Giugno 10th, 2011 Riccardo Fucile
“PATETICO E DESOLANTE, NO GRAZIE” : IL MAESTRO RIFIUTA L’ONOREFICENZA CHE L’ASSEMBLEA CAPITOLINA, AL SECONDO TENTATIVO, ERA RIUSCITA A CONFERIRGLI… IL PDL E’ RIUSCITO ANCHE QUESTA VOLTA A SPUTTANARE L’ITALIA NEL MONDO
Sembrava aver raggiunto finalmente un lieto fine la vicenda Roma-Riccardo Muti.
Invece a sorpresa, il direttore d’orchestra non sarà cittadino onorario della Capitale.
«No grazie» ha detto, anzi ha scritto, in un fax inviato al sindaco Gianni Alemanno da Salisburgo dove il Maestro si trova in questi giorni.
E al quotidiano romano “Il Messaggero” racconta che «gli echi che mi sono arrivati da Roma sulla questione li ho trovati patetici e desolanti».
«Mi ha fatto sorridere un’associazione di idee – afferma Muti – la vicenda della cittadinanza fa il paio con l’incredibile storia della laurea honoris causa conferitami diversi anni fa, ero ancora il direttore musicale della Scala, dall’università La Sapienza di Roma».
Il maestro ricorda che in occasione del conferimento da parte del mondo accademico, dopo un concerto, nell’ateneo ci fu una diatriba tra gli studenti e il rettore e l’università non portò a termine la cerimonia di conferimento della laurea.
«Dopo anni c’è stato un tentativo di allestirla durante le recite del marzo scorso all’Opera, in occasione del Nabucco: ho preferito, dopo tanto tempo, lasciar cadere la cosa».
Muti spiega che la storia della cittadinanza onoraria di Roma «si è arenata in pastoie di un livello che ho definito basso solo per il mio ostinato spirito di collaborazione».
Lui che ha «ricevuto tante cittadinanze onorarie, in Italia e all’estero. Credo una quindicina. L’ultima, di poco fa, dalla città di Trieste. Organizzazione e cerimonie di consegna sono tutte avvenute nel segno del rispetto, della felicità e dell’amicizia».
L’ex sociale sindaco di Roma Alemanno, invece che andarsi a nascondere dall vergogna ha commentato: «Credo che quello che conta sia il voto unanime del Consiglio comunale che mostra il vero consenso attorno al maestro”.
Alemanno esclude uno smarcamento del maestro dall’Opera: «Direi proprio di no, l’episodio è stato enfatizzato, ma Muti ha solo detto che non vuole una cittadinanza onoraria contestata ed ha ribadito la sua collaborazione con l’Opera di Roma».
Il caso Muti era scoppiato lo scorso lunedì 6 giugno, quando l’Aula Giulio Cesare non aveva potuto votare perchè saltato il numero legale per il gruppo dei Rampelliani pidielllini che avevano lasciato l’Aula per le solite liti interne alla maggioranza.
Poche ore fa Muti ha fatto capire loro cosa significhi rispetto, serietà e classe.
Quando non ci pensa direttamente il premier a sputtanare l’Italia a livello internazionale, c’è sempre qualche pataccaro locale del partito degli accattoni che riesce a farne le veci.
argomento: Alemanno, Costume, denuncia, emergenza, Muti, PdL, Politica, Roma | Commenta »
Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
SI E’ RAGGIUNTO IL FONDO IN CAMPIDOGLIO: LA GUERRA PER BANDE DEI PIDIELLINI FA UNA VITTIMA ILLUSTRE…I RAMPELLIANI ERANO FUORI DALL’AULA…L’IRA DI AIUTI: “MI DISSOCIO DA QUESTO MODO DI FARE POLITICA, SONO AMAREGGIATO”
Manca il numero legale, in aula Giulio Cesare al momento della votazione della delibera per il conferimento della cittadinanza onoraria al maestro Riccardo Muti.
A far cadere il numero, poco prima della votazione della delibera, è stato il gruppo dei rampelliani, interno alla maggioranza, che con il consigliere comunale Federico Mollicone (Pdl) si era detto in disaccordo con la decisione di «votare a conclusione di una seduta di assemblea capitolina e senza un adeguato dibattito, una delibera così importante, che meriterebbe una discussione appropriata e allargata anche al futuro del teatro dell’Opera».
A conclusione del suo intervento, Mollicone ha comunque sottolineato di essere «favorevole al conferimento della cittadinanza onoraria al maestro Muti».
Dopodichè, ha fatto sapere di non voler partecipare al voto della delibera e ha annunciato di lasciare l’aula.
Lo hanno seguito i rampelliani Andrea De Priamo e Lavinia Mennuni, oltre ad altri consiglieri di maggioranza e opposizione.
«Come uomo di cultura e scienza mi sento amareggiato per la pessima figura fatta dal Consiglio comunale di Roma nei confronti del maestro Muti. C’era una proposta del sindaco Alemanno per dare la cittadinanza onoraria al maestro, ma il presidente della Commissione Cultura, Federico Mollicone, non era d’accordo. L’opposizione ha quindi chiesto la verifica del numero legale che alla fine è mancato».
