?) nel condominio in cui abita da sola.
Nel palazzo di mattoncini rossi a via Bramante la vita scorre tranquilla.
Dei business immobiliari di Renata nessuno sa nulla.
Non sanno che per le valutazioni del Cerved su dati dell’Agenzia del Territorio solo la maison può valere 1,8 milioni di euro.
«Massimo e Renata sono persone gentilissime», dice un’anziana che s’appresta a portare a spasso il cane.
Anche il barista che conosce la coppia da vent’anni ha parole affettuose, e racconta – senza mai esserci andato – delle feste che Renata organizza nella casa dell’Aventino.
«Una donna forte e onesta, una che si è fatta da sola», chiosa un altro avventore.
«Ecco lì Cavicchioli, vede, è quello con le buste della spesa», dice un’inquilina del condominio Ater mentre appende i panni fuori dalla finestra. «Scrivete che qui il giardiniere non viene mai, e che le aiuole sono incolte. E soprattutto che a lor signori, quelli che comandano, non venisse mai in mente di aumentarci l’affitto».
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso“)
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Marzo 16th, 2011 Riccardo Fucile
CASTELLI: IL 24 FEBBRAIO AVEVA SOSTENUTO DI AVER DISDETTO L’APPARTAMENTO A PREZZO DI FAVORE, MA LA RACCOMANDATA A ENASARCO NON E’ ANCORA ARRIVATA… “ESISTEVANO DELLE GRADUATORIE? NON LO SAPEVO”
Via dei Quattro Venti, Monteverde, ore 20: l’assemblea degli inquilini Enasarco riuniti nell’androne ha un sussulto.
Da due ore stanno discutendo di come affrontare la vendita delle loro case quando all’ingresso si presenta con un accompagnatore l’ex ministro Roberto Castelli.
Sta tornando a casa e non sapeva di questo assembramento.
Il senatore risolve la questione, rappresentata da un nugolo di inquilini che lo prendono d’assalto, invitando tutti a casa sua.
C’è anche una troupe di Annozero, l’evento finirà in tv.
Castelli fa entrare una nutrita delegazione nell’appartamento al terzo piano e lì gli viene contestato: «Ma insomma, senatore, ha dato o no questa disdetta dell’appartamento che il 24 febbraio ha annunciato alla stampa?».
Il senatore Castelli non si scompone: «Non hanno ricevuto ancora la mia raccomandata, io però l’ho inviata. Perchè l’ho fatta?».
Una voce: «Perchè è stato stanato…».
«No, ho deciso io dopo questa storia del Trivulzio, a Milano. Intanto ho anche trovato una nuova sistemazione a 950 euro, contro i 750 che pagavo qui». Brusio e altre contestazioni.
«Come ho trovato questo appartamento Enasarco? Ho fatto domanda, me l’hanno assegnato. E all’epoca ero un parlamentare di opposizione…Mi dite che ci sono graduatorie per gli appartamenti, ah questo proprio non lo sapevo».
Paolo Brogi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Marzo 9th, 2011 Riccardo Fucile
AMORUSO E’ ANCHE IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DI VIGILANZA, AVREBBE DOVUTO QUINDI VIGILARE SU SE STESSO… HA PURE RISTRUTTURATO L’APPARTAMENTO, MA LA SPESA DI 12.241,97 EURO LE HA PAGATE ENASARCO, NON LUI…LA CASA DEL LEGHISTA CASTELLI A 750 EURO, QUELLE DEL PD ADRAGNA, DI GAUCCI, DI PIO POMPA, DI MANGANELLI, DI ELIO VITO (PDL)
Mentre procede l’avviata dismissione delle case Enasarco, sulla cassa di previdenza degli
agenti e rappresentanti di commercio – già coinvolta nel caso Affittopoli per un lungo elenco di assegnazioni a personaggi noti e politici -, piove un’altra tegola.
Uno degli affittuari vip dell’ente è, infatti, l’ex presidente della «Commissione parlamentare di controllo sugli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale»: il senatore del Pdl Francesco Maria Amoruso.
Insomma, il controllore è locatario dei controllati.
Intestato a lui il contratto di una casa da 150 metri quadrati ai Parioli, quartiere di lusso della Capitale: a 1.300 euro al mese, spese incluse.
Intanto le dismissioni vanno avanti: agli affittuari di una prima manciata di appartamenti – circa 200 (sui 18 mila censiti dall’ente), tutti a Roma – sono state recapitate le lettere per poter esercitare entro sessanta giorni i diritti di prelazione.
I cinque stabili in vendita sono in via Sacchetti e in via Baldo degli Ubaldi, in pratica un intero isolato, via Monte Senario (una traversa di viale Jonio), via Cento (a Dragona) e via Dante Alighieri (a Pomezia).
L’operazione è stata accompagnata da pagine pubblicitarie a pagamento sulla stampa intitolate «Con gli agenti, con i cittadini, contro i prepotenti».
Oscura la spiegazione che si legge nella pagina pubblicitaria a proposito dei “prepotenti”: «C’è chi vuole mantenere lo status quo e non vuole la modernizzazione, per favorire interessi di pochi o di singoli».
Un fatto è certo: mentre cresce il malumore tra gli inquilini standard, tra quelli doc privilegiati (un’eredità del passato secondo il direttore generale Enasarco Carlo Maggi) la vendita è un’occasione insperata che va ad aggiungersi a precedenti privilegi.
Molti dei contratti a rappresentanti politici risalgono al 2004 e sono tutt’altro che un’eredità del lontano passato.
Nel 2004 si è assistito a una vera e propria infornata di politici.
Il 2004 è anche l’anno in cui spesso l’Enasarco ha deciso di fare concessioni dorate ai nuovi inquilini, come la prassi piuttosto diffusa di scomputare ad alcuni di loro, soprattutto a quelli provenienti dal Palazzo, i lavori di restauro degli appartamenti, defalcandoli dai canoni di affitto.
A beneficiarne sono stati perfino rappresentanti politici che hanno ottenuto casa mentre erano a capo di commissioni parlamentari di controllo sugli enti.
Un fatto è certo: se due sono le tipologie di inquilini Enasarco – a «prezzo concordato», cioè tenuto conto di parametri sociali, e a «prezzo libero», in sostanza con affitti più vicini a quelli di mercato – , molto spesso si trovano negli elenchi degli affitti a prezzo concordato inquilini inaspettati.
Come il senatore del Pd Benedetto Adragna – già membro della Commissione Lavoro e previdenza sociale – e il direttore di Raidue Massimo Liofredi (ci abiterebbero, però, i suoi genitori) in via Ragni, l’ex collaboratore del Sismi Pio Pompa (cointestatario con Gaetano Pezzella di 169 metri quadri) e l’imprenditore Luciano Gaucci (168 metri quadri per 700 euro) in via dei Georgofili.
C’è poi – era già noto – l’ex ministro leghista Roberto Castelli in via dei Quattro Venti (94 metri quadri per 750 euro): quest’ultimo ha recentemente annunciato alla stampa la disdetta dell’affitto, ma all’ente non risulta ancora nulla.
Così ha dichiarato infatti nei giorni scorsi il direttore Enasarco Maggi a un quotidiano: «Il ministro Castelli ha lasciato la casa? Così ho letto, ma noi non abbiamo ancora ricevuto niente. Ma non è una gran casa. Bassa, poca luce, lontana dalla strada».
Non è del tutto esatto: l’appartamento è al terzo piano, ottimamente illuminato con le finestre sull’importante arteria di Monteverde Vecchio, aldilà della quale c’è un grande spazio aperto.
E’ però il senatore Francesco Maria Amoruso a trasferirci nel più pieno conflitto di interessi.
Il senatore pugliese del Pdl è stato, nella XIV legislatura (2001-2006), presidente della Commissione parlamentare di controllo sugli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale.