Lo afferma il presidente della Commissione consiliare Speciale Politiche Sanitarie del Comune di Roma. «Ritengo che non su queste cose – aggiunge – si debba consumare la lotta intestina del Pdl. Io mi dissocio da questo modo di fare politica».
E pensare che Muti è osannato in tutto il mondo: solo a Roma la sciatteria politica della nostra classe dirigente può arrivare al punto di esporre l’Italia a una figuraccia internazionale
argomento: Alemanno, Costume, Muti, PdL, Politica, radici e valori, Roma | Commenta »
Maggio 29th, 2011 Riccardo Fucile
DUE CONSIGLIERI ELETTI NELLA LISTA DELLA PRESIDENTE DELLA REGIONE PASSANO COL PDL… LA POLVERINI DENUNCIA LA “COMPRAVENDITA DI CONSIGLIERI” E APRE LA CRISI: “NON SONO PIU’ DISPOSTA A SPENDERE LA MIA FACCIA PER QUESTI SIGNORI”
Nemmeno la scadenza dei ballottaggi ha funzionato da argine. 
Il centrodestra nel Lazio si spacca, frana e rischia di portarsi dietro anche il governo della Regione.
Che ormai la «crisi è aperta» lo decreta la governatrice Renata Polverini a 48 ore dal voto.
Dopo settimane di polemiche per l`exploit della sua lista “Città nuove” alle amministrative (a Sora e Terracina due suoi candidati domani se la vedranno contro il Pdl), è arrivato quello che la presidente ha definito «un atto ostile del Popolo delle libertà » nei suoi confronti.
Due consiglieri eletti lo scorso anno nella sua lista, Andrea Bernaudo e Giuseppe Melpignano, decidono, a sorpresa, di passare nel Pdl.
La reazione della Polverini è furiosa: «È la fine della coalizione».
Parla di «compravendita di consiglieri alla vigilia di un voto così importante: caso di autolesionismo politico e di totale mancanza di responsabilità che supera quello dello scorso anno quando non fu presentatala lista del partito. Non sono più disponibile a spendere lamiafacciaper questi signori».
Nessuna diplomazia e nessuna cautela: la frattura è sotto gli occhi di tutti.
E mentre l`opposizione parla di un centrodestra «morto» e «al capolinea», iniziano a delinearsi anche gli schieramenti nel Pdl.
Gianni Alemanno, ad esempio, sostiene la governatrice.
Il sindaco di Roma (che da giorni lavora insieme agli ex finiani Urso e Ronchi e al sottosegretario Andrea Augello a un progetto per spostare il baricentro del partito e che vedrebbe la costituzione di gruppi autonomi in Parlamento ma federati al Pdl) auspica «un chiarimento per rilanciare l`azione del centrodestra».
Poi si fa vedere al fianco della Polverini sul palco di Terracina, a sostegno del candidato Gianfranco Sciscione contrapposto a Nicola Procaccini, Pdl ed ex portavoce del ministro Giorgia Meloni.
Da quel palco la governatrice rincara la dose:
«Qualcuno ha fatto dei giochi di potere per mettermi paura. Ma neanche il diavolo mi mette paura».
Devono intervenire i big del partito, in testa i capigruppo alla Camera e al Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, per richiamare tutta la coalizione al «senso di responsabilità ».
Ma la paura principale è che la Polverini possa chiedere (e ottenere) la sponda del Pd per andare avanti.
Un primo abboccamento c`era stato proprio da parte dei democratici che avevano ipotizzato l`appoggio ai candidati di Città nuove contro quelli del Pdl. A stoppare qualsiasi «impiccio» è Nicola Zingaretti, presidente della Provincia: «Si vada dritti al voto», afferma.
E così chiedono anche i deputati romani, Enrico Gasbarra e Roberto Morassut.
Il segretario regionale dell`Idv, Vincenzo Maruccio, invita tutta l`opposizione a «riunirsi per definire le strategie comuni».
«Non vogliamo replicare il modello Sicilia», avverte, ricordando l`appoggio dei democratici al governatore Lombardo.
Per ora, l`opzione appare remota.
Ma per capire cosa accadrà nel centrodestra laziale bisogna aspettare i ballottaggi.
Con lo sguardo rivolto a Sora e Terracina e la testa a Milano e Napoli.
argomento: Costume, elezioni, governo, PdL, Politica, Regione, Roma | Commenta »
Maggio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
LA LEGA PRETENDE LO SPOSTAMENTO A MILANO DEI DUE MINISTERI PATACCA DI CALDEROLI E BOSSI SOLO PER PRENDERE PER I FONDELLI I MILANESI… ALEMANNO SI OPPONE, IL PDL FRENA, BERLUSCONI RACCONTA PALLE: NON HA DETTO SI’, MA NEANCHE NO, L’IMPORTANTE E’ SOLO RUBARE VOTI A MILANO, POI NON SE NE FARA’ NULLA
Spostare i ministeri da Roma a Milano? E’ scontro tra Pdl e Lega.
A tentare di mettere tutti d’accordo ci pensa come sempre il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che in serata dichiara: “Ci sono già a Milano dipartimenti delle opere pubbliche e del provveditorato scolastico, penso che non ci sia nessuna difficoltà a che alcuni ministeri possano venire a Napoli e in altre città anche del Sud e che potranno essere in grado di lavorare conoscendo da vicino le situazioni”.
In pratica il nulla, la solita esca elettorale per i milanesi, confidando che abbocchi qualche sprovveduto.
Nel corso della giornata diversi esponenti del Pdl si sono espressi contro la proposta della Lega di decentramento ministeriale dalla capitale al Nord.
Mentre gli amministratori del Sud rivendicano un ministero anche per loro. Doveva essere “una sorpresa”, annunciata dal ministro leghista della Semplificazione Normativa, Roberto Calderoli, in vista del ballottaggio tra il sindaco Letizia Moratti e il candidato del centrosinistra Giuliano Pisapia. “Sosterremo la Moratti — ribadisce il leader della Lega, Umberto Bossi – ma deve fare molto meglio del passato”.
Dal Pdl però, non ci stanno.
Il trasferimento porrebbe dei “complessi problemi istituzionali”, frenano i capigruppo Pdl, Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto.
Meglio organizzare conferenze periodiche tra il capoluogo lombardo e la capitale e lasciare le sedi istituzionali dove sono. Ma da Bossi non è arrivata nessuna ritirata.
“Parola data non torna indietro — dichiara il leader del Carroccio — sulla questione dei ministeri Berlusconi è d’accordo e i ministeri verranno”.
Anzi, specifica, “non è mica detto che si tratti solo dei ministeri mio e di Calderoli, arriverà a Milano un ministero enorme dove si fa l’economia”.
Nel pomeriggio, da un banchetto alla periferia di Milano, è partita la raccolta firme ufficiale per il decentramento ministeriale.
”Io sono abituato che nel partito decide Berlusconi — aggiunge Calderoli- e lui ci ha detto di sì, a me basta”.
Poveretto non ha capito che ormai Silvio decide poco e fa solo danni.
A chi non basta sono evidentemente la presidente della regione Lazio, Renata Polverini, e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che hanno chiesto un incontro urgente al premier per avere chiarimenti.
E il primo cittadino della Capitale aggiunge, rivolto al Senatur: “Così si metterebbe in discussione ogni equilibrio e ogni intesa”.
Le critiche dal Pdl alla proposta leghista in giornata sono piovute da tutti i lati.
Da membri del governo come il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che dichiara asciutto: ”Non è importante dove è un ministero, l’importante è cosa fa”. E ricorda: ”Pochi sanno che il mio ministero ha già una sede a Milano presso la caserma di piazza Novelli: io ho là il mio ufficio ma non ho fatto per questo un annuncio particolare”.
L’idea non dispiace invece al governatore della regione Lombardia, Roberto Formigoni, che però ammette: “E’ complesso e non è la richiesta più pressante dei nostri imprenditori e dei nostri ceti produttivi”.
Una dichiarazione che si attira le ire leghiste. “Formigoni stia zitto — risponde Bossi — è stato eletto con i voti della Lega, Milano ci guadagnerebbe troppo perchè possa permettersi di dire no”.
E Stefano Galli, capogruppo del Carroccio nel consiglio regionale lombardo, aggiunge: ”Se davvero Formigoni vuole favorire la Moratti farebbe meglio a tacere”.
Soffiando sulla polemica, Galli prende le distanze dal movimento di Cl, a cui Formigoni appartiene, e sottolinea: “La Lega Nord punta, con ottime percentuali di successo, a raggiungere il cuore e la testa della gente. Gli esponenti di Comunione e Liberazione, a quanto pare, mirano invece agli interessi”.
Il progetto di decentramento ministeriale ha poi avuto l’effetto di scatenare le rivendicazioni degli amministratori del Sud.
Lo spostamento dei ministeri “non è uno scandalo” per il presidente Pdl della regione Campania, Stefano Caldoro.
Ma con una postilla: “Bisogna farlo con equilibrio e quindi quando si parla di Milano bisogna parlare anche di Napoli“.
E da Forza del Sud — che appoggia il governo — avvertono: il movimento proporrà la sua raccolta firme, sul modello leghista, “per decentrare tre ministeri, uno a Napoli, l’altro a Bari e il terzo a Reggio Calabria“, spiega il presidente Pippo Fallica.
Che fuori dalle provocazioni conclude: “Per noi l’Italia è una sola, la sua capitale è Roma e solo lì devono stare tutte le istituzioni di governo nazionale”.
Lo scontro interno Lega-Pdl piace all’opposizione, soprattutto in vista del ballottaggio nel capoluogo lombardo.
”Un fuoco di sbarramento” per il deputato Pd Michele Meta, secondo cui ”per la Moratti le cose si complicano”.
“La maggioranza ha fatto un ridicolo autogol” commenta Francesco Pasquali, capogruppo Fli per il Lazio.
E ancora nel Terzo polo c’è chi, come Savino Pezzotta dell’Udc, si sente preso in giro.
E, nonostante la scelta di non indicare candidati da sostenere al ballottaggio, chiede ai milanesi “di stare attenti a come votano”.