«In questa veste — spiega il suo sito ufficiale – ha contribuito alla riforma previdenziale del governo Berlusconi e ha condotto importanti indagini conoscitive sull’efficienza dell’Inps, dell’Inpdap e degli altri enti, sia pubblici che privati, previdenziali».
Tutto ciò capitava nello stesso periodo in cui il senatore diveniva assegnatario a Roma di una casa dell’Enasarco. Dall’ente infatti Amoruso ha ottenuto nell’aprile 2004 un prestigioso appartamento di via Civinini ai Parioli: soggiorno, 5 camere e doppi servizi, per un totale di 147,30 metri quadri.
Amoruso che vive normalmente a Bisceglie (Bari), cittadina in cui è vicesindaco e dove risiede la sua famiglia, è subentrato al precedente inquilino di via Civinini e ha ottenuto il suo spazioso appartamento ai Parioli per la modica somma di 1.141,11 euro di affitto più 70 di quote condominiali e 91 di riscaldamento.
E fin qui ha già avuto molto.
Cinque camere per una casa d’appoggio ai Parioli, a Roma, non è male.
In più, però, il senatore Amoruso ha ottenuto anche l’autorizzazione a lavori in proprio di riordino «con successivo scomputo dai canoni di locazione» per un ammontare di oltre 12 mila euro, lavori autorizzati dall’architetto dell’ente Carmelo Francot.
Così l’allora presidente della Commissione di controllo si è aggiudicato gratuitamente la copertura economica per rifare i bagni, la cucina «compreso l’impianto idrico, la demolizione e rifacimento di pavimento e rivestimento, la fornitura di lavello, sottolavello, rubinetteria e cappa», nonchè il rifacimento dell’impianto elettrico dell’unità immobiliare, «la revisione di infissi e verniciatura, la lucidatura a piombo dei pavimenti, la muratura di un tratto di tramezzo, stuccatura e rasatura».
Totale? Le spese ammontano a 12.241,97 euro che Enasarco ha accettato di defalcare poi dall’affitto del senatore.
Autorizzati e non rimborsati, invece, altri lavori effettuati per tramezzi, controsoffitti e tinteggiatura generale.
Certo, Amoruso non è l’unico vip politico all’Enasarco.
Condivide la condizione di affittuario dell’ente con l’ex ministro della Sanità del secondo governo Berlusconi Girolamo Sirchia, in via Nomentana.
Ma anche con il Garante dei detenuti Angiolo Marroni (Pd) – che nei giorni scorsi avrebbe dichiarato: «…E’ colpa mia se l’Enasarco non mi ha adeguato il canone e quindi pago 381 euro al mese per 80 metri quadri?» -, con il sindacalista Giovan Battista Baratta in via del Nuoto.
Eppoi con il ministro per i Rapporti col Parlamento Elio Vito (Pdl) in via della Camilluccia, con Nicola Procaccini – portavoce del ministro Giorgia Meloni – in via della Panetteria, con il capo della polizia Antonio Manganelli, cointestatario con la moglie Adriana Piancastelli di un appartamento in via Civinini, a suo tempo ceduto da Francesco De Gennaro (figlio di Gianni, ex capo della polizia).
Quello che però salta agli occhi nel caso del senatore Pdl Amoruso, oltre al canone irrisorio, è la concessione dell’ente a scalare dall’affitto i lavori di ristrutturazione.
Una gentile autorizzazione che peraltro è stata privilegio non trascurabile di qualche altro notabile.
L’Enasarco dà casa facendola pagare una sciocchezza e poi se ne accolla anche i lavori di ripristino.
Paolo Brogi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
DURO ATTO D’ACCUSA SULLO SCANDALO CHE HA COINVOLTO BERLUSCONI E SULLA MACCHINA DEL FANGO OPERATA DAI SUOI GIORNALI… SOSTEGNO ALLE DONNE IN PIAZZA A DIFESA DELLA DIGNITA’
“Mubarak e sua nipote”; “Fermiamo la macchina del fango”; “Cardinale, non incontri il premier”; “Se non ora, quando? Migliaia in piazza”…
Sono solo alcuni dei titoli degli editoriali dei settimanali diocesani questi giorni in edicola dedicati a Berlusconi.