E all’interno della maggioranza qualcuno ha già capito.
”Il centrodestra ha il problema di conservare sangue freddo ed evitare colpi di testa da qui ai ballottaggi di domenica prossima — ha spiegato il vice presidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli -. Gli elettori si convincono per le poche, essenziali cose ben fatte e per quelle che potranno fare i futuri sindaci”.
La morale? Pdl e Lega sono alla frutta, a Milano rischiano la legnata e siamo al si salvi chi può.
La Lega cerca di salvare la faccia dopo essersi vendita l’anima, nel Pdl ci si posiziona per il dopo Berlusconi.
Ma chi è in grosse difficoltà stavolta è anche Bossi: ormai la base leghista è stanca anche delle sue di palle, non solo di quelle di Silvio.
argomento: Bossi, Costume, elezioni, Formigoni, governo, la casta, LegaNord, PD, PdL, Politica, radici e valori, Roma | Commenta »
Maggio 9th, 2011 Riccardo Fucile
IL POSTO ERA STATO LASCIATO LIBERO DA RONCHI E FINORA ERA STATO USATO DA “RICHIAMO” PER ALTRI POSSIBILI TRANSFUGHI… ENTRO GIUGNO NOMINATO SCAJOLA CHE COSI’ RINUNCIA A FARE LA FRONDA NEL PARTITO…PREVISTA UN’OFFENSIVA MEDIATICA PER PRESENTARE SCAJOLA COME UN MARTIRE DELLA GIUSTIZIA
Si direbbe: rieccolo. 
E infatti, dopo tanti si dice , qualche rivendicazione interna al partito sostenuta con la voce un po’ forte e, infine, anche piccole minacce di consumare strappi lasciate cadere nell’emiciclo di Montecitorio per fare pressione sul Capo, ecco che finalmente Claudio Scajola è stato ufficialmente sdoganato da Berlusconi in persona.
Sarà di nuovo ministro, quello delle Politiche Comunitarie, lasciato libero da Andrea Ronchi e non riassegnato fino ad oggi perchè tenuto dal Caimano come “richiamo” per i possibili transfughi dagli altri gruppi verso il Pdl.
Poi la crisi con la Lega ha fatto chiaramente capire al Cavaliere che Bossi non avrebbe accettato nessun “nuovo arrivato” su una poltrona di prima fila di governo e dunque tanto valeva riassegnarla a “sciaboletta” che, in fondo, secondo Berlusconi mai si sarebbe dovuto dimettere da ministro dello Sviluppo Economico.
Rieccolo, dunque. Per davvero.
Via del Fagutale, quell’appartamento con vista Colosseo comprato da chissachì a sua insaputa è ancora sfitto, non si riesce proprio a trovare qualche estimatore di questo ventennio che ci voglia andare a vivere.
E chissà che Scajola, presto di ritorno a Roma dopo lunghi mesi di esilio ligure nella natia Imperia, non ci ributti un occhio sopra.
Ma si vedrà .
Intanto il suo ritorno è ormai stato pianificato.
L’altra sera, parlando con alcuni fedelissimi ad Arcore, il Cavaliere ha svelato di aver chiamato Scajola subito dopo la notizia, arrivata da Perugia, che il suo coinvolgimento nell’inchiesta G8 era stato definitivamente messo nel cassetto.
Poi, parlando con un fedele di Scajola, Roberto Cassinelli, si è lasciato sfuggire che “subito dopo le elezioni, metteremo su un’offensiva mediatica affinchè l’opinione pubblica si convinca che lui con l’inchiesta non c’entra veramente nulla; poi lo ripescheremo subito”.
Succederà , più o meno, così. Che dopo le elezioni il Cavaliere comincerà a tenere sempre più vicino a se Scajola e probabilmente utilizzerà la figura del proconsole ligure per attaccare ancora la magistratura, rea di aver “sottratto per lungo tempo alla politica una persona per bene infangandola con accuse che poi si sono dimostrate destituite da ogni fondamento”.
Insomma, Scajola simbolo in carne ed ossa della mala giustizia che “ha pagato fino troppo per non aver commesso nulla”; per farla breve, un “martire”.
L’opinione pubblica, che ancora oggi, secondo i sondaggi di Berlusconi, non vede di buon occhio Scajola, non potrà che cambiare idea.
A qual punto basterà attendere il momento giusto — che sarà prima dei referendum perchè il colpo mediatico contro la magistratura servirà in quel momento — e Scajola sarà di nuovo ministro.
Per scaramanzia i suoi fedelissimi l’altro giorno non hanno voluto svelare la data che avrebbe in testa il Cavaliere, “perchè Claudio ha già sofferto troppo”, ma si parla di chiudere la questione entro giugno.
Ignazio La Russa, non certo amico di Scajola, messo davanti all’eventualità di ritrovarselo accanto nel governo, avrebbe dato il suo placet; meglio lì che al suo posto come coordinatore unico del partito.
E, in fondo, Scajola di nuovo ministro piace anche a Tremonti.
I due l’altro giorno sono stati visti parlare a lungo insieme in aula, la mano di Scajola su quella del titolare dell’Economia in un atteggiamento che tradiva una complicità affettiva ben superiore alla semplice colleganza.