Che testimoniano la “rivolta” morale sul caso Ruby e sui festini di Arcore scoppiata nella base cattolica col placet dei vescovi.
Sono gli editoriali dopo la manifestazione delle donne e il rinvio a giudizio del premier.
Un severo atto d’accusa che arriva dalle Chiese locali attraverso i periodici della Fisc (la Federazione italiana settimanali cattolici): 188 giornali che distribuiscono oltre un milione di copie nelle diocesi, nelle parrocchie, nei conventi e nelle comunità monastiche.
Tra i più indignati La Voce del Popolo (Brescia), che pubblica una lettera-appello al segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone (“Cardinale, non incontri il premier”) per chiedergli di non partecipare con Berlusconi alla celebrazione dei Patti Lateranensi, perchè “la situazione morale e politica, i dubbi (poco dubbi per la verità ) sulla moralità e il rispetto della legge della nostra classe politica impongono scelte coraggiose da parte di chi dovrebbe guidare i fedeli…”.
Bertone – come si sa – poi ha visto il premier il 18 febbraio (un incontro freddo e senza faccia a faccia), ma è significativo che una delle diocesi italiane più importanti, Brescia, non abbia censurato una voce contraria.
Grande attenzione alla manifestazione delle donne del 13 febbraio.
“Dignità al femminile per risalire”, titola l’Unione Monregalese (Mondovì) che racconta l’appello “Se non ora, quando?” lanciato domenica scorsa “anche a Mondovì, per vedere restituita la dignità piena all’universo femminile deturpato da messaggi insistiti sulla bellezza esibita in modo sfacciato, sulla sessualità irresponsabile, sulla compravendita del corpo”.
Anche il Corriere di Saluzzo titola “Se non ora quando, migliaia in piazza” e parla di una “manifestazione rigorosamente apartitica e senza bandiere, ma inevitabilmente caratterizzata da slogan e battute con espliciti riferimenti alla vicenda Berlusconi-Ruby e al bunga-bunga”, col premier “additato più come cattivo esempio da non imitare che come avversario politico da sconfiggere”.
Tra i più severi i due settimanali di Torino: Il Nostro Tempo elogia l’intervento di suor Eugenia Bonetti al palco di piazza del Popolo (“Nelle parole di una suora il senso di un grande basta!”); e La Voce del Popolo, che dedica al premier due articoli: su Ruby, parlando di “Mubarak, e sua nipote”, e sul rinvio a giudizio (“Verso il rinvio…”).
Il Cittadino (Lodi) lancia un appello a reagire all’ondata di “fango e vergogna” invitando a “toglierci le pantofole” e a gridare forte il disagio a causa “della crisi economica e culturale del paese che ha raggiunto il suo culmine a causa dei fatti legati alle vicende del premier”.
Non meno emblematica La Cittadella (Mantova) che fin dal titolo (“Fermiamo la macchina del fango”) critica i giornali del gruppo Berlusconi per le inchieste denigratorie contro gli avversari del premier col vituperato “metodo”Boffo: “Nei giorni in cui nel nord Africa e in Medio oriente esplodeva una rivolta popolare di proporzioni epocali, noi ci trastullavamo, in politica estera, con i fax provenienti dall’isola di Santa Lucia”.
Con chiaro riferimento alla vicenda della casa di Montecarlo.
Il Popolo (Pordenone) si chiede nell’editoriale “Doppia morale pubblica e privata”, se si può “scindere la politica dalla morale” o “se è separabile la vita privata di un politico dalla sfera pubblica”, partendo proprio da Berlusconi.
E la risposta che dà il giornale è “no”, evocando l’insegnamento di Aristotele. L’Avvenire di Calabria sollecita una “necessaria” rivolta morale di fronte “all’indecente panorama politico italiano” nell’editoriale “Il coraggio di tentare”, in sintonia con Luce e Vita di Molfetta, che chiede ai politici “misura, decoro, rispetto”.