Dal canto suo “Sciaboletta”, fiutata l’aria e ricevute le assicurazioni infomali del caso direttamente dal Capo nella telefonata di “congratulazioni” per l’avvenuto proscioglimento definitivo dalla vicenda G8, ha immediatamente rimesso nel cassetto tutte le sue bellicose idee di dar vita ad un gruppo parlamentare autonomo con un numero di parlamentari al seguito che, secondo stime interne al Pdl, potevano aggirarsi intorno a 25.
Con la riesumazione di Scajola, Berlusconi poi si è messo al riparo da una possibile scissione interna che poteva essere molto più dolorosa di quella operata da Fini e fa contento pure Bossi evitando di vendere una nomina di primo piano come pagamento di una cambiale ad uno dei Responsabili rimasti a bocca asciutta nel rimpasto dell’altro giorno (casomai proprio Pionati).
Insomma, un piano studiato nei dettagli; e Scajola è di nuovo tra noi.
argomento: Berlusconi, Costume, governo, la casta, PdL, Politica, radici e valori, Roma | Commenta »
Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile
ALLA CERIMONIA DI BEATIFICAZIONE SI ALZA IL GRIDO “SANTO SUBITO”… RATZINGER: “NON ABBIATE PAURA, SPALANCATE LE PORTE AL SIGNORE”… VISSUTO UN INTENSO MOMENTO DI SPIRITUALITA’, COMUNQUE LA SI PENSI: MILIONI DI PERSONE RENDONO OMAGGIO A UN UOMO CHE HA INCISO SULLA STORIA “CON LA FORZA DI UN GIGANTE”
Il Beato della gente ha abbattuto il Muro di Berlino con la forza della fede. 
E il suo successore gliene rende merito in una cerimonia di grande suggestione che rende perfettamente la straordinaria ricchezza di significati dell’universo Wojtyla.
Giovanni Paolo II ha invertito «con la forza di un gigante» il corso della storia, dice il Papa in un passaggio dell’omelia pronunciata nella messa di beatificazione del suo predecessore.
Benedetto XVI ha ricordato il celebre invito rivolto dal Papa polacco nella sua prima messa solenne in Piazza San Pietro: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».
Ratzinger, tra gli applausi della folla, ha poi proseguito: «Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società , la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile».
Benedetto XVI ha poi continuato in polacco: «Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità , perchè la verità è garanzia di libertà “.
Piazza San Pietro è stracolma di fedeli mentre continuano gli afflussi nelle strade limitrofe per la beatificazione di papa Wojtyla.
I pellegrini vengono dirottati verso i maxischermi presenti in molte piazze romane davanti a chiese e basiliche: sono 14 in tutta la città .
Per la beatificazione, dice la Questura in una nota, si registra un “afflusso straordinario».
Oltre a Piazza San Pietro che ha già raggiunto il limite massimo di presenza si registra un imponente presenza di persone in via della Conciliazione, Piazza Pio XII, Piazza del Risorgimento, Largo Giovanni XXIII e in tutte le aree che si estendono lungo un raggio di circa 500 metri da piazza San Pietro.
Una vera e propria “marea umana” anche nei punti di raccolta dei fedeli dove sono stati installati 14 maxi schermi nei punti della città tra cui Circo Massimo, piazza Adriana, la stessa piazza del Risorgimento oltre che presso le Basiliche di San Giovanni, Santa Maria Maggiore e di San Paolo.
Il personale delle Forze dell’Ordine, i volontari e gli addetti al servizio di assistenza stanno lavorando per garantire le migliori condizioni alle persone radunatisi per seguire l’evento.
Tutte le operazioni vengono costantemente coordinate e monitorate attraverso il Centro per la gestione dell’evento attivato presso la Sala Operativa della Questura di Roma.
«Karol WojtyÅ‚a, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia, ha partecipato al Concilio Vaticano II e sapeva bene che dedicare a Maria l’ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di santità per ogni cristiano e per la Chiesa intera. Questa visione teologica è quella che il beato Giovanni Paolo II ha scoperto da giovane e ha poi conservato e approfondito per tutta la vita. Una visione che si riassume nell’icona biblica di Cristo sulla croce con accanto Maria, sua madre- evidenzia papa Ratzinger-. Un’icona che si trova nel Vangelo di Giovanni (19,25-27) ed è riassunta nello stemma episcopale e poi papale di Karol WojtyÅ‚a».
Una croce d’oro, una “emme” in basso a destra, e il motto “Totus tuus”, che corrisponde alla celebre espressione di san Luigi Maria Grignion de Montfort, nella quale Karol WojtyÅ‚a ha trovato un principio fondamentale per la sua vita: «Totus tutus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor tuum, Maria — Sono tutto tuo e tutto ciò che è mio è tuo. Ti prendo per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o Maria».
Aggiunge Benedetto XVI: «Nel suo Testamento il nuovo Beato scrisse: “Quando nel giorno 16 ottobre 1978 il conclave dei cardinali scelse Giovanni Paolo II, il Primate della Polonia card. Stefan WyszyÅ„ski mi disse: «Il compito del nuovo papa sarà di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio”».