In linea con l’Araldo Abruzzese (Teramo) che nell’editoriale “Libere, non leggère”, parla della manifestazione del 13 febbraio sottolineando che “vogliamo un paese che rispetti le donne tutte” perchè “l’Italia non è una Repubblica fondata sul favore sessuale…”.
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Febbraio 19th, 2011 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI ROMA HA CHIESTO AL TRIBUNALE DEI MINISTRI L’UTILIZZO DELLE INTERCETTAZIONI DEI DIALOGHI TELEFONICI TRA BERLUSCONI E IL COMMISSARIO DELL’AUTORITA’ GARANTE DELLE COMUNICAZIONI, IN CUI IL PREMIER CHIEDEVA DI INTERVENIRE PER CHIUDERE ANNO ZERO E ALTRE TRASMISSIONI A LUI SGRADITE
La Procura di Roma vuole procedere contro Silvio Berlusconi per concussione e minaccia a corpo
dello Stato.
Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare che il 3 febbraio 2011 il Procuratore capo Giovanni Ferrara ha firmato la richiesta di utilizzazione delle telefonate intercettate nel procedimento di Trani a carico di Berlusconi.
Sono le famose conversazioni dell’autunno caldo del 2009 tra il commissario dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, Giancarlo Innocenzi, e il premier rivelate all’opinione pubblica dal Fatto con uno scoop che è costato al nostro Antonio Massari una perquisizione e un’inchiesta per rivelazione di segreto. In quelle telefonate il commissario (già sottosegretario del Pdl) era sottoposto a ripetute e crescenti pressioni per chiudere Annozero e gli altri talk-show sgraditi da parte del premier.
Per esempio, il 14 novembre del 2009 Berlusconi gli notifica: “Ho fatto l’altra sera nel corso della trasmissione Annozero una telefonata indignata al presidente dell’Autorità Calabrò dicendogli: ‘Sta guardando la trasmissione? Ma è una cosa oscena quello che succede!’”.
Di fronte alle giustificazioni balbettanti di Innocenzi sui suoi limitati poteri, il Cavaliere ordina: “Adesso bisogna concertare che l’azione vostra (dell’Agcom, ndr) sia da stimolo e consenta alla Rai di dire: ‘Chiudiamo tutto””.
Un’altra telefonata rilevante per i pm romani è quella del 28 novembre.
Dopo la puntata di Annozero sul caso Mills, Berlusconi torna alla carica con Innocenzi: “È una cosa assurda questo Garante! Se voi non riuscite nemmeno a intervenire e a dire che non si fanno i processi in televisione … ma che cazzo di organismo siete? Lasciate andare avanti una cosa del genere? Ma scusami che cazzo siete lì a fare?”.
Quando le intercettazioni vengono pubblicate dal Fatto nel marzo del 2009 esplode l’indignazione per un premier-magnate delle tv che tratta come un maggiordomo il commissario Agcom, nominato dal Parlamento, inamovibile per 8 anni e pagato 400 mila euro all’anno proprio per garantire la sua indipendenza.
Ma subito entrano in funzione i soliti ammortizzatori mediatici e giudiziari. L’indagine, come oggi Berlusconi chiede per il caso Ruby, finisce al Tribunale dei ministri, che potrà condannare Berlusconi solo con l’autorizzazione del Parlamento.
Il Collegio dei reati ministeriali sente una decina di persone, compresi il Direttore generale della Rai Mauro Masi, Innocenzi e il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò, poi passa la palla alla Procura di Roma che – per legge – deve formulare la sua richiesta: archiviazione o richiesta di rinvio a giudizio. La stampa amica preme per la prima ipotesi.
In questo clima, a sorpresa, la Procura di Roma trova il coraggio per vergare un provvedimento che va in senso opposto: quelle telefonate sono rilevanti penalmente.