E aggiungeva: «Desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa — e soprattutto con l’intero episcopato — mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito».
E puntualizza il Pontefice: «Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato».
E qual è questa “causa”?
E’ la stessa che Giovanni Paolo II ha enunciato nella sua prima Messa solenne in Piazza San Pietro, con le memorabili parole: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».
Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società , la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante — forza che gli veniva da Dio — una tendenza che poteva sembrare irreversibile»
argomento: Chiesa, Papa, radici e valori, Roma | Commenta »
Aprile 30th, 2011 Riccardo Fucile
GLI UOMINI DI RAMPELLI ALLA CONQUISTA DELLE CARICHE: DALL’EX MATTATOIO ALL’AUDITORIUM E SOGNANO GIORGIA MELONI SINDACO… DALLA MILITANZA MISSINA DOVE C’ERANO DA DIVIDERE SOLO I RISCHI ALLA SPARTIZIONE DELLE POLTRONE TRA CORRENTI
Più che una fronda è una guerriglia. 
Dall’uso dell’ex Mattatoio alle nomine all’Auditorium, dal restauro del Colosseo fino alla gestione del teatro Elsa Morante al Laurentino 38, ogni giorno il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, è sotto botta.
Ad attaccarlo sono soprattutto i suoi, o almeno quelli che sulla carta dovrebbero essere i suoi, i “rampelliani”, cioè gli amici e i seguaci di Fabio Rampelli, ex missini ed ex aennini conosciuti a Roma anche con il nome di “Gabbiani”, dall’uccello bianco stilizzato ad ali spiegate che hanno scelto per i manifesti.
L’attacco dei Gabbiani al Campidoglio è concentrato sulle faccende della cultura e dell’urbanistica, materie predilette dal capo, un architetto che fa parte della commissione Cultura della Camera.
Nell’urbanistica i rampelliani stanno lasciando appena le briciole al sindaco e fanno cappotto con la fondazione Cesar grazie a un approccio meticoloso e mercantile, basato sulla cattura di risorse pubbliche da elargire a soggetti considerati affidabili, sull’esempio di Comunione e Liberazione.
In ambito più strettamente culturale hanno due punti di riferimento: il capo delle biblioteche romane, Francesco Antonelli, e Federico Mollicone, attivista del Colle Oppio, presidente della Commissione cultura del Campidoglio. Proprio per Mollicone i Gabbiani avrebbero voluto molto di più da Alemanno, la nomina ad assessore alla Cultura al posto di Umberto Croppi che se n’era andato sbattendo la porta al momento del titanico scontro Fini-Berlusconi. L’esito del rimpasto di giunta è stato, però, di segno opposto alle aspettative rampelliane e ha innescato la guerriglia che covava dal 2008, quando in campagna elettorale i Gabbiani furono emarginati da Alemanno, poi estromessi al momento delle decisioni per la nuova giunta e infine tacitati con due soli assessorati, a Laura Marsilio (Giovani e scuola) e Fabrizio Ghera (Lavori pubblici), più una sfarinata di nomine nel sottogoverno delle municipalizzate.
Dal recente rimpasto i Gabbiani si attendevano se non un risarcimento, quanto meno la conferma delle poltrone.
E la delusione è stata forte quando hanno constatato che i seguaci del senatore Andrea Augello, l’amico-nemico storico, potevano brindare avendo conservato le posizioni grazie ad una accesa riunione notturna con il sindaco, mentre loro, i rampelliani dovevano rinunciare al posto della Marsilio.
Da quel momento è partito l’attacco a testa bassa: per esempio il Gabbiano Mollicone per fermare Della Valle al Colosseo non ha esitato a sparare direttamente sul traditore Alemanno, mentre per bloccare il rinnovo dell’amministratore dell’Auditorium, Carlo Fuortes, considerato un veltroniano, ma non inviso ad Alemanno, si è spinto fino a fornire alla stampa dati fallimentari ma fasulli sulla gestione della struttura, poi smentiti dalla Siae.
In aperto contrasto con il sindaco, l’assessore Ghera si è invece mobilitato per allontanare dalla Città dell’Altra Economia al Mattatoio i negozianti e i gestori di bar e ristoranti equo-solidali considerati poco amici.
Con l’ausilio di Francesco Coccia, direttore del dipartimento, Ghera si è inventato un bando per cacciarli, senza nascondere la volontà di sostituirli con gente di “area”.
Lo stesso Ghera ha inoltre preteso da Alemanno che la gestione del teatro Elsa Morante fosse affidata ai Lavori pubblici da lui diretti, anche se ovviamente con il teatro questo assessorato non ha niente da spartire. L’attacco dei Gabbiani al sindaco punta a risultati immediati, ma anche a obiettivi strategici.
Il più importante è il nome del futuro candidato a sindaco di Roma.
Nella testa dei rampelliani il logoramento di Alemanno dovrebbe essere propedeutico all’ascesa di Giorgia Meloni, attuale ministro della Gioventù, rampelliana di ferro, anche se proprio la sua nomina ministeriale procurò a suo tempo momenti di acuta tensione nella corrente.
Ossessionato dal rispetto ferreo delle gerarchie, Rampelli ci rimase male a vedere una “sottoposta” che lo sopravanzava in carriera ed ebbe modo di farlo presente con parole assai aspre all’autore della scelta, Gianfranco Fini, allora capo del partito.
Oltre al culto della gerarchia, i Gabbiani hanno un forte senso della comunità e della famiglia.
Nonostante molti viaggino in auto blu, ogni tanto si ritrovano nella grotta-sede di Colle Oppio, il covo in cui nacquero negli anni Ottanta protetto da una cancellata e da una porta in ferro che lo fa sembrare un bunker.
Per la sua famiglia Rampelli ha tatto quel che poteva inserendo la sorella nella lista per le Regionali del 2010, un elenco poi manomesso all’ultimo istante su ordine di Berlusconi.
Dopo Rampelli, il secondo del gruppo è Marco Marsilio, anche lui deputato Pdl ed anche lui assai devoto alla famiglia avendo fatto assumere all’Atac la sua compagna Stefania Fois e avendo spinto la sorella Laura come assessore.
Sempre in onore della famiglia e dei Gabbiani, Laura attraverso il suo assessorato fece arrivare un bel po’ di contributi all’associazione culturale del marito.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quoridiano“)
argomento: Alemanno, AN, Costume, denuncia, la casta, PdL, Politica, Roma | Commenta »
Aprile 26th, 2011 Riccardo Fucile
NESSUNA APOLOGIA, SOLO UNA PROVOCAZIONE ARTISTICA PER DENUNCIARE IL DEGRADO DELLE PERIFERIE URBANE…”NELLE NOSTRE CITTA’ ASSISTIAMO ALLA DEPORTAZIONE DEI DIRITTI”
“Ma quale apologia di Olocausto? Non scherziamo. Se c’è uno che odia il nazismo
sono io. Ho deciso di parlare per questo. Sono un artista che ha voluto aprire un dibattito, non posso e non voglio essere confuso con teppisti o fanatici”.
L’uomo che ha costruito il cancello di ferro che ha fatto esplodere la paura di un rigurgito neonazista (e gridare allo scandalo i politici di ogni segno e colore) è seduto di fronte noi.
Ha 32 anni, è lucano, è un precario: insegna Grafica e fa corsi di formazione ai disoccupati.
È insieme alla sua fidanzata (anche lei storica dell’arte, anche lei precaria).
Ha lavorato una notte, sulla ferrovia del Pigneto, per montare la sua installazione.
In quelle stesse ore, poco distante dal luogo incriminato, è stato persino fermato dai carabinieri (che però non hanno collegato la sua presenza al cancello).
Lo chiameremo “Domenico”, ma la sua identità , almeno per oggi, non si può rivelare.
Ha appena deciso, infatti, che domani mattina andrà di sua volontà presso una stazione dei carabinieri per raccontare la sua versione dei fatti.
Domenico, ti rendi conto che questa tua installazione ha ferito tutti coloro che sono stati colpiti dall’Olocausto?
Sapevo che si trattava di un gesto duro, una provocazione. Ma non volevo minimamente che l’effetto fosse questo, anzi, se ho colpito le vittime o i loro familiari sono mortificato.
Sapevi benissimo che l’effetto sarebbe stato questo.
Per nulla. Io volevo che guardando questo cancello, installato in una periferia, abitata da giovani precari ed extracomunitari oggi diventati clandestini, tutti riflettessero sul fatto che un pezzo di lager è nelle nostre città , mentre noi ce ne passeggiamo spensierati.
C’era bisogno del cancello di Auschwitz, per dirlo?
Intanto vi voglio dire che il mio richiamo è innegabile. Ma che, volutamente la mia installazione è diversa: ho studiato la storia di quel terribile manufatto, commissionato dalle SS e costruito da un fabbro ebreo internato nel campo…
E questo che c’entra?
Il materiale che ho usato è diverso: quello era ferro battuto, questi sono tubi industriali.
E poi?
I caratteri delle lettere sono diversi! Questo è un font moderno, sia chiama Sugo. Anche la scritta l’ho fatta in inglese, perchè doveva essere compresa dagli immigrati. Ho voluto dare corpo a un pezzo di sterminio e deportazione che esiste nelle nostre città , anche se non si vede. Quello dei diritti.
Volevi farti pubblicità ?
Scherzate? Io lavoro da anni nelle periferie, vado e installo le mie creazioni senza rivelarmi. Per decine di volte nessuno si è accorto di nulla.
Sapevi che se ne sarebbe discusso!
A dire il vero, se non fossi stato inseguito da un sospetto così infamante, non avrei mai parlato: ho un sito in cui non metto nemmeno la mia foto, lavoro nei luoghi dimenticati dalla città , figuratevi se cercavo notorietà .
La denuncia contro la precarietà non è un alibi?
Al contrario. Vivo in questo quartiere. L’idea mi è venuta passeggiando su quel ponticello, un anno fa. Ho pensato che l’ironia sprezzante e oscena delle SS si prestava bene per raccontare anche un frammento dei tempi che stiamo vivendo. La scritta era la stessa.