Il procuratore Giovanni Ferrara, l’aggiunto Alberto Caperna e i due sostituti Roberto Felici e Caterina Caputo con il loro atto del 3 febbraio scorso ne chiedono l’utilizzazione contro il presidente Silvio Berlusconi.
La richiesta di utilizzazione delle telefonate non è ovviamente una condanna, nè è equiparabile alla richiesta di rinvio a giudizio, ma certamente questo atto — tutt’altro che scontato — delinea una valutazione positiva della sostenibilità dell’accusa in un eventuale giudizio.
La stessa Procura di Roma ha spiegato, infatti, in un altro procedimento a carico di Berlusconi (quello per la corruzione dei senatori per dare la ‘spallata’ a Prodi nel 2007) che la richiesta alla Camera è necessaria solo per usare le telefonate contro un parlamentare e non serve invece per usarle in suo favore.
Se i pm avessero voluto archiviare l’indagine nata a Trani lo avrebbero fatto subito senza chiedere il permesso a nessuno.
C’era anche una terza possibilità : la Procura avrebbe potuto chiedere subito il rinvio a giudizio senza chiedere di usare le intercettazioni.
Un’opzione scartata perchè l’accusa perderebbe vigore senza gli audio della voce imperiosa del premier che intima di chiudere Annozero a un Innocenzi balbettante.
I pm di Roma con questo atto di fatto sposano la tesi del collega di Trani.
Dal 3 febbraio 2011 quattro magistrati romani, compreso il capo dell’ufficio, condividono il lavoro del coraggioso magistrato pugliese Michele Ruggi
ero, che ha alzato il velo sui traffici telefonici tra Masi, Innocenzi e Berlusconi. In questo triangolo delle Bermuda dovevano scomparire per sempre dagli schermi le voci ostili al Cavaliere.
Una strategia recentemente riattivata con gli stessi strumenti adottati allora, a partire dal regolamento che vieta di raccontare i processi in tv.
Era questa l’arma letale vagheggiata dal Cavaliere e da Innocenzi nelle intercettazioni per bloccare le puntate di Annozero sui processi a Cosentino e Dell’Utri.
Ed è sempre quel regolamento a essere stato riesumato ora dal Direttore generale Mauro Masi nella sua telefonata ‘dissociata’ ad Annozero per il caso Ruby.
Proprio quando l’assedio ai talk show politici riparte, la magistratura batte finalmente un colpo.
Ora a ritenere che in quelle telefonate ci siano elementi di prova utili a contestare al presidente del consiglio Berlusconi una serie di reati gravissimi sono i vertici dell’ufficio più prudente e potente d’Italia.
Se il Tribunale dei ministri accogliesse l’impostazione della Procura di Roma, il premier rischierebbe un processo con accuse ancora più gravi di quelle formulate a Milano.
Accanto alla concussione, contestata anche nel caso Ruby (il più grave dei reati contro la pubblica amministrazione punito con la reclusione fino a 12 anni) nel caso Agcom c’è anche la minaccia a corpo dello Stato, punita con la reclusione fino a sette anni.
Il procuratore capo Giovanni Ferrara e l’aggiunto Alberto Caperna hanno passato ore a riascoltare le telefonate per interpretarne il senso e il tono delle parole del premier.
Dopo quattro mesi di riflessioni insieme ai due sostituti hanno deciso di spedire la richiesta di autorizzazione all’uso delle intercettazioni al Tribunale dei ministri.
Ora sarà questo collegio composto da tre giudici estratti a sorte a decidere il destino del premier.
Il presidente del collegio Eugenio Curatola (giudice della seconda sezione civile del Tribunale di Roma) e i due componenti Alfredo Maria Sacco (giudice civile a Roma) e Pier Luigi Balestrieri (giudice penale a Tivoli) certamente terranno in considerazione le valutazioni dei cinque pm.
Se confermeranno la linea della Procura, la parola passerà alla Giunta e poi all’aula della Camera dei deputati.
Solo allora davvero si potrà dire che a Roma c’è un ‘giudice rivoluzionario’.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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