Ma in un’altra lingua, e per di più rielaborata: costruendo questo arco avevo in mente le insegne dei luna park anni Sessanta. Era una contaminazione.
Chi l’ha costruito?
Io, con le mie mani, in un laboratorio di amici.
Che impressione ti ha fatto il coro dei politici?
Non vorrei commentarlo, tranne che per questo paradosso. Il sindaco che ha deportato i romeni, e ha diviso i padri dai figli, è lo stesso che rilascia dichiarazioni indignate contro il neonazismo e mette al primo posto le politiche per la famiglia. Chi sbaglia, io o lui?
L’Olocausto è un orrore difficilmente comparabile alle parole di un sindaco.
Adorno ha detto che dopo Auschwitz fare arte è diventato impossibile. Volevo esprimere questo sentimento di ironia amara e disperata, anche estrema, per far riflettere sulle condizioni di schiavitù e privazione dei diritti che abbiamo accettato come inevitabili.
Sapevi che avresti potuto offendere qualcuno, però.
L’arte, per come la penso io, ha il dovere di sollevare problemi e suscitare dibattiti. Volevo questo, senza offendere nessuno. Se l’ho fatto, mi scuso.
Luca Telese e David Perluigi
(da”Il Fatto Quotidiano“)
argomento: arte, Costume, denuncia, Giustizia, Politica, radici e valori, Roma | Commenta »
Aprile 26th, 2011 Riccardo Fucile
IL PAPA PARLA E LA DESTRA ACCATTONA ANNUISCE E SE NE FREGA… SI FANNO IL SEGNO DELLA CROCE PER ABBINDOLARE UN ELETTORATO CHE VUOLE ESSERE A POSTO CON LA COSCIENZA PER POI FARSI GLI AFFARI PROPRI
Una cosa è parlare (o sparlare) di valori e un’altra è viverli nella quotidianità ; una cosa è
sproloquiare di “Dio, patria e famiglia” e un’altra è declinarle seriamente, quelle parole, nel proprio impegno pubblico.
Una cosa è cercare di allisciarsi la Chiesa e un’altra è seguirne davvero i precetti.
Ecco, in sostanza, cosa insegna la vicenda dei nomadi a Roma.
Quel che è successo è una lezione di buona politica: l’occupazione pacifica della basilica di San Paolo da parte dei rom, sgomberati dal Comune da un campo abusivo a Casal Bruciato, ai margini della capitale, si è conclusa grazie all’intervento della chiesa.
I nuclei familiari, tra applausi e abbracci, si sono tutti ricongiunti,, sono usciti da un ingresso laterale della basilica e, a bordo di autobus, sono partiti per raggiungere il centro dalla Caritas.
«I rom che in questi giorni hanno trovato riparo nel chiostro della basilica saranno trasferiti presso una struttura di accoglienza in città », ha reso noto nel tardo pomeriggio l’ente assistenziale del vicariato di Roma sottolineando che nella sistemazione dei rom saranno rispettati i nuclei familiari.
Quasi contemporaneamente la sala stampa vaticana ha fatto conoscere i sentimenti di Benedetto XVI sulla vicenda.
Il Vaticano ha auspicato che la disponibilità della Caritas «preluda a una sistemazione stabile adeguata».
Non stiamo qui a discutere sul merito.
Quel che interessa è mettere in risalto la vuota retorica di una destra che, a corto d’idee e d’ideali, in piena crisi d’identità , cerca disperatamente di appoggiarsi a una qualsiasi autorità “altra”: che sia Berlusconi o la Chiesa poco importa.
Quel che importa è prendere la scorciatoia, dando in appalto il cervello e sacrificando i residui di autonomia intellettuale, di vera “autorità “.
Senza accorgersi delle infinite contraddizioni a cui si va incontro.
E così la destra alemannian-papalina si trova a tradire i valori fondamentali della Chiesa cattolica.
L’accoglienza? Chi se ne frega!
La solidarietà ? L’altruismo? Roba da comunisti.
Tutto gettato nel cestino in nome di un populismo disperato e perdente.
In nome di un’antipolitica degna del peggior estremismo di destra.
Ascoltano le parole del papa, dicono.
Eccole, le parole del papa: «Ogni scelta politica sia ispirata dal rispetto per la persona umana. Bisogna accogliere con solidarietà profughi e rifugiati che, in questi giorni, arrivano dall’Africa. A loro arrivi la solidarietà di tutti; gli uomini di buona volontà siano illuminati ad aprire il cuore all’accoglienza, affinchè in modo solidale e concertato si possa venire incontro alle necessità impellenti di tanti fratelli».
Il papa parla, la destra valoriale annuisce e se ne frega.
Quel che è successo a Roma dimostra quanto sia bugiarda e ipocrita la propaganda di chi si fa il segno della croce solo per nascondere la propria anima nera, di chi parla di valori solo per abbindolare – così credono – un elettorato che vuole sentirsi a posto con la coscienza e poi farsi, amabilmente, i fatti propri.
(da “Il Futurista”)
argomento: Alemanno, Comune, Costume, denuncia, PdL, Politica, radici e valori, Roma, zingari | Commenta »